IL COGNATO DELLA COGNATA.BOZZETTO.
— È arrivato nessun telegramma all'indirizzoFausto Garleni? — chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione.
(Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa storia.)
Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta, aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi, grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino, chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò:
— Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione?
— Certamente.
— Allora non v'è nulla.
— Ebbene, — diss'io, — pazienza. —
E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era necessario di prolungar la mia assenza.
— Se capita, — soggiunse il capo stazione, — dove devo farglielo avere? —
Ah! non ci avevo pensato. E, in verità, essendo la prima volta ch'io mi recavo nella piccola X***, e non conoscendovi alcuno, ero proprio imbarazzato. Ma il signore, che parlava prima col capo stazione, volle togliermi d'impiccio e movendomi incontro:
— Mi perdoni, — disse: — ella è proprio il signor cavaliere Fausto Garleni?
— A' suoi comandi. — (Che cosa volete? Sono cavaliere senza mia colpa. Fui nominato su proposta del Ministro dell'istruzione pubblica per aver sanificato alcuni terreni paludosi e presentato delle magnifiche barbabietole a un'Esposizione di orticultura.)
— Ma quando lei è il signor Fausto Garleni, — continuò l'incognito con voce più insinuante, — io sono Antonio Meravigli,... vale a dire, scusi, perchè capisco che non è spiegarsi bene,... vale a dire ch'io sono un po' suo parente. —
Invero questo nome di Meravigli non m'era nuovo, ma io non rammentavo più nè come nè quando avessi udito farne menzione.
— Vedo ch'ella non si raccapezza, — egli ripigliòimperturbato, — e mi spiego. Io sono cognato di sua cognata. Mia moglie è sorella della signora Angela che ha sposato il suo signor fratello, avvocato nella Pretura di ***.
— Ah! ora capisco, — risposi. — Senza dubbio ebbi occasione di sentir parlare di lei; ma sono così smemorato!
— Ed è un pezzo che non vede il suo signor fratello?
— Parecchi mesi. Siamo entrambi pieni di faccende.
— A ogni modo — disse il signor Meravigli con un accrescimento di officiosità, e strappandomi a forza di mano il sacco da viaggio — a ogni modo, ella mi permetterà di congratularmi di questo lieto caso che mi fa fare la conoscenza di una persona così distinta, e lascerà ch'io mi metta a sua disposizione piena ed intera in quanto possa occorrerle in questo paese. Intanto, se viene il dispaccio, si porterà a casa mia. Grazie al cielo, — soggiunse poi pavoneggiandosi un poco, — mi è lecito dire che sono qui ben visto da tutti, autorità e cittadini. Non è vero, Roberti? — E si rivolse al capo stazione.
— Verissimo, — riprese l'altro, ch'era conciso quanto il signor Meravigli era prolisso.
— Senta, signor Meravigli, — dissi io un po' sconcertato da quell'onda d'offerte e desideroso solo di liberarmi da siffatto eccesso di cortesia: — ella può credere s'io sia lieto di aver fatta la sua conoscenza (non ero punto, ma son cose che si dicono); però lo scopo, pel quale io mi trovo qui, è assai semplice e non permetteròcerto ch'ella si scomodi per cagion mia. Ove mi occorra davvero, non dubiti ch'io farò conto delle sue gentili profferte. —
E così dicendo mi chinai per riprendere il mio sacco, ch'era divenuto il perno della battaglia.
— Ah! nemmeno per idea, nemmeno per idea; — interruppe il degnissimo signor Meravigli, schermendosi con abilissima tattica. — Non sarà mai detto che il fratello di mio cognato si trovi qui senza ch'io lo abbia introdotto presso mia moglie e la mia Romilda. —
Misericordia! pensai fra me e me, questo è un colpo di fulmine. E con molto poca galanterìa risposi: — Sarebbe un onore; ma, com'ella sa, mi trovo qui per affari, e sarò occupato tutte le ore del mio breve soggiorno.
— Ma come? Se mi disse testè che non si tratta che di una bagattella.... Via, via, sia buono. E intanto mi conceda di offrirle la mia carrozza per andare in città.... Ci sono quasi due miglia, e c'è un sole che abbrucia e una polvere che sale fino al ginocchio. —
Così dicendo, il signor Meravigli mi prese per un braccio e, condottomi ad una finestra che riusciva sulla strada, alzò un momento la tendina verde che vi faceva riparo. Vista orribile! La strada si protendeva in linea retta, bianca, senz'alberi, animata soltanto da qualche nugolo di polvere sollevato dal vento. Un unico veicolo si trovava fermo dinanzi alla stazione con un cocchiere mezzo addormentato, e un ronzino che andava cacciandosi di dosso le mosche coi moti impazienti delle zampe e del capo.
Quella era senza dubbio la carrozza del signor Meravigli.
L'omnibusera partito subito dopo l'arrivo della corsa, e lo stesso dicasi dei pochifiacresche si trovavano colà.
Era colpa mia. Quella disgraziata fermata in stazione mi aveva rovinato, e oramai lo schermirsi era impossibile. Inoltre una passeggiata di tre quarti d'ora sotto un sole di giugno mi dava non poco sgomento.
Accettai quindi l'offerta della carrozza, sperando di levarmi d'impiccio con una visitina a madama Meravigli e a quella Romilda, ch'io non sapevo ancora chi fosse.
Il generale Moltke non sarà stato più superbo della riuscita de' suoi concetti militari che non fosse il signor Meravigli della mia sommissione.
— Sia lodato il cielo! — egli esclamò con volto raggiante, porgendomi la mano che gli restava libera. — Può dirsi che nessun forestiere di riguardo sia venuto a X***, senza mangiare una zuppa in casa Meravigli e conoscere la mia Romilda, e non ci sarebbe voluto altro che una persona, la quale mi è quasi parente, fosse passata di qui inavvertita. —
La situazione si aggravava fuor di misura. Non era più una visita da fare, ma una zuppa da mangiare; insomma un pranzo bell'e buono fra gente sconosciuta e, secondo tutte le apparenze, ridicola in grado superlativo.
Deliberai di tentare un ultimo sforzo in carrozza, sperando che quand'io fossi seduto troverei quell'energia che mi mancava quand'ero in piedi.
Intanto, ricambiato un saluto col capo stazione, al quale il signor Meravigli bisbigliò qualche parola all'orecchio, mi avviai o piuttosto mi lasciai condurre dal mio ospite verso il modesto veicolo che stava ad attendermi. Il cocchiere dormiva profondamente, e il cavallo ne aveva profittato per tirar la vettura verso il margine della via, dove c'era un po' d'erba da rosicchiare.
Uno spintone al braccio ed una chiamata sonora diLuigi! Luigi!scossero il sonnacchioso auriga. Egli aprì una bocca enorme ad un enorme sbadiglio, si rizzò sulla cassetta della carrozza, mi guardò con occhio di curiosità senza nemmeno toccarsi il berretto, e prese in mano le redini che aveva abbandonate e che penzolavano sul dorso del tranquillo quadrupede.
E così, dopo alcune delle frasi solite:Passi Lei — Anzi Lei — Oh la prego, ec. ec., mi trovai proprio nella vettura del signor Antonio Meravigli a fianco di questo degno cittadino.
Che debbo dire? Faceva caldo, io ero un po' stanco dal viaggio di strada ferrata, e nell'assidermi sui guanciali della carrozza provai un sentimento insolito di benessere. Riflettei meco stesso che nemmeno un pranzo in casa Meravigli sarebbe stato il finimondo, e i miei propositi di resistenza andarono via via indebolendosi. Tutt'al più avrei combattuto per l'onore delle armi.
— Oh! che fortuna per me — disse il signor Meravigli, stropicciandosi le mani per la contentezza — di poter condurre dinanzi a Romilda un uomo come il signor cavaliere Fausto Garleni. —
E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda:
— Ah! scusi, — proseguì; — siccome siamo quasi parenti, mi pare impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è mia figliuola. —
E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente.
— Un bel nome! — interposi, tanto per non restarmene mutolo.
— Ah! ecco, — soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. — Il vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole, ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili. Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla. Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... Tutte le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran piacere ch'ella la conosca.... —
La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte, fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della ospitalità che lo possedeva era una gravemolestia; ma l'accademia di poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione:
— Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che mi condusse in questo paese.
— Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di che cosa si tratta? —
Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione.
— Alla Pretura! — egli esclamò battendo le mani. — Ma allora, si figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. — Guardò con prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa due dita, e soggiunse:
— Sono le dieci. Adesso il pretore non ci sarà all'ufficio. Andremo verso l'una. —
In mezzo a queste chiacchiere eravamo entrati in città. Il signor Meravigli dava prove evidenti della sua famigliarità coi proprî concittadini, salutando ad ogni piè sospinto i passanti o quelli che stavano ingannando l'ozio sulla soglia della bottega. In questo ricambio di saluti, nei quali il signor Meravigli manteneva una certaaria di protezione, io pure ricevevo per lo più delle dimostrazioni di ossequio. A un punto ci arrestammo. Credetti giunto il momento funesto di presentarmi alla poetessa di casa Meravigli, e intesi tutta la gravità del mio stato. Polveroso, sudato, istupidito dal caldo e dalla noia, io ero senza dubbio destinato a fare una ben misera figura. Mi ravviai nondimeno i capelli, tastai il nodo della cravatta.... ma non avevamo toccata ancora la mèta.
Da una farmacia all'insegna delConiglio, situata sotto un porticato, uscì frettoloso e dimenando i fianchi un uomo di mezza età, piccolo di persona, con un berretto nero, sotto cui spuntavano alle tempie due ciocche di capelli rossicci, e il signor Meravigli, rivoltosi a lui ed a me, col suo più beato sorriso fece la seguente presentazione:
— Il nostro signor Angelo Storni, chimico e farmacista. Il distinto cavaliere Fausto Garleni fratello di mio cognato, l'avvocato Alessandro Garleni.... Capite, caro amico, — soggiunse quindi parlando al farmacista, — che quando si ha la fortuna di avere in X*** una persona di tanto merito non gli si risparmia una zuppa in casa Meravigli. Anzi, a questo proposito — egli continuò offerendo una presa di tabacco al signor Storni che era fermo allo sportello della carrozza, tenendo con la mano sinistra il berretto sollevato alquanto sul capo e guardandomi come una bestia rara — a questo proposito sapete bene che in siffatte occasioni vi è sempre posto per voi alla mia tavola. Alle quattro e mezzo in punto, secondo il solito. Avvertitene anche il dottore Trigli. Ah! non mi ricordavo. Il cavaliere ha una faccendada sbrigare alla Pretura. Potete dirgli voi s'io sia amico del pretore.
— Eh! amicissimo, — rispose l'altro.
— Vede, signor Garleni, che a me non si sfugge. Sarei ingiusto verso il mio paese se non mi compiacessi della benevolenza che tutti hanno per me, certo senza mio merito....
— Oh, che dice mai?... Anzi meritissimamente, — proruppe il farmacista.
— Un caro uomo il nostro Storni, — riprese con aria di superiorità il signor Meravigli; — ma un adulatore. Se lo lasci dire, un adulatore. Si figuri ch'egli non sa darsi pace ch'io non sia stato fatto ancora cavaliere.
— Sicuro — sclamò il signor Storni — sicuro che non so darmene pace. È una ingiustizia, è una....
— Zitto, zitto, — interruppe il modesto signor Meravigli, mettendo una mano sulla bocca all'oratore. — Non vi lasciate trasportare dall'amicizia. —
E, ordinato al cocchiere che si movesse, salutò con un cenno della mano il signor Storni e poi bisbigliò a mezza voce:
— Che originale! Io cavaliere! E con che meriti? — Non trovandomi in grado di rispondere a tale inchiesta, abbassai il capo in atto riflessivo.
Di lì a un paio di minuti eccoci a una casa bianca con le persiane abbassate, che il signor Meravigli mi dice essere la sua. Entriamo per un portone laterale e ci arrestiamo in una rimessa, ove un contadino viene ad aprire lo sportello, e una fantesca rubiconda con le maniche rimboccate si avanza verso il portone con diplomaticasolennità. Nascosto dietro un uscio un fanciullo in giubboncino corto fa delle boccaccie e dei gesti poco rispettosi verso di me, ma il signor Meravigli non se ne accorge.
Mentre il signor Meravigli dà in fretta alcuni ordini alla tarchiata fantesca che sembra il capo di stato maggiore della casa, e sta ad ascoltare le disposizioni del suo padrone con le braccia arrovesciate sui fianchi, io mi scuoto la polvere del vestito, consegno il mio sacco e il mio ombrello al contadino e mi preparo docile come un agnello a subir la grave penitenza che mi è destinata.
Finalmente, con mille scuse pel piccolo ritardo, mi si invita a salire un brevissimo ramo di scala che dal cortile mette al così detto pian terreno dell'abitazione.
— Agnese! Romilda! Agnese! — gridò l'eccellente uomo, introducendomi in un salottino e pregandomi di attendere, finchè egli fosse andato a chiamare le sue signore.
La stanza non aveva nulla di particolare, nè io perderò il tempo a descriverla. E poi queste descrizioni sono un esercizio di lingua che noi non Toscani non facciamo mai impunemente, nemmeno tenendo aperto dinanzi a noi il libricciuolo del Fanfani:Una casa fiorentina da vendere.
Rimasto solo, guardo le litografie appese alle pareti e sto per mettere la mano sopra unalbodi ritratti, quando un fruscìo di vesti mi annunzia l'approssimarsi delle Dee.
L'uscio si spalanca, il signor Meravigli precede affannoso, trafelato. Seguono le due donne.
— Mia moglie, mia figlia, il cavaliere Garleni. —
La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color pistacchio, porta unfisciùnero al collo, e le maniche a sbuffi di velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni, è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra, di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa furia e come se volesse dire: — Via, anche questa è fatta. — Parla.... ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce....
Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda.
La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto, accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande, e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono e rimangono estatici.Se la signora Agnese intromette qualche frase nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente.
— Ed è la prima volta che viene in questopaesuccio? — chiese Romilda con una intonazione patetica.
— La prima, — io risposi, — e mi pare molto allegro.
— Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile.
— Tu sei molto severa pel tuo paese, — osservò timidamente il signor Meravigli.
— Non favellarmene, o babbo, — proruppe ella con uno scontorcimento che voleva essere grazioso; — a voi altri che non sapete alzarvi unpocolinopiù in su delle vostrefaccenduolepuò anche parere, ma chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già prevedo che questa sarà la mia fine. —
E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone
Troppo grave al picciuol che lo sostiene,
Troppo grave al picciuol che lo sostiene,
Troppo grave al picciuol che lo sostiene,
e incrociò le braccia sulle ginocchia in atteggiamento di vittima.
I coniugi Meravigli parvero dolorosamente colpiti da questo lugubre pronostico e mi guardarono quasi chiedessero conforto a me.
— Però — io osservai alla povera Saffo — la solitudine è propizia agli studî, ed ella, che ama la poesia,può attendere al culto delle Muse meglio qui che tra i clamori di una gran città.
— È quello che mi scriveva ier l'altro anche.... (e nominò un letterato italiano di qualche grido) — ma questa non è la solitudine. Oh così pur fosse! Qui mi sembra di essere a Recanati come il gran Leopardi che vi logorò la sua anima. —
Povero Leopardi, io pensai, che similitudine lusinghiera per te!
— Veda, — interpose il signor Meravigli, — io potrei anche adattarmi a mutar paese; ma oltre che difficilmente troverei un luogo ove fossi così ben voluto da tutti, autorità e cittadini, come son qui, gli è che non so dove andare. I miei poderi gli ho in questi dintorni, gli altri due miei figliuoli che, pur troppo! non hanno il talento di Romilda, si compiacciono in questa vita mezza di campagna e mezza di città....
— Via, via, smettiamo; — disse Romilda con un sorriso smorto e con l'aria di persona che è sempre avvezza a sacrificarsi per gli altri. — E lei, signor Garleni, coltiva pure le lettere? E, se è lecito, si occupa di poesia lirica, didascalica, o epica? —
Mi affrettai a rispondere ch'io non ero altrimenti un vate, ma solo scribacchiavo di tratto in tratto qualche bagattella, e per lo più in prosa.
— Ah! la prosa, lo confesso, mi pare non basti alle anime di fuoco. Le miecosuccieio le ho sempre scritte in versi.
— E gli farai sentire qualcheduno de' tuoi lavori al signor cavaliere, non è vero, Romilda? Son certo ch'egli ne avrà piacere. —
Messo così fra l'uscio e il muro, sfido io a risponder di no. I paladini della sincerità ad ogni costo mi fanno una rabbia da non dirsi. Se a questo mondo si dovesse spiattellare tutto quello che si pensa, io credo che non vi sarebbe cittadino, il quale potesse passar ventiquattr'ore senza essere picchiato. Non nacqui con la voluttà del martirio e debbo umilmente riconoscermi reo di alcune piccole transazioni. Non mai a fine inonesto, lo giuro; non mai una lusinga mi fruttò onori o ricchezze. Detto ciò a scarico di coscienza, tiro innanzi.
— Il signor Meravigli si è bene apposto, — io risposi, mettendo insieme una frase cruschevole per essere all'altezza della situazione. — Se la signora Romilda volesse aver la bontà.... —
La signora Agnese dopo i primi complimenti era rimasta muta come un pesce. In quel momento però ella stimò opportuno di rompere il ghiaccio. Avvicinò la sedia a quella della Romilda, e, passandole un fazzoletto sulla fronte, uscì in queste parole:
— Mi sembra che tusei....
—Sia, — disse Romilda.
— Che tu sia un po' sudata, — continuò la signora Agnese senza scomporsi. — Sarebbe forse meglio chetileggessi più tardi....
—Tu, — proruppe la giovinetta con mal celata impazienza.
— Per esempio, dopo pranzo.
— Sì, sì, — esclamò il signor Meravigli, — è verissimo; adesso fa troppo caldo. Dopo pranzo ci sarà anche qualchedun altro.
— Fate voi, — disse Romilda. — Del resto soncosine, sa. Fu troppo buono il.... (e pronunziò il nome d'un altro letterato), il quale me ne scrisse quasi entusiasticamente. Anzi credo d'aver la lettera nel taschino del vestito. —
Com'era naturale, l'aveva e me la porse.
Era un panegirico.
— Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi....
— Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura. Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate, chi una cosa e chi l'altra.Poveracci!Come s'io non avessi uno stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale. Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia esagerata!... —
Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua tolleranza.
Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro. La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole.
— Non a tutti è concesso essere uguali, — diss'io filosoficamente.
— È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. —
Non potendo dimenticare lo scopo della mia gitaa X***, mi permisi di rinfrescarne la memoria al padrone di casa.
Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa scattare una molla, e mi disse:
— A sua disposizione, signor cavaliere. Basta prendere il cappello ed andarsene. —
Com'io mi alzavo in piedi, Romilda si scosse, arrovesciò alquanto il capo sulla spalliera della seggiola e mi porse languidamente la destra con un fare sentimentale. — A rivederci, signor Garleni. —
La signora Meravigli venne ad aprirmi l'uscio, si lasciò stringer la mano con la stessa annegazione di prima e mi disse elegantemente: —Si conservi.—
Mutar noia è, fra le disgrazie, una delle minori, e quando io uscii di quella stanza mi parve di respirare. Il cortile era deserto, e solo una gallina passeggiava su e giù con grande prosopopea, sostando di tratto in tratto come a far le sue riflessioni, poi scrollando vivamente il capo e tirando innanzi. Forse ella pensava alle compagne che, poco addietro, applicavano seco il metodo peripatetico, ed ora bollivano nella pentola in mio onore.
Il pretore era un uomo molto loquace, il quale mi porse tutte le informazioni che mi occorrevano; ma mi fece perdere in ciarle tre quarti d'ora, abbenchè io ad ogni pausa tentassi d'andarmene. Perchè il degno funzionario aveva tra gli altri meriti quello di tener le mani sul vestito dei suoi interlocutori, sia levandone qualche filo bianco che vi si trovasse per avventura, sia afferrandoli per la falda acciocchè non partissero. Ogni volta ch'io accennavo a fare un movimentosulla seggiola, egli prendeva un lembo del mio soprabito, ond'io dovevo acconciarmi all'immobilità per non mettere a repentaglio una parte così importante dei miei indumenti.
Mentre l'egregio funzionario parlava, il signor Meravigli ascoltava con aria di soddisfazione, e non già per riverenza ch'egli avesse di quel personaggio, ma sibbene perchè quel personaggio cantava le lodi di lui su tutti i tuoni. Ed io appresi in questo modo che il signor Meravigli era comandante della Guardia Nazionale, e ch'era stato sindaco e tale avrebbe potuto essere ancora, solo che lo avesse voluto, ma era troppo modesto.
— Gran virtù la modestia, — soggiunse il pretore; — ma in uomini come il signor Meravigli la modestia è un peccato. —
Il signor Meravigli strinse con effusione la mano del suo panegirista.
— Del resto — disse il signor pretore, socchiudendo gli occhi con maliziosa importanza — del resto le cose municipali qui non vanno bene. Bisognerebbe che tutti fossero come il nostro signor Antonio. —
Il signor Antonio fece un mezzo inchino biascicando un lunghissimoOh!
— Abbiamo già avuto in due anni cinque crisi municipali, provocate tutte da un monumento.
— Un monumento! — esclamai.
— Sicuro; d'un nostro concittadino fucilato nel 1849 dagli Austriaci. Non c'è stato mai verso di mettersi d'accordo sul luogo, in cui collocarlo.
— Ma scusi, — obbiettai, — non si va a' voti?
— Sì signore; ma non essendovi nel nostro regolamentocomunale alcun articolo che vieti di riproporre in Consiglio le cose già votate, il giorno dopo una decisione presa in un senso i fautori del partito opposto si presentano compatti, rimettendo all'ordine del giorno la loro proposta, e trionfano.
— Così la non si finisce più, — diss'io.
— È precisamente quello che ho sempre detto.
— E nemmeno i giornali vanno mai d'accordo, — osservò il signor Meravigli.
— Ah! si stampano anche qui giornali?
— Sicuramente; due: ilRiscattoe laRinnovazione intellettuale. Il primo esce la domenica ed è governativo; il secondo si pubblica il giovedì, e quantunque non si occupi di politica, si vede che tende all'opposizione. Non si possono soffrire, ma vanno a gara per inserire nelle loro colonne i versi della signora Romilda. —
Il signor Meravigli s'inchinò.
Felicissimi abitanti di X***! dissi fra me, che possono leggere nelle loro due effemeridi i parti poetici di sì illustre scrittrice.
Quando a Dio piacque, ci fu dato muoverci. Compresi che il pretore era anch'esso uno dei commensali, e che tali sarebbero pure altre persone ch'io non avevo vedute e che rappresentavano l'eletta del paese. Non ti dispiaccia, o lettore, se cominciando da quel momento io ruminai un brindisi, che però prometto e giuro di non trascrivere su queste pagine.
Le bellezze di X*** non mi trattennero gran fatto. Il signor Meravigli, mentore assiduo ed infaticabile, mi condusse nella cattedrale, nel teatro, nel casino di società,nell'accademia deiBen Pasciuti, nel viale di platani ove tre volte per settimana suonava la banda cittadina, e ove almeno c'era un po' di moto e d'allegria.
Fatta questa gita, nella quale io manifestai il mio alto aggradimento delle cose vedute, ci avviammo nuovamente verso casa Meravigli.
Erano fermi sulla soglia due degl'invitati, il farmacista Storni e un personaggio nuovo, il dottore Trigli. Se i cappelli avessero una fisonomia, io direi che il lucidissimo cilindro del farmacista pareva altrettanto sorpreso di trovarsi su quella testa, quanto pareva la testa di portar quel cappello. Il povero Storni aveva sempre le mani in moto per rassettarselo, e le due ciocche rossiccie, che spuntavano con tanta grazia di sotto all'usato berretto, si trovavano invece a disagio con quell'insolita acconciatura. Era evidente che al signor Storni, come a Napoleone III, non conferiva ilcoronamento dell'edificio. Nulla dirò adesso del dottore: mi parve tosto parlatore facondo ed era di fatto, nè aveva la maldicenza meno pronta della parola.
Nel salotto ove, a mo' di presentazione, mi fu sciorinata una filastrocca di nomi, i raccolti si dividevano in due gruppi. Da una parte, intorno a Romilda, gli uomini dotti; dall'altra, intorno alla signora Agnese, i personaggi di minor rilievo. Fra questi mi colpì primo un fanciullo dai dieci agli undici anni, ch'era quello appunto ch'io aveva visto il mattino far le boccaccie dietro una porta. Gli stava presso una ragazzina forse tredicenne che si lasciava sermoneggiare da una donna di mezza età, la nobile signora Prassede Altamura,discendente dagli antichi feudatari d'un borgo vicino, e risoluta di non maritarsi fintanto che un patrizio d'alto lignaggio non volesse offrirle la sua mano e un nome che valesse quello degli Altamura. Non essendosi presentato nessuno, ella conservava il bene prezioso della sua verginità, tanto più secura da ogni insidia, in quanto che ella era brutta e senza quattrini. All'altro lato della signora Agnese sedeva un signore attempatello con pochi capelli grigi aderenti alle tempie, senza un pelo di barba, con certi occhi scimuniti che parevano scattare fuori dell'orbita e con ciglia rade e quasi invisibili. Quella fisonomia così squisitamente imbecille mi restò impressa per lungo tempo. La mi ricordava qualche cosa ch'io non sapevo definire, finchè, giorni fa, al pranzo di nozze d'un amico, visto imbandire un grandissimo pesce lesso, balzai sulla seggiola con un moto invincibile di riconoscimento. Era ben desso, era il signor Baldassare Alieni, possidente di X***; o se non era lui, era per lo meno il suo fratello di latte.
Vorrei trattenermi in questo crocchio abbastanza comico, dove la signora Agnese trovandosi lontana dalla sua Romilda parla il dialetto; vorrei esaminare lo sgarbatissimo Toniotto, disperazione de' suoi genitori; vorrei soprattutto studiar davvicino la Eloisa, sorella minore della sapiente Romilda, tenuta in poco conto dalla famiglia, eppure dall'aspetto simpatico, e pieno d'una malinconia soave.... ma l'astro della casa mi chiama: eccomi a' tuoi piedi, o Romilda!
— Il direttore dellaRinnovazione intellettualedesidera una speciale presentazione, — disse la dea, additandocon aria di regina un uomo di mezzana statura, vestito di panni neri, alquanto sgualciti. — Il dottor Augusto Romoli si occupa specialmente di questioni didattiche, — ella soggiunse; poi inchinò alquanto il capo, appoggiando la fronte su due dita della mano sinistra, e sospirò: — Oh le venture generazioni! —
Posto in tal modo il problema educativo, si tacque.
Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto insomma gli dava l'aspetto di un annegato.
Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione repubblicano.
— Miserrima Italia! — egli sclamò — che credi di esser libera ed una. —
Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità non c'era obiezione possibile.
— Che unità! che unità! — gridò egli accendendosi in volto. — Unità di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io lessi quattro anni fa un discorso sullaRinnovazione intellettuale in Italia, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure insigniuomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio discorso. —
Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi tutti allo stesso modo:Della rinnovazione intellettuale, discorso letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti il 4 maggio 1867. — Giudizî d'illustri Italiani; oppure:Sulle idee pedagogiche del professore Romoli — lettera al Direttore; o infine:Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867. Onde mi persuasi sempre più dell'esistenza deiruminanti intellettuali. Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea, di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande. Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che, quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità. E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a cotali pigmeiincoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe:
AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICACHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLIIL POPOLO ITALIANORICONOSCENTE.
Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia attenzione.
— Veda, signor cavaliere, — egli mi disse, — io non so intendere coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si associa egli benissimo con gli studî?
— Senza dubbio, — risposi.
— Certo che bisogna saperlo esercitare, bisogna metterci dentro qualche cosa che non sia il vile interesse. —
Guardai attentamente il signor Osteolo. Egli non mi aveva aspetto di filantropo.
— Posso dire senza ostentazione — continuò questo negoziante modello — che negli affari ho sempre cercato piuttosto il decoro che l'utile. Avrei potuto ritirarmi da molto tempo, chè, grazie al cielo, una discreta fortuna l'ho messa da parte; ma (che vuole?) l'idea di giovare al paese, di dare un buon esempio, mi ha consigliato a restare. Sono così pochi quelli che lavorano in Italia! E glielo assicuro in coscienza mia, quando vedo altre case che sorgono e mi contrastano il terreno, non ne ho dispiacere: tutt'altro. Purchè lo facciano con delicatezza, con onestà, sarei io il primo a stringer loro la mano, dicendo: — Bravissimi! Ben fatto, per Dio!... Sono così; non c'è merito alcuno, ma sono così. —
E nel pronunziare queste parole apparve tanto commosso della propria bontà ch'io sono sicuro che, se un uomo potesse baciar sè medesimo, il signor Osteolo in quel momento si sarebbe baciato con la massima effusione.
— Del resto il signor Romoli sa s'io faccio quanto posso per favorire i veri ingegni. —
Il signor Romoli s'inchinò in atto di approvazione, dicendo: — Così fossero tutti!
— Le mie occupazioni mi conducono in giro per la provincia, e posso assicurare che non v'è caffè dei villaggi vicini ch'io non abbia associato allaRinnovazione intellettuale. Il giornale è buono, tende a rialzare la moralità e l'intelligenza pubblica; dunque va diffuso: questo è il mio ragionamento. E se ciò mi costa qualche sacrificio pecuniario, sia pure. Non dobbiamo tutti sacrificarci pei nostri simili? E poi,sono fatto così; non c'è merito, ma son fatto così. —
E il signor Osteolo e il signor Romoli si diedero una stretta di mano tanto vigorosa, che al negoziante scivolò di tasca un piccolo involto di carte.
— Scommetterei che sono fogli di pensione comperati al cinquanta per cento, — mi bisbigliò all'orecchio il dottor Trigli che stava ritto dietro la spalliera della mia seggiola.
La malignità umana è pur grande. Ecco un uomo che io mi sarei dipinto come un martire del lavoro e della benevolenza, se il ghigno amaro di Mefistofele non fosse venuto a cacciarsi tra me e la mia visione e non le avesse dato di botto le linee poco seducenti di uno strozzino.
Discorrere di tutti i personaggi che si trovavano nel salotto mi parrebbe superfluo. Oltre a quelli già menzionati v'era il capo stazione, a cui il signor Meravigli dimostrava la necessità di avere un sindaco, schermendosi delle offerte che gli venivano fatte, acciocchè accettasse egli medesimo la carica. Due signori che m'erano stati presentati, ma il cui nome m'era sfuggito, subivano le dissertazioni del signor Romoli e intesi che l'uno di essi diceva:
— È chiaro; così non si può andare innanzi. —
La signora Agnese e la sua vicina, avendo probabilmente esaurito ogni soggetto di dialogo, guardavano insieme il soffitto, la Eloisa si era dileguata, il signor Baldassare Alieni teneva l'occhio rivolto con una impazienza mal celata dalla timidezza verso l'uscio, da cui doveva venir l'annunzio del pranzo, e Toniottoera accovacciato dietro la seggiola di questo signore con una tranquillità che pareva pochissimo conforme alla sua età e alla sua indole.
Finalmente s'intese la parola aspettata:È in tavola.
Sorgo, offro il mio braccio a Romilda, e sto per aprire la marcia. Un mugolìo lamentevole si leva dall'angolo, ov'è seduto il signor Alieni. Cielo! quel simpatico cittadino sarebbe colto da improvvisa indisposizione? Fatto si è ch'egli non può alzarsi. Si accorre in suo aiuto. Il signor Alieni è accuratamente legato alla seggiola.
— Ecco, — dice il mansueto uomo con voce tremula, — forse mi sarò legato io stesso giocherellando sbadatamente col vestito.
— Che vestito! Se c'è un gomitolo di spago.... —
Il signor Meravigli padre si spicca dal braccio della nobil donna Prassede Altamura, e ghermisce per un orecchio il signor Meravigli figlio, il quale era seduto placidamente sopra uno sgabello come se il fatto non fosse suo.
Romilda, che è tuttora a braccetto a me, congiunge le mani ed esclama: — Dire ch'è mio fratello! —
Il signor Meravigli figliuolo subisce la strappata d'orecchi con rassegnazione spartana, e guardando fiso il signor Alieni gli fa con la mano quel segno che vuol dire: — Aspetta che me la pagherai. —
Se il lettore è un poco filosofo non istupirà che il signor Toniotto Meravigli, dopo aver legato alla seggiola il signor Alieni, voglia anche fargliene pagare le conseguenze, perchè queste son cose che si vedono tutti i giorni.
Quanto al signor Alieni, egli, crescendo in mansuetudine con le circostanze, dice:
— Lo lasci stare, caro Antonio, lo lasci stare, non è stato lui, credo d'essere stato io medesimo; sono tanto sbadato!... —
Ma il signor Antonio non abbandona la preda, e, anzi, chiedendo licenza, passa avanti di tutti, e porta il delinquente fuori di stanza, rincarando la dose con alcuni scappellotti, che però strappano appena un sordo muggito alla vittima.
Romilda si copre gli occhi con la mano per non vedere questa vergogna domestica, e il signor Romoli osserva che, se i ragazzi fossero educati col metodo suggerito dal suo discorso, non accadrebbero siffatte cose.
Siamo a tavola. Ho alla mia destra Romilda e dall'altra parte il signor Osteolo. Il professore Romoli è alla destra della poetessa ed ha per vicino il farmacista Storni. La nobile signora Prassede Altamura è fra lo Storni e il pretore. Dirimpetto a noi sta la signora Agnese, avente per suoi cavalieri da un lato il capo stazione, dall'altro il dott. Trigli. Segue il personaggio, il quale nel colloquio col signor Romoli aveva dichiarato che così non si può andare innanzi e che seppi chiamarsi il signor Falco. La ragazza Meravigli, la cui fisonomia mi riesce sempre più simpatica, è fra questo signore e suo padre. Il signor Alieni è invece alla sinistra del capostazione, e l'idea di essere a tavola lo ha trasfigurato. Egli si frega lo mani in silenzio dopo di aver passato un lembo del tovagliuolo sotto il colletto. Il signor Antonio, che, come si addice al padrone di casa, è a capo di tavola, si trova cinto e quasinascosto da monti di piatti e zuppiere d'ogni dimensione.... Vedo un posto vuoto a breve distanza da me e quasi in faccia al signor Alieni. La spiegazione non si fa attendere. Entra in salotto da pranzo la Caterina (che è la fantesca di nostra conoscenza) e chiama la signora Agnese. Quella si alza e viene a confabulare con l'autorità culinaria della casa. Sono a pochi passi da me e colgo questo dialogo:
— Signora, Toniotto ha già rovesciato due casseruole, pensi adunque che cosa si deve farne, perchè in cucina non lo voglio sicuramente. —
Il signor Meravigli è chiamato a consulta. Egli tira fuori il capo dalla selva dei piatti che lo nasconde agli sguardi umani, e, pur dispensando la minestra alla Maria, vispa contadinotta che serve a tavola, rivolge la sua attenzione al grave problema. La signora Agnese parla il dialetto, e usa frasi poco parlamentari verso il turbolento figliuolo, piaga della sua vita.
— Che c'è da fare? — dice il signor Meravigli, alzando un po' troppo il cucchiaione della minestra, mentre la Maria avvicinava la zuppiera per evitare disgrazie. — Che c'è da fare? Mettiamolo pure a tavola, ma che sia buono. —
Detto ciò, il signor Meravigli padre uscì della stanza per rientrarvi col signor Meravigli figlio tirato per un orecchio. A quanto pare, quest'è precisamente il manico dell'ultimo rampollo della famiglia.
— Domanda scusa a tutti questi signori, — intuona solennemente il signor Antonio.
— Domando scusa, — ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar cantilena.
— Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, — soggiunse il padre.
Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter pranzare in silenzio.
— Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, — tornò a dire con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio unCu! Cu!che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna.
— Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima; — si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano che volevano significare — Tenetelo più lontano che sia possibile. — Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo.
Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che, come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del fabbriciere.
Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le versavo il vino nella tazza: — Unditino, nulla più che unditino. — Però questiditinimi tenevano in perpetue faccende, giacchè la poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere.
La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema disinvoltura.Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva invariabilmente:
— Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. —
La signora Agnese dal canto suo osservava al marito con aria compunta: — Se non prende, vuol dire che non aggradisce. —
Ed io, per aggradire, mi rimpinzavo.
Grazie al cielo, non tardai a sperimentare la verità della teoria svolta dal Torelli nella suaFragilitàcirca gli alleati impreveduti. Qualche cosa di assai morbido venne a cacciarmisi fra le gambe, e io vidi con indicibile compiacenza che gli era un gatto. Nè la mia soddisfazione provenne soltanto dalla stima grandissima che ho per l'egregio animale che fu confidente del Richelieu e amico del Chateaubriand, ma ben anco dall'essermi subito venuto in mente ch'egli poteva riuscirmi di grande sollievo nelle mie strette. In fatti, pur continuando a dialogare con la poetessa Romilda e coll'economista Osteolo, io seppi dispor le cose in maniera che di tratto in tratto qualche grosso pezzo di carne scivolasse nella bocca del quadrupede, il quale, per alcun tempo, come fosse d'intesa meco, divorava la sua parte in silenzio. Non oserò dire che la cosa fosse conciliabile colGalateo, ma nessuno ha l'obbligo di schiantare.
Sennonchè, come disse il Petrarca: