UN RAGGIO DI SOLE.NOVELLA.
L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo, quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le nonne per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.
La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino, su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da tè, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancor detto, lo diciamo adesso, erano le dieci di sera. Intorno ad un tavolino molto più grande, collocato proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutto sparso di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di cinqueAccademie almeno. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salve d'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in quel gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti, quando hanno letto una memoria papaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.
Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava la sessantina, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti:
Se fa conoscere — le vie del mondo,Oh buono un briciolo — di vagabondo!
Se fa conoscere — le vie del mondo,Oh buono un briciolo — di vagabondo!
Se fa conoscere — le vie del mondo,
Oh buono un briciolo — di vagabondo!
Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie, facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che graziosa.
Dissimile affatto dagli altri, e tale che si sarebbe detto una stuonatura in quel concerto di dottoroni,stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale, senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e si arricciavano di tratto in tratto con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: — Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatti scorrere fra le loro dita. — Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo ed accurato si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella più eletta parte della società.
Il signor Maurizio aveva egli pure seguìto con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu richiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e, avvicinando una sedia al tavolino, disse: — Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna? —
Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: — Figuratevi! — rispose. — Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini serî.
— Grazie del complimento. Però, ve lo dico col cuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, main compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, ad Everardo io perdono tutto.
— Oh bella! siete voi che perdonate? — interruppe la signora Anna.
— Certo, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.
— Oh diamine! Siete sentenzioso.... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera?
— Di molte persone; ma, se non vi dispiace, mi contenterò di una sola.
— Molti i chiamati e pochi gli eletti. — osservò sorridendo la signora Anna. — E chi è oggi l'eletto?
— È unaeletta.
— Una donna?
— Per l'appunto.
— E chi dunque?
— Voi stessa.
— Io!
— Sì signora.... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita, ha ventinove anni e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?
— Ma via, screanzato, parlate piano.
— Oh! siate certa che non ci odono; — rispose il signor Maurizio, accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò:
— O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tanta disinvoltura dal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire:avete mai inteso nulla di simile?—
La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce:
— Non c'è forse il commendatore Brullo?
— Oh! — proruppe il signor Maurizio — quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese, in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle transazioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò:io dovevo andarvi. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso:eppure io tenevo per fermo, diss'io,che ci foste già stato. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlassi di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento.
— In fin dei conti poi c'è Everardo, — concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta.
— Ah sì, c'è Everardo, — rispose con l'accento medesimo il signor Maurizio, — e ad Everardo faccio di cappello; ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli toccadivenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità.... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente....
— Oh poveretto, non siete mica tale! — esclamò la signora Anna. — E, a proposito, non dovevate dir male di me?
— Ah! questo sì, e comincio subito. —
La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.
— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava l'asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerìe.
— O sentiamole un po' queste solenni corbellerìe.
— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.
— Male poi no.... Faceva alcune rimostranze.
— Or bene: quanto a me che del matrimonio....
— Risparmiatemi le vostre teorie. Già si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.
— Falsissimo. Io la credo un'ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non vi fossero gli ammogliati?
— Eh! vergognatevi di questo cinismo.
— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me, dunque, che sono un celibe ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire,se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi pongo dal lato vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarli.
— Oh! se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi, appunto perchè tengo che il matrimonio e la famiglia sieno cose sacrosante, m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.
— Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza, intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede certamente nell'altro. Or via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?
— Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla: ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente che Evelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina siffatta e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh! lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.
— Voi siete una Vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro.
— Eh! ammiratemi meno, e ascoltatemi più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovane sui cinque lustri, operoso, distinto, onesto; ma tutto pieno della sua ambizione, tutto occupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, doman l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi e a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io; e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla con racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh! caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono il pettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura: che i primi cercano di piacere alla moglie, perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori dilei; gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche.
— Per bacco! — proruppe il signor Maurizio — stasera voi siete più eloquente del Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero, non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovane possiede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità l'è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si riscalda pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno punto di contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole.... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito, muta sè stessa.
— Oh! volete farne un'erudita?
— Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studî di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di sdottorare con gli altri: chè in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo.
— Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno?
— Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione, nel buon successo mille compensi; ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.
— Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.
— Nell'infelicità sì, — rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, — e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. NelPaolo Forestierdell'Augier v'è untipo di donna, la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, appunto nel giorno e nell'ora, in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desiderî che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconìe che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice —sono incompresa, — molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possa capitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. L'è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: — Capisco — ella disse — che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito....
— Ma chi vi dice queste cose?
— Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo.
— Oh! Maurizio, — sclamò la signora Anna alquantorisentita, e facendo atto di alzarsi in piedi. — Basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo.
— Via, non siate cattiva, — rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito, e non permettendole di muoversi dalla seggiola. — Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma, senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchî, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io? per un soffio di vento o per un raggio di sole.
— Che cosa c'entrano il vento ed il sole?
— Oh se c'entrano! — soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani — volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole? —
La signora Anna sorrise, diè una rapida occhiata all'orologio che stava sullaconsollee segnava le 10½, e poi, voltasi al suo interlocutore: — Avete una voglia matta — rispose — di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino.
— Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi siail caso che io le dimentichi, vi prego, ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. — Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: — Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni.
— Siete pure il gran fanciullone, — sclamò la signora Anna. — Ora parlate.
— Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.
— Sentiamola un po'.
— Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.
— O come potrebbe essere?
— Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita raccontare da qualchedun altro.
— E in questo caso vi sta proprio a cuore di farne la seconda edizione?
— Mi sta.
— Ebbene, sia pure come vi aggrada.
— Ho la vostra parola?
— Ma sì, ma sì: vi occorre altro?
— Datemi la mano?
— Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a qualche loggia massonica. Eccovi la mano. —
La signora Anna porse al Dardi una manina chel'età non aveva nè troppo dimagrata, nè troppo ingrassata; una manina giovane, se si potesse usare questa frase, tanto n'erano ben tornite le forme, e morbide e delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia, accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente: — Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a bevere una nuova tazza.
— Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il racconto d'un racconto. Un amico, a cui la faccenda è toccata, me la narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?
— O che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il vostro.
— La storia risale a poco meno di quarant'anni addietro, — continuò il signor Dardi senza occuparsi dell'interruzione. — Il mio amico che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'era io.... e come eravate voi in quel tempo.
— Questo non ha che fare.
— Egli aveva di poco finito i suoi studî all'Università, lasciandovi fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto varia che profonda. Comunque sia, in un tempo che alle Universitàsi studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani più valenti, e quelli che erano tali davvero lo accoglievano a braccia aperte nei loro crocchî, ove il suo buon umore costante contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso l'era davvero una eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità della vita o i capriccî dei caso. Per una di quelle bizzarrìe che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica che italiana gli studî filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso mentre eravamo studenti insieme all'Università ***.
— O che cosa c'entrate voi?
— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.
— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!...
— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah! dicevo che gli sforzi fatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni egli era.... —
La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò tuono.
— Ma ciò poco importa. Nemmeno le questioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, l'occupavano più che tanto. In quel tempo singolare, nel quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh! non fate smorfie, perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei tepidi teatri e delle sale sfoggiate vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg; in quel tempo, in cui pareva non esservi posto nella vita che per lafarsae per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti, e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.
Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni, quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno o due giorni tutti malignavano dicendo: — Sta a vedere che grossa corbellerìa egli ha commesso!
—Egli!— interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.
— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbellerìa che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.
— O che non aveva forse gli occhi questo signor Alberto?
— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palimsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'inscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Venere di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come profumo da fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandonoe di fuoco, di soavi malinconìe e di celesti sorrisi.... E quella fanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....
— Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra innamorata di ieri.
— Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno scolpite nella memoria....
— Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.
— Certamente, — rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. — Ma io m'investo de' casi suoi.
— Siete pure il prezioso amico, — notò con un filo d'ironia la signora Anna. — Ma, a proposito, il nome di questa Dea?
— Chiamiamola Giulietta.
— Oh! c'è un Romeo?
— Può darsi; non precipitate.
— Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti innamoramenti.
— Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla dichiarazione di un giovane ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi, cominciò coll'esserne sgomenta; ma poi quella sua anima delicata e gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto, così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor proprio di lei. In generale anche lo donne leggiere e che non vanno pazze per l'ingegno piegano il capo dinanzi al buon successo:e Alberto era fra i giovani più celebrati della Università e tra quelli, a cui si augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto e dei suoi studî non era invero tale da affascinare una giovinetta sedicenne; ma dall'altra parte come respingere un uomo del suo valore? Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non partecipando all'entusiasmo del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio si concludesse, quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono cose, di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè egli gli aveva noiati fuor di misura coi racconti della sua gelosia, de' suoi dubbî e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra un suolo granitico, in cui l'acqua non filtra lentamente, ma s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi al loro organismo, l'amore crea in queste anime uno stato inquieto, morboso e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo, quella verecondia soaveche le mostra ricordevoli, oltre che del proprio pudore, anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.
Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella impressione che è viva e reale; così Alberto, ritornato in sè stesso, vide dileguarsi l'incanto che lo avea posseduto e solo restargli a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie. Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere affatto ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di questo cambiamento; ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo del suo carattere non si faceva scorgere, o chiudeva in sè il suo dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella non sapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi lavori, ella avrebbe potutoriafferrare quell'amore che le fuggiva. Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la soddisfazione d'essere intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso egoista. Il tempo, che è la stoffa del lavoro e della produzione, è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno pensato.
Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano in un'orbita diversa: egli tutto inteso a' suoi studî; ella in una solitudine malinconica che lasciava libero campo ai pellegrinaggi della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito i piaceri delle sue coetanee, i teatri, le feste, i convegni geniali; ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendola, si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il divertimento. Nondimeno ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto, riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità che nasce dal continuo ricambio d'impressioni e di pensieri tra due persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che questa felicità non dovesse mancarle. Veggendosi delusa nella sua aspettazione, si sentiva simile a chi s'accorge a mezzo il cammino d'avere smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per arrivare alla mèta. Intanto compieva da sè la manchevoleeducazione del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.
Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano, a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente arcuato.... —
La signora Anna si scosse e chiese: — O come sapete voi tutti questi particolari?
— Oh bella! Me gli ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso e di là dal quale erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti. In un punto la verdura era men fitta e lo sguardo indovinava un ampio orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?
— Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la pena di continuare.
— Via, non v'impazientite. L'avete forse udita già questa storia? A ogni modo dovete stare ai pattie lasciarmi dire. Sarebbe la prima volta che manchereste alla vostra promessa.
— È vero. Proseguite, ma senza digressioni.
— Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre caracollando e non mai di galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovane vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciare sparlar dei loro mariti senza negar nè assentire.
Il mio amico, che abbiamo detto di chiamar Ugo, non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta, che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite, che non solevano durar più di tre o quattro giorni, egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno, acui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le conversazioni, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta e della Malibran, dellaNormae dell'Otello. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito a uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva da' suoi labbri con una curiosità piena di commozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A' quei tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima: non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare al teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi; ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a quattr'occhi ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovane, bella, adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studî. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza, tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna,e quasi infantile.... Io non capisco, mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla seggiola, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.
— Siete un grande originale, — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi déssi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?
— Accetto la tazza, ma continuo. —
La signora Anna diè una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente:Che matto!e versò il tè al suo lepido interlocutore.
— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò inatteso in casa d'Alberto, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì vegnente (ch'era una domenica) una gita a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....
— Ve l'ha detto lui?
— Sicuro!
— Beati gli uomini franchi!
— Il mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la suatoilettecon grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tuttosereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba, ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta, quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto; uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggianteè la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller: —Ich bin ein Mann, wer ist es mehr?Io sono unuomo, chi tal è più di me? —
Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.
Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi sorsi l'aria frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza dell'Anna Bolena:
Oh! non voler costringereA finta gioia il viso,Son belle le tue lagrimeSiccome il tuo sorriso,
Oh! non voler costringereA finta gioia il viso,Son belle le tue lagrimeSiccome il tuo sorriso,
Oh! non voler costringere
A finta gioia il viso,
Son belle le tue lagrime
Siccome il tuo sorriso,
con quel che segue. Proprio sotto la sua finestra un'imposta si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.
— Bravissimo! — sclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed insinuante.
— Oh diamine! già vestita, — rispose Ugo balzando subitamente, senza saperne il perchè.
— Ma certo; e già nel mio santuario, — soggiunse Giulietta, accennando al suo gabinetto da lavoro e da studio. — Quegli che non è pronto è Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima di partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo voi stesso; già a me non mi abbada. — Guardò l'orologio e disse: — Sono le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra un'ora. Andate, andate. — Fece un cenno garbato col capo, sorrise in modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi come l'avorio, e sparì.
Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai avvenente donnina: ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso sulle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.
Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva dinanzi a sè un tavolino, su cui i libri stavano ammonticchiati l'uno sull'altro sino ad altezze portentose; ai lati due scaffali pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a poco dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.
Ugo non potè trattenersi dal ridere, quando entrò nella stanza. Ma Alberto non si scompose punto, e rivolto all'amico: — Vuoi udire — gli disse — questo brano d'una Memoria sulla legislazione mineraria che debbo mandare stasera all'Antologiadi Firenze? Io muovo dalla considerazione che il possessore del soprassuolo....
— Senti, — interruppe Ugo, — la tua considerazione sarà giustissima; ma mi pare che non sarebbe mal fatto di rimandare la legislazione mineraria ad un altro giorno, e di disporsi alla partenza. Si fa, o non si fa questa gita?... Ebbene: che cosa c'è?
— Nulla, nulla, — rispose Alberto, sollevando alquanto il capo e ravviando la chioma disordinata; — penso alla grande mutazione che si è fatta in te da qualche tempo a questa parte. Tu non ti appassioni più per niente, e basta discorrerti di una questione seria, perchè tu mi scappi di mano come un'anguilla. O dove sono i bei giorni, nei quali si passavano insieme lunghe ore a ragionare de' nostri studî? Allora si trovava pur la maniera di vincere il tuo scetticismo. Lasciatelo dire.... tu ti sciupi, l'aria della città ti fa male, la vita elegante ti ammazza l'intelligenza, gli amici scipiti ti riducono al loro livello.... —
Così dicendo tuffò la penna d'oca nel calamaio, e poi la portò con tanto impeto sulla carta che ne cadde una grossa goccia d'inchiostro, la quale imbrattò tutto il foglio. Con la rapidità del lampo, Alberto vi corse sopra con la lingua, lo che finì col dare a quella macchia l'aspetto di una stella cometa.
— Grazie pe' miei amici, che sono, o erano almeno, anche i tuoi, — disse Ugo con un grande inchino. — E a proposito di che mi fai questa patetica perorazione? Io capito qui a ricordarti un impegno che hai preso iersera con me e con Giulietta.... capito anzi per ordine di lei... —
Alberto fece una piccola smorfia col labbro, tantochèl'altro soggiunse: — Non ti darà noia, spero, a sentir parlar di tua moglie?
— Hai ragione, hai ragione: il torto l'ho io che mi sono ammogliato.... E non mica per lei — continuò poscia in un tuono di onesto candore.... — non mica per lei che è un angiolo, ma per me che non ero fatto pel matrimonio. Ho bisogno di studiare, ho bisogno di farmi una riputazione.... altro che di andare a spasso con donne. —
La signora Anna si morse le labbra, e proruppe: — Proprio così diceva?
— Proprio così? Vi fa maraviglia forse?
— Punto, punto: continuate. —
Il signor Maurizio non se lo fece ripetere un'altra volta, e riprese: — Ma Ugo era invece un uomo estremamente compìto, e lascio pensare a voi se rimproverò il suo amico di queste sue parole. Fatto si è che, a capo di cinque minuti, Alberto, che s'era ritto in piedi ed era uscito fuori delle sue fortificazioni, pose una mano sul braccio di Ugo (che la sbirciò con inquietudine per vedere s'ella fosse sporca d'inchiostro) e concluse così il suo discorso: — Fammi questo piacere; sinchè io termini di scrivere, e in meno d'un'ora spero d'essere sbrigato, va a tener compagnia alla Giulietta, e pregala che mi scusi, e dille che dopo verrò con voi altri, e staremo tutta la giornata di buon umore. E non si parlerà più di cose serie.... —
Le ultime parole furono proferite spingendo leggiermente Ugo verso l'uscio, tantochè questi capì l'antifona, e se la svignò.
Egli si avviò per un corridoio che conduceva ad un salottino, dal salottino passò in un'altra stanza, ascese pochi gradini, e si trovò dinanzi a un gabinetto che aveva l'uscio aperto. Era quello il soggiorno preferito da Giulietta. Ella sedeva con un libro in mano volgendo il dorso alla porta in modo da non poter vedere chi entrava. Però, al suono dei passi d'Ugo, girò rapidamente la testa, e si fece rossa, e disse: — Oh! siete qui?
— Appunto; e non dovevo rendervi conto della mia ambasciata?
— È vero: e dunque?
— Vuol finire un lavoro, ma promette che in un'ora sarà sbrigato. —
Giulietta scrollò leggiermente le spalle in atto di impazienza, mormorando: — Sempre così. —
Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Ugo fisò uno sguardo abbastanza lungo sulla simpatica donnina. «Vergini e spose, griderei io, se per avventura fossi un predicatore, diffidate degli sguardi lunghi. Gli occhi che cominciano a guardare con curiosità finiscono a guardare con desiderio; e allora....» Ma qui non siamo in chiesa, e posso risparmiarvi il sermone. Vi dirò piuttosto che la mia Giulietta, sempre cara e leggiadra, era quel giorno più seducente che mai. Ella indossava un abito di mussolinalilla, col corpetto tagliato sul davanti dell'incollatura e guernito intorno intorno di una trina sottile e candidissima, la quale armonizzava col roseo della fresca carnagione. Una lista di raso violetto oscuro, movendo dal punto in cui si chiudeva il corpetto, scendeva sino alla cintura,snella, attillata e stretta da un nastro della medesima stoffa e del medesimo colore: indi bipartivasi, e così divisa in due si prolungava sul dinanzi fino alla base del vestito. Le maniche erano, secondo la moda d'allora, rigonfie nel mezzo e strettissime ai polsi. Ella era calzata....
— Per carità, Maurizio, si direbbe che aveste copiato un figurino, — interruppe la signora Anna.
— Se non volete saperne della calzatura, mi permetterete almeno di parlarvi dei capelli, neri, lucidi e fini ch'era una maraviglia a vederli. Essi non erano imprigionati in una di quelle bizzarre acconciature che si usavano allora, ma si sollevavano a buffi sulla fronte, per ricader poscia dietro la nuca in apparente disordine e avvolgersi intorno ad un bel pettine di tartaruga, così piccino ch'io non so — diceva il mio amico — come esso potesse essere argine sufficiente a quel mare in tempesta. Un bocciuolo di rosa ch'era tra i primi della stagione, colto forse il mattino stesso da una pianticella precoce, faceva capolino al lato sinistro poco sopra l'orecchio, staccandosi con leggiadro contrasto dalla tinta delle chiome d'ebano. In verità, avere una sposa così e preferirle la legislazione mineraria, come faceva il nostro amico, è un peccato imperdonabile, pel quale non v'è al mondo sufficiente penitenza.
— Ebbene, prendete una sedia — disse Giulietta — e fatemi un po' di conversazione. Se no, io finisco col perder l'uso della parola.... Non siete mica dotto voi? — soggiunse poscia con una specie di sgomento infantile.
— Non sono davvero, — rispose Ugo sorridendo. — Ma,perdonate, non istà a voi di mostrarvi tanto sospettosa della dottrina, cinta come siete da biblioteche e, quel che più vale, con un libro in mano.... —
In fatti ella aveva sulle ginocchia un volumetto socchiuso sull'indice, nell'atto di chi interruppe solo momentaneamente una sua lettura.
— Ah! questo libro — ripigliò la giovane — è un libro anche per voi che siete poeta. —
E glielo porse aprendolo appunto alla pagina, su cui teneva il dito.
Ugo lesse: