UN SIGNORE POSSIBILE.

UN SIGNORE POSSIBILE.

Nel paese di *** venne a morire, non ha guari, un possidente ricchissimo, il quale agli ozî beati dell'opulenza prepose l'attività della vita campestre e, facendosi ammaestratore ed amico de' suoi coloni, seppe volgere le dovizie al più nobile degli scopi, a quello cioè di migliorare le condizioni materiali e morali de' propri simili. Erede d'un pingue censo, egli stimò acconcio di porre sua stanza in mezzo alle terre che gli appartenevano, e quantunque le fossero in sito molto remoto, nè vi si vedesse nemmen da lunge il fumo della capitale, credette però che l'animo e l'ingegno per esercitarsi pienamente abbiano d'uopo soprattutto d'operosità e che per coloro, i quali sanno riempiere la stoffa del tempo, il silenzio d'una villa non valga meno del trambusto d'una città. Era nobile dipetite noblesse, come direbbero i Francesi, perchè suo padre, di famiglia gentilizia, aveva osato insudiciare il blasone sposando un'onesta borghese: contuttociò era così invalso l'uso presso i suoi aderenti e presso gli estrani di chiamarlo il conte Alberto, chenoi nel farne la biografia lo nomineremo così, sebbene egli non celasse punto la sua origine mezzo popolana.

Fu certo un dì memorando per gli abitanti di *** quello, in cui il giovane signore prese possesso delle sue terre. I servi gallonati, accorsi in frotta a rendergli omaggio, videro un uomo sul primo fiore degli anni, di modi schietti, di vestire semplice, al quale parea pesassero quelle dimostrazioni d'ossequio, e premesse invece assaissimo d'investigare le condizioni della tenuta, lo stato e l'educazione dei villici. Ahimè! le vecchie livree use alla famigliare insolenza d'un patrizio mezzo rimbambito che non solea dimorar nella villa se non due mesi di autunno, nè d'altro occupavasi che dei cavalli e dei cani, mostravano gradire assai poco le sottili ricerche del nuovo padrone e quel suo fare amichevole sì, ma pur decoroso e tanto diverso dai modi del conte defunto. V'è alcuni signori che trattano il popolo con quel tuono carezzevole, con cui si trattano i cagnolini, salvo sempre a pigliarli a calci quando se ne presenti il destro, ed è pur doloroso che siffatta costumanza incontri favore presso quelli che dovrebbero esserne offesi: tanto può la consuetudine dell'obbedienza e della servilità!

Lo stato della tenuta non porse invero argomento di consolazione al conte Alberto. Essa era divisa in molti affitti, ma a prezzo sì tenue che la rendita totale era minore assai di quello che avrebbe potuto e dovuto essere; e d'altro lato i fittaiuoli, avendo a pagare pochissimo, non si davano alcun pensiero d'introdurre miglioramenti di sorta nella cultura. L'ignoranzadelle cose agrarie era estrema: non s'era estirpato nemmeno uno degli errori, dei pregiudizî d'un tempo; aggiungasi a ciò la mancanza assoluta di capitali, il sistema degli affitti brevissimi, onde i coltivatori non si affezionavano al suolo, il difetto d'ingrassi, di strumenti rurali, di tutto. Ne' contadini miseria somma, superstizioni d'ogni maniera, indolenza confitta nell'ossa in guisa da doversi quasi adoperar la forza per mandarli al lavoro. Nessun istinto di previdenza, nessuno spirito di associazione, nulla, alla lettera.

Novanta su cento, a cui fosse caduta in sorte quella eredità, avrebbero lasciato le cose nellostatu quo, contentandosi di riscuotere le rendite sempre laute abbastanza da consentire una vita opulenta. Ma il conte Alberto era uomo di tempra diversa. Egli aveva radicato nell'animo due convinzioni, che hanno il merito d'esser giuste e la disgrazia d'essere impopolari: l'una che i ricchi non debbano starsi con le mani alla cintola; l'altra che da una fortuna, per quanto pingue ella sia, s'abbia a trarre il miglior frutto possibile e che il beneficio vero e durevole recato alla società non venga già dallo sperpero, ma bensì dall'acconcio uso delle proprie ricchezze. Invero non era impresa da pigliarsi a gabbo quella di trovare il bandolo d'una sì scarmigliata matassa. Il sistema degli affitti può parere ed essere il migliore, come quello che crea in seno alle vaste proprietà signorili un'industria decorosa ed indipendente, e spinge gli animi all'emulazione e all'attività. Ma quando lo spirito d'iniziativa sia morto del tutto, quando i fittaiuoli non abbiano nè danaro nè cognizioni, ci par necessario, a rimetter le cose sullabuona via che un padrone di volontà risoluta e d'ingegno illuminato prenda egli stesso ad amministrare le cose sue, e con l'autorità di chi va dritto e sicuro allo scopo, introduca le riforme opportune e susciti le potenze latenti del suolo e l'energia sopita degli uomini. E appunto a quest'ardua intrapresa s'accinse il nostro protagonista.

V'è nei favori della rinomanza una solenne ingiustizia che non potrà torsi giammai, perch'ella deriva dalla natura stessa delle cose. La fama non guarda alle difficoltà superate, ma agli effetti ottenuti. Uno scaltro diplomatico, che nato nelle corti s'esercitò di buon'ora alla flessibilità delle schiene e agli artifizî della parola, corrà senza dubbio quei lauri, a cui sospirerebbe invano un onesto cittadino sorto fra mille difficoltà a qualche fortuna coi sudori della fronte e le forze del fecondo intelletto. È il lamento di Figaro che querelavasi d'aver dovuto, per vivere, spiegare più ingegno di quanto n'era occorso per governare la Spagna due secoli; è il lamento di tutti coloro che, partendo dai gradini più bassi della scala, si vedono precessi da quelli che pigliarono le mosse dai gradini più alti. Ma l'uomo altero d'un nobile orgoglio, l'uomo sicuro della propria coscienza dice: —Non importa.— La gloria non dev'essere lo scopo dell'esistenza, ma sì fare il bene senza desiderio di guiderdone, senza timore di avversità.

Noi non affermeremo che il giovane signore siasi tenuto precisamente questo discorso, il quale potrebbe parere un po' troppo solenne per la occasione; ma gli è certo ch'egli mettevasi, senza speranza di celebrità, ad un'opera molto più complicata di tante altre che fruttano plausi ed allori.

Non gli fu difficile sciogliere verso un tenue compenso gli affitti tuttora in corso, e aumentando i salari de' contadini rialzarne lo spirito abbattuto e accenderli di nuova lena. Ma nel mentre questo primo rimescolarsi destava la curiosità del paese e ognuno pronosticava a suo talento sul nuovo venuto, alcuni atti del conte Alberto suscitarono un clamore siffatto che ogni uomo meno intrepido se ne sarebbe impaurito. Prima di tutto, conscio che l'abbondanza del capitale è condizionesine qua nond'una buona cultura, e che perciò conviene proporzionare la vastità delle terre al danaro, di cui si può disporre, egli vendette un buon terzo della sua tenuta, nè gli oracoli del villaggio sapevano capirne il perchè. Come, apponevasi, egli vuol restarsi fra noi, vuol fare l'agricoltore e comincia collo spacciare i suoi fondi? Che logica è questa? Poi commise l'eresia di non permettere che, secondo il vecchio costume, alcuni animali malati si recassero alla porta della chiesa per ottenervi miracolosamente la guarigione: oltraggio manifesto alla libertà di coscienza. Infine osò abolir le livree e ristringere grandemente il numero dei corsieri di lusso, mutandone una diecina con umili cavalli da lavoro. Il profeta Geremia non si dolse con più patetiche note sulla caduta Sionne di quello che si rammaricasse il sacrestano del villaggiosullo spento decoro della tenuta di ***. Le generazioni si erano succedute nell'antica possessione; ma nessuno aveva osato alienare una parte dell'avito retaggio, nessuno per gretta spilorceria aveva spogliato i servi de' loro abiti a galloni, nessuno aveva venduto i cavalli ed i cocchi.

Sparpagliate per le circostanti colline erano altre cinque o sei ville. Appartenevano tutte a famiglie nobili, gonfie dei loro titoli e dei pregiudizî di casta, le quali, vivente il conte Bernardo predecessore d'Alberto, convenivano nel castello qualche sera d'autunno a giocarvi iltre setteo a discutere gravemente sul loro albero genealogico. La dubbia nobiltà del padrone odierno, le audaci dottrine ch'ei non peritavasi di sfoggiare, non consentivano certo a quegli aristocratici puro sangue di varcarne le soglie. Uno soltanto, un vecchio marchese, vi venne spinto dalla curiosità e fu accollo con gentilezza veramente squisita; ma nell'uscire, accompagnato da uno degli antichi domestici che più non aveva l'abito turchino coi bottoni d'oro, non potè astenersi dal susurrare: — Dov'è il decoro, dov'è la dignità, quando i servi si lasciano andar vestiti come tutti gli altri? — Ma! — sospirò il servo quasi commiserandosi; chè pur troppo gli uomini s'attaccano alla livrea. — E il padrone è molto spilorcio? — proseguì inanimito il marchese. — Eh! lo dicono, — rispose l'altro; — ma a me in coscienza non pare; pel salario, pel vivere si sta meglio di prima. — Diavolo! — soggiunse il marchese stupito, e uscì borbottando.

L'arciprete del luogo era nato per non aver alcunaopinione. Originario di quei dintorni e assunto da quindici anni alla suprema dignità ecclesiastica del paese, egli era giunto alla cinquantina non occupandosi d'altro che delle funzioni obbligatorie della chiesa, e dell'allevamento d'una schiera numerosissima di polli, i quali erravano in piena libertà pel verziere e lungo il vestibolo della casa parrocchiale, senza però che il loro aspetto innocente potesse temperare la dura condanna a cui erano sortiti. Aveva poco amore alle prediche e, ci dispiace dirlo, poca eloquenza, nè sappiamo quanta efficacia avessero i suoi sermoni sui devoti abitanti di ***. All'arrivo del conte Alberto nella villa, egli si recò a fargli omaggio, e sentendo che il nuovo signore proponevasi di soggiornare stabilmente colà, gli arrise la speranza di qualche lauto banchetto, a cui verrebbe senza dubbio invitato. I primi provvedimenti del conte che parvero sovversivi agli altri, a lui non fecero nè caldo nè freddo, e con la massima maraviglia udì affermarsi da uno dei signorotti più autorevoli del paese che il conte era un eresiarca, un emissario di Satana, e che bisognava osteggiarlo in tutte le guise. — E ciò tocca soprattutto a lei, — soggiunse il furibondo interlocutore: — a lei che non deve lasciar che le male piante prendan radice, a lei ch'è preposto alla cura dell'anime.... — Ma veramente Vossignoria forse esagera.... — Come, vuol insegnare a me, vuol dirmi ch'io non conosco gli uomini? Glielo ripeto.... un Arnaldo da Brescia, un Lutero.... — Ah! in questo caso poi, — disse Don Gaudenzio con un certo piglio che voleva essere risoluto; — in questo caso poi.... — Guerra l'ha da essere. — Ma senza dubbio, — rispose languidamenteil prete, disegnando con la punta dell'ombrello un circolo sulla sabbia.... — E intanto ella non deve andare più in quella casa.... — Ma, capisce,... le convenienze.... — La non ci deve andare, ce ne va del decoro.... — Sì, sì, ha ragione.... intendo, — e il nuovo Don Abbondio si sbarazzò più che in fretta del fanatico personaggio tentennando il capo dolorosamente.

Le altrenotabilitàdel villaggio erano il farmacista, fine diplomatico; il maestro di scuola, individuo a cui la fame aveva tolto quasi il senso comune; il medico, uomo illuminato e in ottime relazioni col conte Alberto; il sacrestano, pieno d'idee retrive e di virulenza da energumeno; un certo signor Placido, organista di merito, ma paurosissimo; un cotale Melchiorre, larva di deputato comunale. Come si vede da questa rassegna, le massime liberali del conte potevano trovare ben pochi fautori.

Se fossimo agronomi, potremmo empire molte pagine a descrivere gl'infiniti miglioramenti introdotti dal conte Alberto nella tenuta. Ci basti dire che a poco a poco tutto il vecchio sistema di cultura venne invertito. Non piccola parte dei campi fu ridotta a pascolo, temperando con acconci lavori d'irrigazione i difetti naturali del suolo; e ne avvenne che per la scarsezza di praterie in que' dintorni parecchi possidenti si adattarono a pagare un compenso per far pascolare colà il loro bestiame, dimodochè, oltre alla rendita, le terrese ne avvantaggiavano per l'abbondanza degl'ingrassi. Si accrebbe la piantagione dei gelsi, s'iniziò la coltivazione del lino e della canape. Essendosi di gran lunga aumentata la quantità degli animali, la cascina prese un insolito incremento, e le donne sottratte al faticoso lavoro dei campi trovavano in quelle nuove occupazioni una fonte d'attività e di guadagno. E molte altre idee balenavano spesso alla mente del conte, ma se gli chiedevano quando volesse effettuarle, egli rispondeva: — Una cosa per volta. — Quantunque avesse un fattore ed abile e fidato assai, pure egli vigilava su tutto, provvedeva a tutto. Soleva alzarsi per tempissimo, e a cavallo o talora anche a piedi recavasi ne' punti principali della tenuta ad esaminarvi i lavori fatti il dì prima, o ad impartirvi gli ordini per la giornata. E durante quelle sue gite soffermavasi nelle abitazioni de' contadini, e attendeva pazientemente ai discorsi della villana che filava sulla soglia del casolare, e alla spensierata allegria dei bambini dispersi nell'orto, e ne faceva argomento di considerazioni e di studio. — Quanta serenità d'animo in quelle povere genti, ma pur anche quanta imprevidenza e che larga dose di pregiudizî! A chi spetta l'incarico d'illuminarle? Allo Stato, dicono molti. Ma lo Stato è poi sempre illuminato abbastanza da poterglisi conferire l'ufficio che illumini gli altri? E se pur è, ha egli tutti i mezzi per compiere efficacemente un'opera di tanto peso? Che potrà far lo Stato? Aprir delle scuole o per dir meglio perfezionare quelle che ci sono, esiger tutt'al più che i contadini vi mandino i loro figliuoli, ma poi? Poi basta. Lo Stato ha troppe faccende pel capo, e non può aver tutte quellesollecitudini, tutte quelle accortezze, tutta quell'annegazione necessaria a chi voglia innalzare un edifizio su basi sicure. Quest'ufficio non potrà adempiersi in ogni sua parte che da chi, oltre ad intenderne l'utilità, vi abbia un interesse diretto: senza il pungolo dell'interesse vi saranno tentativi parziali, non s'inizierà mai un'opera di generale efficacia. Ora la educazione de' contadini a chi gioverebbe meglio che ai possidenti? Sono essi quindi che dovrebbero mettersi a capo d'un'impresa sì generosa, essi che guardando più in là del domani dovrebbero comprendere che intima attenenza vi sia tra la condizione dei coloni e il progresso dell'agricoltura. — Siffatte considerazioni raffermavano sempre più il conte Alberto ne' suoi nobili proponimenti: non lo arrestava la tema di essere frainteso, non la certezza dei molti ostacoli onde gli si sarebbe intralciato il cammino, non quella peritanza ch'è propria degli spiriti poco ambiziosi e gl'impaurisce coll'idea degli errori che potranno commettere. Certo tutto quello che farò, egli diceva in cuor suo, non sarà ottimamente fatto; ma che il bene abbia a superare il male, oh! di questo me ne assicura la mia fede nelle nuove idee, nella verità, nel progresso.

La scuola del villaggio era posta in mezzo ai campi fuori assolutamente dell'abitato, e per giungervi c'era da fiaccarsi il collo tre o quattro volte lungo i sentieri sassosi, o su ponticelli formati d'untronco d'albero spartito in due che traversavano i ruscelli ed i fossi. Un casolare tenuto in piedi come Dio vuole, costituiva ad un tempo l'edifizio destinato all'istruzione pubblicae la dimora del maestro e della sua numerosa famiglia. La stanza ove si raccoglievano i bimbi era a pian terreno, e qualche maiale osava talvolta aprire col muso la porta forse per approfittare della lezione. Ma i fanciulli non la intendevano così, e traevano partito dal comparire della sconcia bestia per alzare il vessillo della rivolta: chi si fingeva atterrito, chi montava sulla panca come se arringasse le moltitudini, chi raggomitolandosi nel miglior modo possibile spingeva l'audacia fino a gettar qualche nocciolo di pesca sulla cattedra delprofessore. Era come un guanto di sfida che il maestro raccoglieva coraggiosamente. Egli ponevasi in tasca con aria di mistero quello strumento d'infamia e brandendo uno scudiscio, che solea tenersi vicino, scendeva dal suo posto a passo di carica e menava colpi a dritto e a rovescio. Un osservatore giudizioso, vedendo quello spettacolo, si sarebbe convinto sempre più della superiorità degli eserciti disciplinati sulle moltitudini, abbenchè numerose ed ardite. Il maestro di scuola, solo contro una cinquantina di ragazzi, sapeva ottener la vittoria per la celerità dei movimenti, per la sicurezza degli scopi, per l'unità del comando. I fanciulli debellati uscivano precipitosi della stanza traendo urla da ossessi, il porco manifestava la sua disapprovazione con ispaventevoli grugniti, e il vincitore non riposava sugli allori, finchè non gli fosse svelato il furfante che osava lanciare un nocciolo di pesca sulla sua cattedra. La sconfitta mette a galla ivizî degli uomini e i delatori non mancavano mai. Severe punizioni erano inflitte al colpevole, che per ultimo doveva chieder perdono a mani giunte e protestare in nome di tutti i santi chenon l'avrebbe fatto più. Nondimeno simili scene ripetevansi quasi ogni giorno e sottraevano allostudiodue lunghe ore. Molte famiglie ne pigliavano pretesto per non mandare i loro bimbi alla scuola: poi c'erano i freddi dell'inverno, poi gli ardenti calori della state, e così di seguito. Insomma, nel paese il saper leggere era poco men che un miracolo; s'immagini quindi lo scrivere. I numeri si conoscevano fino al 90 per merito del lotto, giuoco grandemente morale ed educativo. Non che siffatta benedizione vi fosse precisamente nel villaggio, ma i gonzi incaricavano il portalettere di giocare per loro conto nella città, e il libro dei sogni era gravemente discusso nella domenica e negli altri giorni festivi.

A malgrado d'una condizione di cose sì miserevole, quando il conte Alberto insistette presso alcuno degliottimatisulla necessità di qualche provvedimento, le sue proposte furono malissimo accolte. Si levò anzi un grido d'inquietudine, e per poco non si credette vederci l'intervento di Satana. Alberto non si smarrì dell'animo, e poichè il paese respingeva così sdegnosamente il suo consiglio, deliberò d'occuparsi soltanto de' suoi coloni. Era nel centro della tenuta una fattoria bella e spaziosa, ma costruita in guisa da riuscir piuttosto un edifizio di lusso che non un locale acconcio al suo ufficio. Il conte dispose due vaste sale all'uso di scuola, destinando l'una all'insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto, e serbando l'altraper qualche lezione da darsi agli adulti su cose elementari attinenti all'agricoltura. Per istruire i bimbi ottenne, non senza difficoltà, l'aiuto del suo fattore, al quale sapeva male di diventar maestro di scuola: il resto dell'insegnamento pesava per intero sulle sue spalle, e non era peso sì lieve; altro è sapere, altro spiegar popolarmente ciò che si sa. Nondimeno, triste e singolare a dirsi, la parte più ardua dell'impresa era quella di trovar discepoli. Nulla al mondo uguaglia l'albagia dell'ignoranza. La fondazione di questa scuola fu accolla assai freddamente, e qualcuno se ne dolse come d'una offesa recata al decoro dei contadini. — Questi signori, si mormorava, vogliono farci sentire a ogni momento la loro superiorità. Per che motivo il conte apre una scuola? Per dirci a un dipresso: queste cose che voi ignorate, io le so, io sono un brav'uomo e voi siete somari. Io vi farò toccar con mano la vostra nullità al mio cospetto, e voi me ne ringrazierete per soprammercato.... — A malgrado di queste insinuazioni maligne, la costanza e l'energia del conte Alberto vinsero il punto. Tanto fece e disse per suscitar l'amor proprio de' suoi coloni; tanto si adoperò perfino presso le madri e i bimbi medesimi, che a lungo andare le lezioni sì nell'una come nell'altra scuola poterono rallegrarsi di un uditorio sufficientemente fiorito.

Un giorno che il concorso era più numeroso del solito, Alberto, radunati insieme gli adulti e preso un tuono confidenziale, tenne ad essi all'incirca questo discorso:

— Tra l'altre ragioni, per le quali io ho insistito che interveniate a questa scuola, ve n'è una chenon vi dissi finora e che pure, secondo il mio modo di vedere, non è la meno importante. Io desidero che noi altri ci comprendiamo a vicenda; siamo pur destinati a vivere insieme. Ora m'è noto che parecchî de' miei atti incontrarono presso di voi una severa censura. Io credo che abbiate torto, ma appunto perciò mi sta a cuore di dimostrarvelo. E a tale scopo mi sono proposto di pigliare una via lunga sì, ma infallibile, e invece di spiegarvi a dirittura il perchè di questo e di quello, determinai di cominciare coll'insegnarvi a leggere. La mia idea vi fa ridere? Eppure, vedete, la non è tanto strana come par sulle prime. Ve lo proverò con un esempio. Quando volete salire al secondo o al terzo piano d'una casa senza paura di rompervi il collo, che cosa fate? Spiccate forse un salto? No, davvero; vi contentate di salir la scala. Ebbene; anche nell'istruzione bisogna andar su scalino per scalino, e tante cose non si capiscono o almeno non si ritengono se non si hanno certe cognizioni elementari. Partendo dal basso faremo meno strada, lo ammetto, ma avremo anche meno paura di sdrucciolar per indietro. E di mano in mano che ascenderemo, vi darò ragione dei fatti miei, e credo che in fin dei conti vi persuaderete che il nuovo padrone tanto flagellato non operava così fuor di proposito, come vi si vorrebbe far credere. Per me vi assicuro che il giorno in cui ne sarete convinti, sarà uno dei più belli della mia vita. —

Cadeva un giorno d'estate quando il signor Placido, l'organista del villaggio, tenendo in una mano un popone involto in un fazzoletto turchino e nell'altra un rotolo di carte di musica, si avviava a casa con passo affrettato. Giunto dinanzi al cancello della villa del conte, egli, obbedendo all'indole rispettosa sortita da madre natura, si toccò il berretto col dito; cerimonia che egli faceva costantemente senza guardare nemmeno se alcuno potesse scorgerlo, giacchè, diceva egli, a fare un atto di ossequio non ci si perde nulla. Quale fu il suo stupore quando intese chiamarsi ripetutamente a nome, e alzando gli occhi tutto scompigliato si trovò al cospetto del conte Alberto in persona, che gli si rivolse con piglio cortese:

— Aspettava proprio lei, e s'ella mi favorisce, avrò a dirle una parola. —

Il signor Placido era combattuto fra la riverenza e lo sbigottimento. Da un lato il sentirsi parlare in tuono tanto benevolo da un personaggio di sì alto affare solleticava l'amor proprio dell'organista; ma dall'altro che si direbbe delle sue relazioni con un uomo d'idee bislacche, sovversive, rivoluzionarie? Il signor Placido, ci è d'uopo riconoscerlo, era grande partigiano dell'ordine; però la riverenza prevalse. Ma il povero diavolo con le mani impacciate tra il popone e la musica ebbe a durar molta fatica a levarsi il berrettodi capo e a prendere quell'atteggiamento rispettoso che si addicesse all'occasione.

— Eccellenza, — ei borbottò alfine, alternando le parole e gl'inchini, — io non era avvisato; ella vede in quale stato io mi trovi....

— Bando ai complimenti, signor Placido; io non son uomo che badi al vestito. Entri, entri, chè già ci spicciamo presto. — E fattogli amichevole violenza, lo costrinse ad entrar nel giardino e a sederglisi accanto sopra una panchina di marmo posta al limitare del viale. Il signor Placido cercò di farsi un po' disinvolto, depose a' suoi piedi il popone e la musica, ma il cuore gli batteva per lo meno cento battute al secondo.

— Ho un'idea che mi preme comunicarle, — riprese Alberto, — e conto sul suo appoggio....

— Lei mi canzona, Eccellenza.... Come mai?...

— Oh! è cosa semplicissima.... Prima d'essere organista, ella, signor Placido, non era forse istruttore d'una banda militare?

— Sì, Eccellenza, tal fui, ma sono passati tanti anni....

— Non importa, la non vorrà dirmi che la si è scordata la musica. Alle corte, la mia idea è questa. Vorrei fondare una banda nella villa e affidarne a lei l'istruzione. Acconsente? — Conforme al suo nome, il signor Placido non era l'uomo dalle rapide determinazioni. A malgrado di ott'anni vissuti nel servizio militare, un nonnulla bastava a fargli perder la bussola: immaginisi quindi s'egli poteva risponder così su due piedi alla proposizione di Alberto.

— Ma, Eccellenza, ecco.... direi.... l'idea è buona...anzi ottima.... nulla meglio della musica;... ma, vede.... sono occupatissimo.... sa... certi riguardi....

— Bene, signor Placido, le lascio tempo a pensarvi; è giusto ch'ella non voglia rispondermi così su due piedi.... ne riparleremo. Anzi la impegno a venir domani a far colazione da me.... Qui poi non ammetto obiezioni, la ci verrà senza dubbio.... Badi che se la mi manca, vo sulle furie.... Intanto scusi se l'ho disturbata....

— Oh.... come? anzi un onore.... — rispondeva l'organista tutto confuso e rosso come un gambero, e, riprendendo il suo popone e l'involto di musica, usciva dal cancello voltandosi ad ogni momento per fare un nuovo inchino.

— Che imbroglio!... che roba!... — andava borbottando fra sè e già stava per prendere una scorciatoia fra' campi che lo conducesse diritto a casa, quando per compiere i contrattempi della giornata il sacrestano che passava appunto di lì e l'aveva visto uscir dalla villa, si mise a gridare:

— Bravo, signor Placido, anche voi siete una bella banderuola! Che cosa ci siete andato a far dal conte? —

L'organista covava da lungo tempo, non sappiam per quali cagioni, una profonda stizza contro il sacrestano. Onde, a malgrado della sua naturale timidezza, la costui impertinenza gli fece montare il caldo alla testa, e rispose con piglio reciso e con volto arcigno:

— Non rendo conto a nessuno de' fatti miei, e meno a voi che agli altri. — E prima che l'offeso sirisentisse, egli studiando il passo s'era già messo innanzi pei campi.

La sera il signor Placido si recò difilato dal parroco per chiedergli consiglio. Ma questi se ne indispettì.

— O che bisogno c'era di venire a seccar me? Certo che se dovessi darvi un consiglio, vi direi di non accettare;... ma no, anzi, il conte potrebbe prendersela meco.... infin dei conti è meglio accettare. Se ci fossero qui il marchese Taddeo e la baronessa Marina, essi direbbero certamente di no... eh! senza dubbio, si lagneranno meco perchè non mi sono opposto, ma non so che dire.... essi si levano dagl'imbarazzi e stanno in città nove mesi dell'anno:costuiinvece, cioè il signor conte, sta qui e non posso disgustarmi seco, non posso. Insomma, — concluse irritandosi visibilmente contro il signor Placido, — non capisco per qual ragione siate venuto da me: che amore del prossimo, quando siam negl'impicci, di volerci cacciar dentro anche gli altri!

— Ma, Reverendo, io volevo anch'esser sicuro del mio posto d'organista.

— O chi volete che ci metta al vostro posto? la gatta?... —

La discussione iniziata con tanto buon successo a casa del parroco si continuò con maggiore vivacità in bottega del farmacista.

Il medico, già informato dei disegni del conte, gli appoggiò con molto calore e insistette presso il signor Placido affinchè accettasse l'incarico, dolendosi assai dei pregiudizi del paese che costringevano il giovanesignore a circoscrivere l'opera sua nella villa. Quanto al signor Melchiorre, deputato comunale, parevagli che si sarebbe dovuto ricorrere al suo consiglio, e che del resto siffatte cose non producessero altro frutto che quello di crescere i bisogni della gente e di aumentare quindi il numero degl'infelici. — Non negherò — egli concluse in tuono d'importanza — d'aver letto che in qualche villaggio d'Inghilterra esiste questa istituzione della banda; ma è un bene o un male? Ecco la questione.... — E ripeteva con palese compiacenza: — Ecco la questione.

— E qual è il vostro parere? — chiese il signor Placido al farmacista, che stava pesando un'oncia di cassia ad una contadina.

— Oh! caro mio, i farmacisti sono neutri. Quando tutto il giorno si devono preparare armi contro la morte, siam bene al disopra di queste bagattelle.... Credetemi pure, sono piccolezze.... l'essenziale è qui. — E proferendo queste parole guardava con nobile orgoglio alle scansìe del suo negozio, tutte piene di vasi di medicinali schierati in ordine di battaglia.

Stanco delle inutili ciarle, il signor Placido tornò a casa a consultarsi seriamente con la moglie. Dopo un gran discorrere, dopo aver pesato da una parte i rischi e dall'altra il guadagno: — Accetta, — gli disse la fortissima, ma non formosissima donna. E il signor Placido accettò. Da quel giorno il partito conservatore lo riguardò come un apostata.

Trombe, tromboni, flauti, clarini, fagotti e tamburi giunsero in bel numero nella villa con singolare commozione di tutto il paese, il quale salutò i nuovi arrivati con molto schiamazzo.

Sul principio erano stuonature orribili, e noi non pretendiamo che chi passava per la possessione avesse ad andare in visibilio sentendo i mirabili accordi che uscivano dalle varie casupole de' contadini. Ma i progressi vennero col tempo, e non andarono molti mesi che si riuscì a provare qualche suonata intera.

Alberto diceva, e noi gli diamo piena ragione, che ogni modo onesto di associare gli uomini è un modo di farli progredire; che la musica gli associa e ingentilisce; che quelle nature rozze, alle quali non si poteva pretendere di far gustare e la poesia e la pittura, erano in grado di sentire la musica e di sollevarsi per essa a quel mondo ideale, ch'è forse la vera patria dell'anima. Nè il conte volle lasciar senza risposta le obiezioni che gli si facevano, e un giorno alla scuola parlò a un dipresso così: — Mi si accusa di rendervi più infelici suscitandovi nuove idee, ma io voglio farvi un'interrogazione. Se voi, a cui natura diede il sacro lume degli occhi, foste stati allevati in una stanza chiusa a ogni raggio di sole, è certo che non avreste concetto della luce nè dolore d'esserne privi, come pure è certo che vistala una volta non potreste farne a meno senza grave danno; orbene, chi di voi rinunzierebbe allospettacolo sublime dei campi e del cielo, pur di non farsi un bisogno, al quale convien dare perenne alimento? Così è delle facoltà dell'intelligenza. Dio le ha poste in voi, Dio vi ha dotati della potenza d'intendere mille nobilissime cose; ma senza l'educazione queste virtù giacevano inerti: o vi par egli una sventura l'averle messe in movimento? Sicuro; vi siete fatti nuovi bisogni, ma non vi sembra nello stesso tempo di aver nuove forze? Non vi sentite più gagliardi di prima? Ma, Dio buono! non v'è nulla al mondo che non tenda a compiersi: la rosa apre ad uno ad uno tutti i suoi petali, l'albero mette tutte le fronde: che più? il germe nascosto sotto la terra ha orrore delle tenebre, e si trasforma, ed esce anelante agli aperti sereni; e l'uomo soltanto dovrebbe ribellarsi a questa legge universale, egli solo dovrebbe dire: — Signore, tenetevi tutti i vostri doni; so che avete riposto dei tesori nell'anima mia, ma io non voglio affaticarmi a cercarli, voglio morire zotico ed ignorante come son nato? — Però badate bene: oltre ad essere una protesta sciocca ed irriverente, sarebbe anche una pessima speculazione. Se voi poltriste nel sonno quando il sole è levato, altri verrebbero sui vostri campi e mieterebbero le vostre spighe. Il progresso è come il sole. Egli sorge e s'avanza senz'abbadare ai dormienti, e chi non si scuote a' suoi raggi, tanto peggio per lui; egli sarà calpestato da quelli che si muovono e si sveglierà troppo tardi. Ma vi son molti che, anche ammettendo l'utilità della lettura, mormorano contro la musica e soggiungono che l'è una cosa di lusso, una raffinatezza da gran signori, e che i campinon si coltivano a suon di chitarra. Questo lo sapevo benissimo, eppure credetemi che non v'è alcuno esercizio più della musica accessibile a tutti. E vi par poco d'esservi assicurati una ricreazione per l'ore d'ozio? Il tempo bisogna occuparlo, e il difficile sta nell'occuparlo bene. Ora, se invece di passare il dopo pranzo alla bettola vi radunerete a studiare insieme un pezzo di musica, non ci avrete forse guadagnato qualcosa? Ma, continuano i nostri dottori, che roba è quellachimica agraria, quellaeconomiache si pretende insegnare? Amici miei, non facciamoci mai paura dei nomi.Chimica, economia, possono parere, a prima vista, parolone che non fanno per voi altri; ma ormai che sapete di che si tratti, vi sembra che sia fuor di proposito l'averne qualche nozione? È un levarvi dalla vostra sfera il dirvi di che parti si componga il suolo che coltivate, e quali sostanze valgano a renderlo più produttivo, e come l'aria e l'acqua e la luce influiscano sulla fioritura delle mèssi? O se non le sapete voi queste cose, chi deve saperle? È un levarvi dalla vostra sfera l'insegnarvi la virtù che c'è nel risparmio e il vantaggio che ne deriva a tutti voi, se nessuno v'impedisce di comperare le merci ove costano meno, senza badare se siano del paese o non siano? Son pure atti della vostra vita d'ogni giorno questi che la scienza prende a disamina, e non vi dorrà d'andarvene col lume della ragione ove andavate finora a casaccio. Insomma, amici miei, lasciamo che i maligni gracchino a loro posta, e tiriamo innanzi. Sin che non ci faranno altre accuse che questo, non c'è invero argomento da mortificarsene. —

Non andò molto che un grande avvenimento mise in subbuglio la villa. Dopo qualche mese d'assenza il conte Alberto annunziò il suo ritorno, avvisando però ch'ei non sarebbe solo, ma conun'altra. Il conte s'era ammogliato, e si può immaginar quanti commenti si facessero di questo suo matrimonio, e quante congetture per l'avvenire. Chi diceva che una giovane, avvezza alla vita romorosa della capitale e alle conversazioni ed ai teatri, non potrebbe trovarsi a suo agio in un paesuccio così povero d'ogni consorzio, e turberebbe la pace del marito co' suoi capricci; chi invece ne traeva lietissimo augurio, e sperava che la presenza d'una gentile signora infonderebbe nuovo brio nella villa. Il partito codino cercava, dal canto suo, di gettare il discredito sulla futura contessa, e non v'è malanno che non le cacciassero addosso. Nei villaggi la malignità abbonda e poco si bada alla qualità dell'armi brandite, pur di ferire.

La giovane sposa, descritta in mille guise diverse secondo il ghiribizzo di chi non l'aveva mai vista, comparve alfine a portare la discussione sulterreno dei fatti. Non beltà sfolgorante, ma leggiadria di volto e di forme; era tutta grazia nelle movenze, tutta dolcezza nello sguardo e nei modi. Vi sono creature privilegiate, alle quali natura diede di poter fare ogni cosa con garbo, e di mostrare negli atti della vita più semplici l'eletto animo e l'armonia delle facoltà. La Matilde, che così avea nome, era tra queste. Non umiliavai suoi dipendenti nè con riserbo sdegnoso, nè con dimestichezza affettata: chi crede tutti gli uomini uguali, può talvolta parer meno affabile di chi, sentendo altamente del censo e del nome, cerca pure di appianare le differenze con la famigliarità delle forme; ma per gli spiriti ben fatti la fratellanza vale ancor meglio della pietà.

Quantunque nata e cresciuta in una capitale, Matilde amava la vita campestre. E il conte Alberto comprese ottimamente che per non fargliela venire a noia bisognava ch'ella non ne fosse semplice spettatrice, ma si addimesticasse con quelle abitudini e con quegli interessi. Le donne ricche, a' nostri tempi soprattutto in cui, la Dio mercè, l'esigenze della vanità si son fatte men formidabili, nè ilcavalier serventee lo specchio si dividono con tirannica monotonia il pensiero femminile, son minacciate da due grandi malanni, l'ozio e la noia. Le costumanze sociali hanno precluso alla nostra compagna tante sorgenti d'attività, l'educazione ch'ella riceve suol esser sì frivola, che quando non la soverchino le cure di numerosa famiglia, il suo tempo è piuttosto consumato che adoperato. La è cosa doppiamente funesta, e perchè mille germi fecondi inaridiscono nella donna senza metter fiore, e perchè l'uomo viene a perdere un'alleata operosa, la quale ha gl'istinti del bello e del vero, e se difetta della pertinacia necessaria a condurre a termine le grandi imprese, abbonda dell'entusiasmo necessario ad iniziarle. Abbandonata a pernicioso influenze, per la mobilità della sua tempra inchinevole alla superstizione ed al misticismo, ella riesce sovente un ostacolo, mentre dovrebbe riuscireun aiuto, e quante volte alle dolcezze ineffabili della carezza materna, alla soavità dei consigli d'amore si mescono ammaestramenti, contro i quali protesterà più tardi l'animo nostro. Ma la colpa è di chi sdegna seminare in quel suolo ferace, e per tema di perdere uno scettro illusorio, non aiuta la debole creatura ad uscir di pupillo.

Fortunatamente la vita campestre offre alla donna più modi assai del vivere cittadino per adoprare utilmente le proprie forze. Nè Alberto poteva consentire che sua moglie fosse una signora feudale alla foggia antica, una di quelle dame che col falcone sull'omero si recavano alle splendide caccie, beatificando di languidi sguardi i paggi svenevoli: non in quell'atmosfera cortigianesca lo spirito si ritempra alle forti virtù, non tra quelle molli consuetudini può esercitarsi l'ufficio vero della donna.

La contessa Matilde aveva due campi d'attività innanzi a sè. Da un lato ella poteva attendere alle bisogne della villa, e vigilare quella parte di lavori campestri più particolarmente affidati alle donne, quali sarebbero la coltivazione dei bachi, la filanda, la cascina, ec.; dall'altro sarebbe stato ufficio non meno utile, non meno lusinghiero pel suo amor proprio, il prendersi cura di quelle povere contadine, e dirozzare alcun poco quelle bimbe lasciate crescere come le male erbe. La giovane signora non esitò un istante ad assumersi ambedue quest'incarichi: come padrona della tenuta, ella diceva suo dovere di promuoverne gl'interessi; come donna, come patrocinatrice delle sue dipendenti, pareale altrettanto necessario di accingersicoraggiosamente a quell'ufficio educativo, checchè potessero dirne e pensarne i fannulloni e i malevoli. Nè le chiacchiere mancarono. Una brutta e scipita vecchia, che aveva fino allora congiunto i due ufficî di levatrice e di maestra, venne a querelarsi personalmente con la contessa, assicurandola di aver sempre tenute le bambine legate alla sedia nel massimo ordine e meravigliandosi altamente che si potesse fare qualche cosa di più. Il maestro di scuola che pel numero scemato degli alunni soleva occuparsi con maggior sollecitudine dell'agricoltura, stanco di quella parte da Cincinnato tornò a rimescolarsi pe' suoi lesi diritti, e i due rappresentanti dell'istruzione pubblicastrinsero alleanza offensiva e difensiva per abbattere gl'inaspettati rivali. Che se l'opera loro riuscì inutile, non tacque però la maldicenza paesana e nessuno poteva capacitarsi che la villa dei conti *** fosse ridotta una scuola. Ma se ne capacitavano a poco a poco i coloni, e quell'istruzione data alla buona, e più in guisa di consiglio fraterno che d'insegnamento burbanzoso, sortiva già ottimo effetto.

Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando, coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini le sue ricchezze, e le spighe inchinandosiverso terra pel soverchio del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino. Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta. Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli, immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e ladahlianascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso verso le fattorie. —Harvest home, cioè la raccolta a casa, — gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; —harvest home, — e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però, chesiamo gentechique, guardiamo con un sorriso di compassione que' convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri sullagentucciav'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore. Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh! senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.

Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo lorobaracchenella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano per lo più in balocchi, in spilli, inombrelloni rossi di lana e in ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito, con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza, e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere lassù. Questa gara dellacuccagna, i suoni, il banchetto, le danze che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola, ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini, donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai, nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo unfisciù; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia, assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del buontempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.

La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria. Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava unapolka, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: —Matilde.— Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti. In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine, chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza degli altri il buon esito della suonata.

Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza dell'ingegno e la bontàdel costume, e regalò ciascheduno d'un libretto della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernalifilò.[1]Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo. Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio le danze, alle quali assistettero molte fra lenotabilitàdel villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse aldessert: così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano, rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco diceva: — Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi pregio d'esser moderato. — E questa soddisfazione di sè ei la condiva abbondantemente colvino della cantina del conte. Quanto al vecchio marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli bisbigliò all'orecchio: — Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica liberamente. — Eh! credo. — Io una volta ho avuto nel mio palazzo i professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia. Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... — Eh! sicuramente.... — Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... — Ma, secondo.... si.... capisce.... — Come? — La causa di questa evoluzione era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto, don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: — Festa stupenda, impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. —

Les jours se suivent et ne se ressemblent pas, dice il proverbio francese, e chi avesse visitato la villa tre settimane dopo il dì della festa, l'avrebbe trovata poco men che in aperta rivolta. E tutto perchè? Per un trebbiatoio di frumento che il conte Alberto s'era fatto venire in quei giorni, e dal quale i coloni traevano i più cupi pronostici pel loro avvenire. Il fatto si è che i lavori accresciutisi, l'incremento notabile della cascina,le cure richieste dal nuovo prodotto della canape rendendo necessario un maggior numero di braccia, avevano arrecato un rincaro non lieve nella mano d'opera, che per buona parte doveva affidarsi a giornalieri. Ora la macchina, secondo il solito, adempiendo il suo ufficio con risparmio di tempo e di spesa, consentiva di sbarazzarsi de' lavoranti soprannumerarî e di ridurre le mercedi a più equa misura. Nelle sue lezioni il conte aveva discorso più d'una volta intorno alle macchine, ne aveva discorso con soda dottrina e con argomentazione calzante; ma quando ci sia l'interesse di mezzo, si trova sempre il modo di sottrarsi alle tirannie della logica rifuggendosi nel terreno neutro delle eccezioni. Chi di noi non ha sentito dirsi mille volte: — La cosa è giusta in teoria, ma in questo caso... poste certe condizioni particolari, ci vogliono speciali riguardi?... Non si possono nemmen dire arti vecchie; è un portato spontaneo della natura umana, la quale ben di rado è così austeramente giusta da ammetter di primo acchito quelle verità che sanno d'amaro. Immaginatevi poi in un paese gretto, ignorante, ove le piccole ire trovano buono ogni pretesto per farsi innanzi. — Ecco la conclusione delle belle riforme del nuovo signore, dicevano alcuni; ecco la filantropia di questi dottoroni, di questi filosofi.... sotto colore di progresso insidiano l'esistenza del contadino, come s'ella non fosse stentata abbastanza e penosa. Povera gente! Hanno sudato sangue, hanno incallito le mani, hanno abbronzito le fronti per farvi più pingui le mèssi, e un giorno, quando meno se lo aspettano, un congegno di ferro si pianta in mezzo aicampi rigogliosi, in mezzo alle verdi praterie, e dice a questa popolazione miseranda: — Va via: io mieto le spiche, io falcio l'erba più a buon mercato di te. Va via: rinuncia i tuoi salarî, lascia la casa dove sei nata, dove son morti i tuoi padri, va via; cercati un altro tetto, un altro padrone che ti scaccerà anch'egli, quando lui pure rischiari il lume della civiltà. — Son le solite querimonie che da anni ed anni tendono a rinfocolare le ire dei creduli volghi, a' quali il danno presente fa velo al giudizio e toglie ogni facoltà di riposato consiglio.

A queste arringhe dissennate aggiungasi la mal celata esultanza di quelli che godono sempre degl'imbarazzi altrui, gente che si raggranella in ogni ordine sociale, nella turba infinita degl'indolenti e degl'invidi. Pare a costoro di trovar una giustificazione della propria inerzia nei malanni che incolgono agli operosi, ed hanno eternamente sul labbro quella frase sapientissima —Lo avevamo predetto, — come se la fosse una divinazione sublime il predire che chi cammina potrà incespicare talvolta; mentre gl'immobili non incespicano, ma vanno in putrefazione e marciscono l'aria che li circonda.

Il sacrestano idrofobo, come sempre, voleva passare a vie di fatto e rimestando nella folla quasi quasi lasciava intravvedere la possibile alleanza delle sue campane, come se si trattasse d'un vespro. Gli spiriti del villaggio non eran però così bellicosi, e l'intemperanza stessa delle proposte chiudeva i germi d'una reazione. Quanto aimoderati, e' non poterono mettersi d'accordo in verun partito. Anzi il farmacista, sollecitato a direalmeno il suo parere, si contentò di rispondere con tuono severo: — Mi maraviglio. —

A ogni modo, Alberto continuava ad essere in un brutto impiccio. I contadini s'eran fatti disubbidienti, riottosi; i giornalieri licenziati protestavano di non volersene andare, e il paese dava segni assai chiari di plaudire alla loro insolenza. A malgrado dei beneficî del conte, la popolarità non eragli per anco assicurata: i pregiudizî hanno messo così salde radici nel cuore degli uomini, che chi li combatte non può non suscitarsi contro un vespaio.

Il giovane signore ebbe però il buon senso di capire che i belli ed eloquenti discorsi non giovano a nulla in tali casi; l'intelligenza che nei momenti placidi serve a comprenderli, ne' momenti procellosi serve a svisarli, le argomentazioni logiche s'interpetrano come sottigliezze d'animo chiuso a ogni senso gentile, le parole amorevoli si dicono artificî d'ipocriti. Soltanto innanzi alla tranquilla energia degli uomini sicuri di sè ogni resistenza si spunta. E il conte non si lasciò intimidire dallo schiamazzo de' malcontenti. Quanto ai contadini che abitavano nella tenuta, egli però non volle licenziarne nessuno, sebbene in sulle prime l'opera loro venisse ad essere diminuita d'assai: egli prevedeva che l'impulso dato alla produzione con la novità dei metodi agrarî avrebbe di certo ridomandato quelle braccia che ora giacevano inerti, nè il risparmio di poche mercedi poteva indurlo a metter sulla strada parecchie famiglie. E in questo generoso proposito lo raffermarono anche le sollecitazioni della sua sposa. Certo quel passaggio dalle vecchie abitudini ai nuovi sistemi più fecondi, più logici, non si compie senza lagrime,non deve farsi senza cautele, le quali vogliono forse esser maggiori nella campagna che nella città. Si tratta di popolazioni meno aperte alle idee del secolo, use a prendere speciale affetto alla terra che coltivano, alla capanna che abitano, e per le quali un mutamento di sito ha talvolta tutte le amarezze dell'esiglio. Si tratta di popolazioni che hanno chiuso il loro orizzonte nel villaggio natìo, che vissute fuori dei grandi centri sociali non acquistarono le svariate attitudini onde si adornano le popolazioni urbane, a malgrado della più minuta divisione del lavoro.

Avvenne col tempo ciò che suol sempre accadere in siffatti casi. Stimolato con più sapiente energia, il suolo rese di più: le derrate riuscirono di miglior qualità e trovavano prontissimo spaccio su tutti i mercati. Quindi si raddoppiò la lena, e allo sciopero del momento tenne dietro un'attività non interrotta. A poco a poco macchine e contadini finirono col mettersi d'accordo, quasi diremmo col prendere ad amarsi. È noto come nei paesi industriali gli artigiani nutrano una speciale affezione per le loro macchine: la celerità, la precisione, con cui que' complicati congegni accudiscono al loro ufficio, hanno qualche cosa che seduce ed affascina, e l'artigiano nell'accarezzare la manovella che gli sta dinanzi, tributa un omaggio indiretto alla potenza dello spirito umano. I rozzi coloni della villa, per quanto venissero sollecitati a respingere leinvenzioni del demonio, non poterono alla lunga sottrarsi ad un certo senso di riverenza, il quale, se non altro, valse a ridare la pace a quei luoghi, un di sì tranquilli e allora agitati da sì bollenti passioni.

E da questa pace il conte Alberto trasse animo a proseguire nel suo generoso apostolato.

Non ultima cagione della miseria dei contadini è il loro difetto di previdenza e la mala abitudine di prendere a fido le derrate necessarie al loro mantenimento. È una consuetudine doppiamente funesta: prima di tutto perchè espone que' poveri villici alle frodi de' trafficanti, i quali sanno risarcirsi ad usura del ritardo posto ai rimborsi; poi perchè quel comperare senza spendere seconda maggiormente gl'istinti dello scialacquo, e solletica in certo modo la vanità personale del contadino che ci mette amor proprio neltrovar credito. Non si può dir quante famiglie siansi ridotte all'estremo dell'indigenza mettendosi su questa via sdrucciolevole. Le polizze ingrossano, il merciaio ne esige il pagamento, e si rifiuta a fornire i suoi generi al debitore tapino; poi vengono gli atti, le oppignorazioni, ec., ec. Come nell'infanzia dei popoli, così nei primi rudimenti dell'educazione individuale convien far precedere l'idea e la pratica del risparmio a quella del credito; se no, fa d'uopo rassegnarsi alla giudiziosa interpretazione de' nostri villici, i quali sono singolarmente mortificati, quando non restino oppressi sotto il peso dei debiti. A sottrarre i suoi coloni alle conseguenze del funesto sistema, Alberto si fece iniziatore d'una di quelle istituzioni che in Inghilterra, in Francia, in Germania sorgono per impulso spontaneo del popolo, e fondò nella tenuta un depositodi derrate alimentari, che dovevano spacciarsi ai contadini della villa con un piccolo soprappiù di prezzo del costo. V'era però fissa la norma che non vi si farebbe mai credito.

Dopo ciò, nuovi cicalecci e nuovi clamori. Il nobilume, che vegetava tristamente nei dintorni sospirando invano il tempo che fu, levò un grido di scandalo allorchè vide scender sì basso un successore dei ***. — Oh nipoti degeneri! Quando mai un aristocratico puro sangue, un castellano dal blasone incontaminato avrebbe accudito all'umile ufficio di bottegaio? È questa la beneficenza spilorcia, subentrata alla larghezza di quelli che profondevano l'oro sul loro cammino? Un giorno i nobili, abbassando il guardo dai cocchi dorati, inebriavano le plebi con un benigno sorriso, e le plebi si stimavan felici per un solo accento ad esse rivolto. Ormai questi novatori hanno rotto la diga che li separava dal popolo; le acque del torrente si son rovesciate sui campi: quando sarà che si arrestino? — Così parlava, profetando sventure, il partitolegittimistadel luogo, il quale, visto la mollezza del parroco e dell'altre autorità paesane, raccoglievasi nei mesi d'autunno presso la baronessa Marina, ch'era la piùcodutafra lebestie ragionevolidel villaggio. Però niuno sapeva proporre un modo di mettere argine al male, per opporsi alla propagandadiabolicadel conte Alberto sarebbe stato mestieri di spender quattrini, e allorchè si toccava questa corda raffreddavasi d'assai lo zelo de' campioni dell'altare e del trono.

Imoderatiavevano anch'essi la loro paroletta di biasimo circa l'ultimo provvedimento del conte. — E'bisogna vivere e lasciar vivere, — dicevano alcuni; — che ragione c'era di levar gli avventori a' bottegai del villaggio, i quali son qui da tanto tempo e non hanno altra entrata che la loro industria? Perchè cacciarsi dappertutto? Sarà a fin di bene, lo vogliamo credere; ma in questo caso, per esempio, gli è certo che si fa del male a delle famiglie.... — Quanto a' due bottegai che avevano a subire la pericolosa concorrenza della nuova istituzione, essi stimarono di non poter prendere miglior partito che quello di domandare l'immediato rimborso de' loro crediti a quelli fra i villici che gli avevano privati della loro ricorrenza, minacciandoli di ogni sciagura ove non fossero pronti a pagare. E la minaccia avrebbe sortito il suo effetto, se Alberto, senza por tempo in mezzo, non avesse liquidato egli stesso le polizze de' suoi coloni, mandando a vuoto la tattica degli avversari e insieme placandone l'ire con l'insperato rimborso.

A fin d'anno il conte chiamò a sè i suoi contadini. — Miei cari, — egli disse, — quando io ho fondato quel magazzino di derrate alimentari, che diede tanto a discorrere, io non lo feci davvero per guadagnarci; mi premeva soltanto che trovaste da vivere più a buon mercato, e vi persuadeste con l'esperienza della virtù del risparmio. Se nello stesso tempo ho pagato i vostri debiti a' bottegai, di cui eravate avventori, lo feci perchè mi sembrava cosa dicevole e per gl'interessi altrui e per la reputazione vostra, non perchè intendessi farvi una carità; secondo me, la carità non deve farsi che quando non vi sia proprio altro modo di giovare al suo prossimo, e la mia era un'anticipazione, non unregalo. Voi cessavate di esser debitori degli altri divenendo debitori miei. Non ve ne sbigottite, ve ne scongiuro. In primo luogo io sono un creditore che aspetta; poi questo vostro debito è per alcuni annullato, per tutti diminuito. Ed ecco in qual modo. A malgrado de' prezzi mitissimi, a' quali si vendevano i generi nel mio magazzino, a malgrado delle mercedi che ho dovuto pagare, pure ne rimaneva un discreto utile, e questo utile veniva a voi, perchè, vi ripeto, io mi sono assunto l'ufficio di vostro mandatario e non più. Or bene, ripartendo il profitto in ragione delle somme spese da ciascuno di voi, ho posto le singole quote a fronte del vostro debito nel modo che vedrete dai conti che vi saranno consegnati or ora. Quelli tra voi che non avevano alcun debito da soddisfare, sono invece miei creditori e io pagherò loro l'importo ch'essi devono avere. Io spero che voi non sarete malcontenti della mia amministrazione, quantunque io la creda imperfetta da molti lati e soprattutto nel riparto degli utili. Vorrei che voi stessi poteste mettere insieme tanta moneta quanta bastasse a fare la speculazione da voi; allora in fin d'anno il profitto andrebbe diviso proporzionatamente alla somma da voi investita nell'operazione, e ciò sarebbe molto più giusto che non proporzionarla alla spesa. Ma chi principia convien si rassegni a far le cose a mezzo, e l'essenziale è per me di mettervi sulla buona strada.

— Ora concedetemi di ribatter le accuse che mi si fanno per essermi ingerito in siffatta bisogna. V'assicuro ch'io non ne sono pentito punto. Due o tre bottegai ne saranno stati danneggiati, lo ammetto; ma,d'altra parte, quante persone non n'ebber vantaggio? Gli è un conto semplice. Voi qui della villa siete, mettiamo, cinquanta famiglie. Ora se ogni famiglia ha potuto risparmiare 20 centesimi al giorno comperando gli alimenti più a buon mercato, ne viene che fra tutti ci avete guadagnato in 360 giorni 3,600 lire. È come se vi fossero state regalate, ma con la differenza massima che le vi vengono per diritto e non avete a ringraziarne nessuno. Però tiriamo innanzi. Queste 3,600 lire le avete forse nascoste sotterra? No: ve ne siete valsi per procurarvi qualche agiatezza di più, per provvedere a bisogni meno urgenti delle vostre famiglie; ma a tal uopo vi fu pur necessario di fare degli acquisti; onde vedete che se una o due botteghe ne hanno sofferto, ve ne sono invece che se ne avvantaggiarono, dimodochè pensando all'utile vostro non avete fatto il male altrui. Può darsi invero che alcuno di voi, anzichè spendere tutto il danaro risparmiato, lo abbia messo a frutto, ed io non potrei che approvare questo pensiero. Ma non crediate che una somma messa a frutto voglia dire una somma resa inoperosa: tutt'altro. Tanto le Casse di Risparmio quanto i privati che ricevono tali depositi, sanno trarne partito e farlo circolare con utilità generale. Inoltre non si dà un capitale in mano di terze persone se non per ritirarlo al momento opportuno, e comprendete quindi che verrà tempo in cui, adoperando il vostro danaro, alimenterete in proporzione delle vostre forze qualche industria, dando da guadagnare ad altri. In conclusione, statevi con animo riposato, e abbiate per fermo che quegli, il quale conmodi onesti attende a migliorare le sue condizioni, non nuoce, ma giova sempre alla società. —

Era cosa naturalissima che nel villaggio di *** non vi fossero libri. Il solo stampato reso di pubblica ragione era il giornale ufficiale di ***, il quale era letto da tre persone per tre differenti motivi. Il dottore lo scorreva per istare in giorno delle faccende politiche, il deputato comunale per iscarico di coscienza, e il farmacista, che aveva un figlio nella carriera de' pubblici impieghi, vi cercava la rubrica delle nomine.... Pur troppo il foglio ufficiale era molto scemo, e se i contadini non avessero avuto prospettiva di miglior lettura potevano far a meno di andare alla scuola. Questa condizione deplorabile suggerì al conte un pensiero arditissimo: quello cioè di fondare una biblioteca popolare ad uso de' suoi coloni. Si procurò a poco a poco alcune operette semplici ed istruttive, alcuni romanzi morali, e gli andava prestando a quelli tra i villici che ne mostrassero desiderio, offrendosi ad un tempo a spiegar loro quelle cose che non potessero intendere. Non fu opera d'un giorno il destar l'amore della lettura in quegli spiriti rozzi, usi a volgari sollazzi; ma chi propugna una causa buona non può fallire allo scopo quando abbia pazienza, giacchè il bene ha in sè una virtù indistruttibile che lo fa germogliare alla lunga ne' terreni più sterili e più disadatti. E la lettura d'un buon libro pone in movimento tante corde dell'anima,che chi ha cominciato a prendervi gusto non può vincere il fascino e smettere la contratta abitudine. Veder de' contadini con un libro in mano è cosa sì rara, ed era una novità di tal fatta nel paese di *** che se ne fecero mille commenti. — Guarda che dotti, — dicevano; — adesso sì che lavoreranno la terra per bene. — Ma che brava gente, — bisbigliava un altro; — prima maestri di musica, adesso dottori. L'è proprio la strada per diventar contadini di garbo! — Però a queste accuse rispondeva trionfalmente la florida condizione della tenuta, la quale e per la varietà delle culture e per la quantità dei prodotti era raddoppiata di pregio, dacchè il conte l'aveva avuta in retaggio. E quando fu annunciata un'esposizione agraria in una città non molto discosta dalla villa, il conte Alberto volle egli pure concorrervi, quantunque nel paese non vi fosse idea veruna di siffatte cose, e nessun altro prima di lui avesse mandato i suoi prodotti ad alcuna esposizione. Ed anche nella città di *** parve singolarissimo che venisse un espositore da ***, e più singolare ancora ch'egli fosse degno di premio: onde nel conferirgli la medaglia i giudici si rallegrarono vivamente col giovane signore per la coraggiosa iniziativa. Il conte nel parlarne a' suoi contadini: — È una lode, — disse, — che viene in gran parte a voi, mentre tutte le mie idee sarebbero morte infeconde se mi aveste negato l'opera vostra. E ormai ch'io spero avervi convinto delle necessità di dare un altro indirizzo all'agricoltura, della necessità di non respingere i nuovi trovati, è mio intendimento di lasciare in vostra mano gran parte di questa faticosa bisogna, e a quelli tra voi che vorranno tentare la provaio concederò in affitto parte delle mie terre. Vi sono dei paesi ove lo stato di fittaiuolo è oltre misura lieto e vi si ammassano fortune notevoli: ivi l'agricoltura è tenuta in onore, e le campagne non sono meno incivilite delle città, perchè si è compreso come la diffusione dei lumi giovi tanto ai superbi quanto agli umili, e come in ogni sfera socialesapere è potere. Io desidero che per merito vostro questa sentenza si avveri anche fra noi, e mi stimerò ricompensato a dovizia delle mie fatiche se, saliti a miglior fortuna, vorrete avermi ancora per consigliero ed amico. — La profferta del conte inanimò all'esperienza alcuni di quelli che avevano raggranellato qualche danaro, e conforto tutti nella speranza d'un migliore avvenire. Tanto più che Alberto, ben sapendo quanto bisogno di capitali abbia una florida agricoltura, offrì di anticipare egli medesimo, contro un tenue interesse, le somme necessarie, e appianò quindi il formidabile ostacolo che suole rendere inutili le assidue fatiche dei campagnuoli, la mancanza del credito. Nè a questo male grandissimo si ripara efficacemente cogli aristocratici istituti di credito fondiario: conviene scendere un gradino più basso, conviene oltre ai possidenti assistere i fittaiuoli. Se no, è un bel dire: o perchè non fate questo, o perchè non seguile l'esempio della Scozia, dell'Inghilterra? Nerbo di tutto è il capitale, e se gli agricoltori non han modo di procurarselo, bisogna turarsi la bocca e lasciar che le cose vadano di male in peggio.

I modi del conte Alberto; la saviezza de' suoi consigli, l'operosità intelligente con cui egli presiedeva alle più minute bisogne, la sua costanza nell'istruire il popolo e nel beneficarlo senza avvilirlo, non potevano a meno di guadagnargli alla lunga la stima e l'affetto de' suoi coloni, a malgrado dei pregiudizî ch'egli aveva feriti, a malgrado dell'ire ch'egli aveva attizzate nei retrivi e nei pigri, i quali non la perdonano mai a chi con l'attività e la pertinacia mette in maggior risalto la loro indole molle, la loro inerzia fastosa.

Ma pareva che il conte dovesse eternamente appagarsi del ristretto campo della sua tenuta, pareva che fra lui e il villaggio avesse a sorger perenne una insuperabil barriera, quando un avvenimento, di certo mollo doloroso, giunse a rompere il ghiaccio, a vincere tutte le prevenzioni che tenevano sospesi gli animi di que' rozzi contadini. Era un autunno squallido assai pegli ardori eccessivi del caduto agosto; l'aria era grave e pesante, la natura, ci si conceda la frase, pareva invecchiata innanzi tempo. E in mezzo a quella malinconia di suolo e di cielo cominciò a manifestarsi in *** un'epidemia, la quale, rincrudelita dal caro dei viveri, dal difetto dell'acqua, minacciava di mietere a larga mano le vittime. I vari signori delle vicinanze, quantunque ascritti a un'infinità di confraternite pie, non indugiarono un momento a darsela a gambe, ildeputato comunale morì, nè v'era alcuno che provvedesse con sollecitudine ai bisogni del popolo, dove le processioni e lo scampanìo ordinato dal parroco non si credano mezzi sufficienti ad arrestare la diffusione d'un morbo. Il conte Alberto, stimolato dalla gravità del caso a non domandar licenza a chicchessia, prese in mano le redini di quel povero comune abbandonato; cercò con serî provvedimenti di ovviare al contagio; richiamò dalla città un medico di vaglia perchè assistesse il dottore del luogo, obbligandosi a pagarlo egli medesimo; dispose che ogni giorno per tutta la dorata del morbo i più poveri del villaggio avessero dalla sua fattoria una libbra di buona farina, e non esitò a deviare per un istante da' suoi rigidi principî circa la carità.

Una donna giovane e bella, la quale perchè moglie e madre mirabilmente intendeva l'ufficio di consolatrice, non peritavasi di entrare nelle case degl'infermi, prodiga di beneficî e di dolci parole; e il suo apparire era salutato come l'apparir d'un raggio di sole fra le tenebre, poichè la bontà è una luce perpetua, è un perpetuo sorriso. Questa donna era la contessa Matilde. Com'ella assistesse i malati, come confortasse gli afflitti, lo dicevano l'amore e la riverenza di que' poveri campagnuoli, i quali, appena il morbo scomparve, si associarono per farle un presente, nè certo la buona signora ebbe regalo più gradito di quello. Nello stesso tempo non appena si trattò di rieleggere il deputato comunale, che moltissimi misero innanzi il nome di Alberto; e sebbene la consorteria retriva menasse un clamore d'inferno, pure non potè far prevalere la propria influenza,e il conte fa acclamato a grande maggioranza di voti. La commozione del sacrestano fu tale all'udir la dolorosa novella, che per due giorni consecutivi egli dovette abbandonar le campane in balìa dei ragazzotti del villaggio, i quali ne facevano il più mal governo del mondo. Il parroco, che essendo nato neutro non aveva la possibilità di diventare apostata, complimentò il nuovo eletto con la stessa effusione che avrebbe manifestato pel Khan dei Tartari, ove questi fosse sorto alla prima dignità politica del paese. Quanto all'organista, convertito ormai all'idee liberali, egli applaudiva a questa nomina come ad una propria vittoria e, a chi gli ricordava le sue opinioni d'un tempo, rispondeva che forse le apparenze lo avranno fatto giudicare a sproposito, ma che nel fondo dell'anima egli aveva sempre amato, desiderato e servito il progresso. I maligni ne dubitavano.

Esser deputati comunali d'un magro villaggio non è certo tal carica da insuperbirne. Ma del bene si può farne dappertutto, e chi sdegna di fecondare un piccolo lembo di suolo dicendosi nato a coltivar intere contrade, o trova un comodo appiglio, o presume follemente di sè. Ma, gran Dio! perchè vi sentite l'attitudine a qualche azione grandissima, non farete una opera buona? Gli è come se alcuno non volesse salvare un uomo che affoga, e si scusasse dicendo: —Se fossero due!—

Nel suo ufficio il conte si adoprò ad utili scopi. Ripose su migliori basi la scuola; provvide al miglioramento delle strade esistenti ed alla costruzione di strade novelle; ottenne che la Cassa di Risparmiod'una città vicina affidasse al comune una specie di succursale; istituì una società di mutuo soccorso e una banca mutua fra' contadini, quantunque l'amministrazione avesse estreme difficoltà; estese insomma a tutto il villaggio la propaganda nobile ed illuminata, ch'egli aveva fatto sino allora nella sua tenuta. Fu per le sue sollecitudini che un tronco di strada ferrata venne a passare a poca distanza dal villaggio; fu per suo impulso che parecchî possidenti di que' dintorni si unirono per fondare una società di credito agrario; fu infine per merito suo che sorse nel paese una piccola bottega di caffè, ove un foglio di migliori intendimenti suppliva alla papaverica gazzetta. Guai al nostro lettore se dovessimo descrivere per lungo e per largo tutte le difficoltà che incontravano questi provvedimenti in apparenza sì semplici: la non si finirebbe più. Lostatu quoè così dolce, certe idee hanno così profonde radici, che chi vuol combatterle deve prepararsi a lunghe ed ardue battaglie.


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