XII.

A chi non è accaduto di trovarsi talvolta in una compagnia, sulla quale pesi la plumbea cappa dell'equivoco e dell'imbarazzo? Una parola men che opportuna sfuggita ad alcuno dei presenti, una notizia inattesa, raccontata fuor di proposito, bastano assai spesso a produrre questi stati difficili, i quali spengono il buon umore nella più gaia comitiva del mondo. Nel caso nostro l'imbarazzo aveva ben più serie cagioni. L'Angelina, per ischietta che fosse, non poteva dir tutto alla Matilde, nè parlare in guisa da toglierle ogni speranza; e la Matilde dal canto suo sentiva che nelle confidenze della cugina vi era qualche cosa di sforzato e qualche cosa di taciuto, e i sospetti, che lo sguardo dell'Angelina aveva dispersi, tornavano a darle martello. Di Vittorio è agevole intendere com'egli dovesse essere confuso e scontento di sè. Con l'Angelina egli non aveva mentito. Ella non gli era stata mai indifferente, e il vederla così giovane e bella perorare la causa di un'altra con una sollecitudine tutta materna, gliela aveva resa mille volte più cara. Favellandole d'amore in modo sì trasparente,egli aveva obbedito a un impulso reale del proprio cuore, che in quell'istante sentivasi affascinato dalle elette virtù e dalla peregrina avvenenza della giovinetta: pure il suo affetto, non maturato nel silenzio, non cresciuto solo e senza rivali, era esso forse degno di lei, anima candidissima, nata piuttosto a chiudersi in sè, romita e sdegnosa, che a piegarsi a passioni volgari? E poi ch'ella aveva respinto questo suo amore, quale altro sentimento poteva provare per lui che il disprezzo? Che altro poteva crederlo, se non un libertino svenevole, che, per sottrarsi ai doveri dell'uomo onesto verso una donna, si mostrava spasimante di tutte? Oh! il disprezzo dell'Angelina gli era grave fuor di misura. E la Matilde che avrebbe pensato di lui? Ella lo amava! E perchè egli non aveva accettato con lieto animo l'offerta di un cuore, di cui egli solo aveva insidiato la pace? La Matilde non era forse ella pure bella e virtuosa, non ne aveva egli mille volle lodato a' suoi compagni di scuola e i bruni capelli, e gli occhi neri, e la vispa persona, e la doppia fila di bianchissimi denti che ne faceva sì attraente il sorriso? Perchè disdegnando un affetto che, per così dire, gli veniva incontro spontaneo, ne aveva cercato un altro che gli si rifiutava con tanta alterezza? E qui sopraggiungeva un nuovo pensiero. L'Angelina aveva lasciato trasparire di amare qualcuno. Era uno strattagemma di difesa? Era una verità? E in quest'ultimo caso, chi poteva essere l'incognito amante? Onde venuto? E da quando?... Se la Matilde non gli fosse piombata addosso in quel modo, forse egli avrebbe potuto venire a capo dell'arcano, forse ottenere dall'Angelinauna men dura ed assoluta risposta. Ed ora, quale stato era il suo in casa Mauri? Non gli conveniva d'uscirne al più presto? Così egli passava d'una in altra interrogazione, senza trovar mai risposte che lo soddisfacessero, e non avendo di ben chiaro e preciso altro che il concetto dell'amor proprio ferito, e quell'indefinibile disgusto di sè che nasce dal sentimento de' proprî torti.

In tal maniera l'Angelina, la Matilde e Vittorio ritornavano dalla poco lieta passeggiata campestre, taciturni, discosti alquanti passi l'uno dall'altro, a guisa di congiurati. L'Amalia che, dopo essersi ripromessi mari e mondi da questa gita, vi si era invece indicibilmente annoiata, piagnucolava di stanchezza e di tedio, e se talora con la felice volubilità dell'età sua passava dalle lagrime al riso, seguendo con gli occhi il volo d'una farfalla o il tuffarsi d'una rana nel fosso, quando s'accorgeva che nessuno le dava retta, tornava a brontolare ed a piangere.

Il sole era tramontato, lasciando parte del suo manto di luce a certe nubi rossastre che si disegnavano nelle più pittoresche fogge del mondo sugli ultimi lembi dell'orizzonte. Del resto, il cielo era limpidissimo: soffiava una brezza ristoratrice, pronuba ai connubi delle piante e dei fiori; i platani dimenavano gravemente il capo; e le spighe dorate dei campi s'agitavano con un fruscìo pettegolo, pari a quello che fanno le insegne spiegate al vento: il fiume, secondo i movimenti del terreno, ora celato, ora aperto allo sguardo, menava con un moto impaziente e con un sordo ribollimento le sue acque torbide e gonfie, urtando conviolenza le barche legate alla riva. La strada era quasi deserta, chè la moda aveva in quell'estate assegnato a convegno della società elegante una passeggiata dal capo opposto della città: non vi s'incontrava che qualche drappello di contadini reduci dai campi; qualche coppia d'amanti desiderosi della solitudine, e qualche modesta carrozza, diretta alla vòlta d'una o d'altra villa del circondario. Tra i virgulti d'una siepe, o dietro un muricciuolo, vedevasi spuntare la canna d'un fucile e il cappello di feltro di un dilettante di caccia, che col suo sigaro in bocca se ne stava silenzioso spiando il cielo, in cui passavano a stormo gli spensierati uccellini. Di tratto in tratto udivasi uno sparo, una nuvoletta di fumo si levava nell'aria, e un cane sbucava fuori dalle macchie, con le orecchie tese, con le narici enfiate, ed ora correva attraverso i campi, ed ora scendeva rapidissimo per la china sdrucciolevole dell'argine, riportando a' piedi del padrone la preda ancor palpitante e dibattentesi pietosamente negli spasimi dell'agonia. A ciascuno di quegli spari gli augelletti, che giravano innumerevoli per l'aria, si stringevano sgomenti fra loro con un pigolìo lamentevole, e, come li consigliava l'istinto, spingevansi alto alto nel firmamento, che, visto dal basso, rendeva immagine d'un ampio padiglione turchino, punteggiato di nero. Poi le povere bestioline, o vinte dalla stanchezza o facilmente dimentiche, tornavano a raccogliere il volo verso la terra, e allora ricominciava la sinistra armonia delle schioppettate. A poco a poco anche quel suono cessò: i cacciatori col fucile ad armacollo ritornavano in città, seguìti dai loro cani, e il verde dei campi el'azzurro del cielo andavano prendendo una tinta ognor più uniforme, e le colline lontane si ravvolgevano in un tenue vapore, e gli alberi si disegnavano in masse opache, su cui principiava a deporsi la rugiada della sera. Insomma si avvicinava la notte, e la nostra comitiva era ancora mezzo miglio dal sobborgo della città. L'Amalia inseguiva due lucciolette, che, librate sulle loro piccole ali luminose, avevano sembianza di due pallide stelle, e ora stringevansi l'una all'altra come se volessero abbracciarsi, e ora si discostavano rapidamente, tenendosi tuttavia nella medesima direzione lungo l'argine del fiume. La fanciulletta, sventatella com'era, non badava troppo al pericolo, e stava per perder l'equilibrio e rotolar giù dalla costa, se la Matilde, avvedutasene a tempo, non le era tosto ai panni e non l'afferrava pel lembo del vestito. Volle sfortuna che nel rispingere la sorellina verso la strada non s'accorgesse d'una subita svolta del terrapieno, e il piede le sdrucciolasse nel vuoto, onde cadde boccone sul pendìo esterno dell'argine. Atterrita mise uno strido e cacciò le mani nell'erba, ma l'erba, umida per la rugiada, non le offrì alcun punto d'appoggio, anzi le agevolò la discesa, e in men che non si dice si sentì investita dall'acqua e travolta dalla corrente. Un urlo terribile di spavento, un grido angoscioso diaiutosi levò per l'aria e scosse gli abitatori dell'altra parte della riviera. Lumi apparvero nell'interno delle case, e la gente affacciata alle finestre ripeteva, come per eco ripercossa, il grido di —Aiuto. — L'Angelina era balzata sulla cima dell'argine, pallida, con la fisonomia stravolta; aveva appiccicata alle vesti l'Amalia, chechiamava Matilde in mezzo a un singhiozzo convulso. E che facea Vittorio, e dov'era? — Vittorio, Vittorio! — proruppe l'Angelina disperatamente. In quel punto, chinando il trepido sguardo verso il fiume, vide, o le parve, un'altra persona alle prese con l'onda, ma non nell'atto di chi sta per sommergersi; bensì come quegli che, sicuro delle sue forze, s'avventura intrepido e quasi a sollazzo nell'infido elemento. Col moto affrettato, eppur regolare, delle braccia, fendeva rapidissimo l'acque, e ognor più guadagnando sulla corrente accostavasi alla Matilde che ancora si dibatteva, sorretta dall'aria raccolta entro l'ampio volume delle sue vesti. Intanto la gente accalcavasi sulle due rive, ma non uno osava gettarsi nel fiume e accorrere in aiuto de' pericolanti. Fra la folla eran divisi i pareri, e chi supponeva che i caduti nella riviera fossero due, e chi, apponendosi al vero, giudicava che l'uno tentasse il salvamento dell'altro: tutti però erano d'accordo nel temere che la corrente travolgerebbe entrambi nella sua furia. E già alle grida, alle alte querele si mescevano i commenti, tra le donne in ispecie, e taluna osservava trattarsi di due amanti, a cui le famiglie non permettevano di unirsi in matrimonio, e che perciò morivano insieme; e tal'altra diceva che il fidanzato aveva gettato nell'acqua la sposa per gelosia, ma, pentitosi tosto, si slanciava a salvarla o a perire con essa. E queste cose dette in modo dubitativo venivano poi affermate in gran pompa e ingrandite secondo la fantasia del narratore. Ma intanto che questi pensieri e queste parole si ricambiavano nello spazio di pochi secondi, i due punti neri che stavano nell'acqua eransiavvicinati, e n'era successa una specie di lotta a corpo a corpo. Chè la Matilde, quasi fuori de' sensi per l'acqua che le era entrata dalla bocca, dagli occhi, dalle narici, obbediva soltanto all'istinto della propria conservazione, e s'era aggrappata al suo salvatore in modo da togliergli il movimento e il respiro. Vi fu un momento che scomparvero entrambi: poi uno, divincolatosi, ricomparve a galla, aspirando affannosamente una boccata d'aria. Un grido di raccapriccio si levò fra gli astanti, e taluno se ne andava pe' fatti suoi, dicendo: — Tutto è finito; — e tal altro, accennando col dito, crollava il capo e bisbigliava al vicino: — Non c'è più caso. Vedete: laggiù ci sono i mulini, la corrente si fa ancor più rapida, e sfido il più gagliardo uomo del mondo ad uscirne. — In quella, che è che non è, s'ode levarsi dal fiume una voce: — È salva. — Era Vittorio; chè l'intrepido nuotatore non era altri che lui, e il lettore se lo sarà immaginato, il quale, dopo infinite fatiche, aveva potuto afferrar la Matilde per i capelli e trarla a terra. A quella parola — è salva — rispose un immenso applauso, e una barca, che finalmente erasi mossa dalla spiaggia e portava il così detto soccorso di Pisa, fu accolta a risate ed a fischi. L'Angelina piangeva dirottamente dalla consolazione, e copriva di baci la piccola Amalia, anch'ella tutta in lagrime ed in singhiozzi. Molti scendevano con cautela l'erta dell'argine per aiutare Vittorio a salire. Ma quegli, tenendo fra le braccia la Matilde come si terrebbe un bambino di pochi mesi, ringraziava col capo e saliva la costa senza appoggiarsi ad alcuno. E alle congratulazioni che gli venivano fatte del suo coraggioe della sua vigoria, rispondeva: — Se ho potuto tirarmi fuori dalle acque del Volturno in mezzo a quel serra serra, vedono che non c'è grande bravura a uscire illesi di qui. — La Matilde era svenuta: i capelli grondanti le scendevano giù per le spalle, e sotto le vesti, che inzuppate d'acqua le si aderivano alle membra, disegnavansi gli eleganti contorni della bella persona. Vittorio, posto un ginocchio a terra, l'adagiò soavemente sull'erba, tenendole sollevato il capo con la mano sinistra e posandole la destra sul cuore per sentirne i battiti; mentre l'Angelina, curva sopra la giacente, la scaldava del suo respiro, e ad ogni istante alzava gli occhi verso Vittorio per attingere dal suo sguardo sereno quella fiducia ch'ella non aveva ancora interamente riacquistata. Quanto all'Amalia, ella non voleva mai staccarsi dalle vesti di lei. Un capannello di curiosi erasi fatto attorno a quel gruppo, e ognuno diceva la sua, e ognuno dava un consiglio, e v'erano soprattutto due o tre donnicciuole che non rifinivano di parlare: — Bisogna metterla con la testa all'ingiù. — Oibò; anzi bisogna tenerla ritta. — Tutt'altro; il miglior modo è di farla stare sul fianco. — E così di questo tuono. L'Angelina intanto, zitta zitta, erasi accinta a slacciare il vestito della Matilde; sennonchè, vedendo in quel crocchio degli uomini, si fermò un istante e rivolse loro uno sguardo mezzo supplichevole, che pareva significare: — Sarebbe più dicevole che se ne andassero. — Alcuni intesero; altri no. Vittorio, o per delicatezza, o perchè credesse di esser più utile in altro modo, si allontanò un momento, e l'Angelina, discinta ch'ebbe la Matilde, legettò addosso la sua mantiglia, e tornò a far di tutto perchè si risentisse. E in fatto la fanciulla diè segno di ritornare in sè; mosse prima un braccio, poi l'altro, aperse a stento gli occhi, li girò un istante languidamente, e li richiuse di nuovo, trasse un lungo sospiro, fece insomma quanto bastava per rassicurare ognuno sul conto suo. — Ora ci vorrebbe una carrozza, — disse l'Angelina in modo da essere intesa da quelli che le stavano attorno, nella speranza che taluno volesse prestare un soccorso più efficace che non rimaner lì a cicalare. Ma tosto si udì un romore di ruote. Era Vittorio, che, procuratosi un'umile vettura scoperta in una fattoria lì presso, ov'egli aveva qualche conoscenza, accorreva a gran trotto per ricondurre a casa la Matilde ed il resto della comitiva. La Matilde fu collocata con molta cura nel biroccino: le ravvolsero i piedi e parte della persona in una ruvida coperta di lana; le acconciarono il capo sopra un gran mucchio di paglia, affinch'ella non risentisse le scosse del tragitto: l'Angelina le si assise a fianco; l'Amalia dirimpetto; Vittorio salì in un batter d'occhio sulla serpe della vettura, e, scuotendo le redini e agitando la frusta, mise in movimento il cavallo, non senza ricambiare prima un saluto affrettato colla gente ivi raccolta, che gridava: — Buon viaggio: il Signore gli accompagni. — Vittorio pensava, con un giusto sentimento d'orgoglio, che, se non fosse stato lui, la povera Matilde si sarebbe affogata da un pezzo, e non è a dirsi quanto egli fosse contento dentro di sè. La strada era sicura e il cavallo tranquillo, ond'egli a ogni tratto allentava le redini, e girandosi sul fianco guardavanell'interno della carrozza. L'aria fresca della sera aveva fatto rinvenire la Matilde, non però tanto ch'ella si facesse giusto concetto delle sue impressioni. Schiudeva un istante gli occhi, ma poi le palpebre le si riabbassavano nuovamente, a cagione dell'estrema debolezza, e ricadeva come in un sopore. La luna, uscita appena da un gruppo di nuvolette bianche e sottili, le mandava in viso la sua candida luce, rivestendola di nuova e arcana bellezza. Nè a Vittorio ella era mai sembrata tanto avvenente.

A cinquanta passi dalla casa trovarono il signor Bernardo inquietissimo, ed è agevole immaginare il suo stupore vedendoli arrivare in quel modo. La vettura gli passò innanzi rapidissima, e forse, se non era Vittorio che con la mano gli accennava che stésse tranquillo, e l'Angelina che gli gridava: — Non è nulla, non è nulla, — non si sarebbe nemmeno accorto della Matilde mezzo svenuta. Ma quei gesti e quelle parole, che dovevano rinfrancarlo, gli diedero una trafittura al cuore. Temè d'una disgrazia, gli occhi gli caddero sopra la figliuola, e con un sudore freddo per tutta la persona e con le gambe barcollanti s'affrettò a ritornare a casa. La vettura era appena entrata nell'androne, e tutta la famiglia era lì facendo ressa intorno alla Matilde, le cui guance cominciavano a tingersi d'un rossore febbrile. Non diremo delle domande angosciose, delle spiegazioni date e ripetute, dei sussulti nervosi della signora Clara e della Nella, nè delle smorfie che la fantesca faceva dietro a loro, ogni volta che davano segni di cadere in deliquio. Diremo soltanto che il medico, chiamato senza indugio,assicurò svanito ogni pericolo, pur che la fanciulla stésse qualche giorno in riposo. E diremo che in quella sera, mentre ancora tutti le erano presso il letto, la Matilde, girando gli occhi attorno, li riposò sul giovine di nostra conoscenza, che l'aveva salvata, e le sue prime parole furono: — Grazie, Vittorio. —

Nessuna cosa al mondo può far parer tanto bella la vita, quanto il compimento d'una buona azione. L'uomo più stanco, più infastidito dalle noie diuturne, nel momento che ha la coscienza di aver operato il bene, d'aver sollevato un infelice, d'aver salvato un amico, sente che in questo fiume amaro della esistenza v'è qualche vena di dolce, e che, se la vostra fortuna vi dà di trovarla, o la vostra virtù di scoprirla, ne avete un largo compenso a mille giorni di tedio e d'ambascia. V'ha poi certe nature venturose, per le quali la compiacenza del bene operato s'accresce in ragione dei rischi affrontati per compierlo. Per anime di questa tempra il pericolo è di per sè solo una voluttà e un'attrattiva: l'averlo sfidato senza impallidire le riempie d'una nobile fiducia, le arma d'un generoso disdegno contro le insidie dei vili e le calunnie dei tristi.

A sollevare gli spiriti abbattuti di Vittorio nulla poteva capitar più a proposito dell'avvenimento, nel quale per poco non perdette la vita. Dopo il suo colloquio con l'Angelina egli si sentiva umiliato, rimpiccolitoa' suoi proprî occhi, e se lo avessero chiamato a dir la sua opinione sul modo, in cui s'era condotto, si sarebbe qualificato egli medesimo per un collegiale senza giudizio. Ed ecco ad un tratto mutarsi la scena. In pochi minuti era parsa l'indole risoluta della sua anima, la vigoria del suo braccio, la sua freddezza in mezzo a' cimenti. La famiglia, dalla quale egli presentiva di dover allontanarsi come ospite increscioso, gli era invece prodiga meritamente d'ogni dimostrazione di riconoscenza; la fanciulla, verso la quale egli aveva operato con sì imperdonabile leggerezza, gli andava debitrice del più grande dei benefizî, e colei, di cui temeva il disprezzo, non poteva a meno di mitigare il suo giudizio dopo una di quelle prove d'audacia che tanto piacciono a un cuore di donna.

Però questo non era l'unico cangiamento che si fosse fatto in Vittorio. Nè le grazie della Matilde, nè il sapersi amato da lei, erano bastati a vincere la sua freddezza. Ma ora un vincolo nuovo erasi stretto fra lui e quella fanciulla; tra le anime loro erasi formato un ricambio di commozioni e d'affetti: avevano entrambi palpitato l'uno per l'altro: egli, nel sottrarla al pericolo; ella, nel vederlo sfidare la morte per lei. E Vittorio, seduto alla sponda del suo letto di convalescente, mirava con un senso di dolcezza ineffabile i rosei colori della salute ritornarle alle guance, e il primiero sorriso spuntarle sul labbro; e gli pareva che la voce di lei suonasse inusatamente soave, e che una insolita luce le brillasse negli occhi. Ed era ben egli che l'aveva salvata, senza di lui la gentile creatura poserebbe immobile sotto un pugno di terra, nè il lieveincarnato colorirebbe più le sue gote, nè intorno alle labbra le scherzerebbe il sorriso, nè le sue pupille risplenderebbero di fulgidi raggi. Ella era opera sua: egli l'aveva richiamata alle dolci aure vitali, l'aveva restituita al mondo che si contrista, quando la falce di morte miete la gioventù e la bellezza. Ella era opera sua; era parte di lui, come il profumo è parte del fiore, come la statua è parte dell'ingegno che la evocò dal gelido marmo. Per questo il beneficio avvince più tenacemente chi lo compie che chi lo riceve: nel trepido amore che ci lega alla persona beneficata da noi, è quell'arcana e pur possente attrazione che ci tira verso tutte quelle cose, nelle quali abbiamo spirato un soffio dell'anima nostra. Così nella simpatia che la Matilde destava in Vittorio, era una commozione intensa e profonda, ben diversa dalla leggiera galanterìa, che in altri tempi l'aveva avvicinato a lei. Quante volte, dopo averla a lungo contemplata nel suo letticciuolo con mezza la persona fuori delle coltri, col suo candido giubboncino succinto fino al collo, coi capelli raccolti entro una rete bianca di filo, con la testa sorretta da due o tre guanciali che le formavano una specie di nicchia intorno al capo ed al busto, quante volte, dopo averla contemplata silenziosa, serena, raggiante in viso d'una dolce speranza, si sentì gli occhi pieni di lagrime e non seppe il perchè! Non una parola di quanto era successo precedentemente alla sera avventurosa, che abbiamo descritta, si ricambiava tra la Matilde e Vittorio: si sarebbe detto che la loro conoscenza non risalisse più in là di quel giorno. E invero, perchè la Matilde avrebbe dovuto ricordarsi delle contraddizioni,delle reticenze, delle mille incertezze di una settimana addietro, se l'idea d'essere stata salvata dall'uomo ch'ella aveva sì caro la riempiva d'una ineffabile voluttà? Ed egli perchè avrebbe favellato di que' giorni, che gli rammentavano soltanto la sua frivolezza e la sua continua mutabilità di propositi? Così pure, benchè talvolta rimanessero soli per qualche minuto, e tal'altra avessero agio di parlarsi all'orecchio, non correva tra loro parola alcuna d'amore. Non ne avevano bisogno. Amore era l'atmosfera che gli avvolgeva, amore era nei loro sguardi, nel loro sorriso, nella dolcezza infinita del loro accento: il dirsi scambievolmente — io ti amo — era proprio una cosa superflua. Il medico, uomo esperimentato, che visitò la Matilde ne' due o tre dì della sua convalescenza, mentre tastava per consuetudine il polso alla fiorente ammalata, non poteva trattenersi dal mandare un'occhiatina a Vittorio, e si lasciava scappare maliziosamente un — Va benissimo: è stata una malattia acuta che le ha conferito. — Il curioso si era che la Matilde non voleva guarire. Stava tanto bene così! Era circondata di cure: aveva quasi sempre Vittorio al suo fianco: che poteva desiderare di più?

In casa Mauri l'era omai una cosa intesa. A una spiegazione formale niuno era ancora venuto, ma eran corse fra Vittorio e la signora Clara quelle mezze parole, che equivalgono alle note ufficiose dei giornali governativi e indicano lo stato delle cose. Il signor Bernardo se ne stava in disparte: aveva l'idea fissa che quel matrimonio darebbe l'ultimo crollo alla povera Angelina. Intanto alcuni dei così detti amici difamiglia, che non s'eran fatti vedere dopo il fallimento, avendo inteso che la Matilde trovava un eccellente partito, tornavano a far capolino nella casa e si profondevano in elogî de' due fidanzati, e in tenerissime dimostrazioni d'affetto verso la Matilde, che dicevano degna d'ogni fortuna. Non mancava poi chi, per iscavar terreno, susurrava all'orecchio della signora Clara, che persone pettegole avevano nel passato sparso la voce di qualche simpatia tra il signor Vittorio e la giovinetta Angelina, ma che già nessuno vi aveva prestato fede, visto la manifesta superiorità della Matilde su tutte le ragazze immaginabili. La signora Clara rispondeva con certe smorfie particolari, borbottando: — S'imagini, si figuri, non faccio per dire, ma ho due figliuole in casa che lasciano poco adito ad ammirare le estranie. — Qualcheduno allora cadeva in una goffaggine grandissima, obiettando timidamente: — Però l'Amalia è ancor fanciulla. — A cui la signora Clara, punta sul vivo, replicava: — Ma io ho inteso parlare della Nella! — E il mal capitato interlocutore si mordeva le labbra. Intanto giravano intorno i vassoi coi rinfreschi pegli amabili visitatori, e chi sapeva che molta parte della spesa domestica aggravava il bilancio dell'Angelina, poteva trarne argomento a curiose riflessioni. Insomma l'agiatezza pareva ritornata in famiglia. La signora Clara, che su Vittorio aveva fatto tutt'altri conti, andavasi a poco a poco rassegnando: alla fin fine, l'era madre tanto della Matilde quanto della Nella, e seppure prediligeva una delle sue figliuole, non poteva dolersi della buona ventura dell'altra. E poi ella si gonfiava all'idea di andare in qualità disuocera nella villa di Vittorio, di approfittare delle sue carrozze, de' suoi cavalli, e soprattutto de' suoi servitori in livrea. Ah! quest'affare della livrea le stava proprio sul cuore, e le venivano le lagrime agli occhi quando si ricordava che giusto in que' giorni, in cui ella avea trasformato in un cocchierecomme il fautlo zotico servitore di casa, era successa la disgrazia del fallimento. E la Nella? La Nella assicurava che Vittorio non le piaceva punto punto, e confortavasi ricambiando patetici sospiri coi maturi celibi, che venivano talvolta a visitare sua madre.

Nell'autunno capitò il padre di Vittorio. Le lettere del figlio, il suo prolungato soggiorno in città nella stagione delle vacanze, lo avevano insospettito del vero, ed era veniva di persona a vedere come stavano le cose. Era un uomo sulla cinquantina, alto, rubizzo, pieno di salute e di vigorìa. Dissimile dal signor Bernardo nella naturale intelligenza, nell'attività indefessa, pure ricordava i bei tempi di quello nella onesta giovialità del carattere, e nella squisita bontà che avea comune con esso. Non vedeva che cogli occhi del suo Vittorio, e perciò se gli altri si sgomentarono del suo arrivo, Vittorio non se ne sgomentò punto, conscio che i suoi desiderî erano legge al padre suo. Il signor Antonio, che così nomavasi, sapeva benissimo che in casa Mauri v'erano due ragazze da marito; ma sapeva anche che vi si trovava una cugina non priva di dote, e non gli sarebbe spiaciuto che, se il suo figliuolo doveva innamorarsi, s'innamorasse almeno di quella che aveva quattro soldi da parte, invece che della Matilde, la quale, senza sua colpa, era, come dicono, alverde. Sicchè vi furono, e più forse che Vittorio non se l'aspettasse, obiezioni, prediche, paternali, musi lunghi tre palmi, e soprattutto un certo ritornello, che al giovane non faceva punto buon sangue: — Ma perchè non ti sei innamorato di quell'altra? — Però, alla fine dei conti, il signor Antonio non volle smentire la riputazione dei padri di commedia, e diede il consenso. La cosa doveva rimaner segreta per qualche tempo, ma figuratevi! tutti la sapevano già prima che avvenisse. Allora si centuplicarono le congratulazioni, le visite, i rinfreschi, e nella casa si fece quel brio, quel movimento che s'accompagnano sempre cogli sponsali d'una ragazza. Prima i regali del fidanzato, poi un andirivieni di scatole d'ogni misura, con pizzi e oggetti di biancheria pel corredo, ed ora c'era da attendere alla crestaia, ora alla modista, o che so io. Quanto al danaro, era Vittorio che lo provvedeva in gran parte; e per procurarselo, gli convenne ricorrere allo strattagemma di far credere a suo padre di avere vecchi debiti da saldare. Il buon uomo strepitava, s'imbestialiva, dava dello scapestrato a Vittorio; ma poi rabbonivasi, e, secondo il solito, finiva col pagare, dicendo: — Io li guadagno e tu li mangi, bemobile che sei. — L'umiliazione reale era per la famiglia Mauri, ma il solo signor Bernardo la sentiva profondamente: la signora Clara non davasene nemmeno per intesa; la Nella aveva ben altro pel capo, occupata com'era a un dotto parallelo fra gli uomini maturi e i giovinastri della giornata, e quanto alla Matilde, o non se n'accorgeva, o faceva le viste di non se ne accorgere. L'Amalia si rimpinzava di dolci, e se nemetteva anche nelle tasche del vestito per portarne all'Angelina, la quale scendeva molto mal volentieri nel salotto comune. E siccome a proposito dell'Angelina e di Vittorio mi aspetto dai lettori un nugolo di domande, così piglio fiato e rispondo.

Vittorio si trovava verso l'Angelina nel difficile stato d'un uomo che ha fatto unfiasco. Ora le ripulse di questo genere possono avere due conseguenze affatto opposte. O stuzzicano la vanità e, se la passione è viva e profonda, ne raddoppiano il vigore e fanno quindi rinnovare gli assalti, o lasciano nell'animo quel po' di ruggine che viene dall'esserci mostrati deboli verso qualcheduno che non si cura di noi. Una dichiarazione d'amore, quando non riesca, ha sempre un lato di ridicolo; una donna che non volle esser complice, può sempre divenire accusatrice, ed è per lo meno una testimone importuna dei nostri momenti di oblio. È certo che se null'altro fosse sopraggiunto nella sera che l'Angelina respinse l'amore offertole, Vittorio non avrebbe levato l'assedio, ma strettolo anzi con inesorabile pertinacia. Ma il trambusto avvenuto dipoi aveva mutato corso alle sue idee e a' suoi sentimenti: l'affetto vivissimo che gli destava la Matilde, i non dubbî segni della riconoscenza e della tenerezza di lei, avevano dato una nuova piega al suo animo. Più che il desiderio del trionfo lo premeva il rancore del torto avuto, e tutto ciò convertivasi in un manifesto imbarazzonel suo trattare con l'Angelina. La poveretta se ne avvedeva, e non saprei davvero se la riuscita più che compiuta de' suoi disegni l'aveva messa di troppo buon umore. Ciò ch'ella aveva promesso di fare verso la Matilde, ella l'aveva fatto lealmente, l'aveva fatto a prezzo della sua sincerità ch'ella avea cara più d'ogni cosa al mondo, l'aveva fatto a prezzo de' suoi sentimenti più intimi, e non era bastato a smuover Vittorio. Che importava che il caso volesse metterci la sua zampa e far nascere tutto quel parapiglia? Non era una crudeltà della fortuna questo congiurare a' suoi danni?

Vi son certi sacrificî che si compiono con animo risoluto, appunto perchè ci seducono con la loro grandezza. Il bisogno di raccogliere tutta la nostra energia per uno sforzo supremo, e la voluttà di vincere, sempre potente anche quando si vinca a danno di sè medesimi, impediscono ne' primi istanti che il dolore ne soverchi. Ma quando s'è riportato il trionfo, nè dura più la febbrile ansietà della lotta, e il sacrificio compìto non reca mai un eguale tributo di riconoscenza, oh! allora comincia davvero lo scoramento; allora una indefinita tristezza s'impadronisce dell'anima nostra. Così avvenne all'Angelina. L'era bastata la forza a domare la sua passione nascente, ella aveva potuto perorare la causa di un'altra; ma adesso ella non si sentiva da tanto di assistere allo spettacolo di una felicità che le costava tutte le speranze dell'avvenire. La felicità è cieca come l'amore: a simiglianza del fanciullo che folleggiando per la campagna calpesta le macchie di fiori, ella procede nel suo cammino spensieratae obliosa, e non si cura di ciò che schiaccia sotto i suoi piedi, o di ciò che offende con la clamorosa allegria. La Matilde non aveva altro in bocca che l'amor suo, e di questo ragionava con l'Angelina e de' suoi disegni per l'avvenire, oh! quanto diversi da quelli che l'Angelina s'era formati nel segreto del suo cuore a' dì beati, in cui ella pure inebbriavasi in un sogno d'amore. Alla Matilde non sorrideva l'idea della vita campestre, ed ella sperava d'indurre il suo Vittorio a trasferirsi in città, ove col suo ingegno avrebbe potuto farsi un nome e uno stato, e, chi sa? diventar col tempo un personaggio importante, forse forse prefetto. Poi, seguendo i capricci della sua fantasia, saltava a discorrere del suo vestito di nozze, mettendo sul tappeto la grave questione se convenisse meglio ch'esso fosse di velo o dimoire, se con lungo strascico o senza. L'Angelina era sulle brage, e quando la Matilde usciva, ella, cosa insolita, si sentiva sollevata d'un peso e trovava almeno il refrigerio del pianto. E lì dalla sua finestra mirava allontanarsi lungo il viale di platani la Matilde e Vittorio, l'una al braccio dell'altro, col passo lieve ed elastico di chi ha la letizia nell'animo e vede sparsa di rose la via. Quante volte aveva anch'ella percorso quel viale a fianco di Vittorio, quante volte gli sguardi e le parole di lui le avean fatto balenare innanzi agli occhi i larghi orizzonti della felicità! Era appunto su quel sentiero, era sotto quegli alberi, era presso a quell'argine, che Vittorio le aveva fatto intendere di amarla, e ch'ella l'avea ributtato armandosi d'una menzogna. Così, immobile, appoggiata al davanzale del balcone, ella se ne stavasenza parola lungo tempo dopo che i due amanti s'erano dileguati, nè più si udiva il suono festevole delle loro voci. Era allora che talvolta la sorprendeva lo zio, ed ella appena sentiva muovere il saliscendi dell'uscio, si rasciugava gli occhi, e componevasi alla più tranquilla cera del mondo. Non tanto però che allo sguardo amorevole del signor Bernardo sfuggisse l'assidua cura, da cui ell'era logorata. L'Angelina non diceva molto, non lagnavasi mai, tentava distrarsi approfittando, più che non solesse una volta, di alcuno fra gl'inviti che le faceano le sue discepole: eppure ella dimagrava ogni giorno, ogni giorno si faceva più profondo il solco del dolore sul suo pallido viso. Tutto rianimavasi in casa Mauri, tutto aprivasi a una vita nuova; solo l'Angelina e il signor Bernardo non ne sentivano gl'influssi. Ella cercava invano di farsi maggiore dell'interno travaglio, egli dal soffrire di lei vedevasi tolta ogni gioia per la contentezza della figliuola. Non v'era dubbio alcuno; l'Angelina aveva amato Vittorio prima della Matilde. Ma qual rimedio a sì malaugurato avvenimento? Appunto questa impossibilità del rimedio lo turbava a mille doppî. Ed egli richiamava alla mente le raccomandazioni del fratello e le lagrime della cognata al suo letto di morte, e gli pareva udir la voce angosciosa di que' cari defunti chiedergli conto della loro creatura. Oh! ma ella non gli serbava rancore, e se il suo labbro aveva ancora sorrisi, erano per lui, e se aveva un resto d'allegrezza nell'anima, lo serbava pei momenti de' loro colloquî. Il signor Antonio, il padre di Vittorio, provava anch'egli un vivo affetto per l'Angelina, e le dava la preferenzasulla sua futura nuora, e continuava a maravigliarsi come Vittorio non si fosse innamorato di lei. Sennonchè, a vederla così pallida, così affilata, gli veniva il sospetto ch'ella godesse di mal ferma salute, e questa era una ragione sufficiente a giustificare Vittorio.

Passarono le settimane, passarono i mesi. Vittorio, presa la laurea, si assentò insieme col padre per preparare gli appartamenti alla sposa. Erasi deciso che, almeno per qualche tempo, Vittorio dimorerebbe nella sua villa, e i sogni della Matilde circa il soggiorno nella capitale erano andati in fumo. Vittorio si trattenne lontano dalla sua fidanzata quindici giorni, e ogni mattina il fattorino della posta recava alla Matilde una bella lettera in carta color di rosa, profumata dipatchouli, ch'ella leggeva tutta d'un fiato, e di cui faceva poi sentire frammenti all'Angelina, non senza riportarle fedelmente i saluti che le mandava Vittorio. Un dì le lettere furono due: oltre alla solita per la Matilde ve n'era una del padre di Vittorio pel signor Bernardo. In quella lettera il signor Antonio offriva, senza tanti preamboli, al futuro suocero del figlio suo una occupazione commerciale di non grande rilievo, ma sufficiente a procacciargli di che mantenere la sua famiglia, senza dover nulla a nessuno. Era una improvvisata, che il lettore può immaginarsi se riuscisse gradita ad un uomo corto sì, ma delicato e dabbene come il signor Bernardo. Non potè a meno di correr subito dall'Angelina a confidarle la sua esultanza, e a portare ai sette cieli la bontà e la rettitudine del padre di Vittorio, che con la sua provvida offerta lo facea rinascere anuova vita e lo rendeva utile a qualche cosa. La commozione sincera dello zio toccò l'Angelina: eppure, lo credereste? ripensandovi, ella provò nell'anima più vivo che mai quel senso pauroso d'isolamento onde, a suo malgrado, ella era da qualche tempo assalita. L'aiuto ch'ella recava alla famiglia de' suoi congiunti era sempre uno stimolo alla sua attività, e le avea fatto parer cento volte più belle le ore del lavoro e della fatica. Persino le bizzarrie della signora Clara e della sua primogenita ella subiva con ispirito sereno, allorchè, consultando il suo cuore, sentiva rispondersi: — Tu paghi col benefizio il male ch'altri ti fa. — Era orgoglio? Era egoismo? Volesse il cielo che tali fossero tutti gli egoismi e tutti gli orgogli del mondo! Finchè in casa Mauri v'erano dolori da lenire, confidenze da ricevere, consigli da porgere, la presenza dell'Angelina aveva un valore, uno scopo; ma adesso? La Matilde, la dolce amica d'infanzia, era sposa, ebbra di contentezza e d'amore; l'Amalia, secondo il costume dell'età sua, preferiva la vispa ilarità della sorella alla tranquilla, ma profonda mestizia dell'Angelina, e il signor Bernardo, l'ultimo ad esultare di quei lieti eventi domestici, s'era rasserenato pur esso all'idea di ritornare alla onesta operosità del passato. Ella sola era malinconica, ella sola era sventurata in mezzo ai felici, e le sembrava di non poter essere agli altri che un imbarazzo, o un peso, o un rimorso. Andava svogliata alle consuete lezioni, e le sue discepole già susurravano che la non pareva più quella; non che si ristessero però dall'amarla, tanto era dolce e buona e indulgente. Ma tutti dicevano: — L'Angelina sta male,l'Angelina dovrebbe far una cura seria; — oppure: — L'Angelina ha qualche grande affanno nascosto. — E l'affanno nascosto la poveretta l'aveva, ma non era soltanto il suo amore sventurato: era l'insieme del suo stato, era la solitudine del suo cuore. Nelle nature squisitamente temprate come la sua, lo spirito di gran lunga prevale alla materia, e la vita, per mantenersi, domanda con più angosciosa insistenza l'alimento dell'anima che quello del corpo. Era appunto l'alimento dell'anima che andava mancando all'Angelina, e la vita le veniva meno per insufficiente ricambio d'affetti. Se la Matilde fosse stata infelice, se la piccola Amalia avesse avuto bisogno di lei, se il signor Bernardo fosse rimasto nel primiero abbattimento, forse l'Angelina avrebbe vissuto, avrebbe vissuto per loro. Ma così le mancava una mèta: non poter giovare significava per lei non poter vivere. Oh! certo, il mondo è vasto, e fuori di casa Mauri vi sarebbero state altre piaghe da rimarginare, altre lagrime da tergere; ma dovevasi esigere che ella, a vent'anni, andasse di porta in porta ad offrire il balsamo de' suoi conforti? Ella non chiudeva in sè la tempra venturosa dell'eroina, la quale, più che per l'uomo, si sacrifica per il genere umano: era sortita agli affetti domestici, alle casalinghe abitudini. Perchè non aveva, come hanno le altre fanciulle, una famiglia, di cui esser l'angelo tutelare; perchè, come l'altre fanciulle, non l'era dato allegrarsi nella speranza d'un tetto, ove il suo cuore si aprirebbe alle semplici gioie di sposa e di madre? Perchè il disinganno l'aveva colta proprio alla soglia dell'esistenza?

Non era una malattia, su cui potesse arte di medico o virtù di farmachi: l'Angelina finiva per una occulta stanchezza, per un infiacchimento generale della persona. Chi l'aveva innanzi agli occhi ogni giorno non accorgevasi di questo rapido deperire, ma chi la vedeva dopo qualche intervallo n'era dolorosamente colpito. Vittorio, reduce presso la sua fidanzata, mise l'inquietudine nella famiglia, chè lo stesso signor Bernardo, per inquieto che fosse sul conto della nipote, era ben lungi dal creder vicino il pericolo. L'Angelina ricevette la visita del dottore senza stupore e senza sgomento, nè si turbò vedendolo annuvolarsi in volto e manifestare nell'aspetto una penosa incertezza. Quand'egli sedette al tavolino per iscrivervi una ricetta, lo guardò con un mesto sorriso, e quando le portarono la pozione ch'egli le aveva ordinata, la prese con indifferenza, come cosa da cui non aveva nulla da sperare e nulla da temere. La Matilde, il signor Bernardo e Vittorio fecero ressa intorno al medico per sentirne i pronostici: ed egli, coscienzioso e sincero, disse che il male dell'Angelina aveva per lui qualche cosa di arcano, che non v'erano sintomi chiari, ma v'era una strana prostrazione di forze, di cui egli non sapea dissimularsi la gravità. Chiese se vi potessero essere cause morali a un tale abbattimento. Il signor Bernardo si scosse, ed era per esporre il dubbio che da tanto tempo gli stava sull'anima; ma alzando gli occhi vide la Matilde affisare con sì trepida ansietà il suo fidanzato, che sentì compassione di lei, e l'amor paterno prevalse in lui ad ogni altro affetto. Non isfuggì al dottore quell'imbarazzo, ma da uomo accorto e discretocom'era, fece mostra di non avvedersene, e disse soltanto: — Interrogherò la malata. — Vittorio lo accompagnò fino all'uscio, ripetendogli: — La interroghi, la interroghi presto. — Egli si ricordava delle parole misteriose proferite dall'Angelina nel suo colloquio, e che sembravano accennare a un'occulta passione.

Da quel dì la stanza dell'Angelina era divenuta il convegno di quasi tutta la famiglia Mauri. La buona giovinetta erasi trascinata, finchè le forze glielo aveano concesso, nel salotto da pranzo; ma ora il medico le aveva ordinato il più assoluto riposo, nè del resto l'estrema debolezza le avrebbe concesso di scendere la scala. Passava le ore del giorno in una sedia a braccioli, accurata nel vestito e nell'acconciatura, e tanto più serena e tranquilla, quanto più il male faceva progressi e quanto più nel volto degli altri s'esprimeva un dolore disperato d'ogni conforto. Diceva di non soffrire, e forse era vero, e alla Matilde e a suo zio che le stavano presso, non potendo frenare le lagrime, stringeva teneramente la mano, e volgeva il più amorevole de' suoi sorrisi. Ma nè dinanzi allo zio, nè alla Matilde, nè al medico, che pur la interrogò con sottile artifizio, si lasciò sfuggire un accento che tradisse il suo segreto.

E intanto ella affievolivasi sempre più, e se l'aria era un po' fredda, e il tempo un po' umido, non si sentiva d'alzarsi e si tratteneva in letto l'intera giornata. Alla sponda di quel letto era sempre il signor Bernardo, e ogni momento le metteva la mano sulla fronte per sentirne il calore, e la fissava con uno sguardo che vi straziava l'anima. Le stava a' piediuna donna, una nostra antica conoscenza, la vecchia Filomena, con certi occhi invetriati, con una certa immobilità nella fisonomia, da mettere paura. Teneva le labbra strette che pareano inchiodate, e le mani incrociate sulle ginocchia non si toglievano da quella positura, se non per acconciare le coltrici della malata o per porgerle da bere o per accomodarle meglio i guanciali sotto il capo. Ogni due ore la Filomena senza dir parola, e si sarebbe creduto impossibile in femmina tanto ciarliera, scendeva in cucina a preparare ella stessa la minestra per la povera inferma, e in mezzo alle pentole ritrovava un po' della sua antica eloquenza per bisticciar con la fantesca di casa, la Teresa: poi risaliva muta come prima, soffiando nel brodo della scodella. La Filomena non vedeva la sua padroncina da oltre un anno, chè la sua smania di pettegoleggiare le aveva fatto dar l'ostracismo; ma appena seppe l'Angelina malata, supplicò che le fosse concesso di assisterla, ed ora vegliava dì e notte presso di lei, reprimendo, pur di starle vicino, e l'angoscia che le strappava il cuore, e quell'abitudine di discorrere, anche da sè sola, che le era divenuta una seconda natura.

Mancavano poche settimane al termine fissato per le nozze di Vittorio e Matilde, e già dibattevasi in famiglia se le si dovessero differire a cagione dell'Angelina, quando l'inferma manifestò il desiderio di parlare agli sposi. Fece la suatoilettedi malata con più cura del consueto, ordinò alla Filomena che le accomodasse i capelli come soleva una volta, s'acconciò sulle spalle e sul petto a guisa di sciallo un fazzoletto di seta azzurra, e postasi a sedere e atteggiato il volto al sorrisoricevette i due fidanzati, che le si presentavano innanzi lagrimosi e compunti. Era soltanto il presagio dell'imminente sventura? O era anche un senso indistinto d'inquietudine e di rimorso? Fu l'Angelina che ruppe il silenzio.

— Non le differirete mica le vostre nozze, — diss'ella con accento dolcissimo; — non lo permetterei a ogni modo, e poi.... non ve ne sarà bisogno.... — E com'essi si peritavano a chiederle spiegazione di questa frase: — Non ve ne sarà bisogno, — soggiunse, — perchè l'Angelina non tira innanzi tanto.... Oh! via, non piangete, non fate fanciullaggini.... Venite qui piuttosto, qui vicino a me. — Le si appressarono col capo basso, con gli occhi gonfi di pianto. L'Angelina pose la mano sulla spalla della Matilde: — Fatti animo, Matilde mia, tu stai per diventar moglie, e il mio povero babbo mi diceva spesso che le buone mogli devono presentarsi dinanzi ai loro mariti con aspetto sereno. Una donna ilare è un tesoro inapprezzabile per una famiglia.... E voi, Vittorio, — riprese volgendosi al giovane, — amatela questa mia buona Matilde. Siamo cresciute insieme, abbiamo durato insieme le prove dell'avversità, e io vi posso dire ch'ella merita un'esistenza men travagliata, e che di tutte le cure onde vorrete circondarla, non ve n'è una, di cui ella non saprà compensarvi con l'amor suo. Oh! Vittorio, promettetemi di amarla sempre e di fare quanto sta in voi per renderla pienamente felice. —

Così dicendo staccò dalla spalla dell'amica la sua mano bianca, affilata, e la stese verso Vittorio, che se la portò alle labbra e la coperse di baci e di lagrime.Non proferì parola, ma il suo silenzio era più espressivo d'ogni risposta.

La malata si colorò lievemente, gli occhi le brillarono d'un mesto splendore, parve sorpresa da una commozione superiore alle sue forze, e si lasciò ricadere sull'origliere. Però si ricompose prestissimo, e dopo aver frugato sotto i guanciali, ne trasse un monile di granate a due giri, da cui pendeva un piccolo medaglione d'oro. Lo pose al collo della Matilde, che nell'eccesso del dolore appena era conscia di sè, dicendole: — Eccoti il mio regalo di nozze. In quel medaglione troverai de' capelli; son miei.... serbali per memoria dell'Angelina.... — La Matilde, soverchiata dall'angoscia, cadde ginocchioni a piè del letto, abbandonando il capo sulla coltrice, e rompendo in singhiozzi. Anche Vittorio singhiozzava col viso nascosto fra le mani. Lungo le guance pallide dell'Angelina scorrevano in silenzio le lagrime: v'era una serenità celeste nel suo dolore.

Alcuni dì appresso la inferma volle alzarsi, e le sue gracili dita corsero ancora una volta sui tasti del pianoforte. Sonò un concerto dellaNorma, e veramente al mirarla coi capelli ondeggianti, con la lunga veste bianca, con quel volto che aveva la trasparenza e il color della cera, la si sarebbe detta una visione notturna dei boschi druidici. Sull'imbrunire si coricò chiedendo che le si aprissero le finestre per respirar l'aria della campagna. E così, contemplando il sole che tramontava, inebbriandosi nell'odor delle viole di primavera (che era appunto sul finir dell'aprile), esalò l'anima soavissima fra le braccia dello zio e della vecchia sua Filomena.

La Filomena rimase come impietrata: convenne strappare a forza il signor Bernardo dalla stanza della defunta, perch'egli non voleva a verun costo abbandonare quella tepida salma.

Sulla scrivanìa dell'Angelina fu trovata una lettera, con cui ella disponeva della sua modesta sostanza. D'un terzo lasciava erede la Filomena: destinava gli altri due terzi all'Amalia, con espressa condizione che il capitale fosse messo a frutto sino al momento, in cui la fanciulla andasse a marito.

Un mese dopo successero le nozze di Vittorio e Matilde; nè mai più mestamente si compì la solenne cerimonia. I pochi convenuti notarono nel volto di entrambi gli sposi i segni di una cura profonda, e tutti furono maravigliati del pianto dirotto, in cui proruppe il signor Bernardo, allorchè la figliuola si pose in dito la gemma nuziale. Sulla veste bianca della Matilde spiccavano, singolare ornamento, le granate, ultimo dono dell'Angelina, quasi a ricordare quanta parte di lutto offuscasse quella giornata. Soltanto la signora Clara e la Nella parevano abbandonarsi alle più gradite impressioni: la signora Clara esultava pensando che porzione della ricchezza della figliuola verrebbe di riflesso su lei, e la Nella faceva gli occhietti a un impiegato in pensione molto azzimato e coi capelli tinti e ritinti. L'Amalia era malinconica e taciturna: anch'ella dolevasi nel suo cuoricino dell'amica che non vedrebbe mai più.

1867.


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