I primi passi alla scienza

I primi passi alla scienzaLo stradale che da Milano conduce a Pavia, al cominciare del novembre 1839, presentava l'aspetto di un corso. Era l'epoca nella quale gli studenti si recano all'Università per corroborare l'intelletto collascienza, e lo stomaco col vino di Stradella e di Voghera.L'avvocato Griffanti, il giorno cinque di novembre noleggiò dunque una vettura per accompagnare il proprio figliuolo Annibale fino alle porte dell'Ateneo. Il viaggio fu lungo, e le prediche dell'ottimo padre più lunghe ancora e forse più noiose. Annibale ascoltava, fingeva di ascoltare, interrompendo di tempo in tempo il buon vecchio con un:sì, papà, accompagnato da un leggiero chinar del capo.—Figliuol mio, tu mi costiun occhio della testa. Dal giorno che io e tua madre ti abbiam dato alla luce, ho speso pel tuo mantenimento fisico ed intellettuale diecimila cinquecento trenta lire e sessanta centesimi. È inutile che io ti faccia notare che più cresci in età, e più danaro mi consumi. Adopera finitami verrai a costare ventimila lire incirca; somma considerevole, che tu, quando avrai compiuto il corso degli studi, non saprai riguadagnare in vent'anni d'avvocatura. Comprendi tu l'importanza e la gravezza dei sacrifici paterni?—Sì, papà.—Io potevo destinarti ad un'arte volgare; e forse a quest'ora tu saresti un eccellente falegname, o unsarto, un parrucchiere, e guadagneresti di che vivere col frutto delle tue fatiche, ed io sarei esonerato da ogni dispendio. Tu desiderasti addottorarti in ambo le leggi: io non mi opposi alla tuavocazione. Bada però che siamo ancora in tempo a far un passo addietro, e se quest'anno non metti latesta a partito, se, trascinato dal tuo mal genio, o corrotto dallecattive pratiche, non corrispondi alle speranze ch'io ho di te concepite, l'anno venturo ti mando senz'altro a bottega. Lo studio dell'avvocatura non presenta grandi difficoltà; a' miei tempi ho veduto addottorarsi certi pecoroni, che in zucca non aveano due grani di sale; eppure oggigiorno essi occupano cariche distinte, e sanno farsi pagar caro anche dai clienti che mandano in rovina. Ma io so che lo studiare non ti incresce, e da questo lato me ne sto tranquillo...—Sì, papà.—Ciò che mi preoccupa maggiormente è il pensiero della tua condottaeconomico-morale. Ah! quella benedetta economia! Essa è il fondamento di tutto lo scibile umano. Io credo che, a' miei tempi, un giovane regolato, in Pavia, poteva passarsela assai bene con venticinque soldi il giorno, o poco più. È una città dove si vive anche oggigiorno a buon patto; vi sono delle trattorie dove per quindici soldi si hannodue piccole, la minestra e il giardinetto. Il vino (di cui però ti consiglio ad astenerti), costa a un dipresso sei soldi al boccale; come tu vedi, si può quindi con venti soldi circa fare un pranzo lautissimo. Anche gli alloggi sono a buon prezzo; io spero trovarti una camera decente per lire quindici al mese. Ecco dunque, pel prezzo di quaranta lire al mese, proveduto di pranzo e d'alloggio. L'altre spese di colazione, cena, lavatura di biancheria, libri, penne, ceralacca, zolfanelli, ponno ammontare ad altre quindici lire; si aggiungano altre due lire peiminuti piaceri, ed ecco con sessantadue lire te la passi da principe. Non ti pare che io abbia ben calcolato?—Si, papà.—Cionondimeno io voglio essere largo. Io ti ho destinata una pensione di lire ottanta, che riceverai regolarmente, di trenta in trenta giorni, dal mio corrispondente. Sai tu che a Milano, con ottanta lire al mese, vivono molti impiegati, i quali hanno moglie e figliuoli, e fanno una bella figura nel mondo?...—Si, papà... fanno delle belle figure!... borbotta Annibale fra i denti.—Nella valigia troverai una macchinetta per cuocere il caffè, la stessa di cui mi sono servito io quando studiava all'Università. Il caffè è una bevanda eccellente per isvegliare lo spirito dopo tre o quattro ore di profondo studio; nondimeno ti consiglio ad usarne con moderazione. Una tazza ogni mattina, due tre fette di pane, ed ecco hai fatta una colazione più che sufficiente. Durante il giorno non ti consiglio di farne uso, tranne in caso di indigestione; ma un giovane costumato e dabbene non deve andar soggetto alle indigestioni. Con un pranzo di venticinque soldi, si previene qualunque indisposizione di tal genere; nella valigia troverai tanto caffè e tanto zuccaro quanto ti potrà bastare per due mesi. Posso io sperare che non abuserai delle larghezze paterne?—Sì, papà.—Avverti bene, figliuol mio, che noi non siamo ricchi. Tu hai quattro fratelli e tre sorelle, alla cui educazione io debbopensare. Alla mia morte d'altro non vi lascio eredi che d'un nome onorato; in altri tempi il nome era uncapitale, al giorno d'oggi gli è quasi unapassività. Oh! potessi prima di chiuder gli occhi all'eterno sonno, vedere i miei figli benavviati! È l'unico compenso che io vi domando, in mercede del tanto che ho già fatto, e che farò per l'utile vostro. Annibale, tu devi precedere gli altri coll'esempio... tu puoi colla tua condotta essere il decoro ed il sostegno della nostra famiglia, o immergerla nella desolazione e nella miseria. Sovvengati della tua povera madre... dei savi consigli ch'ella spesso ti ripeteva... e dirigi ogni tua azione come s'ella ti fosse presente.—Sì, papà.Annibale era commosso. La memoria della madre perduta fece in quel giovine cuore di diciannove anni maggior impressione che non i calcoli e le esortazioni precedenti. Egli profferì mentalmente la promessa di essere mai sempre costumato e studioso, e in pari tempo si asciugò una lagrima dalle ciglia. L'avvocato Griffanti, attribuendo la commozione del figlio all'effetto delle sue eloquenti parole, sorrise di compiacenza e d'orgoglio. Il padre e l'avvocato non avevano ottenuto mai un più grande trionfo.Quando piacque al cielo, la vettura giunse alle porte di Pavia. Trovata una camera decente, Annibale vi fece trasportare la propria valigia, poscia in compagnia del padre si recò a pranzare in una modesta trattoria, dove malgrado tutte le osservanze economiche, vennero a spendere circa dieci lire.Un'ora dopo, l'avvocato Griffanti ha risoluto di tornare a Milano. Annibale riceve colla massima compunzione le ottanta lire della pensione e un centinajo di consigli più meno seccanti; il padre ed il figlio si abbracciano teneramente; questi si avvia passo passo alla sua abitazione, e poco dopo s'affaccia alla finestra zufolando, unico mezzo di distrazione per chi non è abituato a fumare dieci o dodici zigari al giorno.Ed ecco tre studenti vengono a passare sotto la finestra. L'un d'essi è un intimo amico di Annibale, un capo sventato, già celebre al liceo di Sant'Alessandro, per poca volontà di studiare e moltissima volontà di divertirsi.—Buon giorno, Annibale!—Oh! tu pure all'Università?—Mio padre ha secondata la mia vocazione. Intendo applicarmi alle matematiche. E tu, da quando sei arrivato?—Da sta mattina a mezzo giorno.—Se permetti, vengo a farti una visita, in compagnia di questi buoni amici.—Prenderemo insieme una tazza di caffè.I tre studenti salgono rapidamente le scale, entrano nella camera d'Annibale, e sedendo chi sullescranne, chi sul letto, cominciano a conversare lietamente delle faccende loro. Annibale, per fare onore ai suoi ospiti, dà fuoco alla macchinetta, e prepara il caffè.—È permesso?—Avanti.—Si può far conoscenza coi nostri vicini?—Con chi ho l'onore di parlare?—Con un anziano, che da quattordici anni studia le scienze mediche.—Ben giunto! Presto; un altro bicchier d'acqua e due cucchiai di caffè.Il nuovo arrivato è un uomo di circa trentadue anni, di professione studente, grasso, rotondo, barbuto, un naso fatto a guisa di peperone, che a forza di immergersi nelle scodellette del vino piemontese, in sulla punta è divenuto pavonazzo. Nell'entrare egli stringe la mano ai quattromatricolini, ed assumendo un tuono autorevole e misurando a gran passi la stanza, improvvisa una predica, i cui concetti morali sono press'a poco del tenore seguente:—Voi cominciate, ed io ho quasi finito. Gli anni più belli della vita son quelli che si passano all'Università! guai a chi non sa profittarne! Gli studi sono un pretesto, un eccellente pretesto per emanciparsi dalla sorveglianza, dalla tirannia dei parenti. Allegri dunque, figliuoli! A scuola meno che possibile; la vera scienza si acquista nelle osterie, fra buoni compagnoni, con un fiasco di vino sulla tavola. A Pavia, checchè ne dicano taluni, si può passarsela allegramente; il vino è a buon patto, vi hanno osterie eccellenti, trattorie e caffè dove si paga metà a chiacchiere, metà a pugni, e le donne.... per chi sa snidarle... sono belle ed amabili anche qui come negli altri paesi del globo. Penetrato da siffatte verità, io non mi sono affrettato di troppo a domandare l'alloro dottorale. Ho già veduto due generazioni di studenti passarmi dinanzi, ed ho sorriso di compassione nell'osservare con qual ansia affannosa corrano taluni verso una meta, che è il principio di tutte le calamità. La laurea dottorale è la tomba della giovinezza. Figliuoli,io vi metterò sulla buona strada. Le vostre menti ancora intorpidite hanno bisogno di una scossa. Tutto dipende dai primi passi, dalle prime lezioni. Slanciatevi senza paura, e sarete salvi. Io non dubito che voi abbiate delle disposizioni eccellenti per fare una buona riuscita... Ercole Roccadura, il decano degli studenti di medicina, vi stende la mano, e promette scortarvi coi propri lumi, colla propria esperienza.Annibale e i suoi compagni son commossi di entusiasmo, e, facendosi intorno all'oratore, con un misto di confidenza e di venerazione, gli dicono ad una voce:—Qual fortuna d'aver fatta la vostra conoscenza!—A scuola meno che è possibile!—Viva l'allegria! viva le donne... ed il vino!—Viva gli studenti! Viva il decano Ercole Roccadura!In meno di un quarto d'ora, nella stanza del giovane studente è un vero baccanale. Roccadura invita a salire tutti gli amici che passano nella via; Annibale gli accoglie colla cordialità del perfetto gentiluomo; la macchinetta suda perennemente a preparare il caffè per ogni nuovo arrivato, e dopo aver preparato il caffè, suda di bel nuovo per l'ebollizione dei punchs.—Che bella compagnia! grida Roccadura, dominando colla sua gran voce e colla sua gran barba l'intera assemblea. Questo si chiama inaugurar bene l'anno scolastico! Veggo che il nostromatricolinoha belle disposizioni... Questipunchssono eccellenti! Viva gli amici degli amici!—Viva! urlano ad una voce gli altri studenti.—Poichè s'è cominciato, tant'è che si finisca allegramente! Se invitassimo a prendere ilpunch....... Ah!.... vediamo se le due Caruccelli stanno ancora qui dirimpetto...?—Chi sono le Caruccelli?—Due ragazze... due modiste... di buona volontà... vere figlie dell'amore... amiche degli studenti... matte per ilpunche pel vino d'Asti.... due ballerinenumerouno! Ah! vi giuro, se io posso indurle a passare la serata con noi, me ne avrete all'indomani infinite obbligazioni.—Presto, si chiamino le Caruccelli...—Io mi incarico di snidarle dal loro coviglio e condurvele innanzi belle e spiumate.Roccadura esce per pochi istanti, quindi rientra accompagnando le modiste, che non sono nè giovani, nè belle, nè amabili, e nullameno vengono accolte dagli studenti con una esplosione di applausi fragorosi.—Presto! una tazza dipunch... alle donne... Bella Marietta... adorabile Carolina...Libare a nappo amicoSpero che a voi non gravi!—Ilpunchmi fa male, risponde Carolina.—Preferirei un bicchiere di vino d'Asti... soggiunge l'altra strega.—Vino d'Asti! Annibale, presto! si mandi a prendere del buon vino d'Asti... Al caffè qui sull'angolo... ve n'ha di squisito... Onore, gloria e servitù al bel sesso!Le due donne si accovacciano in un angolo della camera. L'una si diverte a masticar caffè tostato, l'altra, per preparare lo stomaco al vino d'Asti, trangugia d'un fiato un bicchiere di rhum, che Annibale le offre recitando una stroffetta di Metastasio.Poco dopo, Roccadura entra colle bottiglie. La vista del liquore spumante rianima la festa, cui, per dir vero, la presenza delle Caruccelli non aveva aggiunto alcun brio. Carolina e Marietta s'affrettano a vuotare parecchi bicchierini; le loro guancie si colorano di porpora, gli occhi sfavillano cisposi, le lingue si snodano, e ai tanti complimenti, alle tante dichiarazioni e proteste da cui sono assediate, rispondono anch'esse colle espressioni più amabili e più sentimentali, ingemmando i loro discorsi di tutte le eleganze e le grazie del dialetto pavese.—Ora vediamo di utilizzare queste donne a beneficiodi tutti, esclama Roccadura. Io direi che si rinculassero i tavolini e gli altri mobili inutili, e qui senz'altri apparecchi, si improvvisasse una festa da ballo. All'orchestra ci penso io. L'amico Bogni suonerà l'ottavino, io corro a prendere il mio bombardone, e vi giuro che noi due soli faremo tanto fracasso da far ballare anche le pareti della casa. Annibale, tu bada a tener accesa la macchina.—Dopo il vino d'Asti, queste signore non rifiuteranno di prendere anche il punch..... Io conosco il mal delle bestie... Su! snodate le gambe! e viva l'allegria!In meno di due minuti la sala è preparata per la festa. Bogni e Roccadura ritornano co' loro strumenti, montano sul letto, mettono la piva in becco, e i ballerini si slanciano, mandando urli frenetici, e facendo traballare il pavimento.Annibale è pazzo dalla gioia. Ilpunch, il vino d'Asti, il caffè, il contatto di quelle donne, che sebbene non abbiano le forme ed i vezzi di Venere, hanno però quanto basta ad esaltare l'immaginazione d'un giovinotto di sedici anni, cioè una gonnella e quattro sottane inamidate; la gioia di trovarsi libero da ogni sorveglianza; il frastuono, il ballo, le grida, il polverìo che si solleva dai mattoni, tutto concorre ad infiammargli il cervello. Le due Caruccelli lo esortano a bere, ballano sovente con lui, e nel fervore della danza gli stringono di tempo in tempo la mano in segno di predilezione. Egli ad ognivalzer, ad ognigaloppe, diventa più ardito; fa mille dichiarazioni d'amore in tono patetico e sentimentale, e dopo aver giurato eterna fede ad ambedue le sorelle, promette sposarle appena compiuto il corso degli studi.L'intemperante allegria degli studenti ha già portato qualche guasto nei mobili. Lo specchio è caduto dalla tavola da notte, ed ha mandato in frantumi una diecina di bottiglie vuote, la catinella ed il vaso dell'acqua. Marietta colla coda delle sue sottane s'è tirata dietro la guantiera con dieci o dodici fra chicchere e bicchieri colmi dipunch. Roccadura, battendo la misura col piede, ha spezzato le assi delletto, che dividendosi in quattro parti, sprofonda i due suonatori fra i guanciali ed il pagliericcio, rinversando in pari tempo il vaso da notte.Due studenti liberatisi dal paletot, si involgono nello scialle delle modiste; queste indossano il paletot degli studenti, e appena Annibale ha finito di aggiustarsi sul capo la cuffia di Marietta e farsi col sughero due enormi mustacchi, la porta si apre inaspettatamente, e l'avvocato Griffanti comparisce in sul limitare.Annibale rimane interdetto, immobile, pietrificato. Le donne vanno a nascondersi dietro le cortine; malauguratamente, in quella rapida evoluzione, una d'esse spinge col gomito la bottiglia dell'alcool, che, versandosi in sulla macchinetta, prende subito fuoco e cola sul pavimento come una lava.L'avvocato Griffanti contempla per qualche minuto senza dir parola quello spettacolo di disordine e di devastazione; poi con voce tranquilla, senza avanzarsi d'un passo dice al figliuolo:—La vettura, con che io doveva recarmi a Milano, è ribaltata in un fosso a due miglia dalle porte; come tu vedi, ho dovuto retrocedere, e questa notte resterò ancora in Pavia. Quando hai sbrigate queste tue faccende, vieni a trovarmi all'osteria della Croce bianca, dove vado ad attenderti.—Si, papà... risponde Annibale fregandosi colle dita i mustacchi e levandosi coll'altra mano la cuffia di Marietta.E mentre l'avvocato Griffanti si allontana a lenti passi va mormorando:—Alla sua età ho fatto anch'io lo stesso e forse peggio.. e con tutto ciò sono dottore. Ah! siamo pur ridicoli, noi altri papà!.....Ciò che si vuoleI.Chi ha moglie, non legga. Le scene che qui trascrivo non possono interessare che gli innamorati e i fidanzati, quei felici che sono ancora in tempo a sfuggire il fatal laccio. I mariti non hanno che a rassegnarsi e a pregar Dio che ammollisca o sdruscisca le loro catene. Che potrebbero essi apprendere di nuovo, qual frutto ricavare dal riflesso di questi bozzetti?Ecco in qual modo Valentina Cornalbo, alla vigilia delle sue nozze, scriveva a Clotilde Bellocchio:«Mia tenera amica,«Domani nella chiesa di San Bartolomeo, in presenza degli uomini e del cielo, io diverrò sposa di Cristoforo Montorio, agente comunale della nostra borgata, ricco possidente, segretario della fabbriceria, capo della confraternita, direttore della banda civica, membro onorifico dellaSocietà d'incoraggiamento per l'ingrasso dei campi, ecc. Questo matrimonio, come ti dissi altre volte, fu progettato e condotto a compimento dalla mia buona zia Carmelinda, la quale mi ha sempre raccomandato di preferire uno sposo costumato e dovizioso ad uno di questi azzimati bellimbusti, che hanno molta apparenza e poca sostanza.Cristoforo non è bello, pure ha molte qualità interessanti, e sebbene il suo aspetto non risponda all'ideale delle mie fantasie giovanili, spero col volger del tempo corrispondergli quella tenerezza e quell'amore, che fino ad oggi non seppe ispirarmi. Se tu vedessi i bei regali da nozze! Quando io penso che domani tutte queste perle brilleranno sui miei capelli....! Oh, il mio Cristoforo è un uomo... adorabile. Il vestito da nozze è di una magnificenza..... di una eleganza... E i braccialetti! Figurati... quattro braccialetti.... l'uno di forma di serpente, colle spire screziate a mille colori e gli occhi di diamante; l'altro... una ghirlanda di viole colorita da mille pietruzze; il terzo... un gran medaglione su cui spicca il ritratto di Montorio... in abito di presidente della confraternita... Oh il mio Cristoforo! Io sento che un giorno o l'altro sarò costretta a volergli bene... anche a lui. E i libri di preghiera, legati in velluto, con mille rabeschi d'argento! E il ventaglio! E questo magnifico orologio d'oro..... con una catena lunga dieci braccia! Che posso desiderare di più? Domani mi metterò addosso tutte queste belleforniture. Domani!.. Ah Clotilde!.... come io bramerei che tu mi vedessi cosìbardata! Mio marito, dopo la cerimonia, vuol condurmi a fare un viaggio... fino a Milano; al mio ritorno verrò a farti una visita. Io non intendo di rimanere a lungo imprigionata in codesto villaggio... Ho bisogno di muovermi... di prender aria... di correre un poco anch'io questo bel mondo, di cui finora non conobbi che l'oscuro angoluccio dove son nata. Sì.... Clotilde... noi verremo a trovarti.... e allora ti dirò il resto... Frattanto, mentre auguro anche a te un buon marito, aggradisci un bacio della tua compagna di collegio, ed amicaValentina Cornalbo,domaniMontorio.»Seregno, 18Ottobre1837.»II.Risposta di Clotilde alla lettera precedente:«Mia buona Valentina,«Quando riceverai questa lettera tu sarai già sposa. Mentre ti ricambio mille auguri di felicità, mi affretto ad annunziarti che fra quindici giorni anch'io sarò unita all'uomo che adoro..... unita per sempre. Il mio fidanzato non è ricco, nè insignito di cariche illustri.... Egli è un giovine poeta, che da sei settimane venne, per ragioni di salute, ad abitare nei dintorni di Varese. Questo nome dipoetati farà sorridere, mia Valentina; forse tu ti sovverrai del Cambiaggio nell'opera iFalsi monetari, a cui assistemmo insieme. Pure il mio poeta non ha nulla di comune con don Euticchio. Figurati un bel giovine di venticinque anni, pallido in volto, due occhi neri pieni di tristezza, un labbro vellutato da un bel pajo di mustacchi nascenti, un portamento nobile ed elegante, l'insieme della persona aggraziato e gentile. Quando verrai a trovarmi, io ti narrerò tutta la storia di questo amore, che fu il primo e sarà anche l'ultimo della mia vita.—Quanti ostacoli prima di ottenere da' miei parenti il bramato consenso! Mia madre ha perorato in nostro favore, ed ha vinto. Il giorno stesso ch'io ricevetti l'ultima tua lettera, fu anche deciso il mio matrimonio con Alfredo Leoni—Alfredo Leoni! Che ti pare di questo nome? Non somiglia a quei nomi, che sovente abbiamo letto nei romanzi o nei drammi francesi? Ma il mio fidanzato (perdona se io ti parlo sempre di lui) è veramente un personaggio da romanzo, uno di quegli esseri che io credeva non esistessero se non nella immaginazione degli scrittori.»Il nostro matrimonio verrà celebrato senza pompa. Il povero Alfredo non può fare di grandi spese per me; nè io lo pretendo. Egli ha ottenuto un impiego, a Milano, dove ora si è recato per farvi ammobiliareun modesto appartamento. Subito dopo il matrimonio, ci recheremo colaggiù a vivere dei prodotti del suo impiego e della piccola rendita che mio padre mi ha stabilita per dote, felici del nostro amore, che durerà quanto la vita. Verrai tu ad assistere alle mie nozze? Oh! come te ne sarei grata! Saremo in piccolo comitato di parenti e di amici; alla mattina ci recheremo alla chiesa; poi, si farà un pranzerello in casa di mio padre; Alfredo reciterà dei versi, tu suonerai una dozzina dipolke; balleremo, canteremo, si farà un po' di baldoria e poi ci separeremo.... per rivederci..... Dio sa quando.... A proposito di versi, sai tu che la è una gran bella cosa.... l'esser amata da un poeta! Se tu lo sentissi, quand'è in vena, od è, come si suol dire, infiammato dall'estro! Io mi starei tutta la giornata ad ascoltarlo. Per verità in quelle sue lunghe tirate io non ci comprendo gran cosa; ma l'espressione del suo volto, l'accento della sua voce, quei gesti, quel fuoco, quell'enfasi.... tutto in lui mi rapisce e mi esalta. Egli paragona i miei occhi a due stelle; dice che il miosorrisoè un'aura diparadiso, e che non sarà mai più da mediviso; che quando iocanto, lo sforzo alpianto, che quandoio rido, il corgli uccido.... e tant'altre cose tutte belle.... tutte piacevoli ad udirsi. Oh! io voglio che tu lo veda.... che tu lo senta.... Verrai, non è vero? verrai a trovarmi il giorno delle mie nozze. Pensa che senza di te la festa non sarebbe compiuta.Addio, o piuttosto a rivederci presto, mia buona Valentina. Mille saluti al tuo sposo che desidera vivamente di conoscere.La tuaClotilde»«Varese, 18ottobre1837.III.La sera del 15 ottobre dell'anno 1837 prendevano alloggio all'albergo d'Europa, allora locanda diSan Paolo, in Milano, il signor Cristoforo Montorio e suamoglie Valentina, in compagnia di alcuni parenti ed amici che avevano seguiti i due coniugi in quellaspedizione di piacere. La numerosa e lieta brigata cenò di buon appetito, poi tutti se ne andarono al teatro dellaScala, con sommo dispiacere del signor Montorio, il quale, per sue particolari ragioni, avrebbe preferito d'andarsene a letto. A un'ora dopo mezzanotte la comitiva tornò alla locanda. Montorio si fece recare un brodo all'uovo, quindi accomiatandosi dai compagni, che non cessavano dal perseguitarlo con mille celie e mille equivoci motti, si chiuse in camera colla sposa.All'indomani, verso le sette del mattino, Valentina era già desta ed abbigliata per uscire. Ella volle salire sulla cupola del duomo, con nuovo rammarico del signor Montorio, che avrebbe preferito di fare una gita in carrozza. Valentina, leggiera e volubile come una capriola, saliva gli scalini a quattro a quattro, visitava ogni angolo, ogni nicchia, correva dall'una all'altra estremità del grandioso edificio. Montorio la seguiva ansante, cogli occhi fuori dell'orbita, la lingua gonfia e schiumosa; ad ogni tratto egli si fermava per riposare su qualche scalino e si asciugava il sudore, mentre Valentina gli gridava dall'alto: Che fai Montorio? Presto! Io son già quasi alla sommità della cupola maggiore! Che? Dove è andato il tuo coraggio? Hai tu già perduta la lena?—E il poveretto si alzava da sedere, e s'arrampicava per quelle scale tortuose, come un giustiziato salirebbe i gradini del patibolo.I due coniugi soggiornarono a Milano una settimana. Il povero Montorio era visibilmente dimagrato. L'ultimo giorno, quando Valentina gli propose di salire sull'arco del Sempione, egli senti davvero mancare il coraggio. Confidò la infaticabile compagna al servitore di piazza, e, sdraiandosi sulle erbette, rimase per ben due ore immobile come corpo morto.»La sposa dall'alto del monumento lo chiamava a gran voce:—Montorio! Montorio! Io ti credeva men pigro e più robusto....Il ritorno al villaggio fu men gaio che la partenza. Valentina parve noiata, e, durante il tragitto, per dispensarsi da ogni conversazione, pretestò una forte emicrania. Montorio, al primo muoversi della vettura, si addormentò profondamente; i parenti e gli amici che lo accompagnavano, non lasciarono di notare che, durante il sonno, la sua testa pendeva dal lato opposto a quello della moglie.Quando i due sposi furono soli nel loro appartamento, Montorio disse a Valentina:—Sono stanco dal viaggio; io vado a dormire nel mio gabinetto. A Milano abbiamo fatto tante salite!Rispose la moglie:—Sta bene. Buona notte!Verso mezzanotte, una voce di tenore, accompagnata da una chitarra, cantava melanconicamente in lontananza:Fin dall'età più teneraTu fosti mia, lo sai;Tu mi lasciasti, ahi misero!Anche infedel.... t'amai....Valentina era ancor desta; Montorio, russando sonoramente, pareva che dal suo gabinetto secondasse quella canzone con un accompagnamento di contrabasso.IV.Pochi giorni dopo, Valentina riceveva da Clotilde la lettera seguente:«Mia buona amica,«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra letteratutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.»—Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidentinell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.»—Avete voi quanto vi fa di bisogno? chiese la portinaia in atto di congedarsi.»—Si, rispondemmo ad un tempo Alfredo ed io.»La buona donna se ne andò; Alfredo chiuse la camera, e noi restammo soli.»Allora mi inginocchiai dinnanzi ad un'imagine, e proruppi in lacrime dirotte. Erano lacrime di gioia.»—Vieni, disse Alfredo (e mi condusse nel gabinetto vicino), vieni a salutare mia madre....»Levando gli occhi, vidi dinanzi a me il ritratto di una donna di circa trentacinque anni; una fisonomia dolce, melanconica—uno sguardo pieno di tenerezza e di bontà.»—Eccoti, Clotilde, la sola persona che io abbia finora amato in sulla terra. La poveretta è morta da quattro anni. Ora, dinanzi a questa imagine adorata, rinnoviamo i nostri giuramenti.»Noi ci inginocchiammo insieme, e proferimmo il giuramento, tenendoci stretti per mano, e terminando la frase con un lungo bacio.»—Vedi, disse Alfredo rialzandomi; non ti pare che sulle labbra di mia madre spuntasse un sorriso?»E tornammo alla camera da letto.»O Valentina: la vita che noi conduciamo da otto giorni potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, dove, appena colta una rosa, un altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura d'essere troppo felice!....»Non ho veduto ancora un teatro, nè ho visitato alcun monumento di questa bella città. Usciamo rare volte al passeggio, evitando le vie frequentate ed i corsi; Alfredo è occupato a scrivere sei ore al giorno; io gli sto d'accanto lavorando; di tratto in tratto interrompiamo le nostre occupazioni per iscambiarci quattro parole e quattro baci, poi ciascuno ritorna al suo posto. È la vita dei canarini!»E sai cosa mi ripete Alfredo quasi ogni giorno!—Clotilde: nello stato coniugale, perchè si conservi l'amore, convien conservare innanzi tutto la poesia. La poesia è santa luce del cielo senza di cui ogni cosa scolorisce.»Ho voluto ripeterti queste parole di Alfredo, perchè tu pure ne tragga profitto.»Frattanto, abbi un po' di di indulgenza per questa mia lettera, forse troppo lunga e piena di dettagli troppo minuziosi. Ho sfogato il mio cuore, versando in quello di una tenera amica una felicità sovrabbondante.»Attendo pel ritorno del corriere una tua lettera, che più sarà lunga, più mi riuscirà gradita. Caccia dall'animo i tristi pensieri, ed ama sempreLa tua amicaClotilde Leoni».Milano, 10 novembre.V.Ora mi si permetta una breve digressione.La barchetta errava in balìa delle onde....In qual anno? in qual mese? in qual'ora? Era dinotte, o di giorno?—Si accomodi il lettore come gli aggrada meglio.La barchetta errava in balìa delle onde, e il pallido raggio della luna, o se più vi piace il limpido chiarore dell'alba, rischiarava la fronte di Luigia.Chi era Luigia? Una giovinetta di quattro lustri.—Troppo acerba, dirà taluno.—Aggiunga altri sei anni.—Troppo matura, dirà un altro.—Ne levi cinque.—V'è modo di appagare tutti i gusti.E mentre in estasi d'amore io mi stringeva al cuore la sua mano, ella introdusse dolcemente l'indice e il pollice nella taschetta del miogilet(altri direbbepanciotto), e dopo averne frugate le più intime nicchie, ne trasse fuori una dozzina di monetuzze di vario conio; poi, liberandosi dal mio fervido amplesso, si diede a contarle sul palmo della mano.—Dodici lire!Erano proprio dodici lire.—Gli è quanto basta per tornare a Milano.—E noi torneremo a Milano?—Si, mia Luigia; convien cedere alla necessità. Vedi; se una di queste monetuzze ci mancasse, noi saremmo nella imbarazzante posizione di dover o l'uno l'altra far tutto il cammino a piedi, ovvero restar qui in ostaggio fino a quando la fortuna non ci inviasse altro denaro: e tranne il caso poco probabile d'una vincita al lotto...—Una vincita al lotto!.... Sono già due anni che il venerdì d'ogni settimana io palpito di questa dolce speranza. Un terno!... oh! un buon terno secco!...—Cinquemila lire.... guadagnate senza fatica....—Sai tu che la è una bella somma: cinque mila lire!... Se mai giungessi a possederle!...—Via; sentiamo qual impiego ne faresti...—Io amo tanto di fabbricare dei castelli in aria... In primo luogo, mi affretterei a prendere in affitto quattro stanzette al secondo od al terzo piano. La mia povera madre è sempre malata; mio padre fuma le otto ore al giorno, io stiro continuamente; è ben trista cosa lo starcene così appollaiati in una soffitta priva d'aria e di luce, corrotta dalle esalazionidel tabacco e del carbone! Vorrei che il mio piccolo appartamento sorgesse nelle vicinanze dei bastioni; che dalle mie finestre si vedessero gli alberi, la campagna e largo spazio di cielo; sicchè alla mattina, aprendo le imposte, i primi raggi del sole venissero a corteggiarmi; poi, alla notte, attraverso le invetriate, la luna... mi servisse di lampada quando vado a coricarmi.—La luna, il sole, le stelle si ponno godere a buon mercato, Luigia mia; eppure anche queste bellissime cose in città non sono tanto belle come qui all'aperta campagna. Se io fossi ricco, mi guarderei bene dal circoscrivere la mia esistenza entro il limite impuro di una capitale.—Oh certo, se fossimo ricchi.... io... lo saprei ben io... come si fa per vivere felici.—Supponiamo che il signor lotto ti favorisca un centinaio di mila lire; vediamo qual uso ne faresti.—Cento mila lire! tu vedi bene, amico mio, che questi sono sogni; la piccola somma ch'io rischio ogni settimana non potrà mai rapportarmi tanto. Contiamo sul positivo....—Di positivo in questo momento non havvi per noi che una dozzina di lire, e domani, giungendo alle porte di Milano saremo tutti e due senza un obolo. Poichè siamo in sul fantasticare, tanto è che disponiamo di larghi capitali. Metti dunque ch'io sia un tuo banchiere; per ora ti concedo centomila lire: quando altra somma ti abbisogni, ricorri alla cassa.—Tu vedrai come io sia buona massaia. La nostra abitazione, per esempio, vorrei fosse posta al piede di quella collinetta là in fondo. Due piani di due camere ciascuno; abbasso la cucina ed una piccola sala; di sopra il tuo gabinetto da studio e la camera da letto. Dal lato destro una gradinata di marmo pulito, che scendesse fino al lago, e al fianco di quella gradinata una folta siepe di rose e gelsomini. A sinistra, un giardino, protetto da alte muraglie e da alberi frondosi; quindi una fertile ortaglia irrigata da un ruscello, che scendendo dalla collina, carezzassein passando le erbette ed i fiori, e noi rallegrasse col suo mormorio.—Non dimenticare che l'anno si divide in due stagioni (altre volte in quattro), e convien pensare seriamente a procurarci qualche comodità anche nel rigido inverno. Questo paese è dominato dai venti.—Da una parte ci protegge la collina, dall'altra faremo alzare un gran muraglione alto dieci metri più della casa..—E per tal modo non godremo più la vista del lago e delle campagne...—Non ci pensava. Dunque, abbasso il muraglione!... quando il vento soffierà gagliardo, chiuderemo le imposte delle finestre, e staremo nelle nostre stanze accanto al camino. Le nostre camere saranno mobigliate con molta semplicità; un letto, un piccolo divano, una dozzina di scranne, gli attrezzi per la cucina, e basta. Nel vestire eviteremo ogni superfluità di lusso; per me, quattro gonnelline di lana e due di seta pei giorni festivi; per te...—Un cappotto e un pajo di brache di panno bigio l'inverno e la state; con questa sola differenza, che in estate il cappotto e le brache rimarranno tutto il giorno nella guardaroba...—Quanto al vitto...—Perdono, Luigia, ma è tempo di ricorrere alla cassa; le centomila lire sono già esaurite nelle prime spese d'impianto. Il proprietario del fondo, l'architetto, i muratori, il mercante di mobili, il tappezziere, il sarto e la modista si sono portati via ogni cosa; anzi, quando avrai ben calcolato, vedrai che ti rimane qualche debituzzo. Se tosto non ti procuri nuove somme, io temo che noi saremo ridotti a morire di fame nel nostro delizioso casino. Via! Eccoti altre centomila lire; usane moderatamente e con profitto.—Che? Non ricaveremo noi alcun frutto dal denaro che abbiamo impiegato nella compera dell'ortaglia e nella costruzione della casa? Più volte ho inteso ripetere che centomila lire danno una rendita annua di cinquemila.—Ciò potrebbe realizzarsi quando tu ti risolvessi adaffittare camere mobigliate, od a portare ogni mattina al mercato l'insalata ed i ravanelli della nostra ortaglia. Ma siccome questo casino dev'essere abitato da noi, e tu non aspiri a cangiare la tua professione di modista in quella di erbivendola, converrà pure che tu accetti le centomila lire che io ti offersi, e le impieghi o in compere di terreni, o in qualche speculazione commerciale, perchè ci rendano tanto da provvedere agli altri nostri bisogni. Non farmi la ritrosa; prendi quanto ti occorre, e tiriamo avanti!—Quand'è così... disporrò anche di queste cinque mila lire di rendita. Sai tu che cinque mila lire, quando si ha una casa ed una ortaglia del proprio, sono perfino di superfluo?—Ecco adunque come io intenderei di regolare i nostri pasti. Alla mattina (ci leveremo allo spuntar dell'alba), alla mattina, caffè, burro e qualche frutto dell'orto; a mezzo giorno un pranzo frugale di tre piatti e la zuppa: alla sera una cenetta di uova e legami secondo la stagione. Faremo la colazione e la cena, sempre a l'aria aperta, sotto l'ombra dei castani, al chiaro della luna, fra il gorgheggio degli uccelli e il mormorio delle onde...—Il chiaro di luna, il canto degli uccelli, il mormorio dell'onda, torno a ripeterlo, son tutte cose che si hanno a buon mercato, quindi non devono entrare nei nostri calcoli. Frattanto, Luigia mia, sappi che io non ti permetterò mai di passare l'intera giornata presso i fornelli a invigilare le pentole e i tegami, nè vorrei che tu ti occupassi di spiumacciare i letti e scopare le camere. Io voglio che le tue mani conservino la freschezza della neve, la candidezza dell'alabastro, la voluttuosa morbidezza del velluto.—Una cameriera è dunque indispensabile. Troveremo una contadinella che sia giovane, bella e di mite carattere; con cinque mila lire di rendita possiamo mantenerci noi ed anche una donna di servizio....—E di soprappiù un cane, un gatto, e se vuoi, anche un papagallo.—Eccoci adunque installati nel nostro piccolo Eden....—Togli quella parolainstallati; mi suona male all'orecchio.—Eccoci adunque ricoverati nel nostro delizioso romitaggio, in mezzo al silenzio ed alla pace dei campi; liberi, indipendenti, felici, come due tortorelle innamorate.—Quale esistenza deliziosa!... Peccato che dugento mila lire di capitale non bastino ancora... Sai tu che accade alle tortorelle innamorate, quando hanno vissuto insieme parecchi giorni?—Volano pei campi, salgono sui rami degli alberi, scherzano, folleggiano, cantano, si beccano, e poi...—Poi, viene il giorno in cui una delle tortorelle depone le uova.—Vedo a che mira il tuo discorso... Tu pensi dunque che noi avremo dei figli...—Non solo ci penso, ma li desidero con tutto il cuore. I figli sono il vincolo sacro che annoda eternamente due anime innamorate. Talvolta, col lungo convivere insieme, due persone, marito e moglie, per esempio, inaridite le rose della giovinezza o intiepiditi gli istinti del piacere, si addormentano nella indifferenza e nella noia; quindi a poco a poco si scostano, si fuggono, si disgiungono, e l'amore più fervido ed appassionato degenera in reciproca antipatia, sovente anche in odio. Un figlio soltanto può impedire questo doloroso divorzio dei due cuori. Sì, o Luigia; se tu vuoi che il nostro amore duri tutta la vita, implora dal cielo il favore di divenir madre. Forse un giorno, vicini a separarci per sempre, il nostro figliuolo si lancierà in mezzo a noi lacrimoso; ricongiungerà la tua mano alla mia, e mi trasmetterà, come pegno di pace e di conciliazione, il bacio che tu avrai deposto sulle sue labbra innocenti.—Oh si!... voglio avere un figliuolo!—Uno?... e se ne avessimo dodici, Luigia mia?—Dodici figli! Misericordia!... Ciò non è possibile...—È tanto possibile l'averne dodici come l'averne uno. Prendiamo la cifra media; supponiamo che essi non oltrepassino la mezza dozzina. Ad ogni modo, il nostro casino non sarebbe abbastanza capace....—No, certo. Io non vorrei che i miei figliuoli stessero ammucchiati l'uno sull'altro, come i passerotti nel loro nido.... Ciascuno dovrebbe avere la propria cameretta o il proprio letticciuolo.—Io veggo che ci converrà fabbricare di bel nuovo... e la sarà una fabbrica un po' dispendiosa. Dimmi: ti bastano altre duecento mila lire?—Via! si faccian le cose senza risparmio; queste nostre creature non devono soffrire alcun disagio; non basta metterli al mondo, i figliuoli, bisogna anche pensare a renderli felici.—La loro educazione mi preoccupa seriamente. L'educazione è la prima base d'ogni felicità umana.—E come si fa in questo romitaggio ad avere dei buoni maestri? Io vorrei che le ragazze fossero istruite di buon'ora in ogni donnesco lavoro, che apprendessero l'italiano, il francese, la musica, il ballo, il disegno; e tutto ciò sotto la sorveglianza della madre. Ai maestri confiderei l'incarico della loro coltura intellettuale, ma il cuore di quelle mie creature vorrei educarlo io.—E i figli maschi?... onde crescano sani, robusti, degni della stima universale, decoro ed ornamento della famiglia, e quanto si possa desiderare virtuosi e felici, molte cose devono apprendere. Cominciamo dagli esercizi ginnastici: il ballo, la scherma, l'equitazione, sono arti che esigono un istitutore speciale per ciascheduna, e, ben calcolati i vari rami dello scibile umano in che i nostri figliuoli dovrebbero essere versati, la loro educazione verrebbe a costare circa ventimila lire all'anno.—Questi tuoi calcoli mi spaventano. Basta per oggi; abbandoniamo le regioni immaginarie; rinunziamo al nostro bel casino, ai piaceri della vita campestre... e torniamo alla realtà. Io credo che la vera beatitudine sia riposta nell'amore. Per amarsi non è necessario di possedere un casino in riva al lago, nè una rendita di cinque mila lire. La vera felicità, anzichè un riverbero degli oggetti che ne circondano, è una emanazione di noi stessi, che ha la sua sorgente nell'intimo dei nostri cuori. Amiamoci; euna povera soffitta nuda d'ogni ornamento, esposta alle intemperie delle stagioni, fredda, oscura, tappezzata di ragnateli, sarà per noi un paradiso di delizie!Luigia mi gettò al collo le braccia, poi, dopo breve silenzio.... Amico, mi disse... quand'è che ci sposeremo?....—Quando sarò padrone di quattrocentonovantanove mila novecento ottantotto lire, che aggiunte alla somma che oggi possediamo, faranno appunto un capitale di L. 500.000.—Concedo che due amanti possano vivere beati anche in una soffitta; ma un marito ed una moglie...—Alfredo Leoni non ha forse detto a sua moglie che la sola poesia, nello stato coniugale, mantiene sempre vivo l'amore?—È vero; ma per mantenere questa poesia, ci vogliono per lo meno ventimila lire di rendita all'anno. Vuoi tu sapere come sia finita la istoria di Alfredo e di Clotilde? Io ti servo sul momento; leggiamo quest'altra lettera:VI.Clotilde Leoni a Valentina Montorio.«La mia salute non è gran fatto migliorata. Il medico cerca rassicurarmi con buone parole; ma il suono della sua voce, l'espressione del suo volto, ed il regime che ieri mi ha prescritto, tutto mi fa credere che pochi giorni mi rimangono di vita.»Non accorarti, mia buona Valentina; io ho già provato quanto vi ha di bene e di male in sulla terra; ho vissuto abbastanza.»Rammenti la prima lettera che ti scrissi dopo il mio matrimonio con Alfredo?—Allora io ti diceva: «La vita che noi conduciamo potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, ove, appena colta una rosa, tosto un'altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura di esser troppo felice.»—Qual vi è mai creatura umana, che cercando nelle memorie del passato,vi trovi otto giorni di felicità completa e non interrotta? Credilo, Valentina; il sovvenire di quegli otto giorni ha sparso un profumo di felicità sul resto della mia esistenza, e le sciagure che in appresso intorbidarono il sereno della mia anima furono mai sempre consolate da un raggio di felicità: la certezza che Alfredo mi ha amata e mi ama tuttavia.»Eppure (io n'ho il triste presentimento) quando sarò partita dalla terra, i maligni non lascieranno di scagliare sul mio povero amico i più orrendi anatemi. Taluni spingeranno la calunnia fino ad incolparlo della mia morte precoce.—Povero Alfredo! Sull'orlo della tomba io leverò la mia debole voce in sua difesa; perocchè il suo cuore è onesto e sensibile, e tutti i mali che ci colpirono, furono conseguenza necessaria dell'avermi egli troppo amata—d'un amore, che la corrotta società in mezzo a cui viviamo dovea necessariamente combattere.»Da quanto ho potuto rilevare dall'ultima tua lettera, la storia de' miei dolori ti è in parte nota. Nulladimeno, perchè non sia indotta in qualche erroneo giudizio sul carattere di Alfredo e sui nostri reciproci rapporti, staccherò una pagina dal libro del mio cuore e te la porrò dinanzi, quasi ultimo ricordo di una amica, che fra poco sarà per sempre divisa da te.»Alfredo non ha altro torto in faccia alla società se non d'aver sortita dalla natura un'anima eminentemente poetica. La poesia, nel secolo in cui viviamo, è lo stigmate precursore del martirio. Quando ci unimmo in matrimonio, noi non consultammo che il cuore, beati nell'ebrezza di un amore corrisposto, fidammo nelle nostre forze, nella nostra fede, nella santità delle nostre aspirazioni. Elevandoci col pensiero al di sopra delle nubi, abbiamo dimenticato che i nostri piedi erano incatenati alla terra.»Vivemmo otto giorni felici, nella solitudine del nostro piccolo appartamento. Fin quando l'occhio dei profani non giunse a penetrare nel santuario dei nostri amori, credemmo si potesse per noi realizzare sulla terra la felicità del paradiso.»Un giorno, Alfredo uscì solo al passeggio. Al suo ritorno lui parve che una leggiera nube gli oscurasse la fronte.—Clotilde, egli mi disse, questo metodo di vita non si può continuare senza esporci al ridicolo del mondo. I maligni interpretano sinistramente il nostro volontario isolamento: dicono che io sono un pazzo geloso, un despota, un tiranno. Vivendo nel mondo, convien concedere qualche cosa ai suoi capricci ed alle sue esigenze. Ho affittato un palco al teatro Re pella stagione corrente, associandomi ad un mio giovane amico, il quale da pochi giorni si è ammogliato. Oggi ha luogo la prima recita; tu mi vi accompagnerai, e d'ora innanzi assisteremo ogni sera allo spettacolo.—Come ti piace, mio buon amico.—E poco dopo, uscimmo per andare al teatro.»Il dramma era buono, gli attori eccellenti, il nostro palco onorato di parecchi visitatori; la serata fu abbastanza piacevole. Pure... nella mia cameretta, fra i miei ricami, sola con Alfredo, conversando con lui senza testimonii, libera d'ogni atto, d'ogni parola... io mi sarei trovata assai meglio.»All'indomani, Alfredo era pensieroso e preoccupato.—Clotilde, mi disse, latoilettedella signora M..., che era con noi nello stesso palco, brillava più splendida ed elegante della tua. Io non posso permettere che tu rimanga eclissata dalla tua compagna: tu devi brillare come le altre donne.—Io volli opporre qualche osservazione economica, ma Alfredo con un bacio mi chiuse le parole sul labbro. Da quel giorno io dovetti rivaleggiare in lusso colle dame più eleganti di Milano.»Venne il carnevale; cominciarono i balli, le feste, i giocondi ritrovi. Io ripeteva ad Alfredo: «Il tempo che noi sacrifichiamo al mondo, è sottratto alle gioie più intense del nostro amore; torniamo alla nostra solitudine: i piaceri, che la società ci ha offerti, son forse paragonabili a quelli che l'amore creava per noi ne' primi giorni del nostro matrimonio? Poi... ricordati, Alfredo, che non siamo ricchi... e procedendo di tal passo saremo condotti a brutti guai.»I miei pronostici si avverarono, ahi! troppo presto....»Quando il primo frutto delle nostre nozze, la mia dolce Carolina, venne alla luce, Alfredo ed io versavamo nelle più allarmanti strettezze. Povera innocente creatura! unica figlia dell'amor mio! nello stringerti per la prima volta al seno, alla mia mente si affacciò nel suo più orribile aspetto il pensiero della nostra miseria imminente. Il primo battesimo che tu ricevesti furono le lacrime dei tuoi genitori desolati.»D'allora in poi fu per me e per Alfredo una serie non interrotta di sciagure.»La miseria!—Un giovine scapolo può ben sopportarla con rassegnazione, e riderne talvolta in compagnia di sollazzevoli amici, ma un marito.... ed un padre! Appena questa lurida nemica penetra nel vostro tetto, colla sua gelida mano ella sfronda ad una ad una le rose della vostra corona nuziale. Svegliandovi ad un tratto dal sogno ridente delle vostre illusioni, voi vi trovate in un abisso di calamità.»Era il primo anniversario del nostro matrimonio, quando io, Alfredo e la piccola Carolina, abbandonando il nostro elegante appartamento in contrada dei Bigli, ci ritirammo in una oscura stanzuccia al quarto piano nei sobborghi di Porta Vercellina. Oh qual'orribile esistenza da quel giorno in appresso! Alfredo, per non angosciarsi alla vista della nostra miseria, si assentava parecchie ore del giorno, e spesse volte usciva al mattino per non tornare che alla sera a dividere colla sua piccola famiglia una cena frugale. Dal nostro desco era sbandito il sorriso della gioia; dolci colloqui d'amore non rallegravano più le lunghe serate; l'orrore della nostra situazione presente, le incertezze dell'avvenire spandevano intorno al nostro talamo una nuvola tenebrosa, che soffocava ogni piacere.»Alfredo cercava distrarsi in mezzo alle gioconde brigate de' suoi amici; le ore ch'egli passava al mio fianco erano per lui le più tristi, le più noiose. Gli mossi qualche rimprovero; mi sorsero nell'animo tremendidubbi sulla sua fedeltà; non potendo spiare i suoi passi, nè osando manifestargli apertamente i miei sospetti per tema di accrescergli noia, io divorava in segreto i miei patimenti. Oh quanti giorni passati nel pianto!»Quante volte rientrando a tarda ora di notte nel suo tetto coniugale, egli mi trovò sola, intirizzita dal freddo, ad attenderlo sulla soglia dell'oscura cameretta, colla mia figliuola fra le braccia, solo testimonio delle mie lacrime disperate!»Io caddi malata. Da sei mesi non posso abbandonare il letto. Alfredo passa i giorni e le notti al mio fianco, ed egli pure ha molto sofferto nella salute L'occhio ardente del giovane poeta si è spento nelle lagrime; il riflesso della miseria ha scolorita la sua nobile fronte; si direbbe ch'egli vegeta accanto al mio letto, come un pallido fiore presso una croce del Campo Santo.»Frattanto, che si dice nella società? Questa perfida cortigiana, al cui capriccio noi abbiamo immolata la nostra felicità, ora per cento bocche versa il vitupero sul nostro capo.—Alfredo è un dappoco, un mentecatto, che secondando i capricci della propria moglie, ha attirato su lei l'infortunio.—Coloro che per pietà gli risparmiano il titolo di mentecatto, lo trattano da libertino, da uomo debole o nullo; nè mancherà, come io più sopra ti ho detto, chi fra pochi giorni andrà ripetendo sommessamente: egli ha ucciso la propria moglie.»Iniqua, mostruosa calunnia! Sai tu, Valentina, qual fu la vera, la sola cagione dei nostri mali?—Abbiamo creduto che nello stato coniugale bastasse, per essere felici, il colorire la nostra esistenza di una luce di poesia. Ma questa poesia, allorquando non si hanno sufficienti ricchezze per alimentarla, a poco a poco svanisce, e ci abbandona nella tristezza. Forse, in mezzo ai campi, in qualche romitaggio lontano dalla società, la poesia potrebbe supplire alle ricchezze, e l'amore ritrarre da lei un perenne alimento. Ma Alfredo non poteva vivere in un oscuro villaggio. Volendo mettere a frutto il proprioingegno, onde provvedere ai bisogni della vita, gli fu forza di rintanarsi in queste bolgie cittadine. Egli venne... venne colla fede viva dell'avvenire..... sulle ali delle sue poetiche speranze. Ma il poeta è simile ad una farfalla, che dai fiori soltanto può attingere alimento. Guai se questa farfalla, sdegnando le libere aure dei campi e i fulgidi raggi del sole, si lascia sedurre dalla luce artifiziale delle lampade e delle faci! La povera illusa vi perde le ali screziate di mille colori, e perisce miseramente.»Se la condotta di Alfredo non fu sempre irriprovevole, io sua moglie, sua amante ed amica, sento obbligo di assolverlo da ogni colpa. Egli mi ha amato, e le sventure a cui entrambi soggiacemmo non furono che la conseguenza necessaria di tanto amore.»Quando io lo vidi per la prima volta, quando le nostre anime sorelle si ricambiarono il primo saluto, rammento che inginocchiata nella mia cameretta ho innalzato al cielo questo fervido voto: «Un bacio solo d'Alfredo e poi che il resto de' miei giorni si consumi pure nel pianto!» Quel voto fu esaudito. Io porto meco nella tomba il suo amore.—L'amore, o Valentina, è una ghirlanda di rose che abbellisce anche i sepolcri.»Le mie ultime parole saranno parole di benedizione per lui. Chiuderò gli occhi nella certezza, che dopo di me, egli non amerà altra donna. Egli verrà a trovarmi nel Campo santo in compagnia della mia piccola Carolina; verrà parlarmi quel linguaggio divino, che i poeti soltanto sanno rivolgere alle donne...»E quando alcuno al tuo cospetto oserà calunniare colui ch'io scelsi a mio sposo, digli pure che Alfredo fu il migliore dei mariti e che un solo bacio, un solo amplesso di un uomo come Alfredo, è bastato a riempiere il cuore di una donna di tanta felicità, da sopravanzargliene anche nei giorni più amari della vita, e perfino nel sepolcro.Addio per sempre, e vivi felice!La tua affez.Clotilde.»Milano, 16settembre1860.VII.Lettera di Cristoforo Montorio a suo cugino Emanuele Montorio, medico di Saronno.«Carissimo cugino,»Domani ti attendo senza verun fallo. La tua visita mi è doppiamente necessaria, prima di tutto perchè sono ammalato d'un reuma alla schiena e di un forte raffreddore di testa; poi, perchè questa diavolessa di mia moglie ha bisogno di una tua severa predica, che la riduca al dovere. Altre volte ti ho parlato delle sue stravaganze, de' suoi capricci, delle sue esigenze. L'altra sera ella m'avea preceduto al talamo maritale, ed io poco dopo stava per coricarmi al di lei fianco, allorchè, rizzandosi come una furia e gridando con quanto fiato avea nella gola, mi respinse dal letto. Già da qualche tempo ella muove una guerra accanita al berretto di cotone ed alla flanella di lana che di notte soglio portare indosso fino dalla più tenera età. L'altra sera, essendomi dunque presentato a lei in quell'arnese, mi assalì con tanto impeto e tanta furia, ch'io ne rimasi spaventato;—Oramai non c'è più via di scampo, diss'ella per ultima conclusione; o tu rinunzii alla flanella ed al berretto di cotone, o non accostarti più a tua moglie.—Ma io sono abituato sino da ragazzo a coricarmi colla flanella!—Ora non sei più un ragazzo, rispose più inferocita la megera; scegli: o tua moglie o la flanella.—Anche questa volta ho dovuto cedere; e all'indomani, essendomi svegliato con un reuma alla schiena ed un forte raffreddore di cervello, fui confinato nel mio letto, d'onde non spero di rialzarmi tanto presto! Per pietà, attacca immediatamente la tua rozza al biroccino, e fa d'esser qui domattina. Debbo comunicarti altri segreti coniugali, che da qualche tempo mi tengono in apprensione.»PS. Figurati che mentre io sono qui inchiodato nel letto con due cataplasmi sulla schiena e unabenda sugli occhi, nel salotto inferiore si balla furiosamente! Mia moglie aveva invitati già da tre giorni ad una piccola festa di famiglia non so quanti parenti ed amici, ed oggi, benchè io sia gravemente malato, ella vuol ballare ad ogni costo. L'orchestra si compone di due violini, un trombone e due corni, con che ho l'onore di dichiararmiTuo affezionatissimo cuginoCristoforo Montorio.»Seregno18settembre1860.»VIII.Alfredo Leoni a Valentina Montorio.«Vi annunzio con sommo rammarico la dolorosa perdita, che oggi abbiamo fatta della nostra povera Clotilde. Sono troppo oppresso dal dolore per aggiungere altre parole. Questo angelo di bellezza e di bontà si è diviso per sempre da noi. Io non seppi renderla felice; pure io l'ho sempre desiderato ardentemente, e per lei avrei sacrificata la mia vita. Lasciommi un'unica figliuola, un fiore gentile che noi generammo nei primi trasporti del nostro amore, e che, per esser cresciuta fra le lagrime, non è però men bella nè men cara al mio cuore. Qualche giorno, se mi permetterete di farvi una visita, io voglio che voi pure la vediate.... la mia Carolina. Ella somiglia a sua madre nel volto; spero educarla in modo che divenga simile a lei anche per le qualità del cuore. Vivrà oscura ed ignorata fin quando ella non sia in età da prendere marito; poi l'unirò a qualche onesto artigiano od a qualche campagnuolo laborioso e dabbene. Una trista esperienza mi ha convinto che il matrimonio è fatto o per gli uomini che posseggono grandi ricchezze, o pei semplici operai e coltivatori dei campi. Chi alla propria sposa altra ricchezzanon può offrire se non un cuore pieno di poesia e di amore, diviene necessariamente il peggiore dei mariti.Vostro devot. amicoAlfredo Leoni.»Milano, 30ottobre1860.»IX.L'autore a Luigia B....«Mi congratulo teco di vero cuore pel tuo prossimo matrimonio. Tu non hai voluto aspettare che io venissi al possesso di cinquecento mila lire, e non so darti torto; giacchè dopo quella conversazione poco sentimentale a bordo della nostra favorita barchetta i miei capitali son rimasti stazionari. Dieci lire più dieci lire meno, come tu vedi, si guazza sempre nelle medesime acque.»Mi dici che il tuo fidanzato, fra l'altre belle qualità che lo distinguono, è anche un po' sordo, un poco miope, e mediocremente imbecille. Di nuovo mi congratulo, figliuola mia; quel tuo uomo ha tutte le disposizioni per formare un eccellente marito. Pochi giorni sono ho visitato in Seregno il signor Cristoforo Montorio, che, prima di ammogliarsi, avea presso a poco le stesse qualità. Sua moglie da circa venti anni si è adoperata a perfezionarlo; tanto che a quest'ora egli è cieco, sordo, e completamente imbecille. E sai tu quanti figli ebbe il signor Cristoforo? Sedici; tutti belli, tutti sani e robusti. Gli uomini di tal fatta sono creati per ristorare le perdite della società; e siccome sta scritto che il numero degli imbecilli vada di generazione in generazione ingrossando, così madre natura ha in grado eminente dotati costoro della facoltà procreatrice. Fanne tuo pro, Luigia mia, e vivi lieta.Il tuo sempre fedele amico!Milano, 31luglio1866.A. Ghislanzoni.»

I primi passi alla scienzaLo stradale che da Milano conduce a Pavia, al cominciare del novembre 1839, presentava l'aspetto di un corso. Era l'epoca nella quale gli studenti si recano all'Università per corroborare l'intelletto collascienza, e lo stomaco col vino di Stradella e di Voghera.L'avvocato Griffanti, il giorno cinque di novembre noleggiò dunque una vettura per accompagnare il proprio figliuolo Annibale fino alle porte dell'Ateneo. Il viaggio fu lungo, e le prediche dell'ottimo padre più lunghe ancora e forse più noiose. Annibale ascoltava, fingeva di ascoltare, interrompendo di tempo in tempo il buon vecchio con un:sì, papà, accompagnato da un leggiero chinar del capo.—Figliuol mio, tu mi costiun occhio della testa. Dal giorno che io e tua madre ti abbiam dato alla luce, ho speso pel tuo mantenimento fisico ed intellettuale diecimila cinquecento trenta lire e sessanta centesimi. È inutile che io ti faccia notare che più cresci in età, e più danaro mi consumi. Adopera finitami verrai a costare ventimila lire incirca; somma considerevole, che tu, quando avrai compiuto il corso degli studi, non saprai riguadagnare in vent'anni d'avvocatura. Comprendi tu l'importanza e la gravezza dei sacrifici paterni?—Sì, papà.—Io potevo destinarti ad un'arte volgare; e forse a quest'ora tu saresti un eccellente falegname, o unsarto, un parrucchiere, e guadagneresti di che vivere col frutto delle tue fatiche, ed io sarei esonerato da ogni dispendio. Tu desiderasti addottorarti in ambo le leggi: io non mi opposi alla tuavocazione. Bada però che siamo ancora in tempo a far un passo addietro, e se quest'anno non metti latesta a partito, se, trascinato dal tuo mal genio, o corrotto dallecattive pratiche, non corrispondi alle speranze ch'io ho di te concepite, l'anno venturo ti mando senz'altro a bottega. Lo studio dell'avvocatura non presenta grandi difficoltà; a' miei tempi ho veduto addottorarsi certi pecoroni, che in zucca non aveano due grani di sale; eppure oggigiorno essi occupano cariche distinte, e sanno farsi pagar caro anche dai clienti che mandano in rovina. Ma io so che lo studiare non ti incresce, e da questo lato me ne sto tranquillo...—Sì, papà.—Ciò che mi preoccupa maggiormente è il pensiero della tua condottaeconomico-morale. Ah! quella benedetta economia! Essa è il fondamento di tutto lo scibile umano. Io credo che, a' miei tempi, un giovane regolato, in Pavia, poteva passarsela assai bene con venticinque soldi il giorno, o poco più. È una città dove si vive anche oggigiorno a buon patto; vi sono delle trattorie dove per quindici soldi si hannodue piccole, la minestra e il giardinetto. Il vino (di cui però ti consiglio ad astenerti), costa a un dipresso sei soldi al boccale; come tu vedi, si può quindi con venti soldi circa fare un pranzo lautissimo. Anche gli alloggi sono a buon prezzo; io spero trovarti una camera decente per lire quindici al mese. Ecco dunque, pel prezzo di quaranta lire al mese, proveduto di pranzo e d'alloggio. L'altre spese di colazione, cena, lavatura di biancheria, libri, penne, ceralacca, zolfanelli, ponno ammontare ad altre quindici lire; si aggiungano altre due lire peiminuti piaceri, ed ecco con sessantadue lire te la passi da principe. Non ti pare che io abbia ben calcolato?—Si, papà.—Cionondimeno io voglio essere largo. Io ti ho destinata una pensione di lire ottanta, che riceverai regolarmente, di trenta in trenta giorni, dal mio corrispondente. Sai tu che a Milano, con ottanta lire al mese, vivono molti impiegati, i quali hanno moglie e figliuoli, e fanno una bella figura nel mondo?...—Si, papà... fanno delle belle figure!... borbotta Annibale fra i denti.—Nella valigia troverai una macchinetta per cuocere il caffè, la stessa di cui mi sono servito io quando studiava all'Università. Il caffè è una bevanda eccellente per isvegliare lo spirito dopo tre o quattro ore di profondo studio; nondimeno ti consiglio ad usarne con moderazione. Una tazza ogni mattina, due tre fette di pane, ed ecco hai fatta una colazione più che sufficiente. Durante il giorno non ti consiglio di farne uso, tranne in caso di indigestione; ma un giovane costumato e dabbene non deve andar soggetto alle indigestioni. Con un pranzo di venticinque soldi, si previene qualunque indisposizione di tal genere; nella valigia troverai tanto caffè e tanto zuccaro quanto ti potrà bastare per due mesi. Posso io sperare che non abuserai delle larghezze paterne?—Sì, papà.—Avverti bene, figliuol mio, che noi non siamo ricchi. Tu hai quattro fratelli e tre sorelle, alla cui educazione io debbopensare. Alla mia morte d'altro non vi lascio eredi che d'un nome onorato; in altri tempi il nome era uncapitale, al giorno d'oggi gli è quasi unapassività. Oh! potessi prima di chiuder gli occhi all'eterno sonno, vedere i miei figli benavviati! È l'unico compenso che io vi domando, in mercede del tanto che ho già fatto, e che farò per l'utile vostro. Annibale, tu devi precedere gli altri coll'esempio... tu puoi colla tua condotta essere il decoro ed il sostegno della nostra famiglia, o immergerla nella desolazione e nella miseria. Sovvengati della tua povera madre... dei savi consigli ch'ella spesso ti ripeteva... e dirigi ogni tua azione come s'ella ti fosse presente.—Sì, papà.Annibale era commosso. La memoria della madre perduta fece in quel giovine cuore di diciannove anni maggior impressione che non i calcoli e le esortazioni precedenti. Egli profferì mentalmente la promessa di essere mai sempre costumato e studioso, e in pari tempo si asciugò una lagrima dalle ciglia. L'avvocato Griffanti, attribuendo la commozione del figlio all'effetto delle sue eloquenti parole, sorrise di compiacenza e d'orgoglio. Il padre e l'avvocato non avevano ottenuto mai un più grande trionfo.Quando piacque al cielo, la vettura giunse alle porte di Pavia. Trovata una camera decente, Annibale vi fece trasportare la propria valigia, poscia in compagnia del padre si recò a pranzare in una modesta trattoria, dove malgrado tutte le osservanze economiche, vennero a spendere circa dieci lire.Un'ora dopo, l'avvocato Griffanti ha risoluto di tornare a Milano. Annibale riceve colla massima compunzione le ottanta lire della pensione e un centinajo di consigli più meno seccanti; il padre ed il figlio si abbracciano teneramente; questi si avvia passo passo alla sua abitazione, e poco dopo s'affaccia alla finestra zufolando, unico mezzo di distrazione per chi non è abituato a fumare dieci o dodici zigari al giorno.Ed ecco tre studenti vengono a passare sotto la finestra. L'un d'essi è un intimo amico di Annibale, un capo sventato, già celebre al liceo di Sant'Alessandro, per poca volontà di studiare e moltissima volontà di divertirsi.—Buon giorno, Annibale!—Oh! tu pure all'Università?—Mio padre ha secondata la mia vocazione. Intendo applicarmi alle matematiche. E tu, da quando sei arrivato?—Da sta mattina a mezzo giorno.—Se permetti, vengo a farti una visita, in compagnia di questi buoni amici.—Prenderemo insieme una tazza di caffè.I tre studenti salgono rapidamente le scale, entrano nella camera d'Annibale, e sedendo chi sullescranne, chi sul letto, cominciano a conversare lietamente delle faccende loro. Annibale, per fare onore ai suoi ospiti, dà fuoco alla macchinetta, e prepara il caffè.—È permesso?—Avanti.—Si può far conoscenza coi nostri vicini?—Con chi ho l'onore di parlare?—Con un anziano, che da quattordici anni studia le scienze mediche.—Ben giunto! Presto; un altro bicchier d'acqua e due cucchiai di caffè.Il nuovo arrivato è un uomo di circa trentadue anni, di professione studente, grasso, rotondo, barbuto, un naso fatto a guisa di peperone, che a forza di immergersi nelle scodellette del vino piemontese, in sulla punta è divenuto pavonazzo. Nell'entrare egli stringe la mano ai quattromatricolini, ed assumendo un tuono autorevole e misurando a gran passi la stanza, improvvisa una predica, i cui concetti morali sono press'a poco del tenore seguente:—Voi cominciate, ed io ho quasi finito. Gli anni più belli della vita son quelli che si passano all'Università! guai a chi non sa profittarne! Gli studi sono un pretesto, un eccellente pretesto per emanciparsi dalla sorveglianza, dalla tirannia dei parenti. Allegri dunque, figliuoli! A scuola meno che possibile; la vera scienza si acquista nelle osterie, fra buoni compagnoni, con un fiasco di vino sulla tavola. A Pavia, checchè ne dicano taluni, si può passarsela allegramente; il vino è a buon patto, vi hanno osterie eccellenti, trattorie e caffè dove si paga metà a chiacchiere, metà a pugni, e le donne.... per chi sa snidarle... sono belle ed amabili anche qui come negli altri paesi del globo. Penetrato da siffatte verità, io non mi sono affrettato di troppo a domandare l'alloro dottorale. Ho già veduto due generazioni di studenti passarmi dinanzi, ed ho sorriso di compassione nell'osservare con qual ansia affannosa corrano taluni verso una meta, che è il principio di tutte le calamità. La laurea dottorale è la tomba della giovinezza. Figliuoli,io vi metterò sulla buona strada. Le vostre menti ancora intorpidite hanno bisogno di una scossa. Tutto dipende dai primi passi, dalle prime lezioni. Slanciatevi senza paura, e sarete salvi. Io non dubito che voi abbiate delle disposizioni eccellenti per fare una buona riuscita... Ercole Roccadura, il decano degli studenti di medicina, vi stende la mano, e promette scortarvi coi propri lumi, colla propria esperienza.Annibale e i suoi compagni son commossi di entusiasmo, e, facendosi intorno all'oratore, con un misto di confidenza e di venerazione, gli dicono ad una voce:—Qual fortuna d'aver fatta la vostra conoscenza!—A scuola meno che è possibile!—Viva l'allegria! viva le donne... ed il vino!—Viva gli studenti! Viva il decano Ercole Roccadura!In meno di un quarto d'ora, nella stanza del giovane studente è un vero baccanale. Roccadura invita a salire tutti gli amici che passano nella via; Annibale gli accoglie colla cordialità del perfetto gentiluomo; la macchinetta suda perennemente a preparare il caffè per ogni nuovo arrivato, e dopo aver preparato il caffè, suda di bel nuovo per l'ebollizione dei punchs.—Che bella compagnia! grida Roccadura, dominando colla sua gran voce e colla sua gran barba l'intera assemblea. Questo si chiama inaugurar bene l'anno scolastico! Veggo che il nostromatricolinoha belle disposizioni... Questipunchssono eccellenti! Viva gli amici degli amici!—Viva! urlano ad una voce gli altri studenti.—Poichè s'è cominciato, tant'è che si finisca allegramente! Se invitassimo a prendere ilpunch....... Ah!.... vediamo se le due Caruccelli stanno ancora qui dirimpetto...?—Chi sono le Caruccelli?—Due ragazze... due modiste... di buona volontà... vere figlie dell'amore... amiche degli studenti... matte per ilpunche pel vino d'Asti.... due ballerinenumerouno! Ah! vi giuro, se io posso indurle a passare la serata con noi, me ne avrete all'indomani infinite obbligazioni.—Presto, si chiamino le Caruccelli...—Io mi incarico di snidarle dal loro coviglio e condurvele innanzi belle e spiumate.Roccadura esce per pochi istanti, quindi rientra accompagnando le modiste, che non sono nè giovani, nè belle, nè amabili, e nullameno vengono accolte dagli studenti con una esplosione di applausi fragorosi.—Presto! una tazza dipunch... alle donne... Bella Marietta... adorabile Carolina...Libare a nappo amicoSpero che a voi non gravi!—Ilpunchmi fa male, risponde Carolina.—Preferirei un bicchiere di vino d'Asti... soggiunge l'altra strega.—Vino d'Asti! Annibale, presto! si mandi a prendere del buon vino d'Asti... Al caffè qui sull'angolo... ve n'ha di squisito... Onore, gloria e servitù al bel sesso!Le due donne si accovacciano in un angolo della camera. L'una si diverte a masticar caffè tostato, l'altra, per preparare lo stomaco al vino d'Asti, trangugia d'un fiato un bicchiere di rhum, che Annibale le offre recitando una stroffetta di Metastasio.Poco dopo, Roccadura entra colle bottiglie. La vista del liquore spumante rianima la festa, cui, per dir vero, la presenza delle Caruccelli non aveva aggiunto alcun brio. Carolina e Marietta s'affrettano a vuotare parecchi bicchierini; le loro guancie si colorano di porpora, gli occhi sfavillano cisposi, le lingue si snodano, e ai tanti complimenti, alle tante dichiarazioni e proteste da cui sono assediate, rispondono anch'esse colle espressioni più amabili e più sentimentali, ingemmando i loro discorsi di tutte le eleganze e le grazie del dialetto pavese.—Ora vediamo di utilizzare queste donne a beneficiodi tutti, esclama Roccadura. Io direi che si rinculassero i tavolini e gli altri mobili inutili, e qui senz'altri apparecchi, si improvvisasse una festa da ballo. All'orchestra ci penso io. L'amico Bogni suonerà l'ottavino, io corro a prendere il mio bombardone, e vi giuro che noi due soli faremo tanto fracasso da far ballare anche le pareti della casa. Annibale, tu bada a tener accesa la macchina.—Dopo il vino d'Asti, queste signore non rifiuteranno di prendere anche il punch..... Io conosco il mal delle bestie... Su! snodate le gambe! e viva l'allegria!In meno di due minuti la sala è preparata per la festa. Bogni e Roccadura ritornano co' loro strumenti, montano sul letto, mettono la piva in becco, e i ballerini si slanciano, mandando urli frenetici, e facendo traballare il pavimento.Annibale è pazzo dalla gioia. Ilpunch, il vino d'Asti, il caffè, il contatto di quelle donne, che sebbene non abbiano le forme ed i vezzi di Venere, hanno però quanto basta ad esaltare l'immaginazione d'un giovinotto di sedici anni, cioè una gonnella e quattro sottane inamidate; la gioia di trovarsi libero da ogni sorveglianza; il frastuono, il ballo, le grida, il polverìo che si solleva dai mattoni, tutto concorre ad infiammargli il cervello. Le due Caruccelli lo esortano a bere, ballano sovente con lui, e nel fervore della danza gli stringono di tempo in tempo la mano in segno di predilezione. Egli ad ognivalzer, ad ognigaloppe, diventa più ardito; fa mille dichiarazioni d'amore in tono patetico e sentimentale, e dopo aver giurato eterna fede ad ambedue le sorelle, promette sposarle appena compiuto il corso degli studi.L'intemperante allegria degli studenti ha già portato qualche guasto nei mobili. Lo specchio è caduto dalla tavola da notte, ed ha mandato in frantumi una diecina di bottiglie vuote, la catinella ed il vaso dell'acqua. Marietta colla coda delle sue sottane s'è tirata dietro la guantiera con dieci o dodici fra chicchere e bicchieri colmi dipunch. Roccadura, battendo la misura col piede, ha spezzato le assi delletto, che dividendosi in quattro parti, sprofonda i due suonatori fra i guanciali ed il pagliericcio, rinversando in pari tempo il vaso da notte.Due studenti liberatisi dal paletot, si involgono nello scialle delle modiste; queste indossano il paletot degli studenti, e appena Annibale ha finito di aggiustarsi sul capo la cuffia di Marietta e farsi col sughero due enormi mustacchi, la porta si apre inaspettatamente, e l'avvocato Griffanti comparisce in sul limitare.Annibale rimane interdetto, immobile, pietrificato. Le donne vanno a nascondersi dietro le cortine; malauguratamente, in quella rapida evoluzione, una d'esse spinge col gomito la bottiglia dell'alcool, che, versandosi in sulla macchinetta, prende subito fuoco e cola sul pavimento come una lava.L'avvocato Griffanti contempla per qualche minuto senza dir parola quello spettacolo di disordine e di devastazione; poi con voce tranquilla, senza avanzarsi d'un passo dice al figliuolo:—La vettura, con che io doveva recarmi a Milano, è ribaltata in un fosso a due miglia dalle porte; come tu vedi, ho dovuto retrocedere, e questa notte resterò ancora in Pavia. Quando hai sbrigate queste tue faccende, vieni a trovarmi all'osteria della Croce bianca, dove vado ad attenderti.—Si, papà... risponde Annibale fregandosi colle dita i mustacchi e levandosi coll'altra mano la cuffia di Marietta.E mentre l'avvocato Griffanti si allontana a lenti passi va mormorando:—Alla sua età ho fatto anch'io lo stesso e forse peggio.. e con tutto ciò sono dottore. Ah! siamo pur ridicoli, noi altri papà!.....

Lo stradale che da Milano conduce a Pavia, al cominciare del novembre 1839, presentava l'aspetto di un corso. Era l'epoca nella quale gli studenti si recano all'Università per corroborare l'intelletto collascienza, e lo stomaco col vino di Stradella e di Voghera.

L'avvocato Griffanti, il giorno cinque di novembre noleggiò dunque una vettura per accompagnare il proprio figliuolo Annibale fino alle porte dell'Ateneo. Il viaggio fu lungo, e le prediche dell'ottimo padre più lunghe ancora e forse più noiose. Annibale ascoltava, fingeva di ascoltare, interrompendo di tempo in tempo il buon vecchio con un:sì, papà, accompagnato da un leggiero chinar del capo.

—Figliuol mio, tu mi costiun occhio della testa. Dal giorno che io e tua madre ti abbiam dato alla luce, ho speso pel tuo mantenimento fisico ed intellettuale diecimila cinquecento trenta lire e sessanta centesimi. È inutile che io ti faccia notare che più cresci in età, e più danaro mi consumi. Adopera finitami verrai a costare ventimila lire incirca; somma considerevole, che tu, quando avrai compiuto il corso degli studi, non saprai riguadagnare in vent'anni d'avvocatura. Comprendi tu l'importanza e la gravezza dei sacrifici paterni?

—Sì, papà.

—Io potevo destinarti ad un'arte volgare; e forse a quest'ora tu saresti un eccellente falegname, o unsarto, un parrucchiere, e guadagneresti di che vivere col frutto delle tue fatiche, ed io sarei esonerato da ogni dispendio. Tu desiderasti addottorarti in ambo le leggi: io non mi opposi alla tuavocazione. Bada però che siamo ancora in tempo a far un passo addietro, e se quest'anno non metti latesta a partito, se, trascinato dal tuo mal genio, o corrotto dallecattive pratiche, non corrispondi alle speranze ch'io ho di te concepite, l'anno venturo ti mando senz'altro a bottega. Lo studio dell'avvocatura non presenta grandi difficoltà; a' miei tempi ho veduto addottorarsi certi pecoroni, che in zucca non aveano due grani di sale; eppure oggigiorno essi occupano cariche distinte, e sanno farsi pagar caro anche dai clienti che mandano in rovina. Ma io so che lo studiare non ti incresce, e da questo lato me ne sto tranquillo...

—Sì, papà.

—Ciò che mi preoccupa maggiormente è il pensiero della tua condottaeconomico-morale. Ah! quella benedetta economia! Essa è il fondamento di tutto lo scibile umano. Io credo che, a' miei tempi, un giovane regolato, in Pavia, poteva passarsela assai bene con venticinque soldi il giorno, o poco più. È una città dove si vive anche oggigiorno a buon patto; vi sono delle trattorie dove per quindici soldi si hannodue piccole, la minestra e il giardinetto. Il vino (di cui però ti consiglio ad astenerti), costa a un dipresso sei soldi al boccale; come tu vedi, si può quindi con venti soldi circa fare un pranzo lautissimo. Anche gli alloggi sono a buon prezzo; io spero trovarti una camera decente per lire quindici al mese. Ecco dunque, pel prezzo di quaranta lire al mese, proveduto di pranzo e d'alloggio. L'altre spese di colazione, cena, lavatura di biancheria, libri, penne, ceralacca, zolfanelli, ponno ammontare ad altre quindici lire; si aggiungano altre due lire peiminuti piaceri, ed ecco con sessantadue lire te la passi da principe. Non ti pare che io abbia ben calcolato?

—Si, papà.

—Cionondimeno io voglio essere largo. Io ti ho destinata una pensione di lire ottanta, che riceverai regolarmente, di trenta in trenta giorni, dal mio corrispondente. Sai tu che a Milano, con ottanta lire al mese, vivono molti impiegati, i quali hanno moglie e figliuoli, e fanno una bella figura nel mondo?...

—Si, papà... fanno delle belle figure!... borbotta Annibale fra i denti.

—Nella valigia troverai una macchinetta per cuocere il caffè, la stessa di cui mi sono servito io quando studiava all'Università. Il caffè è una bevanda eccellente per isvegliare lo spirito dopo tre o quattro ore di profondo studio; nondimeno ti consiglio ad usarne con moderazione. Una tazza ogni mattina, due tre fette di pane, ed ecco hai fatta una colazione più che sufficiente. Durante il giorno non ti consiglio di farne uso, tranne in caso di indigestione; ma un giovane costumato e dabbene non deve andar soggetto alle indigestioni. Con un pranzo di venticinque soldi, si previene qualunque indisposizione di tal genere; nella valigia troverai tanto caffè e tanto zuccaro quanto ti potrà bastare per due mesi. Posso io sperare che non abuserai delle larghezze paterne?

—Sì, papà.

—Avverti bene, figliuol mio, che noi non siamo ricchi. Tu hai quattro fratelli e tre sorelle, alla cui educazione io debbopensare. Alla mia morte d'altro non vi lascio eredi che d'un nome onorato; in altri tempi il nome era uncapitale, al giorno d'oggi gli è quasi unapassività. Oh! potessi prima di chiuder gli occhi all'eterno sonno, vedere i miei figli benavviati! È l'unico compenso che io vi domando, in mercede del tanto che ho già fatto, e che farò per l'utile vostro. Annibale, tu devi precedere gli altri coll'esempio... tu puoi colla tua condotta essere il decoro ed il sostegno della nostra famiglia, o immergerla nella desolazione e nella miseria. Sovvengati della tua povera madre... dei savi consigli ch'ella spesso ti ripeteva... e dirigi ogni tua azione come s'ella ti fosse presente.

—Sì, papà.

Annibale era commosso. La memoria della madre perduta fece in quel giovine cuore di diciannove anni maggior impressione che non i calcoli e le esortazioni precedenti. Egli profferì mentalmente la promessa di essere mai sempre costumato e studioso, e in pari tempo si asciugò una lagrima dalle ciglia. L'avvocato Griffanti, attribuendo la commozione del figlio all'effetto delle sue eloquenti parole, sorrise di compiacenza e d'orgoglio. Il padre e l'avvocato non avevano ottenuto mai un più grande trionfo.

Quando piacque al cielo, la vettura giunse alle porte di Pavia. Trovata una camera decente, Annibale vi fece trasportare la propria valigia, poscia in compagnia del padre si recò a pranzare in una modesta trattoria, dove malgrado tutte le osservanze economiche, vennero a spendere circa dieci lire.

Un'ora dopo, l'avvocato Griffanti ha risoluto di tornare a Milano. Annibale riceve colla massima compunzione le ottanta lire della pensione e un centinajo di consigli più meno seccanti; il padre ed il figlio si abbracciano teneramente; questi si avvia passo passo alla sua abitazione, e poco dopo s'affaccia alla finestra zufolando, unico mezzo di distrazione per chi non è abituato a fumare dieci o dodici zigari al giorno.

Ed ecco tre studenti vengono a passare sotto la finestra. L'un d'essi è un intimo amico di Annibale, un capo sventato, già celebre al liceo di Sant'Alessandro, per poca volontà di studiare e moltissima volontà di divertirsi.

—Buon giorno, Annibale!

—Oh! tu pure all'Università?

—Mio padre ha secondata la mia vocazione. Intendo applicarmi alle matematiche. E tu, da quando sei arrivato?

—Da sta mattina a mezzo giorno.

—Se permetti, vengo a farti una visita, in compagnia di questi buoni amici.

—Prenderemo insieme una tazza di caffè.

I tre studenti salgono rapidamente le scale, entrano nella camera d'Annibale, e sedendo chi sullescranne, chi sul letto, cominciano a conversare lietamente delle faccende loro. Annibale, per fare onore ai suoi ospiti, dà fuoco alla macchinetta, e prepara il caffè.

—È permesso?

—Avanti.

—Si può far conoscenza coi nostri vicini?

—Con chi ho l'onore di parlare?

—Con un anziano, che da quattordici anni studia le scienze mediche.

—Ben giunto! Presto; un altro bicchier d'acqua e due cucchiai di caffè.

Il nuovo arrivato è un uomo di circa trentadue anni, di professione studente, grasso, rotondo, barbuto, un naso fatto a guisa di peperone, che a forza di immergersi nelle scodellette del vino piemontese, in sulla punta è divenuto pavonazzo. Nell'entrare egli stringe la mano ai quattromatricolini, ed assumendo un tuono autorevole e misurando a gran passi la stanza, improvvisa una predica, i cui concetti morali sono press'a poco del tenore seguente:

—Voi cominciate, ed io ho quasi finito. Gli anni più belli della vita son quelli che si passano all'Università! guai a chi non sa profittarne! Gli studi sono un pretesto, un eccellente pretesto per emanciparsi dalla sorveglianza, dalla tirannia dei parenti. Allegri dunque, figliuoli! A scuola meno che possibile; la vera scienza si acquista nelle osterie, fra buoni compagnoni, con un fiasco di vino sulla tavola. A Pavia, checchè ne dicano taluni, si può passarsela allegramente; il vino è a buon patto, vi hanno osterie eccellenti, trattorie e caffè dove si paga metà a chiacchiere, metà a pugni, e le donne.... per chi sa snidarle... sono belle ed amabili anche qui come negli altri paesi del globo. Penetrato da siffatte verità, io non mi sono affrettato di troppo a domandare l'alloro dottorale. Ho già veduto due generazioni di studenti passarmi dinanzi, ed ho sorriso di compassione nell'osservare con qual ansia affannosa corrano taluni verso una meta, che è il principio di tutte le calamità. La laurea dottorale è la tomba della giovinezza. Figliuoli,io vi metterò sulla buona strada. Le vostre menti ancora intorpidite hanno bisogno di una scossa. Tutto dipende dai primi passi, dalle prime lezioni. Slanciatevi senza paura, e sarete salvi. Io non dubito che voi abbiate delle disposizioni eccellenti per fare una buona riuscita... Ercole Roccadura, il decano degli studenti di medicina, vi stende la mano, e promette scortarvi coi propri lumi, colla propria esperienza.

Annibale e i suoi compagni son commossi di entusiasmo, e, facendosi intorno all'oratore, con un misto di confidenza e di venerazione, gli dicono ad una voce:

—Qual fortuna d'aver fatta la vostra conoscenza!

—A scuola meno che è possibile!

—Viva l'allegria! viva le donne... ed il vino!

—Viva gli studenti! Viva il decano Ercole Roccadura!

In meno di un quarto d'ora, nella stanza del giovane studente è un vero baccanale. Roccadura invita a salire tutti gli amici che passano nella via; Annibale gli accoglie colla cordialità del perfetto gentiluomo; la macchinetta suda perennemente a preparare il caffè per ogni nuovo arrivato, e dopo aver preparato il caffè, suda di bel nuovo per l'ebollizione dei punchs.

—Che bella compagnia! grida Roccadura, dominando colla sua gran voce e colla sua gran barba l'intera assemblea. Questo si chiama inaugurar bene l'anno scolastico! Veggo che il nostromatricolinoha belle disposizioni... Questipunchssono eccellenti! Viva gli amici degli amici!

—Viva! urlano ad una voce gli altri studenti.

—Poichè s'è cominciato, tant'è che si finisca allegramente! Se invitassimo a prendere ilpunch....... Ah!.... vediamo se le due Caruccelli stanno ancora qui dirimpetto...?

—Chi sono le Caruccelli?

—Due ragazze... due modiste... di buona volontà... vere figlie dell'amore... amiche degli studenti... matte per ilpunche pel vino d'Asti.... due ballerinenumerouno! Ah! vi giuro, se io posso indurle a passare la serata con noi, me ne avrete all'indomani infinite obbligazioni.

—Presto, si chiamino le Caruccelli...

—Io mi incarico di snidarle dal loro coviglio e condurvele innanzi belle e spiumate.

Roccadura esce per pochi istanti, quindi rientra accompagnando le modiste, che non sono nè giovani, nè belle, nè amabili, e nullameno vengono accolte dagli studenti con una esplosione di applausi fragorosi.

—Presto! una tazza dipunch... alle donne... Bella Marietta... adorabile Carolina...

Libare a nappo amicoSpero che a voi non gravi!

—Ilpunchmi fa male, risponde Carolina.

—Preferirei un bicchiere di vino d'Asti... soggiunge l'altra strega.

—Vino d'Asti! Annibale, presto! si mandi a prendere del buon vino d'Asti... Al caffè qui sull'angolo... ve n'ha di squisito... Onore, gloria e servitù al bel sesso!

Le due donne si accovacciano in un angolo della camera. L'una si diverte a masticar caffè tostato, l'altra, per preparare lo stomaco al vino d'Asti, trangugia d'un fiato un bicchiere di rhum, che Annibale le offre recitando una stroffetta di Metastasio.

Poco dopo, Roccadura entra colle bottiglie. La vista del liquore spumante rianima la festa, cui, per dir vero, la presenza delle Caruccelli non aveva aggiunto alcun brio. Carolina e Marietta s'affrettano a vuotare parecchi bicchierini; le loro guancie si colorano di porpora, gli occhi sfavillano cisposi, le lingue si snodano, e ai tanti complimenti, alle tante dichiarazioni e proteste da cui sono assediate, rispondono anch'esse colle espressioni più amabili e più sentimentali, ingemmando i loro discorsi di tutte le eleganze e le grazie del dialetto pavese.

—Ora vediamo di utilizzare queste donne a beneficiodi tutti, esclama Roccadura. Io direi che si rinculassero i tavolini e gli altri mobili inutili, e qui senz'altri apparecchi, si improvvisasse una festa da ballo. All'orchestra ci penso io. L'amico Bogni suonerà l'ottavino, io corro a prendere il mio bombardone, e vi giuro che noi due soli faremo tanto fracasso da far ballare anche le pareti della casa. Annibale, tu bada a tener accesa la macchina.

—Dopo il vino d'Asti, queste signore non rifiuteranno di prendere anche il punch..... Io conosco il mal delle bestie... Su! snodate le gambe! e viva l'allegria!

In meno di due minuti la sala è preparata per la festa. Bogni e Roccadura ritornano co' loro strumenti, montano sul letto, mettono la piva in becco, e i ballerini si slanciano, mandando urli frenetici, e facendo traballare il pavimento.

Annibale è pazzo dalla gioia. Ilpunch, il vino d'Asti, il caffè, il contatto di quelle donne, che sebbene non abbiano le forme ed i vezzi di Venere, hanno però quanto basta ad esaltare l'immaginazione d'un giovinotto di sedici anni, cioè una gonnella e quattro sottane inamidate; la gioia di trovarsi libero da ogni sorveglianza; il frastuono, il ballo, le grida, il polverìo che si solleva dai mattoni, tutto concorre ad infiammargli il cervello. Le due Caruccelli lo esortano a bere, ballano sovente con lui, e nel fervore della danza gli stringono di tempo in tempo la mano in segno di predilezione. Egli ad ognivalzer, ad ognigaloppe, diventa più ardito; fa mille dichiarazioni d'amore in tono patetico e sentimentale, e dopo aver giurato eterna fede ad ambedue le sorelle, promette sposarle appena compiuto il corso degli studi.

L'intemperante allegria degli studenti ha già portato qualche guasto nei mobili. Lo specchio è caduto dalla tavola da notte, ed ha mandato in frantumi una diecina di bottiglie vuote, la catinella ed il vaso dell'acqua. Marietta colla coda delle sue sottane s'è tirata dietro la guantiera con dieci o dodici fra chicchere e bicchieri colmi dipunch. Roccadura, battendo la misura col piede, ha spezzato le assi delletto, che dividendosi in quattro parti, sprofonda i due suonatori fra i guanciali ed il pagliericcio, rinversando in pari tempo il vaso da notte.

Due studenti liberatisi dal paletot, si involgono nello scialle delle modiste; queste indossano il paletot degli studenti, e appena Annibale ha finito di aggiustarsi sul capo la cuffia di Marietta e farsi col sughero due enormi mustacchi, la porta si apre inaspettatamente, e l'avvocato Griffanti comparisce in sul limitare.

Annibale rimane interdetto, immobile, pietrificato. Le donne vanno a nascondersi dietro le cortine; malauguratamente, in quella rapida evoluzione, una d'esse spinge col gomito la bottiglia dell'alcool, che, versandosi in sulla macchinetta, prende subito fuoco e cola sul pavimento come una lava.

L'avvocato Griffanti contempla per qualche minuto senza dir parola quello spettacolo di disordine e di devastazione; poi con voce tranquilla, senza avanzarsi d'un passo dice al figliuolo:

—La vettura, con che io doveva recarmi a Milano, è ribaltata in un fosso a due miglia dalle porte; come tu vedi, ho dovuto retrocedere, e questa notte resterò ancora in Pavia. Quando hai sbrigate queste tue faccende, vieni a trovarmi all'osteria della Croce bianca, dove vado ad attenderti.

—Si, papà... risponde Annibale fregandosi colle dita i mustacchi e levandosi coll'altra mano la cuffia di Marietta.

E mentre l'avvocato Griffanti si allontana a lenti passi va mormorando:—Alla sua età ho fatto anch'io lo stesso e forse peggio.. e con tutto ciò sono dottore. Ah! siamo pur ridicoli, noi altri papà!.....

Ciò che si vuoleI.Chi ha moglie, non legga. Le scene che qui trascrivo non possono interessare che gli innamorati e i fidanzati, quei felici che sono ancora in tempo a sfuggire il fatal laccio. I mariti non hanno che a rassegnarsi e a pregar Dio che ammollisca o sdruscisca le loro catene. Che potrebbero essi apprendere di nuovo, qual frutto ricavare dal riflesso di questi bozzetti?Ecco in qual modo Valentina Cornalbo, alla vigilia delle sue nozze, scriveva a Clotilde Bellocchio:«Mia tenera amica,«Domani nella chiesa di San Bartolomeo, in presenza degli uomini e del cielo, io diverrò sposa di Cristoforo Montorio, agente comunale della nostra borgata, ricco possidente, segretario della fabbriceria, capo della confraternita, direttore della banda civica, membro onorifico dellaSocietà d'incoraggiamento per l'ingrasso dei campi, ecc. Questo matrimonio, come ti dissi altre volte, fu progettato e condotto a compimento dalla mia buona zia Carmelinda, la quale mi ha sempre raccomandato di preferire uno sposo costumato e dovizioso ad uno di questi azzimati bellimbusti, che hanno molta apparenza e poca sostanza.Cristoforo non è bello, pure ha molte qualità interessanti, e sebbene il suo aspetto non risponda all'ideale delle mie fantasie giovanili, spero col volger del tempo corrispondergli quella tenerezza e quell'amore, che fino ad oggi non seppe ispirarmi. Se tu vedessi i bei regali da nozze! Quando io penso che domani tutte queste perle brilleranno sui miei capelli....! Oh, il mio Cristoforo è un uomo... adorabile. Il vestito da nozze è di una magnificenza..... di una eleganza... E i braccialetti! Figurati... quattro braccialetti.... l'uno di forma di serpente, colle spire screziate a mille colori e gli occhi di diamante; l'altro... una ghirlanda di viole colorita da mille pietruzze; il terzo... un gran medaglione su cui spicca il ritratto di Montorio... in abito di presidente della confraternita... Oh il mio Cristoforo! Io sento che un giorno o l'altro sarò costretta a volergli bene... anche a lui. E i libri di preghiera, legati in velluto, con mille rabeschi d'argento! E il ventaglio! E questo magnifico orologio d'oro..... con una catena lunga dieci braccia! Che posso desiderare di più? Domani mi metterò addosso tutte queste belleforniture. Domani!.. Ah Clotilde!.... come io bramerei che tu mi vedessi cosìbardata! Mio marito, dopo la cerimonia, vuol condurmi a fare un viaggio... fino a Milano; al mio ritorno verrò a farti una visita. Io non intendo di rimanere a lungo imprigionata in codesto villaggio... Ho bisogno di muovermi... di prender aria... di correre un poco anch'io questo bel mondo, di cui finora non conobbi che l'oscuro angoluccio dove son nata. Sì.... Clotilde... noi verremo a trovarti.... e allora ti dirò il resto... Frattanto, mentre auguro anche a te un buon marito, aggradisci un bacio della tua compagna di collegio, ed amicaValentina Cornalbo,domaniMontorio.»Seregno, 18Ottobre1837.»II.Risposta di Clotilde alla lettera precedente:«Mia buona Valentina,«Quando riceverai questa lettera tu sarai già sposa. Mentre ti ricambio mille auguri di felicità, mi affretto ad annunziarti che fra quindici giorni anch'io sarò unita all'uomo che adoro..... unita per sempre. Il mio fidanzato non è ricco, nè insignito di cariche illustri.... Egli è un giovine poeta, che da sei settimane venne, per ragioni di salute, ad abitare nei dintorni di Varese. Questo nome dipoetati farà sorridere, mia Valentina; forse tu ti sovverrai del Cambiaggio nell'opera iFalsi monetari, a cui assistemmo insieme. Pure il mio poeta non ha nulla di comune con don Euticchio. Figurati un bel giovine di venticinque anni, pallido in volto, due occhi neri pieni di tristezza, un labbro vellutato da un bel pajo di mustacchi nascenti, un portamento nobile ed elegante, l'insieme della persona aggraziato e gentile. Quando verrai a trovarmi, io ti narrerò tutta la storia di questo amore, che fu il primo e sarà anche l'ultimo della mia vita.—Quanti ostacoli prima di ottenere da' miei parenti il bramato consenso! Mia madre ha perorato in nostro favore, ed ha vinto. Il giorno stesso ch'io ricevetti l'ultima tua lettera, fu anche deciso il mio matrimonio con Alfredo Leoni—Alfredo Leoni! Che ti pare di questo nome? Non somiglia a quei nomi, che sovente abbiamo letto nei romanzi o nei drammi francesi? Ma il mio fidanzato (perdona se io ti parlo sempre di lui) è veramente un personaggio da romanzo, uno di quegli esseri che io credeva non esistessero se non nella immaginazione degli scrittori.»Il nostro matrimonio verrà celebrato senza pompa. Il povero Alfredo non può fare di grandi spese per me; nè io lo pretendo. Egli ha ottenuto un impiego, a Milano, dove ora si è recato per farvi ammobiliareun modesto appartamento. Subito dopo il matrimonio, ci recheremo colaggiù a vivere dei prodotti del suo impiego e della piccola rendita che mio padre mi ha stabilita per dote, felici del nostro amore, che durerà quanto la vita. Verrai tu ad assistere alle mie nozze? Oh! come te ne sarei grata! Saremo in piccolo comitato di parenti e di amici; alla mattina ci recheremo alla chiesa; poi, si farà un pranzerello in casa di mio padre; Alfredo reciterà dei versi, tu suonerai una dozzina dipolke; balleremo, canteremo, si farà un po' di baldoria e poi ci separeremo.... per rivederci..... Dio sa quando.... A proposito di versi, sai tu che la è una gran bella cosa.... l'esser amata da un poeta! Se tu lo sentissi, quand'è in vena, od è, come si suol dire, infiammato dall'estro! Io mi starei tutta la giornata ad ascoltarlo. Per verità in quelle sue lunghe tirate io non ci comprendo gran cosa; ma l'espressione del suo volto, l'accento della sua voce, quei gesti, quel fuoco, quell'enfasi.... tutto in lui mi rapisce e mi esalta. Egli paragona i miei occhi a due stelle; dice che il miosorrisoè un'aura diparadiso, e che non sarà mai più da mediviso; che quando iocanto, lo sforzo alpianto, che quandoio rido, il corgli uccido.... e tant'altre cose tutte belle.... tutte piacevoli ad udirsi. Oh! io voglio che tu lo veda.... che tu lo senta.... Verrai, non è vero? verrai a trovarmi il giorno delle mie nozze. Pensa che senza di te la festa non sarebbe compiuta.Addio, o piuttosto a rivederci presto, mia buona Valentina. Mille saluti al tuo sposo che desidera vivamente di conoscere.La tuaClotilde»«Varese, 18ottobre1837.III.La sera del 15 ottobre dell'anno 1837 prendevano alloggio all'albergo d'Europa, allora locanda diSan Paolo, in Milano, il signor Cristoforo Montorio e suamoglie Valentina, in compagnia di alcuni parenti ed amici che avevano seguiti i due coniugi in quellaspedizione di piacere. La numerosa e lieta brigata cenò di buon appetito, poi tutti se ne andarono al teatro dellaScala, con sommo dispiacere del signor Montorio, il quale, per sue particolari ragioni, avrebbe preferito d'andarsene a letto. A un'ora dopo mezzanotte la comitiva tornò alla locanda. Montorio si fece recare un brodo all'uovo, quindi accomiatandosi dai compagni, che non cessavano dal perseguitarlo con mille celie e mille equivoci motti, si chiuse in camera colla sposa.All'indomani, verso le sette del mattino, Valentina era già desta ed abbigliata per uscire. Ella volle salire sulla cupola del duomo, con nuovo rammarico del signor Montorio, che avrebbe preferito di fare una gita in carrozza. Valentina, leggiera e volubile come una capriola, saliva gli scalini a quattro a quattro, visitava ogni angolo, ogni nicchia, correva dall'una all'altra estremità del grandioso edificio. Montorio la seguiva ansante, cogli occhi fuori dell'orbita, la lingua gonfia e schiumosa; ad ogni tratto egli si fermava per riposare su qualche scalino e si asciugava il sudore, mentre Valentina gli gridava dall'alto: Che fai Montorio? Presto! Io son già quasi alla sommità della cupola maggiore! Che? Dove è andato il tuo coraggio? Hai tu già perduta la lena?—E il poveretto si alzava da sedere, e s'arrampicava per quelle scale tortuose, come un giustiziato salirebbe i gradini del patibolo.I due coniugi soggiornarono a Milano una settimana. Il povero Montorio era visibilmente dimagrato. L'ultimo giorno, quando Valentina gli propose di salire sull'arco del Sempione, egli senti davvero mancare il coraggio. Confidò la infaticabile compagna al servitore di piazza, e, sdraiandosi sulle erbette, rimase per ben due ore immobile come corpo morto.»La sposa dall'alto del monumento lo chiamava a gran voce:—Montorio! Montorio! Io ti credeva men pigro e più robusto....Il ritorno al villaggio fu men gaio che la partenza. Valentina parve noiata, e, durante il tragitto, per dispensarsi da ogni conversazione, pretestò una forte emicrania. Montorio, al primo muoversi della vettura, si addormentò profondamente; i parenti e gli amici che lo accompagnavano, non lasciarono di notare che, durante il sonno, la sua testa pendeva dal lato opposto a quello della moglie.Quando i due sposi furono soli nel loro appartamento, Montorio disse a Valentina:—Sono stanco dal viaggio; io vado a dormire nel mio gabinetto. A Milano abbiamo fatto tante salite!Rispose la moglie:—Sta bene. Buona notte!Verso mezzanotte, una voce di tenore, accompagnata da una chitarra, cantava melanconicamente in lontananza:Fin dall'età più teneraTu fosti mia, lo sai;Tu mi lasciasti, ahi misero!Anche infedel.... t'amai....Valentina era ancor desta; Montorio, russando sonoramente, pareva che dal suo gabinetto secondasse quella canzone con un accompagnamento di contrabasso.IV.Pochi giorni dopo, Valentina riceveva da Clotilde la lettera seguente:«Mia buona amica,«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra letteratutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.»—Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidentinell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.»—Avete voi quanto vi fa di bisogno? chiese la portinaia in atto di congedarsi.»—Si, rispondemmo ad un tempo Alfredo ed io.»La buona donna se ne andò; Alfredo chiuse la camera, e noi restammo soli.»Allora mi inginocchiai dinnanzi ad un'imagine, e proruppi in lacrime dirotte. Erano lacrime di gioia.»—Vieni, disse Alfredo (e mi condusse nel gabinetto vicino), vieni a salutare mia madre....»Levando gli occhi, vidi dinanzi a me il ritratto di una donna di circa trentacinque anni; una fisonomia dolce, melanconica—uno sguardo pieno di tenerezza e di bontà.»—Eccoti, Clotilde, la sola persona che io abbia finora amato in sulla terra. La poveretta è morta da quattro anni. Ora, dinanzi a questa imagine adorata, rinnoviamo i nostri giuramenti.»Noi ci inginocchiammo insieme, e proferimmo il giuramento, tenendoci stretti per mano, e terminando la frase con un lungo bacio.»—Vedi, disse Alfredo rialzandomi; non ti pare che sulle labbra di mia madre spuntasse un sorriso?»E tornammo alla camera da letto.»O Valentina: la vita che noi conduciamo da otto giorni potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, dove, appena colta una rosa, un altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura d'essere troppo felice!....»Non ho veduto ancora un teatro, nè ho visitato alcun monumento di questa bella città. Usciamo rare volte al passeggio, evitando le vie frequentate ed i corsi; Alfredo è occupato a scrivere sei ore al giorno; io gli sto d'accanto lavorando; di tratto in tratto interrompiamo le nostre occupazioni per iscambiarci quattro parole e quattro baci, poi ciascuno ritorna al suo posto. È la vita dei canarini!»E sai cosa mi ripete Alfredo quasi ogni giorno!—Clotilde: nello stato coniugale, perchè si conservi l'amore, convien conservare innanzi tutto la poesia. La poesia è santa luce del cielo senza di cui ogni cosa scolorisce.»Ho voluto ripeterti queste parole di Alfredo, perchè tu pure ne tragga profitto.»Frattanto, abbi un po' di di indulgenza per questa mia lettera, forse troppo lunga e piena di dettagli troppo minuziosi. Ho sfogato il mio cuore, versando in quello di una tenera amica una felicità sovrabbondante.»Attendo pel ritorno del corriere una tua lettera, che più sarà lunga, più mi riuscirà gradita. Caccia dall'animo i tristi pensieri, ed ama sempreLa tua amicaClotilde Leoni».Milano, 10 novembre.V.Ora mi si permetta una breve digressione.La barchetta errava in balìa delle onde....In qual anno? in qual mese? in qual'ora? Era dinotte, o di giorno?—Si accomodi il lettore come gli aggrada meglio.La barchetta errava in balìa delle onde, e il pallido raggio della luna, o se più vi piace il limpido chiarore dell'alba, rischiarava la fronte di Luigia.Chi era Luigia? Una giovinetta di quattro lustri.—Troppo acerba, dirà taluno.—Aggiunga altri sei anni.—Troppo matura, dirà un altro.—Ne levi cinque.—V'è modo di appagare tutti i gusti.E mentre in estasi d'amore io mi stringeva al cuore la sua mano, ella introdusse dolcemente l'indice e il pollice nella taschetta del miogilet(altri direbbepanciotto), e dopo averne frugate le più intime nicchie, ne trasse fuori una dozzina di monetuzze di vario conio; poi, liberandosi dal mio fervido amplesso, si diede a contarle sul palmo della mano.—Dodici lire!Erano proprio dodici lire.—Gli è quanto basta per tornare a Milano.—E noi torneremo a Milano?—Si, mia Luigia; convien cedere alla necessità. Vedi; se una di queste monetuzze ci mancasse, noi saremmo nella imbarazzante posizione di dover o l'uno l'altra far tutto il cammino a piedi, ovvero restar qui in ostaggio fino a quando la fortuna non ci inviasse altro denaro: e tranne il caso poco probabile d'una vincita al lotto...—Una vincita al lotto!.... Sono già due anni che il venerdì d'ogni settimana io palpito di questa dolce speranza. Un terno!... oh! un buon terno secco!...—Cinquemila lire.... guadagnate senza fatica....—Sai tu che la è una bella somma: cinque mila lire!... Se mai giungessi a possederle!...—Via; sentiamo qual impiego ne faresti...—Io amo tanto di fabbricare dei castelli in aria... In primo luogo, mi affretterei a prendere in affitto quattro stanzette al secondo od al terzo piano. La mia povera madre è sempre malata; mio padre fuma le otto ore al giorno, io stiro continuamente; è ben trista cosa lo starcene così appollaiati in una soffitta priva d'aria e di luce, corrotta dalle esalazionidel tabacco e del carbone! Vorrei che il mio piccolo appartamento sorgesse nelle vicinanze dei bastioni; che dalle mie finestre si vedessero gli alberi, la campagna e largo spazio di cielo; sicchè alla mattina, aprendo le imposte, i primi raggi del sole venissero a corteggiarmi; poi, alla notte, attraverso le invetriate, la luna... mi servisse di lampada quando vado a coricarmi.—La luna, il sole, le stelle si ponno godere a buon mercato, Luigia mia; eppure anche queste bellissime cose in città non sono tanto belle come qui all'aperta campagna. Se io fossi ricco, mi guarderei bene dal circoscrivere la mia esistenza entro il limite impuro di una capitale.—Oh certo, se fossimo ricchi.... io... lo saprei ben io... come si fa per vivere felici.—Supponiamo che il signor lotto ti favorisca un centinaio di mila lire; vediamo qual uso ne faresti.—Cento mila lire! tu vedi bene, amico mio, che questi sono sogni; la piccola somma ch'io rischio ogni settimana non potrà mai rapportarmi tanto. Contiamo sul positivo....—Di positivo in questo momento non havvi per noi che una dozzina di lire, e domani, giungendo alle porte di Milano saremo tutti e due senza un obolo. Poichè siamo in sul fantasticare, tanto è che disponiamo di larghi capitali. Metti dunque ch'io sia un tuo banchiere; per ora ti concedo centomila lire: quando altra somma ti abbisogni, ricorri alla cassa.—Tu vedrai come io sia buona massaia. La nostra abitazione, per esempio, vorrei fosse posta al piede di quella collinetta là in fondo. Due piani di due camere ciascuno; abbasso la cucina ed una piccola sala; di sopra il tuo gabinetto da studio e la camera da letto. Dal lato destro una gradinata di marmo pulito, che scendesse fino al lago, e al fianco di quella gradinata una folta siepe di rose e gelsomini. A sinistra, un giardino, protetto da alte muraglie e da alberi frondosi; quindi una fertile ortaglia irrigata da un ruscello, che scendendo dalla collina, carezzassein passando le erbette ed i fiori, e noi rallegrasse col suo mormorio.—Non dimenticare che l'anno si divide in due stagioni (altre volte in quattro), e convien pensare seriamente a procurarci qualche comodità anche nel rigido inverno. Questo paese è dominato dai venti.—Da una parte ci protegge la collina, dall'altra faremo alzare un gran muraglione alto dieci metri più della casa..—E per tal modo non godremo più la vista del lago e delle campagne...—Non ci pensava. Dunque, abbasso il muraglione!... quando il vento soffierà gagliardo, chiuderemo le imposte delle finestre, e staremo nelle nostre stanze accanto al camino. Le nostre camere saranno mobigliate con molta semplicità; un letto, un piccolo divano, una dozzina di scranne, gli attrezzi per la cucina, e basta. Nel vestire eviteremo ogni superfluità di lusso; per me, quattro gonnelline di lana e due di seta pei giorni festivi; per te...—Un cappotto e un pajo di brache di panno bigio l'inverno e la state; con questa sola differenza, che in estate il cappotto e le brache rimarranno tutto il giorno nella guardaroba...—Quanto al vitto...—Perdono, Luigia, ma è tempo di ricorrere alla cassa; le centomila lire sono già esaurite nelle prime spese d'impianto. Il proprietario del fondo, l'architetto, i muratori, il mercante di mobili, il tappezziere, il sarto e la modista si sono portati via ogni cosa; anzi, quando avrai ben calcolato, vedrai che ti rimane qualche debituzzo. Se tosto non ti procuri nuove somme, io temo che noi saremo ridotti a morire di fame nel nostro delizioso casino. Via! Eccoti altre centomila lire; usane moderatamente e con profitto.—Che? Non ricaveremo noi alcun frutto dal denaro che abbiamo impiegato nella compera dell'ortaglia e nella costruzione della casa? Più volte ho inteso ripetere che centomila lire danno una rendita annua di cinquemila.—Ciò potrebbe realizzarsi quando tu ti risolvessi adaffittare camere mobigliate, od a portare ogni mattina al mercato l'insalata ed i ravanelli della nostra ortaglia. Ma siccome questo casino dev'essere abitato da noi, e tu non aspiri a cangiare la tua professione di modista in quella di erbivendola, converrà pure che tu accetti le centomila lire che io ti offersi, e le impieghi o in compere di terreni, o in qualche speculazione commerciale, perchè ci rendano tanto da provvedere agli altri nostri bisogni. Non farmi la ritrosa; prendi quanto ti occorre, e tiriamo avanti!—Quand'è così... disporrò anche di queste cinque mila lire di rendita. Sai tu che cinque mila lire, quando si ha una casa ed una ortaglia del proprio, sono perfino di superfluo?—Ecco adunque come io intenderei di regolare i nostri pasti. Alla mattina (ci leveremo allo spuntar dell'alba), alla mattina, caffè, burro e qualche frutto dell'orto; a mezzo giorno un pranzo frugale di tre piatti e la zuppa: alla sera una cenetta di uova e legami secondo la stagione. Faremo la colazione e la cena, sempre a l'aria aperta, sotto l'ombra dei castani, al chiaro della luna, fra il gorgheggio degli uccelli e il mormorio delle onde...—Il chiaro di luna, il canto degli uccelli, il mormorio dell'onda, torno a ripeterlo, son tutte cose che si hanno a buon mercato, quindi non devono entrare nei nostri calcoli. Frattanto, Luigia mia, sappi che io non ti permetterò mai di passare l'intera giornata presso i fornelli a invigilare le pentole e i tegami, nè vorrei che tu ti occupassi di spiumacciare i letti e scopare le camere. Io voglio che le tue mani conservino la freschezza della neve, la candidezza dell'alabastro, la voluttuosa morbidezza del velluto.—Una cameriera è dunque indispensabile. Troveremo una contadinella che sia giovane, bella e di mite carattere; con cinque mila lire di rendita possiamo mantenerci noi ed anche una donna di servizio....—E di soprappiù un cane, un gatto, e se vuoi, anche un papagallo.—Eccoci adunque installati nel nostro piccolo Eden....—Togli quella parolainstallati; mi suona male all'orecchio.—Eccoci adunque ricoverati nel nostro delizioso romitaggio, in mezzo al silenzio ed alla pace dei campi; liberi, indipendenti, felici, come due tortorelle innamorate.—Quale esistenza deliziosa!... Peccato che dugento mila lire di capitale non bastino ancora... Sai tu che accade alle tortorelle innamorate, quando hanno vissuto insieme parecchi giorni?—Volano pei campi, salgono sui rami degli alberi, scherzano, folleggiano, cantano, si beccano, e poi...—Poi, viene il giorno in cui una delle tortorelle depone le uova.—Vedo a che mira il tuo discorso... Tu pensi dunque che noi avremo dei figli...—Non solo ci penso, ma li desidero con tutto il cuore. I figli sono il vincolo sacro che annoda eternamente due anime innamorate. Talvolta, col lungo convivere insieme, due persone, marito e moglie, per esempio, inaridite le rose della giovinezza o intiepiditi gli istinti del piacere, si addormentano nella indifferenza e nella noia; quindi a poco a poco si scostano, si fuggono, si disgiungono, e l'amore più fervido ed appassionato degenera in reciproca antipatia, sovente anche in odio. Un figlio soltanto può impedire questo doloroso divorzio dei due cuori. Sì, o Luigia; se tu vuoi che il nostro amore duri tutta la vita, implora dal cielo il favore di divenir madre. Forse un giorno, vicini a separarci per sempre, il nostro figliuolo si lancierà in mezzo a noi lacrimoso; ricongiungerà la tua mano alla mia, e mi trasmetterà, come pegno di pace e di conciliazione, il bacio che tu avrai deposto sulle sue labbra innocenti.—Oh si!... voglio avere un figliuolo!—Uno?... e se ne avessimo dodici, Luigia mia?—Dodici figli! Misericordia!... Ciò non è possibile...—È tanto possibile l'averne dodici come l'averne uno. Prendiamo la cifra media; supponiamo che essi non oltrepassino la mezza dozzina. Ad ogni modo, il nostro casino non sarebbe abbastanza capace....—No, certo. Io non vorrei che i miei figliuoli stessero ammucchiati l'uno sull'altro, come i passerotti nel loro nido.... Ciascuno dovrebbe avere la propria cameretta o il proprio letticciuolo.—Io veggo che ci converrà fabbricare di bel nuovo... e la sarà una fabbrica un po' dispendiosa. Dimmi: ti bastano altre duecento mila lire?—Via! si faccian le cose senza risparmio; queste nostre creature non devono soffrire alcun disagio; non basta metterli al mondo, i figliuoli, bisogna anche pensare a renderli felici.—La loro educazione mi preoccupa seriamente. L'educazione è la prima base d'ogni felicità umana.—E come si fa in questo romitaggio ad avere dei buoni maestri? Io vorrei che le ragazze fossero istruite di buon'ora in ogni donnesco lavoro, che apprendessero l'italiano, il francese, la musica, il ballo, il disegno; e tutto ciò sotto la sorveglianza della madre. Ai maestri confiderei l'incarico della loro coltura intellettuale, ma il cuore di quelle mie creature vorrei educarlo io.—E i figli maschi?... onde crescano sani, robusti, degni della stima universale, decoro ed ornamento della famiglia, e quanto si possa desiderare virtuosi e felici, molte cose devono apprendere. Cominciamo dagli esercizi ginnastici: il ballo, la scherma, l'equitazione, sono arti che esigono un istitutore speciale per ciascheduna, e, ben calcolati i vari rami dello scibile umano in che i nostri figliuoli dovrebbero essere versati, la loro educazione verrebbe a costare circa ventimila lire all'anno.—Questi tuoi calcoli mi spaventano. Basta per oggi; abbandoniamo le regioni immaginarie; rinunziamo al nostro bel casino, ai piaceri della vita campestre... e torniamo alla realtà. Io credo che la vera beatitudine sia riposta nell'amore. Per amarsi non è necessario di possedere un casino in riva al lago, nè una rendita di cinque mila lire. La vera felicità, anzichè un riverbero degli oggetti che ne circondano, è una emanazione di noi stessi, che ha la sua sorgente nell'intimo dei nostri cuori. Amiamoci; euna povera soffitta nuda d'ogni ornamento, esposta alle intemperie delle stagioni, fredda, oscura, tappezzata di ragnateli, sarà per noi un paradiso di delizie!Luigia mi gettò al collo le braccia, poi, dopo breve silenzio.... Amico, mi disse... quand'è che ci sposeremo?....—Quando sarò padrone di quattrocentonovantanove mila novecento ottantotto lire, che aggiunte alla somma che oggi possediamo, faranno appunto un capitale di L. 500.000.—Concedo che due amanti possano vivere beati anche in una soffitta; ma un marito ed una moglie...—Alfredo Leoni non ha forse detto a sua moglie che la sola poesia, nello stato coniugale, mantiene sempre vivo l'amore?—È vero; ma per mantenere questa poesia, ci vogliono per lo meno ventimila lire di rendita all'anno. Vuoi tu sapere come sia finita la istoria di Alfredo e di Clotilde? Io ti servo sul momento; leggiamo quest'altra lettera:VI.Clotilde Leoni a Valentina Montorio.«La mia salute non è gran fatto migliorata. Il medico cerca rassicurarmi con buone parole; ma il suono della sua voce, l'espressione del suo volto, ed il regime che ieri mi ha prescritto, tutto mi fa credere che pochi giorni mi rimangono di vita.»Non accorarti, mia buona Valentina; io ho già provato quanto vi ha di bene e di male in sulla terra; ho vissuto abbastanza.»Rammenti la prima lettera che ti scrissi dopo il mio matrimonio con Alfredo?—Allora io ti diceva: «La vita che noi conduciamo potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, ove, appena colta una rosa, tosto un'altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura di esser troppo felice.»—Qual vi è mai creatura umana, che cercando nelle memorie del passato,vi trovi otto giorni di felicità completa e non interrotta? Credilo, Valentina; il sovvenire di quegli otto giorni ha sparso un profumo di felicità sul resto della mia esistenza, e le sciagure che in appresso intorbidarono il sereno della mia anima furono mai sempre consolate da un raggio di felicità: la certezza che Alfredo mi ha amata e mi ama tuttavia.»Eppure (io n'ho il triste presentimento) quando sarò partita dalla terra, i maligni non lascieranno di scagliare sul mio povero amico i più orrendi anatemi. Taluni spingeranno la calunnia fino ad incolparlo della mia morte precoce.—Povero Alfredo! Sull'orlo della tomba io leverò la mia debole voce in sua difesa; perocchè il suo cuore è onesto e sensibile, e tutti i mali che ci colpirono, furono conseguenza necessaria dell'avermi egli troppo amata—d'un amore, che la corrotta società in mezzo a cui viviamo dovea necessariamente combattere.»Da quanto ho potuto rilevare dall'ultima tua lettera, la storia de' miei dolori ti è in parte nota. Nulladimeno, perchè non sia indotta in qualche erroneo giudizio sul carattere di Alfredo e sui nostri reciproci rapporti, staccherò una pagina dal libro del mio cuore e te la porrò dinanzi, quasi ultimo ricordo di una amica, che fra poco sarà per sempre divisa da te.»Alfredo non ha altro torto in faccia alla società se non d'aver sortita dalla natura un'anima eminentemente poetica. La poesia, nel secolo in cui viviamo, è lo stigmate precursore del martirio. Quando ci unimmo in matrimonio, noi non consultammo che il cuore, beati nell'ebrezza di un amore corrisposto, fidammo nelle nostre forze, nella nostra fede, nella santità delle nostre aspirazioni. Elevandoci col pensiero al di sopra delle nubi, abbiamo dimenticato che i nostri piedi erano incatenati alla terra.»Vivemmo otto giorni felici, nella solitudine del nostro piccolo appartamento. Fin quando l'occhio dei profani non giunse a penetrare nel santuario dei nostri amori, credemmo si potesse per noi realizzare sulla terra la felicità del paradiso.»Un giorno, Alfredo uscì solo al passeggio. Al suo ritorno lui parve che una leggiera nube gli oscurasse la fronte.—Clotilde, egli mi disse, questo metodo di vita non si può continuare senza esporci al ridicolo del mondo. I maligni interpretano sinistramente il nostro volontario isolamento: dicono che io sono un pazzo geloso, un despota, un tiranno. Vivendo nel mondo, convien concedere qualche cosa ai suoi capricci ed alle sue esigenze. Ho affittato un palco al teatro Re pella stagione corrente, associandomi ad un mio giovane amico, il quale da pochi giorni si è ammogliato. Oggi ha luogo la prima recita; tu mi vi accompagnerai, e d'ora innanzi assisteremo ogni sera allo spettacolo.—Come ti piace, mio buon amico.—E poco dopo, uscimmo per andare al teatro.»Il dramma era buono, gli attori eccellenti, il nostro palco onorato di parecchi visitatori; la serata fu abbastanza piacevole. Pure... nella mia cameretta, fra i miei ricami, sola con Alfredo, conversando con lui senza testimonii, libera d'ogni atto, d'ogni parola... io mi sarei trovata assai meglio.»All'indomani, Alfredo era pensieroso e preoccupato.—Clotilde, mi disse, latoilettedella signora M..., che era con noi nello stesso palco, brillava più splendida ed elegante della tua. Io non posso permettere che tu rimanga eclissata dalla tua compagna: tu devi brillare come le altre donne.—Io volli opporre qualche osservazione economica, ma Alfredo con un bacio mi chiuse le parole sul labbro. Da quel giorno io dovetti rivaleggiare in lusso colle dame più eleganti di Milano.»Venne il carnevale; cominciarono i balli, le feste, i giocondi ritrovi. Io ripeteva ad Alfredo: «Il tempo che noi sacrifichiamo al mondo, è sottratto alle gioie più intense del nostro amore; torniamo alla nostra solitudine: i piaceri, che la società ci ha offerti, son forse paragonabili a quelli che l'amore creava per noi ne' primi giorni del nostro matrimonio? Poi... ricordati, Alfredo, che non siamo ricchi... e procedendo di tal passo saremo condotti a brutti guai.»I miei pronostici si avverarono, ahi! troppo presto....»Quando il primo frutto delle nostre nozze, la mia dolce Carolina, venne alla luce, Alfredo ed io versavamo nelle più allarmanti strettezze. Povera innocente creatura! unica figlia dell'amor mio! nello stringerti per la prima volta al seno, alla mia mente si affacciò nel suo più orribile aspetto il pensiero della nostra miseria imminente. Il primo battesimo che tu ricevesti furono le lacrime dei tuoi genitori desolati.»D'allora in poi fu per me e per Alfredo una serie non interrotta di sciagure.»La miseria!—Un giovine scapolo può ben sopportarla con rassegnazione, e riderne talvolta in compagnia di sollazzevoli amici, ma un marito.... ed un padre! Appena questa lurida nemica penetra nel vostro tetto, colla sua gelida mano ella sfronda ad una ad una le rose della vostra corona nuziale. Svegliandovi ad un tratto dal sogno ridente delle vostre illusioni, voi vi trovate in un abisso di calamità.»Era il primo anniversario del nostro matrimonio, quando io, Alfredo e la piccola Carolina, abbandonando il nostro elegante appartamento in contrada dei Bigli, ci ritirammo in una oscura stanzuccia al quarto piano nei sobborghi di Porta Vercellina. Oh qual'orribile esistenza da quel giorno in appresso! Alfredo, per non angosciarsi alla vista della nostra miseria, si assentava parecchie ore del giorno, e spesse volte usciva al mattino per non tornare che alla sera a dividere colla sua piccola famiglia una cena frugale. Dal nostro desco era sbandito il sorriso della gioia; dolci colloqui d'amore non rallegravano più le lunghe serate; l'orrore della nostra situazione presente, le incertezze dell'avvenire spandevano intorno al nostro talamo una nuvola tenebrosa, che soffocava ogni piacere.»Alfredo cercava distrarsi in mezzo alle gioconde brigate de' suoi amici; le ore ch'egli passava al mio fianco erano per lui le più tristi, le più noiose. Gli mossi qualche rimprovero; mi sorsero nell'animo tremendidubbi sulla sua fedeltà; non potendo spiare i suoi passi, nè osando manifestargli apertamente i miei sospetti per tema di accrescergli noia, io divorava in segreto i miei patimenti. Oh quanti giorni passati nel pianto!»Quante volte rientrando a tarda ora di notte nel suo tetto coniugale, egli mi trovò sola, intirizzita dal freddo, ad attenderlo sulla soglia dell'oscura cameretta, colla mia figliuola fra le braccia, solo testimonio delle mie lacrime disperate!»Io caddi malata. Da sei mesi non posso abbandonare il letto. Alfredo passa i giorni e le notti al mio fianco, ed egli pure ha molto sofferto nella salute L'occhio ardente del giovane poeta si è spento nelle lagrime; il riflesso della miseria ha scolorita la sua nobile fronte; si direbbe ch'egli vegeta accanto al mio letto, come un pallido fiore presso una croce del Campo Santo.»Frattanto, che si dice nella società? Questa perfida cortigiana, al cui capriccio noi abbiamo immolata la nostra felicità, ora per cento bocche versa il vitupero sul nostro capo.—Alfredo è un dappoco, un mentecatto, che secondando i capricci della propria moglie, ha attirato su lei l'infortunio.—Coloro che per pietà gli risparmiano il titolo di mentecatto, lo trattano da libertino, da uomo debole o nullo; nè mancherà, come io più sopra ti ho detto, chi fra pochi giorni andrà ripetendo sommessamente: egli ha ucciso la propria moglie.»Iniqua, mostruosa calunnia! Sai tu, Valentina, qual fu la vera, la sola cagione dei nostri mali?—Abbiamo creduto che nello stato coniugale bastasse, per essere felici, il colorire la nostra esistenza di una luce di poesia. Ma questa poesia, allorquando non si hanno sufficienti ricchezze per alimentarla, a poco a poco svanisce, e ci abbandona nella tristezza. Forse, in mezzo ai campi, in qualche romitaggio lontano dalla società, la poesia potrebbe supplire alle ricchezze, e l'amore ritrarre da lei un perenne alimento. Ma Alfredo non poteva vivere in un oscuro villaggio. Volendo mettere a frutto il proprioingegno, onde provvedere ai bisogni della vita, gli fu forza di rintanarsi in queste bolgie cittadine. Egli venne... venne colla fede viva dell'avvenire..... sulle ali delle sue poetiche speranze. Ma il poeta è simile ad una farfalla, che dai fiori soltanto può attingere alimento. Guai se questa farfalla, sdegnando le libere aure dei campi e i fulgidi raggi del sole, si lascia sedurre dalla luce artifiziale delle lampade e delle faci! La povera illusa vi perde le ali screziate di mille colori, e perisce miseramente.»Se la condotta di Alfredo non fu sempre irriprovevole, io sua moglie, sua amante ed amica, sento obbligo di assolverlo da ogni colpa. Egli mi ha amato, e le sventure a cui entrambi soggiacemmo non furono che la conseguenza necessaria di tanto amore.»Quando io lo vidi per la prima volta, quando le nostre anime sorelle si ricambiarono il primo saluto, rammento che inginocchiata nella mia cameretta ho innalzato al cielo questo fervido voto: «Un bacio solo d'Alfredo e poi che il resto de' miei giorni si consumi pure nel pianto!» Quel voto fu esaudito. Io porto meco nella tomba il suo amore.—L'amore, o Valentina, è una ghirlanda di rose che abbellisce anche i sepolcri.»Le mie ultime parole saranno parole di benedizione per lui. Chiuderò gli occhi nella certezza, che dopo di me, egli non amerà altra donna. Egli verrà a trovarmi nel Campo santo in compagnia della mia piccola Carolina; verrà parlarmi quel linguaggio divino, che i poeti soltanto sanno rivolgere alle donne...»E quando alcuno al tuo cospetto oserà calunniare colui ch'io scelsi a mio sposo, digli pure che Alfredo fu il migliore dei mariti e che un solo bacio, un solo amplesso di un uomo come Alfredo, è bastato a riempiere il cuore di una donna di tanta felicità, da sopravanzargliene anche nei giorni più amari della vita, e perfino nel sepolcro.Addio per sempre, e vivi felice!La tua affez.Clotilde.»Milano, 16settembre1860.VII.Lettera di Cristoforo Montorio a suo cugino Emanuele Montorio, medico di Saronno.«Carissimo cugino,»Domani ti attendo senza verun fallo. La tua visita mi è doppiamente necessaria, prima di tutto perchè sono ammalato d'un reuma alla schiena e di un forte raffreddore di testa; poi, perchè questa diavolessa di mia moglie ha bisogno di una tua severa predica, che la riduca al dovere. Altre volte ti ho parlato delle sue stravaganze, de' suoi capricci, delle sue esigenze. L'altra sera ella m'avea preceduto al talamo maritale, ed io poco dopo stava per coricarmi al di lei fianco, allorchè, rizzandosi come una furia e gridando con quanto fiato avea nella gola, mi respinse dal letto. Già da qualche tempo ella muove una guerra accanita al berretto di cotone ed alla flanella di lana che di notte soglio portare indosso fino dalla più tenera età. L'altra sera, essendomi dunque presentato a lei in quell'arnese, mi assalì con tanto impeto e tanta furia, ch'io ne rimasi spaventato;—Oramai non c'è più via di scampo, diss'ella per ultima conclusione; o tu rinunzii alla flanella ed al berretto di cotone, o non accostarti più a tua moglie.—Ma io sono abituato sino da ragazzo a coricarmi colla flanella!—Ora non sei più un ragazzo, rispose più inferocita la megera; scegli: o tua moglie o la flanella.—Anche questa volta ho dovuto cedere; e all'indomani, essendomi svegliato con un reuma alla schiena ed un forte raffreddore di cervello, fui confinato nel mio letto, d'onde non spero di rialzarmi tanto presto! Per pietà, attacca immediatamente la tua rozza al biroccino, e fa d'esser qui domattina. Debbo comunicarti altri segreti coniugali, che da qualche tempo mi tengono in apprensione.»PS. Figurati che mentre io sono qui inchiodato nel letto con due cataplasmi sulla schiena e unabenda sugli occhi, nel salotto inferiore si balla furiosamente! Mia moglie aveva invitati già da tre giorni ad una piccola festa di famiglia non so quanti parenti ed amici, ed oggi, benchè io sia gravemente malato, ella vuol ballare ad ogni costo. L'orchestra si compone di due violini, un trombone e due corni, con che ho l'onore di dichiararmiTuo affezionatissimo cuginoCristoforo Montorio.»Seregno18settembre1860.»VIII.Alfredo Leoni a Valentina Montorio.«Vi annunzio con sommo rammarico la dolorosa perdita, che oggi abbiamo fatta della nostra povera Clotilde. Sono troppo oppresso dal dolore per aggiungere altre parole. Questo angelo di bellezza e di bontà si è diviso per sempre da noi. Io non seppi renderla felice; pure io l'ho sempre desiderato ardentemente, e per lei avrei sacrificata la mia vita. Lasciommi un'unica figliuola, un fiore gentile che noi generammo nei primi trasporti del nostro amore, e che, per esser cresciuta fra le lagrime, non è però men bella nè men cara al mio cuore. Qualche giorno, se mi permetterete di farvi una visita, io voglio che voi pure la vediate.... la mia Carolina. Ella somiglia a sua madre nel volto; spero educarla in modo che divenga simile a lei anche per le qualità del cuore. Vivrà oscura ed ignorata fin quando ella non sia in età da prendere marito; poi l'unirò a qualche onesto artigiano od a qualche campagnuolo laborioso e dabbene. Una trista esperienza mi ha convinto che il matrimonio è fatto o per gli uomini che posseggono grandi ricchezze, o pei semplici operai e coltivatori dei campi. Chi alla propria sposa altra ricchezzanon può offrire se non un cuore pieno di poesia e di amore, diviene necessariamente il peggiore dei mariti.Vostro devot. amicoAlfredo Leoni.»Milano, 30ottobre1860.»IX.L'autore a Luigia B....«Mi congratulo teco di vero cuore pel tuo prossimo matrimonio. Tu non hai voluto aspettare che io venissi al possesso di cinquecento mila lire, e non so darti torto; giacchè dopo quella conversazione poco sentimentale a bordo della nostra favorita barchetta i miei capitali son rimasti stazionari. Dieci lire più dieci lire meno, come tu vedi, si guazza sempre nelle medesime acque.»Mi dici che il tuo fidanzato, fra l'altre belle qualità che lo distinguono, è anche un po' sordo, un poco miope, e mediocremente imbecille. Di nuovo mi congratulo, figliuola mia; quel tuo uomo ha tutte le disposizioni per formare un eccellente marito. Pochi giorni sono ho visitato in Seregno il signor Cristoforo Montorio, che, prima di ammogliarsi, avea presso a poco le stesse qualità. Sua moglie da circa venti anni si è adoperata a perfezionarlo; tanto che a quest'ora egli è cieco, sordo, e completamente imbecille. E sai tu quanti figli ebbe il signor Cristoforo? Sedici; tutti belli, tutti sani e robusti. Gli uomini di tal fatta sono creati per ristorare le perdite della società; e siccome sta scritto che il numero degli imbecilli vada di generazione in generazione ingrossando, così madre natura ha in grado eminente dotati costoro della facoltà procreatrice. Fanne tuo pro, Luigia mia, e vivi lieta.Il tuo sempre fedele amico!Milano, 31luglio1866.A. Ghislanzoni.»

Chi ha moglie, non legga. Le scene che qui trascrivo non possono interessare che gli innamorati e i fidanzati, quei felici che sono ancora in tempo a sfuggire il fatal laccio. I mariti non hanno che a rassegnarsi e a pregar Dio che ammollisca o sdruscisca le loro catene. Che potrebbero essi apprendere di nuovo, qual frutto ricavare dal riflesso di questi bozzetti?

Ecco in qual modo Valentina Cornalbo, alla vigilia delle sue nozze, scriveva a Clotilde Bellocchio:

«Mia tenera amica,

«Domani nella chiesa di San Bartolomeo, in presenza degli uomini e del cielo, io diverrò sposa di Cristoforo Montorio, agente comunale della nostra borgata, ricco possidente, segretario della fabbriceria, capo della confraternita, direttore della banda civica, membro onorifico dellaSocietà d'incoraggiamento per l'ingrasso dei campi, ecc. Questo matrimonio, come ti dissi altre volte, fu progettato e condotto a compimento dalla mia buona zia Carmelinda, la quale mi ha sempre raccomandato di preferire uno sposo costumato e dovizioso ad uno di questi azzimati bellimbusti, che hanno molta apparenza e poca sostanza.Cristoforo non è bello, pure ha molte qualità interessanti, e sebbene il suo aspetto non risponda all'ideale delle mie fantasie giovanili, spero col volger del tempo corrispondergli quella tenerezza e quell'amore, che fino ad oggi non seppe ispirarmi. Se tu vedessi i bei regali da nozze! Quando io penso che domani tutte queste perle brilleranno sui miei capelli....! Oh, il mio Cristoforo è un uomo... adorabile. Il vestito da nozze è di una magnificenza..... di una eleganza... E i braccialetti! Figurati... quattro braccialetti.... l'uno di forma di serpente, colle spire screziate a mille colori e gli occhi di diamante; l'altro... una ghirlanda di viole colorita da mille pietruzze; il terzo... un gran medaglione su cui spicca il ritratto di Montorio... in abito di presidente della confraternita... Oh il mio Cristoforo! Io sento che un giorno o l'altro sarò costretta a volergli bene... anche a lui. E i libri di preghiera, legati in velluto, con mille rabeschi d'argento! E il ventaglio! E questo magnifico orologio d'oro..... con una catena lunga dieci braccia! Che posso desiderare di più? Domani mi metterò addosso tutte queste belleforniture. Domani!.. Ah Clotilde!.... come io bramerei che tu mi vedessi cosìbardata! Mio marito, dopo la cerimonia, vuol condurmi a fare un viaggio... fino a Milano; al mio ritorno verrò a farti una visita. Io non intendo di rimanere a lungo imprigionata in codesto villaggio... Ho bisogno di muovermi... di prender aria... di correre un poco anch'io questo bel mondo, di cui finora non conobbi che l'oscuro angoluccio dove son nata. Sì.... Clotilde... noi verremo a trovarti.... e allora ti dirò il resto... Frattanto, mentre auguro anche a te un buon marito, aggradisci un bacio della tua compagna di collegio, ed amica

Valentina Cornalbo,domaniMontorio.»

Seregno, 18Ottobre1837.»

Risposta di Clotilde alla lettera precedente:

«Mia buona Valentina,

«Quando riceverai questa lettera tu sarai già sposa. Mentre ti ricambio mille auguri di felicità, mi affretto ad annunziarti che fra quindici giorni anch'io sarò unita all'uomo che adoro..... unita per sempre. Il mio fidanzato non è ricco, nè insignito di cariche illustri.... Egli è un giovine poeta, che da sei settimane venne, per ragioni di salute, ad abitare nei dintorni di Varese. Questo nome dipoetati farà sorridere, mia Valentina; forse tu ti sovverrai del Cambiaggio nell'opera iFalsi monetari, a cui assistemmo insieme. Pure il mio poeta non ha nulla di comune con don Euticchio. Figurati un bel giovine di venticinque anni, pallido in volto, due occhi neri pieni di tristezza, un labbro vellutato da un bel pajo di mustacchi nascenti, un portamento nobile ed elegante, l'insieme della persona aggraziato e gentile. Quando verrai a trovarmi, io ti narrerò tutta la storia di questo amore, che fu il primo e sarà anche l'ultimo della mia vita.—Quanti ostacoli prima di ottenere da' miei parenti il bramato consenso! Mia madre ha perorato in nostro favore, ed ha vinto. Il giorno stesso ch'io ricevetti l'ultima tua lettera, fu anche deciso il mio matrimonio con Alfredo Leoni—Alfredo Leoni! Che ti pare di questo nome? Non somiglia a quei nomi, che sovente abbiamo letto nei romanzi o nei drammi francesi? Ma il mio fidanzato (perdona se io ti parlo sempre di lui) è veramente un personaggio da romanzo, uno di quegli esseri che io credeva non esistessero se non nella immaginazione degli scrittori.»Il nostro matrimonio verrà celebrato senza pompa. Il povero Alfredo non può fare di grandi spese per me; nè io lo pretendo. Egli ha ottenuto un impiego, a Milano, dove ora si è recato per farvi ammobiliareun modesto appartamento. Subito dopo il matrimonio, ci recheremo colaggiù a vivere dei prodotti del suo impiego e della piccola rendita che mio padre mi ha stabilita per dote, felici del nostro amore, che durerà quanto la vita. Verrai tu ad assistere alle mie nozze? Oh! come te ne sarei grata! Saremo in piccolo comitato di parenti e di amici; alla mattina ci recheremo alla chiesa; poi, si farà un pranzerello in casa di mio padre; Alfredo reciterà dei versi, tu suonerai una dozzina dipolke; balleremo, canteremo, si farà un po' di baldoria e poi ci separeremo.... per rivederci..... Dio sa quando.... A proposito di versi, sai tu che la è una gran bella cosa.... l'esser amata da un poeta! Se tu lo sentissi, quand'è in vena, od è, come si suol dire, infiammato dall'estro! Io mi starei tutta la giornata ad ascoltarlo. Per verità in quelle sue lunghe tirate io non ci comprendo gran cosa; ma l'espressione del suo volto, l'accento della sua voce, quei gesti, quel fuoco, quell'enfasi.... tutto in lui mi rapisce e mi esalta. Egli paragona i miei occhi a due stelle; dice che il miosorrisoè un'aura diparadiso, e che non sarà mai più da mediviso; che quando iocanto, lo sforzo alpianto, che quandoio rido, il corgli uccido.... e tant'altre cose tutte belle.... tutte piacevoli ad udirsi. Oh! io voglio che tu lo veda.... che tu lo senta.... Verrai, non è vero? verrai a trovarmi il giorno delle mie nozze. Pensa che senza di te la festa non sarebbe compiuta.Addio, o piuttosto a rivederci presto, mia buona Valentina. Mille saluti al tuo sposo che desidera vivamente di conoscere.

«Quando riceverai questa lettera tu sarai già sposa. Mentre ti ricambio mille auguri di felicità, mi affretto ad annunziarti che fra quindici giorni anch'io sarò unita all'uomo che adoro..... unita per sempre. Il mio fidanzato non è ricco, nè insignito di cariche illustri.... Egli è un giovine poeta, che da sei settimane venne, per ragioni di salute, ad abitare nei dintorni di Varese. Questo nome dipoetati farà sorridere, mia Valentina; forse tu ti sovverrai del Cambiaggio nell'opera iFalsi monetari, a cui assistemmo insieme. Pure il mio poeta non ha nulla di comune con don Euticchio. Figurati un bel giovine di venticinque anni, pallido in volto, due occhi neri pieni di tristezza, un labbro vellutato da un bel pajo di mustacchi nascenti, un portamento nobile ed elegante, l'insieme della persona aggraziato e gentile. Quando verrai a trovarmi, io ti narrerò tutta la storia di questo amore, che fu il primo e sarà anche l'ultimo della mia vita.—Quanti ostacoli prima di ottenere da' miei parenti il bramato consenso! Mia madre ha perorato in nostro favore, ed ha vinto. Il giorno stesso ch'io ricevetti l'ultima tua lettera, fu anche deciso il mio matrimonio con Alfredo Leoni—Alfredo Leoni! Che ti pare di questo nome? Non somiglia a quei nomi, che sovente abbiamo letto nei romanzi o nei drammi francesi? Ma il mio fidanzato (perdona se io ti parlo sempre di lui) è veramente un personaggio da romanzo, uno di quegli esseri che io credeva non esistessero se non nella immaginazione degli scrittori.

»Il nostro matrimonio verrà celebrato senza pompa. Il povero Alfredo non può fare di grandi spese per me; nè io lo pretendo. Egli ha ottenuto un impiego, a Milano, dove ora si è recato per farvi ammobiliareun modesto appartamento. Subito dopo il matrimonio, ci recheremo colaggiù a vivere dei prodotti del suo impiego e della piccola rendita che mio padre mi ha stabilita per dote, felici del nostro amore, che durerà quanto la vita. Verrai tu ad assistere alle mie nozze? Oh! come te ne sarei grata! Saremo in piccolo comitato di parenti e di amici; alla mattina ci recheremo alla chiesa; poi, si farà un pranzerello in casa di mio padre; Alfredo reciterà dei versi, tu suonerai una dozzina dipolke; balleremo, canteremo, si farà un po' di baldoria e poi ci separeremo.... per rivederci..... Dio sa quando.... A proposito di versi, sai tu che la è una gran bella cosa.... l'esser amata da un poeta! Se tu lo sentissi, quand'è in vena, od è, come si suol dire, infiammato dall'estro! Io mi starei tutta la giornata ad ascoltarlo. Per verità in quelle sue lunghe tirate io non ci comprendo gran cosa; ma l'espressione del suo volto, l'accento della sua voce, quei gesti, quel fuoco, quell'enfasi.... tutto in lui mi rapisce e mi esalta. Egli paragona i miei occhi a due stelle; dice che il miosorrisoè un'aura diparadiso, e che non sarà mai più da mediviso; che quando iocanto, lo sforzo alpianto, che quandoio rido, il corgli uccido.... e tant'altre cose tutte belle.... tutte piacevoli ad udirsi. Oh! io voglio che tu lo veda.... che tu lo senta.... Verrai, non è vero? verrai a trovarmi il giorno delle mie nozze. Pensa che senza di te la festa non sarebbe compiuta.

Addio, o piuttosto a rivederci presto, mia buona Valentina. Mille saluti al tuo sposo che desidera vivamente di conoscere.

La tuaClotilde»

«Varese, 18ottobre1837.

La sera del 15 ottobre dell'anno 1837 prendevano alloggio all'albergo d'Europa, allora locanda diSan Paolo, in Milano, il signor Cristoforo Montorio e suamoglie Valentina, in compagnia di alcuni parenti ed amici che avevano seguiti i due coniugi in quellaspedizione di piacere. La numerosa e lieta brigata cenò di buon appetito, poi tutti se ne andarono al teatro dellaScala, con sommo dispiacere del signor Montorio, il quale, per sue particolari ragioni, avrebbe preferito d'andarsene a letto. A un'ora dopo mezzanotte la comitiva tornò alla locanda. Montorio si fece recare un brodo all'uovo, quindi accomiatandosi dai compagni, che non cessavano dal perseguitarlo con mille celie e mille equivoci motti, si chiuse in camera colla sposa.

All'indomani, verso le sette del mattino, Valentina era già desta ed abbigliata per uscire. Ella volle salire sulla cupola del duomo, con nuovo rammarico del signor Montorio, che avrebbe preferito di fare una gita in carrozza. Valentina, leggiera e volubile come una capriola, saliva gli scalini a quattro a quattro, visitava ogni angolo, ogni nicchia, correva dall'una all'altra estremità del grandioso edificio. Montorio la seguiva ansante, cogli occhi fuori dell'orbita, la lingua gonfia e schiumosa; ad ogni tratto egli si fermava per riposare su qualche scalino e si asciugava il sudore, mentre Valentina gli gridava dall'alto: Che fai Montorio? Presto! Io son già quasi alla sommità della cupola maggiore! Che? Dove è andato il tuo coraggio? Hai tu già perduta la lena?—E il poveretto si alzava da sedere, e s'arrampicava per quelle scale tortuose, come un giustiziato salirebbe i gradini del patibolo.

I due coniugi soggiornarono a Milano una settimana. Il povero Montorio era visibilmente dimagrato. L'ultimo giorno, quando Valentina gli propose di salire sull'arco del Sempione, egli senti davvero mancare il coraggio. Confidò la infaticabile compagna al servitore di piazza, e, sdraiandosi sulle erbette, rimase per ben due ore immobile come corpo morto.»

La sposa dall'alto del monumento lo chiamava a gran voce:

—Montorio! Montorio! Io ti credeva men pigro e più robusto....

Il ritorno al villaggio fu men gaio che la partenza. Valentina parve noiata, e, durante il tragitto, per dispensarsi da ogni conversazione, pretestò una forte emicrania. Montorio, al primo muoversi della vettura, si addormentò profondamente; i parenti e gli amici che lo accompagnavano, non lasciarono di notare che, durante il sonno, la sua testa pendeva dal lato opposto a quello della moglie.

Quando i due sposi furono soli nel loro appartamento, Montorio disse a Valentina:

—Sono stanco dal viaggio; io vado a dormire nel mio gabinetto. A Milano abbiamo fatto tante salite!

Rispose la moglie:

—Sta bene. Buona notte!

Verso mezzanotte, una voce di tenore, accompagnata da una chitarra, cantava melanconicamente in lontananza:

Fin dall'età più teneraTu fosti mia, lo sai;Tu mi lasciasti, ahi misero!Anche infedel.... t'amai....

Valentina era ancor desta; Montorio, russando sonoramente, pareva che dal suo gabinetto secondasse quella canzone con un accompagnamento di contrabasso.

Pochi giorni dopo, Valentina riceveva da Clotilde la lettera seguente:

«Mia buona amica,

«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra letteratutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.»—Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidentinell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.»—Avete voi quanto vi fa di bisogno? chiese la portinaia in atto di congedarsi.»—Si, rispondemmo ad un tempo Alfredo ed io.»La buona donna se ne andò; Alfredo chiuse la camera, e noi restammo soli.»Allora mi inginocchiai dinnanzi ad un'imagine, e proruppi in lacrime dirotte. Erano lacrime di gioia.»—Vieni, disse Alfredo (e mi condusse nel gabinetto vicino), vieni a salutare mia madre....»Levando gli occhi, vidi dinanzi a me il ritratto di una donna di circa trentacinque anni; una fisonomia dolce, melanconica—uno sguardo pieno di tenerezza e di bontà.»—Eccoti, Clotilde, la sola persona che io abbia finora amato in sulla terra. La poveretta è morta da quattro anni. Ora, dinanzi a questa imagine adorata, rinnoviamo i nostri giuramenti.»Noi ci inginocchiammo insieme, e proferimmo il giuramento, tenendoci stretti per mano, e terminando la frase con un lungo bacio.»—Vedi, disse Alfredo rialzandomi; non ti pare che sulle labbra di mia madre spuntasse un sorriso?»E tornammo alla camera da letto.»O Valentina: la vita che noi conduciamo da otto giorni potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, dove, appena colta una rosa, un altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura d'essere troppo felice!....»Non ho veduto ancora un teatro, nè ho visitato alcun monumento di questa bella città. Usciamo rare volte al passeggio, evitando le vie frequentate ed i corsi; Alfredo è occupato a scrivere sei ore al giorno; io gli sto d'accanto lavorando; di tratto in tratto interrompiamo le nostre occupazioni per iscambiarci quattro parole e quattro baci, poi ciascuno ritorna al suo posto. È la vita dei canarini!»E sai cosa mi ripete Alfredo quasi ogni giorno!—Clotilde: nello stato coniugale, perchè si conservi l'amore, convien conservare innanzi tutto la poesia. La poesia è santa luce del cielo senza di cui ogni cosa scolorisce.»Ho voluto ripeterti queste parole di Alfredo, perchè tu pure ne tragga profitto.»Frattanto, abbi un po' di di indulgenza per questa mia lettera, forse troppo lunga e piena di dettagli troppo minuziosi. Ho sfogato il mio cuore, versando in quello di una tenera amica una felicità sovrabbondante.»Attendo pel ritorno del corriere una tua lettera, che più sarà lunga, più mi riuscirà gradita. Caccia dall'animo i tristi pensieri, ed ama sempre

«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra letteratutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.

«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.

«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.

»—Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.

»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.

»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidentinell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!

»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.

»—Avete voi quanto vi fa di bisogno? chiese la portinaia in atto di congedarsi.

»—Si, rispondemmo ad un tempo Alfredo ed io.

»La buona donna se ne andò; Alfredo chiuse la camera, e noi restammo soli.

»Allora mi inginocchiai dinnanzi ad un'imagine, e proruppi in lacrime dirotte. Erano lacrime di gioia.

»—Vieni, disse Alfredo (e mi condusse nel gabinetto vicino), vieni a salutare mia madre....

»Levando gli occhi, vidi dinanzi a me il ritratto di una donna di circa trentacinque anni; una fisonomia dolce, melanconica—uno sguardo pieno di tenerezza e di bontà.

»—Eccoti, Clotilde, la sola persona che io abbia finora amato in sulla terra. La poveretta è morta da quattro anni. Ora, dinanzi a questa imagine adorata, rinnoviamo i nostri giuramenti.

»Noi ci inginocchiammo insieme, e proferimmo il giuramento, tenendoci stretti per mano, e terminando la frase con un lungo bacio.

»—Vedi, disse Alfredo rialzandomi; non ti pare che sulle labbra di mia madre spuntasse un sorriso?

»E tornammo alla camera da letto.

»O Valentina: la vita che noi conduciamo da otto giorni potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, dove, appena colta una rosa, un altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura d'essere troppo felice!....

»Non ho veduto ancora un teatro, nè ho visitato alcun monumento di questa bella città. Usciamo rare volte al passeggio, evitando le vie frequentate ed i corsi; Alfredo è occupato a scrivere sei ore al giorno; io gli sto d'accanto lavorando; di tratto in tratto interrompiamo le nostre occupazioni per iscambiarci quattro parole e quattro baci, poi ciascuno ritorna al suo posto. È la vita dei canarini!

»E sai cosa mi ripete Alfredo quasi ogni giorno!—Clotilde: nello stato coniugale, perchè si conservi l'amore, convien conservare innanzi tutto la poesia. La poesia è santa luce del cielo senza di cui ogni cosa scolorisce.

»Ho voluto ripeterti queste parole di Alfredo, perchè tu pure ne tragga profitto.

»Frattanto, abbi un po' di di indulgenza per questa mia lettera, forse troppo lunga e piena di dettagli troppo minuziosi. Ho sfogato il mio cuore, versando in quello di una tenera amica una felicità sovrabbondante.

»Attendo pel ritorno del corriere una tua lettera, che più sarà lunga, più mi riuscirà gradita. Caccia dall'animo i tristi pensieri, ed ama sempre

La tua amicaClotilde Leoni».

Milano, 10 novembre.

Ora mi si permetta una breve digressione.

La barchetta errava in balìa delle onde....

In qual anno? in qual mese? in qual'ora? Era dinotte, o di giorno?—Si accomodi il lettore come gli aggrada meglio.

La barchetta errava in balìa delle onde, e il pallido raggio della luna, o se più vi piace il limpido chiarore dell'alba, rischiarava la fronte di Luigia.

Chi era Luigia? Una giovinetta di quattro lustri.—Troppo acerba, dirà taluno.—Aggiunga altri sei anni.—Troppo matura, dirà un altro.—Ne levi cinque.—V'è modo di appagare tutti i gusti.

E mentre in estasi d'amore io mi stringeva al cuore la sua mano, ella introdusse dolcemente l'indice e il pollice nella taschetta del miogilet(altri direbbepanciotto), e dopo averne frugate le più intime nicchie, ne trasse fuori una dozzina di monetuzze di vario conio; poi, liberandosi dal mio fervido amplesso, si diede a contarle sul palmo della mano.

—Dodici lire!

Erano proprio dodici lire.

—Gli è quanto basta per tornare a Milano.

—E noi torneremo a Milano?

—Si, mia Luigia; convien cedere alla necessità. Vedi; se una di queste monetuzze ci mancasse, noi saremmo nella imbarazzante posizione di dover o l'uno l'altra far tutto il cammino a piedi, ovvero restar qui in ostaggio fino a quando la fortuna non ci inviasse altro denaro: e tranne il caso poco probabile d'una vincita al lotto...

—Una vincita al lotto!.... Sono già due anni che il venerdì d'ogni settimana io palpito di questa dolce speranza. Un terno!... oh! un buon terno secco!...

—Cinquemila lire.... guadagnate senza fatica....

—Sai tu che la è una bella somma: cinque mila lire!... Se mai giungessi a possederle!...

—Via; sentiamo qual impiego ne faresti...

—Io amo tanto di fabbricare dei castelli in aria... In primo luogo, mi affretterei a prendere in affitto quattro stanzette al secondo od al terzo piano. La mia povera madre è sempre malata; mio padre fuma le otto ore al giorno, io stiro continuamente; è ben trista cosa lo starcene così appollaiati in una soffitta priva d'aria e di luce, corrotta dalle esalazionidel tabacco e del carbone! Vorrei che il mio piccolo appartamento sorgesse nelle vicinanze dei bastioni; che dalle mie finestre si vedessero gli alberi, la campagna e largo spazio di cielo; sicchè alla mattina, aprendo le imposte, i primi raggi del sole venissero a corteggiarmi; poi, alla notte, attraverso le invetriate, la luna... mi servisse di lampada quando vado a coricarmi.

—La luna, il sole, le stelle si ponno godere a buon mercato, Luigia mia; eppure anche queste bellissime cose in città non sono tanto belle come qui all'aperta campagna. Se io fossi ricco, mi guarderei bene dal circoscrivere la mia esistenza entro il limite impuro di una capitale.

—Oh certo, se fossimo ricchi.... io... lo saprei ben io... come si fa per vivere felici.

—Supponiamo che il signor lotto ti favorisca un centinaio di mila lire; vediamo qual uso ne faresti.

—Cento mila lire! tu vedi bene, amico mio, che questi sono sogni; la piccola somma ch'io rischio ogni settimana non potrà mai rapportarmi tanto. Contiamo sul positivo....

—Di positivo in questo momento non havvi per noi che una dozzina di lire, e domani, giungendo alle porte di Milano saremo tutti e due senza un obolo. Poichè siamo in sul fantasticare, tanto è che disponiamo di larghi capitali. Metti dunque ch'io sia un tuo banchiere; per ora ti concedo centomila lire: quando altra somma ti abbisogni, ricorri alla cassa.

—Tu vedrai come io sia buona massaia. La nostra abitazione, per esempio, vorrei fosse posta al piede di quella collinetta là in fondo. Due piani di due camere ciascuno; abbasso la cucina ed una piccola sala; di sopra il tuo gabinetto da studio e la camera da letto. Dal lato destro una gradinata di marmo pulito, che scendesse fino al lago, e al fianco di quella gradinata una folta siepe di rose e gelsomini. A sinistra, un giardino, protetto da alte muraglie e da alberi frondosi; quindi una fertile ortaglia irrigata da un ruscello, che scendendo dalla collina, carezzassein passando le erbette ed i fiori, e noi rallegrasse col suo mormorio.

—Non dimenticare che l'anno si divide in due stagioni (altre volte in quattro), e convien pensare seriamente a procurarci qualche comodità anche nel rigido inverno. Questo paese è dominato dai venti.

—Da una parte ci protegge la collina, dall'altra faremo alzare un gran muraglione alto dieci metri più della casa..

—E per tal modo non godremo più la vista del lago e delle campagne...

—Non ci pensava. Dunque, abbasso il muraglione!... quando il vento soffierà gagliardo, chiuderemo le imposte delle finestre, e staremo nelle nostre stanze accanto al camino. Le nostre camere saranno mobigliate con molta semplicità; un letto, un piccolo divano, una dozzina di scranne, gli attrezzi per la cucina, e basta. Nel vestire eviteremo ogni superfluità di lusso; per me, quattro gonnelline di lana e due di seta pei giorni festivi; per te...

—Un cappotto e un pajo di brache di panno bigio l'inverno e la state; con questa sola differenza, che in estate il cappotto e le brache rimarranno tutto il giorno nella guardaroba...

—Quanto al vitto...

—Perdono, Luigia, ma è tempo di ricorrere alla cassa; le centomila lire sono già esaurite nelle prime spese d'impianto. Il proprietario del fondo, l'architetto, i muratori, il mercante di mobili, il tappezziere, il sarto e la modista si sono portati via ogni cosa; anzi, quando avrai ben calcolato, vedrai che ti rimane qualche debituzzo. Se tosto non ti procuri nuove somme, io temo che noi saremo ridotti a morire di fame nel nostro delizioso casino. Via! Eccoti altre centomila lire; usane moderatamente e con profitto.

—Che? Non ricaveremo noi alcun frutto dal denaro che abbiamo impiegato nella compera dell'ortaglia e nella costruzione della casa? Più volte ho inteso ripetere che centomila lire danno una rendita annua di cinquemila.

—Ciò potrebbe realizzarsi quando tu ti risolvessi adaffittare camere mobigliate, od a portare ogni mattina al mercato l'insalata ed i ravanelli della nostra ortaglia. Ma siccome questo casino dev'essere abitato da noi, e tu non aspiri a cangiare la tua professione di modista in quella di erbivendola, converrà pure che tu accetti le centomila lire che io ti offersi, e le impieghi o in compere di terreni, o in qualche speculazione commerciale, perchè ci rendano tanto da provvedere agli altri nostri bisogni. Non farmi la ritrosa; prendi quanto ti occorre, e tiriamo avanti!

—Quand'è così... disporrò anche di queste cinque mila lire di rendita. Sai tu che cinque mila lire, quando si ha una casa ed una ortaglia del proprio, sono perfino di superfluo?—Ecco adunque come io intenderei di regolare i nostri pasti. Alla mattina (ci leveremo allo spuntar dell'alba), alla mattina, caffè, burro e qualche frutto dell'orto; a mezzo giorno un pranzo frugale di tre piatti e la zuppa: alla sera una cenetta di uova e legami secondo la stagione. Faremo la colazione e la cena, sempre a l'aria aperta, sotto l'ombra dei castani, al chiaro della luna, fra il gorgheggio degli uccelli e il mormorio delle onde...

—Il chiaro di luna, il canto degli uccelli, il mormorio dell'onda, torno a ripeterlo, son tutte cose che si hanno a buon mercato, quindi non devono entrare nei nostri calcoli. Frattanto, Luigia mia, sappi che io non ti permetterò mai di passare l'intera giornata presso i fornelli a invigilare le pentole e i tegami, nè vorrei che tu ti occupassi di spiumacciare i letti e scopare le camere. Io voglio che le tue mani conservino la freschezza della neve, la candidezza dell'alabastro, la voluttuosa morbidezza del velluto.

—Una cameriera è dunque indispensabile. Troveremo una contadinella che sia giovane, bella e di mite carattere; con cinque mila lire di rendita possiamo mantenerci noi ed anche una donna di servizio....

—E di soprappiù un cane, un gatto, e se vuoi, anche un papagallo.

—Eccoci adunque installati nel nostro piccolo Eden....

—Togli quella parolainstallati; mi suona male all'orecchio.

—Eccoci adunque ricoverati nel nostro delizioso romitaggio, in mezzo al silenzio ed alla pace dei campi; liberi, indipendenti, felici, come due tortorelle innamorate.

—Quale esistenza deliziosa!... Peccato che dugento mila lire di capitale non bastino ancora... Sai tu che accade alle tortorelle innamorate, quando hanno vissuto insieme parecchi giorni?

—Volano pei campi, salgono sui rami degli alberi, scherzano, folleggiano, cantano, si beccano, e poi...

—Poi, viene il giorno in cui una delle tortorelle depone le uova.

—Vedo a che mira il tuo discorso... Tu pensi dunque che noi avremo dei figli...

—Non solo ci penso, ma li desidero con tutto il cuore. I figli sono il vincolo sacro che annoda eternamente due anime innamorate. Talvolta, col lungo convivere insieme, due persone, marito e moglie, per esempio, inaridite le rose della giovinezza o intiepiditi gli istinti del piacere, si addormentano nella indifferenza e nella noia; quindi a poco a poco si scostano, si fuggono, si disgiungono, e l'amore più fervido ed appassionato degenera in reciproca antipatia, sovente anche in odio. Un figlio soltanto può impedire questo doloroso divorzio dei due cuori. Sì, o Luigia; se tu vuoi che il nostro amore duri tutta la vita, implora dal cielo il favore di divenir madre. Forse un giorno, vicini a separarci per sempre, il nostro figliuolo si lancierà in mezzo a noi lacrimoso; ricongiungerà la tua mano alla mia, e mi trasmetterà, come pegno di pace e di conciliazione, il bacio che tu avrai deposto sulle sue labbra innocenti.

—Oh si!... voglio avere un figliuolo!

—Uno?... e se ne avessimo dodici, Luigia mia?

—Dodici figli! Misericordia!... Ciò non è possibile...—È tanto possibile l'averne dodici come l'averne uno. Prendiamo la cifra media; supponiamo che essi non oltrepassino la mezza dozzina. Ad ogni modo, il nostro casino non sarebbe abbastanza capace....

—No, certo. Io non vorrei che i miei figliuoli stessero ammucchiati l'uno sull'altro, come i passerotti nel loro nido.... Ciascuno dovrebbe avere la propria cameretta o il proprio letticciuolo.

—Io veggo che ci converrà fabbricare di bel nuovo... e la sarà una fabbrica un po' dispendiosa. Dimmi: ti bastano altre duecento mila lire?

—Via! si faccian le cose senza risparmio; queste nostre creature non devono soffrire alcun disagio; non basta metterli al mondo, i figliuoli, bisogna anche pensare a renderli felici.

—La loro educazione mi preoccupa seriamente. L'educazione è la prima base d'ogni felicità umana.

—E come si fa in questo romitaggio ad avere dei buoni maestri? Io vorrei che le ragazze fossero istruite di buon'ora in ogni donnesco lavoro, che apprendessero l'italiano, il francese, la musica, il ballo, il disegno; e tutto ciò sotto la sorveglianza della madre. Ai maestri confiderei l'incarico della loro coltura intellettuale, ma il cuore di quelle mie creature vorrei educarlo io.

—E i figli maschi?... onde crescano sani, robusti, degni della stima universale, decoro ed ornamento della famiglia, e quanto si possa desiderare virtuosi e felici, molte cose devono apprendere. Cominciamo dagli esercizi ginnastici: il ballo, la scherma, l'equitazione, sono arti che esigono un istitutore speciale per ciascheduna, e, ben calcolati i vari rami dello scibile umano in che i nostri figliuoli dovrebbero essere versati, la loro educazione verrebbe a costare circa ventimila lire all'anno.

—Questi tuoi calcoli mi spaventano. Basta per oggi; abbandoniamo le regioni immaginarie; rinunziamo al nostro bel casino, ai piaceri della vita campestre... e torniamo alla realtà. Io credo che la vera beatitudine sia riposta nell'amore. Per amarsi non è necessario di possedere un casino in riva al lago, nè una rendita di cinque mila lire. La vera felicità, anzichè un riverbero degli oggetti che ne circondano, è una emanazione di noi stessi, che ha la sua sorgente nell'intimo dei nostri cuori. Amiamoci; euna povera soffitta nuda d'ogni ornamento, esposta alle intemperie delle stagioni, fredda, oscura, tappezzata di ragnateli, sarà per noi un paradiso di delizie!

Luigia mi gettò al collo le braccia, poi, dopo breve silenzio.... Amico, mi disse... quand'è che ci sposeremo?....

—Quando sarò padrone di quattrocentonovantanove mila novecento ottantotto lire, che aggiunte alla somma che oggi possediamo, faranno appunto un capitale di L. 500.000.—Concedo che due amanti possano vivere beati anche in una soffitta; ma un marito ed una moglie...

—Alfredo Leoni non ha forse detto a sua moglie che la sola poesia, nello stato coniugale, mantiene sempre vivo l'amore?

—È vero; ma per mantenere questa poesia, ci vogliono per lo meno ventimila lire di rendita all'anno. Vuoi tu sapere come sia finita la istoria di Alfredo e di Clotilde? Io ti servo sul momento; leggiamo quest'altra lettera:

Clotilde Leoni a Valentina Montorio.

«La mia salute non è gran fatto migliorata. Il medico cerca rassicurarmi con buone parole; ma il suono della sua voce, l'espressione del suo volto, ed il regime che ieri mi ha prescritto, tutto mi fa credere che pochi giorni mi rimangono di vita.»Non accorarti, mia buona Valentina; io ho già provato quanto vi ha di bene e di male in sulla terra; ho vissuto abbastanza.»Rammenti la prima lettera che ti scrissi dopo il mio matrimonio con Alfredo?—Allora io ti diceva: «La vita che noi conduciamo potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, ove, appena colta una rosa, tosto un'altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura di esser troppo felice.»—Qual vi è mai creatura umana, che cercando nelle memorie del passato,vi trovi otto giorni di felicità completa e non interrotta? Credilo, Valentina; il sovvenire di quegli otto giorni ha sparso un profumo di felicità sul resto della mia esistenza, e le sciagure che in appresso intorbidarono il sereno della mia anima furono mai sempre consolate da un raggio di felicità: la certezza che Alfredo mi ha amata e mi ama tuttavia.»Eppure (io n'ho il triste presentimento) quando sarò partita dalla terra, i maligni non lascieranno di scagliare sul mio povero amico i più orrendi anatemi. Taluni spingeranno la calunnia fino ad incolparlo della mia morte precoce.—Povero Alfredo! Sull'orlo della tomba io leverò la mia debole voce in sua difesa; perocchè il suo cuore è onesto e sensibile, e tutti i mali che ci colpirono, furono conseguenza necessaria dell'avermi egli troppo amata—d'un amore, che la corrotta società in mezzo a cui viviamo dovea necessariamente combattere.»Da quanto ho potuto rilevare dall'ultima tua lettera, la storia de' miei dolori ti è in parte nota. Nulladimeno, perchè non sia indotta in qualche erroneo giudizio sul carattere di Alfredo e sui nostri reciproci rapporti, staccherò una pagina dal libro del mio cuore e te la porrò dinanzi, quasi ultimo ricordo di una amica, che fra poco sarà per sempre divisa da te.»Alfredo non ha altro torto in faccia alla società se non d'aver sortita dalla natura un'anima eminentemente poetica. La poesia, nel secolo in cui viviamo, è lo stigmate precursore del martirio. Quando ci unimmo in matrimonio, noi non consultammo che il cuore, beati nell'ebrezza di un amore corrisposto, fidammo nelle nostre forze, nella nostra fede, nella santità delle nostre aspirazioni. Elevandoci col pensiero al di sopra delle nubi, abbiamo dimenticato che i nostri piedi erano incatenati alla terra.»Vivemmo otto giorni felici, nella solitudine del nostro piccolo appartamento. Fin quando l'occhio dei profani non giunse a penetrare nel santuario dei nostri amori, credemmo si potesse per noi realizzare sulla terra la felicità del paradiso.»Un giorno, Alfredo uscì solo al passeggio. Al suo ritorno lui parve che una leggiera nube gli oscurasse la fronte.—Clotilde, egli mi disse, questo metodo di vita non si può continuare senza esporci al ridicolo del mondo. I maligni interpretano sinistramente il nostro volontario isolamento: dicono che io sono un pazzo geloso, un despota, un tiranno. Vivendo nel mondo, convien concedere qualche cosa ai suoi capricci ed alle sue esigenze. Ho affittato un palco al teatro Re pella stagione corrente, associandomi ad un mio giovane amico, il quale da pochi giorni si è ammogliato. Oggi ha luogo la prima recita; tu mi vi accompagnerai, e d'ora innanzi assisteremo ogni sera allo spettacolo.—Come ti piace, mio buon amico.—E poco dopo, uscimmo per andare al teatro.»Il dramma era buono, gli attori eccellenti, il nostro palco onorato di parecchi visitatori; la serata fu abbastanza piacevole. Pure... nella mia cameretta, fra i miei ricami, sola con Alfredo, conversando con lui senza testimonii, libera d'ogni atto, d'ogni parola... io mi sarei trovata assai meglio.»All'indomani, Alfredo era pensieroso e preoccupato.—Clotilde, mi disse, latoilettedella signora M..., che era con noi nello stesso palco, brillava più splendida ed elegante della tua. Io non posso permettere che tu rimanga eclissata dalla tua compagna: tu devi brillare come le altre donne.—Io volli opporre qualche osservazione economica, ma Alfredo con un bacio mi chiuse le parole sul labbro. Da quel giorno io dovetti rivaleggiare in lusso colle dame più eleganti di Milano.»Venne il carnevale; cominciarono i balli, le feste, i giocondi ritrovi. Io ripeteva ad Alfredo: «Il tempo che noi sacrifichiamo al mondo, è sottratto alle gioie più intense del nostro amore; torniamo alla nostra solitudine: i piaceri, che la società ci ha offerti, son forse paragonabili a quelli che l'amore creava per noi ne' primi giorni del nostro matrimonio? Poi... ricordati, Alfredo, che non siamo ricchi... e procedendo di tal passo saremo condotti a brutti guai.»I miei pronostici si avverarono, ahi! troppo presto....»Quando il primo frutto delle nostre nozze, la mia dolce Carolina, venne alla luce, Alfredo ed io versavamo nelle più allarmanti strettezze. Povera innocente creatura! unica figlia dell'amor mio! nello stringerti per la prima volta al seno, alla mia mente si affacciò nel suo più orribile aspetto il pensiero della nostra miseria imminente. Il primo battesimo che tu ricevesti furono le lacrime dei tuoi genitori desolati.»D'allora in poi fu per me e per Alfredo una serie non interrotta di sciagure.»La miseria!—Un giovine scapolo può ben sopportarla con rassegnazione, e riderne talvolta in compagnia di sollazzevoli amici, ma un marito.... ed un padre! Appena questa lurida nemica penetra nel vostro tetto, colla sua gelida mano ella sfronda ad una ad una le rose della vostra corona nuziale. Svegliandovi ad un tratto dal sogno ridente delle vostre illusioni, voi vi trovate in un abisso di calamità.»Era il primo anniversario del nostro matrimonio, quando io, Alfredo e la piccola Carolina, abbandonando il nostro elegante appartamento in contrada dei Bigli, ci ritirammo in una oscura stanzuccia al quarto piano nei sobborghi di Porta Vercellina. Oh qual'orribile esistenza da quel giorno in appresso! Alfredo, per non angosciarsi alla vista della nostra miseria, si assentava parecchie ore del giorno, e spesse volte usciva al mattino per non tornare che alla sera a dividere colla sua piccola famiglia una cena frugale. Dal nostro desco era sbandito il sorriso della gioia; dolci colloqui d'amore non rallegravano più le lunghe serate; l'orrore della nostra situazione presente, le incertezze dell'avvenire spandevano intorno al nostro talamo una nuvola tenebrosa, che soffocava ogni piacere.»Alfredo cercava distrarsi in mezzo alle gioconde brigate de' suoi amici; le ore ch'egli passava al mio fianco erano per lui le più tristi, le più noiose. Gli mossi qualche rimprovero; mi sorsero nell'animo tremendidubbi sulla sua fedeltà; non potendo spiare i suoi passi, nè osando manifestargli apertamente i miei sospetti per tema di accrescergli noia, io divorava in segreto i miei patimenti. Oh quanti giorni passati nel pianto!»Quante volte rientrando a tarda ora di notte nel suo tetto coniugale, egli mi trovò sola, intirizzita dal freddo, ad attenderlo sulla soglia dell'oscura cameretta, colla mia figliuola fra le braccia, solo testimonio delle mie lacrime disperate!»Io caddi malata. Da sei mesi non posso abbandonare il letto. Alfredo passa i giorni e le notti al mio fianco, ed egli pure ha molto sofferto nella salute L'occhio ardente del giovane poeta si è spento nelle lagrime; il riflesso della miseria ha scolorita la sua nobile fronte; si direbbe ch'egli vegeta accanto al mio letto, come un pallido fiore presso una croce del Campo Santo.»Frattanto, che si dice nella società? Questa perfida cortigiana, al cui capriccio noi abbiamo immolata la nostra felicità, ora per cento bocche versa il vitupero sul nostro capo.—Alfredo è un dappoco, un mentecatto, che secondando i capricci della propria moglie, ha attirato su lei l'infortunio.—Coloro che per pietà gli risparmiano il titolo di mentecatto, lo trattano da libertino, da uomo debole o nullo; nè mancherà, come io più sopra ti ho detto, chi fra pochi giorni andrà ripetendo sommessamente: egli ha ucciso la propria moglie.»Iniqua, mostruosa calunnia! Sai tu, Valentina, qual fu la vera, la sola cagione dei nostri mali?—Abbiamo creduto che nello stato coniugale bastasse, per essere felici, il colorire la nostra esistenza di una luce di poesia. Ma questa poesia, allorquando non si hanno sufficienti ricchezze per alimentarla, a poco a poco svanisce, e ci abbandona nella tristezza. Forse, in mezzo ai campi, in qualche romitaggio lontano dalla società, la poesia potrebbe supplire alle ricchezze, e l'amore ritrarre da lei un perenne alimento. Ma Alfredo non poteva vivere in un oscuro villaggio. Volendo mettere a frutto il proprioingegno, onde provvedere ai bisogni della vita, gli fu forza di rintanarsi in queste bolgie cittadine. Egli venne... venne colla fede viva dell'avvenire..... sulle ali delle sue poetiche speranze. Ma il poeta è simile ad una farfalla, che dai fiori soltanto può attingere alimento. Guai se questa farfalla, sdegnando le libere aure dei campi e i fulgidi raggi del sole, si lascia sedurre dalla luce artifiziale delle lampade e delle faci! La povera illusa vi perde le ali screziate di mille colori, e perisce miseramente.»Se la condotta di Alfredo non fu sempre irriprovevole, io sua moglie, sua amante ed amica, sento obbligo di assolverlo da ogni colpa. Egli mi ha amato, e le sventure a cui entrambi soggiacemmo non furono che la conseguenza necessaria di tanto amore.»Quando io lo vidi per la prima volta, quando le nostre anime sorelle si ricambiarono il primo saluto, rammento che inginocchiata nella mia cameretta ho innalzato al cielo questo fervido voto: «Un bacio solo d'Alfredo e poi che il resto de' miei giorni si consumi pure nel pianto!» Quel voto fu esaudito. Io porto meco nella tomba il suo amore.—L'amore, o Valentina, è una ghirlanda di rose che abbellisce anche i sepolcri.»Le mie ultime parole saranno parole di benedizione per lui. Chiuderò gli occhi nella certezza, che dopo di me, egli non amerà altra donna. Egli verrà a trovarmi nel Campo santo in compagnia della mia piccola Carolina; verrà parlarmi quel linguaggio divino, che i poeti soltanto sanno rivolgere alle donne...»E quando alcuno al tuo cospetto oserà calunniare colui ch'io scelsi a mio sposo, digli pure che Alfredo fu il migliore dei mariti e che un solo bacio, un solo amplesso di un uomo come Alfredo, è bastato a riempiere il cuore di una donna di tanta felicità, da sopravanzargliene anche nei giorni più amari della vita, e perfino nel sepolcro.Addio per sempre, e vivi felice!

«La mia salute non è gran fatto migliorata. Il medico cerca rassicurarmi con buone parole; ma il suono della sua voce, l'espressione del suo volto, ed il regime che ieri mi ha prescritto, tutto mi fa credere che pochi giorni mi rimangono di vita.

»Non accorarti, mia buona Valentina; io ho già provato quanto vi ha di bene e di male in sulla terra; ho vissuto abbastanza.

»Rammenti la prima lettera che ti scrissi dopo il mio matrimonio con Alfredo?—Allora io ti diceva: «La vita che noi conduciamo potrebbesi paragonare ad un giardino incantato, ove, appena colta una rosa, tosto un'altra ne sbuccia più fresca ed olezzante. Ho paura di esser troppo felice.»—Qual vi è mai creatura umana, che cercando nelle memorie del passato,vi trovi otto giorni di felicità completa e non interrotta? Credilo, Valentina; il sovvenire di quegli otto giorni ha sparso un profumo di felicità sul resto della mia esistenza, e le sciagure che in appresso intorbidarono il sereno della mia anima furono mai sempre consolate da un raggio di felicità: la certezza che Alfredo mi ha amata e mi ama tuttavia.

»Eppure (io n'ho il triste presentimento) quando sarò partita dalla terra, i maligni non lascieranno di scagliare sul mio povero amico i più orrendi anatemi. Taluni spingeranno la calunnia fino ad incolparlo della mia morte precoce.—Povero Alfredo! Sull'orlo della tomba io leverò la mia debole voce in sua difesa; perocchè il suo cuore è onesto e sensibile, e tutti i mali che ci colpirono, furono conseguenza necessaria dell'avermi egli troppo amata—d'un amore, che la corrotta società in mezzo a cui viviamo dovea necessariamente combattere.

»Da quanto ho potuto rilevare dall'ultima tua lettera, la storia de' miei dolori ti è in parte nota. Nulladimeno, perchè non sia indotta in qualche erroneo giudizio sul carattere di Alfredo e sui nostri reciproci rapporti, staccherò una pagina dal libro del mio cuore e te la porrò dinanzi, quasi ultimo ricordo di una amica, che fra poco sarà per sempre divisa da te.

»Alfredo non ha altro torto in faccia alla società se non d'aver sortita dalla natura un'anima eminentemente poetica. La poesia, nel secolo in cui viviamo, è lo stigmate precursore del martirio. Quando ci unimmo in matrimonio, noi non consultammo che il cuore, beati nell'ebrezza di un amore corrisposto, fidammo nelle nostre forze, nella nostra fede, nella santità delle nostre aspirazioni. Elevandoci col pensiero al di sopra delle nubi, abbiamo dimenticato che i nostri piedi erano incatenati alla terra.

»Vivemmo otto giorni felici, nella solitudine del nostro piccolo appartamento. Fin quando l'occhio dei profani non giunse a penetrare nel santuario dei nostri amori, credemmo si potesse per noi realizzare sulla terra la felicità del paradiso.

»Un giorno, Alfredo uscì solo al passeggio. Al suo ritorno lui parve che una leggiera nube gli oscurasse la fronte.—Clotilde, egli mi disse, questo metodo di vita non si può continuare senza esporci al ridicolo del mondo. I maligni interpretano sinistramente il nostro volontario isolamento: dicono che io sono un pazzo geloso, un despota, un tiranno. Vivendo nel mondo, convien concedere qualche cosa ai suoi capricci ed alle sue esigenze. Ho affittato un palco al teatro Re pella stagione corrente, associandomi ad un mio giovane amico, il quale da pochi giorni si è ammogliato. Oggi ha luogo la prima recita; tu mi vi accompagnerai, e d'ora innanzi assisteremo ogni sera allo spettacolo.—Come ti piace, mio buon amico.—E poco dopo, uscimmo per andare al teatro.

»Il dramma era buono, gli attori eccellenti, il nostro palco onorato di parecchi visitatori; la serata fu abbastanza piacevole. Pure... nella mia cameretta, fra i miei ricami, sola con Alfredo, conversando con lui senza testimonii, libera d'ogni atto, d'ogni parola... io mi sarei trovata assai meglio.

»All'indomani, Alfredo era pensieroso e preoccupato.—Clotilde, mi disse, latoilettedella signora M..., che era con noi nello stesso palco, brillava più splendida ed elegante della tua. Io non posso permettere che tu rimanga eclissata dalla tua compagna: tu devi brillare come le altre donne.—Io volli opporre qualche osservazione economica, ma Alfredo con un bacio mi chiuse le parole sul labbro. Da quel giorno io dovetti rivaleggiare in lusso colle dame più eleganti di Milano.

»Venne il carnevale; cominciarono i balli, le feste, i giocondi ritrovi. Io ripeteva ad Alfredo: «Il tempo che noi sacrifichiamo al mondo, è sottratto alle gioie più intense del nostro amore; torniamo alla nostra solitudine: i piaceri, che la società ci ha offerti, son forse paragonabili a quelli che l'amore creava per noi ne' primi giorni del nostro matrimonio? Poi... ricordati, Alfredo, che non siamo ricchi... e procedendo di tal passo saremo condotti a brutti guai.

»I miei pronostici si avverarono, ahi! troppo presto....

»Quando il primo frutto delle nostre nozze, la mia dolce Carolina, venne alla luce, Alfredo ed io versavamo nelle più allarmanti strettezze. Povera innocente creatura! unica figlia dell'amor mio! nello stringerti per la prima volta al seno, alla mia mente si affacciò nel suo più orribile aspetto il pensiero della nostra miseria imminente. Il primo battesimo che tu ricevesti furono le lacrime dei tuoi genitori desolati.

»D'allora in poi fu per me e per Alfredo una serie non interrotta di sciagure.

»La miseria!—Un giovine scapolo può ben sopportarla con rassegnazione, e riderne talvolta in compagnia di sollazzevoli amici, ma un marito.... ed un padre! Appena questa lurida nemica penetra nel vostro tetto, colla sua gelida mano ella sfronda ad una ad una le rose della vostra corona nuziale. Svegliandovi ad un tratto dal sogno ridente delle vostre illusioni, voi vi trovate in un abisso di calamità.

»Era il primo anniversario del nostro matrimonio, quando io, Alfredo e la piccola Carolina, abbandonando il nostro elegante appartamento in contrada dei Bigli, ci ritirammo in una oscura stanzuccia al quarto piano nei sobborghi di Porta Vercellina. Oh qual'orribile esistenza da quel giorno in appresso! Alfredo, per non angosciarsi alla vista della nostra miseria, si assentava parecchie ore del giorno, e spesse volte usciva al mattino per non tornare che alla sera a dividere colla sua piccola famiglia una cena frugale. Dal nostro desco era sbandito il sorriso della gioia; dolci colloqui d'amore non rallegravano più le lunghe serate; l'orrore della nostra situazione presente, le incertezze dell'avvenire spandevano intorno al nostro talamo una nuvola tenebrosa, che soffocava ogni piacere.

»Alfredo cercava distrarsi in mezzo alle gioconde brigate de' suoi amici; le ore ch'egli passava al mio fianco erano per lui le più tristi, le più noiose. Gli mossi qualche rimprovero; mi sorsero nell'animo tremendidubbi sulla sua fedeltà; non potendo spiare i suoi passi, nè osando manifestargli apertamente i miei sospetti per tema di accrescergli noia, io divorava in segreto i miei patimenti. Oh quanti giorni passati nel pianto!

»Quante volte rientrando a tarda ora di notte nel suo tetto coniugale, egli mi trovò sola, intirizzita dal freddo, ad attenderlo sulla soglia dell'oscura cameretta, colla mia figliuola fra le braccia, solo testimonio delle mie lacrime disperate!

»Io caddi malata. Da sei mesi non posso abbandonare il letto. Alfredo passa i giorni e le notti al mio fianco, ed egli pure ha molto sofferto nella salute L'occhio ardente del giovane poeta si è spento nelle lagrime; il riflesso della miseria ha scolorita la sua nobile fronte; si direbbe ch'egli vegeta accanto al mio letto, come un pallido fiore presso una croce del Campo Santo.

»Frattanto, che si dice nella società? Questa perfida cortigiana, al cui capriccio noi abbiamo immolata la nostra felicità, ora per cento bocche versa il vitupero sul nostro capo.—Alfredo è un dappoco, un mentecatto, che secondando i capricci della propria moglie, ha attirato su lei l'infortunio.—Coloro che per pietà gli risparmiano il titolo di mentecatto, lo trattano da libertino, da uomo debole o nullo; nè mancherà, come io più sopra ti ho detto, chi fra pochi giorni andrà ripetendo sommessamente: egli ha ucciso la propria moglie.

»Iniqua, mostruosa calunnia! Sai tu, Valentina, qual fu la vera, la sola cagione dei nostri mali?—Abbiamo creduto che nello stato coniugale bastasse, per essere felici, il colorire la nostra esistenza di una luce di poesia. Ma questa poesia, allorquando non si hanno sufficienti ricchezze per alimentarla, a poco a poco svanisce, e ci abbandona nella tristezza. Forse, in mezzo ai campi, in qualche romitaggio lontano dalla società, la poesia potrebbe supplire alle ricchezze, e l'amore ritrarre da lei un perenne alimento. Ma Alfredo non poteva vivere in un oscuro villaggio. Volendo mettere a frutto il proprioingegno, onde provvedere ai bisogni della vita, gli fu forza di rintanarsi in queste bolgie cittadine. Egli venne... venne colla fede viva dell'avvenire..... sulle ali delle sue poetiche speranze. Ma il poeta è simile ad una farfalla, che dai fiori soltanto può attingere alimento. Guai se questa farfalla, sdegnando le libere aure dei campi e i fulgidi raggi del sole, si lascia sedurre dalla luce artifiziale delle lampade e delle faci! La povera illusa vi perde le ali screziate di mille colori, e perisce miseramente.

»Se la condotta di Alfredo non fu sempre irriprovevole, io sua moglie, sua amante ed amica, sento obbligo di assolverlo da ogni colpa. Egli mi ha amato, e le sventure a cui entrambi soggiacemmo non furono che la conseguenza necessaria di tanto amore.

»Quando io lo vidi per la prima volta, quando le nostre anime sorelle si ricambiarono il primo saluto, rammento che inginocchiata nella mia cameretta ho innalzato al cielo questo fervido voto: «Un bacio solo d'Alfredo e poi che il resto de' miei giorni si consumi pure nel pianto!» Quel voto fu esaudito. Io porto meco nella tomba il suo amore.—L'amore, o Valentina, è una ghirlanda di rose che abbellisce anche i sepolcri.

»Le mie ultime parole saranno parole di benedizione per lui. Chiuderò gli occhi nella certezza, che dopo di me, egli non amerà altra donna. Egli verrà a trovarmi nel Campo santo in compagnia della mia piccola Carolina; verrà parlarmi quel linguaggio divino, che i poeti soltanto sanno rivolgere alle donne...

»E quando alcuno al tuo cospetto oserà calunniare colui ch'io scelsi a mio sposo, digli pure che Alfredo fu il migliore dei mariti e che un solo bacio, un solo amplesso di un uomo come Alfredo, è bastato a riempiere il cuore di una donna di tanta felicità, da sopravanzargliene anche nei giorni più amari della vita, e perfino nel sepolcro.

Addio per sempre, e vivi felice!

La tua affez.Clotilde.»

Milano, 16settembre1860.

Lettera di Cristoforo Montorio a suo cugino Emanuele Montorio, medico di Saronno.

«Carissimo cugino,

»Domani ti attendo senza verun fallo. La tua visita mi è doppiamente necessaria, prima di tutto perchè sono ammalato d'un reuma alla schiena e di un forte raffreddore di testa; poi, perchè questa diavolessa di mia moglie ha bisogno di una tua severa predica, che la riduca al dovere. Altre volte ti ho parlato delle sue stravaganze, de' suoi capricci, delle sue esigenze. L'altra sera ella m'avea preceduto al talamo maritale, ed io poco dopo stava per coricarmi al di lei fianco, allorchè, rizzandosi come una furia e gridando con quanto fiato avea nella gola, mi respinse dal letto. Già da qualche tempo ella muove una guerra accanita al berretto di cotone ed alla flanella di lana che di notte soglio portare indosso fino dalla più tenera età. L'altra sera, essendomi dunque presentato a lei in quell'arnese, mi assalì con tanto impeto e tanta furia, ch'io ne rimasi spaventato;—Oramai non c'è più via di scampo, diss'ella per ultima conclusione; o tu rinunzii alla flanella ed al berretto di cotone, o non accostarti più a tua moglie.—Ma io sono abituato sino da ragazzo a coricarmi colla flanella!—Ora non sei più un ragazzo, rispose più inferocita la megera; scegli: o tua moglie o la flanella.—Anche questa volta ho dovuto cedere; e all'indomani, essendomi svegliato con un reuma alla schiena ed un forte raffreddore di cervello, fui confinato nel mio letto, d'onde non spero di rialzarmi tanto presto! Per pietà, attacca immediatamente la tua rozza al biroccino, e fa d'esser qui domattina. Debbo comunicarti altri segreti coniugali, che da qualche tempo mi tengono in apprensione.

»PS. Figurati che mentre io sono qui inchiodato nel letto con due cataplasmi sulla schiena e unabenda sugli occhi, nel salotto inferiore si balla furiosamente! Mia moglie aveva invitati già da tre giorni ad una piccola festa di famiglia non so quanti parenti ed amici, ed oggi, benchè io sia gravemente malato, ella vuol ballare ad ogni costo. L'orchestra si compone di due violini, un trombone e due corni, con che ho l'onore di dichiararmi

Tuo affezionatissimo cugino

Cristoforo Montorio.»

Seregno18settembre1860.»

Alfredo Leoni a Valentina Montorio.

«Vi annunzio con sommo rammarico la dolorosa perdita, che oggi abbiamo fatta della nostra povera Clotilde. Sono troppo oppresso dal dolore per aggiungere altre parole. Questo angelo di bellezza e di bontà si è diviso per sempre da noi. Io non seppi renderla felice; pure io l'ho sempre desiderato ardentemente, e per lei avrei sacrificata la mia vita. Lasciommi un'unica figliuola, un fiore gentile che noi generammo nei primi trasporti del nostro amore, e che, per esser cresciuta fra le lagrime, non è però men bella nè men cara al mio cuore. Qualche giorno, se mi permetterete di farvi una visita, io voglio che voi pure la vediate.... la mia Carolina. Ella somiglia a sua madre nel volto; spero educarla in modo che divenga simile a lei anche per le qualità del cuore. Vivrà oscura ed ignorata fin quando ella non sia in età da prendere marito; poi l'unirò a qualche onesto artigiano od a qualche campagnuolo laborioso e dabbene. Una trista esperienza mi ha convinto che il matrimonio è fatto o per gli uomini che posseggono grandi ricchezze, o pei semplici operai e coltivatori dei campi. Chi alla propria sposa altra ricchezzanon può offrire se non un cuore pieno di poesia e di amore, diviene necessariamente il peggiore dei mariti.

Vostro devot. amicoAlfredo Leoni.»

Milano, 30ottobre1860.»

L'autore a Luigia B....

«Mi congratulo teco di vero cuore pel tuo prossimo matrimonio. Tu non hai voluto aspettare che io venissi al possesso di cinquecento mila lire, e non so darti torto; giacchè dopo quella conversazione poco sentimentale a bordo della nostra favorita barchetta i miei capitali son rimasti stazionari. Dieci lire più dieci lire meno, come tu vedi, si guazza sempre nelle medesime acque.»Mi dici che il tuo fidanzato, fra l'altre belle qualità che lo distinguono, è anche un po' sordo, un poco miope, e mediocremente imbecille. Di nuovo mi congratulo, figliuola mia; quel tuo uomo ha tutte le disposizioni per formare un eccellente marito. Pochi giorni sono ho visitato in Seregno il signor Cristoforo Montorio, che, prima di ammogliarsi, avea presso a poco le stesse qualità. Sua moglie da circa venti anni si è adoperata a perfezionarlo; tanto che a quest'ora egli è cieco, sordo, e completamente imbecille. E sai tu quanti figli ebbe il signor Cristoforo? Sedici; tutti belli, tutti sani e robusti. Gli uomini di tal fatta sono creati per ristorare le perdite della società; e siccome sta scritto che il numero degli imbecilli vada di generazione in generazione ingrossando, così madre natura ha in grado eminente dotati costoro della facoltà procreatrice. Fanne tuo pro, Luigia mia, e vivi lieta.Il tuo sempre fedele amico!

«Mi congratulo teco di vero cuore pel tuo prossimo matrimonio. Tu non hai voluto aspettare che io venissi al possesso di cinquecento mila lire, e non so darti torto; giacchè dopo quella conversazione poco sentimentale a bordo della nostra favorita barchetta i miei capitali son rimasti stazionari. Dieci lire più dieci lire meno, come tu vedi, si guazza sempre nelle medesime acque.

»Mi dici che il tuo fidanzato, fra l'altre belle qualità che lo distinguono, è anche un po' sordo, un poco miope, e mediocremente imbecille. Di nuovo mi congratulo, figliuola mia; quel tuo uomo ha tutte le disposizioni per formare un eccellente marito. Pochi giorni sono ho visitato in Seregno il signor Cristoforo Montorio, che, prima di ammogliarsi, avea presso a poco le stesse qualità. Sua moglie da circa venti anni si è adoperata a perfezionarlo; tanto che a quest'ora egli è cieco, sordo, e completamente imbecille. E sai tu quanti figli ebbe il signor Cristoforo? Sedici; tutti belli, tutti sani e robusti. Gli uomini di tal fatta sono creati per ristorare le perdite della società; e siccome sta scritto che il numero degli imbecilli vada di generazione in generazione ingrossando, così madre natura ha in grado eminente dotati costoro della facoltà procreatrice. Fanne tuo pro, Luigia mia, e vivi lieta.

Il tuo sempre fedele amico!

Milano, 31luglio1866.

A. Ghislanzoni.»


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