RIGUCCIO
A Fiesole inBorg'unto, era una buona fanciulla di 16 in 17 anni, piuttosto più che meno, bianca e linda com'il bucato, con due occhi neri sgranati, e tenera tenera come il latte premuto. L'era proprio una consolazione a vederla, in una casetta pulita, con tutte le su' cose a sesto, che io non vi so dire. La sua povera mamma era morta giovane d'un male lento e penoso, e avea lasciata questa figliuola e un angioletto d'otto o nov'anni, salvo il vero. Il padre, morto anch'esso, e prima della moglie, era mugnaio; e nella sua casetta di Borg'unto avea messo in piedi una bottega per la vendita della farina e del semolino, e viadiscorrendo. Quand'era viva la madre di Marta, vi stava essa al banco; e, alla meglio, tirava innanzi la famigliuola, senz'altro ajuto che quello del suo buon garbo e della sua onestà. Ma quando quella madre infelice non ebbe più forza di patire i dolori di questa terra, Marta potete figurarvi quanto rimanesse sconsolata col suo Riguccio! E' credevano di dover portare alla sepoltura anche lei. Per qualche giorno la modesta bottega fu chiusa, e la casetta fu chiusa, e Riguccio non andò a fare il chiasso con gli altri ragazzi in piazza di Fiesole, e Marta pianse dì e notte accanto al letto della defunta madre. Non vi fu un cristiano in Fiesole che non si affliggesse per Marta ch'era l'idolo di tutti; e a certe pietose donne riuscì finalmente di consolare un po' l'orfanella, e di farle rivedere la faccia del sole. A un tal Romolo, parente lontano del padre di Marta, fu dato l'incarico di guardare agl'interessucci di que' due sventurati. Ma questo tutore, scelto in mal'ora, altro non era che un disutilaccio, Iddio lo perdoni, che faceva d'ogni erba un fascio, e aveva il lacrimevole vizio di bazzicare ogni po' l'osteria. Di rado capitava in sul far bruzzo nella bottega della farina, traballando com'il solaio sotto il badile, a farvi che? a metter a soqquadro ogni cosa, e spesso con due o tre compagni della stessa pasta, che gli facevan tenore. Figuratevi Marta! Ma la poverina, fatta più coraggiosa dalla disgrazia più grande, s'acconciò da sè a bottega, e coi modi aggraziati, che rammentavan sua madre buon'anima, seppe così bene richiamar gli avventori, che tutti volentieri difilavano a comperare il fior della farina da lei. Chi l'avesse vista col suo candido grembialetto, dare a tutti con gentil modo il buon peso, accogliere e baciare da sorella i fantolini che andavano col soldo stretto nel pugno a fare spesa, rimandar sempre il povero consolato di qualche elemosina di farina o di grano, sopportare con angelica rassegnazione i mali trattamenti di Romolo, e custodirlo quando il vino l'avea messo proprio in terra, e dolcemente ammonirlo e consigliarlo quando pareva in buona, sicché talvolta e' ne rimaneva commosso, l'avrebbedetta un angiolo venuto in terra a consolazione degli uomini. E così, a stento, poteva campar da ruina quel po' di bene di Dio che a lei e a Riguccio lasciato avevano i genitori. Ora, a proposito di Riguccio, per tornare un passo indietro, e' bisogna sapere che egli andava a scuola a imparare il latino, perchè suo padre, povero uomo, aveva avuta grande smania d'aver nella casata un calonaco[15]; e Romolo, che non gli pareva vero metter la tonaca a quel ragazzo, per non averlo più tra' piedi e lasciarlo al Capitolo, era intestato a far eseguire la volontà del defunto. Ma il povero piccino, di quello studio non ne capì a buccicata, e spesso gli toccava a star ginocchioni, e far pepino[16]in mezzo di scuola. Voglia d'istruirsi, come l'avrebbe avuta! ma quelle parolacce nere nere inbused inbasnon gli entravano in capo, e lo facevano andare alla malora. E la mamma, povera mamma! gli aveva promesso di liberarlo da quel diascolo dell'inferno, intercedendo per lui presso il tutore, e di mandarlo piuttosto laggiù a Firenze da un certo maestro Michelangiolo famosissimo, che insegnava a far certe statue di marmo ch'egli era un portento a vederle; perchè Riguccio bisogna dir proprio ch'e' fosse nato con quella pulce nel capo, di voler fare le statue di marmo. Ogni volta che con que' suoi occhiolini scorgeva un'immagine di terra cotta o di pietra delle cave, o di marmo, e nella cattedrale di Fiesole un certo mausoleo d'un vescovo, e' restava lì basito a guardare, e si sarebbe scordato della merenda. Quando poi sulla piazza di Fiesole cascava giù la neve come Iddio la manda, correva là a rimpasticciare certi fantocci, che tutti chi li mirava e' non facevan altro che dire, ve' belli! Ma la mamma era morta! E Riguccio tutto scorrucciato e sulle spine, andava alla scuola sì, ma sempre alle solite. E Marta ci soffriva, e sospirava con lui confortandolo amorevolmente a sperare, che un qualche rimedio prima o poi sarebbe venuto; e finalmentefattasi animo, lo prese un giorno con sè, e andò a incontrar Romolo, che tornava dal mulino, lì presso al cimitero di Fiesole, dov'era sepolta anche la sua povera mamma. Lo fermò, e gli disse di volergli chiedere una grazia; una grazia che quella sventurata che giaceva colà sotto terra gli volea chiedere prima di morire; ma Dio non le lasciò tempo; ed ella pigliava ora le sue parti, e lo pregava in nome di lei a voler liberare Riguccio dalle parole latine, e mandarlo da maestro Michelangiolo a Firenze a studiare scultura, che tanto e po' tanto Riguccio inclinava a quell'arte: e piangeva accennando le sepolture, e Riguccio stava col viso nascosto nel guarnellino della sorella. Romolo in sulle prime non volea neppure stare a sentir que' discorsi; ma le lacrime e le parole di Marta, che avrebbero intenerito un cuore più duro del suo, tanto poterono che Romolo si strinse nelle spalle, e per levarsi, com'e' diceva, quella seccatura di torno: Va', disse a Marta, va' pure a Firenze, a condurre questo monello a imparare lo scalpellino. E in quel dire adocchiò un suo compagnone, gli fe' cenno ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito sollevato, e diè di volta verso la bettola. Marta lo ringraziò in nome del Cielo e di sua madre, e un po' tra 'l dolce e l'amaro, prese per mano Riguccio tutto ringalluzzato, e tornò a casa. Quivi si ajutò presto presto a rassettare alla meglio tutte le briccicòle di Riguccio per mandarlo un po' ravviatino a Firenze. «Ma intanto, gli diceva, come farai tu, piccino mio, a scendere ogni mattina a Firenze, e di Firenze risalir quassù ogni sera? Le tue gambucce ti porteranno? — «Eh! perchè no? Dovessi andare anche a finimondo, rispondeva quell'innocente, v'andrei come fanno le rondini, purché potessi imparare una volta a fare un po' un viso di Madonna a me' modo.» — «E solo solo?... Io non ti potrò accompagnare....» — «Oh! non aver paura! E poi vi son tanti scalpellini e sbozzatori quassù, che vanno ogni giorno a Firenze!» — «È vero, hai ragione. Pregherò il Gori che ci abbia un occhio. — «Sì, sì, il miocompare. Gli voglio tanto bene, ed egli ne vuol tanto a me, che lo farà volentieri.» — «E il tuo desinaruccio, non te lo potrò più fare io con le mie mani, e resterò sola....» — «Tu mi farai la cena e la colazione, e staremo insieme la sera, e le domeniche; e io ti racconterò allora tante cose....» — «Bene via, domani è domenica; la bottega sta chiusa; sì.... domani anderemo a Firenze.... Ma.... e da chi anderemo, noi poveretti, ora che ci penso su con più fondamento? Dove troveremo uno che ci accompagni, che ci presenti a Michelangiolo? Io, meschina me! come potrei fare a parlare ad un uomo tanto famoso? E poi, mi ascolterebbe?... Oh! aspetta, aspetta! quel Gelasio, quel cugino della povera mamma, quello che sta sempre laggiù a Firenze, in quella casa grande grande.... egli, egli mi farà questa carità, ne son certa. E' mi pare un buon uomo; quando v'andavo con la povera mamma che gli faceva sempre un regaluccio di castagne e di fior di farina, e' ci faceva pure il buon viso! Se ne ricorderà di noi. Sì, sì, anderemo da lui.» — Così per la coraggiosa Marta non v'erano ostacoli, e si figurava che tutto sarebbe andato benone. Ma poveretta! Ella era stata, sì, qualche volta a Firenze con sua madre buon'anima; ma non potea sapere quanto fosse difficile a una fanciulla timida e inesperta come lei, senza conoscenze di Fiorentini, in quei tempi indiavolati, col solo ajuto di quel Gelasio, che sarà stato forse un povero fante, aggirarsi in quella gran voragine, parlare a Michelangiolo; a quell'uomo straordinario, concludere un affare di quella sorta, per un ragazzo di sì tenera età. Ma tentar non è mai male, e a chi nulla tenta, nulla riesce.
Ecco il dì di domenica, in sull'alba, sereno come il volto e l'anima di Marta. Il campanile di Fiesole annunziava suonando a festa l'ora dello svegliarsi; e Marta ai primi tocchi della campana balzava dal suo letticciuolo,accoglieva in cuore buon augurio dalla bellezza del tempo, e acconciatesi addosso le proprie vesti, preparava con amorosa sollecitudine quelle di Riguccio, ammanniva la colazione, e sbrigava quelle faccende, pregando in silenzio per non isvegliare ancora il fratello. Andò due o tre volte a guardarlo, e pareale vago siccome un angioletto: nè lo svegliò se non quando ebbe ogni cosa all'ordine per vestirlo da festa, e dargli da colazione, e menarlo a Firenze. «Andiamo, Riguccio; oggi Iddio deciderà della tua sorte. Raccomandiamoci a Lui; e la mamma, sai? e la mamma pregherà anch'essa per noi. Andiamo a Firenze.»
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Eccoli sulla via. Nel sereno della notte l'erbe s'eran coperte di rugiada, il calore del sole nascente la scioglieva in vapori, e le nebbie ricoprivano la pianura. Ma una brezza di ponente un po' qua e un po' là sollevava e dissipava quelle nebbie, sicchè or si scorgeva un pezzo di paese, ora un pezzo di città comparire com'isola in mezzo a splendido mare. Ma presto disparvero quei flutti vaporosi; e allora com'era magnifico lo spettacolo della valle dell'Arno vista da quell'altura di Fiesole! E la città distesa nel mezzo a un torrente di luce che pioveavi sopra a fare scintillar come soli le finestre dei templi e dei palazzi. Tante e tante campane risuonavano insieme e producevano tale armonia che i giovinetti ne restarono insolitamente meravigliati, perchè prima non s'eran trovati in uno stato da essere tanto commossi a quello spettacolo, non avendo mai avuta la mente e il cuore pieni di trepidanza e di confusi e teneri sentimenti come in quel giorno. Firenze per loro era divenuta un mistero: la terra promessa, o il deserto. Marta andava, andava, ma più col pensiero che con le gambe; a ogni passo verso colà nasceale un sospetto, un dubbio, un timore. Troverò io chi cerco? Sarò io esaudita? o scacciata? o derisa? Fra tanta gente, sola con questo fanciullo! Ma Dio m'accompagnerà; ed affrettavasi in così dire e in un momento avea fatta una di quelle rapide scese che mutano lo spettacolo della veduta come un incanto. Riguccio non era mai stato aFirenze; ma aveva sentito dire e dire.... Case spropositate, innumerabili, strade che non finiscono mai, chiese immense, colonne, portici, e una folla di gente, che va e viene, cocchi, soldati, e vesti di mille foggie, e quel che è più, statue, statue da incantar le persone. E tutto ciò che egli confusamente vedeva sollevarsi laggiù tra gli altri edifizi, gli pareva una statua, che dovesse, accostandovisi, mostrar braccia e gambe e testa gigantesche, maravigliose.... Altro che i suoi fantocci di neve! altro che le immagini dei tabernacoli! Ma sapete? eran poi campanili, torri, cupolette, rocche di cammini, alberi, merli.... E dove son dunque le statue? e s'indispettiva, il povero Riguccio, per l'impazienza, e sbirciava da averne dolore negli occhi. E tutti i suoi pensieri non erano altro che questi. Quando uno spettacolo più vicino e dolente arrestò impauriti i nostri viandanti. Era un uomo steso bocconi, immobile sopra la terra con la testa penzolante nel fosso e insanguinata. Dio mio! l'idea che fosse un morto, la solitudine del luogo in quell'ora sì mattutina, gli fece raccapriccire e arretrarsi. Ma ritrovò presto la buona Marta il suo coraggio; guardò con occhi più fermi, protese la testa verso il meschino, le parve scorgervi un segno di vita, gli corse presso, lo sollevò, fasciò la ferita col fazzoletto, saltò in Mugnone, e inzuppato il velo nell'acqua, la spruzzò nella fronte al caduto e nettatolo un poco, lo riconobbe per un misero di que' contorni, che spesso facea per improvviso svenimento quelle male cadute. Egli cominciò a riaversi, e Marta si provò a trarlo sotto un albero, perchè stasse meno in disagio; ma da tanto le sue forze non erano; ed allora le giunse un aiuto inatteso. La sollecitudine di Marta in prestar quel soccorso tanta era stata, da non farla accorta che verso quel luogo veniva un uomo pulitamente vestito, di volto un po' burbero ma umano, il quale accostatosele, zitto zitto le diè vigoroso ajuto in quell'ufficio ch'ella non potea compiere da se sola. Riguccio in tutto questo tempo s'affannava a fare, si dava gran moto, ma che poteva? Alfine il povero si riebbe; la ferita erapoco temibile; lo condussero nella casa vicina d'un mugnajo conoscente di Marta; essa glielo raccomandò come fosse suo padre: il mugnajo forse anche più volentieri alle preghiere di Marta, lo accolse e n'ebbe cura. Marta ringraziò poi dell'apprestatole ajuto l'incognito con quel suo fare tanto garbato, ch'e' ne sentì in cuore i' non vi so dire qual tenerezza. Ed egli avea già visto da lontano ogni cosa; e quantunque paresse non d'altro premuroso che di continuar la sua via tra sè e sè co' suoi pensieri fantasticando, pur non potè a meno di rallentare il passo, e considerare la bella faccia di quella buona ragazza e l'ingenuo volto del vispo fanciullo che non gli avea mai levati gli occhi di dosso. Infine rallentò il passo, e si rivolse a domandare a Marta (come taluni fanno in campagna) s'ella fosse fiesolana, e dove ne andasse mai a quell'ora con quel ragazzo. Marta cortesemente gli palesò la sua condizione, gli narrò il fine della sua gita a Firenze, gli parlò dell'inclinazione di Riguccio per l'arte (e qui anch'egli mise la bocca) e gli fece note le sue incertezze, i suoi timori, e di Michelangiolo ragionò come dello Smisurato. Quel messere intanto andava fisamente guardando or Riguccio ora Marta, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi si trova agitato da gravi pensieri. — «Dunque tu, fiesolanetto mio caro, tu ami la scultura, e piccin come sei, vorresti porti a studiarla?» — Oh! sì davvero! non sarò contento finché non mi vedrò nascer sotto le mani un volto bello come quelli che sono lassù nella chiesa di Fiesole.» — «Davvero! e come quello scolpito da Mino, eh?» — «Chi è questo Mino, scusate?» — «Oh! il piccolo artefice che non conosce il grande scultore della sua patria! Ma tu sei troppo in erba, è vero, per saper queste cose. Te lo dirò io; Mino è un fiesolano, famoso scultore; è quello appunto che ha scolpito il monumento del Vescovo Salutati nella chiesa di Fiesole.» — «Oh che mi dic'ella! Questo Mino è nato proprio nell'aria di Fiesole? Che grand'uomo doveva essere! Com'è bello quel vescovo! Vero che par vivo quelvolto!» — «Sì, Mino era un grand'uomo, e quello è un gran bel volto, Riguccio! e anch'io, sai? anch'io vi sono stato estatico a rimirarlo, e l'ho studiato, e non ho potuto ancora farne uno che valga quello. Ah possa tu aver questa sorte! E giacché parmi che il Signore ti voglia mettere in sulla via dell'arte, vieni, Riguccio, vieni pur meco. Ti condurrò io a maestro Michelangiolo.» A questa profferta si sentirono consolati. Andarono dietro dietro a quell'uomo, per un pezzetto in silenzio, guardandosi di tempo in tempo con occhiate di giubbilo. Presto giunsero alla Porta San Gallo; entrati in Firenze, Riguccio non capiva in sè dalla maraviglia. Tutto quanto aveva udito dire della città gli pareva nulla. Quando poi vide la Cupola e il Campanile!... Basta dire che Marta dovè allora pigliarlo per mano, e quasi trascinarlo dietro la loro incognita guida. Dove la calca della gente incominciò a farsi maggiore, tutti guardavano e molti facevano riverenza a colui che gli menava seco. Alfine egli entra nel terreno d'una casa, spinge innanzi una porta, li fa passare in uno stanzone pieno di statue e di marmi abbozzati, e dice sorridendo: «Ecco qui maestro Michelangiolo.» Guardarono intorno timidamente, e non v'era altri che egli stesso. «Dunque!...» — «Dunque sono io.... così è: quello che tu cerchi son io, che non ho difficoltà ad insegnarti quel che vorrai. Sicuro! La tua faccia, la tua inclinazione, mi promettono un artefice. Vedremo. Bada bene! è un gran cimento, Riguccio, il tuo; ma non iscoraggirti; anch'io da giovinetto sentii un impulso prepotente, e alfine potei ubbidirvi, e trovai anch'io un maestro che m'accolse amorevole. Io seguirò quell'esempio. È una via di triboli quella che tu scegli; ma, se sarai uomo, e avrai anima vera d'artefice, quei triboli invece d'arrestarti, saranno di sprone all'ingegno e potrebbero spingerti alla gloria. Intanto, ecco la mia bottega. Dimani t'aspetto.» Queste cose dette con impeto di grande passione una dietro l'altra, senza respiro, colpirono prima di gran sorpresa Marta e Riguccio, che finalmente poi diedero ambedue in un pianto dirotto; s'abbracciarono,copersero di baci e di lacrime le mani di Michelangelo, e benedissero Dio.
Sof.Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho paura.
Lui.O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi la Milla non venisse da noi?
Sof.Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di casa.
Mar.Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata più d'un mese nel letto, povera vecchia!
Ang.Ma ora è guarita hanno detto.
Ter.Ora è convalescente.
Ang.Convalescente che cosa vuol dire?
Ter.Domandalo a Sofia; te lo saprà dire meglio di me.
Sof.Vuol dire che è guarita, ma che è obbligata a un riguardo per mettersi in forze.
Infatti non potrà ancora arrischiarsi a far quel che faceva prima d'aver avuto quella febbre tanto cattiva: camminar di molto, uscir di casa a tutte l'ore....
Lui.Mi fate celia? ci vuole un gran riguardo, altrimenti....
Sof.Guai a lei se le ritornasse il male addosso! le ricadute sono peggiori delle malattie.
Ter.Oh! guarda guarda! l'Angiolina fa i lucciconi!
Mar.Chi sa che cosa avrà capito per convalescenza!
Sof.È guarita, sai? Angiolina, la Milla è guarita e sta bene.
Ang.Ma non è venuta da noi....
Mar.Se non viene oggi, verrà domani.
Lui.Se no, pregheremo la mamma che ci conduca da lei.
Sof.Ve ne ricordate, bambine, di quando ci andammo tempo fa a visitarla? Che sesto, che pulizia nella sua camerina!
Ter.Io non potei venirci, perchè ero infreddata.
Sof.Figurati che non vi si sarebbe trovato un granello di polvere.
Mar.Che lenzuoli bianchi, e com'era tutta ravviata!
Sof.Aveva in capo una berrettina, che pareva dipinta.
Lui.E con quanta pazienza stava lì a covare il suo male!
Mar.E col suo solito sorriso a fior di labbra,non sarà nulla, non sarà nulla, diceva.
Sof.Questa buona vecchia, disse bene il dottore, ha due medicine più valevoli delle nostre e che la faranno guarire dicerto: la pulizia e la rassegnazione.
Ter.E perchè le venne male?
Lui.Per avere assistito una sua amica. Le fece otto o nove nottate di seguito. Vecchia com'è, si strapazzò troppo e toccò anche a lei a patire.
Sof.E quell'amica era guarita quando s'ammalò la Milla, ed allora assisteva lei.
Mar.Che buone vecchine! parevano due sorelle.
Sof.Sta'? Mi par di sentire la voce d'Eugenio a piè di scala. È andato insieme con Tito a pigliarla.
Ter.Dicerto son essi. E la Milla è con loro; perchè se fossero soli, a quest'ora avrebbero salito la scala.
Lui.Sicuro; le daranno di braccio.
Ter.Oh, bene bene! è tanto che non l'ho vista! Andiamo a incontrarla, bambine (le bambine corrono all'uscio).
Sof.Mi viene un pensiero. Tiriamo la poltrona sull'uscio; così, appena salite le scale, la Milla si potrà riposare con tutto il suo comodo (una bambina l'aiuta a tirar la poltrona).
Eug.Signorine, correte, ecco una visita per voi (dice di dentro).
Mil.(accompagnata da Tito e da Eugenio) Oh! Dio vi benedica bambine.
Tit.Largo, largo!
Sof.Qui, qui.... è qui la poltrona. Milla, ben arrivata.
Eug.Bravissime. Eh! le nostre sorelle hanno giudizio!
Sof.Quanto ci rallegriamo tutte di vederti guarita!
Mil.Per grazia d'Iddio! Un bacio, Angiolina! E la mia Teresa? anche tu sei guarita, lo so.
Eug.Ma non le state tanto a ridosso! Lasciatela ben avere!
Tit.E qui, sull'uscio, non istai bene, cara Milla; v'è del riscontro; se sei accaldata, ti può far male. Eugenio, piglia codesto bracciolo.
Mil.E ora cosa farete? vi pare? grazie, grazie! mi rizzerò.
Eug.Sta' ferma, non ti dobbiamo alzare, ci son le ruote.
Sof.Andiamo, andiamo, io spingo la spalliera.
Eug.Ecco la Milla che va in trionfo.
Lui.Davvero! Evviva la Milla guarita!
Tutti.Evviva! (l'Angiolina batte le mani e scavalla).
Mil.Eh, non c'è male no! che siamo di Befania?
Tit.Ora serrate l'uscio; badate che le finestre sian chiuse bene.
Mil.Ma per cosa m'avete presa? Non sto poi lì per l'appunto. È vero che nella convalescenza bisogna rigar diritto; ma io son di buon sangue, sapete? Eh! se io avessi avute tutte queste ubbie a' tempi de' tempi, ora non darei nè in tinche nè in ceci.
Eug.Hai ragione. Che cosa importa far tanti daddoli? Io sfiderei l'acqua e il vento anche quando avessi la febbre.
Mil.Oh! codesto passa la parte! È bene avvezzarsi svelti a ogni cosa; ma non bisogna lasciarsi andare allo sbaraglio come fanno gli sgangherati.
Sof.E poi, Eugenio ha un bel dire! e se gli viene un dolor di capo....
Eug.Ecco subito! a detta loro sarò un cancherino.
Mil.Talotta chi fa più il gallo, bambino mio....
Eug.Vorrei che tu mi potessi mettere alla prova, per farti vedere chi son io!
Mil.Ebbene! mi ricordo che l'anno passo, quando tu avevi la scarlattina, parevi proprio un pulcin bagnato.
Eug.L'anno passo, signora Milla,l'anno passoio era in fasce si può dire. Ora che son grande....
Mil.Appunto ora bisogna aver più giudizio, messere! — Che cosa lavorate voi di bello, bambine?
Sof.Vedrai, vedrai.... intanto preparo.
Tit.Eugenio mio, bisogna andarsene con le trombe nel sacco!
Lui.Eh! con la Milla non si scherza.
Eug.E poi siete tutte dalla sua parte!
Ang.Guarda, Milla, ho avviato oggi per la prima volta la calza.
Mil.Brava Angiolina! Me ne rallegro davvero! — E a me toccherà a star con le mani in mano.
Eug.E che sì che anche la Milla avrà da fare, bambine!
Sof.Che cosa!
Ang.Eh! lo so io! — Guardami in viso, Milla....
Mil.Sono a servirla.
Eug.Abbiamo fatta la pace, è egli vero?
Mil.E quando c'è stata guerra tra noi?
Eug.Tu sei una gioia. O sta' a sentire.
Mil.Qualche altra billèra!
Eug.Parlo sul serio. — Domenica passata andammo a Fiesole, il babbo, la mamma, Sofia, Luisa e noi due....
Sof.Vedemmo quel busto famoso; andammo in Borg'unto...
Mil.Ho capito, ho capito.
Lui.Se l'aveste sentito fare dalla Milla quel racconto ne sareste rimasti incantati.
Mil.Zitte, zitte! Lo sapete che cosa diceva santa Caterina da Siena, bambine?
Tit.Su qual proposito?
Mil.Santa Caterina da Siena diceva:quando si parla bene di voi, non si parla di voi.
Sof.E cosa significa?
Mil.Che ogni nostro merito non appartiene a noi, ma è dono di Dio. E poi, ve lo dissi, quel racconto mi fu riferito da Don Vittorino.
Ter.Ma come andò poi di Riguccio?
Eug.Ci siamo, Milla, ci siamo!
Lui.E di quella buona fanciulla di Marta?
Tit.Adagio un poco! Ricordiamoci che la Milla è convalescente; e che il parlare stracca più del filare. Non mi parrebbe vero di sentire un racconto; ma siamo discreti.
Sof.Tito ha ragione. Che cosa ne dite voialtri?
Lui.Eh sicuro! possiamo aspettar qualche giorno.
Mil.Che siate benedette! Si potrebbe far di più per una mamma?
Sof.Oggi chiacchiereremo del più e del meno.
Eug.Siete tante, che a dirne una per una....
Tit.E noi anderemo a studiare. Addio a poi, cara Milla.
Mil.Addio, addio! — Che bravi ragazzi che avete per fratelli, bambine mie!
Sof.Son due angioli.
Mil.Tirano proprio dal babbo e dalla mamma.
Lui.Eugenio col suo buon umore ci tien tutti allegri.
Sof.Anche Tito è giojale; ma sta sul sodo; è il maggiore!
Mil.E fa bene: deve dare il buon esempio.
Sof.Ma non se n'investe punto; lo fa con tanta buona maniera!
Mil.Ah! chi è buono davvero, è modesto e amorevole.
Ang.Guarda, Milla; guarda bello il ricamo di Sofia!
Sof.M'ha insegnato la mamma; e il disegno è di Tito.
Lui.Io fo un lavoro ad Eugenio pel suo giorno natalizio.
Mil.Brava! che cosa gli fai tu di bello? una borsettina?
Lui.No; un pajo di guanti, perchè la mamma ha detto che gli saranno più utili della borsetta.
Mil.Ha pensato benissimo.
Così per quel giorno fu tutta conversazione. Le bambine, con quella cara ed ingenua sincerità dell'infanzia ragionarono delle loro contentezze, dei loro affetti nascenti, delle speranze, delle gioje d'una famiglia numerosa e bene ordinata; e la Milla non lasciava mai fuggire l'occasione di dare qualche consiglio, d'approvare, d'incoraggire la buona condotta di ciascheduna di esse. Talmentechè tuttefurori contente; e lavorando si divertirono ed impararono qualche cosa senza bisogno del racconto. A poterla riferir tutta quella conversazione, vi sarebbe da rimanerne consolati davvero. — Ma chi di voi, miei cari lettori, chi di voi non goderà spesso di un egual piacere? Insieme coi genitori e i fratelli, insieme con qualche altra Milla, e forse ogni giorno, farete uno di quei colloquj nei quali l'anima si apre, e ci confortiamo a vicenda nella disgrazia, o a vicenda ci disponiamo nella felicità a procacciare il bene del nostro simile. Allora sogliono esser da noi confessati con sincerità i nostri errori, e dai nostri cari con generosità ci sono perdonati, e con amore corretti. Rammentiamo allora i nostri avvenimenti dei tempi scorsi; rammentiamo i nostri antichi, e al sentir raccontar dal nonno, dal babbo o dal fratello maggiore le loro virtù, e le grandi cose che avvennero nella nostra patria, il cuore si scalda e si sente stimolato a ben fare. Le persone della nostra famiglia ci sono sempre più care, e l'amore e la concordia ci vengono adagio adagio migliorando l'animo. Sappiate rendervi degni di questa confidenza scambievole, sappiate godere d'una pace sì deliziosa; non la disturbate mai: essa è il tesoro delle famiglie.
Cinque o sei giorni dopo, la Milla era già rubizza come prima; tutte le tracce della malattia erano sparite; avea la sua rocca al fianco, salì le scale da sè lesta lesta, come una fanciulla di sedici anni; le era tornata la sua voce un po' tremula, sì, ma schietta e sonora, e potè ripigliare il filo dei suoi racconti. Questa volta anche la mamma vi si trattenne; Tito ed Eugenio erano lì. S'era messa un po' in soggezione la buona vecchia per via della signora Elena; ma poi, dopo essersi data una stropicciatina alle grinze della fronte e alle mani, cominciò in questo modo:
Tempo fa, per far servizio a un'amica, m'occorse d'andare in Borgo San Frediano dal signor Bartolini[17], cheè quel gran maestro di scultura che voi sapete: ed entrai proprio nel suo studio. Vidi allora due o tre stanzoni pieni di bellissime statue, parte finite e parte abbozzate, di tanti ritratti e disegni, di blocchi di marmo grossi spietati; modelli di gesso, palchi, scalei; e v'erano diversi garbati giovani, alcuni dei quali smodellavano, ed altri modellavano creta. Mi figuro io che la bottega di Michelangiolo in via Ghibellina fosse un dipresso come questa. In vece di maestro Lorenzo, mettiamoci maestro Michelangiolo, che questo antico non si potrà aver a male d'essere raffigurato al moderno, e stiamo a vedere che cosa segue.
Un ragazzo, con aria di campagnolo e vestito rozzamente, franco senza essere sventato, ilare, di volto bello quantunque non regolare, entra a buon'otta, corre verso il Maestro, lo saluta, ed esso ridendo gli dà ilbenvenuto bambino, e poi seguita il suo lavoro intorno a una statuetta abbozzata. Voi avrete già indovinato chi fosse questo fanciullo: ora mettetevi ne' suoi piedi per immaginarvi quanto giubbilo dovesse provare in quel punto nel vedere adempito il suo desiderio ardentissimo. Il Gori lo aveva accompagnato, per andar poi a ripigliarlo al tramontare del sole. Riguccio si mise tosto a guardar Michelangiolo, che ora lavorava infuriato, ora con flemma, e non cavava mai gli occhi di sul lavoro. Passa un'ora, ne passano due, e Riguccio lì.Ma che se n'è scordato che ci sono io?diceva egli tra sè:a vedere ci ho gusto; ma non son io venuto qui per iscolpire?A un tratto il Maestro si scosta, si mette a considerare la sua statuetta per ogni verso, e poi le butta addosso con tutta la sua forza il mazzuolo, e la manda in pezzi. Riguccio si tirò addietro impaurito, e uno scolaro di Michelangiolo, accorso al tonfo, domandò: «Che è stato, Maestro?» — «Non vuol venire a mio modo; è meglio rifarla.» — «Fosse stato il marmo col quale vi faceva lavorare Piero dei Medici[18], meno male;e poi ecco un mese di lavoro perduto.» — «Un mese!diceva sotto voce Riguccio.Ci vuol tanto tempo a fare una statuina, e poi avere il cuore di spezzarla?» Intanto Michelangelo s'era messo a schizzare, forse quella stessa figura, per istudiare meglio la composizione.
Riguccio un po' seccato di star lì fermo senza far nulla, s'arrischiò a girellare soffermandosi ora davanti a una statua, ora davanti a un busto, e osservando con grande attenzione e piacere. S'accostò poi ad un giovine che copiava con la matita. Che bel disegno! Ma ogni poco lo scolaro cancellava con certi pastellini di midolla di pane più qua e più là il suo disegno, e tra fare e disfare, la metà del giorno era scorsa; ed egli aveva concluso pochissimo. Intanto anche Michelangiolo va a guardare il disegno dello scolaro. Dà una scossa di testa, e poi dice:Antonio mio, in sei mesi che tu stai qui ad imparare, avresti dovuto andare un po' più avanti. Questo disegno non te lo passo; l'aria della testa non l'hai presa bene; queste linee son troppo grosse.... da capo, da capo!poi gli leva di sotto gli occhi il disegno, e d'un solo foglio ch'era, giù, senza misericordia, ne fa due pezzi, uno per mano, e se la batte. Riguccio rimase a bocca aperta, e gli dispiacque tanto per quel povero giovine, che gli spuntò una lacrimuccia.
Ma s'accorse che Antonio, più allegro di prima, si rimetteva al medesimo studio, dicendo:Chi sa che la quarta prova non mi riesca? avanti, avanti! coraggio Antonio! tra qualche mese tu potrai maneggiare il mazzuolo.
Riguccio cominciò a sentire appetito; si mise a mangiare un bel pezzo di pane bianco che la Marta gli aveva posto sotto il braccio nel dirgli addio, e poi s'addormentò sopra una panca, perchè nella notte non avea potuto chiuder occhio; tanta era stata l'impazienza di vedere il giorno per andare a Firenze. Alle ventitrè arrivò il Gori a pigliarlo, e bisognò che lo svegliasse. Michelangiolo non s'era più fatto vedere, e Riguccio se n'andò via tutto mortificato e confuso.
— Che cos'hai fatto di bello, Riguccio? gli domandò il Gori quando furono usciti.
— Lasciatemi stare, per carità, non voglio discorrere.
— Cose grosse? Che te n'è uscita la voglia?
— I' non so in che mondo mi sia. Lasciatemi stare, vi dico.
— Oh! non ti tocco, non aver paura.
Il Gori s'accompagnò con altri due Fiesolani, e discorrendo con loro, non pensò più a Riguccio, il quale se n'andò dietro dietro, a capo basso, fin sulla piazza di Fiesole.
La Marta era sull'uscio di bottega; si aspettava di vederselo correre incontro tutto festoso; ma egli rimaneva coperto dal Gori; ed essa non vedendolo, a un tratto s'impaurì; ma quando potè scorgerlo venir su in quel modo sopra pensiero e con andatura svogliata, lo credè troppo stracco, e si mosse verso di lui a prenderlo per la mano.
Riguccio quando la vide lì in piazza, non ebbe cuore di dirle nulla; solamente le strinse la mano e le restituì secco secco il saluto. Appena entrato in bottega, quando appunto la Marta era per domandargli perchè avesse visuccio e le lacrime in pelle in pelle, egli se le buttò al collo e cominciò a pianger davvero.
— Riguccio mio! e che hai? t'è seguita qualche disgrazia? Michelangiolo non ti vuole? Ma dimmi qualche cosa, non far piangere anche me, senza ch'io ne sappia il motivo. Parla, Riguccio, parla, che guai ci sono?
— Michelangiolo non mi ha dato retta; sono stato lì tutto il giorno come un balocco; si vede che io sono troppo piccino....
— Eh via! non ti scoraggire tanto presto: oggi non avrà potuto badare a te per l'appunto. Domani sarà un'altra cosa; non piangere, abbi pazienza.
Quando poi egli si fu un poco sfogato, le raccontò per filo e per segno quel che era avvenuto; e la Marta, quantunque ne rimanesse un poco maravigliata, pure non glielo diede a conoscere, e seguitò a confortarlo. Essa aveva preparatouna buona cena; la malinconia del ragazzo era quasi dissipata dalle buone parole della sorella; dopo due o tre scosse di testa, cominciò egli a chiacchierare allegramente secondo il suo solito, e a poco a poco gli venne sonno, e dormì bene tutta la notte. La Marta non potè, com'esso, dormir subito, poveretta! Cominciò a fare mille congetture sul contegno di Michelangiolo, e a dubitare: ma quella angelica fiducia che non l'abbandonava giammai troncò le sue riflessioni, e potè poi anch'essa riposare un po' in pace. — Intanto che dormono; anch'io, bambine mie, ho voglia di pigliare un breve respiro.
Eug.Ma perchè trattarlo in quel modo, povero Riguccio? mi pare un'azione villana.
Tit.Ho sentito dire che Michelangiolo era lunatico qualche volta.
Sig. Elena.Egli avrà forse voluto provare la costanza di Riguccio; vedere se la vocazione si manteneva a dispetto delle difficoltà: fargli conoscere quante ve ne sono da superare prima di riuscire a far qualche cosa di buono nelle belle arti. È facile che un ragazzo come Riguccio credesse che da fare i fantocci di neve allo scolpire vi fosse poco divario, e che in pochi giorni avrebbe potuto esclamare:Sono scultore anch'io!
Eug.Gliele doveva dire tutte queste cose piuttosto.
Sig. Elena.Ma a dare a voialtri qualche avvertimento su ciò che non conoscete bene, che cosa accade? O non capite, o non credete. Il fatto parla più chiaro e persuade meglio.
Mil.Bisogna che la cosa sia così, perchè quella storia, poco più poco meno, durò varii giorni; ma Riguccio lì, e quanto più vedeva le difficoltà e le fatiche, più gli cresceva la voglia di cominciare. Accortosi intanto che prima d'andare al marmo ci voleva altro, e che bisognava risolversi a qualche cosa, trovò un foglio, prese della matita, e inginocchiatosi davanti a un panchetto accanto ad Antonio, si pose a copiar lo studio di quello scolare imitandone i modi. Non gli riusciva d'azzeccarne una, ma glipareva meno strano cancellarla venti volte che dire a memoria quattro parole latine.
Insomma e' ci lavorò per qualche ora senza perdere la pazienza nè la voglia; e quando si dovè alzare non poteva più camminare; tanto gli s'erano intormentiti i ginocchi. Ma almeno aveva fatto una prova; qualche segno v'era; bene o male aveva cominciato ad adoperare la matita.
Quando fu andato via, Michelangiolo corse a guardar quella prova, e dopo averle dato un'occhiata, disse fra i denti: «Antonio, Antonio! ho paura che questo ragazzo ti voglia levar la mano. Veggo che bisogna pensarci davvero. Da quel monte ne sono scesi de' buoni; e mi pare che questo voglia accostarsi piuttosto al maestro Mino che a maestro Simone»[19].
Pag. 123.
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Il giorno dopo Riguccio più allegro del solito corse al disegno. Michelangiolo, senza che egli se ne avvedesse, gli si pose dietro a guardare come faceva, e dopo un poco gli disse: —Questo non è lavoro per te.Riguccio si riscosse, e voltatosi, arditamente rispose: —O dunque ditemi voi.
— Vien meco; ecco qua il tuo posto.... copia questo disegno.... fa', disfa' mille volte finchè non si scambi con l'originale.
— E che cos'è l'originale?
— È questo, il disegno che tu devi copiare.
— Ho capito.
Gli altri scolari sorridevano d'aver sentito che egli non sapeva nemmeno che cosa fosse l'originale; e Riguccio fece il viso rosso.
— Non t'importi che ridano adesso; purchè tu non li faccia ridere quando avrai finito la copia. Bada a te e a quel che ti dico io: pazienza e costanza; e se qui dentroc'è qualcosa di buono (e gli batteva leggermente le nocche sul capo) dovrà venir fuori.
Riguccio non intese a sordo. Ogni giorno faceva un progresso. Presto presto passò a modellare: le speranze di Michelangiolo non furono vane. Marta che vedeva sempre il fratello tornare a casa contento, pareva la donna più felice di questa terra. E ora io vorrei potervi dire tutta la consolazione di quelle due anime piene d'ingenuità e d'affetto; vorrei potervi descrivere la beata pace di quella cara famigliuola che vedeva ogni giorno esauditi i suoi voti. Romolo, il tutore, cominciava a guardar di buon occhio Riguccio, benchè non avesse la tonaca; e le affettuose ammonizioni di Marta, e una terribile malattia cagionata dall'abuso del vino, lo avevano quasi fatto ravvedere. Ma il pover'uomo era debole ed invecchiato innanzi il tempo; stava delle ore a seder sulla panca nella bottega di Marta, mezzo assonnato, a considerare quella giovine vispa ed attiva, seguendone con lento muover di testa i passi celeri e affaccendati in su e in giù per la bottega. Se prima non poteva Marta far capitale dei tutore negli affari del suo piccolo commercio, di più le toccava ora ad assister lui; e lo faceva con tanta premura, che egli non pensava più a nulla, e tutto andava pel suo verso.
Riguccio, coll'andar dell'età, imparava sempre più a valutare i tanti pregi di questa sorella, e ne parlava al maestro con trasporto. Questi volentieri lo ascoltava, e ogni giorno più si sentiva disposto ad amarlo, non solamente perchè riusciva benissimo nell'arte, ma più perchè lo consolava co' suoi teneri sentimenti, gli dimostrava per ogni verso una gratitudine affettuosissima, e teneva poi nello studio una condotta esemplare. Divenuto, si può dir quasi, il favorito di Michelangiolo, nessuno degli altri scolari ne dimostrava gelosia, perchè tutti vedevano bene che egli lo meritava, anzi l'avevano caro; ed essi stessi lo amavano come un fratellino, ed anche lo aiutavano quando poteva aver bisogno di loro. Egli aveva per quelli maggiori a lui d'età e di sapere lo stesso rispetto di un sottopostopei suoi superiori: nè gl'intravvenne mai di credersi qualche cosa di più degli scolari venuti dopo, e meno abili.
Questa fu la vita di Riguccio per qualche anno; la vita di un ragazzo buono, d'ingegno; piena di quelle contentezze e di quella pace che abbelliscono tanto le umili case dei braccianti. Ma io non la posso, neppur volendo, descrivere per filo e per segno. E poi, si può dire che la conosciate, perchè a voi la provvidenza ha dato i beni della fortuna e le migliori doti dell'anima. Avete una mamma....
Sig. Elena.Milla ti prego di tornare a Riguccio.
Mil.Sì, sì, perchè il volto e gli occhi delle sue figlie dicono molto più delle mie povere parole. — Sicchè, per tornare al racconto, e accostarmi per oggi alla fine, salterò quattro o cinque anni, e arriverò a una mattina del 1525. Codesta mattina Michelangiolo entra pensieroso nello studio; aveva in mano una lettera, e rileggendola ora qua ora là, dava delle occhiate ai suoi lavori e a Riguccio; gli altri scolari non erano ancora giunti. Dopo un poco fece l'atto di chi ha preso una risoluzione, e disse a Riguccio: — Clemente[20]mi chiama a Roma; ho stabilito d'andarvi; vuoi tu venir meco?
— Io a Roma? con voi? a vedere il vostro Mosè[21]? le vostre pitture del Vaticano?...
— Dunque vuoi tu venir meco? risoluzione!
— E potreste voi dubitarne?
— Domani partiremo.
Riguccio era fuori dì sè dalla gioja. Nel rimanente di quella giornata non gli riesciva di lavorare; la smania di veder Roma, quella famosa città piena delle maraviglie delle belle arti, lo avea inebriato. In quel tempo in ispecie Roma era frequentata dai più famosi artisti dell'Italia iquali eseguivano a gara quelle opere che la fanno eterna maestra delle altre nazioni. Quando sarete più grandi, ragazzi miei, conoscerete queste cose un po' meglio; e vi sarà qualche altra persona, come per esempio il vostro amico Don Vittorino, che ve ne saprà ragionare.
Io penso ora a quella povera Marta, che è alla vigilia di vedere il fratello allontanarsi da lei. Anche Riguccio, passati i primi istanti della sua gioia, vi pensò, e sentì stringersi il cuore. Egli era appunto sulla via per tornarsene a casa; guardava da lontano il campanile di Fiesole, e gli pareva di vederlo per l'ultima volta; sentiva la campana dell'Ave Maria, e si figurava Marta pregare Iddio per non essere mai separata dal suo Riguccio. Come farà egli a darle a un tratto una nuova così dolorosa? Da una parte non gli parea vero di veder Roma, e affrettava il passo; dall'altra non sapeva risolversi a lasciar Marta, e lo rallentava; e una volta ritornò un pezzo indietro per andare a scusarsi con Michelangiolo, perchè aveva promesso troppo presto, e dubitava di non poterlo seguire a motivo della sorella. Ma finalmente l'amore dell'arte la vinse; Riguccio tornò a casa, e trovò la sorella che appunto stava in pensiero per lui che aveva fatto più tardi del solito. Si accorse che egli era agitato da qualche cosa di serio, ma aspettò l'ora di cena per conoscer la causa di quell'agitazione, perchè sapeva che il fratello non le nascondeva mai nulla.
— Marta, le disse Riguccio quando si furon messi a tavola, tu pensavi di ritirare in casa il nostro tutore perchè ti fa pena vederlo star solo di notte in quel tugurio accanto al mulino, ora ch'egli è, si potrebbe dire, malato. Io veggo che tu pensi bene. Così a un bisogno avrà chi lo soccorra; e noi siamo in dovere di farlo; ma c'è una difficoltà.... manca la camera.... Se questa difficoltà sparisse?
— Allora sarebbe accomodato ogni cosa. Romolo viverebbe con noi; non gli parrebbe vero; tu sai che lo riguardiamo come un padre.
— Dunque bisognerebbe ch'io gli dassi il mio letto....
— E tu, dove vorresti dormire?
— Eh! io un giorno o l'altro....
— Come sarebbe a dire? spiegati meglio.
— Se io andassi per un poco a studiare a Roma?...
— Povera me! tu mi vorresti lasciare?
— Per un poco.... A Roma potrei veder tante cose, potrei acquistare tante cognizioni.... il maestro mi ci vuol condurre....
— Magari! quando si tratta del tuo bene.... Ma non tanto presto, credo io: tu sei molto giovine ancora.... E poi ci vorrà una buona moneta.
— Eh! per codesto Michelangelo mi conduce senza spesa....
— Lo so che è tanto buono e tanto generoso, specialmente per te; mi disse anzi che un poco tu lo aiuti e ch'egli vuol pensare a darti stato.... Ma perchè mi fai tu stasera questi discorsi? Aspetta a quel tempo.... per ora vedrò di assister Romolo in qualche maniera....
— Ma non te l'ho detto.... che Michelangiolo mi menerebbe a Roma?
— Subito?
— Anche domani, se tu....
— Ho capito, ho capito (e le spuntavan le lacrime), tu non me l'hai voluto dir subito, per non darmi un dolore così all'improvviso.... Lo dicevo io che tu avevi qualche gran cosa di nuovo stasera? Ecco fatto.... l'ho saputo.... io me l'aspettavo, ma non così presto.... Riguccio, almeno non piangere in codesto modo.... non mi scoraggire; se è per tuo bene, perchè dovrei io negartelo? non posso neppur farlo, anzi l'ho caro, vuol dire che Michelangiolo ti giudica degno di andar con lui a Roma; e forse domani, è egli vero? tu non rispondi? ah! pur troppo domani mi toccherà a dirti addio.... Da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa per quanto! Almeno che Iddio t'accompagni sano e salvo; e ti faccia tornar presto nelle braccia della tua Marta. Ma se tu devi studiare a Roma, ci vorrà altro! e chi sa quanto è lontana da Firenze questa gran Roma! E poi si sente tanto parlar di guerre in oggi.... Sicuro,a andar con Michelangiolo non v'è pericolo; un uomo come lui sarà rispettato da tutti; tu sei molto giovine, ma hai giudizio; anche senza le ammonizioni della tua Marta ti saprai regolare da te.... Dunque proprio domani?
— Zitta, per carità, io non ne posso più; tu mi fai scoppiare il cuore. Marta non ti lascerò, non è possibile; io lo dicevo dianzi tra me; avevo fatto bene a tornare addietro per dirlo anche a Michelangiolo; ma, domani, domani.... egli non se l'avrà a male.
— Riguccio, di un po' di sfogo ne ho avuto bisogno; stasera è la vigilia della tua partenza; o poi son donna; non ho altri che te a questo mondo; se ho pianto, se ho detto tutte quelle cose, sono compatibile; ma ora ti ripeto che il tuo bene deve andare innanzi a ogni cosa. E poi tu l'hai promesso al maestro. Bisogna mantenergli la parola. Chi sa che tu non gli possa anche recare qualche servizio? Va', va'; tu puoi pensare a me anche da lontano. E io? figurerò d'averti meco; avrò la compagnia di Romolo; sì, da una parte è bene, perchè quell'uomo mi fa troppa pena a star solo. E quando ritornerai?
— Non lo so: ma ho speranza di tornar presto.
— Dio lo voglia per la tua Marta. Ora che tu sai scrivere, mi scriverai spesso; domani voglio venire a dire addio a Michelangiolo; mi raccomanderò anche a lui. Intanto, va' a riposarti; se devi porti in viaggio....
— Sì; domattina ci diremo addio. — E si lasciarono. Ma nessuno di due aveva voglia di dormire; quando Riguccio se ne fu andato, Marta ricominciò a piangere zitta zitta; pure nel medesimo tempo metteva assieme le robicciole del fratello per fargli alla meglio una valigetta da viaggiatore. Spuntò il giorno; Marta e Riguccio s'incontrarono con occhi lacrimosi, ma la sorella faceva coraggio al fratello, quantunque in cuore fosse maggiormente angustiata di lui. Riguccio, alla fine, andava col maestro in una città così famosa a soddisfare la sua gran passione per l'arte, ad acquistar sapere, a diventar uomo davvero.Ma la sorella restava sola, senza compenso alcuno alla sua afflizione, con mille pensieri, con mille paure che dalla sua fantasia inesperta e dal suo cuore affettuoso erano grandemente accresciute. Pregarono insieme; insieme partirono di buonissim'ora, e per istrada si rammentarono di quando videro per la prima volta il Buonarroti.
— Allora la Provvidenza ci protesse. Riguccio, te ne ricordi? Ci proteggerà anche questa volta. La nostra cara mamma pregherà ancora per noi. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti nel pensiero di quell'anima benedetta, che ora dal cielo ci vede nell'afflizione, e regge i nostri passi, e benedice le nostre speranze.
— E sostiene il tuo coraggio. Tu fai le sue veci con me; ella mi diede, e tu mi conservi la vita, Marta, io mi accorgo di fare un passo superiore alle mie forze. Oh Roma! Roma! quanto mi costi!
E poi camminarono in silenzio fino alla casa di Michelangiolo. Quando si diedero l'ultimo addio, quando s'abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il maestro si sentì scorrere le lacrime sulle gote, ed ebbe rimorso d'essere stato cagione di tanto spasimo a quei due angioli.
Marta non s'era perduta mai di coraggio: ma quando fu ritornata a casa si abbandonò liberamente a un lungo sfogo di pianto, e cercò in seguito un po' di consolazione in fare a Romolo tutto quel bene ch'ella poteva.
La signora Elena, vedova di un negoziante di Firenze, erasi ritirata a vivere in campagna per diminuire le spese d'una famiglia numerosa rimasta quasi priva di assegnamenti. Vivente il capo di casa se l'era passata bene, ma la morte di lui, sopraggiunta all'improvviso in tempi sfavorevoli al commercio, era stata una rovina irreparabile. Noi abbiamo già conosciuto questa famiglia prima della sua disgrazia. Vi ricordate voi della vecchia Milla, e ditutte quelle fantoline alle quali narrava talvolta le sue novelle? Io vi parlo di loro. L'Angiolina, la minore, non è più da chicche. Ella ha già i suoi 11 anni, e con le sorelle Maria, Teresa e Luigia piange la perdita così funesta d'un genitore adorato. Ma quelle fanciulle erano cinque. Ahimè! sono costretto a darvi un'altra notizia dolorosa La buona, la vispa Sofia, la sorella maggiore, la delizia di casa, dopo essere stata sposa per due anni ad un bravo giovine dottore di medicina, ebbe una terribile malattia, e morendo nel fiore degli anni, lasciò la desolazione nella sua famiglia e nel povero Vittorino suo marito che l'adorava. E chi sa che la sua morte non avesse affrettato quella del padre! La signora Elena resse a queste acerbe sventure, perchè la Provvidenza non volle che quei suoi figliuoli (vi ricorderete anche di Tito e d'Eugenio) rimanessero affatto abbandonati. Ma potete figurarvi a quale vita di privazioni erano ridotti! invece d'abitare un quartiere nel centro di Firenze, e bello, comodo e ammobiliato con lusso benchè modesto, noi li troviamo ora in una meschina casuccia di campagna. Invece d'essere serviti di tutto punto da due o tre persone, bisogna che s'ajutino a far da sè con la più stretta economia di cose e di tempo. Non più veglie piacevoli, delle quali i ragazzi duravano a parlare un pezzo, perchè erano andati a dormire due ore più tardi del solito, ed avevano sentito la mamma e la Sofia suonare e cantare veramente bene, e s'erano ritrovati a cenar tutti insieme. Non più vestiti belli, non più trottate in carrozza... Ma nessuno si creda che uno stato così diverso dal primo gli affliggesse per la mancanza dei comodi e degli svaghi. Quante famiglie si sono ritrovate in simili angustie, specialmente a quei tempi nei quali tutta l'Europa era sottosopra per le guerre di Napoleone! e la infelice nostra Italia ne pativa forse più di tutte le altre nazioni. In questo mondo bisogna saperci adattare a ogni condizione; e quando le disgrazie non sono meritate, Iddio ci dà la forza di sostenerle. Così era nella virtuosa famiglia della sig. Elena. Eccola lì tutta raccolta in una stanza, e a farechi un lavoro chi un altro, dopo avere sbrigato un po' per uno le faccende di casa. La sig. Elena ricama per fuori, e intanto insegna alla Teresa. La Maria e l'Angiolina lavorano per casa. Eugenio studia, perchè sua madre fa di tutto per renderlo capace di esercitare una buona professione. Non si sarebbe vergognata a metterlo ad un mestiere, ma giacchè egli era innanzi negli studj, le pareva peccato farglieli abbandonare sul più bello. La Luigia, rimasta la maggiore, sceglie e prepara i migliori capi della biancheria di Tito. Ma oh! quanto codesta occupazione è dolorosa per lei e per tutti! Volete sapere il perchè? Il giorno dopo Tito doveva partire coscritto per l'armata di Napoleone I.
Ci mancava anche questo per accrescere la loro disgrazia! Quando egli era per raccogliere il frutto degli studi legali, essendo vicino al termine delle sue pratiche, sopraggiunse una di quelle coscrizioni fulminanti che rubarono tanti poveri giovani alle loro famiglie negli ultimi tempi dell'impero francese. E per l'appunto anche a lui toccò ad essere del numero dei coscritti, quando aveva maggior bisogno di rimanere in casa, e minori mezzi per riscattarsi.
Non valse addurre la povertà della famiglia, che perdeva in lui il solo sostegno; furono inutili tutte le raccomandazioni, bisognò prepararsi a partire, e quella serata era la vigilia di una crudele separazione.
Figuratevi dunque come tutti erano costernati; ma forse più di tutti la Luigia che amava quel fratello con trasporto di tenera predilezione.
«Oh! disse ella dopo aver tratto un lungo sospiro, anche Marta fiesolana, ve ne ricordate sorelle? si afflisse tanto nel preparare il corredo a Riguccio, quando ebbe a partire per Roma con Michelangiolo. Ma essa lo mandava a farsi un bravo scultore, e aveva la speranza di rivederlo. Noi... ah! noi forse perderemo Tito per sempre! Povero Tito! chi sa quanto gli toccherà a patire in mezzo alla guerra, per morir poi lontano da noi e dalla patria!»
Nessuno ebbe coraggio di rispondere a così funesto presagio. Ma una voce a quegli afflitti carissima ruppe all'improvviso il silenzio, pronunziando con fermezza queste parole: «Iddio non abbandona chi ha fiducia in lui; e chi soffre con rassegnazione patisce meno.» E una vecchierella entrava nella stanza, e consegnava con faccia lieta alla sig. Elena un gruppetto di monete. Questa con le lacrime agli occhi strinse la mano grinzosa della vecchia, e posandosela sul petto, disse alle figliuole: «Benediciamo la provvidenza e quest'angiolo che ce ne porta i soccorsi.»
Quelle monete erano in parte il guadagno delle loro mani; e quella vecchia (scommetto che alcuno di voi lo ha già indovinato) era la buona Milla. Sicuro; quando la disgrazia entrò in quella famiglia, di tanti che vi bazzicavano in tempi migliori, una sola persona restò fedele, ed anzi raddoppiò le sue visite, supponendo, e con ragione, che ve ne fosse bisogno. E questa persona fu appunto la vecchia Milla, che se voleva, avrebbe potuto andare piuttosto in case ricche e mettere assieme dei quattrinelli col far da guardiana ai fanciulli quando i genitori eran fuori, come già fatto aveva dalla signora Elena. Ma no; ella preferì di servire i padroni impoveriti, e senza ombra d'interesse, perchè il Vangelo insegna a soccorrere gl'infelici.
Quando poi la signora Elena si decise a ritirarsi in campagna, chiamò la Milla in disparte e le disse: «Milla, per ora io non ho la possibilità di ricompensarti come vorrei della grande assistenza che tu ci hai fatta; e più che altro mi sta sul cuore di doverti perdere. Ma non dubitare, non mi scorderò di te; e se un giorno o l'altro, che Dio non voglia, ti mancasse un po' di letto e un boccon di pane, vieni subito da me, che alla meglio ti adatterai quel che fa a sette...» — «Per carità, interruppe la vecchia, la non mi faccia codesti discorsi. Non si rammenta del bene ch'ella mi ha fatto quando poteva? Me ne rammento io; e ci vorrebb'altro altro a saldare il mio conto conlei! Anzi, non m'arrischiavo a dirglielo: io mi sono tanto e poi tanto affezionata alla sua famiglia, che mi pare impossibile di dovermene staccare; e da povera vecchia come sono, un po' d'aiuto per le faccende più rozze mi proverei a darlo.» — «E tu vorresti sacrificarti in una casa di miserabili come siamo ora?» — «Magari! se avessero la degnazione di accettarmi....»
A un tratto di carità spontanea come questo in una misera donnicciola del volgo, la signora Elena si intenerì tanto, che non ebbe nè anche fiato di rispondere. Le buttò le braccia al collo, ringraziò il cielo, e fin da quel giorno la generosa vecchia fu a parte della loro sorte, e seppe renderla meno infelice. Ella teneva in custodia la masserizia, regolava le faccende di casa, sapeva mettere le mani per tutto, trovava ogni stillo per raffinare l'economia, insomma era la buona testa della famiglia. E poi, bene spesso, quando sarebbe stata ora di pigliarsi un po' di riposo, correva a Firenze dalle persone di sua conoscenza a procacciar lavoro per la padrona senza mai nominarla, e a riportarlo e riscuotere que' pochi, o a vendere uno di quegli oggetti di valore dei quali la signora Elena era costretta a disfarsi per qualche straordinaria occorrenza. Quella sera appunto era stato necessario mettere assieme una sommerella, perchè Tito andasse via almeno con qualche soldo in tasca. E tra due o tre crediti di lavoro, ed il ricavato dalla vendita d'una bella mantiglia di Fiandra, la Milla portò a casa un cento di lire. «Tito non se l'aspetta, disse la signora Elena con aria di compiacenza. Questi po' di soldi gli potranno far giuoco una volta o l'altra; glieli devi dar tu, consegnandoli alla Luigia; una buona parte di essi gli hai guadagnati con le tue mani. Ma brava davvero la nostra Milluccia! io non mi aspettavo tanto. E chi sa quanto hai girato! Va' a mangiare un boccone ed a riposarti. Stasera facciamo veglia noialtre, e la Luigia non v'è pericolo che ti ceda la mano a preparare il corredo di Tito.» — «Troppa bontà, signora Elena, ma io non sono stracca davvero. Anzi que' due passi m'hannofatto pro. Ho anche da mantenere una promessa, è egli vero, fanciulle mie? la feci a voi e a Tito. Per voi si potrebbe rimettere a un'altra sera; ma Tito.... domani deve andar via.... potrei essere a Trespiano[22]quando ritornerà....» — «Se ritornerà!...» interruppe sospirando la Luigia. — «Oh! questo ve l'assicuro io.... son povera donna, ma del mondo ne conosco la mia parte, e mi basta di campare qualche altro mese per rivedere Tito fra noi, non dubitate....»
Così ella cercava col suo spirito di far coraggio a quella famiglia; e sia l'autorità acquistatavi con le sue qualità eccellenti, sia la fiducia che ispirano i conforti dei vecchi, e il tono di sicurezza col quale proferiva queste parole, ella vi riusciva davvero. E poi nella sua mente accorta e generosa andava ruminando un progetto, che sebbene difficile, pure voleva tentarlo.
Le pareva d'avere scoperto, che Tito, benchè facesse di tutto per nasconderlo, pure aveva una grande smania di andare alla guerra. Con un temperamento robusto e una fantasia molto fervida era facile che vi fosse indotto dagli avvenimenti straordinari di quell'epoca. Oggi veniva la notizia d'una gran vittoria di Napoleone; dimani d'un'altra; quando gli raccontavano di un soldato comune divenuto in pochi giorni generale d'armata; qua d'un regno cangiato in repubblica; là d'una conquista fatta con cento colpi di fucile.
Ma Tito era pur sempre tenero figliuolo e fratello; e ondeggiava molto tra gli affetti di famiglia e lo spirito di ventura. Quell'angiolo della Luigia specialmente gli stava tanto nel cuore, che alla Milla pareva proprio impossibile che in fine dei conti Tito si potesse risolvere volentieri a quel passo. Quindi essa aveva posto gli occhi addosso ad una persona, sul contegno e sulle condizioni della quale fondava la maggiore speranza. Quel Vittorino, vedovo della Sofia, senza genitori, senza altri parenti che la famigliadella signora Elena, liberissimo di sè ed amico vero e generoso, non avrebbe potuto trovare il verso di risparmiare a quella famiglia una perdita così grande? Nella testa della Milla nulla era impossibile; ma l'osso duro stava in quella di Tito. Egli non si sarebbe adattato facilmente a mutare idea; e poi sarebbe stato anche necessario smontare una certa sua naturale renitenza a chiedere od a ricevere favori da chicchessia. La Luigia poteva molto sopra il suo cuore; ma essa, persuasa ormai che la perdita di Tito fosse irrevocabile, cercava anzi di moderare esternamente il suo dolore per affliggerlo meno. E se fosse dall'altro canto arrivata a conoscere la segreta propensione del fratello ad abbandonarla, ne sarebbe rimasta così afflitta, la poverina, da vederla forse consumarsi dal dolore in un fondo di letto.
Insomma la Milla stava come gli altri aspettando ansiosamente il ritorno di Tito e di Vittorino che erano andati insieme a Firenze, per vedere se almeno fosse stato possibile ottenere una dilazione alla sua partenza, giacchè da quello che vociferavano allora intorno all'armata di Napoleone, si poteva congetturare che la spedizione di Russia (1812) fosse per essere differita. Intanto, pensava tra sè, bisogna toccare il cuore di questo Rodomonte in erba; e se Dio mi dasse tanta eloquenza da riuscirvi col racconto che gli ho promesso di fare prima che se ne vada.... Basta: mi proverò. E se fo peggio? Vorrei vedere anche questa! E allora parlo a quattr'occhi a Vittorino, e gli dico la cosa tale quale come la intendo io; e qualche santo provvederà.
In quel mentre fu picchiato, e Vittorino e Tito arrivano. Prima che alcuno rifiatasse, tutti gli occhi furono subito addosso a loro. La Luigia, che era avvezza a leggere sulla fisonomia del fratello, conobbe subito che ogni speranza era perduta, e seguitò con maschia rassegnazione le sue faccende. Tito, dopo aver guardato di volo sua madre e sua sorella, si mise a sedere nascondendo il volto tra le mani; Vittorino, stringendo con aria di afflizione lamano della signora Elena, le fece capire qual risposta avrebbe avuto la sua dimanda.
«Eh! io me l'aspettava,» disse ella, dopo aver reso la stretta di mano a Vittorino. — «Le abbiamo tentate tutte le strade, soggiunse questi.» — «Ma ce n'è un'altra che tocca a me,» diceva la Milla in cuor suo, guardando fissa fissa co' suoi occhiali Vittorino e Tito. Un lungo silenzio successe a queste poche parole; e poi la signora Elena, venuta l'ora delle altre sere, intuonò una preghiera.
Chi si fosse ritrovato a quella fervida orazione proferita con voci tutte dolore e tutte innocenza com'erano quelle d'Eugenio e delle sorelle minori, sarebbe rimasto soavemente commosso fino alle lacrime. La sola voce della Milla era la stessa di prima; sempre ferma e tranquilla, come se non avesse avuta ragione alcuna di sospirare. Finita l'orazione, i volti si rasserenarono un poco, ognuno potè guardarsi con minore afflizione, e cominciò un colloquio, non dirò lieto, ma rassegnato. Tanto è vero che il rivolgersi a Dio nelle disgrazie infonde vigore per sostenerle. L'Angiolina poi, che meno di tutti intendeva la causa del comune dolore, e non poteva stare alle mosse, esclamò: «Ecco, Milla, Tito è tornato; dunque.... ce lo finisci una volta il racconto di Riguccio?» — «Perchè no? basta che la signora Elena si contenti; e poi bisogna vedere se Tito e Vittorino si degneranno di stare a sentirlo....» — «Potresti dubitarne? rispose Tito; io stesso te ne pregai: e tu me lo promettesti. Sarà il ricordo che io porterò meco di te. Vittorino ci ha gusto, lo sai.» La signora Elena fece segno alla Milla d'incominciare, e questa prese a dire così:
«Vi ricorderete, bambine mie, che quel buon giovine di Riguccio andò a Roma con Michelangiolo. Dicono che in quella città vi sia un visibilio di statue e di pitture delle più belle che si possano vedere; sicchè aveva da cavarsi la voglia di studiare: e vi si mise con tanto proposito, che in poco tempo diventò il migliore ajuto del suo maestro. Allora non gli mancò mai da fare: e bisognò chesi trattenesse in Roma più di quello che non avrebbe pensato. Egli era proprio nel suo centro: ma ogni volta che ripensava alla sua cara Marta (e questo avveniva spesso), gli pareva d'essere sulle spine, e avrebbe voluto volare nelle sue braccia. Ma il sentimento della gratitudine per colui dal quale si poteva dire che avesse ricevuto il suo essere, e quella bramosia sempre crescente di diventar bravo, gli facevano soffrire in pace quell'amara separazione. E la Marta? ogni giorno che Iddio metteva in terra si figurava di veder tornare a casa Riguccio; e invece le toccava a contentarsi di quando in quando d'una sua lettera. Una volta però restò anche priva di quella po' di consolazione di leggere i due o tre versi d'amore che soleva scriverle. Intanto cominciavano a correre certe voci di guerra in Italia e verso Roma, che la posero in un'angustia da non si poter raccontare. E poi a un tratto a un tratto si sparge la nuova che un diavoleto di gentaccia era corsa contro Roma, l'aveva assediata e posta miseramente a sacco[23]. Per tutto, la gente sbigottita raccontava orrori di quell'assedio. Chi aveva parenti verso quei luoghi, era disperato. Migliaia di persone, i vecchi, le donne e i fanciulli stessi erano stati trucidati senza pietà, per le case, nei conventi e a piè degli altari: perchè quella marmaglia di scellerati, spinti da barbarie e da avidità senza esempio, aizzati dalle grida e dal sangue, non portarono rispetto nè anche alle chiese; per tutto ammazzavano, per tutto rubavano. I sacerdoti che avessero tentato d'impedire l'orrenda profanazione erano presi e messi ai tormenti. Molti dei cardinali furono arrestati, e se volevano uscirne vivi erano costretti a ricomprarsi la vita a prezzo d'oro; e se non potevano, la pagavano col loro sangue. Il papa stesso[24]a mala pena scampò da quella sfuriata di barbarie, ricoverandosi in un castello.Insomma credeva la povera gente di dover vedere la distruzione della cristianità, e che fosse proprio vicino il giorno del giudizio universale.
Fu un miracolo se la Marta non morì diviato a sentire queste notizie; e ne rimase così sgomenta, perchè s'immaginò subito che Riguccio fosse perito, che doverono portarla in casa a braccia, e stentò un pezzo a riaversi. Ma la poverina aveva perduto il suo spirito, era stata assalita da una fissazione mortale.
Se non era l'assistenza d'una vicina caritatevole, che se la prese in casa sua per poterla custodire più assiduamente, si sarebbe lasciata mancare di tutto. Non faceva più una parola, non riconosceva più le persone. Stava tutte le ore del giorno inchiodata sopra una seggiola, con gli occhi fissi al terreno. Solamente la sera quando si discorreva d'andare a letto, non c'era verso di farla spogliare, e diceva alla sua custode: «Riguccio deve tornare tra poco; non voglio che mi trovi addormentata; tanto non piglierei sonno. Andate voi, andate voi; io lo debbo aspettare.» A ostinarsi, avrebbe cominciato a dar nelle furie; bisognava fare a suo modo. E allora ogni volta che sentiva qualche rumore, balzava in piedi, e correva tutta allegra alla finestra, dicendo: «È lui, è lui, aprite subito.» Cessato il rumore, e non vedendo comparire il fratello, continuava a stare in orecchio per qualche minuto, e poi, battendosi la fronte, come donna disperata, ritornava a sedere, e ricadeva nella sua profonda melanconia.
Erano già passati parecchi mesi che la meschina conduceva questa vita, e pensavano di metterla nello spedale, quando una mattina, svegliatasi la custode, la Marta non v'era più. Girò per la casa, girò per Fiesole, ne domandò a tutti; nessuno sapeva risponderle, nessuno l'aveva vista. Anche a Firenze corse la fama di questa sparizione, e non vi fu anima vivente che potesse trovare il bandolo del mistero. Fu fatto un visibilio di congetture e di chiacchiere, e poi non se ne parlò più, altro che in Fiesole,dove gl'ignoranti avviarono a fantasticare di certa figura bianca che appariva la notte nella casa abbandonata della Marta, e d'una voce sotterranea che si sentiva gridare per tre volte Riguccio, sempre alla medesim'ora, nel duomo di Fiesole, in quel luogo dove la Marta soleva mettersi a fare orazione. Sicchè i ragazzi e le donnicciole dall'un'ora di notte in là non passavano più di sotto la casa della Marta; e il posto dov'ella s'inginocchiava in duomo restò sempre vuoto. In questo mentre anche laggiù a Firenze seguiva un altro diavoleto. Quelli che comandavano allora appartenevano alla casata de' Medici, parenti del Papa assediato in Roma, e si vede che volevano far le cose un po' troppo a modo loro. Perchè i Fiorentini ripigliando ardire dalle disgrazie del Pontefice, fecero una rivoluzione per mutar governo, e scacciarono i Medici da Firenze, rimettendo in piedi la repubblica[25].