VIII.La Ricompensa.
Un valente e facoltoso gentiluomo, dopo aver viaggiato per parecchi anni i più culti paesi dell'Europa, ritornò alla sua patria; ma invece di scegliersi a dimora il palazzo che aveva nella città, volle prima recarsi a una sua villa da questa molto distante, forse perchè la quieta solitudine gli parve più opportuna a riflettere riposatamente sulle cose vedute fuori via. E i primi giorni gli piacque di visitare le terre di sua pertinenza intorno alla villa, dubitando che per esser tanto tempo rimaste senza la vigilanza del padrone, fosservi molti guai da scoprire e da riparare. Inoltre egli aveva osservato, e studiato viaggiando, i perfezionamenti fatti nell'arte agraria dai popoli più industriosi, e seco stesso si proponeva di ricavarne qualche costruttoa pro dei suoi poderi. Non è a dirsi ora la piacevole sorpresa del nostro gentiluomo, quando s'accorse che le sue terre comparivano meglio tenute e più ubertose di quando n'era partito, e che anzi vincevano il paragone delle più belle culture ammirate nei suoi viaggi; che i contadini erano meno rozzi nei modi, più diligenti nelle campestri faccende, e maggiormente amorevoli e concordi tra loro, e che parecchi di essi, adulti e fanciulli, già sapevano leggere e scrivere e far di conto. E ogni volta ch'ei domandava come e da chi fossero state immaginate e condotte le utili novità, che di mano in mano gli cadevan sott'occhio, venivagli sempre nominato il vecchio Marco.
E chi era egli mai quest'uomo del quale tutti parlavano con giubbilo e con rispetto? Null'altro che un contadino, il quale era capitato alla fattoria poco dopo la partenza del padrone, e aveva chiesto lavoro, e fu preso a opra per potare le viti, giacchè quella era stata l'abilità nella quale potè far subito buona prova. Il vecchio Marco, datosi presto a conoscere per agricoltore abile, per uomo onestissimo, serviziato e indefesso lavoratore, aveva ottenuto la fiducia e la stima di tutte le famiglie coloniche dei contorni. Era sua cura speciale il coltivar l'orto della fattoria e una vigna staccata dagli altri poderi; e abitava soletto in una casipola o piuttosto in una capanna accanto alla vigna.
Il vecchio Marco adunque aveva consigliato e dimostrato con l'esempio i miglioramenti più sostanziali in varie culture, quei miglioramenti che proprio persuadevano tutti, anche i più restii, perchè si vedeva bene che derivavano dall'accurata osservazione e dalla lunga esperienza; il vecchio Marco, facendosi benvolere pei modi amorevoli, sinceri e piacevoli, e acquistandosi credito con la illibatezza dei costumi, con l'abilità, con la modestia, era divenuto amico dei capocci, aveva ottenuto la venerazione e l'affetto dei giovani e dei fanciulli; e i suoi consigli, le sue esortazioni, i suoi pareri valevano a mantenere la moralità, la benevolenza e la prosperità in ogni luogo; il vecchio Marco raccoglievain una stanza terrena della fattoria quando i giovani e quando i fanciulli, e in ore e giorni diversi secondo le stagioni e le faccende, insegnava loro molte cose, utili all'onesto vivere di ciascheduno, e gli ammaestrava nel leggere, nello scrivere e nell'abbaco fino a quel tanto che poteva ad essi giovare a regola dell'età e della condizione; e spesso nelle lunghe sere d'inverno, faceva il medesimo in alcune case dove si radunavano più madri e più fanciullette desiderose anch'esse d'approfittarsi dei suoi utili e graditi ammaestramenti. Quando il gentiluomo ebbe saputo tutte queste cose, volle andar subito a visitare il vecchio Marco, e lo trovò appunto che lavorava attorno alle viti. Il contadino salutò con rispetto il possidente; e questi onorò la sua canizie, gli manifestò alla presenza de' circostanti la contentezza d'aver saputo e visto i buoni effetti della sua virtù operosa, e gli chiese dipoi un abboccamento da solo a solo.
Entrati nella capanna, il gentiluomo ebbe subito a fare attenzione alla polizia e al buon ordine che vi si vedeva. Pochi attrezzi semplici e ordinari, ma quanti potessero bastare ai discreti bisogni d'un contadino; il letticciuolo consistente in un pagliericcio, separato dal focolare con un tramezzo di legno; qua bene assestati gl'istromenti dell'ortolano e del vignajolo, colà un tavolino con sopra il libro del Vangelo e parecchi libercoletti che il vecchio adoperava per ammaestrare i molti suoi alunni. Marco poi aveva una fisonomia austera, ma nel tempo stesso piacevole e affettuosa; era piuttosto magro, con le carni abbronzite pel sole, e alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni; ma sempre vegeto e franco e robusto. Vestiva pulitamente, ma nè più nè meno come gli altri campagnoli, ed era pieno di garbatezza, senz'ombra di servilità o d'affettazione. Tutti godevano infatti di conversare seco lui, benchè nessuno si rammentasse d'averlo visto ridere o d'aver udito dal suo labbro racconti burleschi o triviali barzellette. Anzi alcuni avevano osservato che imbattendosi egli in un giovinetto, pareva improvvisamenteassalito da una profonda malinconia, benchè si studiasse di dissiparla o di nasconderla.
Postisi a sedere l'uno in faccia dell'altro, il gentiluomo incominciò: «Una buona ventura è stata per me e per questa campagna il vostro arrivo tra noi, o rispettabile vecchio. Voi avete saputo in pochi anni migliorare l'industria, e quello che più importa, i costumi di questo luogo. Per tutto io ritrovo uomini e donne più lieti e contenti del loro stato e di se medesimi, fanciulli bene avviati, persone che benedicono il vostro nome; son divenute ubertose le terre che io lasciai sterili e inculte; vedo meglio custodite quelle che già davano qualche frutto; le raccolte dei grani e dei fieni sono andate ogni anno crescendo, la vite e l'ulivo mostrano gli effetti d'un intelligente cultura; e il buon andamento, la pace, l'amorevolezza delle famiglie fanno sì che questo sia divenuto un soggiorno propriamente beato.... Tutto ciò è opera vostra. Così è. Mentre io viaggiava per ricavare dagli altri popoli istruzioni ed esempi, un semplice agricoltore, seguendo gli ammaestramenti del buon senso e della natura, faceva qui, contro ogni mia aspettazione, più di quello che io mi figurava di poter conseguire con molti anni di fatiche. Amico mio (permettete che così vi chiami col labbro, mentre il cuore vorrebbe darvi piuttosto il nome di padre), amico mio, se noi fossimo ai tempi del gentilesimo, io crederei che una divinità fosse scesa dall'Olimpo sotto codeste umili spoglie per farsi protettrice de' miei campi; ma i modi che avete scelti per ottenere tutto questo bene, lo so, non hanno nulla di favoloso nè di soprannaturale. Alla virtù operosa e costante riesce tutto, e la voce fraterna e autorevole d'un uomo esperimentato val più dei comandi un principale, o della scienza di chi studia sui libri. Nondimeno, se io non vi chiedo troppo, e se l'immaginazione m'inganna, ditemi di grazia: Siete voi propriamente quello che le vesti rozze e le mani callose e la faccia bronzina addimostrano? piuttosto, quantunque nato e educato altre opere e ad altri studj, vi piacque mutare spogliee costumi, e segregarvi tra gli onesti montanari, per fuggir forse il doloroso spettacolo della depravazione che predomina nelle città?
Marco rispose: «Signore, voi siete il possessore della terra ch'io lavoro, e che da qualche anno mi dà il campamento; gli è giusto dunque che abbiate contezza dell'esser mio. Ecco qui, come voi mi vedete i' son nato contadino, e sono stato sempre contadino; con questo di differenza ch'io lavoravo sul mio; e se gli è vero ch'io ne sappia un po' più di qualchedun altro, posso ringraziare mio padre e gli anni che ho sulla schiena. Dovete anche sapere che il nostro campo era prossimo alla città in una collina molto fertile, e che noialtri abbiamo potuto sperimentare di mano in mano le migliorìe suggerite da chi s'intendeva d'agricoltura. E benchè, lasciatemelo dire, la conclusione di molte novità e d'un visibilio di prove fosse quella d'attenersi per la più sicura a' semplici ricordi de' nostri vecchi, nientedimeno quelle lezioni ci aiutavano a levarci dal capo molti pregiudizi e a conoscere il perchè di molte cose per essere più sicuri del fatto nostro. Dunque non vi state a maravigliare di quel po' di bene che voi vedete ora su' vostri poderi; e se anche fosse dipeso tutto da me, persuadetevi ch'io non avrei ragione di farmene bello. Gli è che quando il contadino è diligente e sta al sizio; quando sa scegliere il tempo per le faccende, senza pretendere dalla terra più di quello che la può dare; e quand'ei segue i buoni consigli, non di mala voglia o alla cieca, ma perchè è docile e intelligente, oh! allora è naturale ch'ei vada sempre di bene in meglio. Del resto, ho fatto quello che l'esperienza m'aveva insegnato per farne il mio pro, senza tener segreto nulla a nessuno. Coloro che hanno visto e che hanno conosciuto ch'io facevo meglio di loro, a poco per volta son rimasti persuasi: m'hanno fatto delle dimande, ed io ho risposto; e siccome una cosa tira l'altra, ho preso allora occasione di ragionare anche su quelle di cui non mi domandavano. Chi ha saputo darmi retta se n'è trovato bene; e poi voisapete che nessuno ha gusto d'esser da meno degli altri. E così, se v'è qualche merito, tutti n'hanno la loro parte. Ora poi, vi dirò la disgrazia che mi fece perdere quel campo dove i miei vecchi, di generazione in generazione, avevan mangiato il pane del proprio sudore. La guerra che anni sono messe a soqquadro tanti paesi, come voi sapete meglio di me, fu uno sperpero d'uomini, e massime di gioventù, da ricordarcene per un pezzo. Io, di tanti che s'era in famiglia, restai solamente con due figliuoli; l'età, le malattie, le afflizioni avevano mandato al cimitero i vecchi e le donne; un fratello scapolo mi morì nella prima campagna d'Italia. Quando Napoleone volle andare a perdersi in Russia, anche il mio maggiore fu coscritto; quell'altro era sciupato dalla rachitide, gracile e quasi ebete; ma Lorenzo, oh! Lorenzo era bello, era robusto, era alto della persona, coraggioso come un leone. Se si fosse trattato di mandarlo proprio alla guerra pel nostro paese, figuratevi! anch'io, benchè vecchio, avrei preso il fucile; ma Bonaparte, dicevano, non pensa più all'Italia; s'è lasciato avvilire da una bassa ambizione: corre a precipitare ogni cosa; e que' poveri giovani dovranno spendere il proprio sangue per gli altri, in luoghi tanto lontani, e senza utilità per quello dove son nati. Allora mi venne voglia di far di tutto per serbarmi Lorenzo; ma non bastò che vedessero l'infelicità di Niccola, che invece di darmi un ajuto nella vecchiaja aveva bisogno della mia assistenza! Mi fu fatto sperimentare se per quattrini.... e io a vendere inclusive il nostro podere.... Ma quei quattrini andarono senza costrutto nelle mani rapaci di chi si faceva pagare le promesse con animo deliberato di non le mantenere!... insomma il mio povero Lorenzo dovè partire, e io rimasi a custodia di quell'altro che senza di me sarebbe morto di stento. Allora industriandomi alla meglio coll'andare a opra dai contadini del vicinato aspettai un pezzo il ritorno di Lorenzo; e in quel frattempo mi s'ammalò Niccola, e non fu possibile di salvarlo.... Povero ragazzo! è vero che con quella struttura non avrebbe potutocampar di molto, e che a essergli padre non v'era da consolarsene; ma nientedimeno io gli voleva un gran bene, e forse più che s'ei fosse stato appariscente e rigoglioso come quell'altro. Non vi starò a dire se l'afflizione mi messe in terra; e, senza la speranza che Lorenzo tornasse, a quest'ora.... Ma che? Lorenzo non tornerà più! E io son sempre vivo. Iddio non ha voluto che questi dolori m'uccidessero! Sia fatta la sua volontà!...»
«E come potete voi esser certo di non rivederlo? Alcuni altri che si credevano perduti in tanta vastità e in tanta lontananza di paesi, ritornarono inaspettatamente in seno delle loro famiglie.»
«Giacchè voi avete la bontà d'ascoltarmi, sentite il rimanente. Questa è la prima volta ch'io paleso ad altri la storia dolorosa delle mie disgrazie. Non vi faccia specie di vedermi le ciglia asciutte, perchè alla mia età le lagrime, se me ne fossero rimaste, mi leverebbero il fiato. Gli è un gran pezzo ch'io so piangere qui dentro! Gli è anche un gran martirio, lo so; ma piuttosto questo che lasciarsi indebolire fino al punto di perder l'uso della ragione. Dopo ch'io ebbi sotterrato Niccola, cominciai a non aver più lettere di Lorenzo: poi vennero le notizie dei gran rovesci di Bonaparte! Io, come potete figurarvi, rimasi sgomento; ma piuttosto che starmene a spasimare in casa, mi volli mettere in cammino pellegrinando per tutti quei luoghi di dove Lorenzo mi aveva scritto. Girai tutti gli spedali; ne domandai a quanti potevano essere stati del suo reggimento; scrissi lettere; mi trattenni dove un barlume di speranza mi s'affacciava; e alla fine, senza più denari, spossato, scoraggito, mi vidi costretto a tornare indietro. Un giorno io attraversavo, pensate voi con che cuore, una di quelle terre dove si vedevano ancora i segni della guerra, e mi ritrovai sopra un campo dove morirono tante migliaja, che l'ossa non erano ancora tutte sepolte. Più qua e più là si scorgevano alcune croci; una era caduta. Io mi chinai per rialzarla sul monticello dov'era stata confitta, e vidi una larga lastra di pietra con sopra parecchi versi di scrittoscolpito malamente, forse dalla punta d'una bajonetta. E quei versi dicevano: «Qui sessanta prodi, tutti Italiani, combatterono valorosamente per due ore di seguito contro cinquecento nemici, e vollero piuttosto morire che arrendersi. Le loro ossa posano sotto questa pietra, confuse con quelle dei molti nemici che caddero in questa lotta tremenda. Ora la pace dell'eternità li congiunga fratelli nel cielo. Conduceva questo drappello il capitano....» Ma qui la pietra era spezzata, e allora anche tra' versi riconobbi i colpi che v'erano stati scagliati, come per ridurla tutta in frantumi, anche prima che il tempo la consumasse. Ma io smanioso di raccapezzare il resto dello scritto, andai brancolando tra quelle macerie e mi posi a guardare con attenzione tutti i sassi che mi venivano alle mani. E infine alcuni ne ritrovai, dove potei leggere un nome, e tra quei nomi.... Ah! io avevo detto di non poter più piangere! Queste lacrime sono per lui!... Allora mi sparì il lume dagli occhi, mi sentii scoppiare il cuore, e mi lasciai cascar come morto. Il resto non lo posso raccontare, perchè non so dopo quanto tempo, riavutomi un poco, mi vidi disteso sul letto d'uno spedale. Quegli che venne lì per assistermi non intendeva la mia lingua, nè io la sua; e nessuno vi fu che potesse intendere il mio dolore! In capo a quindici giorni mi ritornò la forza per reggermi in piedi, e fui subito condotto dinanzi a una specie di commissario. Costì in cattivo italiano mi sentii dire che le carte trovatemi addosso non erano in regola; e mi fu fatto poi un visibilio di domande, alle quali si vede bene che tra l'imbarazzo di non intenderci e lo sbalordimento del mio dolore e della febbre sofferta, io non seppi rispondere a garbo, perchè la conclusione fu che mi vidi rinchiudere in un carcere. Ma come Dio volle, un mese dopo ne fui liberato, a patto peraltro che uscissi subito da quel paese e non avessi più l'ardire di ritornarvi. Anzi, per meglio assicurarsi de' fatti miei, mi fecero scortare sino ai confini da due soldati. Ora considerate voi quant'io dovessi patire nel mio viaggio! L'acqua, il freddo, la fame, e, le piùvolte, appena un cantuccio di stalla per ricoverarmi la notte! Ogni poco mi sentiva spossato da non poter andare più innanzi; ogni poco, invece di mettermi a mendicare un altro soccorso, mi veniva la voglia di lasciarmi piuttosto finire dallo stento sul cimitero d'una chiesa. Ma poi la speranza di rivedere, almeno di sulla vetta dell'Alpe, il mio paese, mi faceva animo; e più che mi accostava, più mi pareva di ritrovarmi gagliardo. Oh, sì: quando fui su que' monti di dove si principia a scorger l'Italia, mi parve a poco a poco d'essere un altro; l'aria, l'azzurro del cielo, la bellezza della terra mi fecero quasi dimenticare per un momento le mie disgrazie, e scesi a passi più franchi, e guardai con occhi bramosi.... E davvero questo è il paese più bello di quanti n'ho veduti nel mio doloroso pellegrinaggio!.... Ma nessun v'era che mi chiamasse padre o fratello! Degli amici ch'io aveva lasciato, i migliori erano tra que' più; e io mi sentii crescere il crepacuore a ritrovarmi solo tra tanta gente. Ecco perchè mi venne desiderio di finir la vecchiaia in questi luoghi più solitari; e qui, per la buona accoglienza che subito mi fu fatta, mi sentii rinascere un po' d'amore alla vita. E poi desiderai di mostrarmi buono a qualche cosa, non foss'altro per gratitudine a chi m'aveva levato di sulla strada. Ma io, povero vecchio, con che cosa potevo contraccambiare questo benefizio? Col lavoro e con l'esperienza di chi ha fatto il contadino sotto le porte[14]d'una città. E se v'è stato da ricavarne qualche costrutto per utile di questa buona gente, mi consolo d'avere in parte pagato così il mio debito.»
Il gentiluomo, commosso al racconto di Marco, gli prese la destra, se la strinse al petto, e non aveva parole per esprimere i sentimenti d'amore, di cordoglio, di venerazione che lo agitavano in folla. Dopo averglieli dimostrati come meglio poteva, rispose:
«Amico, se noi dovessimo parlare di benefizi, è chiaro,e voi dovete confessarlo, che ora il beneficato son io insieme con queste famiglie che da voi ricevono educazione, ammaestramenti ed esempj di virtù....»
«Scusate, ma io non so come c'entri la virtù; qui si tratta di doveri....»
«Oh! ma troppo rari sono coloro che gli adempiono come voi!»
«E se questo fosse? Voi non mi dovreste far merito de' mancamenti degli altri. D'avanzo qualche volta uno si figura d'aver a essere chi sa che in tante cose da nulla, ancora che nessuno glielo dia a credere! a me basta che fintanto mi reggeranno le forze, voi mi diate licenza di lavorare la vostra terra....
«Ma che cosa dite voi? Anzi io son qui per esortarvi a uscire da questa meschina capanna, e scegliervi una buona stanza nella villa, accanto a me. Voi siete vecchio, avete bisogno di qualche comodo, di coprirvi di vesti meno rozze, di nutricarvi meglio, e soprattutto d'un po' di riposo. Oh sì! a codesta età, dopo i disagi sofferti, ormai è tempo di lasciar la zappa e la vanga. Per insegnare ai miei contadini basta la vostra voce: dell'esempio n'avete dato assai; e la vostra vigilanza farà sempre un gran bene. Fin d'ora io v'assegno il mantenimento come se foste uno della mia famiglia; m'onorerò di tenervi alla mia stessa tavola, e vi prego d'accettare una provvisione in denaro. Voi sarete il capoccia dei miei contadini e il Mentore dei loro figliuoli. Se non è in poter mio di rendervi Lorenzo, abbiate invece l'amore e la riconoscenza di tante povere creaturine che già vi benedicono e vi rispettano come un padre. Io lo so, caro Marco, gli ho uditi io stesso. Amico! venite subito meco; andiamo insieme a visitare queste famiglie, e veda ognuno come io so onorare e ricompensare il vero merito.» E s'alzava per avviarsi col vecchio. Ma questi, sebbene rittosi in piedi con lui, lo rattenne garbatamente; e soggiunse:
«Che cosa occorre ch'io vi dica la consolazione che mi viene dalle vostre offerte? Ma di grazia, lasciatemistar qui. Anche questa capanna è casa vostra; e come voi vedete, mi sono ingegnato di farci tutti quei comodi e tutti quei ripari che possono occorrere a un vecchio. Non mi vietate il lavoro poco faticoso dell'orticello e della vigna; il lavoro e la temperanza sono la mia salute; e se non avessi sempre il pensiero delle mie faccende, chi sa, la malinconia m'entrerebbe addosso senza rimedio. Quand'io avrò bisogno dell'aiuto di altre braccia più robuste delle mie, oh! saprò allora dove trovarle. E questi vestiti gli ha portati così mio padre, così li portavano i miei figliuoli.... no, no! io non posso mutarli. E poi perchè vorreste voi mettere queste disuguaglianze tra me e gli altri vostri contadini? Tanto, benchè si riconoscano miei eguali, mi rispettano e danno retta a' miei consigli. Coi vecchi, mi vergognerei di parere da più di loro; coi giovani, se v'è una distinzione che valga, me l'hanno data i capelli bianchi e gli anni spesi nelle fatiche. Gli onori e i favori del principale, il vestito meno grossolano, i cibi più scelti mi leverebbero anzi una parte di quella confidenza che me gli ha affezionati. E alcuni potrebbero credere che io avessi cercato d'adempiere il mio dovere per un sentimento d'ambizione, per uscire da quello stato nel quale nacqui, e di che ho sempre detto: — Figliuoli, siatene contenti; sappiate ricavarne tutto il bene che vi può dare con l'onestà e col lavoro, e persuadetevi che alla fin de' conti pochi potranno dire di stare meglio di voialtri, anche tra quelli che vi pajono felici. — Ma se io ricuso per me quelle cose che mi sarebbero superflue, non dico già che gli altri vostri contadini stiano tutti tanto bene da non aver bisogno dell'assistenza del padrone. Vi sono certe famiglie più numerose e meno provviste delle altre; vi sono alcune case mal riparate dalle intemperie; e poveri da rivestire, e malati e vecchi e vedove da soccorrere. Ecco dove la carità e il dovere vi chiamano, massime verso chi ha faticato e fatica per farvi fruttare la terra. E già, io lo so, non occorreva ch'io mi facessi ardito a rammentarvelo. E così saranno meglio spesi anchei denari che avete la generosità d'offerirmi. Io che cosa ne dovrei fare, quando non mi manca nulla del necessario? E poi ora che son solo! Ah! se avessi da riscattare un figliuolo dalla coscrizione, e da ajutarlo per farsi uno stato, oh! allora.... non aspetterei che mi fossero offerti; mi metterei anche in ginocchio davanti un ricco misericordioso per chiedergli la vita della mia creatura.... Ma ora son solo! i miei figliuoli sono quei cari fanciulli che per amore mi chiamano nonno quando vengono ad ascoltarmi. Così quel bene che voi farete a loro e alle famiglie più bisognose, sarà come se fosse fatto a me stesso; e io ve ne serberò la medesima gratitudine.»
«Voi parlate saviamente, e so anch'io che non siete uomo da doversi ricompensare col denaro o con la vanità dell'apparenza. Aborro anch'io l'ostentazione in tutte le cose. Rimanete pure nella tranquilla oscurità che tanto vi piace. Ma le opere, amico mio, le opere buone vanno fatte conoscere; e io vorrei che i miei amici che sono in città sapessero che tesoro ho trovato quassù; vorrei che i giornali manifestassero a tutti con quanta semplicità di modi voi abbiate saputo concludere assai più di quello che insegnano i libri e le scuole.»
«Abbiatemi per iscusato se v'interrompo. Ma questo a che fine?...»
«A che fine? per dare un esempio!....»
«E a chi? e di che cosa? I vostri amici che sono in città, quelli che leggono i giornali hanno sempre sott'occhio tante miserie, e tanto più grandi di quelle che si possono ritrovare in questi luoghi fuor di mano, che se vi vogliono mettere qualche rimedio, non hanno bisogno d'imparare da un povero vecchio come me, il quale non ha fatto altro che industriarsi onestamente in quel modo che poteva essere utile a sè e ai suoi fratelli. Chi è proprio intenzionato di soccorrere gl'infelici e gl'ignoranti non si contenta di leggere la descrizione de' loro guai, ma va a ritrovarli, e vede e provvede fino a tanto che le sue forze glielo permettono. Ognuno dal canto suo obbediscealla propria vocazione. E se vi fosse l'usanza di prender la tromba per far sapere al popolo e al comune tutto il bene che questi e quelli procureranno, io avrei sospetto che allora i più infingardi se ne stessero con le mani in cintola dicendo: — A ogni modo vi son tanti che fanno! io mi sbraccerei inutilmente; tra poco andando di questo passo non vi sarà più nessuno che abbia bisogno di essere aiutato. Voi sapete poi che quando si comincia a dir del bene di una persona, v'è sempre chi passa la parte; e quando e' entrano di mezzo le incensature, la testa di chi le riceve ne rimane invasata, e il fine del bene operare non è più quello. Tutti gli uomini hanno il loro debole; e quanto a me potrei perder la bussola come chiunque altro.
«Oh! questo poi son sicuro....»
«Figuratevi una distinzione, un titolo, il favore del padrone, i quattrini più del bisogno.... Eh! non ci vuole poi tanto a lasciarsi avvezzar male da queste cose! Oggi un pochino da non accorgersene neanche, domani un altro poco, e via discorrendo, come la gocciola che trafora la pietra, e s'arriva a metter su muffa, a crederci chi sa che, a scordarci di esser tutti fratelli. Ma già questi discorsi non hanno che fare nel caso mio. Dico così perchè così la penserei se anco mi ritrovassi a dover far dire di me. Questo che cosa mi farebbe? Rimarrei lo stesso; o una ricompensa vanagloriosa me la meriterei solamente quando mi fossi abbassato a desiderarla.»
L'altro se ne stava maravigliato, non sapendosi persuadere che un uomo dell'estrazione di Marco potesse nutrire quei sentimenti. Avvezzo a vedere, come cosa inevitabile e comune per ogni persona, la continua lotta delle ambizioni di tutte le specie, e persuaso fin dall'infanzia che non si potesse dare elevatezza d'animo in gente, come suol dirsi, volgare, tutto ciò che aveva udito gli sembrava un sogno.
Il vecchio poi, come se non paresse suo fatto, si scusò d'averlo trattenuto tanto con questi discorsi, lo ringraziòdella visita, e s'accingeva a ritornare alla vigna, allorché il gentiluomo esclamò abbracciandolo:
«Padre mio, lasciate, lasciate che io vi chiami sempre così. La luce del vero è nella vostra mente! Vivete come meglio vi piace; io non divulgherò il vostro nome, vi lascerò in quella tranquilla e operosa oscurità che tanto vi è cara; ma accettate almeno,» e si levava di dito un anello prezioso, «e conservate per segno della mia venerazione, quest'anello. Fu già di mio padre....»
«E voi continuate a portarlo; è un ricordo che vi farà consolazione. Altrimenti vi direi: — Invece di darlo a me, barattatelo in tanto pane pei poveri, per quell'infinito numero di tribolati che menano una vita di stenti e d'umiliazioni intorno ai pochi ricchi della terra. Ma giacché voi mi volete dare a ogni modo una ricompensa, io vi chiederò anche più di tutto quello che m'avete offerto. Se è vero che questa buona gente dei miei compagni, e massime i loro fanciullini, abbiano ricavato qualche cosa di buono dai miei consigli e da quella po' di istruzione che mi diede mio padre, fate che morendo io abbia la consolazione di sapere che un altro farà le mie veci....»
«Io stesso che, fin d'ora, vi prego di mettermi nel numero dei vostri alunni....»
«O che farà anche meglio, purché s'attenga sempre alla semplicità che ho visto per esperienza essere tanto efficace. A volere educare e istruire quelli che, poveretti, non sanno ancora il bene che potrebbero ricavarne, bisogna contentarci di poche cose, d'andare innanzi a passo lento, purché si vada sempre innanzi, e che non manchi il coraggio quando s'incontrano degli ostacoli nè diminuisca mai la costanza. Chi vuol troppo e troppo presto, non conclude nulla; meglio l'ignoranza che un'istruzione abborracciata e superflua, moderazione nelle nuovità, nessun artifizio, nessuna perdita di tempo in prove capricciose ed inutili, e prima di tutto e sempre l'educazione del cuore. Chi non venisse docile a voi, non lo costringete con l'autorità del comando, ma persuadetelo prima con lebuone ragioni, e poi lasciate fare all'esempio degli altri; i più restii a poco per volta diventano i più solleciti.... Ma voi non avete bisogno de' miei suggerimenti, nè io sarei capace di darne a nessuno. Dico questo, perchè me l'ha insegnato mio padre; e ho visto con l'esperienza che mio padre aveva ragione.»
Il gentiluomo ripetè allora la sua promessa di continuare da se medesimo l'opera del vecchio Marco, e di trasmetterne l'obbligo ai figliuoli e agli eredi, destinando in perpetuo una parte del patrimonio all'educazione, all'istruzione e al miglioramento di stato dei suoi contadini e dei poveri dei contorni. E questa promessa fu attenuta.
Il vecchio Marco morì con la pace del giusto e con la contentezza di lasciare nel proprietario di quelle terre ai suoi figliuoli adottivi un altro padre sempre sollecito del loro vero bene. Era questa la sola ricompensa ch'egli desiderava delle sue fatiche, e l'ottenne: così il fine della virtù consiste nel conseguimento del bene per gli altri.