XII.La mala prevenzione.

XII.La mala prevenzione.

Chi è che non sappia quanto sia vaga e magnifica la veduta di Firenze e della sua valle dal poggio di Fiesole? I forestieri la celebrano con enfasi: e i Fiorentini non si saziano di goderne, perchè invero le bellezze create dalla natura non possono, ad animi gentili e nati a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.

Questo ameno soggiorno è divenuto più incantevole per le vedute della strada nuova, che dalla piazza di San Domenico, girando la costa del poggio con ampie curve e condolce pendio, mette capo fin presso alla Cattedrale della vetusta città.

Ma non ogni stagione nè ogni giorno è dato vedere nella sua maggior bellezza quello spettacolo. L'azzurro limpido del nostro cielo è un dono che la natura largamente ci accorda, e che fa più mirabile la veduta; ma quando i vapori della valle che spesso velano gli oggetti opposti e lontani, son dileguati dal soffio di settentrione, quando l'aere è più sottile pei primi freddi del vicino inverno, ed il sole in tutta la sua splendidezza ferendo le spalle a chi di lassù guarda Firenze lo inonda di luce senza che appaia dond'ella venga, e invece di abbattere per troppo calore le membra, par che in esse infonda novella forza... oh! allora la vaghezza del luogo vince ogni espettativa, e supera ogni eloquenza di descrizione.

Di poco era aperta la nuova strada, quando un giovinetto, nella stagione che io diceva, era lì col padre suo a contemplare la città e la campagna. Vedeva dirimpetto le colline di San Miniato, d'Arcetri e della Romola; a destra una fila di poggi più uniforme e lontana che andava lievemente scendendo sulle pianure di Prato e di Pistoja; a sinistra i gioghi alpestri del Casentino, la cui vista era chiusa dallo sterile fianco di Monte Ceceri: in mezzo la città, ove alteramente signoreggia sugli altri edifizi la mirabile cupola di Santa Maria del Fiore; mentre le acque dell'Arno qua e là brillavano lucidissime per la riflessione dei raggi; più vicino, le pendici dell'Uccellatoio, di Camerata, di Maiano inoltrantisi con dolce declive per entro alla valle, coperte di viti e d'ulivi, e talora di boschetti e giardini, ove l'arte quasi pentita d'aver preso il posto della semplice natura tanto più bella di lei, sembra in alcuni luoghi di volerla rassomigliare; e per tutto villaggi e casolari fra mezzo gli alberi, e ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, o eleganti casette apparecchiate all'ozio dei cittadini, proprie a significare con la lor picciolezza la brevità dei piaceri terreni, e col numero lo sfacelo dei colossali dominii delfeudalismo. All'intorno regnava il silenzio della campagna, o di quando in quando lo interrompevano i canti armoniosi degli uccelletti.

Il giovinetto rapito in estasi da quello spettacolo, al quale forse faceva attenzione la prima volta, ora guardando da un punto ora da un altro, manifestava con esclamazioni di gioia la sua naturale meraviglia. Poi si fermò appoggiato ad un albero, parendogli che suo padre fosse assorto in grave pensiero; e siccome il giorno innanzi erasi imbattuto a leggere qualche pagina di un romanzo ove con fantasia tetra e nocevole alle menti ingenue ed inesperte si dipingevano gli umani traviamenti, si pose anch'egli a meditare, e turbò la letizia dell'animo con malinconiche riflessioni.

Poichè il padre si fu mosso per continuare la via, il giovinetto, gettando un ultimo sguardo appassionato alla scena che gli stava davanti: «Peccato eh! babbo, egli proruppe, che fra tante bellezze v'abbiano ad essere uomini che commettono tanti delitti! Firenze con la sua campagna è bellissima, e non si può fare a meno di rimanere incantati a vederla; ma chi sa quanti di coloro che l'abitano condurranno vita colpevole! Com'è possibile che un sì vago soggiorno debba essere contaminato da orrendi vizi? E qui, su queste medesime ridenti colline, vorrei vedere, se la serenità degli uomini è uguale a quella del cielo. Io credo che a molti la coscienza dei propri falli non lascerà gustare con pace tutte le delizie che la natura dispiega ai loro occhi.»

«Invero» gli rispose suo padre, «io non mi aspettava da te questa dolorosa lamentazione. Tu hai molto cattiva opinione degli uomini. Bisogna ben dire che nei pochi anni da che tu vivi e' t'abbiano trattato assai crudelmente, o che l'autore del libro, che senza mia approvazione tu leggevi ieri, abbia girato tutta la terra, e non v'abbia trovato altro che malvagi. Ah! figlio mio, pur troppo vi sono coloro che traviati da idee non rette o da passioni disoneste cagionano il danno altrui ed ilproprio! Ma come puoi tu averli conosciuti bene alla tua età? Bada, le apparenze sovente ingannano chi ha fior di senno, e chi ha i capelli canuti. So che nello stesso modo che una bella vernice può ricoprire un tavolino intarlato, così le sembianze del bene possono ascondere il male; ma bisogna esser cauti ed avere molta esperienza prima di convincersi di quello o di questo. La troppa fiducia e l'estrema diffidenza sono egualmente dannose. E se fosse cosa prudente giudicare dell'indole di un uomo soltanto dalle sue opinioni, comincerei a dubitare della onestà di colui che tenesse tutti gli altri in cattivo concetto. Procura che le tue azioni siano rette, fa' il tuo dovere in ogni cosa, ama il prossimo, considera quanti infelici, per difetto di educazione o per le angustie della vita umana, siano spinti contro lor voglia ad errare, e lascia ad altri la cura di condannarli. Che tu, giovane, sano, robusto, e nato nell'agiatezza, mentre sei commosso dall'amenità della campagna e dalle delizie che fanno ridente la terra, che tu compianga piuttosto coloro che non ne possono come te lietamente godere, nol biasimo. Pur troppo accanto a quei palazzi maestosi della città vi sono tante povere casucce ove gli uomini sospirano fra i dolori, fra i pericoli e fra le umiliazioni dell'indigenza; e se l'aura che tanto splendida ne circonda non reca a noi i gemiti di chi languisce negli spedali, non pertanto dobbiamo dimenticarci che laggiù vi sono i ricchi ed i poveri, i sani e i malati. Compiangi dunque la sventura innanzi di accusare la nequizia degli uomini. Il primo sentimento ti farà umano, il secondo potrebbe renderti ingiusto. Ma io ho ragionato anche troppo. Un esempio gioverà meglio a farti conoscere come spesso gli uomini siano indotti in errore dalla cattiva prevenzione e dalle apparenze. Il testimone di questo esempio è vicino. Io te lo farò conoscere oggi; ma prima è necessario che tu ne sappia la istoria.» Il giovinetto, commosso da quelle parole, coperto il volto da un lieve rossore, non aprì bocca,ma chiaramente manifestò al padre con quanto desiderio lo avrebbe ascoltato. Allora questi, lentamente salendo per la via di Fiesole, così prese a dire:

— Circa quindici anni fa viveva in una villetta qua dietro Fiesole Francesco Salvucci, che dopo aver fatto l'orefice sul Ponte Vecchio, erasi ritirato ad abitare in campagna, parte perchè la vista indebolita non gli permetteva più di lavorare, parte perchè essendosi con onesti risparmi assicurato il campamento per la vecchiaia, voleva passarla in tranquilla agiatezza. Fu egli di maniere così bisbetiche e d'indole tanto burbera, che sul Ponte gli avevano messo il soprannome di Cecco-Muso, ed ognuno a prima vista l'avrebbe giudicato un misantropo. Di poche parole, col volto severo, senza mai ridere, pareva sempre insensibile a tutto quello che gli accadeva d'intorno; e guai a chi si fosse preso con lui una confidenza! Non avrebbe torto un capello a nessuno; ma essendo risoluto, di membra tarchiate e robusto, con la sola minaccia, con la sola voce metteva paura in chicchessia. Contuttociò fu visto talora commoversi in segreto all'aspetto degl'infelici, e andare in traccia di loro per soccorrerli quando gli pareva che nessuno potesse trapelarlo. Se v'era da porgere un servigio ai suoi compagni spontaneamente e senza loro saputa, s'ingegnava di farlo; ma parendogli dover negare alcuna cosa, benchè richiesto, il suo no fu sempre inflessibile e la insistenza fortemente lo indispettiva. Era poi abilissimo nel lavorare, ed onesto fino allo scrupolo; e alla meritata mercede non sopportava fosse fatta la tara, perchè non avrebbe mai dimandato più dell'onesto; ma spesso accadeva che gli avventori non avvisati di così straordinario temperamento non volessero aver che fare con lui. Per questa ruvidezza di modi e per la parsimonia del vivere, per cui potè comprarsi la villetta che ho detto e un podere, ebbe la taccia d'avaro; ma con l'andar del tempo taluno potè accorgersi quanto ingiusta ella fosse.

Essendo scapolo, aveva in casa una vecchia per nome Umiliana, già stata al servizio del padre suo, affezionataalla famiglia, e che avendo conosciuto l'indole di Francesco, sapeva comportarsi con lui in modo da far volentieri il proprio dovere e viver contenta. E sul principio l'abituarsi a quelle maniere burbere le era costato molto, perchè il suo carattere pareva tutto l'opposto di quello del padrone, essendo ella piena di affettuosa dolcezza; ma poi s'accorse che anch'egli era umano, e più col fatto, che con le parole, usato a significarlo. Francesco poi, senza darglielo a dimostrare se non col rispetto e con la discretezza, l'amava; e così per lei il servirlo non aveva nulla che a schiavitù assomigliar si potesse. Conosciuti i di lui desiderii, che non erano molti, giacchè in tutto ciò ch'ei potè preferì sempre di servirsi da se medesimo, e inteso l'ordine da tenersi nella casa, ella era giunta a potere prevenir ogni comando; e tra loro non fu mai motivo di dissensione. Perciò Francesco, accordatale pienamente la sua fiducia, le aveva rilasciato tutta l'amministrazione domestica, non teneva nulla sotto la chiave, non ardiva nemmeno sospettare della sua fidatezza. Chi esaminava superficialmente le cose credeva che l'Umiliana da scaltra faccendiera fosse pervenuta a dominare l'animo del padrone, ed a lei attribuiva l'apparente durezza di esso. I favori ch'egli negò agl'indiscreti o a chi non sapeva meritarli, parvero divieti dell'Umiliana; e la dolcezza di questa fu creduta ipocrisia, non potendo ella, per non abusare della fiducia del padrone, mostrarsi più generosa di quello che le sue poche facoltà le permettessero. Bensì non trattennesi mai dall'indicargli qualche infelice da soccorrere, qualche giustizia da rendere: ma siccome egli faceva il bene in segreto, e, benchè fattolo per suo consiglio, non si curava di manifestarlo nemmeno a lei, mentre essa non si sarebbe vantata con chicchessia nè del consiglio nè della buona riescita, così quelle azioni caritatevoli rimanevano ignote per sempre. Ma a lei bastava che fossero fatte, nè aveva bisogno di lode o di gratitudine come stimolo a desiderare o ad operare il bene del prossimo. Tra le persone che interpretarono sinistramentela condotta e le intenzioni dell'Umiliana fuvvi il fratello minore di Francesco.

Dopo la morte del padre i due fratelli avevano continuato a stare insieme a bottega; ma presto il minore, poco amante della fatica, spensierato, chiacchierone e compagnevole oltre misura, ebbe a fastidio il maggiore che lo teneva, secondo lui, in troppa soggezione. Tuttavia Francesco lo amava, ed ammonivalo umanamente, riparando spesso agli effetti delle sue imprudenze, e pagando perfino i suoi debiti; e benchè avesse avuto frequenti ragioni di sdegnarsi della sua ingratitudine, erasi proposto di non abbandonarlo giammai. Contuttociò lo sciagurato, a istigazione dei falsi amici, e male interpretando l'indulgenza di Francesco, volle da lui dividersi di bottega e d'interessi domestici, divenir padrone assoluto del suo, ed invocò anche l'assistenza di un procuratore, dubitando forse dell'onestà del fratello. Questi, fattogli prima conoscere con brevi ma evidenti ragioni l'errore ch'ei commetteva, e trovatolo ostinatissimo nel suo proposito, lo lasciò totalmente libero del fatto suo, e non andò neppure tanto per la minuta a fine di non aver noje di tribunali. — «Così hai voluto» gli disse poi quando Enrico abbandonava affatto la casa paterna, «e così sia. Ma rammentati che nostro padre morendo ci benedisse ambedue con lo stesso affetto, e spirò raccomandandoci di vivere insieme nelle mura che ci hanno visto nascere. Noi potevamo dire d'essere ricchi perchè uniti; ma divisi, chi sa? Enrico, te lo ripeto, questo è uno sbaglio: v'è sempre tempo al rimedio. Finchè non sei uscito di qui, pel sacro nome di nostro padre, son tuo fratello, sciolgo ogni patto che il capriccio ti ha suggerito per separarci: ecco, t'apro le braccia; il mio cuore è tuo. Non vuoi? Dio t'accompagni, ma dimenticati di Francesco. Questa casa non è più nostra, nè io vi saprei vivere da me solo. Dovunque io vada, non mi cercare.» Fatto questo discorso, che fu il più lungo che mai pronunziato avesse nella sua vita, rimase con le braccia stese, pronto a stringersial petto il fratello, guardandolo con occhi fissi e amorosi; ma quegli che aveva già un piede fuori dell'uscio impaziente d'ogni indugio, incredulo a ogni protesta: «Finalmente» rispose «io sono padrone di me. Ti ringrazio, ma spero che non avrò mai bisogno d'importunarti. Amministrando il mio da me, conoscerò quanto posseggo, e saprò misurarmi.» E partissene.

Francesco allora si voltò per rasciugarsi una lacrima. Venduta la casa paterna, e fattane pervenire, secondo il fissato, la metà del prezzo al fratello, si ridusse ad abitare in un luogo appartato della città, e scrisse all'Umiliana (che dopo la morte del padron vecchio aveva voluto riunirsi alla sua famiglia in campagna), proponendole di conviver con lui come donna di casa. Ella, che non aveva più le ragioni di prima per istabilirsi in famiglia, accettò volentieri, e venne a Firenze.

Poco dopo fu vista aprire sott'altro nome sul Ponte Vecchio, e dirimpetto a quella di Francesco, una bottega d'oreficeria, messa con somma eleganza e con lusso. Il nuovo nome a grandi lettere dorate era quello d'Enrico Salvucci.

Francesco non ne mostrò rammarico nè meraviglia; fece tacere coloro che la chiamavano una soverchieria del fratello, e non cambiò l'antico aspetto della sua umile botteguccia. Vennegli poi inaspettatamente la notizia che Enrico aveva presa moglie, e fatto gli sponsali con grande sfarzo. Le male lingue andarono dicendo che Francesco aveva risposto all'invito con sdegnoso rifiuto.

In capo a tre anni la nuova bottega era chiusa; Enrico vergognosamente fallito ed in fuga; la moglie con tre figliuoli rimasta nella miseria. E i suoi parenti erano poveri; e i falsi amici del marito non si curaron di lei! — Una sera dopo la mezza notte fu picchiato alla casa di Francesco. L'Umiliana si levò, scese ad aprire, e trovò Enrico travestito, che dimandava di parlare al fratello. Essa andò ad avvertirne il padrone; ma questi, senz'altro, le rispose che era deliberato a non ascoltarlo. Enrico nellamassima disperazione proruppe in contumelie contro il fratello e contro l'Umiliana, accusando lei di questo rifiuto; e partitosi a precipizio non si fece più rivedere. Essa lo richiamò indietro amorevolmente, ma l'infelice nell'accecamento della collera non le aveva badato. La mattina stessa a buon'ora fu recata alla sua moglie una somma di mille lire. La donna che la portava era velata da una cuffia da contadina, e non volle palesare il suo nome nè quello del donatore. Un ajuto così inaspettato salvò per lungo tempo la misera famiglia dall'indigenza; finchè Enrico, fatto alquanto senno per la sventura, e spogliato d'ogni suo capitale dai creditori, entrò qual semplice lavorante nella bottega di un orefice di Livorno, e si tirò innanzi alla meglio per alcun tempo. Ma in breve gli vennero in capo nuovi capricci e nuove ambizioni, ed era tornato a combattere con le strettezze del vivere.

In quel tempo Francesco, risolutosi di lasciar la bottega e di ritirarsi in campagna, chiamò a sè un intrinseco amico facoltoso ed onesto, e pattuì seco lui di cedergli a buone condizioni la bottega e la clientela; purchè quando Enrico gli paresse corretto se lo associasse nel traffico, e conducesse le cose in modo da costituirlo a poco a poco padrone dell'antica officina della famiglia. Gli raccomandò caldamente la segretezza, e volle che tutto il merito di questo negoziato egli lo attribuisse a se stesso. L'amico, benchè gli paresse follìa una generosità usata in questo modo, pur nondimeno conoscendo il carattere di Francesco, e visto non esservi altro mezzo per fare un tal benefizio ad Enrico e alla sua famiglia, accettò l'incarico, e si governò appunto nel modo che aveva divisato Francesco.

Enrico in principio si tenne beato di così fortunata congiuntura, senza mai dubitare quanta parte vi avesse là generosità del fratello; ma non andò guari che, ribollite le antiche passioni, incominciò ad abusare del buono stato; e cresciuta la famiglia e i bisogni, perdette nuovamente il credito che per la società avuta con l'onesto amico gli era stato restituito. Nelle calamità di una condotta cosìirregolare, tornò col pensiero al fratello, e per opera d'altri fecegli palesare il suo stato. Questi, ancorchè avesse voluto condiscendere alle preghiere, non era più in grado di fare spese per lui. Nonostante, ad intercessione dell'Umiliana, e sempre con la solita segretezza, si lasciò qualche volta indurre ad assisterne la famiglia. Quindi le istanze d'Enrico presero aspetto di pretensioni, le negative di Francesco vennero attribuite al preteso sopravvento dell'Umiliana, e il dissesto degli affari di Enrico divenne sì grave, che gli si minacciava di fargli chiudere la bottega per un debito di circa mille lire. L'Umiliana lo seppe, e ne parlò al padrone; ma questi ormai stancato da tante imprudenze, le fece chiaramente conoscere che sarebbe stato irremovibile; e le impose, con una severità che con lei non aveva usato giammai, di non più nominargli nemmeno quello sciagurato di suo fratello. «Mi dispiace della sua famiglia» egli disse, «mi dispiace che la reputazione del nome di mio padre si perda sul Ponte Vecchio, ma io morirò presto; la poca roba che potrò lasciare salverà dalla miseria i nipoti; e nel sepolcro queste vanità del nome non hanno più nulla che fare.» La buona Umiliana, accortasi ormai che niuna considerazione sarebbe bastata a fargli mutare proposito, aspettò che fosse venuta l'ora del riposo; e lasciato il padrone, che soleva andare a letto sollecitamente, corse tosto nella sua cameretta.

È comune ambizione delle massaie l'avere un bel vezzo di perle, che esse considerano quale ornamento da non poterne far senza, e capitale opportuno a provvedere a qualche gravissima necessità nel corso della vita. Un economo assennato consiglierebbe di mettere a frutto in una cassa di risparmio o con qualche altro sicuro modo quel capitale, che senza rimaner morto, come suol dirsi, o infruttifero per molti anni, verrebbe a raddoppiarsi e a triplicarsi, e riescirebbe più utile al possessore ed agli altri. Ma ad una donna, che per molte buone qualità si rende utile in una famiglia, chi vorrebbe negare quest'onestasoddisfazione? E chi sa che quel desiderio acquietato non ne risparmi talora tanti altri più discreti, ma che messi insieme costerebbero più di quello?

Tornando all'Umiliana, sarebbe impossibile descrivere quante veglie di lavoro, quante privazioni, quante industrie, sebbene tutte oneste, le fosse costato il mettere insieme un cento di scudi per comprarsi quel vezzo che ella soleva poi mettersi al collo per le pasque soltanto. Indi il padrone le aveva regalato due o tre anelli di qualche valore; e poi, quantunque spesso di molta parte del suo salario facesse elemosine, non pertanto erale riuscito di mettere assieme un dugento di lire per sostegno nella vecchiaia. Senza indugio adunque ella raccolse le gioie e il denaro, e postasi in via per Firenze, andò subito in traccia di un vecchio procuratore, che spesso era stato rammentato e lodato per la sua onestà dal padrone. Il procuratore che per la lacrimevole grave età s'era quasi allontanato dai tribunali, non teneva più studio aperto la sera, e a quell'ora tarda dormiva. Ma l'Umiliana si raccomandò tanto alla serva, e mostrò così gran premura di parlargli per un affare, com'ella diceva, di molta urgenza, che quella credè bene di svegliare il padrone, uomo in fondo di buona pasta; ed egli infatti non le ne fece rimprovero. Venuto ad ascoltar l'Umiliana, questa gli manifestò brevemente lo stato deplorabile in cui si trovava Enrico Salvucci orefice di sul Ponte Vecchio, a lui già noto per le cose innanzi accadute; gli parlò del sequestro; e consegnatogli vezzo, anelli e monete, lo pregò di volerlo, col valsente di quella roba, liberare da tanto disonore. Se fossero mancate poche lire sperava che Enrico avrebbe potuto supplirvi; se ne fossero avanzate, diceva al procuratore le ritenesse, che una volta o l'altra sarebbe venuta a riprenderle. «Va benissimo,» rispose il procuratore meravigliato, dopo averle lasciato dire ogni cosa; «ma a nome di chi ed a quali condizioni debbo io liberare il Salvucci da questo intrigo?» — «Se potesse farlo» rispose la vecchia «a nome del Salvucci medesimo, tantomeglio. Se la intenda con lui....» — «Ma ed al Salvucci» interrompeva quasi impazientito il procuratore, «chi debbo io nominare? Chi siete voi?» — «Io?» soggiunse l'Umiliana «io chiedo a V. S. questa carità, perchè non voglio essere conosciuta.» — «E per assicurare il vostro credito, e per la restituzione, come volete che si faccia?» — «Restituzione? Oh! non intendo mica di fare un imprestito. Il Salvucci deve considerarli come suoi questi denari, ed a lei raccomando il segreto.» Il procuratore inarcando maggiormente le ciglia se le fregava, toccava il tavolino, e guardava intorno intorno la stanza per assicurarsi d'essere sveglio, perchè gli pareva di sognare. Indi preso a parlare sommessamente con dolcezza, e accostatosi alla vecchia con una specie di venerazione: «Ed io» le disse «non debbo saper chi siete?» — «Se vuol saperlo» rispose la vecchia arrossendo, «glielo dirò; ma siccome per quest'affare desidero di rimanere incognita, così non saprei che cosa potesse importarle il nome d'una povera vecchia.» — «Ed io rispetterò il vostro segreto!» soggiunse allora tutto commosso il procuratore; «ma bisogna che voi abbiate di grandi obbligazioni al signor Salvucci; e spero che quest'azione voi la facciate spontaneamente, senza esservi indotta da scrupoli, da timori.... Scusate se vi fo questi discorsi, perchè gli affari d'interessi son molto delicati. E voi dovete averci pensato bene. Dall'avere al non avere un migliaio di lire v'è molta differenza per tutti. Non mi pare che voi dobbiate esser ricca, e forse potreste avere dei parenti che più del Salvucci meritassero i vostri aiuti... Insomma, se presto mano a questo negozio lo fo sulla vostra coscienza, con la certezza che non abbiate a pentirvene mai....:» e varie altre cose le disse, indottovi dalla nuovità dell'avvenimento. La vecchia un poco meravigliata rispose: «Io a questa età non ho più parenti prossimi; i lontani non li conosco di persona, ma so che non son poveri. E poi questa roba è mia, messa assieme a forza di lavoro a tempo avanzato. Per grazia del cielo non mimanca il pane, e ad ogni modo sono ancora buona per lavorare e guadagnarmelo. So che il signor Salvucci si trova in queste miserie, ed ha una famiglia numerosa. Questa roba per me è superflua....» — «E se il Salvucci» continuò il procuratore «non avesse altrimenti bisogno di questo aiuto, o che una volta accomodati i suoi affari volesse restituire la somma e le gioie, come dovremmo fare?» — «Io avrò modo di saperle queste cose» rispose, «e verrò allora a consigliarmi con V. S. Ma in conclusione fin d'ora sono risolutissima a donare questi oggetti per sempre, e non ho paura di dovermene pentire.» — «Ebbene! Così sia» esclamò il procuratore. «Farò di servirvi come bramate. Sapete voi scrivere?» — «Signor no.» — «Aspettate che vi faccia una ricevuta....» — «Per me non importa davvero; e poi ho bisogno di tornar via. Se ha la bontà di lasciarmi andare....» — Il procuratore che aveva preso la penna ed il foglio, rimase estatico, e non seppe trovar modo di trattenerla. La vecchia nel congedarsi gli raccomandò di nuovo il silenzio, ed egli con esclamazioni interrotte l'accompagnò fino all'uscio di strada, rimase lì fermo con la lucerna in mano a vederla partire, e tornando a letto esclamò: Prima di morire ho veduto anche questa!

L'Umiliana con lo stesso animo deliberato con cui era venuta a Firenze, tornavasene per la via di Fiesole alla villetta, ed era contenta del fatto suo. La teneva in una certa ansietà il dubbio che il padrone svegliandosi, contro il suo solito, avesse avuto bisogno di lei, e chiamandola invano, si fosse insospettito di qualche disgrazia. Questo timore le metteva le ali ai piedi; e finalmente giunse a casa trafelata e così piena di stanchezza e di sudore, da acquistarne un mal di petto mortale se non fosse stata sanissima. Vi entrò piano piano, andò in punta di piedi a sentire se il padrone dormiva; e assicuratasi pienamente che niun disturbo era nato nella sua assenza, alla fine anche essa andò a riposarsi. Il procuratore adempiè il giorno dopo la commissione avuta, ed Enrico non sapendoin sulle prime a chi attribuire il benefizio, spensierato com'era, non vi riflettè sopra gran fatto, nè fece proposito di governarsi nel futuro con più giudizio per non abusare della Provvidenza.

Il procuratore per l'autorità della vecchiezza e della buona riputazione di cui godeva, si arrischiò a fargli una paternale amorevole: Pensasse che quel servigio venivagli reso in contemplazione principalmente della sua famiglia; che al certo era un fatto straordinario che non sarebbe mai più accaduto; e che doveva rendere conto a Dio dell'occasione sì opportunamente offertagli di riparare all'estrema ruina della sua casa.... Come l'acqua chiara spruzzata nel muro, asciutta che sia, non lascia di sè alcuna traccia, così quel discorso uscì presto dalla mente d'Enrico, ed ogni buon proposito fatto dopo di esso andò in fumo. Quindi non passò molto tempo ch'ei si trovò di nuovo a sopportare le triste conseguenze della sua dissipazione, e a dover ricorrere, per sostenersi, ad espedienti poco decorosi che erano per condurlo a maggior precipizio di prima.

Poco dopo Francesco, assalito improvvisamente da un colpo apopletico, morì in cinque giorni; pensa con quanto dolore dell'Umiliana! La povera donna rimase tanto sbalordita dall'inaspettata disgrazia, che non potè mai ricordarsi che cosa fosse accaduto nei due o tre giorni consecutivi. Di questo solo ha memoria, ch'ella si vide consegnare alla presenza di due persone un rotolo di monete da un tale che le disse aver così disposto nel suo testamento il defunto padrone, e che le impose di fare una croce sotto un lungo foglio, a guisa di ricevuta, e di raccogliere sollecitamente la sua robicciòla per dar posto agli eredi. Ella obbedendo come una macchina, e sempre seguita dalle due persone, fece il fagotto dei pochi panni che aveva; prese la rocca e il filato, e fu accompagnata fuori dell'uscio. Fatti due o tre passi, se lo sentì chiudere alle spalle. Non si voltò perchè l'animo non le bastava; e quando lo avesse fatto, non avrebbe potuto scorgerealcuna cosa, perchè aveva perduto il lume degli occhi. Quindi non potè andare oltre, e si assise sopra un muricciòlo appoggiando la testa sopra il fagotto. In quel momento di spossatezza delle membra, l'Umiliana non aveva nella sua mente un pensiero fatto; ma si sentiva una sì strana confusione d'idee che pareva le dovesse togliere il senno. Aveva pianto assai per la morte del padrone; ma non potè versare lacrime in quell'amaro ed inumano congedo. Si sentiva un nodo che le toglieva il respiro, e le faceva gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Stata alquanto, senza che nessuno la vedesse, in quell'attitudine, in quel martirio, si sentì chiamare per nome da una voce nota, si scosse, e videsi davanti un giovine, il figlio maggiore del contadino, che incrociate le braccia sul petto, la guardava con aria compassionevole e sdegnosa ad un tempo. Appena accortosi di essa gli dava retta, le disse con sollecitudine e sotto voce: «Umiliana, è meglio che andiate via subito per ora. Volete che vi conduca dalla mia zia che sta a Fiesole? Andiamo, il fagotto ve lo porterò io»; e, presolo, le dava aiuto per alzarsi. Indi sorreggendola la menò dietro casa per un viottolo scosceso, che scendendo e poi risalendo tortuosamente riusciva in Borgunto lungi un miglio e mezzo dalla villetta. Quando furono a mezza strada in un luogo ombroso e celato, il giovine contadino: «Ora potete riposarvi» le disse, «qui non saremo veduti.»

L'Umiliana si lasciò andare a sedere sopra un arginetto, e guardando il suo compagno, credè vedergli gli occhi rossi e umidi di lacrime. Allora dette in un pianto nascondendosi il viso tra le mani; e quella canizie addolorata fece fremere di generoso sdegno tutte le fibre del giovine. «Sciagurati!» egli esclamò «cacciarvi di casa in questo modo! minacciar noi di licenza se vi avessimo raccolta!» — «Ma che ho io fatto?» gridò allora l'Umiliana alzando al cielo il volto e le mani. — «Vi accusano» rispose il giovine «d'aver messo su il padrone ad esser inumano coi suoi parenti; d'esservi arricchitaalle sue spalle; d'averlo indotto a dare a voi ogni cosa. Credevano di trovare i sacchi dell'oro, e dicono che voi gli avete levati di casa prima che egli morisse.... Iniqui! lo so io il cuore che avete. Ma, se Dio fa che una volta o l'altra!...» e batteva i piedi minacciando con la mano, come se facesse un proposito di vendetta.

L'Umiliana cessando di piangere s'alzò allora con atto dignitoso, interruppe le parole del giovine, e stringendogli la mano e fissandogli nel volto gli sguardi accesi d'amore: «Buon giovine» disse «Iddio non ti farà venir mai feroci pensieri. Se vi sono dei colpevoli, lascia a Lui la cura di far giustizia. S'ingannano; ma non avviliscono me. Nè io sono infelice per colpa loro. Andiamo; il male che fanno a se stessi è molto maggiore di quello che credono di dover fare a me. Compatiscili. Andiamo dalla tua zia; la conosco, e ti ringrazio di avermi suggerito questo ricovero.» Così, come se le fossero tornate le forze della gioventù, si pose innanzi nella via, e il contadino appena le teneva dietro col suo fagotto.

In un attimo giunsero in Borgunto. La buona donna che cercavano era sull'uscio a filare. A quell'arrivo essa fece le meraviglie, voleva sapere il che ed il come; supponeva già quello che era stato, e si abbandonava alle lagnanze, alle accuse insieme col nipote. L'Umiliana confortandola ad aver pazienza, le chiese ospitalità, e fu accolta con grande affetto. Il giovane accarezzato dalla zia e dall'Umiliana tornò sollecitamente al podere, temendo di recar danno ai suoi se si fosse scoperto il pietoso ufficio ch'egli aveva usato con la massaja di Francesco.

Le due vecchie tosto si trovarono contente di vivere insieme; e l'Umiliana si studiò di moderare i lamenti loquaci che la compagna faceva sull'accaduto, e d'impedire che la fama ne corresse per tutti i casolari di Fiesole.

Ritrovandosi nella tasca del grembiule il denaro che le era stato consegnato quando fu cacciata di casa, tornò a versar qualche lacrima, e sulle prime le era venuto voglia di rifiutarlo; ma pensando poi che poteva essere un attod'orgoglio, e che infine quel denaro era un ricordo del suo padrone, benedicendone la memoria, baciò l'involto e se lo pose in seno. Infatti non le fu inutile, poichè la povera vecchia pel dolore delle passate avversità e per la sforzo che aveva fatto nel sostenerle, fu assalita da una sfinimento straordinario, non potè più lavorare, e si allettò. La sua compagna faceva di tutto per bene assisterla; il giovine contadino alla sfuggita la visitava frequentemente, si prendeva cura che il medico vi andasse ogni giorno, e spesso correva a Firenze per averne le medicine più fresche. Ma l'Umiliana vedendosi assalita dalla febbre e minacciata da una malattia molto lunga, non potè più sopportare che la sua compagna ne avesse tanto disagio, e volle assolutamente farsi condurre allo spedale. Questa dispiacque assai all'altra vecchia ed al suo nipote; ma non vi fu esortazione che valesse a farle mutare proposito.

Erano già due anni che l'Umiliana viveva nello spedale, migliorata, ma sempre debole. Trattavano di mandarla nell'ospizio delle invalide, ed ella era ormai tranquillamente rassegnata a finire la vita in un letto non suo. Nel giorno di Sant'Egidio lo spedale si adorna a festa, e s'apre al pubblico. I parenti e gli amici dei malati vanno allora a far visite od a recare i loro poveri donativi; i curiosi in gran numero accorrono a vedere, a passeggiare per le corsie. Le porte e le finestre tutte spalancate, il trambusto del camminare e del discorrere, la polvere sollevata da tanti piedi, l'indiscretezza degli osservatori oziosi, non poco danno cagionano alla salute e allo spirito dei malati. In detto giorno quel luogo di patimenti par divenuto un convegno di gente folle e spensierata. Accanto al letto di uno che geme per acuti dolori, che sente di dover morire tra poco, si ride e si strepita. E coloro che fra tanta moltitudine non vedono fermarsi al loro letto nè un parente nè un amico, mestamente sopportano gl'indiscreti sguardi della folla che va e viene e s'incalza.

Il vecchio procuratore, al quale l'Umiliana aveva portatoil suo vezzo, passando a caso di sulla piazza dello spedale, e vedendovi tanto concorso di gente, ebbe voglia anch'esso d'entrarvi, e pose il piede nella corsia delle donne; ma urtato dalla gente, e indispettito dall'inumano subbuglio, era per uscirne con sollecitudine, quando nel rasentare uno degli ultimi letti videvi una vecchia con una fisonomia che non gli parve ignota. Le stava al capezzale un giovine contadino guardandola in silenzio con aria mesta e rispettosa, e la vecchia, tenendo in lui fissi gli sguardi pieni di dolcezza, pareva cavarne conforto in mezzo al nojoso frastuono.

Soffermatosi alquanto, e studiandosi di raccogliere le sue idee, non tardò a rammentarsi della benefattrice del Salvucci che gli aveva lasciato di sè una profonda impressione. Si accostò subito a lei, e le domandò con buon garbo se lo riconosceva. L'Umiliana, guardandolo bene, non potè nascondere un atto d'ammirazione, esclamando: «Oh! è lei, signor dottore?» Ed egli dal canto suo scuotendo la testa e rovesciate le mani: «Che feci io a darvi retta! Voi allo spedale? E ora non vi pentite della vostra generosità?» — «Oibò, le pare?» soggiunse ella tranquillamente. «A ogni modo sarei malata; e per me nello spedale o in casa è lo stesso. Io non ci pensavo più, ed ora che ci penso, benchè mi trovi in questo stato, tornerei a fare quello che ho fatto.»

Il procuratore non si poteva persuadere della impassibilità della vecchia; proruppe in alcune esclamazioni inarcando le ciglia e restringendosi nelle spalle; e finalmente: «Ma ora» disse con enfasi, «ora poi non mi potrete obbligare al segreto. Oh! sono in dovere di pensarci sul serio. Non è giusto che altri goda la vostra roba, e che voi siate qui a tribolare... No, non è giusto....» ripetè più volte senza badare alle esortazioni dell'Umiliana che si raccomandava perchè tacesse, e considerasse che ormai era vecchia, che preferiva morir tranquilla, che sarebbe stato inutile.... Il procuratore non intese ragione; prese per un braccio il contadino che al suo giungeres'era alzato e moriva di voglia di metter bocca in quello strano colloquio, e trattolo in disparte, fuori dello spedale, incominciò ad interrogarlo sulla vita di quella vecchia che per lui era una persona misteriosa. Il giovine, accorto com'era, benchè non sapesse nulla dell'affare del vezzo e di tante altre buone azioni dell'Umiliana, tuttavia potè somministrargli molte notizie, e ne parlò con uno zelo sì affettuoso, che il procuratore giunse a raccapezzarsi di tutto, e prese la cosa in sul serio.

Andò allora subitamente a ricercare del Salvucci, e gli chiese conto della massaia del morto fratello. Questi sulle prime imbarazzato di tal dimanda, incominciò poi a manifestare il concetto in che la teneva, attribuendo a lei molta parte delle sue disgrazie, mostrando insomma tutta l'avversione che gli svegliava la sua memoria. Figurati se il vecchio procuratore rimase sdegnato di quei discorsi! immaginati con quanta eloquenza e con quali evidenti riprove potè disingannare quell'uomo sventurato ed ingiusto! Rammentatogli quindi l'indegno modo col quale fu scacciata l'Umiliana dalla villetta di Fiesole e lo stato lacrimevole in cui si trovava nello spedale, giunse a commoverlo, a farlo pentire della sua mala prevenzione e dei suoi falli....

Ma il Salvucci non era più in grado di rimediarvi. L'eredità del fratello era andata in fumo; un nuovo e più irrimediabile fallimento lo aveva ridotto a perdere per sempre la bottega; insomma era di nuovo costretto a far da semplice lavorante nella bottega altrui per campare a fatica la sua famiglia! Le molte sciagure cagionategli dalla sua scapestratezza lo avevano corretto, ma troppo tardi. Tormentato dai rimorsi, avvilito dal rossore, faceva compassione. Il procuratore si pentì quasi d'avergli svelato quel segreto, e confortandolo a sostenere pazientemente le conseguenze dei suoi errori, lo lasciò in pace, e lo assicurò che avrebbe trovato modo di togliere l'Umiliana dallo stato miserabile in cui si trovava.

Il buon procuratore, tornato a lei, si pose a spiegarlea poco per volta l'inganno nel quale era stato il Salvucci sul conto suo, il pentimento d'averla per tanto tempo giudicata sì male, il rammarico dell'indegno modo con cui l'aveva trattata, la gratitudine del ricevuto benefizio, e il desiderio ch'ella potesse passare meno male i giorni che le restavano da vivere su questa terra. Per non affliggerla inutilmente, le tacque i nuovi falli e la misera condizione del Salvucci; e tutto quel bene che fece e che prosegue a fare per lei, le lascia credere che derivi dalle premure dello stesso Salvucci. Così la buona Umiliana, oltre al sapere che quello sciagurato e la sua famiglia si sono ritrattati della cattiva opinione in che la tenevano, non ha il dolore di supporre affatto inutili i suoi patimenti e la sua generosità; e, se mai lo avesse desiderato, gode il piacere della gratitudine.

Invece adunque di esser posta tra le invalide, si vide per le premure del procuratore ricondotta a Fiesole in un'altra casetta (poichè la zia del contadino era morta), ed ivi custodita amorevolmente da una famiglia di oneste persone: giunta all'età di novantacinque anni, aspetta in pace l'ultim'ora della lunga e travagliata sua vita. Vero è che non può più lavorare, ha i sensi dell'udito e della vista indeboliti moltissimo, nè da se sola si muove, e chi la vedesse per poco tempo la crederebbe assopita nel letargo della decrepitezza. Ma sovente ella dà indizio di ben conservare la memoria del passato, dimostra un tenero affetto per coloro che l'assistono, e le poche parole che proferisce sono sempre sensate e spesso ripiene di buone massime. — Noi siamo già vicini alla sua casa. Oh! vedi tu? L'Umiliana è seduta presso l'uscio, a godersi il sole, che i vecchi con tanto desiderio ricercano.

Il giovinetto ed il padre suo si soffermarono alquanto in lontananza per contemplarla. Il primo con silenzio rispettoso ne esaminò minutamente tutta la persona. Essa aveva conservato molti capelli che erano di splendida candidezza, e due folte ciocche tirate indietro le ornavano la fronte spaziosa; poche rughe le solcavano la faccia, ovetraspariva l'espressione piuttosto del sorriso che della malinconia; gli occhi erano socchiusi, ma dalle ciglia canute traspariva il fulgore della pupilla sempre vivace; uno scialle bianchissimo le chiudeva accuratamente la gola, e nel rimanente del vestiario appariva una scrupolosa lindura. La sua presenza dimostrava insomma una dignità riposata, che moveva a venerazione insieme e ad affetto. E (cara cosa a vedersi) le scherzavano intorno due fanciullini ed un ragazzetto. Questi ripone vasi ora dietro un murello, ora dietro il tronco di un albero o nel fossetto davanti alla siepe. I fanciullini gli si accostavano piano piano, ed appena scortolo rizzarsi e minacciare di rincorrerli, fuggivano essi con acuti gridi e con liete risate a ricoverarsi tra le ginocchia dell'Umiliana, la quale ponendo le mani sul loro capo e sulle loro spalle, mostrava di difenderli dal ragazzo. Quella corrispondenza tra la vecchiaia compiacente e l'infanzia festosa svegliava dolcissima tenerezza. Infine il padre si appressò all'Umiliana, e salutandola per nome: «Eccomi tornato a rivedervi» le disse: «mi riconoscete voi?» — «Gnorsì» rispose, dopo averlo guardato ben bene. «Magari se la conosco!» E della destra si faceva schermo al sole per vedere meglio il giovinetto che le stava davanti. — «E questa volta non son solo» aggiunse il padre. «Ecco qui il mio figliuolo, che anch'egli vuol far conoscenza con voi.» — «Oh! volentieri;» esclamò ella «ma durerà poco. Io presto anderò lassù,» e additava il camposanto sul declive della collina. — «Io spero che ci potrete rivedere più volte» seguitò il padre «e che voi non gli negherete qualcuno dei vostri buoni consigli. Ecco qui, egli è vicino a entrare nel mondo, ed io sto in pensiero per lui.» La vecchia scotendo la testa! «Io consigli?» diceva «non posso darne davvero: ma questo» e toccava il cuore del giovinetto, «questo li dà i buoni consigli a chi lo vuole ascoltare:» — «Voi sapete quanti cattivi si trovano. Quello che io temo è il loro esempio pernicioso.» — «I cattivi!... io già non posso dire che siano tanti; ma i cattivi stanno dasè, quando non trovano chi li somigli.» — «Ma non sempre si discuoprono. Qualche volta l'ipocrisia....» — «Ho udito dire che chi fa e chi pensa il bene non rimane ingannato dalle apparenze.» Dopo alcune altre poche parole, il padre ed il giovinetto si congedarono dall'Umiliana, e questi commosso le voleva baciar la mano, ma l'Umiliana se le nascose ambedue sotto il grembiule e abbassò il capo sul petto. I fanciulli che al loro arrivo s'erano allontanati, vennero fuori a guardar dietro come estatici, finchè la voltata della strada non li nascose ai loro sguardi.

Il giovinetto dopo quel racconto e dopo quella visita si sentì più affezionato ai suoi simili, e ne ricavò qualche buona norma per meglio giudicare degli uomini.


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