PARTE SECONDAIl Dovere.

Fra le molte famiglie che in Lombardia arricchirono considerevolmente dopo le disastrose peripezie del 1848, una ve n'ha in Milano, la quale oggigiorno può competere, in fatto di dovizie, col patriziato più illustre di censi. La voce del popolo, che è voce di Dio, attribuisce a questa famiglia un patrimonio di cinque o sei milioni. — Al fortunato capitalista noi daremo un nome di nostra invenzione — lo chiameremoil signor Lorenzo De Mauro, senza defraudarlo di queldepretensioso, che egli stesso volle assumere in una giornata di riabilitazione e di buon umore. — Cosa era il signor De Mauro prima del 1848? — Bisogna discendere molto basso per rintracciarne l'origine — noi non ci daremo la pena di calcare tutto il fango pel quale ha dovuto trascinarsi questo oro che oggi rifulge sulle alte cime della società. — E d'altra parte, a che gioverebbe? — Si tratta di un uomo ricco, di un uomo divenuto potente, che dà pane a tanti artisti, che presta danaro a tantisignori poveri, che ha regalato un pallio alla chiesa parrocchiale, che fuori di Milano, nel paesetto ove possiede, ha promesso di rifabbricare a sue spese il campanile. — Non si domanda il passato ad un presente così luminoso — e quand'uno osa farlo, tutti in coro rispondono: «che importa?... sì... forse.... ma pure... la invidia... la calunnia...» Noi dunque ci limiteremo a dire di questo passato solo quel tanto che importa all'intelligenza del nostro racconto.

La fortuna del De Mauro cominciò — per quanto dicono — con delle speculazioni sulla carta bollata. Questa istoria ha dello inverosimile. Più tardi vennero gli approvvigionamenti militari — poi gli appalti per la costruzione di alcuni fortini, quindi, in occasione della battaglia di Novara, il noleggio dei mezzi di trasporto, e di nuovo la fornitura delle vettovaglie all'esercito austriaco. — Dotato di molta avvedutezza e di poca coscienza, il De Mauro cominciò per bene la sua carriera. I tedeschi furono contenti di lui, ed egli naturalmente di loro — così, di appalto in appalto, il nostro uomo raggiunse la meta invidiata — divenne milionario. — Non spetta a noi rivedere le partite arretrate per verificare l'esattezza dei bilanci — poichè il governo austriaco fu pienamente soddisfatto!.... E d'altra parte, non è forse vero ciò che dicono molti, che i fornitori d'armata hanno mille occasioni di rubareonestamente? — La maggiore o minore onestàrisulta dall'esito. Fatevi fucilare sul campo, e siete fior di canaglia; uscite salvi ed illesi coi vostri milioni, e avrete fama di industriale avveduto. L'onestà degli speculatori si misura a questa bilancia.

È ben vero che in sulle prime — all'improvviso bagliore delle nuove fortune — il popolo mormora e qualche volta calunnia. — Ma il signor De Mauro, co' suoi milioni, oppose una barriera alle dicerie di quell'infima classe donde era uscito. Un'altra società, un altro mondo si apriva per lui. — Egli sapeva che questa società doppiamente maligna, ma frivola altrettanto, che questo mondo avverso ai nuovi arricchiti, ma altrettanto facile alle transazioni, si poteva agevolmente conquistare e dominare colla servilità e coi favori. Stese la mano timidamente ai più prossimi — strisciò nelle anticamere, fu prodigo di inchini ai potenti. Qualche persona dirangocominciò arestituirgli le visiteentrando nel suo palazzo per la porticina — più tardi il portone si aperse per tutti. — Ecco un uomo riabilitato, un uomo influente, un uomodi considerazione— Era egli felice? — Una stolta domanda — e voi che la proponete, osereste asserire di esser felici? — Quella porzione di male che si aggrava su ciascun individuo della specie umana, pel signor De Mauro era la coscienza del suo passato, era il non esser capace di dimenticare egli stesso ciò che la società, per lo meno in apparenza, aveva potuto dimenticare. Da ciò una inquietudine vaga, una perpetua diffidenza. Non osava persuadersi che qualcuno gli fosse amico. Un'occhiata meno franca lo metteva in sospetto — un freddo saluto lo irritava come un insulto. Odiava senza ragione. Delle voci sinistre giungevano qualche volta al suo orecchio, lo assalivano di fianco come pugnali. — Dopo la riscossa del 1859 passò dei giorni affannosi — il suo contegno divenne più umile, tentò sulle prime di eclissarsi. Nel fondo del cuore egli deplorò come propria sventura la cacciata degli austriaci — e nondimeno fu tra i primi ainalberare la bandiera nazionale sul terrazzo della sua casa, e a versare delle somme cospicue a pro della patria. — Erano le elargizioni della paura — ma il contante produceva un benefizio reale — il nuovo governo e il buon popolo accettarono quei tributi generosi come prove di patriottismo. — Nullameno — ci duole il dirlo — il signor De Mauro non cessò mai di rimpiangere segretamente i tedeschi. Le trepidazioni della sua coscienza erano meno sensibili prima del 1859 — ed ora, la libertà della stampa, ciò che egli chiamava la sfrenatezza del popolo, costituivano per lui una minaccia perenne. Senza questa minaccia, egli poco o nulla si sarebbe preoccupato delle nuove condizioni politiche del paese, fors'anche avrebbe diviso sinceramente le gioie della patria redenta nel solo senso che per lui era possibile: «governo nuovo, risorse nuove!»

Per completare questo personaggio che avrà pochissima parte nel nostro racconto, ma che pure ne è in certo qual modo la causa efficiente, non ci resta che aggiungere alcuni particolari intorno ai suoi rapporti di famiglia.

Nell'anno 1847, quando era povero e incerto tuttavia del proprio avvenire, il signor De Mauro condusse in moglie una vedova di circa venticinque anni, la quale gli portava in dote una rara bellezza, un cuore di angelo e circa seimila lire fra danaro e masserizie. A quell'epoca, pel De Mauro, era un matrimonio di speculazione; quelle seimila lire dovevano costituire la prima base della sua fortuna.

Sarebbe malignità soverchia attribuire all'influenza di quel piccolo capitale l'affezione che il signor De Mauro portò sempre alla moglie. Egli non cessò mai di amarla anche in mezzo al tumulto degli affari ed al tripudio affannoso delle ricchezze. Si chiamava Serafina. Una donna di spirito mediocre, docile e mansueta come un agnello. Dopo aver condivise le angustie e le agitazioni del marito negli anni più disagiati,quella rapida e abbagliante prosperità che dal 1848 in appresso si era veduta sviluppare intorno a lei, le pareva miracolosa. Ne era quasi sgomentata — e quegli ingenui sgomenti formavano la gioia del marito. Il signor De Mauro, nelle sorprese di sua moglie, in quelle enfasi di maraviglia che toccavano i confini della paura, gustava doppiamente i propri trionfi. Egli era il giuocatore di prestigio che dopo aver gettata nel bossolo una moneta di rame, ne fa uscire gli scudi a centinaia fra lo stupore e l'applauso del pubblico. Per il signor De Mauro il pubblico era la moglie — la buona Serafina vedeva l'oro moltiplicarsi, crescere la agiatezza, e sempre, all'annunzio di nuove fortune, rideva e tremava per impeto convulso. Qualche volta, fissando nel marito i suoi grandi occhi pieni di spavento, ella non poteva trattenersi dallo esclamare: saresti tu mai il diavolo!... A tali parole il marito si sentiva rapire dalla gioia. —

Abbiamo schizzato due ritratti e due biografie. Ma il signore e la signora De Mauro, come già avvertimmo, non prenderanno molta parte nella breve storia che siamo per riferire. — Vi è un giovane di ventidue anni in questo palazzo costrutto coll'oro degli appalti e delle forniture militari, un giovane che è passato per tutte le fasi delle fortune paterne senza quasi avvedersene, che sarà un giorno l'erede di uno dei più cospicui patrimonii di Milano, ed è, cionnullameno, infelice, noiato della vita e cupamente misantropo. Un bel giovane dai capelli bruni, dallo sguardo profondo, dal labbro ardente, adorato dai genitori, stimato dagli amici, desiderato nei circoli della società più eletta. Eppure il figlio del signor De Mauro non brilla fra gli eleganti di Milano, rifugge dai convegni brillanti, vive quasi isolato. In famiglia, rare volte si abbandona a quelle espansioni confidenziali che una madre affettuosa, una tenera madre qual è la signora Serafina, avrebbe diritto di attendersi dall'unico figlio. — Qual è il segreto di questa tristezza che ogni giornoprogredisce in un cuore di ventidue anni? — Noi lo sapremo fra breve. È tempo oramai che i nostri personaggi si mettano in azione, che prendano a rivelarsi da sè medesimi.

Una sera, in sul finire del maggio 1866, si trovava adunata nel medesimo gabinetto — ciò che avveniva rare volte — tutta la piccola famiglia — La signora Serafina era intenta a ripassare delle lingerie — Ella non aveva mai potuto rinunziare alle abitudini casalinghe de' suoi anni meno fortunati — Il signor De Mauro leggeva laGazzetta di Milano— e tratto tratto levava la testa dal giornale per lanciare una occhiata fuggitiva a suo figlio che, in quella sera, pareva di umore assai tetro.

— Ebbene? non ci dici nulla, Edoardo! Come hai passata la giornata? — domandò la signora Serafina al figliuolo.

— Come al solito! — rispose il giovane a voce bassa; stamattina ho lavorato un poco nel mio studio da pittore... poi verso le due sono uscito..,

— A cavallo?...

— No... sono andato a piedi fino alla stazione della ferrovia... Quest'oggi partivano per Como più di duemila volontari...

— Ah!... tu pure ti trovavi alla stazione, Edoardo! — disse il signor De Mauro, interrompendo la lettura. — Non ti ho veduto... Ti avrei ricondotto colla mia carrozza...

— C'era tanta folla!... rispose il giovane sbadatamente senza volgere gli occhi a suo padre.

— È vero! c'era mezzo Milano... per vedere quei bei... mobili! Che faccie quegli alessandrini... quei greci...! gente da far paura! tutti armati di coltello... e direvolver... Parevano assassini!

— Eppure... a quanto dicono... sono tutte persone...

— Persone...? sentiamo un poco... Edoardo!...

— Persone rispettabili e degne di ammirazione!esclamò il giovane con accento vibrato — essi hanno attraversato il mare e sono venuti ad offrire il loro braccio all'Italia, a far arrossire quei pochi italiani che, giovani com'essi e vigorosi, rimangono qui a poltrire nell'ozio e ad almanaccare sui dispacci dell'Agenzia Stefani!

Il signor De Mauro fissò nel giovane due occhi quasi atterriti. L'enfasi di quelle parole gli avevano rivelato ciò che egli da parecchie settimane tremava sempre di dover intendere. La buona Serafina intervenne fra padre e figlio.

— Oh! sicuro... Edoardo ha ragione... Li ho veduti anch'io quei bravi giovani... l'altro ieri... quando sono arrivati... Non è poco sacrifizio... venire da paesi così lontani e dicono... a loro spesa... per combattere contro i tedeschi... e sarebbe proprio vergogna se i nostri...

— Non c'è questo pericolo, mamma — riprese Edoardo con accento più mite — quest'oggi, anche dei nostri ne partivano più di due mila... e altrettanti ne partirebbero domani, se il Governo non avesse creduto bene di sospendere gli arruolamenti per la esuberanza degli accorsi... Ma quanto prima... dicono il cinque giugno... si ricomincerà da capo...

— E tutti quelli — riprese la signora Serafina — tutti quelli che amano la patria, e che sono abbastanza robusti da poter resistere alle dure fatiche del campo... faranno senza dubbio il loro dovere!...

— E lo faremo tutti, il nostro dovere! — esclamò il signor De Mauro con una voce che indicava il proposito di conciliarsi la benevolenza e l'ammirazione di suo figlio. — Noi abbiamo già dato cinquecento lire per le famiglie povere dei contingenti — d'altre cento lire ho disposto per quelli fra i nostri giovani di studio che sono partiti per il campo e saranno per ritornarne colla medaglia del valore militare — Se tu credi, Edoardo — sentiamo un poco il tuo parere — sai... del denaro non ce ne manca... è roba tua... e puoi farne liberamente quell'uso che credi migliore... Dobbiamo stabilire una piccola rendita vitalizia a tutte le vedove e le madri dei nostri coloni, le quali avessero a perdereil marito od il figlio in queste ultime battaglie della patria?

— Tu sai bene che quando si tratta della patria...

— Ebbene... sì! faremo anche questo sacrifizio... cioè... tu, Edoardo... Alla fine... come dicevo... è roba tua... E faremo stampare sui giornali... che il signor Edoardo De Mauro...

— Questa ci mancherebbe! — esclamò il giovane con accento di sentita ironia — Stampare nei giornali che il signor Edoardo De Mauro, un giovinotto di venti anni, sano, robusto, addestrato al maneggio delle armi, ha voluto esimersi dal suo obbligo di prestare il braccio alla patria... costituendo una pensione vitalizia in favore di quei poveri contadini che sono andati a farsi ammazzare in sua vece, perchè hanno sentito — essi, idioti e quasi ignari di avere una patria! — hanno sentito che in questo sublime momento della nazione non vi è altro posto d'onore per un giovine italiano che il campo di battaglia!

La fronte del signor De Mauro si coperse di una nube. I suoi occhi bigi coperti da folte palpebre cercavano ansiosamente quelli di Serafina — ma dessa, la buona madre di Edoardo, teneva lo sguardo intento alle lingerie, e non osava respirare.

Il signor De Mauro, dopo breve meditazione, riprese a parlare con quel tuono moderato e insinuante che pretende persuadere colla duplice influenza della logica e del sentimento.

— Si lavora per tutta la vita e si diventa vecchi... Si adunano delle fortune... non per sè stessi... ma per quelli che vivranno dopo noi... pei nostri figli.... Quando se ne ha molti dei figli... si capisce... questi vanno e quelli restano a casa.... Fossero due!... meno male! — io non mi farei pregare... io direi: qual è di voi che vuole arruolarsi?.... Tirerebbero a sorte... non è vero, Serafina? — anche tu saresti contenta. — Ma quando non si ha che un solo figlio... e quando si può giovare alla patria... quando si può fare dell'immenso bene al paese senza sacrificare il nostro sangue — allora, dico io, allora bisogna essere senza cuore, o peggio, ubbriachi di fanatismo e di orgoglio — sì...anche di orgoglio! — per resistere alla voce della natura, agli istinti dell'affetto... Oh! ne abbiamo veduti dei padri fare ostentazione di un tale cinismo! Dei vecchi usurai, i quali non si vergognarono di negare alla patria una miserabile oblazione di poche lire, poichè, dicevano essi, avevano già dato... il loro figlio! — Ah! si farebbero le belle guerre... senza i milioni!... Sono forse le braccia che mancano? Dove ci sono milioni, ci sono soldati.... Mi parlate dei contadini!... Essi vanno perchè devono andare.... Ebbene: quando noi proprietarii si fa piovere qualche spicciolo nelle giberne, quando noi si provvede al mantenimento delle famiglie povere e si istituiscono premii e pensioni vitalizie... ecco questi poveri ragazzi partono di buona voglia... gridano: viva l'Italia! e marciano incontro al fuoco con coraggio! Uno diventa due — le forze si raddoppiano... e con uomini di tal fatta non c'è più da temere! — Convengo... se vi fosse penuria d'uomini.... Ma tu lo vedi — Edoardo — si è obbligati a sospendere gli arruolamenti... Uno più, uno meno conta per qualche cosa in un esercito che trabocca? — Nulla! proprio nulla! — Ma questo uno conta per tutto... è tutto nella vecchia famiglia di suo padre e di sua madre... e quanto all'esercito, quest'uno può contare per cento senza allontanarsi dalla propria casa. Io te lo ripeto, Edoardo: domanda ciò che vuoi — io sono pronto a qualunque sacrifizio. Non ami che i nostri sacrifizi sieno fatti palesi per mezzo dei giornali? Sia pure. — Registrerò le offerte a nome mio... Ma tu... nella tua coscienza potrai dire: sono io che ho indotto mio padre a far questo — sono io che soccorro tante famiglie povere di soldati... Leggo nelleGazzetteche il governo ha bisogno di cavalli... Ne offriremo due... sei contento?... Pensaci — o far le cose per bene o non farle... Ho messo gli occhi sul tuo Morello... Hai capito, Edoardo?... Sei tu disposto a privartene?

— Morello!?... Non è possibile! — rispose il giovane alzandosi in piedi e levando un lume dalla tavola in atto di ritirarsi.

— Ah... vedi!... ti dispiace privarti del tuo più bel cavallo... Anche questi sono sacrifizi!...

— Gli è che Morello mi è divenuto indispensabile — disse Edoardo avviandosi verso la porta — perchè domani io intendo presentare la mia petizione alla commissione degli arruolamenti volontari per entrare nel corpo delle guide!

Ciò detto, il giovane uscì dal salotto senza volgere la testa.

Il signor De Mauro rimase come un uomo percosso dal fulmine. — Era la prima volta che suo figlio osava parlargli un simile linguaggio, la prima volta che quel figlio taciturno e sottomesso accennava di volersi ribellare alla autorità paterna in modo sì franco e risoluto. — La signora Serafina tremava. Ella si attendeva una di quelle esplosioni violente che andavano a scaricarsi sovr'essa, ogniqualvolta al tenace dispotismo di suo marito si opponevano delle contrarietà inesorabili.

Ma questa volta l'esplosione non avvenne. Il signor De Mauro aveva bisogno di un alleato per lottare vantaggiosamente contro la ribellione del suo unico figlio; e il migliore, il più potente alleato — egli lo comprendeva — era la madre di Edoardo. Serafina era più forte di lui, poichè la tenerezza di una madre ha maggiore impero sul cuore di un figlio che non l'affetto paterno. Il signor De Mauro non aveva mai permesso a sua moglie di intromettere una mezza parola nelle vertenze più scabrose dei suoi affari, delle sue speculazioni commerciali; ma ora egli sentiva il bisogno di prendere consiglio da quel cuore di donna, da quel senno di madre.

— Hai tu sentito, Serafina? — cominciò egli con voce fioca e con accento desolato — ah! ne avevo il presentimento! ma pure non avrei creduto ch'egli avesse a mostrare tanta durezza!... Un bel vantaggio davvero... questa libertà!... Cosa abbiamo guadagnato?... Non si può contare su nulla... nè anche sui figli...! Ingrati! E quando vi hanno detto:la patria...l'Italia... credono di avere il diritto di calpestare ilpadre, la madre, tutti gli affetti o i doveri della famiglia! Noi altri non si conta più nulla... noi! La patria, l'Italia, e crepino nella solitudine e nella amarezza coloro che ci hanno messo al mondo, e che vivono solo per noi! — Che cosa ne dici, Serafina?...

— Io dico che quel ragazzo...

— Non è più un ragazzo... Serafina! — Oh se lo fosse, faremmo presto a metterlo al dovere!... Ma ti pare? Quando io mi era messo a fargli un po' di morale, a mostrargli come due e due fanno quattro, che noi signori si può fare molto bene alla sua patria senza metterci là ad aumentare di venti o trenta chili la carne da cannone — cosa ha risposto... vediamo!... «Domani anderò a presentare le mie petizioni al Comitato degli arruolamenti»! — Domani!... Hai capìto, Serafina?... Ma io credo che la petizione abbia già fatto la sua strada a quest'ora... credo che da questo lato non ci sia più mezzo di attraversargli la via... Quel ragazzo è già bello ed arruolato!

— Non ancora! — rispose Serafina timidamente — sai bene che Edoardo dice sempre la verità...

— Non ancora?... Capisco... tu ne sapevi qualche cosa... Hai fatto male a non avvertirmene subito... Ma pure... se le cose stanno come tu dici... Vediamo: — ma tu non ti sei provata a fargli intendere ragione? non hai tentato?...

— Io?... Sicuro che gli ho parlato... La prima volta che Edoardo si lasciò sfuggire una mezza parola su tale argomento, gli ho detto: bada, figliolo mio; tu non hai salute da buttar via, tu non potrai reggere alle fatiche del soldato... lascia andare quelli che sono già abituati alle durezze e ai disagi della vita...

— Ed egli ti avrà risposto: anche il tale e il tal altro appartengono alle prime famiglie di Milano, sono nati e cresciuti nella bambagia... il figlio del conte G... il figlio del marchese C..., e via con una filza di piccoli conti e di piccoli marchesi!... Bisognava prender la cosa da un altro verso!... Serafina... tutti quanti si credono Ercoli... si credono Sansoni... in questi momenti!... anche quelli, che l'anno passato giravano per la città con una veletta azzurra abbassatasulla faccia come le modistine che vanno a bottega!

— Gli ho anche proposto — come tu mi avevi indicato una sera — gli ho proposto di fare quel tal viaggio a Parigi ed a Londra...

— Sicuro... una buona idea! egli mi tormenta da due anni per ottenere il permesso... ed il danaro... Ebbene: che cosa ha risposto?

— Ha risposto che per andar a Parigi egli vuole aspettare la grande esposizione dell'anno venturo... e che del resto... sarebbe una vergogna per un giovane come lui... il farsi vedere suiboulevardsdi Parigi...

— Imbecille! come se a Parigi avessero a riconoscerlo e a fischiargli dietro le spalle, perchè, essendo figlio unico, ed unico erede del signor De Mauro, che possiede oltre sette milioni di patrimonio, non è andato a farsi massacrare dalla mitraglia, onde gli altri abbiano a godersi il fatto suo. C'è proprio da sbattezzarsi a vedere come ragionano queste teste! E dire che le abbiamo fatte noi...

— Insomma...

— Insomma... ho capito... Non sei riuscita a mettere assieme quattro ragioni da persuaderlo ch'egli si è fitto in capo una idea da matto... Bisognava assalirlo dal lato della sensibilità... parlargli dell'immenso dolore che mi avrebbe cagionato... del tuo amore... dirgli che saresti morta... Tu sei la persona ch'egli ama di più a questo mondo... Oh vedete un po' se si può dare di peggio?... Fosse almeno innamorato...! avesse almeno preso moglie!... Quand'uno ha moglie, non pensa a certe follie... Sono fatti così questi ingrati di figli... Il padre, la madre piangano pure... si disperino... muoiano... che importa? ma per una fanciulla che faccia gli occhi morti... per una moglie che finga di svenire, essi cedono le armi, diventano docili e sommessi come agnelletti...!

— Lorenzo... mi viene un pensiero! — esclamò la signora De Mauro abbandonando le sue lingerie e guardando fissamente il marito — forse un mezzo ci sarebbe...

— Sentiamo, mia buona Serafina... Sentiamo!

— Tu non mi sgriderai se ho taciuto finora...

— Via, poichè mi dici che vi è un mezzo...

— Sarebbe... Tu dicevi che una donna... una fanciulla... che insomma... quando un giovane è innamorato...

— Dunque... lui... Edoardo... sarebbe?... Ma perchè aspettar tanto... a parlarmene?

— Mio Dio!... Avrei parlato prima d'ora... ed anzi... da circa tre mesi non si è fatto che esplorare l'occasione favorevole... Ma tu... in questi tre mesi ne hai combinati tanti dei matrimonii pel nostro Edoardo! Non saranno venti giorni... volevi che egli sposasse la figlia del banchiere Zanna...

— Che possiede una bella e buona dote di ottocento mila franchi alla mano e tre zii milionarii... Ma non era la dote che mi stava a cuore... Io prevedeva il temporale... io capiva di avere a fare con un matto... e volevo, ad ogni buon conto, incatenarlo ad un pezzo di moglie!... Ma tu dici che il ragazzo ha già le sue idee... Sentiamo... Purchè ci stiano le nostre convenienze...

— Si tratterebbe... Tu conosci la figlia del Contareno... quella cara fanciulla...

— Il marchese Contareno!... uno spiantato... tutto boria... tutto fumo...

— Ma la ragazza ha ereditato la dote di sua madre... poca cosa... circa centomila franchi... Il nostro Edoardo è d'altra parte abbastanza ricco... e poi... gli è tanto innamorato di quella figliola...

Il signor De Mauro stette alcuni momenti sopra pensiero, colla testa appoggiata alle mani... Le sue dita si agitavano convulse sulla fronte, come quelle di un suonatore sulla tastiera d'un pianoforte.

Scorsi alcuni istanti, riprese a parlare; ma questa volta a bassa voce, senza badare alla moglie, senza attendere risposta.

— Famiglia di spiantati... ma pure... una nobile famiglia... Questo sarebbe forse un espediente per vincere l'orgoglio e la ritrosia di cert'uni... Tutto sta che quella mummia di marchese non abbia l'ariadi farmi una grazia!... Egli n'è ben capace!... Non hanno un baiocco... ma del fumo... del fumo ce n'è da acciecare un battaglione di ussari!... Non vogliono persuadersi che il loro tempo è finito... che oggigiorno... la nobiltà... la vera nobiltà siamo noi, o piuttosto i nostri sacchi di marenghi. — Sentimi, Serafina...

E a questo punto il signor De Mauro rinforzò la voce, dirigendo la parola a sua moglie:

— Credi tu che anche lei... la ragazza... la figlia di questo marchese... sarebbe disposta?...

— Innamorata pazza del nostro Edoardo! — rispose la signora De Mauro coll'accento dell'orgoglio e della gioia.

— Se la è così — disse il De Mauro levandosi in piedi — affare concluso!... Domani si va dal marchese — gli si fanno le proposte — si stabilisce che il matrimonio abbia a concludersi entro quindici o venti giorni... si induce la ragazza... Oh! lasciamo fare a lei... Se Edoardo è innamorato, come tu mi dicevi, si lascerà facilmente persuadere... e addio Garibaldi, addio volontari, addio patria... e chi è minchione vada a farsi ammazzare!...

— Ma zitto, Lorenzo!... Non posso sentire queste parole! — disse la signora, facendosi bianca nel volto.

— Che? che?... Sta a vedere che anche tu mi diventirepubblicanacome il tuo Edoardo! La patria!... Sicuro: nessuno potrà dire che io non abbia sempre amato e non ami la patria... Ma questa non è una ragione perchè mandi mio figlio a farsi ammazzare dai croati! — Nostro figlio deve goderla la patria — a chi servirebbe questa Italia una e indipendente, se non fosse ai nostri figli, a quelli che la erediteranno da noi?

Così parlando, il signor De Mauro uscì dal salotto col volto radiante. Egli non era mai tanto felice come quando poteva sgomentare un poco la sua docile e ingenua compagna con ciò che egli chiamava le suespiritosità politiche.

All'indomani, verso le undici del mattino, il signor De Mauro salì nella sua carrozza di gala, e si fece condurre in via dei B... alla porta dell'antico palazzo dei Contareno.

Il marchese era un uomo sui sessant'anni — un patrizio dell'antico stampo, alquanto modificato dai due rivolgimenti politici del 1848 e del 1859, ma pure, in fondo all'anima, devoto ai principi assoluti di un'altra epoca. Non parteggiava per l'Austria, ma era avverso alla costituzione del nuovo regno. Egli vagheggiava un'Italiauna, salvo il rispetto alle provincieappartenenti per dirittoal Sommo pontefice; una Italiaindipendente, ma governata col più severo despotismo.Ordine e religione: queste due parole formulavano tutto il suo programma politico.

A quarant'anni era rimasto vedovo con una figlia, e i maligni pretendono ch'egli sciupasse le sue sostanze nelpatrocinareuna allieva del maestro Blasis, che forse avrebbe consentito di rinunziare alle danze e di prenderselo per marito, s'egli, fortunatamente, non si fosse lasciato spiumare in anticipazione fino all'ultima penna.

Questa circostanza lo salvò da' peggiori disastri — da una moglie ballerina, la quale non aveva le migliori disposizioni per rassegnarsi alla vita inerte al fianco di un vecchio rovinato.

Il marchese Contareno, — convien rendergli giustizia — dopo quell'ultimo disinganno di amore concentrò tutte le sue affezioni nel cuore di sua figlia. Dal 1859 in appresso, la sua vita fu una passeggiata al mattino, una tazza di semata al Caffè Cova, ed il resto del giorno in casa, a dir male del governo e della licenza pubblica col suo vecchio domestico e colla sua Enrichetta.

Diremo noi che la figlia del marchese Contareno, è una delle più avvenenti fanciulle, una stella nascente del patriziato milanese? — In un romanzo, ciò sarebbe obbligatorio — ma noi, sventuratamente, dobbiamoattenerci alla realtà. Enrichetta è una buona figliola, dalla statura alta, dalla fronte spaziosa e severa, dallo sguardo profondo — è una bellezza simmetrica, dai contorni incensurabili, dai lineamenti perfetti — ma pure non è di quei tipi di fanciulla che hanno il fascino della seduzione. Le sue labbra, squisitamente delineate, non si schiudono che a brevi sorrisi — i suoi occhi non brillano di quella luce carezzante che rivela le anime espansive, esuberanti di giovinezza e di passione.

I baci di una madre non ammorbidirono quei lineamenti; le carezze di una mano di donna mancarono a quella infanzia vissuta nelle solitudini di un palazzo in rovina. Enrichetta si era educata da sè — un vecchio maestro di danza le aveva insegnato gli atteggiamenti e le pose della gran società — uno zio prete i rudimenti della grammatica italiana e un po' di francese — ma ella, profittando liberamente di una vecchia biblioteca, dove suo padre lasciava ammuffire migliaia di volumi, aveva assorbita una erudizione superiore alla sua età ed al suo sesso. A sedici anni ella aveva lettoPlutarcoe laNuova Eloisa, i saggi di Montaigne e ilDon Giovannidi Byron, la Storia di Tito Livio e ilCavaliere di Faublas. E nondimeno quell'anima non si era corrotta. Ella aveva respirato nei libri la filosofia e la lascivia, l'eroismo della storia e le enfatiche passioni del romanzo, ma il suo nobile carattere si era sempre elevato. A vent'anni ella non aveva ancora amato — il suo cuore patrizio esigeva un eroe, il suo spirito colto e fantastico aveva bisogno di un'alta intelligenza a cui affratellarsi. — Nelle sale del Prefetto e del Sindaco, ella aveva danzato con dei giovani ufficiali sfolgoreggianti di decorazioni, ma nessuno era riuscito a commuoverla. Il di lei sembiante altero, sdegnoso, pareva respingere gli adoratori. Una sera, alla veglia del casino, nessuno le mosse incontro per invitarla alla danza. Era una piccola congiura, una vendetta degli eleganti. Ma in quella sera un giovane le si era fatto dappresso, e si era intrattenuto con lei alcun tempo. Le sue guancie si erano animate di una tinta più rosea, —i suoi occhi mandarono un lampo inusitato — quella statua di fanciulla si rianimò come per effetto di incanto. — Enrichetta aveva trovato il suo ideale — e questo ideale, ch'ella prese ad amare con tutto l'ardore della sua anima vergine, era Edoardo De Mauro.

— Signor marchese, una visita! — disse il vecchio domestico entrando nel salotto. —

— Una visita!... infatti... avevo sentito fermarsi una carrozza...

— Il signor Lorenzo De... Mauro...

— Il signor Mauro... vorrai dire. Ma cosa può condurre il signor Mauro nel mio palazzo?... Ebbene? Che fai là ritto?... Avanti! fallo entrare... questo signor De Mauro!...

Il servitore uscì per pochi istanti, quindi ricomparve per introdurre il ricco industriale.

Il marchese Contareno si levò in piedi, fece un leggiero inchino, e accennando una sedia — La prego di accomodarsi, disse — a che debbo l'onore della sua visita?

— Io sono uomo d'affari, signor marchese... ella deve conoscermi. Altra volta ebbi la fortuna e l'onore di parlare con lei quando si trattò di stabilire fra noi un accordo sulle rispettive ingerenze nella amministrazione del comune di E... In quella circostanza ci siamo intesi senza molte parole, ma oggi si tratta di un altro genere di affari. La proposta che io vengo a farvi non riguarda voi solamente, ma anche la persona che vi è più cara al mondo... quella che è rimasta la sola compagna dei vostri vecchi giorni — voi comprenderete che intendo parlare di madamigella Enrichetta vostra figlia...

— La mia Enrichetta! — esclamò il marchese — ella è uscita, poco fa, colla contessa De Canzio per recarsi dalla duchessa Visconti...

— Non serve, non serve! — possiamo trattare fra noi, interruppe il signor De Mauro con un leggiero sorriso — a suo tempo consulteremo l'aristocraziafemminile — vediamo dapprima se è possibile stabilire fra noi i preliminari del contratto.

— Ah! si tratterebbe dunque di un contratto...?

— Sicuro! un contratto... di matrimonio, signor marchese. Brevemente: io ho l'onore, signor marchese, di chiedervi la mano di madamigella Enrichetta a nome di mio figlio Edoardo.

— Ah!... vostro figlio Edoardo! — esclamò il marchese impacciato dalla sorpresa — vostro figlio... quel giovane biondo... cioè... m'inganno... mia figlia me ne ha parlato... credo anche di averlo veduto una sera alla veglia di Sua Eccellenza il signor Prefetto... Voi ci andate, non è vero, allo veglie di Sua Eccellenza, il signor Prefetto?

— Poichè il Prefetto viene da noi, sarebbe sconvenienza resistere a' suoi inviti — rispose il De Mauro con affettata indifferenza. — Quanto a mio figlio Edoardo, se non lo conoscete, io vi darò sul di lui conto le informazioni più precise — è un giovane di ventidue anni, perfettamente educato, di indole eccellente; alla mia morte sarà padrone di tutto il fatto mio, circa sei milioni di capitale, e all'atto del matrimonio io sono disposto a costituirgli una rendita annua di lire trentamila — che ve ne pare, signor marchese?...

— In verità... la marchesina nostra figlia non potrebbe desiderare una posizione più splendida dal lato delle ricchezze... e quando ella non avesse difficoltà... Voi sapete, signor De Mauro, che a tali proposte non si risponde definitivamente se non dopo mature riflessioni... Bisogna in ogni modo che io mi consulti con qualcheduno... coi nostri nobili parenti... che io interroghi il cuore di mia figlia...

— Ma via, signor marchese! — Parliamoci apertamente... Credete voi che un par mio, un uomo d'affari, sarebbe venuto a formularvi così francamente la sua proposta, se prima non fosse stato sicuro del consenso di vostra figlia? Che serve?... Le cose sono arrivate a tal punto che ai signori papà non resta che rappresentare la parte dei padri nobili della commedia — far venire i due ragazzi e impartire ad essi la lorobenedizione. — Mio figlio Edoardo è innamorato pazzo della vostra Enrichetta... e madamigella Enrichetta è innamorata morta di mio figlio Edoardo... Da cinque mesi si scrivono lettere di fuoco...

— Da cinque mesi!... la mia Enrichetta... scrive delle lettere...!... A che tempi siamo giunti!... Ma siete voi ben sicuro, signor De Mauro..? Ed io non mi era accorto di nulla...

— Oh! sta a vedere che tocca a noi altri l'accorgersi di queste frascherie! Noi altri si fa di tutto per indovinarli i nostri figli, ma essi, gli ingrati! adoperano tutte le arti per sottrarsi alla nostra amorevolezza! Essi non vogliono permettere a noi il piacere di renderli felici! — Non importa!... se ad essi pesa la riconoscenza, ciò non toglie che il renderli felici sia per noi un dovere, una gioia!

Il signor De Mauro proferì queste parole con voce commossa. — Il marchese portò la mano agli occhi per asciugarsi una lacrima. Egli era uno di quei vecchi che piangono facilmente d'ogni nonnulla per rilassatezza dei vasi linfatici.

In quel punto Enrichetta Contareno entrò nella sala — Ella entrò senza punto badare a suo padre, ma alla vista del signor De Mauro, trasalì leggermente. Il marchese adempì come un automa alle formalità della presentazione; ma il signor De Mauro, ch'era uomo di mondo nel senso più positivo della parola, alla presenza di quella fanciulla, ripigliò il suo fare più disinvolto. Egli sentiva di avere in lei una alleata che poteva con una sola parola decidere della situazione.

— Non potevate giungere più a proposito, madamigella! — prese a dire il signor De Mauro indirizzandosi alla giovane — Io era venuto dal signor marchese vostro padre per proporgli un affare... che in... qualche parte... o signorina, riguarda anche voi... Il signor marchese non è ancora ben determinato nelle sue idee... mi ha chiesto del tempo a riflettere... e desidera innanzi tutto consultarsi con voi... Troppo giusto! Io amo la sollecitudine nel disbrigo degli affari... ma sono abbastanza ragionevole per comprendere le esitazioni del signor marchese, e d'altra parte la suaadesione non gioverebbe gran fatto quando essa non fosse avvalorata, o signorina, dal vostro consenso. Orbene; io vi lascio soli... non voglio influire colla mia presenza sulle deliberazioni che sarete per prendere. — Solamente io vi domando una grazia: se avviene che dalle vostre private conferenze esca un voto favorevole alle mie proposte, vi prego di inviarmi entro la giornata due righe così concepite: «domani, alle ore cinque e mezzo pomeridiane, il signor marchese Contareno e la sua gentilissima figlia saranno a pranzo da voi.»

— Oh.... ma vi pare!... signor De Mauro?.... Ciò è fuori d'ogni regola! Un pranzo... con mia figlia...

— Signor marchese, disse il De Mauro levandosi in piedi, e voi pure, amabilissima signorina, ascoltatemi bene: io ammetto che abbiate a riflettere, che abbiate a discutere liberamente e ponderatamente prima di decidere — ma una volta che questa decisione sia presa, io intendo che si proceda a passo di carica, a marcia forzata... senza perdere un istante. Fra quindici giorni tutto dev'essere compiuto.

Ciò detto, il signor De Mauro fece un profondo inchino al marchese, e con insolita galanteria baciò la mano della fanciulla che arrossì leggermente.

Appena il De Mauro fu uscito, il marchese ricadde sulla sua seggiola, e volgendosi alla figlia:

— Tu avrai già capito di che si tratta, le disse con voce sommessa. — Il figlio del signor De Mauro aspira all'onore della tua mano... e il di lui padre vorrebbe farmi credere che fra voi altri due vi siate già scambiate delle promesse... le quali poco o nulla conterebbero...

— Voi sapete che una mia promessa conta sempre per una promessa — rispose Enrichetta col piglio severo e quasi sprezzante ond'ella era usa a trattare con suo padre. — La mia fede è impegnata col signor Edoardo De Mauro; è l'unico giovine che io riconosca degno dei miei affetti e della mia stima. Solamente mi reca maraviglia ch'egli abbia scelto questo momento per realizzare i nostri desiderii!

— Dunque a me non resta da far altro che... obbediree apporre la mia firma! Come i tempi sono cambiati...! Una volta, il figlio di un mercante non avrebbe nemmeno osato levare lo sguardo sulla figlia di un nostro pari... quand'anche... Ma adesso!... Viva la costituzione!... Viva la libertà!... Viva la democrazia!... Ah! ci vorrebbe, per farla compiuta, anche un poco di repubblica...

Enrichetta, senza badare alle querimonie di suo padre, che erano il ritornello quotidiano, si avviava per uscire dal salotto — quando il marchese, ingrossando la voce in segno di collera — Ebbene — domandò — cosa si ha da rispondere a quei signori? È ella disposta, la signora marchesina Contareno, a mettersi a tavola domani colla ditta Mauro e compagni?... Sentiamo!

— Io sono fidanzata al signor Edoardo da oltre cinque mesi — rispose la fanciulla — ecco la sola risposta che io possa darvi. Del resto fate voi!

Il marchese, appena uscita la fanciulla, si accostò allo scrittoio, e sopra un biglietto di visita segnò le seguenti parole:

«Tanto io che mia figlia Enrichetta aderiamo al vostro cortese invito, e domani, all'ora indicata, saremo da voi.»

— Ad ogni modo, non è un cattivo affare — borbottò il marchese deponendo la penna — mia figlia è una testa positiva.... essa tende alla aristocrazia dei milioni!

Non diremo ciò che avvenisse nelle due famiglie De Mauro e Contareno nel seguito di quella giornata fino alle ore cinque pomeridiane del giorno appresso. Oggimai i nostri lettori conoscono abbastanza i singoli personaggi di questa istoria per indovinare dal loro carattere certi episodii di nessun conto che sarebbe superfluo riferire. — Alle ore cinque pomeridiane la carrozza del marchese Contareno entrò nel palazzo del signor De Mauro. Il ricco industriale discese nel cortile, porse il braccio al marchese per aiutarloa discendere dalla carrozza, mentre Edoardo, dall'altro lato, stendeva la mano ad Enrichetta colla timidità di un collegiale. — I due amanti si erano già ricambiati da lungi un saluto pieno di tenerezza, ma pure nei loro sguardi non brillava quella gioja serena, quella felicità espansiva, che ordinariamente trabocca dal volto di due giovani innamorati al momento in cui deve decidersi della loro unione indissolubile. — La fronte di Edoardo era ombrata da una ruga quasi impercettibile — gli occhi della fanciulla parevano approfondirsi sotto le palpebre folte. Quando la signora Serafina mosse incontro alla giovane per introdurla nella sala, Edoardo trasse dal petto un lungo sospiro, come se l'intervento di sua madre lo avesse liberato da un grave imbarazzo. Il pranzo non fu molto gaio. Il signor De Mauro sostenne quasi da solo l'incarico della conversazione, non risparmiando di lanciare tratto tratto degli epigrammi all'indirizzo del marchese, il quale divorava a due ganascie colla voracità plebea di un patrizio in bolletta. La mensa fu servita lautamente; la cucina del milionario, con quello sfoggio insolente di prodigalità, perorava cinicamente in favore del positivismo moderno.

Il marchese, verso la fine del pranzo, avea le guancie rifiorite di due rose color pavonazzo — i suoi occhi bigi ridevano e piangevano ad un tempo. — La signora Serafina contemplava la fanciulla con uno sguardo di materna amorevolezza.

— Orsù! disse il signor De Mauro levandosi in piedi per sturare di sua mano una bottiglia di sciampagna — beviamo il bicchiere della alleanza! facciamo un brindisi alla salute... dei nostri figli... e dei figli dei nostri figli, signor marchese!

Erano le prime parole proferite a quella tavola, che suonassero così apertamente allusive al matrimonio di Edoardo e di Enrichetta. I due giovani trasalirono. Edoardo levò il bicchiere spumante, e toccando leggermente a quello della sua fidanzata, con voce commossa si fece ad esclamare: «Io bevo innanzi tutto alla salute della patria, alla fortuna ed alla gloria delle armi italiane!»

La fanciulla si levò in piedi — le sue pupille parvero dilatarsi — la sua bellezza marmorea e severa rifulse di insolita luce — ella accostò il suo calice a quello del giovane, e coll'accento dell'entusiasmo: Bene! gli disse — viva l'Italia e i generosi che vanno a combattere per essa!

Il signor De Mauro potè a stento dissimulare la dolorosa sorpresa che veniva a colpirlo.

Per alcuni minuti regnò nella sala un silenzio solenne.

Appena servito il caffè, il signor De Mauro, sforzandosi a riprendere la disinvoltura dell'uomo d'affari, si volse a suo figlio:

— Ebbene, Edoardo?... Con buona licenza del signor marchese, non condurresti la signorina a respirare un po' d'aria in giardino? Al punto in cui stanno le cose, signor marchese... E poi non è bene che quelle teste là... prendano parte alle nostre conferenze... Direbbero che noi non sappiamo far altro che spoetizzare il sentimento colla prosa numerica delle cifre!.... Andate, figliuoli!... Edoardo!... offri il braccio alla tua bella fidanzata.... andate a svolazzare tra i fiori.... ad esalare la vostra poesia tra il profumo delle rose e dei giranii... Io spero che al vostro ritorno, fra me ed il signor marchese saranno conclusi i trattati!

Enrichetta ed Edoardo si levarono in piedi — la fanciulla appoggiò confidenzialmente il braccio a quello del giovane — la signora Serafina li accompagnò fino all'anticamera, e di là passò nel suo piccolo appartamento.

— Fatti l'una per l'altro! disse il signor De Mauro al marchese — due teste calde — basta! a noi altri, teste grigie, il provvedere alla loro felicità positiva!

I due giovani attraversarono il gran viale del giardino senza proferire parola.

Giunti all'estremo, laddove sotto un bosco di rubinie erano disposti dei sedili rusticamente foggiati, Edoardo accennò alla fanciulla di sedere. Le finestredel salotto erano aperte, e la voce del signor De Mauro giungeva all'orecchio dei due giovani innamorati.

— Sentite, Enrichetta? — cominciò Edoardo con qualche esitazione — essi trattano del nostro matrimonio!

— In verità, rispose la fanciulla, ciò che è accaduto ieri... ciò che accade in questo momento mi sembra un sogno.

— Un sogno felice, non è vero, Enrichetta?...

— Ma non è dunque vero ciò che mio padre mi diceva?... Fra quindici giorni?...

— Fra quindici giorni noi dovremmo essere uniti per sempre... Vostro padre non oppone nessuna difficoltà al nostro matrimonio, non è vero, Enrichetta?...

— Voi sapete, Edoardo, che da quella parte non potrebbero sorgere degli ostacoli molto gravi...

— Orbene, Enrichetta, ciò che vi ha di reale, ciò che vi ha di rassicurante per noi in tutto che accadde da ieri fino a questo momento, è che la nostra felicità dipende da noi soli, che il nostro avvenire è assicurato, e quand'anche...

Edoardo esitava a proseguire.

La fanciulla, fissando nel volto del giovane uno sguardo che esprimeva un sentimento indefinibile, ripetè macchinalmente le ultime parole proferite da lui.

— Enrichetta! — proruppe l'innamorato coll'accento della risoluzione — se queste nozze dovessero ritardarsi, se questo ritardo fosse desiderato... richiesto da colui che ti ama... da colui che ti ha consacrato il suo cuore... che darebbe il suo sangue per risparmiarti una lacrima... cosa diresti, Enrichetta? rispondimi: che diresti?...

Le guancie della fanciulla si animarono di un roseo vivace che era la irradiazione di una gioia mal repressa. Pure ella ebbe forza di dominarsi. L'egoismo dell'amore domandava di assaporare a lente stille la voluttà di una rivelazione desiderata. Enrichetta, simulando lo stupore, proferì a voce secca queste sole parole:

— Io non vi comprendo, Edoardo!

— Voi non mi comprendete?... Eppure avreisperato... Quest'oggi... nel vostro contegno... nelle vostre parole mi pareva di leggere... Non importa... Poichè dite di non comprendere, converrà che io mi spieghi davvantaggio. Il nostro matrimonio non può effettuarsi entro quindici giorni, come mio padre avrebbe stabilito... Prima di unirmi a voi, Enrichetta, conviene che io parta da Milano, è necessario che io vada laddove in questo momento sono chiamati tutti gli italiani che sentono la voce del dovere... Questa mattina, mentre mio padre stava trattando col vostro della nostra prossima unione, io ho presentato la mia domanda per essere ammesso nelle guide dei volontari.

Edoardo non aveva finito di proferire queste parole, che la fanciulla obliando ogni riserbo, cadde ai piedi del giovane, e coprendo la sua mano di baci, esclamava coll'accento del più sublime entusiasmo:

— Io ti chieggo perdono, Edoardo, se per un momento ho potuto dubitare del tuo nobile cuore!

I due giovani stettero alcun tempo abbracciati, assaporando quell'estasi voluttuosa che inonda due anime sorelle allorquando per la prima volta si riconoscono completamente. Estasi rare nella vita, fremiti passeggieri della intemerata giovinezza, misteriosi tripudii di quella essenza divina che è nell'uomo, e a cui i sensi non prendono parte. — Una lunga carriera di piaceri ci consuma la vita, e all'età di sessant'anni ciascuno può formare un grosso volume delle sue amorose peripezie; ma in questo volume non spiccheranno che due o tre pagine bianche — e saranno le pagine che ricordano una stretta di mano e il ricambio di un bacio santificato da quei giovanili entusiasmi che riassumono i più elevati sentimenti dell'anima.

— No! Io non dubitava del tuo patriotismo — riprese la giovane sciogliendosi dall'amplesso e ricomponendosi in sulla seggiola — io temeva che l'insistenza di tuo padre, le preghiere e le lagrime della tua ottima madre, e quest'ultimo stratagemma del matrimonio avessero sorpreso la tua buona fede... Io temeva che l'esuberanza dell'amore potesse, per un momento, paralizzare in te la coscienza dei più sacri doveri...

— Il pericolo era grande, ma tutt'altri, meno il tuoEdoardo, avrebbe potuto cedere al fascino di questa seduzione!... Tu non sai, Enrichetta... Io non ti ho mai detto le orribili angoscie del mio passato... Combattere per l'indipendenza della patria... è dovere di tutti, e la gioventù italiana ha mostrato di comprenderlo... Ma io!... Non è solamente all'Italia che devo il mio braccio — per me vi è ancora un altro dovere... quello di riabilitare la mia famiglia... Sì, Enrichetta!... Mio padre mi accusa di poca tenerezza per lui... mi chiama ingrato!... Egli non capisce che io non potrei dargli maggior prova di affetto che questa di ribellarmi alla sua volontà... Il giorno in cui mio padre potrà dire: io aveva un unico figlio, e questi è andato ad esporre la vita sul campo di battaglia — allora cesseranno i sospetti... Io tornerò dal campo colla fronte rialzata, io prenderò per mano questo vecchio quale egli sia, e la gente, vedendolo passare, non dirà più certe brutte parole... La gente dovrà dire: è il padre di uno che ha esposto la sua vita nella campagna 1866... a fianco di Garibaldi!

Con questo sfogo, Edoardo aveva rivelato alla sua fidanzata il segreto di quei dolori che davano al di lui carattere una impronta severa e qualche volta cupa all'età di ventun'anni.

In quel punto, la voce del signor De Mauro uscì più spiccata dal vano della finestra:

— Si sono dunque perduti quei ragazzi? Eppure, voi vedete, marchese, che il labirinto non è vasto!

— Siamo chiamati! disse Enrichetta.

— Prima di tornare lassù, io vorrei domandarti...

— Indovino il tuo pensiero, Edoardo. Tu non hai coraggio di dire a tuo padre...

— Non è che il coraggio mi manchi, rispose il giovane. Ma se l'opposizione partisse da te, se tu dicessi apertamente che non acconsentiresti a sposarmi se non a patto che io abbia prima adempiuto ai miei doveri di buon cittadino — allora non vi sarebbero più repliche... e mio padre sarebbe costretto a transigere...

— Vieni, Edoardo! — interruppe la Enrichetta — andiamo!... accetto con orgoglio la missione che mi hai affidata... Vedrai che io saprò parlare come si deve.

I due giovani si strinsero la mano e si baciarono — quindi, annodati delle braccia, uscirono dal boschetto, e a passo spedito si diressero verso il palazzo. — Nei loro volti si rifletteva la gioia e l'entusiasmo dei loro cuori.

Il signor De Mauro, vedendoli rientrare nel salotto, prese buon augurio da quella gioia. — E volgendosi alla figlia del marchese:

— Mi pare, le disse, che le cose si mettano bene. Eravate usciti col portamento impacciato di due collegiali, ed ora tornate a noi colla spigliatezza di due amanti. A maraviglia! Dal canto nostro non si è perduto il tempo — col signor marchese è molto facile l'intendersi... e oramai si può dire: affare finito!

Il marchese Contareno, rilevandosi della persona, e assumendo il fare grandioso dei suoi illustri bisavoli, diresse la parola ad Edoardo:

— L'onorevole signor De Mauro qui presente... vostro padre e mio eccellentissimo amico...

— Lasciamo da parte le grandi formule — interruppe il signor De Mauro — non vedete, marchese, non capite dai loro volti ch'essi sanno già tutto?... Non è vero, adorabile signorina, che il cerimoniale è divenuto superfluo?... Ad ogni modo, tanto che anch'io possa udire uno di quei sì deliziosi che, poco fa, avrete proferiti in giardino più di una volta, permettete che io vi domandi se è proprio vero che siate contenta di sposare questo scapato... questa testa balzana di mio figlio... Un cuore eccellente... vedete — ma un cervello... Basta! La signora Enrichetta penserà lei a fargli mettere giudizio.

Il signor De Mauro parlava scherzosamente alla giovane Contareno; ma questa aveva già ripresa quella calma solenne che era l'espressione più naturale del di lei volto.

— Il signor Edoardo — disse ella coll'accento più fermo — conosce i miei sentimenti a di lui riguardo, come anche le mie intenzioni. I nostri cuori sono giàfidanzati da parecchi mesi: noi siamo vincolati da promesse reciproche, alle quali nè egli nè io potremmo venir meno. Ma il nostro matrimonio non può effettuarsi in questo momento... Il signor Edoardo lo sa... ed io ne vado orgogliosa... Quanto a me, non potrei stimare un uomo che si rifugiasse nelle dolcezze dell'amore al momento in cui tutti i giovani italiani vanno a sfidare la morte per l'indipendenza e la libertà del loro paese. Un tal uomo non potrebbe mai divenire lo sposo di Enrichetta Contareno.

Il signor De Mauro rimase fulminato. Egli comprendeva che in quel fiero carattere di fanciulla i propositi dovevano essere tenaci come le convinzioni. Si volse al marchese, sperando che questi lo togliesse di imbarazzo: ma il vecchio Contareno guardava sua figlia cogli occhi ebeti e lacrimosi, e a stento poteva respirare. Aveva mangiato per quattro, e la lunga conversazione tenuta poco prima col signor De Mauro gli aveva prostrate le fibre.

Impossibile descrivere le attitudini diverse di quei quattro personaggi. A sciogliere di qualche modo gli imbarazzi della situazione, sopravvenne la signora Serafina.

— Ebbene? tutto è conchiuso... non è vero? — domandò bonariamente quella ottima donna entrando nella sala.

— Sì, tutto è conchiuso — rispose il signor De Mauro dissimulando per quanto gli era possibile il suo cattivo umore — ma la signorina, a quanto pare, non ha molta fretta — a noi dunque non rimane che attendere i di lei ordini... o quelli dell'eccellentissimo signor marchese...

— Sicuro!... A domani!... Per oggi basta!... — disse il Contareno levandosi in piedi come uomo che si svegli dal letargo... L'ora è già tarda... non sarebbe tempo di andarcene, Enrichetta?

La fanciulla stese la mano al signor De Mauro che la strinse di mala voglia.

— Spero che non mi serberete rancore — in ogni modo, dopo la guerra, noi ripiglieremo le nostre buone relazioni!

Ciò detto, la fanciulla pose il suo braccio in quello di Edoardo — e i due giovani uscirono insieme dalla sala, seguiti dal marchese che non cessava di ripetere macchinalmente: affare concluso! affare finito!

Due giorni sono trascorsi. Una immensa folla di popolo sta adunata dinanzi alla stazione della ferrovia.

Un giovane abbigliato di rosso si ferma presso gli sportelli di una antica carrozza — i cristalli si abbassano — una mano lunga e sottile viene ad incontrare quella del giovane — il tumulto della piazza affollata copre il susurro di quell'addio misterioso e sublime.

Chi bada agli episodii laddove c'è un popolo intero che si abbraccia nei santi fremiti dell'amore e della patria? Volgete intorno lo sguardo — e dappertutto vedrete delle eroiche madri, delle spose gagliarde, che si separano senza piangere dai figli e dai mariti! — Dove fiammeggia una camicia rossa, quivi si aggruppano dei cuori di amanti e di sorelle, quivi la canizie dei padri rifulge di nobile orgoglio e le rughe dei volti materni sembrano irradiarsi di giovinezza.

Il segnale che richiama i viaggiatori al convoglio è suonato. Edoardo si stacca dalla carrozza stemmata, e slanciandosi nelle braccia di una donna che sta in un lato a rimirarlo con occhio di invidia — mia buona madre! — esclama — l'ultimo bacio è per te... perdonami ciò che mio padre ti fa soffrire per cagion mia!

— Oh, nulla!... Che la mia benedizione ti accompagni!

E poichè gli occhi di quella madre aveano lasciato scorrere una lacrima — Edoardo la asciugò con un bacio — e s'immerse nella folla per entrare nella stazione.

Dopo alcuni minuti, al fischio della locomotiva rispose dalla piazza e dai portici un urlo di acclamazioni. Le donne agitavano i fazzoletti... i fanciulli battevano le mani — i vecchi si drizzavano sulla persona coll'impeto dei loro venti anni.

Frattanto il convoglio si involava, lasciando indietro un'onda di canti.

Il torrente della folla si riversava nella città. — Tutte le parole suonavano ammirazione ed entusiasmo.

Due uomini in sulla età si incontrarono a poca distanza dal sottopassaggio.

L'un d'essi era là da alcuni minuti, quasi rannicchiato dietro uno stipite, e pareva assistere a quella scena da spettatore indifferente o sdegnoso.

— To'!... chi vedo! anche voi, signor De Mauro!... — esclamò l'altro che veniva dalla stazione. — Si è mai dato uno spettacolo più sublime di questo?... Scene da far piangere i sassi... e nessuno piangeva!... Che giovani!... che faccie!... che slancio!... Voi li avrete veduti quando montarono nei vagoni... Pareva che prendessero d'assalto una fortezza!...

— Se li ho veduti! — rispose il De Mauro a voce alta — come volete che io non li abbia veduti, mentre c'era anche lui... quel bel mobile di Edoardo!

— Come! vostro figlio?...

— Sicuramente! mio figlio... Non avevo che quello... e non potevo dare di più... io!

Alcuni, che si erano fermati ad udire, si partivano esclamando:

— Anche lui! un figlio unico!... un milionario!

E il signor De Mauro, per la prima volta in sua vita, si illuse a tal segno da credersi un grande patriota, un martire della indipendenza italiana.


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