Chapter 4

Cintio poi trovava alla fine tutto il suo pascolo nell’aver per dama una fanciulla ghiribizzosa,[49]di bellezza appariscente, dedita a fare spocchia[50]di belle vesti, poco austera negli atti e nelle parole; e godeva più che altro di non ritrovarsi a quella suggezione d’un padre autorevole ed accorto e d’un fratello assennato. V’era la Lisabetta; ma come volete voi che la povera vecchia con tutte le sue sfuriate di chiacchiere non si lasciasse prendere il sopravvento da un appaltone[51]inforestierato? L’ebbe un bel dirgli e ripetergli: — Badiamo bene! prima di lasciarvi discorrere con la me’ figliuola i’ vo’ sapere che intenzioni siano le vostre! Che vo’ non vi crediate d’aver che fare con una milensa; qui vo’ non troverete il terreno morvido come su. I’ non son maestro Cecco io; quando nacque il suo diavolo,il mio andava a processione.[52]In primis[53]e’ s’ha a fissar bene; e’ voglian esser patti chiari; e promettere e mantenere. In casa mia s’usa così. Nissuno vi ci ha chiamato.... — e via discorrendo. Promettere? E che cosa costa far credere il panno largo, ed obbligarsi anche a faccia fresca per iscrittura a chi s’è fatto spergiuro con un’altra? a chi non si ricordava d’aver visto morir contenta una madre colla speranza che fosse assicurato il buono accasamento della figliuola? E dopo le promesse ed i giuramenti, la povera vecchia si diede maggiormente pace, vedendo che i pigionali stavano zitti, che l’Anna se l’era battuta, che Cintio non rifiniva a regali; inoltre ogni repugnanza svanì addirittura quand’ebbe scoperto in esso una segreta passione, che per lei era buon requisito, la passione vo’ dire del giuoco del lotto. Con una terzina battezzata per sicura, con una cabala da tirar fuori la vincita, Cintio poteva comandare a bacchetta.

Poco ci volle a Michele per accorgersi di questa conformità degli animi; e per quanto se ne addolorasse molto, e propendesse ad obbedire alle raccomandazioni della sorella ed ai suggerimenti del proprio cuore, nondimeno si trovò legate le braccia, e dovè concludere che il caso era proprio disperato.

Nel medesimo tempo la sorella, benchè sempre distratta dalle amorose attenzioni de’ buoni parenti, non poteva più sopportare di trovarsi lontana dalla casa paterna; ed il non saper nulla di quello che Michele avesse potuto risolvere le dava molto martòro. Dopo una ventina di giorni maestro Cecco era andato lassù coll’intenzione di farle solamente una visita e di lasciarvela stare dell’altro, se la zia, come poteva figurarselo, si fosse opposta alla sua partenza; ma e’ conobbe che non v’era da farlo, che non conveniva prevalersi d’un’obbedienza forzata, e che d’altronde la rassegnazione della fanciulla non era più da mettersi in dubbio.

Vi lasciò considerare se con tutto ciò l’Anna rimanesseintenerita dalla sincera afflizione che gli zii e le cugine mostrarono nel separarsi da lei! Per istrada non s’arrischiò ad interrogare il babbo su quello che le premeva tanto di sapere; e come a sfogo di gratitudine verso i parenti, non fece altro che raccontargli le loro affettuose garbatezze: ma appena rivisto il fratello, non indugiò a leggergli in volto lo scoraggiamento di chi non ha potuto superare gli ostacoli d’un’impresa troppo difficile.

— E proprio non c’è speranza? — gli disse quando furon soli.

— Tu lo vedrai anche da te. Perchè non se’ tu rimasta in campagna?

— In questo caso sarebbe meglio ch’i’ non ci fossi neanche andata, o che piuttosto tu vi potessi passar tu una ventina di giorni.

— Anch’io so rassegnarmi.

— Non mi pare; tu se’ andato a male, sai, in questo po’ di tempo!

— Eh giusto! sarà il dispetto; perchè.... perchè non si può veder di peggio. E non so chi mi tenga dal non rompergli il muso a quello sciagurato!

— Ho io ragione? Abbi pazienza, ma bisogna che tu mi dia più retta. I’ non vo’ più sentire questi discorsi. Una bella rassegnazione codesta!

— E s’i’ ti dicessi ch’e’ par giusto giusto che gli abbiano ragion loro! ch’e’ non si riguardano di farsi vedere, di salutarmi come s’e’ non fosse accaduto nulla, come se dopo un tradimento come questo s’avesse a essere più amici di prima!

— Compatiscili: e’ saranno più disgraziati che mai. Quand’uno ha perso la bussola, non sa più quel ch’e’ si faccia. E poi, non dubitare, se gli è uno sproposito, verrà anche il ravvedimento.

— Venga pure; ma per me l’ha indugiato troppo! —

Anche l’Anna potè convincersi poco dopo che Michele non aveva esagerato nel darle ragguaglio del loro contegno. L’accecamento durava sempre; e perchè l’amica traditanon ebbe cuore, al primo incontro casuale con la Maria, di farle il viso dell’arme, questa riprese animo; credette che la generosa compassione e la benignità della virtù soccorritrice fossero invece indizio di sommessione, e godè in cuor suo di poter liberamente vantare a’ suoi occhi un malaugurato trionfo.

Nel mentre che l’Anna ritornava premurosa al telaio per allestire il nuovo lavoro e ricattare il tempo perduto in campagna, la Maria e la Lisabetta inciambellate[54]da Cintio, andavano ogni sera a spasso, e qualche volta anco al teatro; e per questi svaghi fu necessario buttar via de’ quattrinelli in fronzoli e sciupar delle ore per metterseli dintorno. Quindi tra i molti divertimenti co’ quali il parrucchiere infatuato volle ganzare[55]la nuova dama, vi fu quello d’una merenda alle Cascine in comitiva d’alcuni servitori di forestieri. Anch’essi avrebbero condotto le loro donne; e volevano fare, per dirlo con parola barbara più imbarbarita che mai, unpicchinicche[56]appunto come facevano i loro padroni con grande scialacquìo di vivande, con sfarzo di vestiario, e perfino colla scarrozzata, pigliando a nolo due o trefiaccherre. Figuratevi se Cintio si sbracciò a far l’impossibile perchè la Maria e la Lisabetta fossero della brigata, e non scomparissero a petto alle altre! Ma ci voleva il vestito di seta, ci volevano le gioie, e tutto all’ultima moda, e tanto per la vecchia che per la giovane! La spesa era molta e gli assegnamenti mancavano. Per combinazione, una tra centomila, il giuoco del lotto venne improvvisamente a fargli crescere quella smania. Gnorsì, dacch’e’ faceva all’amore con la Maria s’era messo a giocare disperatamente da sè ed a mezzo con la Lisabetta, studiando la cabala degliautori[57]di grido, e dando retta alle più scempiate stregonerie, che l’ignoranza del gonzo tiene quali articoli di fede e che l’iniquità dell’impostura fomenta per assassinarlo. Pochigiorni innanzi a quello che era stato fissato per la merenda, eccoti la vincita, una gran vincita veh! quella d’un ambo. Avevano già speso più del doppio di quel ch’e’ riscossero; ma che cosa volete? l’immaginazione de’ giocatori di lotto, si sa, al primo barlume di fortuna, si riscalda, s’infiamma, come quella d’un cortigiano che precipitandosi in terra per baciar le impronte delle pedate del principe abbia potuto una volta metter le labbra anche sopra una cócca del manto reale.

— C’è ella la Provvidenza? — esclamò la vecchia tutta ringalluzzata, appena vide Cintio dopo la famosa consolazione.

— O andate a dire ch’i’ non l’azzecco!

— Sempre voi! Come il cacio su’ maccheroni.

— Eh figliuolo! — e gli si accostava all’orecchio perchè neanche l’aria la sentisse — I’ non ci vo per nulla laggiù, voi mi capite! sulla piazza del Carmine![58]

— Un viaggio e due servizi — diceva allora tra sè il parrucchiere pensando alla Maria lasciata sola. — E questo gli è anche un buon augurio — soggiunse forte. — E’ si vede bene che la Maria era destinata per me.

— Sicuro! quando vo’ mi dite che alle mani di maestro Cecco non c’era verso di giocare? Vecchio trullo![59]Per onestà e’ sarà un uomo da mettergli il capo in grembo. Dio l’abbia in gloria! ma se gli ha a noia il lotto, e’ mi dà in ciampanelle,[60]e’ patisce nel comprendonio. Lo vedete voi? gli è inutile confondersi, nondimeno per la povera gente non c’è altro rinfranco!... Che pretende di saperne più lui di chi l’ha inventato? Basta darci dentro e saper capire l’autore! Oio![61]a quest’altra girata s’ha a raddoppiare la posta; e i numeri ci sono, da fare un bello sdrucio, di quelli di sott’il banco; e gli ho già messi in prova.[62]Eh! v’insegneròio il segreto per tenere la strada aperta alla fortuna. Chi la dura la vince. —

Ma Cintio allora le dava poca retta, perchè l’essenziale consisteva nel preparare l’occorrente per la merenda.

Presto, con la sua tessitorina, dalla sarta e dalla crestaia; il lavoro è di furia; i denari lì, uno sopra l’altro; dunque da parte i vestiti delle signore; e poi chi direbbe di no all’accorto e piacevole parrucchiere che sa guadagnarsi la protezione delle sue ricorrenti, che può avere ordinazioni co’ fiocchi e ordinazioni per forestiere, sempre ricche sfondate?[63]

Poi andarono sul Ponte Vecchio, entrarono in una delle botteghe più in giorno con la moda, e l’orefice penò poco ad avvedersi che si trattava d’innamorati e di quattrini vinti al lotto. La vecchia che non aveva mai visto un gruzzoletto di plurimi[64]ballanti e sonanti, facilmente si diede a credere ch’e’ fosse la miniera del monte gaio, e che prima di vederne il fondo la potesse lasciar andare la briglia a que’ due capi sventati. E se v’è un giuocatore che dopo la più meschina vincita non si figuri d’aver acciuffato pe’ capelli la fortuna, e non si creda di poter subito rinnocare,[65]e non pigli la rincorsa verso il precipizio che l’aspetta, segnatelo col carbon bianco.

Finalmente arrivò la domenica delpicchinicche;[66]il tempo era bellissimo: duefiaccherresi fermarono dinanzi al marciapiede delle case-nuove. Colui che poco prima aveva paura che la sua bella dovesse far poco spicco, ebbe la soddisfazione di vederla superare in leggiadria e in lusso tutte le compagne.

Le finestre del vicinato messo a rumore erano affollate di gente per vederla salire in carrozza col suo milordino; e i cavalli a chiocchi di frusta condussero via gloriosa e trionfante la comitiva. E nella strada un bairamme:[67]

— A voi! — diceva una ragazza in un capannello di donnicciòlein sacchino e rete[68]— la l’ha trovato il verso di fare spocchia!

— Sì, che la duri! — soggiunse una donna attempata.

— Ma quello non era il geo[69]della pigionale?

— Gli è quel ch’i’ dico; e la non può andare a finir bene. Con l’asino che non trova basto che gli entri, si fa poca strada.

— Io resto della vecchia!

— E’ l’ha saputa infinocchiare perbenino con le sue pastocchie.[70]

— Chi di venti non n’ha, di trenta non ne aspetti.

— Bellina, strascicata[71]anche lei!

— E com’e’ s’impancano[72]al fumo de’ signori!

— Per farsi mettere in favola e in canzona!

— Qui poi, adagio a dire. Puta caso[73]noialtri poveri non potremo spasseggiare tra’ lustrissimi? Che siam concio noialtri? che perderanno uno spicchio di croce?

— I’ son con voi: l’è giusta: il mondo è di tutti e i’ so andar sempre dove mi par’e piace; ma da povera! I’ lascio il guardinfante[74]e l’alluminìo[75]a chi n’ha bisogno; e non ho gusto a entrar nella calca per farmi pigiare.

— Che t’anderebbe a’ versi a te quello spaccone[76]tutto razzimato e liscio liscio com’un subbio?

— Figurati! sapone e muffa![77]

— I’ ho più a noia le falde... e quelli che parlano in quinci e quindi!

— Hai tu visto eh! E dacchè gli ha piantato il bordone al primo piano, la strada non mette erba.

— Una bella cosa! tutti patatucchi impacciosi, prepotenti e impertinenti da perderci anche la riputazione!

— Ma intanto la va oltre in contegno, e non v’è carestia di spassi nè di regali!

— Ch’e’ se li tengano per le donne del loro paese!

— Ma il vestito di quella bellezza patita gli è una maraviglia da maledetto senno!

— Ma la scimmia anche vestita di seta è sempre scimmia. E badate ch’e’ non le abbia a costar troppo caro!

— Bisogna vedere chi spende!

— Ragazze, non pensate a male. Io credo ch’e’ sian quattrini del lotto.

— Bene spesi davvero!

— Questo gli è un altro conto. —

E lì, e più lontano, il bisbiglìo e il cinguettìo durarono un pezzo. Una vecchia strucia,[78]più meschina e più tribolata di quante ve n’erano sulle case-nuove, che seminava cirindelli[79]da tutte le parti, che non s’arrischiava a mescolarsi nel cicaleccio con le altre, che sapeva pur troppo, per propria e dolorosa esperienza, a qual misero fine conducano gli spropositi della gioventù inesperta, guardò con lungo sospiro la coppia baldanzosa; e zitta zitta tentennando la testa si pose a passeggiare sotto gli alberi del prato.[80]L’Anna in quel tempo era a vespro, e pregava Dio per la prosperità del padre e del fratello.

Ora non vi starò a raccontare se la pappata dei servitori fu riboccante di squisite vivande! proprio da far gola ai più ghiotti parassiti dei loro padroni. Avevano fissato di gozzovigliare a bocca e borsa;[81]ma il vincitore dell’ambo volle metterci di suo la coda, una coda più lunga di quante e’ n’aveva pettinate a’ suoi giorni.

Dopo avere speso l’osso del collo, dopo essersi impinguati d’intingoli e di boria, tutta roba troppo indigesta,massime per chi non ci è avvezzo, i nostri amanti finirono la loro comparsa sull’imbrunire della sera. Vi sarebbe stata la voglia di far la chiusa col teatro o col ballo; ma era giocoforza sottomettersi ai doveri del proprio stato. E Cintio doveva lasciare la bella nella casipola del telaio, e levarsi i guanti bianchi per impugnare il pettine in un palazzo o in una locanda, e lisciare con la pomata i fintini delle signore anziane o le trecce delle novizie; gli altri erano aspettati chi dalla spazzola in guardaroba, chi dai cavalli nella scuderia. Già se la Maria avesse dovuto rimanere più a lungo striminzita[82]nel busto e fra i gangheri, si sarebbe svenuta. Inoltre le vivande rimpasticciate, i vini forestieri e artefatti, il caldo della stagione e la polvere avevano fatto impallidire il suo incarnato, e messole un’arsione da aver la lingua a mezzo la gola, con un frizzìo doloroso negli occhi. La vecchia.... Oh meschina! portatela a letto; vo’ non vedete come l’è sbalordita e rifinita dalla strepitosa scorpacciata? E poi nella quiete della sua cameretta nessuno vada a vederla quando non sia per porgerle assistenza, chè se lo strapazzo della gioventù malcapitata riempie l’anima di mestizia, la vecchiaia che si lascia trascinare dove non è chi sappia rispettarla, diviene anche ributtante. Dopochè la fanciulla si fu sciolta di quelle pastoie, ebbe bisogno di sdraiarsi sopra una seggiola. Costì fu presto travagliata dai languori di stomaco, da lunghi sbadigli, da giramenti di capo, e poi assalita da sonnacchioso sbalordimento; e allora le sopravvenne una confusa ricordanza dell’accaduto: messa da parte l’ambizione di comparire insignorita agli occhi delle vicine, e di esser da più delle commensali, la ritornò con la fantasia agli atti e ai discorsi di Cintio e dei servitori. Le sue orecchie avevano sentito come venisse straziato da costoro il dolce linguaggio nativo, e la verecondia le aveva fatto salire spesso sul volto le vampe del rossore. Per lungo tempo fu un delirio tra la sorpresa e il pentimento, un chieder perdono a Dio dell’aver sorrisocome gli altri alle bestemmie, agli sfacciati equivoci, agli osceni racconti di quanto può inventare la feccia d’ogni paese a scapito dell’onestà e della modestia. E sempre più la postema cresceva! La non ebbe neanche fiato di moversi dalla seggiola; e il sonno era interrotto, soffocante, convulso, pieno di spasimi e di visioni. Ora le pareva di veder Cintio, con la faccia strafigurita e con orrido ghigno pigliarsi gusto di strapazzarla e d’incolpare lei sola de’ suoi proprj traviamenti; ora di comparire dinanzi a uno specchio e di ritrovarsi scarna, lividosa e nuda bruca mendicando misericordia in mezzo a una strada, senza potersi scansare dalle ruote di una carrozza o dalle zampe dei cavalli, e senza un filo di voce per chiedere soccorso. In quelle smanie una sola apparizione pietosa veniva di quando in quando a sorreggerla: il personale e i modi parevano quelli dell’Anna; ma il viso era coperto da un velo bianco, e se spirava un alito di vento per sollevarlo, i suoi occhi non potevano stare aperti: ma intanto l’enorme peso che le piombava sullo stomaco diveniva più leggiero, la saliva era meno amara, il respiro non tanto affannoso. In questo modo passò tutta la notte quant’ella fu lunga senza trovar mai pace di sè, e allo svegliarsi era pallida, rifinita, milensa. La fiaccona e la svogliatezza durarono più giorni; il buon umore, le ciarle e i progetti di Cintio non bastavano a darle sollievo; ma cominciando egli a mostrarsene infastidito ed a rampognarla, bisognò che almeno la facesse le viste d’essere allegra. Col fingere, a poco per volta la riprese il solito brio, e la giovinezza le tornò a rifiorire le gote.

Del resticciòlo della vincita non ne fu fatto quell’uso che la vecchia e la Maria s’erano figurate. Chi si mette addosso gli ori e la seta non la finisce più; improvvisamente scappa fuori il bisogno di tante altre brìcciche[83]da far seguito; chè dopo la prima spesaccia non siamo a nulla. Come quello che principia a murare in sull’angolo d’una casa: È stato fatto il più; si può fare il meno, e spesso il meno, alla finde’ conti, viene a costare il doppio del più. — Ormai il vestito c’è: che s’ha a buttar via? L’ho portato una volta che non ha a veder più lume? E’ direbbero ch’e’ non era mio, o che non l’avessi pagato, o che il Presto[84]ci servisse di guardaroba. Dunque tiriamo via. Quel che ci va ci vuole; e’ s’intende! la casa coll’orto.[85]— Ma il più essenziale, che sarebbe il giudizio, non è mai messo in capo di lista: e’ viene in ballo al tirar delle tende, quando s’arriva all’ergo di pagare; ma allora è tardi, ed è seguito dal pentimento che è una compagnia bella e buona per chi può scialare, non già per quelli che non hanno da rifarsi. Nello stesso tempo la fanciulla, per quell’impasto di vanità, di buon cuore e d’inesperienza che l’aveva fatta capitar male, s’assuefece a vedere con meno ripugnanza i compagnoni di Cintio. Inoltre quelle persone che a prima vista non ci vanno a’ versi, a forza di machia,[86]di baciabassi,[87]di studiate cortesie, di sfrontatezza e d’elogi smaccati, adagio adagio entrano in grazia a chi non ha esperienza de’ loro costumi e a chi si lascia infinocchiare da’ loro ammennicoli. E poi, lasciate fare alla servitù vagabonda di certi forestieri libertini ed oziosi, che si danno l’aria di signori splendidi e ragguardevoli scialacquando nei vizi i doni della Provvidenza; che presumono d’arricchire un paese spargendovi oro, mal esempio e debiti! Questa servitù, con l’arroganza dello schiavo che si rende necessario al padrone e che si sottomette volontariamente a’ suoi capricci, con la finzione che pare sincerità, con certa insensibilità ciarliera che passa per tenerezza di cuore, s’invernicia l’anima come le scarpe dall’aver di continuo sott’occhio quell’artefatta gentilezza, colla quale sanno mascherarsi i padroni per usurpare la stima dovuta al merito di coloro, chè senza dubbio ve ne sono, i quali anche fuor di patria sanno farsi onorevoli con la virtù, con l’ingegno e col buon uso della ricchezza. Chè anzi la povera Maria,credula alle immaginazioni di Cintio, il quale si figurava di doversi acquistare riputazione e ricchezza bazzicando le locande e stando dietro ai servitori di piazza, si compiaceva di quest’abiezione del suo amante. Nello stesso modo la vanità e la bassezza d’animo conducon talora anche le persone, così dette, d’alta sfera,[88]a passar coi forestieri i limiti dell’ospitalità doverosa, corteggiandone l’albagía ruvida o raffinata, imitandoli a guisa di scimmie in tutto e per tutto, rinnegando perfino i costumi, le inclinazioni e la lingua del proprio paese, quasichè si vergognino d’appartenere a una patria, della quale, operando così, senza dubbio diventano indegni.

Questa correntezza trascinò la sconsigliata tessitorina sull’orlo d’un precipizio, dal quale per buona sorte scampò come per miracolo, senza che la s’accorgesse nè punto nè poco della grandezza del rischio. Più di tutti gli altri faceva premure, feste e finezze tragrandi agli amanti un certo cameriere, non saprei di qual nazione, perchè taluni a forza di mutar padroni e usanze e paesi perdono ogni vestigio della loro origine. Costui era uomo di età matura, si dava l’aria di protettore e d’uomo che la sa lunga, aveva sempre in bocca il risettino obbligato, era il caporione e l’oracolo d’ogni comitiva, e pareva un fior di senno; vestito con molta lindura, in giubba nera e in corvattone: anelli massicci alle dita, catena d’oro, ripetizione e occhialetto; e sempre gaia la borsa, da fare alla palla delle monete.

Il suo linguaggio era un guazzabuglio di parole prese da un visibilio di paesi, ricucite a modo suo, da muovere spesso alle risa o piuttosto a dispetto; sgranava una guardatura fissa e penetrante, ma sempre a sghimbescio, e gli atti poi erano melati, svenevoli, seducenti, come di coloro che si pigliano gusto di mostrar la luna nel pozzo a’ gonzi. Un giorno volle regalare alla Maria due paia di guanti sopraffini. La non gli avrebbe voluti; ma Cintio, considerando a parer suo che si trattava d’un uomo di proposito, non ci trovò alcunmale, e la obbligò a prenderli; e così d’alcune altre bazzecole di minor conto. Parlavano con lui del loro futuro matrimonio, ed egli voleva esser uno dei testimoni, far tutte le carte, e con un sorriso misterioso dava a divedere che avrebbe preparato un regalo co’ fiocchi. Venne il tempo delle corse degl’Inglesi alle Cascine. L’espettativa e i preparativi dei forestieri e de’ giovani eleganti del paese per quello spettacolo, il chiacchierìo che ne facevano i servitori e i cocchieri degli uni e degli altri, la curiosità degli sfaccendati e del popolo invogliarono anche la Maria ad andarvi; e il cameriere, come se avesse indovinato il suo desiderio, non richiesto le portò due nomine per salire col damo sopra un palco. Ma come fare ad approfittarsene senza potervi condurre la Lisabetta? Inoltre, e per l’appunto quel giorno, Cintio aveva avuto una chiamata da una signora forestiera in campagna, tre miglia fuor di porta. V’erano anche delle altre difficoltà, perchè la Maria non aveva così subito la roba da rivestirsi di tutto punto.... Insomma il donativo delle nomine riesciva inutile. Allora il cameriere messe innanzi un ripiego. E’ doveva condurre a veder le corse una sua zia, donna rispettabile al servizio d’una gran signora; e avrebbe avuto il comodo della carrozza. Dunque ecco la compagnia per la fanciulla, ecco levato di mezzo il maggiore intoppo. Pel vestiario ci voleva poco: la stagione permetteva un abbigliamento semplice; con piccola spesa e in un batter d’occhio era provvisto a ogni cosa. La Maria, sebbene smaniosa di veder quelle corse, nondimeno aveva una certa repugnanza a cedere a questi accordi. Ma Cintio messe in campo tante ragioni, che gli riuscì di persuaderla a fare a modo suo e dell’amico. Quindi se n’andò in campagna che già la fanciulla era vestita, e aspettava il cameriere con la zia e con la carrozza. Ma aspetta aspetta, nissun venne. Passò un’infinità di carrozze, di gente a cavallo, di curiosi; furon fatte le corse, tutti tornarono dalle Cascine; e infine anche Cintio tornò dalla sua gita in campagna. Appena la Maria e la Lisabetta gli ebbero fatto sapere come colui avesse mancato di parola, Cintio che era trafelato, e aveva un diavoloper capello, raccontò come dopo aver fatto a gambe tre buone miglia fuori di porta, e aver girato non so quanto per que’ dintorni in cerca della villa, nissun gliel’avesse saputa insegnare, e alcuni a vederlo così sperso, sbalordito, come uno venuto di Val di Strulla,[89]e con quella eleganza tutta malconcia dalla polvere e dal sudore, avessero malignamente preso a canzonarlo. E come raccapezzarsi in questa faccenda? Il parrucchiere andò subito alla locanda, e seppe allora che quel cameriere ed il suo padrone erano spariti, e che la polizia era in cerca di loro, ma troppo tardi; e correva voce che nella notte passata, in un palazzo dove si teneva occultamente un gioco rovinoso, quello stesso forestiere avesse fatto una vincita esorbitante e sospetta. Cintio sbigottito cercò di mostrare indifferenza a questa notizia, perchè altri non ricavasse cattive induzioni dalla sua amicizia col cameriere; ma almeno qualche beffa anche per questo gli venne addosso. Poi ripensando tra sè e sè ai regali, alla villa negli spazj immaginarj, alla finta zia, alle corse, dubitò dell’orribile tradimento che gli poteva essere stato tramato da quel ciurmadore, se la necessità di affrettare una fuga non l’avesse per avventura mandato a vuoto; e gli convenne intanto almanaccare una filastrocca di fandonie per levar di sospetto la Maria. Il giorno dopo ne seppe dell’altre, che gli fecero conoscere con più evidenza il pericolo che aveva corso; ma credete voi che questa lezione gli servisse? Ahimè! Diciotto di vino,[90]diceva il lanzo:[91]e quand’uno ha perduto la bussola e s’è lasciato abbacinare gli occhi dalle apparenze, è molto difficile che si ravveda. Infatti presto dimenticò l’accaduto; proseguì a praticare i soliti gabbatori, che per lo meno si burlavano poi della sua vanità e delle sue baggianate; e intanto veniva l’inverno e crescevano le conoscenze per l’aumentata affluenza degli stranieri, e con esse le occasioni di nuovi spassi e di nuovespese, prima ch’egli avesse pensato con fondamento a metter su bottega e ad accasarsi, non ostante le esortazioni della giovane e della vecchia. E’ badava a traccheggiare e a mandarla in lungo con un’infinità d’inciampi inventati, di pretesti, di scuse; e assicurandosi sempre sopra mille speranze senza fondamento, gli riusciva di trattenere la loro impazienza e di far chetare la Lisabetta quando voleva dir qualche cosa fuor de’ denti.

Tra’ signori arrivati a Firenze da ogni parte della terra in quell’anno, ve ne fu uno spropositatamente ricco, e quanto mai si può dire pazzamente prodigo e dissipato. Costui mutando in veleno per gli altri i doni gettati nelle sue mani dalla fortuna, conduceva seco per istrascico una ciurma di mangiapani, un branco di bestie e di servitori d’ogni razza e d’ogni paese, come quando il turbine mena seco la spazzatura a mulinello ne’ crocicchi delle strade. Qualche migliaio di poveri schiavi s’arrapinava tutte le ore del giorno in mezzo agli stenti per riempirgli ogni mese lo scrigno, e cento paia di granfie di libertini tornavano ogni mese a vuotarlo. — Ecco una provvidenza, — dicevano coloro che vivendo la maggior parte dell’anno in ozio vituperevole aspettano il tempo dei facili e spesso illeciti guadagni.... — Beata la città che gode di queste grasse entrate! — Ma Giotto, Brunellesco, Michelagnolo e cento poi, non crearono tante maraviglie di belle arti perchè i posteri ne facessero mercimonio col mostrarle ai vagabondi che non le intendono o che le sbeffano; bensì le lasciarono a testimonianza della magnanimità d’un popolo libero e vigoroso, che sapeva arricchirsi con nobili industrie, onorare di generosa ospitalità gli stranieri amici, e difendere i costumi e le mura di casa sua dalle pessime usanze o dalla mala signoria de’ nemici. Nè voi, patrie colline, di tanta vaghezza vi rivestite sotto l’azzurro d’un cielo sereno per divenire raddotti di lascivie per lo straniero!

Cintio ebbe subito che fare con alcuni del seguito di costui; e gli parve d’esser saltato a piè pari nel paese della Cuccagna.

Un vasto palazzo, di bella architettura, casa una volta di rinomata famiglia spenta con la Repubblica,[92]bastò appena a contenere tutta quella corte babilonica; e subito sotto gli occhi dell’usuraio, che se l’era acquistato chi sa come, le pareti splendide d’antiche e di gloriose pitture, adorne di venerate immagini o d’arazzi maravigliosi furono qua e là sfondate con barbarica furia, o imbrattate coi moderni frastagliumi d’un’arte bastarda, per adattare al gusto ed agli usi del forestiere una dimora ch’egli avrebbe abitato per pochi mesi. I vecchi ma suntuosi mobili adoperati dai padri della patria, le tele che sotto la polvere de’ secoli nascondevano bellezze squisite non conosciute, le statue di maestri celebri e di scolari più celebri dei maestri, ai quali forse mancò solo il testimonio d’un artista intelligente per meritare onorato posto nelle pubbliche gallerie, le pergamene ed i libri rimasti in preda dei tarli e dei topi, ma forse ricchi di sapienza e di storia, tutto ciò insomma che vi poteva essere di più venerando fu cacciato e ricacciato alla rinfusa in oscuri ripostigli; le stanze consacrate agli affetti di famiglia divennero luogo di profanazione; e i terreni e le loggie dove un tempo il cittadino ragguardevole discuteva le pubbliche faccende sotto gli occhi del popolo, o mercatava le ricchezze dell’Oriente e dell’Occidente, furono imbrattati dalla greppia e dallo strame dei cavalli, dai covili dei cani, dalle ruote delle carrozze. Forse una zampa ferrata percoteva sciupando quel pavimento dove uno dei Ghirlandai si prostese a disegnare con la brace le prime ispirazioni dei suoi dipinti, o dove Dante sedette a colloquio, non già per servile diletto del ricco padrone, come fecero molti poeti di tempi più corrotti, ma per isvolgere ed invigorire in esso le virtù del cittadino. Così uno sbruffo d’oro gettato con alterigia nelle mani dell’ingorda ignoranza bastava a convertire in bordello un tempio, dove i secoli accumularono le reliquie della gloria nazionale. Invano ne muovon lamento o rimprovero il dotto che le tiene in venerazioneconoscendone l’importanza, l’artista che sa pregiarle e valersene pe’ suoi studj, il poeta che ne trarrebbe magnanime ispirazioni: la loro voce non suona come lo scrigno impinguato dalle ricchezze d’un nuovo mondo che gl’Italiani aprirono e donarono ad altri popoli; e la santa verità degli affetti che cosa vale dirimpetto agli argomenti inumani dell’avarizia?

Uno de’ primi regali del ricco straniero fu la festa di ballo in maschera con apparecchio d’inaudito sfarzo, con profusione di rinfreschi e di vivande, e con larghissimo invito. Già gli sfaccendati che erano accorsi a strisciargli la riverenza avevano ammirato le sue carrozze, le magnifiche pariglie, i tanti servi riccamente vestiti, il perpetuo va e vieni di signori, di negozianti, d’artefici al suo palazzo; i parassiti più allupati con la consuma in corpo e l’acquolina in bocca,[93]i più solleciti ad apparecchiare su tutte le prode, facevano la posta ai cuochi sul canto di mercato, e ronzavano leccandosi le basette[94]intorno alle finestre della cucina, tirati dall’odore come i corvi alla Sardinga;[95]e insomma il negozio[96]di quella festa faceva strepito dappertutto, ed era la più valida ragione messa fuori da alcuni per dare ad intendere che la città ricavava gran guadagno dall’oro de’ forestieri. Ma le spese fatte per insulsi godimenti e per ogni altra cosa superflua non accrescono la ricchezza d’un paese, poichè allora si tratta per lo più di consumare senza conclusione, vale a dire senza riprodurre. Lasciamo stare i danni che dai lucri troppo facili e inaspettati derivano spesso alla morale degli artigiani, quando non tutti resistono alla tentazione di abusare della larghezza di chi spende, assuefacendosi così alla malafede, e sdegnando poi le mercedi moderate secondo giustizia; e alcuni dopo le furie d’un lavoro abborracciato e ricompensato profumatamente, s’infingardiscono, scialacquano, e in poco tempo, o con desiderjsmoderati o con svaghi intemperanti, sciupano il loro guadagno; lasciamo stare il mal esempio che i dissipatori vanno seminando col lusso sfrenato, con le mollezze fatte palesi a chi deve scoprirne per necessità del mestiere tutti i segreti; lasciamo stare l’insolente arroganza di chi ha il solo merito del denaro in casa d’altri, chè spesso ricchezza e sopruso sono fratelli. Ma pigliando solamente ad esaminare l’uso materiale della ricchezza, vedete prima quanto tempo perduto in opere infruttifere da chi si diverte a quel modo, e da chi deve preparare que’ divertimenti! E il tempo è il capitale che ha più valore di tutti gli altri. A ogni modo i mestieranti lavorano, voi dite, e saranno pagati; ma dal lavoro che hanno fatto, che costrutto ne ricava il paese? Un bel vestito che pe’ suoi guarnimenti avrà richiesto tre o quattro giornate di lavoro, e che dopo la festa di ballo non è più portabile, gioverà egli alla prosperità dell’industria quanto un arnese perfezionato per qualche manifattura utile a tutti? Le torme de’ servitori guadagnano e consumano; ma il tempo speso nello stare in un’anticamera o dietro una carrozza, e le forze adoperate per lisciare uomini, bestie, legni e pavimenti, producono certamente meno del tempo e delle forze che il contadino spende nel lavoro della terra. I molti cavalli destinati a trascinare un uomo solo danno guadagno ai mezzani e ai mercanti che li vendono; ma le loro forze, giacchè, povere bestie, sono condannate a servirci, darebbero qualche utilità, quando piuttosto fossero moderatamente usate a movere una macchina. Nella stalla d’un ozioso vi saranno più pariglie ben pasciute e oziose come il padrone, mentre un povero somaro scoppierà dalla fatica sul podere lontano, perchè il contadino che ci somministra il vitto non può mantenere altro che un povero somaro. Le carni, le droghe, i condimenti comperati per apparecchiare un sontuoso banchetto impinguano le casse de’ macellari, de’ negozianti, de’ pizzicagnoli; ma dopo molto strazio di roba per rendere più squisiti i sapori e più sostanziosi i sughi, ne escono pochi intingoli da stuzzicare un tardo appetito, e il resto satolla l’ingordigia dell’oziosubalterno, o va nelle fogne; mentre una povera madre non potrà allattar bene il figliuolo per mancanza di nutrimento sano, o l’infermo in uno squallido tugurio morirà senza che una stilla di gelatina abbia potuto bagnarli le labbra riarse. Ecco là un branco di cani ben cibati e bene alloggiati: che ci danno forse la lana come le pecore?... Dunque su questa terra non vi sono più poveri, e potremo moltiplicare senza bisogno le razze degli animali che non producono nulla, e dare ad essi il pane e le carni avanzate alle mense? Ah! finchè le migliaja patiranno la fame ed il freddo, finchè non sapremo procacciare il lavoro a chi lo chiede, o educare al lavoro chi vi repugna, i godimenti superflui e l’impiego dei capitali in que’ godimenti saranno spese contrarie alla prosperità d’un paese, perchè, dopo aver somministrato un guadagno passeggiero, inaridiscono la sorgente de’ salari. Il cattivo uso della ricchezza è sempre un delitto contro l’umana famiglia e contro la Provvidenza divina.

Intanto e pel forestiere che dava la festa, e pel suo corteggio e per gl’invitati padroni e servitori, i negozianti, le sarte, le crestaje si prepararono a far conti e a segnare spese e fatture su’ libri; gli usurai levarono da’ nascondigli i loro sacchetti per imprestar quattrini col pegno in mano e con mallevadoria più che sicura a chi ne avesse bisogno; e un visibilio di salari, d’elemosine, di pensioni, di lavori campestri, e via discorrendo, rimasero arretrati, perchè tutti non possono fare due spese in una volta; e poi, cava e non metti ogni gran monte scema. Lo credereste? anche Cintio che aveva già tuffato il romajòlo in quel calderone, e sperava a suo tempo maggiori bocconi,[97]anche Cintio trovò il modo di condurre a una festa di ballo la povera tessitorina.

I subalterni di seconda tinta, quelli senza titolo di barone o di cavaliere, servi anch’essi del ricco forestiere, ma non di camera nè di stalla, gente insomma di confidenza minuta, senza nome e giornaliera, avendo non poco braccio nellefaccende di quella baraonda, vollero dare una festa anche per loro e pei loro amici. Presero a pigione la sala d’una locanda, e l’addobbarono con lusso; dipoi una bell’orchestra, uno squisito banchetto, e suono a raccolta di tutto il fiore del servitorame. Cintio fu tra’ primi e de’ più desiderati, perchè valente ballerino e perchè aveva da condurre una bella compagna. Così la Maria, già da lui istruita nelvalzere nella quadriglia, avrebbe potuto una volta sfogarsi. Ma al solito, bisognava che la non fosse da meno delle altre nell’eleganza del vestiario; e questa volta mancava la vincita dell’ambo. S’erano industriati, è vero, e coi numeri della gogna,[98]e con quelli de’ più accreditati autori di cabale, e col libro de’ sogni, e con le visitine alla piazza del Carmine[99], e con le fattucchierie, e coi denari presi dall’usurajo bacchettone, ma non poterono cavar costrutto da nulla. Che cosa si stilla? Nè la sarta nè la crestaja voglion più fare a credenza. Inoltre la ragazza non sarebbe andata alla festa senza la compagnia della mamma, e così cresceva la spesa per mettere in ghingheri anche la vecchia. Cintio ebbe un bel dire, e portare esempi e stampar compensi; la Maria in questo tenne fermo. Pur troppo una benda funesta le s’era messa davanti agli occhi da un pezzo! Ma il naturale sentimento della propria onestà le incuteva sempre un utile ritegno, mantenuto anche dalla presenza de’ virtuosi pigionali, da quella generosa compassione di chi non cova rancore nè pensa a vendicarsi delle ingiurie, ma invece, se non può far di meglio, le dimentica e le perdona; di chi non mortifica con disprezzo, nè ammonisce con presunzione i traviati, ma piuttosto li richiama e li commove con l’esempio. La virtù dell’Anna era per la Maria un modello divenuto ormai troppo difficile ad imitare; ma avendolo sempre davanti, non poteva fare a meno di conoscerne la bellezza. Così il rozzo montanaro, che anch’esso ha avuto dalla naturaocchi e affetto per ammirare la perfezione delle sue opere, sebbene gli manchi l’arte per ricopiarle, pur le contempla volentieri sulle tele e ne’ marmi, e gode in segreto che altri ve le abbia sapute ritrarre sì bene. Forse talvolta la Maria tornata in sè con lucido intervallo, ponendo il proprio stato a paragone di quello dell’Anna, e travedendo i pericoli a’ quali era esposta, si sarà abbandonata a quello scoraggiamento che ci fa dire: — Ormai non v’è rimedio; non si torna più indietro; nasca quel che sa nascere,[100]i’ voglio andar sino in fondo; — ma a vedere che i pigionali incontrandola a caso, non la scansavano con dispetto sprezzante nè con alterigia, le tornava allora un po’ di forza per cercare di ravvedersi. Spesso l’intolleranza che pretende distruggere il vizio a furia di flagelli non produce altro che dispetto e ostinazione, come quel maestro di scuola che volendo educare con la sferza i discepoli, provoca l’audacia ribellantesi apertamente contro ogni legge, o suscita l’ipocrisia peggior d’ogni vizio. Ma invece, quante volte un colpevole, volgendo lo sguardo, nella quiete d’una notte serena, alle maraviglie del firmamento, si sarà inginocchiato da sè nella polvere per adorare uno Dio misericordioso, e chiedergli perdono con le lacrime del contrito!

Nondimeno il parrucchiere venne a capo di far fare alla Maria e alla Lisabetta un altro passo falso. La vecchia aveva ancora un vezzo di perle scaramazze,[101]il miglior capo del suo corredo, il solo assegnamento che le fosse rimasto per dare un po’ di dote alla figliuola. Cintio lo sapeva, e cominciò a dire che le perle non usavano più, che quelle essendo così disunite e anche giallognole, non erano da mettersi al collo d’una sposa giovane, d’una sposa cittadina; che quanto a lui sarebbe stato inutile di serbarle;.... e, per fare il discorso corto, quel vezzo fu bacchettato nell’atto, e convertito in tante calìe[102]nè più nè meno come i quattrini dell’ambo.

Così la vigilia della festa la fanciulla era all’ordine per andarvi abbigliata di tutto punto, quand’ecco un altr’inciampo inaspettato; perchè la Lisabetta, che già pativa d’alcuni dolorucci reumatici, peggiorò a un tratto per la rigidezza della stagione, e in guisa da non potersi reggere in gambe. Allora la ciarla del parrucchiere fece nuovi sforzi per ismovere la Maria dal proposito di restare in casa.

— Non dobbiamo noi essere marito e moglie? Per una volta, che male sarà uscir fuori senza lo strascico[102a]della mamma? Riguardatevi, Lisabetta, riguardatevi a questi stridori di freddo. Io.... come si fa egli? Ormai ho promesso. No’ abbiamo speso.... Voi non avete bisogno di nulla; basta che stiate calda; domani non sarà altro. —

E seguitando di questo passo, egli arrivò perfino alle minacce di piantar la ragazza, se non facevano a modo suo. Che cosa volete ch’i’ vi dica? A queste minaccie la povera vecchia s’arrese, e gli sposi andarono da sè soli.

Per la Maria, che non aveva mai veduto una festa di ballo in una gran sala, con profusione di addobbi, di lumi, di rinfreschi, tra una matta allegria, in mezzo allo strepito dell’orchestra, poco ci volle perchè si abbandonasse tutta al suo brio spensierato. Cintio a metter su e dirigere le quadriglie, ballerino agile, elegante, fanatico, faceva la prima figura tra i giovani; e pensate voi se mancarono adulazioni a lei, sempre bella, in gran gala, pettinata stupendamente dalle mani di Cintio, e presto sfranchita nel ballo per la sveltezza e la grazia del personale! Quella festa e quella gozzoviglia durarono fino a tardi; gli sposi furono degli ultimi a uscire; e la Maria, che per la novità dello svago non aveva potuto scorgere quanta licenza vi fosse, andò via desiderando nell’anima che le si desse presto l’occasione di ritornarvi.

Ragionando lietamente di ciò che avevano visto e di quanto s’erano divertiti, giunsero sul Prato, apersero l’uscio, salirono le scale, e costì fecero adagio per non isvegliarela vecchia, immaginandosi che fosse a letto. Ma appena messo piede sulla soglia, sentirono una zaffata puzzolente che pareva sito di cenci bruciati. Ratta la Maria corre in camera: un denso fumo annebbiava la fiaccolina del lume a mano: il fetore mozzava il fiato. — Vergine santa! Dov’è la mamma? — La povera vecchia era sdrajata sopra una seggiola, era basita[103]da quel fumo, da quella peste.[104]Guardano meglio, e s’avvedono che il veggio aveva dato fuoco alla sottana, e su su, fino a bruciare le carni. Il riscontro dell’uscio aperto fece rilevare la fiamma! La Maria, forsennata, perso il lume degli occhi, tremando tutta, si dà a scoter la mamma e a urlare quanto n’avea nella canna:

— Oh Dio! è morta! —

A quelle grida i pigionali si svegliano, e senza metter tempo in mezzo scendono giù. Per buona sorte v’era anche Michele. Vista la disgrazia, manda l’Anna a prendere olio, lardo, cotone; fa correr Cintio in cerca d’un medico, e insieme col babbo si mette a spogliare, e a stracciare le vesti di dosso alla vecchia; poi sdruce la materassa, per adoperarne in compenso la lana, e versato sulla carne l’olio del lume a mano, comincia a ungere e a coprire le bruciature; piglia il cotone del baulino dove pochi giorni avanti stava il vezzo di perle, poi adopera quello che l’Anna era corsa a prendere in casa, e prosegue a spalmare con olio e con lardo e a metter cotone finchè bisogna. Allora fece aprir la finestra, e la sventurata incominciò a dar segno di vita. L’Anna assisteva la Maria, che pel disperato dolore s’era svenuta. Il medico venne subito, esaminò lo stato della malata, conobbe che Michele aveva fatto quel meglio che si poteva; ma ci volle anche una cavata di sangue. Dopo due ore di terribile ansietà, poterono avere un po’ di speranza. Ma le bruciature erano affondate e si distendevano per tutta la gamba e fin sopra il ginocchio. Se il soccorso avesse indugiato, chi sa? e’ l’avrebbero trovata stecchita. Dopo la partenza del medico la Maria sciolse un pianto dirotto econvulso, e ci volle tutta la pietosa misericordia dell’Anna per racchetarla. Cintio se n’andò avvilito e confuso. Maestro Cecco e Michele vegliarono in sala tutto il rimanente di quella notte, e l’Anna non uscì di camera.

La medicatura richiedeva molta diligenza e molta pratica, e la guardaroba ben provvista. Michele esperto infermiere si pose spontaneamente ad ajutare il medico; e l’Anna.... Che cosa volete? le cencerìe[105]di moda che la Maria possedeva non erano neanche buone per far le fasce; e avendo strutto nel lusso tutti i quattrini, non le era riuscito ancora di mettere insieme un correduccio di biancheria; sicchè l’Anna che lo aveva bell’e preparato da un pezzo, chiese e ottenne dal babbo il permesso di adoperarlo in servizio della povera Lisabetta. Allora dovè rifarsi da una parte, e ogni giorno bisognava dar sotto a qualche capo di roba; ogni giorno la Maria, maravigliata di tanta generosità, diceva e diceva.

— Ma zitta! — rispondeva l’Anna, — non ci pensare; lo fo volontieri, sai? Non siamo amiche? non siamo prossimo? Sì, quando potrai, penseremo a rimettere in essere il consumato. Po’ poi tu avresti fatto lo stesso con me.... —

E maestro Cecco e Michele ripetevano su per giù le medesime cose, con quella sincera benevolenza che non umilia chi ha bisogno del soccorso degli altri.

Ma alla mancanza di guadagno per aver trasandato il lavoro, alla pigione, ai debiti.... a tutto questo i pigionali non potevano riparare. Allora Cintio, che non sapeva più dove si battere il capo, consigliò la Maria a mettere in ipoteca que’ ciondoli di valore che erano stati comperati a contanti. Un usurajo de’ più sordidi fu subito pronto, uno di quelli che appena si contentano di prendere un quattrino il giorno sopra ogni francescone,[106]prestando la quarta parte del valsente del pegno, e facendo anche con orribile sacrilegio qualche pia invocazione, per battezzare quale atto dicarità l’assassinio. Portati a costui gli orecchini, la collana, gli smanigli, a stento s’appagò di quelle minuzzaglie costose per la fattura e di poco valore intrinseco; ma lo scioperato parrucchiere stretto dal bisogno si lasciò sgozzar dall’usura come chi piglia un cavallo morto oggi per rendere un barbero a San Giovanni.[107]Così la Maria si trovò presto spogliata, e quasi senza costrutto, di tutte quelle cose che non s’addicevano al suo stato. Ma questo non le importava, purchè la mamma guarisse. E infatti per le sue cure e per quelle de’ pigionali, la povera vecchia a poco a poco si riebbe e andò migliorando.

Intanto s’appressava quel giorno nero in cui non vi sarebbe più stato nulla da mettere in pegno; e per soprappiù era imminente il mese della pigione. Cintio, curandosi poco di queste angustie, faceva l’uomo franco, e al solito metteva in campo la sue speranze spallate[108]per tirare in lungo più che e’ poteva. Ma le chiacchiere e le apparenze co’ padroni di casa non contan nulla; e appunto avevano da fare con un uomo che già li minacciava di spogliarli di tutto, e di non aver compassione della povera vecchia inferma, pur di non perdere neanche un picciolo: sicchè o l’anticipato o la disdetta. L’Anna se ne accorse, ne tenne discorso col babbo e col fratello, i quali erano pronti a fare tutto quel bene che avessero potuto, e poi trovatasi da sola a sola con l’amica:

— Maria, — le disse — tu m’avevi dato parola di confidarmi ogni cosa; ma ho paura che tu non voglia farlo quando sarebbe forse più necessario. No’ siamo amiche; le disgrazie non fanno vergogna....

— Credi tu ch’i’ non m’accorga che le mie son disgrazie meritate?

— Diciamo che sia vero, benchè i’ direi più che altro che fosse colpa di poca esperienza; ma questi discorsi oranon ci hanno che fare. A ogni modo, se vi fu inconsideratezza tu l’hai scontata cara anche troppo. Ora vien qui, torniamo a quel ch’i’ dicevo dianzi. Vuo’ tu confidarmi?.... O piuttosto, hai tu gli assegnamenti per pagare la pigione? Scusa.... non te n’offendere; sa’ tu dove rivolgerti se mai ti mancassero? —

La Maria si diede a piangere, senza poter mettere assieme quattro parole di risposta. L’altra, confortandola, aspettò un poco; e alla fine:

— Sta’ quieta; domani il babbo va a pagare la pigione per sè, e ha già pensato per quella via di far un viaggio e due servizi col levarvi questo pensiero. Poi, a vostro comodo, senza stare a dire nè quando nè come....

— Ma questo è troppo! — esclamò allora con trasporto di tenerezza la Maria; — dopo tanti benefizi pagarci anche la pigione! Piuttosto, ecco fatto, ajutatemi a cavar dalle mani dell’ipotecario quelle po’ di gioje, giacchè i’ voglio credere che a venderle vi sia da ricavare....

— Bada, Maria, i’ ho sentito sempre dire che quando si va a vendere certe cose col bisogno alle spalle, e’ si perde ranno e sapone.[109]E poi non ci pensar più, non ti confondere con l’ipotecario, scordati del passato. Oh quanto pagherei a rivederti, come quando si diventò pigionali col tuo vestito di rigatino, attenta al telajo, senza metterti dintorno quello che non ci conviene! E’ si pena poco:[110]un fiore costa un quattrino, ma non sta bene a tutti. Per me tu sei la medesima d’allora, e io ti vo’ bene come prima; e quand’i’ ti veggo afflitta non ti so dire se ci patisco; ma credilo! se tu hai perduto la pace, la contentezza, io la do a quella smania.... tu m’intendi. E sai? A non sapersene liberare v’è anche il pericolo di sentirsi tirar fuori cattivo nome. —

A questo discorso la Maria fu tanto commossa, che non potette fare a meno d’abbracciare l’amica esclamando:

— Tu dici bene! la m’era venuta anche a me quest’idea; mi mancava il coraggio; tu me l’hai dato! —

E corse alla cassa, frugò in fondo sotto un fagotto di cenciucci, bellini all’occhio ma tutta tela di ragno, e cavò fuori il vestito di rigatino, dimenticato laggiù per tanto tempo.

— Sì, — diceva — con questo mi sentirò meglio. E’ mi par d’essere un’altra; questo, sempre questo! Benedetta te, che non hai messo da parte il rigatino! —

E si stringeva al seno quel modesto vestito, come si farebbe d’una cara persona che non si fosse rivista da qualche anno. Ma nello scoterlo cadde in terra un libricciòlo che v’era tramezzo. La Maria non seppe raccapezzare a un tratto che cosa fosse, e andava per raccattarlo; quando, riconosciutolo, e fatto il viso di mille colori, si rattenne stupefatta e quasi paurosa.

— È un libriccino.... — diceva l’Anna, — lo raccatterò io. —

E lo prese, e guardatolo bene, capì il motivo di quella temenza.

Michele, sui primi tempi che furono pigionali, lo aveva letto alle ragazze, ed era tanto piaciuto alla Maria, ch’esso glielo aveva regalato.

— Prendilo, è tuo; perchè non t’arrischi?

— Oh avess’io dato retta, — e si copriva il volto con le mani, — avess’io dato retta agli avvertimenti che sono in cotesto libro! Ma! gli andò in dimenticanza con quel vestito! Mi sta il dovere.

— Tu se’ sempre a tempo. Rileggilo; rileggiamolo insieme. E ricordati che ad ogni cosa c’è il su’ rimedio. Eccolo qui; i’ lo poso sul vestito: gli stanno bene assieme. Su quel che ho detto dianzi ci siamo intese. Il babbo penserà a tutto. Ora poi tu mi devi fare un servizio. Il mercante m’ha messo furia per la tela, e io avrei da cucir subito una mezza dozzina di camicie da donna. I’ non ho potuto dir di no. Figurati: e’ m’hanno fin dato i quattrini anticipati per obbligarmi a pigliarle. Tu non hai nulla in telajo, la mamma sta benino.... E poi, per queste non v’è tanta furia. Dunque intanto poss’io far capitale di te?

— Che discorsi! Ma i’ ho paura di non esser capace....

— Eh via! Che son le prime? Tu cuci veramente bene!

— Le saranno di suggezione....

— No; una cucitura liscia liscia.... Da donna, tu puoi considerare. Anzi le sono bell’e tagliate. Or ora te le porto giù. Eccoti intanto i quattrini della fattura.

— No davvero! Vi sarà tempo.

— Quest’è bella! I’ gli ho avuti; il lavoro lo fai tu; dunque son tuoi. Animo! E più qua, se t’avanzerà tempo, ce ne saranno dell’altre. Addio. — E se n’andò frettolosa, posando i quattrini sul pancone[111]del telajo, senza lasciarle il tempo di ringraziarla.

La Maria, rimasta sola, benedì quell’angiolo, benedì la Provvidenza che per sua mano le mandava lavoro e un guadagno propriamente opportuno; e poi si messe addosso il vestito di rigatino, prese in mano quel libricciòlo, e s’inginocchiò a piè del letto. Le parole, i conforti e i soccorsi dell’amica, il distacco da quelle vanità che l’avevano fatta traviare, e più che altro la contrizione di cuore, le fecero tanto bene, che le parve proprio d’esser rinata. Poco dopo l’Anna riscese con le camicie tagliate, e trovandola con quel vestito e col volto più sereno:

— Così va bene, — le disse — quando c’è il coraggio, c’è ogni cosa.... — In questo mentre sentiron gente che saliva le scale. Tutt’e due riconobbero il passo; l’Anna, senza turbarsi:

— Ti lascio, perchè ho da fare — e andò via; l’altra sospirando non ebbe ardire di trattenerla; fece due passi verso l’uscio, e si trovò Cintio a fronte.

— Che novità è ella questa? Così presto non t’aspettavo davvero!

— Chi è uscito di qui?

— Tu puoi figurartelo!

— E chi t’ha messo in capo di ripigliare il rigatino? Perchè venir fuori con quest’anticaglia?

— Così non l’avessi lasciato mai!

— Ho capito! Or ora anche il casacchino e la rete, — e scosse il capo con un sorriso dispettoso e maligno.

— Del resto, la novità.... Ma ormai pur troppo l’è cosa vecchia. Quel figuro del padron di casa è duro come un masso. Non vuole aspettar nemmeno qualche giorno di più. Pochi giorni bastavano, perchè tra pochi giorni!...

— Oh! tra pochi giorni più panìco o meno uccelli![112]

— Che c’è di nuovo?

— Tu lo saprai allora; ma intanto, bisognerebbe vedere di rimediarla in tutt’i modi. Voglio parlare a tua madre.

— La dorme.

— Dov’è quel libro?

— Che libro?

— Il libro de’ sogni, non mi capisci?

— Cintio, non ti rovinar più che mai; affidati piuttosto nella Provvidenza....

— Sì! la ti calerà il panierino co’ quattrini bell’e involtati in una foglia di fico. L’è una bella parola la Provvidenza!

— Per amor del Cielo, non dir resìe![113]

— Con quell’omaccio non c’è Provvidenza che tenga.

— E io t’assicuro che tu non avrai bisogno di lambiccarti il cervello per la pigione.

— Perchè?

— Perchè domani sarà pagata.

— Ma come?

— Sarà pagata, e tanto basta. Non ci pensar più, e non mi domandare altro. E questo è lavoro. Vedi tu? Intanto che aspetto la tela, ecco un po’ di guadagno per tirarsi ’nnanzi. Ora c’è ella la Provvidenza? —

Cintio l’affissava, come smemorato, senza rifiatare; e poi guardando il fagotto delle camicie tagliate, vi scorse accanto quel libricciòlo.

— O questo?

— È mio; l’avevo da tanto tempo!...

— Non te l’ho mai visto. —

E lo prendeva e lo strappava di mano alla ragazza. Quindi scartabellandolo più qua e più là s’imbattè in un punto dove il libro ammoniva le persone, e soprattutto i poveri, a non s’inviziare nel giuoco del lotto. Allora lo gettò via con disprezzo, dicendo:

— Voglio sapere chi te l’ha dato.

— Che c’è qualcosa di male?

— Obbedisci!

— Cintio, oggi tu mi fai paura. Mi merito io forse d’esser trattata così?

— O io? che cosa t’ho io fatto che tu abbia da venirmi fuori con de’ segreti?

— Per carità, non cominciamo co’ rimproveri! Stiamo zitti, che sarà meglio per tutt’e due.

— Dacchè ho messo piede in casa tua non me n’è andata una bene! E ora che sarei, posso dire, a cavallo,[114]peggio che peggio! —

La Maria piangeva; un nodo le serrava la gola...

— Ma ho capito tutto; e so io come regolarmi. Se la mamma dorme, ci vorrà pazienza; la sveglierò. — E indispettito si moveva per entrare in camera.

La ragazza, non potendo articolar parola, tanto era lo spasimo de’ singhiozzi, gli si messe davanti ginocchioni per trattenerlo. Cintio, o che ne fosse davvero intenerito, o che fingesse; — Sta’ zitta! — disse con dolcezza, rizzandola. — I’ non posso patire che tu pianga per cagion mia. Quel che t’avrai fatto tu, starà tutto bene. Sì, ringraziamo la Provvidenza. E anch’io, vedi tu? appunto venivo per combinare qualche cosa del nostro matrimonio, perchè, com’i’ ho detto, da qui innanzi le mie faccende spero che piglieranno buona piega. Bisognava levar di mezzo questa seccata della pigione; e giacchè non ci devo pensare, tanto meglio! Allora lasciamoladormire. Ci rivedremo stasera. — E con simulata dolcezza e serenità se n’andò via, lanciandole uno di quelli sguardi che l’avevano ammaliata. La Maria non ebbe tempo di trattenerlo; non ebbe ardire d’insistere nelle sue domande; e pigliando per sincera quell’espansione di cuore, tornò a rinvigorirsi nell’affetto per lui, si scordò di tutta l’amarezza del discorso tenuto innanzi, e non le rimase altro pensiero che quello di poter concludere presto il matrimonio.

Nella sera medesima l’Anna, parlando con Michele fece cascare il discorso sulla Maria, e gli raccontò l’accaduto della mattina.

— E’ mi pare un buon principio, io l’ho detto sempre; il ravvedimento è sicuro; sta’ a vedere com’e’ si regola quell’altro. — Michele stava zitto e sopra pensiero, baloccandosi con un rocchetto che aveva lì tra’ piedi. Poi disse:

— Non andar tanto in là con le congetture.

— Che ti dispiacerebbe?

— No! gli è forse il troppo desiderio, che non mi lascia dar la via alla speranza.

— Ma a pensare al peggio v’è sempre tempo.

— Anche l’ingannarsi riesce duro; e tu lo sai quanto me.

— Per questo, prima di dirtirincòrati, i’ ci ho voluto pensar bene.

— Intanto son passati dei mesi....

— Ma che la medicina opera subito? Qualche volta la guarigione apparisce quand’uno men se l’aspetta.

— Non ne discorrere con me di medicina e di guarigione! Disgraziatamente i’ veggo ogni giorno come vi sia da attaccarsi poco a queste cose.

— Gli è che anche tu se’ malato; e allora come vuo’ tu giudicare della salute degli altri? E poi, lasciamelo dire, la gioventù, a questi lumi di luna, ha troppo cattiva opinione di noialtre ragazze....

— Qui poi non mi mettere in un mazzo con gli altri!

— No davvero!

— Gli è che tutte non somigliano te.

— Che cosa c’entro io? Tu devi dire piuttosto che aforza di gridarci la croce addosso, anche in barzelletta, i giovani s’assuefanno a pensare sempre a male! Lo senti tu?Lupus est in fabula;[115]senti tu nella strada il vendistorie?Le malizie delle ragazze per imbrogliare i giovinotti!Le son queste le belle storie ch’e’ vanno stampando! E girano per tutto, e molti le comprano, e ci ridono sopra. I’ vorrei sapere se la povera Maria e un’altra persona ch’è qui hanno tirato a imbrogliare.... Basta! Al più piccolo sbaglio subito la condanna; e il perdono.... signor no, il perdono non vien mai. Bisognava che tu l’avessi vista! I’ scommetto io che se tu fossi stato ad uno spiraglio dell’uscio, a quest’ora tu saresti più persuaso di me! —

Il giovane, commosso dallo zelo della sorella, rasserenò la faccia con un sorriso, ed esclamò: — Sì! tu hai ragione; tu m’hai consolato; i’ la pensavo come te; solamente mi dava noja l’indugio....

— Da cosa nasce cosa, e il tempo la matura. E se tu mi parli di prudenza, i’ son con te: ma non mi fare lo spericolato; non cerco d’altro. —

Michele alzò gli occhi al cielo, sospirando e toccandosi il cuore, e andò in camera, perchè aveva bisogno di star solo. L’Anna si rallegrò tutta, perchè quello, secondo lei, era buon segno; e chi sa fin dove l’affettuosa immaginazione allora la trasportasse!

I loro animi erano rimasti in tale stato di speranze, quando maestro Cecco tornando a cena la sera dopo, restituì all’Anna una parte di que’ denari che aveva presi seco la mattina per pagar la pigione de’ due piani: — Non ce n’è più bisogno; tu li puoi rimettere insieme con gli altri già assegnati per rifarti il corredo. — I figliuoli rimasero stupefatti.

E Michele: — O come va la faccenda?

E l’Anna: — Forse che da un momento all’altro la Maria ha potuto pagarla da sè?

— Cintio ha disdetto la casa.

— Possibile! Si vede che ancora non sapeva nulla....

— Anzi, lo sapeva. L’ha disdetta stamani; ed ha avvisato il padron di casa che badasse bene di non pigliar quattrini da me.... E qualche altra cosetta poi.... ma.... non ci va badato. Il fatto è ch’i’ non ho potuto insistere.... Che cosa volete voi? Alla fine io non saprei costringere chi si sia a ricevere da me un servizio per forza. —

Questa notizia per l’Anna fu una saetta a secco. Michele con le mani incrociate sul petto la guardava in silenzio. E lei non potendo sostenere i suoi sguardi, quasi fossero un rimprovero per le parole del giorno innanzi:

— Quei quattrini — esclamò tutta contristata — non li ripiglio davvero! Fatene voi quel che volete; fatene un’elemosina. I’ non vo’ più pensare a corredo. La cena è pronta; v’aspetto di là. — E andò via, nascondendo il viso nel grembiule.

— Che cos’è stato? — disse maestro Cecco al figliuolo.

— Vo’ conoscete il suo buon cuore; non dico altro.

— Eh! tu puoi credere se anch’io ci patisco. Ma no’ siam lì: quando proprio non vogliono! Quando se n’offendono! Ora mi dispiace doverglielo detto. I’ non credevo che la se n’avesse ad affliggere tanto. Gli è vero che l’erano amiche.... Sta tutto bene.... Ma, vedi, con te posso andar franco; tu devi essere spassionato.... Quel ragazzo, per non dir altro, ha fatto un diavoleto, una dicerìa contro di noi, come se no’ volessimo, che so io? metter su la fanciulla a dargli licenza.... E guarda con chi è andato a sfogarsi! Col padron di casa, che non gl’importa nè punto nè poco di queste ciance! Si può egli avere meno giudizio? T’assicuro io che ho durato fatica a non uscire da’ gangheri![116]E quasi quasi ho gusto che se ne vadano. Tanto, secondo quel che ha detto colui al padrone di casa, presto si mariteranno. Almeno quella povera ragazza non sarà più menata per bocca dal vicinato. E può darsi che a lui, dopo averla presa, ritorni quel po’ di giudizio che aveva prima che imparasse a conoscerla.


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