— Speriamolo!
— Dunque, senza stare a dir tutto alla tua sorella, tu vedi quanta prudenza ci vuole! Quel che si poteva fare noialtri, l’abbiamo fatto, mi pare. Nondimeno, quand’occorra son qua. Troppo sarebbe se in questo mondo si dovesse far servizio solamente a chi lo merita! Bisogna compatire l’ignoranza, l’inesperienza, e badar sempre che il giusto non ne soffra pel peccatore. —
Figuratevi se Michele era spassionato come credeva suo padre, e se quelle parole gli arrivarono all’anima! Nondimeno e’ fece di tutto per non gli dare a trapelar nulla, e tornò a nascondere in seno quel segreto che da un pezzo era solamente palese alla sua sorella. Questa giudicò subito che Cintio avesse fatto ogni cosa di proprio arbitrio, e diede nel segno. Sebbene accortamente ammonita da Michele a regolarsi con molta cautela, tuttavia si propose di cogliere la prima occasione che si fosse offerta per tentar di nuovo l’animo dell’amica. Passarono cinque o sei giorni senza che il caso le facesse incontrare insieme. In questo tempo Cintio concertò molte cose con la vecchia; scovò un ingarbugliatore,[117]un mezzano di scrocchi, per vendergli a pochi soldi le sue ragioni su quel meschino assegnamento lasciatogli dallo zio; e parendogli allora d’esser ricco, fece animo anche alla Maria, sicchè la non ebbe più ritegno a rimettersi in lui in tutto e per tutto. Sbrigatasi a cucir le camicie, le riportò all’amica in tanta fretta, che questa non ebbe tempo d’entrare in discorso di nulla; ed appena la vecchia potè fare due passi, Cintio condusse lei e la figliuola a veder la casa che aveva scelto per loro. Il quartierino era già spigionato; la vecchia ne rimase contenta, e in quattr’ e quattr’otto[118]messero mano a sgomberare.
L’addio tra le fanciulle in apparenza fu freddo; ma l’Anna era piena d’afflizione, e le pareva che la sventurata andasse proprio a precipitarsi senza che a lei rimanesse alcun verso per soccorrerla. La Maria non aveva parole fatte,in parte per essersi abbandonata alla speranza di diventar presto moglie di Cintio, giacchè quella volta sembrava ch’e’ dicesse davvero; in parte per quel rammarico quasi superstizioso che nasce quando si va via da una casa dove abbiamo passati molti anni, gli anni più belli della vita, come se quel cambiamento ci dovesse portare disgrazia, o fosse un distacco dagli affetti dell’età innocente, un oltraggio alle dolci ricordanze che ci vengono anche dalle nude pareti. Le fanciulle si diedero un bacio, ma i’ non vi so dire che cosa le provassero in quel momento! La vecchia non rifiniva di ringraziare; e, poveretta, sebbene mal prevenuta contro i pigionali, chi sa da quali fandonie di Cintio, pure i suoi ringraziamenti erano sinceri ed affettuosi, e le fecero spremere qualche lagrima. Michele e maestro Cecco dissero poche parole nel momento della separazione; quasi punte quando furono rimasti soli. In seguito ognuno si diede a mostrare scambievolmente d’aver dimenticato le pigionali, ma non era vero. E Dio volesse che i loro taciti voti fossero poi stati esauditi!
Dopo quella separazione, le giovani tessitore non s’incontrarono più neanche dal mercante; e solo in capo a qualche settimana Michele seppe che la Maria era stata sposa di Cintio, e non si curò d’altro, nè di parlarne all’Anna. Ma lei ebbe la stessa notizia dall’avviatora; e di più questa donna con la lingua affilata bene, con una chiacchiera da tenere addietro un avvocato:
— Per una certa congiuntura gli avranno avuto fortuna — aggiungeva, — ma che import’egli? e’ si son fatti anche scorgere nondimeno!
— Basta che gli abbiano avuto fortuna, come vo’ dite; non m’importa del resto.
— Uh! che male fo io a dirvi come l’è andata? E’ non c’era principio di conclusione; sempre il casetto per tirare in lungo; ma tutt’a un tratto, vo’ l’avrete sentito dire anche voi, una signora, per non so che festa, dà la dote a due ragazze, ridete! a patto che le si maritino per l’appunto in quel giorno. E lui, subito a metter di mezzo persone daogni banda per fare aver questa dote alla Maria: e vi riescì, e stiacciò tutto l’affare[119]così su due piedi. Oh! con le su’ spacconate da bravazzone, col su’ baco[120]di grandezza e di lusso, un bell’onore! E poi un desinare spropositato, in campagna, con l’invito a una tregenda[121]di que’ soggettini che vo’ sapete, e scialo di vestiti, di svaghi alla smargiassona.... Insomma il lupo perde il pelo, il vizio mai; di lì a pochi giorni s’era ridotto al verde, dopo aver fatto più spropositi che non ha foglie maggio; sicchè la dote.... mi spiego? — soffiando sulla palma della mano —tabula rasat. Ecco il bel frutto d’una carità estrosa come quella. Una dote, non dico.... l’è sempre una carità fiorita; ma vedete voi che razza di matrimonio per godersi que’ pochi! Un giorno contenti come pasque, e poi alla fin del salmo, le tenebre per casa, e più tribolati di prima; un branco di figliuoli come le dita e rilevati male; punto giudizio, che dovrebb’essere il capo essenziale; litigi un dì sì e un dì sì, e tutto a traverso. L’è pure la gran passione, figliuola! Io per me, se fossi una signora che volessi dare la dote, invece di quattrini, una botteguccia, un telaio, o qualche altro arnese da mestiere; e poi gli sposi meschinelli, i’ li vorrei prima conoscere ben bene da me; e dare il tempo di concertar le cose con garbo perch’e’ non avessero a metter le mire troppo alte quando la scala non v’arriva. Ormai, i’ n’ho visti tanti di questi matrimoni abborracciati con gli assegnamenti che non servon neanche a mezza via! Come l’Ammannato «i quattrini son finiti, e il tempo è avanzato.» E poi chi li leva dagli stenti? Oh! s’e’ ne va uno bene gli è proprio miracolo!... —
L’avviatora voleva riportare altre chiacchiere o esagerate o false, un guazzabuglio dal quale veniva anche intaccata l’onestà di Cintio e forse quella della sua moglie; ma l’Anna le troncò le parole in bocca, ammonendola a noncredere poi tanto al male che si dice di questo e quello, ed a non spandere le ciarle a danno del prossimo.
— Io li conosco bene tutt’e due.... — soggiungeva.
— Sie guà! ditelo a me! E dopo l’azione ch’e’ v’hanno fatto, i’ mi maraviglio che vo’ la ripigliate per loro. Quando la bontà passa la parte, i’ la chiamerei buaggine,... a casa mia.
— Appunto per questo; s’i’ non li conoscessi bene non fiaterei. Ma la verità sempre a suo luogo: se v’è del guaio e’ dipende tutto da inconsideratezza e dal bazzicar male, e non importa andare a dirlo al popolo ed al comune. E poi, le cose sapute in iscorcio, vo’ non dovete mai correre a crederle, e molto meno a raccontarle se anche le fossero da potersi dire senza far pregiudizio al terzo ed al quarto. D’avanzo no’ siam menati per bocca da chi ha sulla cuccuma i poveri,[122]da chi non vorrebbe confinare con noi! La sarebbe agra ch’e’ ci si avesse a dar l’asce su’ piedi[123]da noi medesimi!
— V’avete ragione; la mi torna, anche a me mi piace d’essere schietta, e non mi voglio aggravar l’anima. Oh! prima di buttar fuora una proposizione ci penso, sapete? E so ch’i’ so che se mettiamo la mano al petto, anche noi la si leva lebbrosa. Nulladimeno ognuno è figliuolo delle sue azioni; e bisogna poi vedere di chi si parla. Sicuro, di voi e de’ vostri uomini com’essere, che vo’ siete benedetti, non c’è da dirne altro che un mar di bene!
— I miei uomini hanno giudizio....
— E buon cuore; e vo’ tirate da loro, e tutti lo sanno, sapete? E ben vi sta, che vo’ non abbiate astio a una regina. Benedetta quella mamma che v’ha fatto!
— I’ ho avuto l’esempio in casa, è naturale ch’i’ cerchi di fame pro.
— Badiamo veh! L’esempio sempre non basta. E ognun ch’è ritto può cadere. Che v’è egli da dire della Teresa mia cognata? La si strascica un po’ troppo per le chiese, a dirvela tonda tonda, ma poi l’è una coppa d’oro. Nulladimenoquella pettegola muffosa[124]della su’ figliuola.... quando la mamma non è in casa, non passa una mosca che la non sia subito alla finestra; e spesso fuori a giostroni[125]....
— Ma fatemi il servizio; non toccate più questi tasti.
— Insomma è una stirpaccia....
— E con tanto ciambolare[126]vi verrà troppa sete.
— Sie! che bocio come s’i’ fussi in pulpito? Gli è che vo’ non volete sentir tagliare i panni addosso[127]a nessuno.
— Giacchè vo’ l’avete detto da voi, scusate, ma l’è così.
— E io son del medesimo sentimento.
— Allora tanto meglio.
— Ma zitta come un olio, non mi riprometto davvero! Quando mi sento sollevar la bile non mi posso tenere. I’ sare’ ita in convento, s’i’ avessi voluto gastigarmi la lingua.
— O che non si può discorrere senza impacciarsi de’ fatti degli altri, e senza scoprire le magagne del prossimo?
— Provatevi, se vi riesce! Povera fanciulla! Vo’ siete tanto buona voi! I’ vi compatisco! Lasciatemi dire, tanto son sicura che le rimangon morte qui. Vo’ non sapete quanto il mondo sia sconsagrato in oggi! Voltatevi di qua, voltatevi di là, per tutto c’è il baco.... Proprio, quando ci penso, i’ non vi so dir le pene ch’io provo! E’ me ne va il sangue a catinelle! Girate un poco e specchiatevi. Un diluvio di rompicolli oziosi, bighelloni, sfacciati, caparbi...; e i ragazzi imparano, e vengon su sgloriati e monelli peggio di loro; e prima d’aver rasciutto il latte su’ denti, non apron bocca se non per dire delle cosacce.... Ma i’ non l’ho con loro io; i’ l’ho con le mamme, che della pasta di quelle di prima, se ce ne sono, le si contan proprio a dito.... Questo poi sì! Chi si sente scottare gridi ohi! Ma viva la faccia della verità! I’ la dico e posso dirla, perchè non porto la livrea di nessuno.E benchè povera, quand’i’ n’abbia tanti da campare col mi’ lavoro, per me gli è tutto quel del mondo.... E ora ch’i’ mi sono un po’ sfogata, seguitate voi, s’e’ vi garba.
— Vo’ la conoscete, non è vero, l’Assunta di via Gora?[128]Quella che incanna l’orsoio?[129]la moglie del ciaba?[130]
— S’i’ la conosco! da cima a fondo. Ch’ha ella fatto? Qualche sproposito? Di lei poi mi parrebbe impossibile, perchè, a dirla giusta, l’è una buona creatura.... povera sì, e dimolto, ma buona; e anche il su’ marito.... gli stanno bene insieme. Già i tribolati nelle barbe[131]che male volete voi ch’e’ ci facciano?
— Or bene; con tutta la miseria che hanno addosso, vedete? gli hanno preso per figliuola quella povera creaturina che, due mesi fa, restò senza babbo e senza mamma....
— I’ ho capito. A dire eh? O come fann’eglino a camparla, se gli hanno un dicatti[132]di mangiar pane e coltello?
— Eppure ci riescono! A forza di lavoro, tutt’e due la rimediano. L’imbroglio stava nel vestiario, perchè la piccinuccia, poveretta, era proprio nuda bruca come un vermine, senza neanche un brincelluccio[133]di camicia. Dunque, e’ non avevan mai chiesto una capocchia di spillo a nissuno; ma per amor di lei, che cosa volete! Uno spoglio da quella, un cencio da quell’altra, gli hanno trovato da rivestirla di tutto punto, e la mandano pulita, ravvìatina che la pare un giojello. E tutta roba di poveri. O andate a dire!
— Per codesto i’ n’avrei da contare anch’io delle belle! Naturale![134]Troppo sarebbe che tutti gli avessero a essere a un modo! Dianzi, che cosa credete voi? i’ ho detto per dire. Quando vedo certe cose.... basta! mi sento arrugginire, e gli metto tutti in un mazzo. Ma poi, i’ son ragionevole. Anzibisognerebbe che vedessero, quelli che non la perdonano a nessuno, quelli che ci vorrebbero vedere sterminati, noialtri poveri, bisognerebbe che vedessero le cose ch’i’ ho visto io con quest’occhi!... Oio![135]quelle du’ maestrine che stanno in Palazzuolo![136]oh quelle sì, benedette loro, che le fanno una carità fiorita! Come? I’ non ve l’avevo mai detto? State a sentire, veh! Le son povere la su’ parte anche loro! E’ si può credere quel che le guadagnano a tenere a scuola una ventina di bambine! Chi dà sei crazie il mese, chi un giulio,[137]e gala se qualche mamma un po’ meno in miserie l’arriva fino alla lira;[138]e poi, da certe famiglie, tribolate come don Vincenzio che sonava la messa co’ tegoli, non c’è da ricavare neanche un sospiro. E per questo? O che quelle povere piccine dovrebbero rimanere nel mezzo della via? Padrone d’andare a scuola; e la stessa assistenza per tutte; e spesso e volentieri, se le v’entran digiune, le ritornano a casa satolle. Dunque, ora viene il meglio; e io lo so perchè in quella casa avvìo due telaja; queste maestrine le seppero di due signore di loro conoscenza che erano ricadute al basso....[139]il perchè, se fosse vero! volete voi ch’io lo dica?
— Che sarebbe cosa di male?
— Piuttosto! Conseguenza di poco giudizio.
— Dunque chetatevi.
— Tanto la non è certa. Ma insomma, finchè uno ha denti in bocca, non può saper quel che gli tocca, le non avevano da pagar la pigione nè da sdigiunarsi; e, meschine loro, per chi non è nato di povera gente, per tutti veh! ma per loro poi, l’andare a parar mano è cosa troppo dura. I signori, o in auge[140]o ricaduti, so com’e’ pensano; i’ n’ho praticati a barche! Sicchè, per tornare a bomba, le maestrine che cosa ti fanno? Alla meglio d’un letto le ne stampandue; una materassa per loro su quattro legnucci, e una materassa col saccone e le panchette per le signore. E poi le vanno a profferirlo, così per poco tempo, tanto che le possano provvedersi di meglio; ma il poco tempo è diventato dimolto. Intanto le maestrine a mendicar lavoro uscio a uscio per le signore, a riscoter per esse perchè le non dovessero rinchinarsi a nessuno; insomma le si riebbero da morte a vita, sapete? e le vi son sempre; e sempre le vi staranno, perchè le si vogliono un bene dell’anima. E poi si dirà che tra donne e donne non ci troviamo mai d’accordo? Lo vedete voi? Inclusive tra quelle di nascita differente!...
— Lasciamo stare la nascita; no’ siam tutti figliuoli dello stesso Dio. Gli è che quando si sta insieme per ajutarci l’un con l’altro, per lavorare, per essere onesti, il baco della discordia non c’entra, ve lo dico io! State a sentire d’una donna che ho conosciuto in via dell’Ariento, dove si stava di casa tempo fa! La si chiama Brigida; vedova d’un cenciajuolo. Una donna di un cuore tanto fatto, vedete!... e’ ce ne può essere poche! Basta, vi dirò solamente questo: rimasta vedova, e campucchiando alla meglio col fare i servizi, ma senza voler mai dormire in casa d’altri!... Gua’, i’ la compatisco.... l’ha caro di dormire nel su’ letto; con tutto questo, quando la vedde che una famiglia di tribolati vicino a lei s’era ridotta a non aver altro che un po’ di paglia per dormire, una sera la prese il suo caro saccone di foglie, e ratta ratta la lo portò in quel tugurio: «Animo! dormite qui sopra. Almanco vo’ starete meno sul duro. Sie, sie! vo’ me lo renderete a vostro comodo!» La l’ha ancora a riavere. Ma aspettate; la non è finita qui. Poco dopo, una sua compagna che non sapeva nulla del saccone, la va a raccomandarsi: «Meschina me! la mi’ figliuola, povera ragazza, la s’è strutta com’una candela; il medico l’ha spedita per tisica, e non vuole ch’i’ dorma più seco. E’ dice bene lui; ma e’ non considera ch’i’ non ho altro che una materassuccia di capecchio. E lui, bada a battere,[141]e vuoleobbligarmi a mandarla allo spedale. Allo spedale poi non la mando davvero! piuttosto dormirò in terra.» E la Brigida: «Vi par egli? i’ vi presterò la me’ materassa.» «Eh giusto!» risponde quell’altra: «i’ non sono così indiscreta. Prestatemi ’l saccone finch’io non possa avere un lettuccio della Congregazione di San Giovambatista,[142]chè il priore spera bene.» E la Brigida: «Fate a modo mio, pigliate la materassa; i’ l’ho più caro.» «Allora poi,» rispose quell’altra,» che volete voi ch’i’ vi dica? I’ farò a modo vostro.» E così la Brigida rimase anche senza la materassa per parecchie sere, e nel cuor dell’inverno; e nessuno trapelò nulla, altro che quando la si fu ammalata. Allora qualcheduno le rese il bene che l’aveva fatto.
— E io m’appongo[143]chi glielo rese, quel bene: vostro padre.
— Oh! come se in quella strada non ci fosse stato altri che lui!
— No’ ci siamo intesi. E’ non se ne trova de’ su’ pari. So io!...
— Ma assicuratevi che della buona gente ce n’è più di quel che vo’ non credete. —
Intanto l’avviatora aveva finito di ripulire e aggiustare tutte le fila dello strigato, e se n’andò senza pensar più, almeno per quella giornata, nè agli spropositi di Cintio e della Maria, nè alle ciarle che correvano sul conto loro. Anzi, alle altre tessitore che vide dipoi, andò ripetendo invece i racconti delle carità fatte da maestro Cecco e di quelle che aveva risaputo dall’Anna.
Inoltre, avendo potuto a poco per volta raccapezzare pel su’ verso quasi tutto quel che era passato di grosso tra le due fanciulle tessitore, il tradimento della Maria, il perdono generoso dell’Anna, la sua assistenza alla vecchia anche a costo di rimetterci il corredo, e via discorrendo, ne tenne discorso per filo e per segno a una tessitora riposata, moglie d’un onesto magnano, e alla presenza del suo maritoe del suo figliuolo, giovine di venticinque anni, onesto, abile nel mestiere del babbo, e già capace di fare il maestro di bottega.
Quando l’avviatora se ne fu andata pe’ fatti suoi, il giovine, che si chiamava Nanni, infiammato dalla passione per la virtù:
— Questa, s’i’ me la potessi meritare, questa — esclamò verso la madre — la sarebbe una moglie da somigliar voi!
— E sì ch’i’ conosco maestro Cecco, — rispose il padre con un sorriso di compiacenza. — Ci siamo ritrovati più volte a lavorare sulle medesime fabbriche. E di certo, alle mani di quel galantuomo di ventiquattro carati[144]i figliuoli hanno a venire su bene; sì, e’ posson portare la testa alta; i’ non stento punto a credere che l’avviatora abbia detto il vero. Nanni mio, tu sai se no’ desideriamo di vederti accompagnato meglio che sia possibile. Eccoci qui tutt’e due vicini a batter l’ultima capata.[145]La Provvidenza, grazie a Dio, ci ha assistito. I’ ti lascio una bottega bene avviata e un buon nome. Tu non avrai a sgomentarti pel campamento della famiglia; e i’ te l’ho già detto più volte di sceglierti una ragazza a tuo modo, perchè no’ siamo sicuri che tu saprai sceglier bene. Eh? che cosa ne dite voi, Maddalena?
— Che domande! Potre’ io morir contenta senza vederlo ammogliato? — E si rasciugava una lagrima.
Allora Nanni: — Per carità, non m’addolorate con questi discorsi, se vo’ volete ch’i’ pensi alla moglie!
— Figliuolo mio! — soggiunse maestro Antonio, — le son cose di questo mondo; bisogna prepararvisi tutti. Iddio ci dà i genitori, i figliuoli, tutti gli altri beni, e ce li leva secondo la sua volontà. Quaggiù, dove noi siamo di passaggio, gli è come a dire un imprestito, per vedere se sappiamo farne buon uso. Vien poi ’l tempo d’andare a rincalzare i cavoli,[146]e chi s’è visto s’è visto. Ma per imparare a vivere, massime chi si pone nel caso di mettere al mondodell’altre creature, credilo a me, bisogna ch’e’ conosca a puntino in che cosa consiste questa vita. E quella del saper sopportare le disgrazie, che spesso vengono all’improvviso, l’è la migliore scuola per tutti. Ma basta così: discorriamo solamente dell’Anna. L’ispirazione è buona, e più bel principio di questo non vi sarebbe. Ma a quante cose, Nanni mio, bisogna pensare! Vo’ non vi siete mai visti nè conosciuti. La ragazza, che s’è imbattuta tanto male la prima volta, poveretta, i’ la compatirei se l’andasse a rilento. La vorrà pigliare quelle cautele che la prudenza consiglia. Insomma,... la faccenda può essere scabrosa, e tu non ti devi mettere in capo di riuscirvi, se prima non ci si para davanti qualche buon fondamento.
— Davvero sai? — aggiunse la madre; — che tu non t’avessi ad accorare per un sogno di fantasia.
— V’avete ragione; e per me, come se non avessi fiatato. I’ starò al mio posto, fermo com’un piloto.[147]Fate voi, babbo; mi raccomando a voi. E quando vo’ mi direte: «Fatti conoscere; se tu piacerai alla ragazza, il parentado sarà fattibile,» io, state pur sicuro, i’ non guarderò più in là. Che la ragazza debba piacere a me non vi sarà dubbio, perchè io, lo sapete, non cerco bellezze. E poi, ancorchè l’avviatora non avesse detto che l’è sana, che l’ha un bel personale, che l’è piacente, e’ mi basterebbe d’aver saputo quel che i’ ho saputo. Non avrei altra paura che quella di non la meritare, come v’ho detto dianzi. — E andò via, perchè doveva tornare a bottega presto.
I genitori, rimasti soli, si confortarono del savio pensare del figliuolo, e poi maestro Antonio disse sottovoce alla moglie che s’era messa in qualche apprensione per le dubbiezze del progetto:
— Rincòrati, perchè tu hai da sapere intanto; questo non gliel’ho voluto dire, e non glielo dirò prima d’aver parlato con maestro Cecco; tu hai da sapere che quel buono omaccino lo conosce il nostro figliuolo; e lo conosce per un fatto,che, sta’ pur certa, non gli uscirà mai dalla mente. A te allora non volli raccontarlo per non ti metter paura. Tempo fa, maestro Cecco era meco a visitare i lavori di risarcimento a un mulino e alla pescaja. Noi due di sopra nella barca, e un bardotto[148]con la stanga a condurla; a un tratto la stanga riman confitta giù in fondo; e’ fa uno sforzo per cavarla fuori, ma invece gli scivola un piede, e dà un tuffo; intanto la barca per quell’urto rimane spinta nella corrente del callone[149]a rischio di farci precipitare nel tònfane.[150]Io afferro quell’altra stanga, ma era troppo tardi; mi trovo perso, e m’entra la tremerella per l’amico; quand’ecco Nanni accorre di sulla schiena della pescaja, afferra la barca alla punta davanti, e la leva di pericolo; e poi si butta a nuoto per dare ajuto al bardotto, che sbalordito dal tuffo non si poteva reggere tanto da arrivare alla panchina. Insomma, in un batter d’occhio e’ salvò la vita a tre persone. E poi, tu sa’ bene come gli è fatto: quando si fu rasciugato alla meglio, se ne andò zitto zitto per non avere altri ringraziamenti. Allora tra me e maestro Cecco entrammo in discorso di lui; e io, figùrati s’i’ avevo da lodarmi del nostro figliuolo! Per quella via maestro Cecco mi ragionò del suo, che davvero non fa astio a Nanni, e poi si venne alla ragazza; e ti so dir io che se la non aveva cominciato giusto allora a discorrere con quella coltrice,[151]il pateracchio[152]era bell’e fatto! Dunque che cosa te ne pare?
— Tu mi dài una gran consolazione!
— E io mi sento rinverzicolire![153]Or ora, se non ci bado, divento più infatuato di lui. L’amore, sì, l’amore e l’inclinazione devono andare innanzi a molte cose! Ma i’ mi ricordo che spesso, a tempo nostro, dicendola qui che nessuno ci sente, i parentadi si concludevano anche sulla sola riputazione de’ padri e de’ figliuoli. Ed era un buon fondamentoanche quello, sai? Anzi, senza di quello non c’era amor che tenesse. E noi, se tu ti ricordi....
— Gli è vero; noi ci si discorse solamente un mese prima.
— E subito d’accordo.
— E sempre, tu devi dire.
— E Iddio benedisse il nostro amore con la provvidenza di questo figliuolo.
— Come benedirà anche il suo. È tanto tempo che non fo altro che raccomandarmi alla Vergine!...
— Dunque speriamo bene. —
I buoni vecchi alzarono insieme verso il cielo la loro fronte veneranda e serena, e insieme sparsero qualche lagrima per la dolce speranza di ritrovarsi finalmente a godere la maggior consolazione che rimanga ai vecchi su questa terra.
Maestro Antonio, senza dare a divedere nè alla moglie nè al figliuolo tanta premura, se ne andò diviato[154]in cerca di maestro Cecco; e subito, tra loro non v’era bisogno di preamboli, incominciò col dirgli la cosa come la stava.
— Allora fu un sogno, se tu te ne rammenti; posto preso; ma oggi come oggi, gnorsì, i’ vorrei che questo sogno si avverasse da un momento all’altro.
— Per me gli è bell’e avverato, non foss’altro perchè i’ posso dire, me ne ricordo sempre, sai? i’ posso dire d’esser vivo per dato e fatto del su’ coraggio. — E s’abbracciavano stretti stretti. — Ma se lei non fosse proprio contenta!...
— Di mio genio; e amici più di prima. Nondimeno, se è possibile, cose leste!
— A tutto ci vuole il suo tempo.
— Naturale![155]
— I’ te lo dico, perchè, non lo prendere in mala parte, ma i’ t’ho conosciuto qualche volta un po’ troppo precipitoso.
— Va bene! e io ti davo la quadra[156]per la tu’ flemma;gnorsì, me ne ricordo. Ma ora gli è un altro par di maniche. Gli anni e l’esperienza ci mettono i piè di piombo, fratello mio!
— A te non tanto!
— E bada a battere![157]Bisognerebbe che tu avessi sentito il discorso ch’i’ feci a quel figliuolo!
— Bene, via! Uomo avvisato è mezzo salvo. Zitto, finch’i’ non ti do una risposta.
— Non si moverà foglia senza di voi. — E con una stretta di mano lasciò maestro Cecco, sgambettando lesto lesto, benchè più vecchio di lui, fino a bottega, dove chi l’avesse visto lavorare, comandare a’ garzoni e dirigere i lavori, l’avrebbe preso per un giovinotto, o per un uomo, come si suol dire, di ferro. I molti anni non l’avevano fatto incurvare nè ammencire:[158]diritto come un fuso, impresciuttito, ferrigno; con poche grinzoline tirate sulla faccia rubizza, coi capelli proprio d’argento e con l’occhio sempre vivace. E il figliuolo tirava da lui. Un giovinotto svelto, di temperamento sanguigno, di bella presenza, tutto fuoco nelle parole e negli occhi. Ma nel tempo stesso non v’era pericolo che l’ardore della gioventù gli facesse commettere un’imprudenza. In una congiuntura poi tanto seria come quella, sebbene tutt’e due fossero smaniosi di vederne la fine, pur seppero contenersi in tal modo, che per loro, bisogna dirlo, v’era dell’eroismo.
Intanto maestro Cecco, sempre avvezzo a andar cauto, per non avere a rifare la strada due volte, e nondimeno, tanto è vero che la prudenza non è mai troppa! s’era trovato a sbagliarla con Cintio, volle prima avvisarne Michele per maturare insieme il disegno; e com’era naturale, si trovarono presto d’accordo nel riconoscerne la bontà; se non che avevano ragionevolmente paura che l’Anna, quando anco lo sposo le andasse a genio, non si volesse risolvere con quella sollecitudine che gli altri desideravamo.
In que’ giorni l’Accademia delle Belle Arti era aperta alpubblico per l’esposizione dei quadri, delle sculture e delle opere dell’industria. Maestro Cecco e Michele vi condussero l’Anna, e dopo avere ammirato i dipinti e le statue, passarono nella stanza delle manifatture. Quivi l’artigiano che vedeva i prodotti della sua fatica accolti ed esposti nello stesso luogo in cui il genio delle arti faceva di sè bella mostra, si sentiva crescere l’amor del lavoro e il coraggio, e meglio riconosceva la dignità del proprio stato. Ed è ben giusto che il grembiule sia onorato al pari della tavolozza e dello scarpello; essendochè il sudore sparso dall’uomo nelle officine giova alla prosperità della patria, come alla sua gloria provvedono le opere degli artisti eccellenti. Perciò tu vedevi più che altrove affollati in quelle stanze i buoni artigiani, giovani e vecchi, a esaminare e giudicare con lieta compiacenza i più bei lavori de’ loro compagni; e faceva consolazione il sentire le schiette lodi, che senza ombra d’invidia distribuivano a questo e quello. La maggior parte degl’intelligenti ammirava certi serrami da usci e da finestre immaginati con nuovo congegno, con molta semplicità, con eleganza, e condotti a pulimento stupendamente, sicchè per tutti questi pregi il manifattore aveva meritato il premio della medaglia d’oro.
— Eccoli qui, — diceva un vecchio magnano al suo figliuolo, — eccoli qui i lavori di Nanni. Guarda che diligenza, guarda che lima! Spècchiati,[159]figliuolo mio. E anche lui è giovane, tu lo sai.
— E neanche gli pesa la fatica — rispose un altro; — i’ lo so io che l’ho visto lavorare.
— E che buon figliuolo che gli è! Già senz’essere buon figliuolo e buon cittadino le non si fanno le belle cose, veh? E’ ce lo mettono sott’occhio gli esempi di chi ordinò e di chi seppe costruire quella maestosa cupola, che si vede appena usciti fuori da questa strada.[160]
— Beato dunque il babbo del nostro Nanni!
— Già, buona pianta fa buon frutto; quando c’è la probità e la voglia di lavorare ogni cosa riesce bene.
— La medaglia d’oro? bravi! e’ se la merita davvero! Guardate che fior di lavoro! Si può egli vedere di meglio?
— Io gliel’avrei data solamente per il buon figliuolo che gli è!
— Felice la compagna che gli ha scelto o che gli sceglierà — diceva tra sè l’Anna, tutta intenerita da quelle lodi unanimi, e che si potevano dire pubbliche, e proferite da gente che non sa fingere, che sa ben valutare le qualità dell’artigiano onesto e del figliuolo virtuoso.
Uscendo dalle Belle Arti passarono dalla bottega di maestro Antonio; e maestro Cecco accennando da lontano alla figliuola un giovinotto che stava lì assiduo a lavorare:
— Guarda, gli è quel Nanni — le disse — che ha avuto il premio della medaglia d’oro. —
La fanciulla lo vide di profilo, ma tanto che le bastasse per avere un’idea delle sue fattezze; e tirarono di lungo senza fare altri discorsi. Intanto all’Anna quella fisonomia era andata a genio; e più che altro le faceva piacevole sensazione il riflettere che quel giovine stava lì al sizio in maniche di camicia e in grembiule tal quale come i suoi garzoni, mentre là, in quella sala, tra tanta gente di stocco portavano in palma di mano il suo nome, e additavano con bella compiacenza il premio meritato della medaglia d’oro. E’ le parve di vedergliela luccicare sul petto in mezzo alla fuliggine della fucina, ma nel tempo stesso la modestia del giovine le compariva molto più splendida della sua medaglia.
A desinare incominciarono a discorrere delle Belle Arti, e ritornando con la mente sulle cose vedute, arrivarono col discorso fino ai lavori del magnano premiato.
— Io lo conosco bene quel giovine, — diceva maestro Cecco — e sono amico di suo padre. Quello, vedi, sarebbe stato una buona occasione per te! Dicerto i’ non avrei il rimorso d’averti fatto incontrare tanto male alla prima.
— Voi? Che rimorso? Per carità, non dite questo. Anzi,vo’ avete sempre avuta l’intenzione di farmi felice. Se non ci siete riuscito per quel verso, la colpa non è vostra.
— Ma quella fissazione di non voler più marito, mi aveva fatto star male, sai? Ora mi rincoro, pensando alla tua promessa!
— Io son figliuola, e tanto basta. Nondimeno ci sarà tempo.
— E ci sia! Ma se ti capitasse un giovinotto come Nanni?
— I’ non la vo’ credere cosa tanto difficile, perchè de’ giovinotti per bene ce ne sono — e guardava Michele; — ma intanto, prima ch’e’ si presenti!...
— Ma, dico io, s’e’ si fosse presentato?
— I’ vi posso rispondere come dianzi.... E lui ha egli incontrato bene?
— Chi lui?
— Quel Nanni.
— Quel Nanni è sempre scapolo.
— Ma non gli mancherà la dama.
— Anzi e’ non l’ha, e so ch’e’ vuol moglie. E appunto gli premerebbe d’incontrar bene. —
A queste parole l’Anna abbassò gli occhi, e non rispose. Maestro Cecco, ridendo soggiunse:
— Dunque, dimmi un poco; tanto si fa per discorrere; dianzi tu l’ha’ visto. Che cosa te n’è parso?
— Ma oggi vo’ mi fate certi discorsi!
— I’ ti vorrei veder felice, figliuola mia!
— E intanto vo’ pensereste a levarmi di casa? — E quasi le usciva una lagrima.
— Oh! per darti marito che ci separiamo? E se tu sposavi Cintio, non sarebbe stata la medesima cosa?
— Se almeno Michele non si ostinasse a rimanere scapolo! Che cosa vorreste fare, voialtri due, senza una donna in casa? —
E Michele:
— Anna, questo discorso non c’entra; tu lo sai quanto me; e ora non ne voglio far mistero nemmeno col babbo. Sefosse stato possibile, a quest’ora, chi sa? Quella disgraziata della Maria....
— Credi tu ch’i’ non me ne fossi avvisto un po’ poco? Ma ora non usciamo del seminato. Figliuola mia, senza tanti discorsi, a noi tu non ci devi pensare. A tutto c’è il suo rimedio. Nanni è figliuolo unico; della sua indole tu n’hai saputo abbastanza. Suo padre e sua madre, basterebbe che tu li vedessi; e poi i’ non ti direi queste cose a rischio di fare un buco nell’acqua o qualche cosa di peggio. La lezione del passato è stata tremenda! Solamente vorrei sapere da te, se a caso mi fosse fatta qualche domanda, com’i’ dovrei contenermi: o levar di speranza addirittura, o aspettare.... Pensaci bene, piglia tutto il tempo, e non istarò a dirti altro, finchè tu non sia la prima a discorrerne.... Starai tu zitta? E ogni cosa rimarrà seppellita qui.
— Babbo, questo sarebbe troppo. Quel che vo’ farete voi, sarà ben fatto.
— Davvero? Dunque sappi che tu se’ chiesta.
— Da Nanni?
— Da suo padre, a nome di Nanni; ma ancora, sta’ pur certa, non son corse altre parole che un sempliceproviamo. Nanni non t’ha vista....
— O come ha egli fatto a pensare a me?
— Questo poi.... Tu hai pur detto dianzi che, secondo te, dei giovinotti perbene ce ne deve essere. Anche lui ha questa buona opinione delle ragazze: e’ conosce i fatti tuoi più che tu non credi....
— Anche dell’occasione ch’i’ avevo?
— Soprattutto di quella.
— E nondimeno mi chiederebbe?
— E sa del bene che tu facesti alla povera Maria....
— Ma chi gli ha detto tutte queste cose?
— L’avviatora. Ha ella fatto male?
— I’ non so più cosa mi dire. Compatitemi.
— Ma bada; tutto questo sarebbe come non detto, se tu ci avessi la più piccola difficoltà.
— Ho io a rispondere per te? — aggiunse il fratello. — Sesbaglio, correggimi. Difficoltà non ve ne possono essere. Nanni sarà tuo sposo. Ho io sbagliato? —
L’Anna era tanto commossa, che non potendo rattenersi abbracciò suo padre, e gli disse: — Vo’ m’avete detto ch’i’ sono una figliuola obbediente. Se questa è la vostra volontà, i’ la considero come quella di Dio.
— E allora, — esclamava il padre intenerito quanto lei — allora abbi da sapere che tu mi dài la più gran consolazione ch’io potessi desiderare! Si vede proprio che Nanni era destinato per te. E’ sarebbe già tuo marito, se non v’era di mezzo quell’altro. Sì, figliuola mia, questo Nanni salvò la vita a tuo padre!
— Che cosa mi dite voi?
— E al suo nel tempo stesso, perchè s’era tutt’e due nel medesimo precipizio.... E poi un ragazzo.... Basta, i’ ti racconterò ogni cosa con più comodo. Ora tu hai bisogno di riposarti.
— No! fatemi questa grazia; ditemi tutto ora subito. Non dubitate, i’ sto bene; i’ patirei troppo se dovessi aspettare. —
E infatti a quella notizia l’Anna parve ispirata da tutto l’ardore dell’affetto e della riconoscenza. Gli occhi le scintillavano con le lagrime in pelle in pelle; il volto era acceso; le labbra aperte ad angelico sorriso; e rattenendo il fiato, la pendeva immobile dalla faccia del padre, mentr’ei le raccontò minutamente il fatto che noi già sappiamo.
— Figurati dunque — concluse il padre — s’i’ mi rodevo dentro a pensare che pochi giorni prima tu eri libera! e che a quest’ora!...
— Oh! a quel che è stato non ci pensate più. Dio voglia ch’i’ possa farvelo dimenticare per l’affatto!
— Sì, figliuola mia, i’ vedo che la Provvidenza ci ha rimessi davvero in quella via che la ci aveva aperta innanzi. Nonostante tu sarai sempre in tempo a rifletterci meglio. Domattina, prima di rivedere maestro Antonio, sentirò te. — E datole un bacio, la lasciò con Michele per andare in camera sua.
I fratelli per un poco si guardarono in silenzio con quell’aria di compiacenza che apparisce sul volto a chi ha già fatto un proposito buono; quindi l’Anna disse ridendo a Michele: — Ora capisco perchè in questi giorni tu m’hai parlato tante volte di matrimonio! Sai tu che quasi quasi me n’era nato qualche sospetto? Bravi! tutt’e due d’accordo! Ma tu pensi agli altri; e per te....
— Non lo dire. Quel giorno, e ormai secondo me gli è venuto, quel giorno ch’i’ ti vedrò con uno sposo a modo, tutte le mie malinconie saranno finite. Credilo! il Cielo m’ha dato molto, quando m’ha dato una sorella come te! — E veramente nel dirle queste parole e’ mostrava un giubbilo che l’Anna non aveva più visto in lui da molto tempo. Quello solo sarebbe bastato per darle animo a seguire la volontà del padre e gl’impulsi del cuore. Dormendo le comparve in sogno la madre, non più come altre volte in sembianza di vecchia; ma pareva che la fosse della medesima età della figliuola, e vestita da nozze, e tutta ridente di letizia di Paradiso. L’augurio era buono, e v’assicuro io che allo svegliarsi la non l’aveva dimenticato.
Maestro Cecco non volle più mettere tempo in mezzo, e trovò appunto per istrada il compagno che andava a bottega un po’ più tardi del figliuolo. — Che fa’ tu in questi mari?[161]— disse maestro Antonio; — se non è per venire da me, gira largo. A forza d’aspettare, or ora non ne posso più.
— Ma lasciami dire. Bisogna che tu sappia che questa volta, a dispetto della mia flemma, come tu la chiami, i’ son diventato più impaziente di te. Sì signore, i’ non ho potuto stare alle mosse quant’i’ volevo.
— Dunque la conclusione? Sbrighiamoci!
— Una volta entrato su questo particolare, la fu finita; bisognò andare fino in fondo. E’ mi pareva d’esser diventato un altro maestro Antonio.
— Ma tu mi fai struggere. Io vo’ sapere la conclusione, t’ho detto.
— E ancora tu non hai indovinato?
— Che storia! I’ non la posso indovinare altro che a un modo.
— E sarà quello.
— Sonate campane![162]— E i due vecchi brillando dal contento s’abbracciarono stretti stretti nel mezzo di strada, come se fossero stati in casa da solo a solo.
— Nondimeno — soggiungeva maestro Antonio — tu mi vien fuori colsarà; i’ voglio che tu mi dicagli è!
— Aspettiamo ch’e’ si conoscano! —
Nanni che di sulla bottega aveva visto suo padre abbracciare quel vecchio, s’appose al vero, e corse verso di loro, e li sorprese quando maestro Cecco proferiva queste parole; e subito:
— Intanto i’ la conosco! — esclamò; — i’ l’ho vista.
— Com’hai tu fatto?
— Maestro Cecco deve compatire un innamorato. Vo’ sapete che per un innamorato non vi sono nè usci nè finestre....
— Ma, dico io, — interrompeva maestro Antonio — questi non sono i patti!
— Oh non dubitate ch’io abbia commesso imprudenze! I’ ho detto così per dire. Del resto, in questi giorni la non doveva uscir mai di casa? E non bastava che il babbo m’avesse dato, non parendo suo fatto,[163]un’idea della vostra fisonomia? I’ sapevo che vo’ state di casa sul Prato; e domenica, così alla lontana.... Eh! quest’occhi tiran di molto sapete? Nulladimeno, vi chieggo scusa d’esser venuto qui all’improvviso; e se quando la vedrà me, i’ non avessi la fortuna d’incontrare, eccomi rassegnato senza pretendere di far violenza a nessuno.
— Sì, vo’ me la fate violenza, giovinotto mio, vo’ me la fate, e l’ho caro. Nonostante vi piglio in parola quanto alla rassegnazione, perchè, figliuolo, le combinazioni son tante,che non è mai male abbondare di cautela. Ma che cosa volete? ora come ora, la mi parrebbe crudeltà a non dirvi che la v’ha un po’ visto anche lei...:
— Davvero?
— E il resto? — disse subito maestro Antonio.
— Per quel ch’e’ si può giudicare dall’averlo visto passando di qui, da bottega....
— L’è passata di qui?
— Lascialo dire!
— E’ v’è da sperar bene!
— Dunque sposi addirittura!
— E quando fu che passaste di qui? Ditemi, com’andò ella? E lei sapeva nulla?
— Vi pare? nemmen per sogno: e’ s’era andati alle Belle Arti, e s’era visto i vostri lavori. Quelli, vedete? que’ bei lavori, e i nostri compagni che dicevano di voi ogni bene, mi risparmiarono i primi discorsi. Voce di popolo voce di Dio! La buona riputazione, figliuolo, può far miracoli. —
Nanni per modestia non rispondeva, e suo padre guardava ridendo ora l’uno ora l’altro. — E tu, — proseguì maestro Cecco voltando la parola all’amico — tu non m’avevi detto nulla nè di que’ lavori nè della medaglia d’oro....
— Cospetto! se gli era de’ mesi che non ci si vedeva!
— Non aver paura; e’ mi parrebbe che ora si fosse trovato il modo di rintopparci[164]più spesso! I’ ti darò la figliuola, ma i’ voglio esser sempre su’ padre, hai tu capito?
— Che discorsi! sempre insieme!
— E lei, poveretta, se c’era una difficoltà, l’era quella di non potersi risolvere a lasciar soli noialtri.
— Ora pensiamo all’essenziale, e poi, non dubitare; i’ so io come va fatto. Un’altra cosa: i’ dico a voi, maestro Nanni: com’è egli possibile, che per riconoscermi v’abbiate avuto bisogno di contrassegni da vostro padre?
— Come sarebbe a dire?
— O che vi siete scordato di quella pescaja e di quel vecchio che era nella barca con vostro padre?
— Come! voi stesso?
— Sì, figliuolo; e io non lo dimentico, veh! E l’Anna l’ha saputo! Intanto vi basti questo, per non aver più nulla da temere! —
Maestro Cecco nel dir ciò si stringeva al petto la robusta mano del giovinotto, che a capo basso si lasciava condurre da lui verso bottega.
— Ma no, signori, — esclamò maestro Antonio pigliando a braccetto l’amico, e facendolo voltare all’improvviso con una stratta;[165]— e ora dov’andate voi? A casa subito! Vi par egli ch’io voglia aspettare un minuto a dar questa consolazione alla mia donna? E tu gliel’hai a dire con la tua bocca! Gnorsì, con la tua flemma tu gli hai a dir subito: «I’ sono il sòcero di Nanni,» e anche di sul pianerottolo, prima di salir su! E alza la voce, perchè povera vecchiuccia, l’ha ingrossato un po’ il timpano. — E così gongolando di contentezza, tra le espansioni di cuore e le facezie, fece allestire il passo a maestro Cecco, il quale da molti anni non aveva più fatto una marcia forzata come quella. Se la Maddalena fu lieta a sentirsi dire che maestro Cecco era suocero del suo Nanni, pensatelo voi!
Per quella via, giacchè i vecchi erano insieme, pensarono anche al rimanente, e siate pur certi che si trovarono d’accordo nell’atto. Se non che ragionando del giorno per le nozze, maestro Cecco avrebbe preso un tempo più lungo, e maestro Antonio a fatica gli dette un mese, perchè la moglie gli rammentò che a’ tempi de’ tempi era stato fatto così anche per loro.
— Codesto non importerebbe nulla — diceva egli; — e poi noialtri non ci s’era visti neanche alla lontana. Ma qui muta specie: questi figliuoli ormai si conoscono. Ma per non parere ostinato, pigliatevi un mese dal giorno dell’Esposizione, ecco fatto.
— Bravo! — rispose maestro Cecco ridendo, — allora non è più di qui a un mese. Tu me lo vuoi dare sbocconcellato. Ma sta’ zitto; i’ l’ho caro, perchè la ricorrenza di quel giorno è di buon augurio per un matrimonio. L’industria premiata e la stima de’ conoscenti.... i’ non cercherei altri testimoni per la scritta di nozze.
— Ehi! se s’avesse a pigliar regola da questo, gli anderebbe contato il mese dal giorno che l’avviatora venne qui a ragionarci delle virtù della vostra figliuola. —
La domenica dipoi era una giornata delle più serene che si fossero viste in quella stagione. La mattina presto, secondo il solito, maestro Cecco andò con la figliuola a sentir messa in santa Lucia sul Prato, e poi tornando a casa per far colazione vi trovarono anche Michele. Quel buon giovine, che era ben veduto nello spedale, poteva avere il permesso facilmente, quantunque non abusasse mai di questo favore a pregiudizio del proprio dovere nè dei poveri malati, che trovavano tanto sollievo nella sua prontezza amorevole e diligente. L’Anna, a vederlo in casa a quell’ora, vestito come quando egli andava a spasso, allegro e sorridente:
— Che novità è ella questa? Oggi che è giorno di scialo?
— Tu non lo vedi il bel tempo? Chi non anderebbe a spasso?
— Ma bene! Dunque tu verrai con noi! Anche il babbo ha intenzione di far due passi alle Cascine.
— Appunto i’ son qui per questo.
— E’ non mi par vero! il tempo è bene scelto; piuttosto ora che dopo desinare. Stamani non ci sarà quasi un’anima, e potremo goderci quella bell’aria con libertà, senza tanta signoria tra’ piedi, senza lo strepito delle carrozze, senza il pericolo che ci venga a ridosso il cavallo d’un milordino.
— E il fastidio di quelli scimuniti che ogni poco si voltano indietro tutti d’un pezzo a guardar le ragazze con l’occhialetto, e fanno mille sguajate svenevolezze. Al vestitoparrebbe ch’e’ dovessero essere il fiore della civiltà, e poi non conoscono educazione, e dicono certe cose che farebbero vergogna alla vergogna stessa!
— Per codesti poi i’ potre’ dire d’esser cieca e sorda. I’ non ho mai visto nè sentito nulla. Solamente mi conviene qualche volta turarmi il naso, perchè ve ne son certi, che appestano l’aria come se tra que’ cespugli ci fossero tante serpi.
— Del resto, i’ credo che oggi no’ troveremo compagnia.
— Come sarebbe a dire?
— Ma non di quella! Una compagnia che ti deve piacere.
— Persone di nostra conoscenza?
— Anche! Non antica, almeno per te, ma che dovrà durare quanto la vita, e più. —
L’Anna capì subito, tanto più che era già stata avvisata, ma senza sapere il come nè il quando. Allora abbassò gli occhi, e fece il viso rosso.
— Ora dunque, — incominciò maestro Cecco, — tu m’hai a dire sinceramente se questa passeggiata ti va a genio. Se no, vi son tanti altri luoghi per passeggiare!
— Ma se gli è un fissato.
— Naturale![166]
— Allora — ella soggiunse ridendo — che vorreste mancar di parola? —
Maestro Cecco s’alzò nell’atto, la prese sotto braccio, e via per le scale. Scendendo sentì che l’aveva un po’ di tremito, e per la strada rallentò il passo, domandandole se il camminare le dava noja.
— No, — rispose — andate pure del vostro passo. Credete voi ch’i’ non venga volentieri a un fissato in vostra compagnia? —
L’Anna era vestita da festa con la semplicità delle giovani tessitore che serbavano l’usanza di qualche anno addietro: in zucca; le trecce fermate da un bel pettine di tartaruga;il vestito bianco accollato; il vezzo di perle della madre, e una bella cuffia di modano che le copriva le spalle. Suo padre in calzoni corti, in giubbone all’antica, il cappello di tesa larga, le calze bianche e le fibbie d’argento alle scarpe. Michele aveva la carniera[167]di velluto, quella carniera che alcuni hanno a noja, perchè disgraziatamente tra quelli che la portano vi son pur troppo dei capi scarichi, ma che può essere ed è un vestito da gente onorata al pari d’ogni altro, da non far vergogna a chi s’infilza il soprabitino. Anche Nanni andava in carniera, e tutt’e due seguivano tanto in quella come nel resto del vestiario la costumanza moderna,[168]ma senza le caricature, le legature, i ciondoli con cui gli zerbini la fanno essere ridicola e troppo incomoda per chi non è avvezzo a stare in ozio, per chi ha poco tempo da buttar via, e un po’ di robustezza nelle membra e un po’ di sale in zucca.
Passarono la porticciòla,[169]presero di sull’argine dell’Arno, e per quanto poteva tirare la loro vista, non videro un’anima. Il vecchio dopo aver fatto qualche cento di passi, dopo essersi voltato indietro due o tre volte, guardava in viso Michele senza far motto. L’Anna non aveva alzato gli occhi subito, ma pure gli alzò anch’essa, e non vide altro che gli alberi, la macchia, i fiorellini tra l’erba e i fagiani che svolazzavano terra terra. Invero quella dolce prospettiva a un’ora sempre freschetta, col placido scorrere dell’acqua, con un venticello che faceva tremolare le foglie luccicanti ai raggi del sole levato dietro le loro spalle, era proprio deliziosa; e il canto dell’usignuolo in que’ boschi, dove l’ingordigia e il trastullo degli uomini non gli muove guerra, accresceva il diletto del passeggiare. Ma come mai tanta solitudine? Stava bene esser soli a godersi quell’amena campagna, ma a volte il troppo è troppo!
E’ se n’andavano zitti zitti, almanaccando in vario modosulla cagione dell’indugio degli altri, quando presso allo sbocco d’un viale nel mezzo al bosco odono la voce di maestro Antonio che diceva: — Ora vo’ vi siete riposata abbastanza; ora saranno per istrada; venite via; — ed eccolo scaturire snello come un frullino sopra la riva, mentre la Maddalena sorretta da Nanni s’alzava da sedere. Il rintopparsi tutti lì all’improvviso, l’esclamareben venuti!a vicenda, il consolarsi de’ vecchi e de’ giovani pose tutti in una commozione da non si dire. Poichè ebbero fatto le presentazioni scambievoli, i due sposi furono messi in coppia innanzi a tutti; Michele profferse il braccio alla Maddalena; e i due vecchietti che nuotavano nel contento chiusero il corteggio andando con le mani di dietro, e col viso tutto ridente. Se non che maestro Cecco, sospirando talora in segreto, esclamava tra sè e sè: — Ah! perchè non è ella viva anche lei? —
E noi non saremo indiscreti da voler sentire le parole degli sposi. Già chi ha fatto con essi un po’ di conoscenza può immaginarsele. E chi volesse sapere la conclusione del loro colloquio, la domandi a coloro che si trovarono la domenica dopo in Santa Lucia sul Prato, dove, appena il Priore ebbe recitato il Vangelo, diede un’altra buona nuova che principiava con queste parole:Si denunzia per la prima volta ec. ec.Io non so se fosse immaginazione o altro: fatto sta che quando il sacerdote volse al popolo la veneranda faccia pronunziando a voce alta e commossa quelle parole e i nomi degli sposi, parve che quanti erano lì si rallegrassero, e che alcuni dicessero sottovoce al compagno: — Felice lei! la lo merita davvero! — e che poi, tralasciando di implorare grazie per sè invocassero la benedizione dell’Eterno su quel bene augurato matrimonio. E lo stesso, cred’io, sarà accaduto in Ognissanti, cioè nella cura[170]di Nanni: perchè il giubbilo degli onesti artigiani è giubbilo di tutti; un giubbilo sincero e veramente benefico, quantunque non sia stimolato con gli sfarzi e con l’oro, quantunque nonfaccia strepito tra la moltitudine pazza d’un’esultanza che spesso va a finire nel pianto di qualche famiglia, ma si ricoveri tranquillo nell’anima che non lo dimentica tanto presto, che lo ripone tra gli esempi della virtù premiata, per invigorire la virtù che non ha ancora nissuna ricompensa su questa terra.
Venne finalmente il giorno delle nozze. I primi raggi del sole appena appena indoravano il comignolo dei tetti. Una brigatella di poveri, ciechi e storpiati, era lì sulla piazzetta di santa Lucia; non già con molta speranza, perchè la figliuola d’un muratore e il figliuolo d’un magnano, quella uscita dal telajo per ritornare al telajo, quello con le mani incallite dal manico del martello e della lima, non possono farla da generosi. Ma non dubitate! Maestro Cecco d’amore e d’accordo con maestro Antonio hanno pensato a voi poveretti! E non solamente a voi che non potendo lavorare siete ormai avvezzi a stendere la mano al passeggiere; ma e’ si son ricordati che i poveri più infelici son quelli che non possono nè lavorare nè accattare, e tribolano in certi tugurj dove l’occhio della carità non penetra sempre quanto sarebbe necessario, perchè laggiù il bujo è troppo fitto e il tanfo[171]è troppo ributtante per certi stomachi avvezzi a godere l’aperta luce del sole e i profumi de’ giardini e delle pomate. Nondimeno e’ son braccianti, e non potrebbero sostenere due spese, quella del soccorrere i poveri e quella dello scialo di nozze. Or bene, delle due hanno scelto la prima: tanta era la dolcezza del loro cuore, che non pensarono nè punto nè poco a procacciarne anche al palato; e invece di mangiar troppo, a rischio di guadagnarsi un’indigestione, si contentarono del vitto consueto, e vollero piuttosto che il superfluo servisse a chi pativa del necessario.
Vedete ora gli sposi venire in chiesa, in mezzo ai vecchi genitori e agli altri parenti inteneriti fino alle lagrime, inginocchiarsi davanti al sacerdote, alzar l’anima ai pensieri di religione e d’amore, ai doveri di famiglia e di patria, ericevere con quella di Dio la conferma di tutte le benedizioni, che accompagnano un sì proferito nel nome della virtù e della carità del prossimo. Pochi tra i popolani avevan saputo precisamente il giorno e l’ora dell’anello; ma bastò che due o tre vedessero gli sposi uscir di casa, e in poco tempo la chiesa divenne piena di gente. Era stata grande la contentezza comune alle denunzie degli sponsali, ma crebbe assai più nell’assistervi! Erano universali imi rallegroagli sposi, al parentado, e tra l’uno e l’altro de’ conoscenti, come se si fosse trattato d’una fortuna per tutti.
La comitiva che era uscita di casa senz’altra accompagnatura, ritornò in casa in mezzo alla folla. Tra quella buona gente che s’abbandonava a così liete congratulazioni teneva il primo posto l’avviatora, invitata alle nozze, tutta in gala e infatuata, e senza poter riparare alle domande che le facevano le altre donne riguardo allo sposo e alla sua famiglia, giacchè le sapevano bene che l’andava a raccattar le brache di questo e quello per fargli poi i gazzettini[172]sull’uscio. Ma figuriamoci se in quel giorno che si dava bella occasione di parlar molto dei fatti degli altri, la si sfogò a dir bene del prossimo senza pericolo di metter fuori sfarfalloni! E il medesimo accadde coll’andar del tempo, giacchè divenuta sempre più intriseca d’ambedue le famiglie, che ormai si potevan chiamare una sola, furon palesi anche a lei le loro azioni, ed erano tali da poterle narrare con frutto di chi le udiva.
Ma l’Anna ebbe a rimproverarla più volte d’indiscretezza, e anche gli altri furon costretti a riguardarsi dalla sua smania di raccontare alle conoscenti il bene ch’essi facevano. Così le persone ciarliere fossero premurose di divulgare le azioni oneste, e non di riferire, spesso con aggiunte e scandalo e calunnia, le disoneste! La stessa riservatezza che ci voleva con l’avviatora, naturalmente era da essi tenuta con tutti; sicchè poche cose potrei aggiungere a questo racconto, se voi non vi contentaste di sapere che l’Annain capo a un anno partorì felicemente un bel maschiotto; e che maestro Cecco e Michele, sebbene ogni poco fossero in casa degli sposi, tuttavia non furono contenti finchè non ebbero trovato un piano di casa da potervi abitare tutti insieme, con libertà scambievole e con risparmio.
Vorrei lasciarvi l’animo consolato proponendovi a immaginare da voi stessi le contentezze e la prosperità di quegli onesti artigiani, la buona riuscita, insomma, d’un matrimonio fatto con giudizio. Ma qui taluno s’aspetterà di vedere anche il rovescio della medaglia; e io, a dirla giusta, ho saputo molte cose; ma sarebbe questo un altro racconto così lungo e così doloroso, che ora non ho cuore di farlo. Lasciamo passare almeno un par d’anni; tiriamo un velo sulle imprudenze di quella sventurata, rimasta vittima più che altro de’ traviamenti di un vanesio, che inciampò in tutte le occasioni per divenire uno scellerato; non ci funestiamo con la descrizione de’ suoi errori; non torniamo a umiliar troppo l’ufficio del narratore accennando le sozzure de’ suoi male scelti compagni e de’ loro padroni; di quella funesta genìa di viziosi inculti e di viziosi culti, che tanto contaminano i costumi e la dignità de’ popoli ai quali appartengono, e di quelli tra’ quali vanno girovagando!
Contentatevi dunque di sapere che, in capo a poco più di due anni, Michele, essendo passato a migliore impiego, non solo per la sua capacità, ma più che altro pe’ suoi buoni portamenti, era nella farmacia dello spedale; e talvolta vi faceva di notte giorno per istudiare e guadagnarsi la matricola, o per adempiere sempre meglio il proprio dovere. In una di quelle nottate ecco il suono della campana della Misericordia che gli annunzia una disgrazia. Sebbene e’ fosse già avvezzo a questi casi pur troppo frequenti, nondimeno e’ ne rimaneva sempre afflitto, tanto più che qualche volta gli era accaduto di veder portare nel cataletto un suo conoscente. Quella volta poi, forse perchè nel silenzio della notte il suono lugubre della campana della Misericordia fa più specie, gli venne fatto uno scossone e un sospiro. Udito il secondo rintocco, e poi null’altro:
— Èa caso, — disse fra sè; — poveretto! — Poi una voce vicino a lui gridò all’improvviso:
—A caso!
— Io son qui, — rispose Michele a quella voce, — presto sarà pronto ogni cosa secondo il bisogno.
— I’ vengo di fuori, e ho udito dire che si tratta di getti di sangue. —
— Uomo o donna?
— Donna. — E Michele si sentì un’altra stretta al cuore; s’alzò sollecito come se volesse accorrere a preparare qualche cosa, ma piuttosto per distrarsi da un abbattimento maggiore del solito; e l’altro: — Non c’è furia veh! Benchè gli abbiano a andare sulla piazza della Nunziata, se il male dice davvero bisognerà ch’e’ camminino come le formicole. — Il tempo che passò tra questi discorsi e l’arrivo della malata parve eterno a Michele. Infine ecco lo scoroncìo,[173]ecco il servo colle facciòle, ecco le vesti nere ed il cataletto; e subito la poverina più morta che viva fu posta in un letto caldo, e visitata dal medico astante. Ma pur troppo v’era da ordinar poco!
— Che cosa volete voi medicare, se l’è moribonda? — diceva sottovoce l’astante. — Una servente e il cappuccino.
— La servente eccola qua, — soggiunse un giovane praticante accennandola, e facendo posto anco ad una suora misericordiosa che era di guardia; e in quel mentre scòrse Michele appoggiato a un letto vicino, e quasi privo di sensi. Nel volto cadaverico dell’inferma egli aveva riconosciuto la povera Maria! Il giovine che si accòrse del suo abbattimento:
— Oh — disse forte ridendo — se ci fosse bisogno di medicine, lo speziale ci darebbe un bell’ajuto e non fo celia! E’ non ne può più dal sonno, e si direbbe che ci volesse l’olio santo anche per lui!
— Chetati! — esclamò allora Michele con sdegno represso;e ripigliando tutta la sua presenza di spirito: — Qui non v’è da ridere! Pensa a dare gli ordini per quello che occorre, e io saprò obbedire. — E si collocò a piè del letto di quella disgraziata.
— Corbezzole! — soggiunse l’altro sfuggendo lo sguardo fulminante di Michele, e andandosene con affettata indifferenza. Quindi s’allontanò anche il medico, dopo aver fatto quel più che v’era da fare in un caso disperato. Poco dopo venne il cappuccino coi soccorsi della religione. Anch’egli, quand’ebbe esaminato ben bene l’inferma, abbassò il capo sul petto, e si pose in orazione, aspettando che la si riavesse col riposo e coi ristorativi che le erano stati somministrati. Tanto il cappuccino che la suora erano rimasti uno di qua e uno di là al capezzale, finchè trascorsa una mezz’ora l’inferma aperse gli occhi a guisa di chi si sveglia da lungo sonno, si guardò attorno, ed esclamò delirando: — Dove sono?... Dov’è la mia creatura?... Rendetemi la mia creatura!
— Sì, poveretta! — disse subito il cappuccino. — Come vi sentite?
— Sto bene io; ma la mia creatura! Per l’amor di Dio, rendetemela subito! Non voglio, non posso morire senza rivederla!
— Ditemi dov’è? Chi ve l’ha presa? — esclamò Michele accostandosi e chinando il volto su lei. A quella voce la Maria rimase come impietrita, spalancò gli occhi, fece uno sforzo per alzarsi, ma ricadde subito, proferendo a mezza voce il nome di Michele! Quello sforzo cagionò un altro getto terribile che la ridusse agli estremi. Allora Michele, percotendosi la fronte, si buttò ginocchioni come forsennato, mentre il cappuccino le raccomandava l’anima. Pochi minuti d’agonia, e la sventurata era morta!
Michele non fu più in grado di rimanere nello spedale; si sentiva rodere il cuore dalla gran passione, e dall’impazienza di saper qualche cosa della creaturina che la moribonda chiedeva di rivedere. Uscì ratto ratto, e diviato sulla Piazza dell’Annunziata, e a girare in quei contorni, non sapendoche cosa si pensare, nè dove rivolgersi. Corse alla polizia, fece un visibilio d’interrogazioni, e non ebbe risposte che gli potessero dare qualche lume. Ma la mattina gli venne un pensiero. Corse di nuovo sulla Piazza dell’Annunziata; entrò nello Spedale degl’Innocenti, e a forza d’indagini gli venne fatto di raccapezzare l’origine della disgrazia. Un’ora prima che suonasse la campana della Misericordia era stato abbandonato nel finestrino de’ Nocentini[174]un lattante di pochi mesi; aveva al collo una crocellina involtata in un foglio. Michele riconobbe la crocellina che era stata un regalo dell’Anna all’amica, e lesse nel foglio il nome di Maria.