III.

Intanto la madre che conosceva il suo amore per lostudio del disegno, che lo vedeva indefesso al lavoro, che sapeva essere egli uno dei migliori scolari dell’Accademia, non si sarebbe nemmeno sognata di levarlo da quell’avviamento, ed era disposta a privarsi anche del necessario, purchè ei potesse un tempo divenire artista e raccogliere il frutto dei suoi sudori; e s’ella ne avesse conosciuto le dubbiezze, le avrebbe subito vinte con esortarlo a proseguire, a non pensare a lei, a rivolgere liberamente all’arte ogni sua premura. Poveretta! Nella sua inesperienza non sapeva quanti fossero i mediocri, e peggio che mediocri, ridotti a strapparsi un pane meschino, a spengere ogni scintilla di genio copiando i quadri delle gallerie, invidiandosi lavorucci meschini, prostituendo l’arte alle bizzarrie della moda, ai capricci dei forestieri, alle spilorcerie di mecenati in miniatura, capaci soltanto di alimentare una caterva d’artisti in miniatura; non poteva riflettere che il saper disegnare, fosse anche abilmente, non bastava a fare stato prospero e a dar nome celebre senza una educazione accurata del gusto, senza una compiuta istruzione della storia e dei costumi dei popoli, senza un genio straordinario da superare l’infinito numero degli emuli. L’amor materno in lei teneva luogo di tutto, e contro di quello niuna considerazione sarebbe stata bastante a farle prendere un partito, che avesse potuto credere dispiacente pel suo Pippo. Pochi soldi bastavano a farli campare ambedue: con pochi soldi pagava una stanzetta rimasta spigionata nel casamento; e siccome quella stanzetta era interna e buja, così la Clarice aveva ottenuto da Nicodemo che Pippo studiasse qualche ora del giorno nella sua soffitta più ariosa.

Di consueto Pippo era ilare, e più nel tempo che lavorava; e la compagnia dei condiscepoli dell’Accademia, tra i quali se ne trovavano alcuni d’ingegno svegliato, altri piuttosto bizzarri, ma da non confondersi certo coi frivoli o con gl’insolenti, gli faceva nascere la smania d’imitarli e gli fomentava l’ambizioncella, naturale nei giovani, di comparire stravagante. Ma la stravaganza che nasce da imitazione e si può dire affettata rimpiccolisce le idee, indebolisceil sentimento, distrugge a poco a poco la originalità, e a lungo andare ci rende fatui e servili. Nicodemo, conoscendo la disgrazia della Carolina e del suo figliuolo, s’era affezionato ad essi, senza peraltro darlo a divedere: e in special modo si sentiva commosso dalla ingenuità e dalla tenerezza materna della vedova, e stava in apprensione pel futuro destino di quel giovane, che non gli pareva potesse facilmente essere conforme alle speranze lusinghiere da lui concepite. Chi avesse potuto penetrare nell’animo di Nicodemo, avrebbe detto: costui ha certamente nutrito un tempo i più soavi affetti domestici; e ora, per quanto si sforzi di comparire insensibile a tutto e indifferente per qualunque cosa gli accada all’intorno, pure la ricordanza del passato, certi confronti, chi sa? lo spingono, contro sua voglia, a prendersi a cuore i fatti di quella famigliuola. Pareva ch’ei si fosse ormai voluto distaccare da tutte le creature; ma eccone capitate vicino a lui alcune, che lo riconducevano talvolta a quei sentimenti d’umanità senza dei quali la vita è uggiosa, sterile, null’altro che un aspettare impassibilmente la morte. Nondimeno, che cosa poteva egli concludere a loro vantaggio con questo suo segreto affetto? Povero, sconosciuto, tenuto in non cale da tutti, non v’era da aspettarsi da lui nè assistenza nè protezione. La Clarice, povera anch’ella, ma d’indole in apparenza diversa, sempre lieta, sempre fidente nel bene, piena d’attività benchè vecchia ed inferma, era, a paragone di lui, una persona di molta importanza, e si trovava in stato non solo di volere il bene, ma qualche volta anche di farlo, compatibilmente peraltro alle sue forze. E Nicodemo tutto ciò conosceva; per lo che tenendosi ristretto nella sua quasi nullità, celava con grande studio ogni più piccola commozione, faceva proprio di tutto per comparire noncurante di qualunque cosa.

Non è dunque maraviglia se Pippo, dopo la prima impressione di qualche sorpresa che l’aspetto e i modi di quell’uomo gli avevano generato nell’animo, si assuefacesse poi a guardarlo con indifferenza; e fors’anco, ma di rado e in un momento di giovanile inconsideratezza, si lasciasseandare all’estro di prenderne beffe, benchè poi ne sentisse rincrescimento. In sostanza il buon uomo gli faceva servigio col permettergli di disegnare nella sua soffitta; e poi, senza che Pippo potesse immaginarlo e sentirne gratitudine, per Nicodemo quella compagnia, in specie sulle prime, era anche un sacrifizio, perchè opposta alla sua grande affezione per la solitudine.

Ma a poco per volta ambedue s’affiatarono alquanto. Nicodemo dai muti cenni passò ai monosillabi, e da questi a qualche parola, semprechè peraltro fosse interrogato da Pippo; il quale mirando con occhio di disprezzo o di compassione i rozzi intagli di Nicodemo, quei lavorucci d’una umile arte che pure gli dava il pane, e confrontandoli co’ suoi disegni di teste e di statue greche, co’ suoi studi del nudo, cedeva talvolta alla tentazione di chiedergli il suo parere in aria di dileggio scherzevole, o con un po’ di sentimento d’orgoglio, quasi per fargli notare la gran differenza che passava tra i lavori di lui, giovinetto, e quelli d’un uomo in età avanzata.

— A voi, maestro Nicodemo, che cosa ve ne pare, eh? M’è venuto bene questo disegno? Potrà essere contento il professore? —

E Nicodemo lo mandava in pace con un muover di capo, che non significava nè lode nè adulazione, nè biasimo, nè indizio di sentirsi umiliato dal confronto.

Ma una volta che il garzoncello ebbe condotto con grande amore e con lunga fatica il disegno che doveva servire pel concorso al premio, e s’era avvantaggiato di qualche giorno sopra degli emuli per la smania di conseguire un trionfo sperato, lo mostrò a Nicodemo con maggior baldanza del solito, e non fu come prima contento del suo consueto e freddo muover di capo. Voleva ad ogni costo godersi le primizie della lode, fosse anche quella di un giudice da lui medesimo riputato incapace di gustare il bello dell’arte.

— Animo via! ditemi qualche cosa! vi piace, sì o no? Non avete occhi? Non avete parole fatte? Ci ho faticatotanto! Mia madre, la Clarice, le scolare sono rimaste a bocca aperta. Non è un disegno da portar via il premio?

— Sei tu persuaso d’averlo fatto bene in ogni sua parte? — rispose Nicodemo dopo averlo considerato attentamente.

Pippo, a questa domanda inaspettata e ch’egli non aveva mai pensato di dover fare a sè stesso, guardò Nicodemo con una specie di dispetto, e poi esaminò il lavoro, e non gli parve in tutto quello di prima. A un tratto ne fu sbigottito; poi scuotendo il capo:

— Che forse pretendereste di trovarvi qualche eccezione?

— Figurati che sia lavoro di un altro, d’uno dei tuoi concorrenti....

— Ebbene?

— Ti metterebbe in soggezione, o ti darebbe maggiore speranza d’avere il premio?

— Io non vi capisco.

— Mi sarò spiegato male; e quasi quasi l’ho caro.

— Ma dunque?

— Non ti confondere. Basterebbe che tu potessi proprio figurarti che non è tuo.

— E allora, — esclamò con fuoco, dopo averlo squadrato come chi cerca il pelo nell’uovo, — allora lo straccierei per farne un altro migliore, e poi un altro. No, no! Io non ne sono più contento! Ma il tempo, neanche di rifarlo una volta sola, dov’è? E se mi ritiro dal concorso, addio speranze! E’ diranno che ho avuto paura dei compagni!... Non è possibile! Bisogna che sia questo! che sia com’è; non v’è rimedio!... Già il professore mi vede di buon occhio; m’ha promesso.... Eh via! coraggio! Starà così.... Po’ poi son sempre scolare. Un bel negozio ho fatto a domandarvi il vostro parere!... Oh! ma io non vi do retta! Badate ai vostri intagli.... Eppure.... Se potessi far meglio!... —

E mentre Pippo farneticava in quel modo, trabalzato ai due estremi dello scoraggiamento e della presunzione, Nicodemo pensava tra sè: Veramente questo ragazzo avrebbegenio da addivenire un artista; ma, poveretto, l’Accademia lo ha traviato; e questi concorsi, queste gare forzate tra chi non ha ancora la vigoria di reggersi in gambe da sè, nella strettezza d’un tempo contato a giorni e ad ore, con la speranza di protezioni, di parzialità, d’indulgenza, con l’argomento assegnato a capriccio dei maestri, non secondo il genio dello scolaro, finiranno di rovinarlo, s’e’ non sarà in tempo o s’e’ non avrà forza di liberarsi da sè dalle torture accademiche.

— In conclusione, — riprese Pippo, — che cosa dovrei io fare, secondo voi? O ajutatemi, se sapete! — e lo disse più per burla che sul serio.

— Ajutarti io? Ti par egli! Io non so disegnare. Posso dire il mio sentimento; posso credere che una parte sia fatta men bene, o che so io;... ma posso anche sbagliare più d’ogni altro.

— Intanto ditemi dove vi sembra che sia difetto. Anch’io m’accorgo ora, a guardarlo ben bene, che certe cose.... Vediamo almeno se si va d’accordo. —

Nicodemo pareva stanco d’un colloquio per lui troppo lungo, chè da molti anni non aveva fatto tante parole in un medesimo giorno; ed era tornato a lavorare co’ suoi ferruzzi, per finire l’intaglio d’una stampina da leggendario.

Ma Pippo insisteva: — Ditemi qualche cosa: ormai mi avete messo una pulce nell’orecchio; non esco di qui, finchè non mi abbiate dato retta.

— Dunque, — e posava gli arnesi e si metteva a considerare il disegno, — dunque tu vuoi addirittura...? Proviamoci. Guarda se questo torso non dovrebbe esser girato un po’ meglio.... così, per esempio.... — E infatti anche Pippo vi aveva conosciuto un difetto, e si accorse che Nicodemo gl’indicava bene la correzione; e lo stesso in altri luoghi; e così d’alcune sviste sfuggite a Pippo, e che richiedevano occhio bene esercitato per discernerle. Della qual cosa Pippo rimase stupefatto, e domandò:

— Ma dunque voi sapete...?

— Adagio! altro è saper fare, altro è dire il proprio sentimentosulle cose fatte da quest’e quello. Tu sai che chi sta a vedere ha la mente quieta, l’occhio riposato, e non è frastornato dal pensiero di dover rifare o correggere il mal fatto. Va’ al teatro, e una semplice fanciulletta scoprirà nel dramma una imperfezione che all’autore è sfuggita, benchè abbia messo tutto il suo studio e tutta la sua fatica nel comporre e correggere e ricomporre. Ma di quanto io t’ho detto sul tuo lavoro, fanne quel conto che crederai; pensavi meglio; non ti perdere d’animo; e se ormai non sei più in tempo a lasciare una professione disgraziata per tanti versi, preparati almeno ad esercitarla in modo, che nè tu nè la tua patria ve n’abbiate mai a vergognare. —

Queste ultime parole fecero specie[210]a Pippo, ma e’ non ne intese nè poteva intenderne tutto il significato. Senza nissuna cultura, con idee grette, con la sola compagnia di ragazzi per lo più ineducati e ignoranti al par di lui, come poteva egli inalzare la mente alla considerazione dei grandi uffici dell’arte, rispetto alla civiltà ed alla patria? La matita, la carta, gli esemplari, le sue copie, la mano e di rado la parola del professore per correggere quelle copie; una caterva di condiscepoli per lo più messi là come lui da genitori che non sapevano dove mandarli per levarseli di casa; le invidiuzze, le persecuzioni e le mariuolerie e bene spesso i mali esempi dei depravati.... ecco in che cosa consisteva la educazione artistica di Pippo. Egli appena sapeva leggere e scrivere; e libri d’arte, di storia, di letteratura non conosceva nè avrebbe facilmente capiti. I soli libri ch’egli avesse più volte riletto nell’infanzia erano stati quei brani di relazioni di viaggi; e sempre gli stava a cuore lo studio del paese, e qualche prova di quando in quando faceva alla meglio da sè medesimo, dimostrando sempre d’aver più genio pel paese che per la figura. Ma ormai trovandosene suo malgrado sviato, proseguiva a studiare quel che poteva, tanto per dire un giorno: — Sono stato tutto questo tempo all’Accademia, ho fatto quel che mi hanno dato da fare, ho avuto i premi; dunque son pittore.... — Così, come tantialtri, si metteva nel caso di ridurre il suo esercizio dell’arte a mestiero, o di doversi poveramente adattare, per necessità di pronto guadagno, ai lavori di riquadratore di stanze e d’imbianchino.

A confermarlo poi nel proposito di fare il pittore s’aggiunse il premio del concorso conferito difatti a lui stesso. Figuratevi la sua gioja, la consolazione della madre, la festa che ne fu fatta da tutti! La buona Carolina benediceva in segreto le lunghe veglie spese nel lavoro, e gli stenti segretamente sofferti per mantenere il figliuolo all’Accademia, figurandosi che l’averne riportato un premio fosse indizio infallibile di buona riuscita, e sperando ogni dì più che Pippo dovesse diventare professore celebre, ed arricchirsi.

Il giovanetto, dopo aver dato sfogo alle sue consolazioni, andò a trovare Nicodemo, gli annunziò la buona notizia, e poi aggiunse con ingenua confessione e con sincero affetto di riconoscenza:

— E sapete? se i’ l’avessi portato al concorso senza farvi prima le correzioni che voi mi suggeriste, il premio non sarebbe toccato a me. Vi sarebbe stato il disegno d’un altro concorrente, che avrebbe avuto meno difetti del mio. Dunque vi ringrazio, e da ora in poi....

— No, non mi ringraziare d’aver dato mano a commettere un’ingiustizia.

— Oh! un’ingiustizia! perchè?

— Tu mi dici che non avresti superato il compagno se non ti fossero state suggerite quelle correzioni. Il compagno non avrà avuto chi gli facesse questo servigio.

— Capisco; ma voi non sapete che quel tale è nipote d’un altro professore dell’Accademia, e che tutti asseriscono che il disegno era stato condotto più dal professore che da lui.... E perciò il mio trionfo è stato più bello: chè ognuno si maravigliava che io avessi avuto maggiore abilità di un professore.... Ma che cosa dico? io no.... voi, caro Nicodemo; e non mi darete ad intendere d’esser buono soltanto a intagliare cotesti pezzi di legno. —

Nicodemo non seppe trattenere un sospiro.

— Voi sospirate? Dunque.... Oh non pretendo d’essere messo a parte dei vostri segreti; ma....

— Io sospiro, ragazzo mio, vedendo che non ci è verso di rispettare tra noi la giustizia; e pensando che vi possa forse essere un professore sì poco abile nel disegno, da doversi mettere a confronto con me....

— Eppure, se sapeste tutto quello che ho udito dire di certi prof....

— No, no! lasciamo questo discorso: non mi piace di far giudizj cattivi sulle parole degli altri, e molto meno di udirli in bocca di un giovinetto, di uno scolare. Tu studia, fa’ il tuo dovere, e non pensare ad altro.

— Smettiamo pure; ma io pagherei, per quel bene che spero mi vogliate, che voi mi confidaste....

— Sì, io ti voglio bene, e per questo ti dico di non lasciarti insuperbire dalla tua vittoria. Te lo dico io, che davvero non do sospetto di potermi mai mettere a competenza nè con te nè con altri. Vorrei anzi che tu fossi per diventare Raffaello Sanzio....

— E chi era Raffaello Sanzio?

— Chi era Raffaello Sanzio? — ripetè con aria di compassionevole afflizione a quella dimanda fattagli da un alunno premiato della scuola del disegno; ma poi reprimendosi proseguì: — Era pittore, forse il più grande di quanti ne sono stati finora e ne saranno per un pezzo. Io t’ho visto ricopiare con grande amore alcune sue teste....

— Oh bella! E non mi hanno detto nulla! Me le direte voi eh queste cose? Ma quali sono le teste che avete detto? — E correva ai disegni, e dopo averne scelti due o tre: — Scommetterei che son queste!

— Sì, per l’appunto. —

E allora Pippo, senza pensare ad altro, si pose a contemplarle con infinito diletto.

— Non v’è dubbio, — diceva intanto fra sè Nicodemo, — questo ragazzo avrebbe propriamente genio per l’arte. Che peccato ch’ei sia venuto al mondo con la povertà addosso ed in questi tempi!... —

Era verso sera, e giorno di festa: alcuni condiscepoli di Pippo vennero a cercarlo per congratularsi del premio; tra essi uno o due con affetto sincero, gli altri soltanto per cogliere una occasione di sollazzarsi più del solito. Così accade in quasi tutte le cose di questo mondo: pochi son quelli, per esempio, i quali frequentino una conversazione per amicizia vera verso la famiglia che li riceve, o vadano al teatro con l’intento d’istruirsi, o alla chiesa per divozione; i più hanno soltanto l’ambizionuccia di far sapere che vanno in quella tal casa, la smania di raccogliervi ciarle e di scroccarvi rinfreschi, e per essi il teatro e la chiesa son luoghi da veder gente e farsi vedere, sfoggiando in belle vesti, amoreggiando, spendendo in qualche modo il tempo, del quale non sanno che cosa farsi. Quell’uno o quei due che cercavano Pippo con buona intenzione, non badarono alla povertà della casuccia ch’egli abitava, o se vi posero mente gli si affezionarono più che mai; gli altri, benchè non fossero di famiglie facoltose, ma solo in apparenza potessero passare per gente da più di lui, guardarono al luogo, non alla persona, e accolsero subito nell’animo il vile e crudele sentimento del disprezzo, inacerbiti anco dall’invidia di vedersi superati in abilità da quel meschinello. Ma appunto costoro gli fecero i più strepitosi e i più smaccati elogj, ridendone poi insieme di soppiatto; e vollero che uscisse con loro, per goderselo, come dicevano, alla passeggiata. Pippo, sua madre e la Clarice, con ingenua credulità e grandissima gioja accolsero quelle congratulazioni mentite, e ne resero molte grazie. Pippo non stava più nei suoi panni; seguì la comitiva, e dopo che ebbero girellato alquanto per la città imbattendosi in altri condiscepoli che a loro si accompagnarono, vi fu chi propose di andare al caffè. Secondo l’usanza, quest’invito doveva venire da parte del festeggiato, e a lui stesso toccava pagare il rinfresco; ma oltrechè la conversazione era divenuta troppo numerosa, ognuno sapeva che Pippo era povero, e vollero invece pagare per lui. I più intemperanti e i più chiassoni si abbandonarono ad ogni eccesso; uscirono dal caffè ponendoin mezzo il premiato, che per l’insolito baccano e per la naturale sua ilarità si lasciava metter su da quei capi sventati; e, fosse caso o malvagio disegno di alcuni o inconsideratezza di tutti, volsero i passi verso la casa del primo tra i competitori di Pippo, di quello che, ad onta dell’ajuto dello zio professore, come dicevano, mentre si faceva sicuro del premio, se l’era visto rapire. E quivi, con alte voci di beffe, con insolenze d’ogni maniera, diedero facilmente a conoscere a quelli di casa, e chi erano, e che cosa fossero venuti a fare. Pippo, il quale in sulle prime di nulla erasi accorto, appena che v’ebbe posto mente, gli spiacque assai, ne mosse aperto rimprovero ai compagni, li abbandonò; e i peggiori se l’ebbero a male e fecero pensiero di ricattarsi. Intanto il competitore deluso conobbe la canzonatura; e al dolore della disfatta e all’invidia s’aggiunse lo sdegno dell’ingiuria, e se ne dolse coi genitori e con lo zio. Pippo solo fu accusato d’aver condotto i compagni a commettere quella insolenza; e chi n’era veramente colpevole, avvalorò la calunnia. Così il povero giovine si ritrovò ad avere molti nemici e tra i condiscepoli e tra i maestri; e, per quanta prudenza cercasse d’usare, spesso rinnovaronsi dissidj e s’accrebbero rancori, a cagione dei malevoli che s’erano proposti di perseguitarlo. Infine vedendo egli che la rassegnazione e la modestia non bastavano a liberarlo da tante inquietudini, volle provarsi a fare ardimentosa resistenza; anch’egli sciolse la lingua alle contumelie, e si pose in aperta guerra, attenendosi al proverbio «chi pecora si fa lupo la mangia.»[211]Ma Pippo era solo contro tutti, era povero, non aveva sostegno di persone autorevoli; le sue sole difese erano l’abilità e l’ardire; e queste ad altro non servivano che ad accrescere l’invidia e l’odio degli avversari. Celò sempre a sua madre tutte queste disgustose avventure; ne fece qualche parola con Nicodemo, ma non seppe, o forse non potè sempre seguire i suoi buoni consigli; e la contesa andò tant’oltre, che senza aver commesso niuna colpa, ei si trovò alla fine espulsodall’Accademia qual pericoloso suscitatore di discordie tra i condiscepoli. Niuno si mosse a prendere le sue difese, perchè sebbene ei fosse stato sempre rispettoso verso i superiori, tuttavia non s’era curato mai di corteggiarli; e così credeva anzi, e non s’ingannava, di mostrare vera stima e rispetto verso di essi. Avrebbe potuto addurre da sè medesimo sincere ed efficaci discolpe; ma bisognava accusare altri, palesare ingiustizie, parzialità, calunnie, fare in certo modo il delatore; e solo a pensarvi ne rifuggiva con generoso dispetto.

Allora ei tornò a riflettere più seriamente ai casi proprj; e già anche senza l’espulsione dall’Accademia, il bisogno di provvedervi in qualche modo andava crescendo. Ormai, per continuare lo studio della pittura, occorrevano spese troppo superiori alla possibilità della madre; ed egli avrebbe voluto anzi da lungo tempo guadagnar qualche cosa per assisterla. La risoluzione di mettersi a un mestiero sarebbe stata più opportuna due o tre anni prima. Ora v’era anche bisogno di maggiore sforzo per vincere l’amor proprio. Dopo tanto studiare, dopo tanti elogi, sul punto quasi di prendere la tavolozza e d’aprire studio, come ridursi a entrare garzone d’uno stipettajo o d’un fabbro? Tuttavia il povero giovine non sapeva trovare strada di mezzo; e più d’ogni altro partito sarebbegli dispiaciuto quello già preso da molti suoi compagni, di mettersi a colorire stampe, a miniare, a copiare bazzecole,[212]a rimpasticciare i quadri vecchi o a riquadrare le stanze; perchè, non potendo essere artista, non sapeva nemmeno rassegnarsi affatto a lavori solamente manuali, col rammarico di tanti anni sprecati nello studio del disegno.

— E non solo il denaro, — diceva Nicodemo, spinto dalla gravità del caso a ragionarne di proposito con Pippo che gli aveva confidato tutto, — ma anche l’istruzione ti manca, ragazzo mio....

— Eh! voi me l’avete detto altre volte; e io ci ho pensatopoco. Ma perchè non me l’hanno detto anche i maestri?

— I maestri avranno pensato solamente a insegnarti il disegno, supponendo che tu potessi provvedere al resto da te, o che non ti premesse imparare altro che la pittura, per dir così, macchinalmente. Non voglio credere che giudichino inutile l’istruzione per chi non si contenta di saper ritrarre uomini, copiare quadri antichi, e cose simili.

— Ma spiegatemi un po’ meglio che cos’è questa istruzione, perchè, a dirvela, ho anche udito dire che i grandi maestri del tempo scorso non se ne ingerivano poi tanto; eppure divennero celebri....

— Pippo mio, questo non possono averti detto le persone di senno. Chi ben guarda alle opere di quei maestri, non vi trova soltanto la perfezione del disegno e il merito del colorito, ma anche la elevatezza dei concetti nella esposizione degli argomenti, la filosofia, come dicono, dell’arte, i significati ingegnosi, l’espressione dei volti e degli atteggiamenti, cose tutte che derivano dal genio educato dalla sapienza. Di questa sapienza non facevano pompa, perchè erano uomini semplici e modesti; ma essa traspare dalle opere: contemplale a lungo, cerca di ritrovarvi la ragione di quei componimenti mirabili, e vedrai che per dipingere in quel modo, e perchè le figure ti commovano, ti sveglino sentimenti d’amore, di pietà, di dolore, idee e affetti generosi, perchè insomma ti parlino all’anima per commoverti o per istruirti, come farebbe la più bella pagina d’un libro, anzi un libro intero, un intero poema, non basta aver addestrato l’occhio e la mano a ben ritrarre il nudo e i panneggiamenti, i colori e le ombre, gli scorci e i piani, e tutto quello, in sostanza, che si riferisce alla semplice copia della natura o dei costumi degli uomini. Bisogna dunque educare anche l’intelletto, acquistare idee e saperle connettere e abbellire con l’immaginazione, e valersene per comporre sulla tela, come farebbero il poeta, lo storico, il filosofo nei loro libri. E queste idee le troverai tu nella scuola del disegno, nella compagnia dei condiscepoli,negl’insegnamenti sterili del maestro? Bisogna acquistarle con lo studio dei buoni libri e delle opere dei grandi artisti; bisogna che il sentimento governi l’occhio e la mano, e dia la vita alle figure. Forse vedendo che gli antichi rappresentavano quasi sempre argomenti di religione pagana o di religione cristiana, crederanno i moderni artisti che avessero poco bisogno di studiare la storia dei popoli, di coltivare le lettere, di elevarsi al maggior grado della civiltà dei loro contemporanei; ma io torno a dire: contemplate bene le loro opere, fossero anche tutte e solamente d’argomento religioso, e vedrete quanta sapienza, oltre all’abilità, vi traspare! Almeno avranno studiato sui libri che narrano la storia alla religione, avranno letto e meditato gli scritti dei Santi Padri, i poemi che descrivono le più rinomate vicende dei popoli e degli eroi. Indi gli scolari seguivano i maestri sui lavori e gli ajutavano, e gli udivano ragionare; avevano di continuo commercio d’idee con chi già era istruito; e i grandi avvenimenti di quei tempi o delle età meno remote da loro che da noi, la vita pubblica dei popoli accesi da vigorose passioni, le molte industrie, i commerci, le guerre, le parti, il movimento straordinario che li teneva tutti svegli, erano continua lezione. Ora tu vedi che siamo in tempi di molta inerzia e di passioni meschine; non già che per dar vita alle arti, e istruzione e sentimento agli artisti, ci vogliano anco gli sconvolgimenti calamitosi dei secoli meno civili o meno tranquilli del nostro; le arti e gli artisti prosperano anzi, come tutte le altre cose, più nella pace che nella guerra o nella discordia, ma purchè questa pace non sia codarda, nè sonnolenta, nè contaminata dalla depravazione dei costumi, e che non vieti al popolo di fare quella parte che gli spetta nelle pubbliche faccende. Tu vedi ora una dimenticanza quasi universale d’ogni generoso sentimento; la moltitudine oppressa dalle miserie e dall’ignoranza, o solo occupata a sostenere le fatiche materiali dei suoi mestieri; le persone quasi tutte prese da uno smisurato egoismo, dedite alla cupidigia dell’oro o dei piaceri, diffidenti,con poche ed abbiette e spesso colpevoli voglie; la gente ricca dominata per lo più dai capricci della moda, dalle mollezze, dal fasto, o dalla sordida avarizia; una gioventù snervata, oziosa, frivola, e per la maggior parte libertina; i generosi sentimenti per lei stanno più nelle parole che nei fatti; i buoni proponimenti durano poco; per tutto una mania di fare, di riformare, d’accrescere più i beni materiali che i morali per la nazione; ma è quasi sempre fuoco di paglia, sopraggiunge presto la stanchezza, e la fatica e la perseveranza pesano a tutti. Ove trovi tu da ispirarti? forse nei caffè ripieni di una folla di giovani spensierati, che se non si depravano conversando insieme, certo non si migliorano? forse nei teatri divenuti scuola d’ineducazione e di costumi licenziosi? forse nei pubblici passeggi che non sono altro che mostre di gente vana che ha messo tutto il suo studio nella guardaroba? Le feste popolari non hanno altro di bello che il nome; le solennità religiose non ti presentano altro che fasto profano, privo di divozione, spesso irriverente! Così la poca vita pubblica che ci rimane è tutta sterile di sentimento, è una continua mostra di vanità e d’ipocrisie, nelle quali i varj ordini di cittadini si scimmieggiano tra di loro, e sembra facciano a gara a chi più si deprava. Le cose non anderanno sempre così, questo è vero. Vi sono tuttavia i magnanimi e i virtuosi che tentano di redimere la società dall’avvilimento in cui è caduta; e verrà tempo che il buon seme che essi spargono dovrà fruttare; e le persecuzioni, gli esilj, le carceri, i martirj che incontrano, affretteranno quel tempo.[213]I popoli non periscono come un solo uomo; invano sperano i malvagi che le nazioni tollerino sempre la loro vergogna, stieno sempre divise, dimentichino per sempre il passato. Una nuova èra di risorgimento si prepara, si avvicina; i tentativi generosi non furono mai inutili; le virtù popolari si assopiscono ma non si spengono mai. Quando l’ora è suonata, una scintilla basta a riaccenderle. Ah! è vero, io ho sperato troppo,ho offerto tutto me stesso alla patria, ho creduto che non fosse invano, ho patito.... non ti saprei narrare giammai quanto ho patito! Tu vedi quale è il presente mio stato, e basta! Ho perduto ogni cosa; ma la speranza no! I miei occhi saranno chiusi dalla morte, e, nondimeno, anche morendo io spererò sempre, perchè chi desidera davvero il bene della patria, non lo desidera per sè solo, ma pei posteri; non per sè solo, ma per quelli si adopera, e sostiene fatiche, persecuzioni, dolori, dovesse volerci anche qualche secolo prima che quel bene sia ottenuto. Ma intanto che cosa farai tu mentre si maturano i destini della tua patria? Se tu vuoi nutrire con elevate idee il tuo genio d’artista, ti convien cercare i modelli più nelle opere degli antichi che in quelle dei moderni; ti conviene scegliere nei secoli quei fatti e quegli uomini che meglio ti rappresentano il buono, il bello, il grande, il sublime della società umana. Nè alcuno può avere immaginativa tanto feconda, da figurarsi il passato senza studiarlo nei monumenti e nei libri; e molto studio ci vuole per bene scegliere, per ben confrontare, per bene adattare gli argomenti ai bisogni del tempo, e affinchè insomma la tua opera sia originale, istruttiva, e contribuisca con le altre diverse manifestazioni del vero ingegno, a migliorare la società. Questo è il dover tuo, se vuoi essere artista; il diletto solo nelle opere d’arte non basta, ed è anzi intendimento secondario; il fine principale è quello di accendere negli animi l’amore della virtù, la emulazione dei fatti egregi, di parlare a un popolo il linguaggio degno di lui, degno della virtù e della nazione: l’artista ignorante è sempre mediocre, è sempre soggetto, se vuol campare della sua arte, a vendere servilmente l’opera e l’ingegno; è spesso tentato a prostituire l’arte all’adulazione, al capriccio, al vizio.... Queste cose dico a te, non per distoglierti dal proseguire i tuoi studj, ma perchè tu vi rifletta ad animo riposato....

— A me pare che abbiate ragione; e sento che se io dovessi fare il pittore, vorrei farlo con decoro; e se questo la mia povertà e la mia ignoranza non mi concedono, meglio è che alla fine abbandoni l’arte.... Ma intanto ho tradito lesperanze della mia povera madre! So che finchè ella vive non le mancherà un tozzo di pane, e io sono preparato a campare alla meglio col meschino guadagno d’un mestiere, a vivere piuttosto povero e indipendente, che ad avvilire me o l’arte mia per qualunque grosso guadagno!... Ma se mi fosse riuscito di procacciare più comodi a mia madre nella sua vecchiaja; se avessi potuto dirle una volta: riposatevi, mamma, non lavorate più per bisogno; ecco, io guadagno tanto che basta a farvi star bene!...

— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....

— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...

— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....

— Pur troppo!...

— E io ti consigliai allora a studiare la prospettiva, l’ornato e soprattutto il paese; e vedo che tu l’hai fatto con passione, e che ci sei riuscito.

— Ora capisco il vostro pensiero....

— Or dunque rivolgi ogni tuo maggiore studio al paese; tu hai meno impedimenti a divenire buon pittore paesista che buon pittore di figura. E che tu sia già addestrato nel disegno della figura è bene, perchè così non sarai costretto a far paesi disabitati o a mettervi goffe e insulse figure, o a chiedere l’opera d’altri per condurre a fine i tuoi quadri.

— Avete ragione; il ripiego mi piace assai: e credete che io troverò da lavorar molto....

— Se tu sarai buon paesista, non ti figurare di dovere arricchire; ma i buoni paesisti sono rari: meglio essere abile tra i pochi che mediocre tra i molti. Per lavorare di paese non ci vuole tanto dispendio nè tanto tempo come per condurre opere di figura; meno guadagno, ma più frequente e più facile; meno celebrità, ma non può mancarti lode se tula meriti; e ricordati, per non dire altri, di Salvator Rosa. Poi quanta ricreazione d’animo, quanta dolcezza in ritrarre le infinite e svariate bellezze della natura, i costumi per lo più onesti e semplici degli abitatori delle campagne lontane dalle città, da questi centri dei vizj! E le nostre pianure, i monti, i boschi, le marine, l’azzurro e splendido cielo, i fenomeni giornalieri che si palesano ai nostri occhi hanno tanta dovizia di stupende bellezze, che non lasciano mai senza grandi ispirazioni l’animo di chi le contempla e le sente! Nè sarebbe opera priva d’utilità far conoscere agli uomini, quasi sempre rinchiusi nelle vaste prigioni cittadine, come sia leggiadra e maestosa la terra della loro patria; e a quelli d’una provincia mostrare gli aspetti naturali, i costumi, i monumenti che ne adornano un’altra. Anche questo è espediente efficace ad affratellare di più tra di loro gli uomini d’una medesima nazione; far conoscere a tutti, per così dire, i pregi della propria casa. E soprattutto sarebbe intendimento degno dell’arte ritrarre quei luoghi che la storia dei padri nostri fece più celebri, e così rammentare le gesta gloriose dei grandi uomini e dei popoli, e nutrire od accendere nei giovani qualche scintilla di patrio amore e di virtù cittadine, or che n’è sì grande il bisogno!... I quadretti di paese ben condotti e che ritraggano il vero e che abbiano scopo anche istruttivo, meritano d’esser moltiplicati con la litografia, e di essi intravviene allora come dei libri fatti per dilettare e per porgere utili cognizioni. Tu stesso potresti riportare sulla litografia i tuoi quadri, che non è cosa difficile, e così guadagnarti un pane onorato con più indipendenza che se tu dovessi andare in cerca di chi ti volesse allogare opere di gran lena, la qual cosa pur troppo di rado avviene anco agli artisti più rinomati, ai maestri abili e provetti.

— Voi m’avete persuaso a seguire il vostro consiglio; e mi sento crescere l’ardore per la pittura del paese.

— Che io non ti avrei proposta, se non mi fosse sembrato, da quello che finora hai fatto, che tu dovessi riuscirvi meglio che in quella della figura.

— Ma ora non mi negate più un altro favore che da tanto tempo io aspetto da voi.

— E quale?

— Dalle vostre parole conosco che avete avuto educazione superiore al vostro stato presente. Per quali avventure vi siete voi ridotto così? Non la curiosità mi avrebbe fatto fare tante altre volte questa dimanda, ma sì l’affetto che io sento per voi. Un gran dolore vi affligge continuamente; benchè vi sforziate di nasconderlo, io me ne sono accorto. Io non presumo di potervi confortare; e rispetterò un segreto, se....

— Caro giovine, io non ti avrei nascosto le mie avventure, se il loro racconto avesse potuto istruirti nella pratica della vita. Ma a che cosa ti gioverà conoscere una di più delle tante disgrazie che toccano agli uomini? Io non farò altro che affliggerti. Ma tu lo chiedi in nome dell’affetto.... Ah sì! dopo tanti anni che io aveva chiuso l’animo ad ogni affetto, sento rinascere quello dell’amicizia per te, e consentirò a dartene una prova col farti conoscere la cagione del mio lungo e sconsolato dolore. —

Ecco il racconto che Nicodemo fece a Pippo.

— Mio padre era un onesto negoziante d’un paesetto di provincia, molto lontano da queste parti. Ebbe me solo di figliuoli maschi, e una femmina. Non era ricco, ma le sue faccende andavano prosperamente; e non volle che io attendessi come lui alla mercatura. Mi mandò agli studi nella città più vicina, e morì prima che io gli avessi compiuti. A dir vero, io m’era molto affezionato a quegli studi, e mi sarebbe piaciuta la professione di dottor di legge, bramando d’andare all’università, d’acquistarmi un bel titolo, e di far poi la prima figura nel mio paese. La disgrazia di quella morte immatura mi levò subito di speranze, perchè dovei mettermi invece a bottega, per sostenere la casa coi guadagni del commercio. Mi riusciva di adempiere questo dovere,trovando anche il tempo di proseguire alla meglio da me stesso gli studi incominciati, allorchè in più parti del regno la popolazione, malcontenta del suo governo, sdegnata contro alcuni magistrati, si levò in armi con la speranza di migliorare o di mutare lo stato. Questi moti si propagarono anche nel mio paese; la gioventù arditamente rovesciò in un subito quell’ordine di cose che la popolazione giudicava contrario alla prosperità pubblica; e ai poco esperti, che erano i più, sembrava già di avere ottenuto piena vittoria. Ma questa cieca e presuntuosa fiducia nelle loro forze e nel loro senno li ridusse presto a mal partito. Mancavano persone capaci di ben dirigere i nuovi ordinamenti; uomini scellerati si prevalsero dei tumulti, delle dubbiezze, delle paure per accrescere lo scompiglio e specularvi a proprio vantaggio; nacquero molte discordie, trambusti infiniti, nuove scontentezze; e quel tempo che i buoni cittadini avrebbero dovuto adoperare a pro della patria, doverono spendere in combattere gli ostacoli suscitati dalla inesperienza o dalla perfidia. Intanto il governo spediva milizie a sedare i tumulti, a togliere la libertà a quanti, vi avessero o no preso parte, pur potevano comparire sospetti; e molte ingiustizie e crudeltà si commettevano dovunque. Io fui preso e maltrattato assai, talchè la mia povera madre se ne ammalò di spavento e d’afflizione, e sarebbe morta se non fosse stata l’assistenza di quell’angiolo della mia sorella, che seppe conservare mirabile coraggio in mezzo a tante sciagure. Ma non per tutto le milizie inviate dal governo poterono superare la rivoluzione o sostenersi a lungo dove l’avevano in sulle prime repressa; e accadde ancora che alcuni reggimenti coi loro capi si ponessero dalla parte dei novatori. Io potei allora liberarmi dalla dura prigionia, e tornare in seno della famiglia. Poi il governo, che non si credeva abbastanza forte per sostenere questa lotta contro le popolazioni, chiamò in soccorso milizie straniere. Queste vennero sollecite; i novatori, sorpresi in mezzo alle loro discordie, non ancora agguerriti, nè abbastanza provvisti per opporre maggior resistenza a tanti nemici, doveronocedere. Allora le persecuzioni e le stragi desolarono infinito numero di famiglie e molti paesi. Il mio fu dei più percossi. Una compagnia di soldati stranieri, cupidi di vendetta e pronti agli eccidj, venne a occuparlo e a saccheggiarlo. Pochi giovani animosi tentarono di difendere il borgo che era in luogo elevato e alquanto munito dalla natura e dall’arte, e dove avevano cercato rifugio molti campagnuoli. Quei pochi fecero prodezze mirabili, e si sostennero due giorni contro il nemico di forze molto superiori, e che batteva il borgo anche col cannone. Ma spesso qualche difensore periva, e la molta gente rinchiusa tra quelle mura anguste incominciava a patir la fame. In questo tempo mia madre moriva; e la mia sorella, appena ebbe compiuto gli uffici filiali si unì ad alcune altre valorose fanciulle che aiutavano gli uomini alla difesa, e combattevano esse medesime, e si prendevano cura dei feriti. Ma la terra non si poteva più tenere, quando il travaglio della fame s’aggiunse alla scarsità dei combattenti: questi avrebbero voluto morire con le armi in mano piuttosto che cedere, ma il rischio di tanti inermi li consigliò a chiedere capitolazione, purchè fossero salve le vite dei vecchi, delle donne e dei fanciulli; i giovani davano volentieri le vite loro per quelle. Il nemico accettò il patto, e promise la vita anche ai combattenti, se avessero posato le armi. E le posarono; ma la promessa del nemico non fu mantenuta! appena i soldati poterono penetrare nel borgo, ed ebbero disarmato i difensori, incominciarono a fare strage di quanti poteron cogliere, senza pietà di vecchi, di donne o di fanciulli, a saccheggiare per tutto, a fare ogni più nefando e crudele strazio del sesso debole. Io, benchè ferito gravemente in più parti, potei sottrarre all’obbrobrio e alla carneficina la sorella, che intanto si prendeva cura delle mie ferite: e ci ponemmo in fuga pei remoti sentieri, dei quali eravamo pratici ambedue, io perchè fui abile cacciatore, lei per un’altra ragione che dirò dopo. Con gran disagio andammo avanti parecchie ore per boschi e per luoghi scoscesi, fino a che non giunse la notte. Infine la spossatezza e la fame ci obbligò a stramazzare sul terreno, e a me laperdita del sangue e il dolore toglievano i sensi. Un poco di riposo ci sarebbe bastato per scendere in luoghi abitati e trovarvi soccorso; ma quando sul far del giorno eravamo per ricominciare il doloroso viaggio, ci ritrovammo in mezzo a un drappello di nemici, che essendo, non so come, rimasti indietro dai loro compagni, nè avendo potuto imbattersi in una guida, non trovavano il sentiero per ridursi al borgo dalla parte della montagna. Costoro supposero subito che io venissi di là, e m’ordinarono con aspri modi di accompagnarveli. Mostrai che non mi era possibile di far molti passi, e mi strinsi al seno la sorella; ma essi a forza me la strapparono dalle braccia, intimandomi di guidarli fino al borgo, e minacciando d’ucciderla sotto i miei occhi se non avessi obbedito subito, o se avessi osato d’ingannarli. A quella infelice non sarebbe importato di morire se la mia negativa non avesse cagionato anche la mia morte; e me tratteneva pietà di lei dal ricusare di condurre io stesso i nemici del mio paese.... Tu puoi immaginarti che orribile angoscia fosse la nostra! Bisognò dunque mettersi in cammino; ma gli snaturati s’accorsero presto che le forze mancavano a tutti e due; allora ci posero a barella sui fucili, e alla fine giungemmo in luogo di dove si scorgeva il borgo, ah! pur troppo visibile più di prima, poichè era un mucchio di rovine fumanti ancora dell’incendio suscitatovi dopo il saccheggio. Poichè io ebbi accennato il luogo colla mano, chiesi che ci lasciassero in libertà. Ah! figliuol mio, perchè hai tu voluto ch’io contristassi l’animo tuo col racconto d’inaudite scelleratezze? I mostri mi legarono allora ad un albero, poi s’avventarono contro la mia povera sorella, ne fecero strazio sotto i miei occhi, gettarono il cadavere in un burrone profondo, e facendomi segno ai tiri del loro schioppo, corsero a raggiungere i compagni. Io aveva già perduto i sensi pel disperato dolore; appena mi accorsi d’essere stato ferito; nè d’altro mi ricordo che d’essermi trovato, non so quanto tempo dopo, disteso sopra la paglia in una povera capanna d’un boscajolo. La famiglia che ivi abitava era tutta intorno a me per assistermi con quellasollecitudine, con quell’amore che maggiori non si possono dimostrare per un figliuolo. Io, maravigliato d’essere ancor vivo, per un sol fine desiderai che la misericordia di quei pietosi mi desse alcuni altri giorni di vita: il fine di ricercare le spoglie della sorella, per darle sepoltura, e poi lasciarmi morire di dolore o di fame sulla sua fossa. A poco a poco le mie ferite che erano gravi ma non mortali si rimarginarono, e riacquistai le forze per camminare. Se ti sapessi descrivere il giubbilo dei miei liberatori a vedermi quasi risanato, mitigherei la mestizia del racconto; ma oh! non è possibile ritrarre gli affetti che nella rozzezza dei modi e delle vesti, in mezzo alla povertà e agli stenti, si racchiudono nelle loro anime! — Un’altra carità tu devi farmi, io dissi al boscajolo, appena mi sentii capace di girare per quei contorni: prendi la tua scure, e guidami al luogo ove tu mi trovasti; colà in fondo a un burrone rinverremo il cadavere di una fanciulla; coi rami d’un albero faremo una bara, e condurremo al camposanto le ossa della mia sorella.... — Della vostra sorella! rispose il buon uomo abbassando il capo e sospirando.... Oh! datevi pace.... Quelle ossa ebbero già sepoltura nel nostro camposanto, lo stesso giorno che portammo voi nella capanna. Io non v’ho detto mai nulla, perchè non sapeva se avrei fatto bene a parlarvene; e se.... Dunque, poveretta, era vostra sorella? Oh! l’abbiamo pianta, sapete? Tutto il popolo, uomini e donne di questi poveri monti, andò a prenderla in processione dietro il parroco, e tutti pregammo per l’anima sua innanzi di coprire il corpo colla terra del nostro camposanto, e di spargervi sopra i fiori dei nostri prati. — Io abbracciai di nuovo il pietoso; la tenerezza della gratitudine mi soffocava le parole; poi mi feci condurre al camposanto; vidi il tumulo recente; vi avevano posta una croce di legno, alla quale trovai appesa una ghirlanda di fiori e la crocellina d’oro che aveva da tanti anni posato sul seno della mia sorella.... Quivi m’inginocchiai a piangere; e vedendo il compagno che io bramava di restar solo, mi lasciò. Nè mi sarei più staccato da quella sepoltura, e stava lì propriamenteimmobile, senza dar segno di vita, aspettando che mi scavassero a’ piedi la fossa per rimanervi in eterno. Io non voleva più vedere gli uomini nè la terra; e in mezzo al disperato dolore, che contro mia voglia talvolta si convertiva in odio feroce, rimasto era solamente un senso di gratitudine pei miei liberatori e pei loro vicini, perchè avevano con tanto amore onorato di sepoltura e di lagrime le spoglie della mia diletta. Ma essi forse previdero a che fine mi sarei ridotto, lasciandomi in preda di tanta afflizione, e usarono ogni più amoroso conforto per ridurmi a più rassegnati pensieri. E voleva ragione ch’io gli esaudissi dopo che mi avevano tanto beneficato; nè volli che anche la mia morte o la presenza d’una persona sempre sconsolata li rattristasse maggiormente. Cedei ai loro conforti; promisi che avrei fatto di tutto per darmi pace; e in mezzo alle lagrime e alle benedizioni di trenta famiglie di poveri campagnuoli che mi accompagnarono per buon tratto di strada, che vollero ad ogni costo darmi chi un pane, chi una veste, chi qualche po’ di denaro, lasciai quei luoghi con maggior dolore che se vi fossi rimasto. Allora andai ramingando, ma deliberato di non sopravvivere alla mia disgrazia; e quante volte avrei potuto cedere a questa tentazione! Ma il ricordo dei miei benefattori mi ratteneva, e benchè ormai ne fossi lontano, mi sarebbe parso di macchiarmi di nera ingratitudine verso di loro. Poi riflettei che ci voleva maggior coraggio a vivere con la memoria delle patite sciagure e con l’afflizione perpetua della morte di quell’angiolo, e mi ricoverai lontano dal mio paese, in mezzo alla gente sì, ma stando come se fossi solo, e scegliendo per campare onestamente un lavoro che mi lasciasse vivere quasi in solitudine e a modo mio. Ora tu sei il primo al quale, dopo tanti anni, ho aperto l’animo mio, e svelato il segreto dolore che mi accompagnerà fino al sepolcro. Quella stanzetta vuota, quel ritratto.... Ora tu sai tutto! Quando sto lì mi pare d’esser con lei, di vederla, di parlarle; e lì mi farò condurre quando sarà venuto il termine del mio dolore su questa terra.... Ho lasciato dianzi una parte del mio racconto,ma ti ho detto che la mia sorella era un fiore di bontà e di bellezza, che le sue virtù modeste potevano essere un esemplare.... Oh! quanto affetto pe’ suoi genitori, per me, per gli infelici!... Io aveva incominciato fino da giovinetto a patire spesso pel dolore dei denti: una buona vecchia insegnò alla mia sorella a comporre un certo liquore coi sughi di parecchie erbe e di alcuni insetti, e questo liquore mi faceva buono. La vecchia morì, e la mia sorella si approfittò dell’imparato specifico per utile mio e degli altri, che nel paese solevano farsi medicare da quella povera donna, dandole qualche cosa per ricompensa. La mia Laura, come tu puoi immaginarti, non aveva bisogno di ricompense.... Quand’io andava a caccia, ella veniva meco in cerca delle erbe e degli insetti, e così aveva pratica dei monti e dei boschi vicini, e anch’io potei imparare a comporre la medicina pei denti. È quella stessa che adopero qui: e medicando chi a me ricorre, e ricusando qualunque ricompensa, mi par d’obbedire a un desiderio caritatevole della mia sorella, giacchè questa è la sola carità che nel mio povero stato mi vien concesso di fare a somiglianza di quelle tante ch’ella spargeva nel paese, quando la mia famiglia era in prospero stato. —

Dopo aver posto fine così al suo racconto, Nicodemo riprese tosto la consueta impassibilità, e tornò a lavorare come se fino allora non avesse aperto bocca. Pippo voleva dimostrargli, con qualche parola, la sua riconoscenza e la sua commozione, ma si accorse che Nicodemo non gli badava, e che forse, il ritornare di nuovo insiem con lui sul passato, avrebbe troppo accresciuto il suo dolore. Si ritirò dunque in silenzio, e per alcuni giorni non vi fu verso di far due parole con l’intagliatore. Chi non avesse, come Pippo, saputo la sua storia, l’avrebbe, secondo il solito, giudicato mentecatto o stravagante per folle ostentazione. Egli non era nè fu altro che un uomo il quale invece d’aspettar la morte accanto alla fossa d’una cara persona, l’aspettava, senza altra speranza, lavorando tacito e solitario. Un po’ d’affetto per quel giovine potè fargli dimenticare talvolta i suoi mesti proponimenti.

Il consiglio di maestro Nicodemo fu seguito da Pippo, e presto se ne trovò bene, perchè era lo stesso che secondare le inclinazioni della propria natura; ed anche le assuefazioni prese nell’infanzia gli giovarono molto. I suoi dipinti di paese copiati dal vero nei più bei luoghi dei contorni della città, piacquero ed ebbero smercio, ed egli incominciò a guadagnare. Allora in poco tempo apprese a disegnare sopra la pietra, e anche in quest’arte fece subito buon avanzamento.

Sopraggiunse intanto a sua madre un soccorso inaspettato. Quell’onesto merciajo che aveva preso la bottega, ed era entrato nelle ragioni del suo marito col darle in cambio un modico assegnamento giornaliero sua vita durante, morì lasciando ben provvista la propria famiglia, e facendo a favore della Carolina un legato di seicento scudi, fruttiferi al cinque per cento per sei anni, indi pagabili in due rate di semestre in semestre a lei od a’ suoi eredi. Il qual nuovo assegnamento, in aggiunta a quello del vitalizio, le assicurava una rendita di circa due lire il giorno, da poter meglio provvedere ai suoi bisogni. Figuratevi! le parve d’essere arricchita. S’era trovata a dover campare a stento sè e il figliuolo con pochi soldi, ed ora ecco che il figliuolo guadagnava, ed essa poteva mettere in serbo qualche avanzo di denaro per la vecchiaja, poteva preparare al figliuolo un rinfranco.[214]Non vi so dire quante benedizioni all’onesto merciajo!

Bensì le male lingue, al solito, non rispettarono la memoria di quell’uomo. Parecchi sapevano che il marito della Carolina era divenuto avaro e che faceva l’abominevole mercato dell’usura, e perciò supponevano che avesse dovuto lasciare morendo molti quattrini. Niuno sapeva in qual modo gli fosse stato rapito lo scrigno. Or dunque, secondo loro, il merciajo, sebbene nel prendere sopra di sè la bottega e la tutela degli interessi della Carolina fatto avesse ogni cosain regola con l’assistenza d’un procuratore, doveva aver trovato in qualche ripostiglio della bottega chi sa che ricco bottino! e se l’era fatto suo senza veruno scrupolo. Se non che, in punto di morte, gli scrupoli e i rimorsi eran venuti: ed ecco che per andare all’altro mondo con la coscienza meno macchiata, aveva preso l’espediente di restituire alla vedova una parte almeno di quello che appartenuto le sarebbe. Costoro non rammentavano che il merciajo aveva saputo sempre condurre assai bene le proprie faccende, senza mai mettere in mezzo il suo prossimo; e che appena ebbe acquistato la bottega del tabaccajo le rese il credito, ebbe sempre molti avventori, e vi fece abbondanti guadagni. Ma lasciamoli dire. Fatto sta che il buon merciajo chiamò legataria la vedova di Giuseppe per sola carità di lei, carità gentilmente fatta in sembianza di gratitudine, chè questa appunto era la ragione del legato addotta nel testamento, col quale ei confessava che lo smercio della bottega di tabaccajo lo aveva molto avvantaggiato. Ma per disgrazia il più delle volte si stenta a credere che gli uomini possano nutrire generosi sentimenti ed essere capaci di buone azioni. Oh fossero meno frequenti le azioni malvagie quanto son vere le buone! Saranno; ma anche quanto rare in confronto delle altre!... E chi presume di conoscerle tutte? le più e le più belle rimangono occulte. La carità vera, la magnanimità vera, la virtù vera non vanno a dire a tutti: io ho fatto questo, io ho fatto quest’altro. Anche le malvagità occulte sono infinite, e in assai maggior numero, e spesso più inique delle palesi.... Sarà; ma che rimangano sempre occulte, come può avvenire delle opere buone, è per lo meno assai dubbio. Chi è che possa dire di non aver prima o poi, in un modo o nell’altro, pagato il fio delle sue colpe, e anche al cospetto degli uomini? Non sempre in un tribunale, non sempre in una carcere; ma davanti a qualcuno sempre, o almeno assai di rado davanti alla sola propria coscienza. E per questo il male, non solo è, ma assai più che veramente non sia, comparisce maggiore del bene, e accresce la diffidenza nei sospettosi, l’audacia nei malvagila perfidia negl’ipocriti, lo scoraggiamento nei deboli. E noi badando più a querelarci dei colpevoli e a premunirci contro i male intenzionati che a migliorare noi stessi e prevenire gli errori di chi ha tanti incentivi, e massime l’ignoranza, il bisogno, la seduzione, per commetterli, facciamo di tutto perchè sempre più il vizio prevalga; come coloro che per paura, per egoismo o per pigrizia, invece di porgere soccorso, fuggono d’accanto alla casa del vicino se scoprono che in un de’ lati abbia preso fuoco, e poi dolorosamente si lagnano, e la negligenza del povero vicino maledicono, se il fuoco s’è appiccato anche alla casa loro. E siccome mi sta a cuore la riputazione di quel merciajo buon’anima, voglio dir qui a chi già non lo sapesse, e per non dimenticarmene dopo, che i tre assassini di Giuseppe, sebbene, com’essi dicevano, avessero acquistato la protezione del bargello e fossero divenuti ferri di bottega, tuttavia ne fecero tante altre, che fu giocoforza catturarli insieme con molti dei loro compagni; e i più andarono in galera, e alcuni in galera a vita; e tra questi il più scellerato, il quale quasi per vanto narrava come avesse punito Giuseppe dell’essersi sbrancato dalla sua comitiva, dopo aver fatto la vincita del lotto coi denari rubati. Ed ecco un’altra osservazione che poteva stare qui sopra; che, cioè, se non sempre la giustizia può colpire i malvagi, essi trovano il verso di punirsi tra di loro, e spesso assai più crudelmente che non farebbe un codice rigoroso. Già si sa: gl’iniqui sono amici.... ma non profaniamo questa parola.... sono collegati finchè hanno bisogno di reggersi l’un con l’altro per rubare, assassinare, opprimere, calunniare, e via discorrendo. Aspettate che quel bisogno finisca, o che uno soverchi l’altro, ecco la discordia, gli odj, le contese, le stragi; e tal sia di loro, purchè non ne patisca mai l’innocente pel reo! Oh! la fratellanza dei buoni, per fare il bene che ognuno da per sè non potrebbe, è pur bella e pacifica sempre e potente, e feconda di benefizi sempre maggiori!

Poichè la Carolina si fu trovata ad aver migliore stato, volle che Pippo facesse per sè solo quell’uso ch’ei credevadei propri guadagni, potendosi ormai ripromettere ch’e’ non avrebbe sprecato il denaro in spese superflue, e molto meno in fomentar vizj, ma sì adoperato per avvantaggiarsi nell’arte. E infatti il giovane paesista, che aveva conosciuto per tempo quanto sia biasimevole e calamitoso il contegno di coloro i quali, incominciando per così dire, la propria educazione pubblica nei caffè, addivengono sciocchi e spensierati, dissipatori e libertini, s’era presto allontanato da’ male scelti compagni, e si governava con senno. Piacevagli il conversare con gli studenti, coi nuovi artisti, coi giovani d’ingegno, istruiti e bene educati, e l’avrebbe sovente fatto fosse anche nei caffè in mancanza d’altro luogo; ma di queste riunioni a modo suo, che sarebbero tanto utili tra i giovani per istruirsi, per consigliarsi, per migliorarsi a vicenda, o non ne trovava, o se di quando in quando se ne formavano, la durata ne era brevissima a cagione di qualche imprudente che vi suscitava contese e discordie. Nè eravi alcuno tra i primarj maestri che accogliesse nello studio o in casa i discepoli e i loro amici, e familiarmente conferendo con essi o dell’arte o degli studj che all’arte si riferiscono, s’ingegnasse di coltivare il loro intelletto, di accrescere la loro esperienza, di migliorare i costumi. Taluno avrebbe ambito vedersi attorno una corona di giovani, ma per esserne adulato e corteggiato; altri se ne stava sempre nascosto, quasi temesse che le sue parole, i concetti, i consigli, gli ammaestramenti potessero formare di quei giovani tanti emuli ansiosi d’oscurare la sua fama, di pensare e d’operare, per dir così, a spese sue; ovvero preferiva di farsi piaggiatore dei grandi e dei potenti, e umiliandosi in faccia a chi superbamente ostenta protezione e promette favori, s’alienava l’animo di chi avrebbe saputo meglio rispettare l’abilità e l’ingegno, e ricambiare con verace affetto di riconoscenza la familiarità generosa la quale se è usata verso animi gentili e riconoscenti, non sminuisce l’autorità del maestro provetto, ed anzi gli accresce merito e venerazione. In altri tempi, quando fiorivano artisti di grandissima vaglia i discepoli non erano così segregati dai maestri, ma sì e’ formavanotra loro quasi una famiglia, e studiavano e lavoravano insieme, senza sospetti, senza invidie, senza servilità, senza orgogli; e quelle erano scuole, non Accademie; di lì uscivano artisti veri, e opere degne di sopravvivere ai loro autori. Come mai da un branco di ragazzi appena curati da un maestro mediocre, posti per più anni davanti a pochi modelli per copiarli svogliatamente, chiassando tra loro, perdendo il rispetto ai maestri, consumando così male il fior dell’età, come potrebbero uscirne alcuni bene educati all’arte e bramosi d’esercitarla con decoro? E se poi quei giovani che pur sarebbero da natura disposti a operare abilmente, rimangono abbandonati a sè stessi, troppo raro è che non si guastino, e non divengano presuntuosi e frivoli, e non si lascino anche traviare dai cattivi costumi. Quelli poi che avrebbero bisogno di maggiori ajuti e che non li trovano, vanno perdendo il tempo, tradiscono le speranze della famiglia e della patria, e sono inetti o sventurati per tutta la vita.

Pippo, essendo per avventura scampato da questo pericolo, potè a poco a poco formarsi una buona riputazione; e approfittandosi del soccorso che gli veniva dall’affetto materno, si propose di fare alcuni viaggetti, intanto nel suo paese, per iscegliere i luoghi da ritrarre sulla tela e poi sulla pietra secondo il suggerimento di Nicodemo. Egli aveva già acquistato pratica e gusto nel bene scegliere le vedute da ricopiare; e poi le pitturava con diligenza, con grazia, con maestria di colorito, sicchè trovava smercio ai suoi quadri. Piaceva il concetto di dare a conoscere in quel modo ai cittadini le naturali bellezze del loro paese; e così Pippo s’andava formando riputazione d’abile paesista. Studiava poi continuamente la storia, e si preparava a condurre lavori d’assai maggiore importanza.

Una delle prime tra le sue gite più lunghe ei la fece in montagna; ed essendo robusto, avvezzo a vita attiva e frugale, gli riescì dilettevolissimo aggirarsi a piedi per quei luoghi alpestri, conversare coi buoni montanari suoi ospiti, e conoscere a fondo i loro costumi semplici e rozzi, veromodo per poterli meglio ritrarre. Più che altrove si trattenne Pippo nella casa d’un contadino montanaro, posta vicino a un grosso torrente, a boscaglie, a prati, a dirupi, a molte e svariate bellezze di terre colte e selvatiche. Probo, industrioso e cortese era quel montanaro, con poca famiglia, la moglie o la massaja, una figliuola di diciotto anni, due ragazzetti, un suo fratello e un garzone; tutti, a somiglianza del capoccia, onesti e amorevoli. Accolsero volentieri il giovine pittore, purchè si adattasse, come dicevano, a dormir male e a mangiare alla meglio. Pippo sapeva bene adattarvisi, mentre poi in quella casa era molta più nettezza che nelle altre, ed anco una certa abbondanza, la quale era meritata ricompensa della industria e della fatica. Avevano essi un bel branco di pecore e di capre ed alcune mucche, e per quei pascoli naturali delle praterie montanine ne ricavavano latte squisito, buoni caci, ed eccellenti ricotte e raveggiuoli. Il dolce frutto del castagno, il formentone, il grano; in certi solatii[215]la vigna e gli alveari; una boscaglia di querci per alimento dei majali; il pollame, e al bisogno la caccia e la pésca, provvedevano alla varietà e alla copia dei cibi. Il clima salubre, il lavoro, la pace domestica mantenevano l’appetito, la sanità, la contentezza dell’animo. Il capoccia era uomo di costumi patriarcali, severo pel mantenimento dell’ordine nel governo della famiglia e nelle faccende, infaticabile, risoluto, assennato; ma nel tempo stesso gioviale e affabile quand’era tempo di concedere riposo a sè ed agli altri, e di godersi a sobria mensa nella casa o sul campo i piaceri della famiglia. La massaja somigliava il marito, o s’era a poco a poco assuefatta a imitarlo; la figliuola era savia, bella, vispa, ingenua come i suoi fratellini, amorosa verso di tutti. Il suo zio era il vecchio di casa, e qual fratello maggiore del capoccia, a lui sarebbe appartenuto questo grado; ma poichè, quantunque fosse buono e robusto lavoratore, non aveva mente svegliata, nè accortezza pronta quanto il minore, così a lui cedeva l’autoritàdi comandare e d’amministrare. Nondimeno gli era sempre serbato il primo posto, e ognuno lo rispettava siccome anziano della famiglia; e da lui tutti dipendevano quando il capoccia si assentava da casa per andare ai mercati od altrove. Giovanni, il garzone, era con essi da molto tempo; aveva poco più di venti anni: bel giovine, pieno di vigorìa, d’ardore e d’abilità per le faccende campestri, sottomesso senza bassezza ai suoi superiori, prudente e virtuoso, ma per lo più malinconico e taciturno. Talvolta, in mezzo alla sua naturale e franca garbatezza, alla sua docilità sollecita in obbedire, alla sua schietta riconoscenza per l’amorevole contegno verso di lui di tutta la famiglia che ormai lo teneva propriamente per suocera sembrato sdegnoso, o burbero ed inquieto, quasi a fatica reprimesse qualche impeto di collera; e per due o tre giorni compariva allora più malinconico del consueto, e se ne stava più solitario. Della qual cosa accorgendosi gli altri, e credendo di non avergliene dato cagione, o non sapendola riconoscere, alquanto in sulle prime se ne affliggevano, ma poi si assuefecero a farne minor caso, attribuendo quegl’intervalli di malumore alla ricordanza delle sue passate disgrazie. Giovanni era stato levato in fasce dallo spedale degl’Innocenti; non conosceva i suoi genitori, e questa era la prima e la più grande delle sue disgrazie, poichè aveva animo da sentirne tutta la forza. Passò l’infanzia con una famiglia di campagnuoli della pianura, ma poco industriosi e alquanto guasti nei costumi, e perciò dissestati nelle faccende, spesso discordi fra loro, disamorati e qualche volta inumani. Lo avevano preso dall’ospizio degli orfanelli più con la speranza di cavarne guadagno che per bisogno che avessero d’ajuto pel podere. Infatti, dopochè in quella casa fu rilevato, e appena poteva camminare da sè, lo avvezzarono a chiedere l’elemosina ai viandanti sulla vicina strada maestra. E invero quella misera creatura, cresciuta fra lo stento e gli strapazzi, con luridi stracci attorno al corpo smunto e affamato, svegliava compassione e ribrezzo. Le sue lagrime nel raccomandarsi non erano finte come quelle d’un accattoneadulto, ma pur troppo le spremeva il timore d’essere percosso, d’esser tenuto senza mangiare, o d’esser cacciato di casa un’intera notte invernale dai suoi crudeli padroni, se fosse tornato senza aver raccolto qualche soldo. Oh quante volte erasi ritrovato a dormire, o piuttosto a tremare tutta la notte dal freddo, standosi accovacciato a piè del pagliajo e accanto al casotto del cane da guardia! Sovente la perversità dei padroni lo ridusse a mal partito; e un giorno fra gli altri, per fuggire dalle mani di chi lo voleva percuotere, ruzzolò una scala, e rimase così gravemente ferito nel capo, che lo crederono morto. Risanò presto benchè gli avessero usato pochissima cura, e convennegli tornare alla medesima vita. Non molto dopo, correndo dietro a una carrozza di viaggiatori per chiedere l’elemosina, inciampò, cadde, rimase con una gamba sotto la ruota, e l’ebbe troncata in due luoghi. S’avvicinava la notte, e la strada maestra era poco frequentata. Lo sventurato fanciullo rimase lungo tempo senza soccorso, finchè accostandosi alla strada il cane da guardia, la sola creatura che gli fosse affezionata, lo trovò disteso in terra, fuori di sè dal dolore, e corse al padrone, e tanto fece mugolando e accennandogli di seguirlo, che lo condusse sul luogo della disgrazia. Nanni allora fu trasportato in casa, potete immaginarvi con quanto spasimo! Il padrone non volle che fosse condotto allo spedale, temendo che s’avesse a scoprire la vera cagione dell’accaduto; fu chiamato il medico con tutta segretezza, e questi prese a curarlo diligentemente e affettuosamente, ma non osò riferire ad alcuno ciò ch’ei sapeva degli strapazzi e dei pericoli a cui il fanciullo era esposto, perchè temeva la vendetta di quella gente. Peraltro ei seppe col tempo metter riparo a questa sua biasimevole debolezza, quando in ispecie si accòrse che i padroni di Nanni, non contenti di farne un accattone e di martoriarlo con tanta iniquità, lo costringevano ancora a commettere qualche furto sui campi e nelle case dei vicini. Anzi egli stesso lo sorprese mentre tentava di rubargli nell’orto; n’ebbe compassione, lo tenne celato due o tre giorni in casa sua, e poilo mandò di soppiatto più lontano da certi suoi parenti. Questi erano amici d’Andrea: seppero ch’egli era per aver bisogno d’un garzoncello da mandare col branco delle pecore, gli parlarono di quello sfortunato ragazzo che già aveva intorno ai dieci o agli undici anni svelandogli francamente ogni cosa, e il buon Andrea non ebbe alcuna difficoltà a condurlo seco in montagna. Così Nanni fu salvato in tempo dal pericolo di divenire un malfattore. I suoi primi padroni, non lo vedendo più comparire, non s’arrischiarono a fame ricerca, per timore che si scoprissero i loro iniqui portamenti contro di lui; indi, non so con quali astute menzogne, poterono ingannare sul conto suo le persone che troppo leggermente avevano così male affidato quel meschinello, e fecero credere che fosse morto di malattia. Fatto è che Nanni in casa d’Andrea trovò misericordiosa assistenza, e quasi affetto di genitori. Il suo corpo, ricoperto di lividi e di sozzure, fu lavato da capo a piedi; gli diedero vesti rozze ma pulite; e prima di mandarlo con le pecore o di deputarlo ad altre faccende di maggior fatica, aspettarono ch’ei si fosse riavuto a quell’aria buona, con cibi sani e con le amorevolezze che tutti gli usavano. E in poco tempo sembrò rinato, s’invigorì, mostrossi di buona indole, riconoscente ai suoi benefattori, corretto delle male abitudini che aveva acquistato, e delle quali, benchè non fossero colpa sua, dolorosamente si vergognava. Perciò era ragionevole supporre che la malinconia e talvolta l’atrabile dipendessero ancora dai ricordi funesti di così travagliata infanzia. Ma col tempo vi s’aggiunse un’altra cagione segreta, e assai più forte di quella. Nello stesso modo che Andrea e la sua moglie lo avevano accolto, e lo tenevano come figliuolo, così la fanciulla Maddalena gli s’era affezionata con ingenuo e tenerissimo amor fraterno; e Nanni le corrispondeva, pensate voi con quanto ardore! La dolcezza dei modi, la semplicità, il candore, l’abbandono della vispa Maddalena a quel sentimento, svegliò sulle prime la riconoscenza del garzoncello; ma col crescere degli anni ei s’accòrse che questa si convertiva in amore di naturadiversa dall’amor fraterno. La considerazione dello stato suo, del posto che aveva in quella casa e del bene che gli facevano continuamente, lo consigliava a tenersi guardingo, a reprimere una passione prepotente; e taceva e soffriva, ed era pronto a fuggire le occasioni che avessero a mettere a pericolosa prova la sua prudenza. E bene spesso gli era sembrato, o l’immaginazione glielo faceva credere, che la Maddalena sarebbe stata proclive a corrispondergli, con ingenuo abbandono, per naturale e innocente propensione a volergli bene più che a fratello; la qual cosa era per lui continuo alimento al soffocato amore, e gli suscitava nell’animo cotanta e sì fiera guerra di sentimenti, che talora, non potendo reggere a quel martirio, si proponeva di allontanarsi per sempre, piuttostochè trovarsi finalmente nel rischio di tradire la fiducia che i genitori della Maddalena riponevano nella sua saviezza. Nè crediate già che e’ non avessero preveduto i pericoli a cui poteva essere esposta la loro figliuola quando Nanni non fosse stato più ragazzo; ma veramente pareva loro di potersi fidare non solo nella onestà della fanciulla, bensì ancora in quella di Nanni; e poi sembrava che la loro intenzione non fosse per essere contraria agli effetti di un amore virtuoso e scambievole, quando Nanni avesse continuato a meritare la stima di tutti; mentre poi difficilmente avrebbero potuto rinvenire tra i vicini un giovine più abile di lui per tutte le faccende campestri e pel governo d’una famiglia. Nondimeno vegliavano attentamente sul contegno dei due giovani, ed aspettavano il tempo più opportuno a prendere qualche risoluzione. Per essi che in questa cosa procedevano con animo riposato, il tempo non passava nè troppo adagio nè troppo presto; ma a Nanni, inconsapevole dei loro disegni, sempre immerso in dolorose dubbiezze, ora i giorni parevan secoli, ora gli anni parevan giorni, e sempre rimaneva piuttosto oppresso dal timore che alquanto confortato dalla speranza. Oh! pur troppo, ricordandosi quanto fosse infelice per non avere un nome, una famiglia proprio sua, ei s’immaginava che per lui non vi potesse mai essere alcun bene sopra la terra,nemmeno quello della speranza, che è pure la sola consolazione degli sventurati!

L’arrivo di Pippo, una novità così rara per quei luoghi, pose propriamente in festa la famiglia; tanto più che Pippo era allegro e faceto, sapeva affiatarsi coi buoni montanari, e dava loro nel genio mostrandosi così affezionato ai costumi semplici, così riconoscente alle garbatezze che si studiavano di fargli, così innamorato di quei luoghi dei quali non si rifiniva di far gli elogi. I ragazzi, la fanciulla, il garzone non avevano mai visto pitturare, nè si sapevano persuadere come si potesse, a forza di colori e di pennelli, ritrarre in così piccolo spazio un gran tratto di paese, gli alberi, gli animali, le cascate del torrente, il cielo or sereno ed or burrascoso, e tutto in guisa da riconoscere a puntino qualunque luogo lor fosse più noto, cosicchè a fissarvi gli sguardi sembrasse vero e vasto quanto il vero, e animato dalla viva natura. Per essi pareva piuttosto prodigio che arte umana, e se fossero stati sciocchi superstiziosi, avrebbero creduto di vedere in Pippo nientemeno che un negromante. Ei fece, si può dire, in un batter d’occhio la veduta della casa che era pittoresca, e vi pose con bizzarri componimenti di figure tutta la famiglia ritratta dal vero, sicchè ognuno vi riconosceva gli altri e sè stesso, e lietamente se ne compiacevano. Pippo andava tutto il giorno ora qua ora là a ricavar vedute, a fare studj su per quei greppi, e la sera tornava a cena coi montanari, e li teneva sempre in gran festa. Nanni, a dir vero, si rallegrava meno facilmente degli altri, e non vedeva di buon occhio le cortesie di Pippo alla Maddalena, e lo pungevano le confidenze ch’ei si prendeva con lei con quella disinvolta e talora indiscreta franchezza di un giovine assuefatto a vedere i licenziosi costumi della capitale. Pippo s’accorse del mal’umore di Nanni, ne immaginò subito la cagione, e si propose, con biasimevole leggerezza, di divertirsi alle spalle del rozzo e timido amante. Venne la domenica, e dopo cena il vecchio di casa prese a suonare la sua zampogna. Era una serata bellissima; andarono tutti sull’aja: dopo alcuntempo, al suono della zampogna che l’eco e il venticello avea recato in lontananza, vennero alcuni altri montanari, uomini e donne. Solevano appunto le fanciulle radunarsi a veglia le domeniche in casa della Maddalena, della più leggiadra fra le montanine di quei contorni, e quella sera più volenterose vi accorsero per la curiosità di vedere il giovine e allegro pittore, del quale avevano già avuto contezza. Pippo all’arrivo di questa comitiva era acceso di giubbilo, e non gli parve vero che incominciasse la danza campestre. Ecco un altro quadro importante per lui; ma a dirla schietta ei pensava allora più al proprio diletto che all’arte. Si fece capo della festa; diede principio alla danza con la Maddalena; e in breve si dileguò dall’animo dei sopraggiunti quella specie di soggezione che sì negli uomini che nelle donne veniva dalla presenza del cittadino. Tutti gli s’affratellarono, e onestamente sollazzandosi fecero la più lieta veglia che mai fosse stata nel paese. Ma Nanni s’era presto e di nascosto allontanato dalla compagnia: Pippo se ne accorse; gli venne voglia di fare una qualche burla allo scontroso, e di porgere così nuova materia di divertimento alla brigata. Andò a cercarlo senza che altri se ne accorgesse, e lo trovò che pareva assorto in un sonno profondo. Il povero Nanni non aveva certamente volontà di dormire, ma s’era rintanato in quel modo, perchè sentiva di non poter godere come gli altri, e non sapeva fingere: dunque era meglio andar via. Nondimeno anche da lontano sentiva lo schiamazzo dei gaudenti, e quella gioja tanto contraria allo stato del suo animo gli faceva male. Allora appoggiando i gomiti alle ginocchia si chiuse gli orecchi, e trovandosi così solo, seduto, oppresso da un pensiero fastidioso, scontento di sè medesimo, era piuttosto fuori di sè pel dolore che addormentato. Comunque siasi, Pippo credè che dormisse, e non sapendo così all’improvviso quale altra burla immaginare, corse a prendere alcuni dei suoi pennelli, e gli dipinse sul volto come meglio potè una maschera grottesca e ridicola; poi ritornando alla festa incominciò a ricercare di Nanni come se solamente allora si fosse accorto della sua assenza, e lagnossene,e mandò a cercarlo. Subito alcuni entrarono in casa; allo strepito che fecero nel chiamarlo, Nanni si riscosse; lo videro, e lo condussero quasi a forza tra la comitiva. Finchè furono a poca luce non s’accorsero del ceffo che aveva; ma appena ebbero raggiunto gli altri, che quasi tutti s’erano ridotti nella cucina, ognuno sbigottì; poi conoscendo la burla si diedero a ridergli in faccia; e le beffe crescevano a vederlo immobile in mezzo alla stanza stupefatto di così strana accoglienza, e in forse del chiederne la ragione. Ma la Maddalena conobbe che la celia non poteva piacergli, e accostandosegli con una compagna che le teneva il braccio sul collo, gli sussurrò all’orecchio che andasse via, e si lavasse il viso perchè lo aveva conciato. Così fece il povero giovine, e lavandosi vide l’acqua tinta, e nel medesimo tempo da uno dei ragazzi gli fu narrato come la burla stata fosse una scappata del bizzarro pittore. Nanni aggrottò le ciglia traendo un sospiro sdegnoso, e non si fece più vedere a nessuno; andò nella stalla, com’era solito tutte le sere, per custodire il bestiame, e rimase colà finchè non fu posto fine alla veglia. Pippo a null’altro pensando che alla riuscita del suo scherzo, e al rimanente della veglia che avrebbe voluto potesse continuare fino a giorno come s’usa nelle città, non si curò più del giovine burlato, nè s’accorse che la Maddalena ne fosse rimasta afflitta. Infine il vecchio ripose la sua zampogna, i vicini tornarono alle loro case, e la famiglia d’Andrea si diede in braccio al riposo. Il pittore si pose a far fagotto perchè aveva destinato di partire il lunedì per un borgo vicino, dove voleva trattenersi tre o quattro giorni, e poi s’addormentò anch’egli senza indugio, da quanto era stanco. Gli ultimi a prender sonno furono la Maddalena, turbata ancora dal rincrescimento del brutto tiro che era stato fatto a Nanni, e Nanni medesimo che non si poteva così presto dimenticare le beffe avute per cagione della celia scortese, e che soprattutto ne era stato punto perchè si trovava in faccia alla Maddalena e ad altre fanciulle.


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