IL BUONO E IL CATTIVO PER TUTTO
I fatti lacrimevoli che qui troverai narrati, o lettore, avvennero a tempo della tremenda rivoluzione, che scosse la Francia e l’Europa sul cadere del secolo scorso; di quella rivoluzione così detta dell’89, terrore tanto dei despoti che dei popoli; segnalata da atrocità inaudite e da virtù e da prove di valore talvolta sublimi: lodata troppo e troppo biasimata tanto da coloro che nelle rivoluzioni altro non vedono che la occasione di soddisfare passioni sfrenate o malvage, quanto da coloro che le credono sempre ordite da cospiratori e da pochi faziosi, nè sanno persuadersi che per lo più i governi stessi coi loro errori le preparano, e le fanno essere inevitabili.
Perchè, tu dirai forse, avendo volontà di scrivere un racconto, perchè scegliere argomento così malinconico, e risvegliare memorie sì luttuose? Non basta che la storia registri le calamità di quel tempo? Che cosa occorre andar frugando nei remoti angoli d’una provincia per ricordare dolori e lacrime ormai ignorate da lungo tempo?
Io risponderò, cortese lettore, che la intenzione è manifesta nel titolo, e che io la credo buona, e perciò ho dato in luce lo scritto. Imperocchè le rivoluzioni essendo più o meno inevitabili in tutti i popoli fino a che ogni specie di dispotismo non sarà abolita sopra la terra, fino a che tra gli uomini sussisteranno diseguaglianze derivanti da ingiustiprivilegi e da iniqua usurpazione; così la esperienza del passato è sempre utile pel presente e pel futuro; e appunto le lezioni della storia devono principalmente conferire a minorare, quant’è possibile, gli errori, i disordini, gli eccessi purtroppo inseparabili da qualunque violenta mutazione nel reggimento dei popoli. Quindi ciascuno può trovar da imparare qualche cosa, non solo nelle gesta luminose di un uomo grande, ma anche nelle avventure d’un oscuro e povero cittadino, il nome del quale non comparirà mai nella storia.
La Vandea,[291]come a tutti è noto, fu la provincia che nel tempo della rivoluzione fece i maggiori sforzi pel sostegno della monarchia borbonica. Ivi le passioni della fazione realista, spingendo gli uomini qualche volta all’eroismo e più spesso alla ferocia, giunsero a terribili eccessi, e fecero versare invano molte lacrime e molto sangue, invano oltraggiarono la natura, per difendere e conservare un ordine di cose divenuto impossibile per colpa di quei medesimi che presumevano di poterlo perpetuare.
In quel paese viveva a Fontenay una povera vedova in compagnia del suo unico figliuolo, onesto giovine e abile artigiano. Ambedue erano amati dai loro vicini, e godevano la stima dell’universale, non tanto pei loro buoni costumi e pel tenero affetto che si volevano, quanto perchè erano esemplari nella religione, vivendo da veri cristiani.
Il figliuolo si chiamava Carlo, ed era di natura sua molto riflessivo, taciturno, timido, poco proclive ad affiatarsi con gli altri, e quasi privo di quello spirito pronto e vivace che suole sovrabbondare nei Francesi. Questa singolarità di carattere, finchè si trattava di tempi ordinarj, non aveva dato nell’occhio. D’altronde egli non era mai comparso nè sgarbato, nè orgoglioso, nè di cattivo cuore; anzi i conoscenti lo avevano esperimentato d’animo cortese, generoso, modesto, pieno di carità del prossimo, non a parole ma a fatti.S’era egli dato il caso di qualche incendio? Carlo aveva esposto pel primo la sua vita in soccorso di quella degli altri; ma se volevate i particolari del fatto, e in specie delle prove di coraggio date da lui, inutilmente a lui stesso vi sareste rivolto.
In tempi nei quali le passioni faziose imperversano, la originalità, qualunque ella siasi, ancorchè tutta generativa di bene, fa spicco, e chi non la può volgere ai suoi fini, si trova tentato a interpretarla malignamente. Sicchè quando il paese incominciò ad essere sommosso dalla controrivoluzione, o, come ora si dice, dalla reazione, i compaesani di Carlo, scordando affatto le sue buone qualità e i suoi meriti, posero mente soltanto alla sua ritiratezza e alla taciturnità che fin quasi dalla nascita aveva mostrato; e parendo loro di vedervi non so che di misterioso, senz’altro lo giudicarono avverso alla parte colà prevalente, e lo fecero segno a strani e formidabili sospetti. Così la politica ha ed avrà sempre, come gli ebbe l’inquisizione, le sue torture e i suoi roghi, sì pei colpevoli che per gl’innocenti.
Quanto più la rivoluzione si stendeva, tanto più crescevano i sospetti dei paurosi contro le supposte intenzioni segrete di Carlo. E poichè da lui, come suol dirsi, non v’era da ricavare un numero, e niuno vi fu che osasse francamente domandargli com’ei la pensava; così i più zelanti si posero attorno a sua madre, sperando forse di conoscere per tal via l’animo del figliuolo. E tra questi fu il suo confessore, il quale stimò di non doverle nascondere le apprensioni del paese sul conto di Carlo; e con affettuosa premura la esortava ad usare la sua dolce autorità materna, dal buon giovine esemplarmente rispettata, per farlo ravvedere, come ei diceva, e per distoglierlo da qualche orrendo tentativo. — Nè ve ne accorgete? Carlo sta a sè anche più di prima: ora come ora tanta indifferenza può esser studiata affettazione; e se con qualcuno s’affiata, lo fa appunto con quei tre o quattro giovani che si sono manifestati partigiani della repubblica, e che il paese tiene per nemici della patria. Or si può dunque ragionevolmente dubitarech’ei mediti qualche serio fatto, ch’ei si sia lasciato indurre a entrare in qualche iniqua cospirazione. Se fosse vero, esortatelo a ravvedersi: tocca a voi; ne va della vostra coscienza; ricordatevi che è vostro figliuolo. Io ve lo dico pel bene di tutti e due. —
Queste parole, queste paure cagionavano afflizione e sgomento alla tenera madre. Essa non aveva veduto la menoma variazione nel contegno del figliuolo, perchè infatti niuna variazione era avvenuta; ma a forza di udirne discorrere, e poi anche da persone autorevoli, incominciò a dubitare anch’essa che qualche cosa di vero vi dovesse essere, e mosse a Carlo alcune domande timide e incerte, e gli fece ammonizioni piene d’affettuosa trepidazione.
Carlo in sulle prime non si raccapezzava, e la confortava a stare pienamente tranquilla sul conto suo; poi travide l’origine dei materni timori, e con la sua solita schietta e vigorosa concisione, le rispondeva: — Mamma, state tranquilla: io amo la patria, e non farò altro che quello che un buon Francese deve fare. Ma già voi mi conoscete, e basta. —
Più volte egli ebbe a ripetere tali detti; ma questa risposta, che sua madre volle riferire per testimonianza della schiettezza d’animo di Carlo, poteva essere interpetrata sinistramente; e così avvenne, perlochè i suoi compaesani ne trassero motivo a maggiormente temerlo, e a trascendere fino all’odio.
Intanto l’afflitta donna, che non poteva ancora risolversi a dar corpo a quelle ombre, andava tuttavia sovente in cerca del confessore per isfogare con esso la sua segreta apprensione, per chiedergli consiglio, assistenza, conforto: ma purtroppo la non ne ricavava altro che parole dettate dalla ipocrisia, della passione faziosa; nuovi timori, arcane minaccie e accrescimento di scrupolo religioso.
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Un giorno il confessore stesso andò a lei con animo deliberato di chiarirsi di un altro sospetto, che, cioè, anche la madre fosse d’accordo col figliuolo, fosse a parte di qualche macchinazione, dalla scoperta della quale potesse venire molto utile al suo paese. Dopo i consueti discorsi, ricominciòcon dolcezza a domandarle: — Ma sapete voi bene che cosa faccia questo giovane di tutto il suo guadagno? Se, come voi m’assicurate, e io lo credo, se egli lavora giorno e notte e non s’impiccia d’altro che del suo lavoro, e’ deve guadagnare bene. Dunque in che cosa spende? Ha egli messo da parte qualche somma? Lo so, lo so; e’ pensa al vostro mantenimento, e non vi fa mancare di nulla. Ma per voi, che siete tanto discreta, che cosa ci vuole? Si può credere! Dunque? che cosa fa egli del rimanente? Dove consuma i suoi risparmi? Invero, alla bettola non è stato mai veduto; dedito al giuoco, che si sappia, non è.... Eppure in qualche cosa il suo denaro deve essere speso. Ah! sorella mia, io che conosco i segreti di tante coscienze, io che conosco quante iniquità si commettono o si fanno commettere agl’incauti, cose che soltanto a Dio e ai suoi ministri sono note.... Ah! voglia il cielo che il suo confessore lo assista davvero, come io fo quanto posso per assistere e premunire l’anima vostra!... Ma quel denaro che non si sa come vada speso, per me.... sbaglierò.... vorrei sbagliare.... mi dà pensiero. Oh! se si fosse in tempo a rimediare! E sì che io potrei.... Ma bisogna che io sappia, bisogna aprirmi l’animo candidamente!... — Ma era inutile: nulla valeva a fargli scoprire ciò che era impossibile di scoprire, perchè non sussisteva altro segreto fuorchè quello fattogli travedere dalla sua fissazione. E la madre che si sentiva opprimere dal crepacuore, si scioglieva in lacrime guardandolo con occhi atterriti e implorando pietà pel figliuolo, che ad onta delle tante paure che spingevano anche lei a sospettare, pure dalla intima coscienza le era gridato incolpabile.
Alfine, quando il sacerdote conobbe che dalla ingenuità di quella creatura non v’era da ricavare nulla intorno al supposto segreto che tanto gli premeva discoprire, esclamò con grande afflizione: — Ah! poichè vi vedo così ostinata a nascondermi tutto, e ricusate di affidarvi in me che voglio il bene del mio paese, e che procurerei nel tempo stesso di mettere in salvo l’anima vostra e quella del vostro figliuolo io vi dichiaro con mio sommo dispiacere, ma bisogna chelo faccia, vi dichiaro che non potrò più ascoltarvi qual mia penitente, perchè la mia coscienza non mi permetterebbe di assolvervi. — E dandosi a credere di avere adempito così al proprio dovere, andò via compassionando la debolezza della sua penitente in lasciarsi sedurre fino a quel punto dall’amore materno.
Essa rimase tanto sbalordita da questa inaspettata minaccia, che non ebbe fiato di raccomandarsi, d’andargli dietro.
Ma in capo a pochi giorni, dopo che la si fu crudelmente logorata l’anima in una lotta tremenda tra l’affezione pel figliuolo e gli scrupoli di coscienza, che quanto più vi pensava tanto più le crescevano, alfine, come se fosse spinta ad abbandonarsi a una risoluzione disperata, corse al confessore; piangeva dirottamente, e a fatica gli potè far capire che implorava d’essere ascoltata.
Egli, sperando che fosse venuta per confidargli il supposto segreto, l’accolse amorevolmente, le fece coraggio a parlare, e guardando il cielo con occhi pietosi, aspettava la bramata rivelazione. — Sì, — diceva allora tra i singulti la sventurata, — ho risoluto, lo farò; non posso sopportare d’essere abbandonata da voi.... Ah! voi lo sapete, reverendo padre, il mio.... il povero Carlo mi dà il campamento; ma....
— Avanti! Coraggio! Siamo soli! Non dubitate!
— Ma io, proprio, non so.... non posso credere....; e se mai, per assicurarvi che non sono a parte dei suoi segreti.... Ah! ho deciso: piuttosto mi separerò da lui; camperò di elemosina, mi figurerò di averlo perduto, piuttosto che restar priva della vostra santa benedizione. — E appena pronunziate con fermezza queste parole, cadde ginocchioni, quasi in deliquio, ai piedi del confessore, in atto d’aspettare la sua sentenza.
Ma egli, sebbene, rimanesse colpito e si mostrasse commosso da quella risoluzione, pur vide che non ne poteva ricavare costrutto. Nondimeno giudicò di doverne tener conto; accortosi che ella vi persisteva con fermo proponimento, la confortò di pietose parole, e la benedisse, dicendole: — Sia fatta la tua volontà, che io spero sia quella del cielo.Va’ buona creatura. Iddio ti rimuneri di questo atto di virtù cristiana, e ti dia forza per sostenerlo, affinchè tu possa ricavarne quel bene che la divina misericordia si degnerà di concedere a te e a quello sciagurato giovine. — Così l’indegno sacerdote, traviato dalla passione politica, profanava la religione, e permetteva che in nome di essa si separassero due cuori che Dio fece per essere sempre uniti.
Chi avesse veduto quella povera madre, dopo che fu uscita dalla presenza del confessore, e quando con incerti passi brancolava per ritrovare la strada e ricondursi a casa, l’avrebbe creduta una moribonda che si trascinasse da sè medesima al camposanto per cercarvi sepoltura. Pure le riuscì di giungere alla casuccia che ella aveva fatto proposito d’abbandonare, dopo aver rivisto il figliuolo per dirgli addio. Un animo l’avrebbe anche consigliata a nascondersi subito ai suoi sguardi, a lasciarlo senza dirgli nulla; ma la natura non vi consentì; sebbene l’amor materno fosse stato soffocato con una violenza di passione quasi incredibile, pur la natura non era vinta, e guidò i suoi passi a quelle stanze dove una modesta agiatezza, una gioia serena l’avevano accolta sposa, dove con arcana e soave corrispondenza di giubbilo e di dolori era divenuta madre, dove aveva allattato da sè, educato e visto crescere la delizia sua e del marito, quel figliuolo che ora...! Povera madre! E pianse; pianse tutto il giorno, combattendo sempre gli affetti che venivano in folla ad assalirla.
Verso sera, chè l’ora s’appressava in cui il figliuolo sarebbe tornato a casa, si rasciugò più volte le lacrime, e finalmente le riuscì di costringere gli occhi a non versarne più. Ed ecco che ode i noti passi: il suo Carlo è per le scale; frettoloso, secondo il solito, per rivedere, dopo tante ore di lavoro, sua madre, per portarle la cena, che facevano sempre insieme, e sempre in mezzo a lieto e affettuoso colloquio, prima che la domestica pace fosse stata loro turbata dalla crudele ipocrisia. Allora un brivido le prese tutta la persona, impallidì, guardò il cielo, e ripetè: — Ho deciso! —
In quel punto la porta si apriva; e Carlo entrava, anchepiù mesto del solito, tenendo involta in un fazzoletto la poca provvista per la loro cena. Ma la tavola non era apparecchiata; e sua madre se ne stava in piedi, silenziosa e immobile, accosto a quella, guardandolo con aspetto che pareva severo.
— Perchè non è apparecchiato? — disse dolcemente Carlo. — Forse avete già cenato? —
La madre non rispondeva: pure i suoi occhi s’affissavano nel figliuolo, ma come gli occhi che si posano sopra un oggetto senza vederlo quando la mente è distratta e tutta assorta in qualche grande pensiero.
— Forse siete corrucciata con me perchè ho fatto tardi? Ho indugiato, — continuava il povero figliuolo sospirando, — ho indugiato un poco stasera, perchè.... non vi sgomentate peraltro.... perchè non avevo quattrini per comperare questo boccone di cena. — E intanto svoltava il fazzoletto.
Allora la madre si mostrò sorpresa di questa novità, ed esclamò subito con voce piuttosto austera: — Dunque oggi non hai lavorato? E che cosa hai tu fatto?
— Sì, mamma, ho lavorato come gli altri giorni. Ma che cosa volete? in questi tempi di così terribili calamità, non tutti quelli che hanno fortuna d’aver lavoro, possono anche far conto d’essere pagati immediatamente. Ho aspettato due ore che il principale tornasse, gli ho chiesto la mia giornata; e lui: — Non riscuoto io, e non posso darne a voi! — Soggiungendo poi, con impeto di collera: — Dovete ringraziarne quei birbanti che mettono sottosopra tutta la Francia! — In ciò dire Carlo aveva finito di porre sulla tavola la cena, e ripiegando il fazzoletto, scuoteva il capo con un sorriso di disprezzo, e aggiungeva: — Come se questi pretesi birbanti potessero impedire alla gente onesta di pagare puntualmente la mercede agli operai, la mercede dei lavoranti. —
All’ingenua risposta di Carlo, sua madre aveva abbassato il capo; si toccava colla destra il petto, e lo sentiva palpitare; e poco mancò che a un tratto quei palpiti materni non la smovessero dal suo crudele proponimento. Mano! con una stretta di mano convulsa, compresse quel cuore e poi la ritrasse dal petto quasi avesse voluto strapparselo, giacchè la non doveva più dare ascolto ai suoi moti d’amore verso il figliuolo.
Carlo non vide quell’atto perchè anch’egli, per un’altra ragione, si studiava di distrarsi da quelle idee malinconiche; e lo faceva col rimettere, senza bisogno, nelle sue pieghe il fazzoletto.
Poi, cacciato risolutamente da sè ogni pensiero molesto, e rasserenatosi anche per fare animo alla mamma: — Su via, disse, mangiamo in pace questo boccone. A tutto v’è il suo rimedio. Io non mi scoraggisco, e voi dovete scoraggirvi meno di me. Finchè avrò così buona salute!... Sicuro, stasera la cena sarà un po’ più magra, chè, avendo dovuto prendere a imprestito il denaro, ho speso meno che fosse possibile. —
All’udire che il figliuolo, per procacciarsi un vitto anche più frugale del solito, aveva avuto bisogno di farsi prestare il danaro, fu assalita da una specie di ribrezzo, parendole cosa incredibile, dimenticando quello che Carlo le aveva detto innanzi, e pensando solamente ai discorsi e ai sospetti del confessore; e, preso animo dalle parole di Carlo, ma animo di disperazione, disse, senza mostrare turbamento:
— Oh! ne avanzerà, perchè deve servire a te solo.
— Come? non volete mangiare?
— No. Ma stasera se avrò appetito cenerò all’Ospizio dei poveri. Vi sarei digià, se non fosse stato per non lasciare la casa aperta. Ora che ci sei tu; addio!... Bisogna che ti lasci. E questo è l’ultimo addio che ti dà tua madre! —
A tali parole parve che il fulmine l’avesse colpito e ridotto in cenere: con gli occhi stralunati e fissi sopra di lei che gli voltava le spalle e partiva; senza la forza di movere un passo nè d’articolare un accento, come chi sogna di stramazzare sull’orlo d’uno spaventevole abisso, e non può stendere il braccio a un sostegno, nè sciogliere la voce per gridare ajuto.
Intanto la madre tornava con passo concitato alla casadel confessore; e appena fu giunta alla sua presenza, gli annunziò con fermezza d’aver mandato ad effetto la separazione dal figliuolo, e gli chiese la polizza d’ammissione nell’Ospizio dei poveri.
— Brava! Oh se tutti i fedeli fossero come voi, questo povero mondo quanto sarebbe migliore! Ma, dite un poco; siate sincera: che cosa ha egli detto, quando voi gli avete fatto sapere la vostra risoluzione?
— Nulla! — rispose la meschina senza poter reprimere un sospiro di spasimo. — Mi ha lasciato andar via!
— Ah! lo vedete? Che disgrazia! Ve lo diceva io? lo hanno traviato! Chi sa che cosa vanno macchinando? Sciagurati! E che non si abbia a poter sapere, per poter rimediare in tempo?...
— Ma oh Dio! mi raccomando, non può esser colpa sua!
— Eh! non dubitate: io farò di tutto per salvarlo. E spero.... Chi sa? Questa lezione.... Intanto ringraziate Dio che vi ha dato il coraggio, la virtù d’abbandonarlo. — E proferendo altre simili scellerate parole a modo di conforto, s’alzò per darle la polizza d’ammissione, e la mandò al suo destino.
Carlo, appena riavuto dal primo sbigottimento, lasciata la cena, spento il lume, chiuso a chiave l’uscio, e scesa d’un salto la scala, corse in traccia di sua madre. Giunse fino all’Ospizio; domandò se una donna si fosse presentata poco prima per farsi ammettere nel ricovero. Non avevan veduto nessuno. Andò alquanto errando come forsennato in quei dintorni; poi gli venne in mente il confessore di sua madre. — Forse sarà da lui. — Giunse alla casa di questi. Picchia, ripicchia: nessuno gli risponde: ormai era tardi, e tutti dormivano. Tornò all’Ospizio. La donna vi era stata accolta allora; ma di sera niuno, se non fosse per ammissione, poteva passare nell’Ospizio. I superiori non v’erano o non davano udienza. Ogni scongiuro fu inutile. Figliuolo o non figliuolo, il vedere la madre gli fu negato inesorabilmente.
Forse per la prima volta in vita sua Carlo fu sul punto di lasciarsi trasportare dalla collera a qualche eccesso; e icustodi dell’Ospizio già si apparecchiavano ad usare la forza per mettere in arresto quel furibondo. Ma la riflessione venne in tempo a ridurlo in calma, e gli suggerì di rivolgersi al suo proprio confessore.
Questi aveva potuto serbarsi imparziale nelle gravi turbolenze, che ponevano lo scompiglio nel paese: era uomo di costumi semplici ed esemplari; pieno di pace e di carità evangelica per tutti, e sollecito d’andare in cerca dei poveri, degl’infelici, degli oppressi, per assisterli con le parole e con le opere.
Gran parte della notte, quand’ei non era al capezzale dei moribondi, e benchè avesse faticato tutto il giorno in servigio della società e della chiesa secondo il suo ministero, soleva passarla a studiare. Quindi Carlo lo trovò levato, e potè subito essere ammesso alla sua presenza.
Prima che il dolore gli concedesse di proferire una sola parola, gli cadde genuflesso ai piedi; e con le gote inondate di lagrime, tra i singulti, con accenti interrotti gli narrò poi l’accaduto sino da quei primi colloquj che furono forieri della sciagurata separazione. — Tutto, — esclamava l’infelice, — tutto ho sofferto sommessamente: i sospetti crudeli d’una madre adorata, le persecuzioni, le calunnie dei miei compaesani, il loro disprezzo atroce contro un povero giovine che non ha mai dato noia a nessuno, che anzi!... Ma farmi perdere l’amore di mia madre, strapparmela di casa, ridurla ad abbandonarmi di sua volontà, con una risolutezza tranquilla da fare spavento, oh padre mio! questa è troppa crudeltà! Io non reggo; io sono disperato! Sento che potrei essere spinto!... — E con le mani giunte si percoteva e si premeva la fronte.
Il santo uomo, esprimendo allora dal suo cuore quelle parole che solamente la lingua degli angioli potrebbe riferire, giunse a porre un po’ di calma nell’animo dello sconsolato; e fattoselo sedere accanto: — Or dunque, — soggiungeva, — hai tu pensato a che cosa io potrei fare per te? Hai tu fatto qualche disegno?...
— Ah! io son venuto a chiedere consiglio. Io non hopensieri fatti; non ho volontà; non so a qual partito appigliarmi.... Abbandonato così da mia madre, solo sopra la terra, scoraggito, avvilito dai miei nemici crudeli, che mi hanno tolto più che la vita...!
— Questa è disperazione, figliuolo. Tu mi hai già promesso di ritornare in te. E a che cosa gioverebbero i consigli che tu mi chiedi, se Dio mi concederà di darteli buoni, quando io non mi potessi affidare nella tua ragione? Chi ti dice che se tua madre è ingannata, la non abbia ad accorgersi dell’inganno? Che se tu hai dei nemici, essi non possano ravvedersi? Intanto conviene operare in modo da non accrescere il male presente; e per riuscire in questo, ci vuole pacatezza d’animo, rassegnazione, coraggio. Fa’ di meritare l’aiuto di Dio, usando la ragione che esso ti ha data. — E dopo altre esortazioni, gli domandò schiarimenti sopra ogni fatto che potesse riferirsi a quello della separazione; raccolse i proprj pensieri; si richiamò alla mente tutto quello che già aveva udito e veduto di più deplorabile nel suo paese, a motivo delle passioni politiche che furiosamente lo agitavano; e riconobbe infine da tutto ciò, che a Carlo poteva veramente soprastare qualche grave pericolo. Allora gli domandò:
— Ti senti tu proprio disposto a fare quello che a me parrebbe più conveniente? Seguirai tu il mio consiglio?
— Sì, padre!
— Dunque mi sembra che ora sia prudenza scansare nuovi contrasti. Se v’è taluno che sia accecato dalla passione, non è possibile così subito illuminarlo. Il tempo, in queste faccende, è la miglior medicina. Tu sei abile nella tua professione d’orologiaro. Prendi i tuoi arnesi, e va’ subito nel vicino paese di Bourbon-Vendée. Lì ti conoscono, ti stimano, lo so; e al bisogno, mi scriverai; ti raccomanderò a qualcuno. Io intanto penserò a vedere tua madre, a persuaderla, a farla tornare in casa....
— E io manderò l’occorrente pel suo campamento.
— Così è, da buon figliuolo. Or dunque, va’, sii operoso e costumato come finora t’ho conosciuto; e abbi fiducia nella misericordia divina, che dopo breve afflizione ti renderà,spero, agli amplessi di tua madre. Iddio ti benedica, e ti mantenga il coraggio. —
Carlo s’accomiatò alcun po’ confortato, e ambedue s’adoperarono tosto a mandare ad effetto dal canto proprio quello che deliberato avevano fra di loro.
Così l’orologiaro, seguendo il consiglio del venerando vecchio, andò quasi inosservato a Bourbon, dove altre volte recato si era o d’ordine del suo principale a riportare qualche lavoro, od anche di sua volontà, per le proprie faccende. Dispiacevagli all’estremo di dover fare quel passo; ma riconobbe che in tutti i modi era il miglior partito a cui potesse appigliarsi in tal frangente; e ne ebbe presto chiara riprova per le notizie che gli pervennero intorno ai giudizi che di lui erano stati formati. La strana risoluzione di sua madre gli fece por mente a cose delle quali prima sdegnava affatto prendersi alcun pensiero; e allora conobbe purtroppo che molti per effetto di opinioni l’odiavano, e che il minimo risentimento ch’egli avesse dimostrato sarebbe stato cagione di uno di quelli scandali, di uno di quei pericoli, contro i quali anche la più accurata prudenza, anche il maggior possibile coraggio, di rado hanno schermo.
Intanto il sacerdote, andato subito in cerca di sua madre, parlandole con tenerezza in nome dell’afflitto figliuolo, in nome della religione che deve riunire non separare le creature di Dio, fossero anche colpevoli di quelli errori a cui la fragilità umana è soggetta, tanto più poi quando la opinione di tali errori può essere falsa o almeno precipitata, le toccò il cuore; e tanta era appo tutti la di lui autorità di virtuosi costumi e di cristiana sapienza, che ella si lasciò indurre a tornare a casa e ad accettare dal sacerdote il bisognevole pel proprio campamento; usando egli peraltro la cautela di non le dire subito di dove provenisse, per timore che lo scrupolo malaugurato si risvegliasse, e non la spingesse a ricusare quell’offerta che era in sostanza la più accettabile e doverosa.
Carlo s’era rivolto in Bourbon a un ricco orologiaro che ben conosceva la sua abilità e la sua onestà, e ottennefacilmente lavoro; e preferì di farlo a casa in una stanzuccia terrena presa a dozzina per dormirvi, volendo così sfuggire di dar nell’occhio, e più che altro bramando la libertà di sfogare inosservato la sua afflizione.
Quando egli ebbe preso la risoluzione di ritirarsi per qualche tempo da Fontenay, alcuni suoi amici, che erano caduti in sospetto pressochè come lui, vedendosi soprastare non meno gravi pericoli e avendo in molta estimazione il suo senno, risolsero di seguirlo; ma non incontrarono subito egual fortuna, poichè mancò lavoro per essi, e doverono qualche po’ di tempo vivere a spese di lui. Il che non potendo, per giusto sentimento della propria dignità, sopportare, gli proposero di andare tutti insieme alla capitale, dove, a parer loro, doveva esser facile trovare da allogarsi tutti in qualche officina, e dove si figuravano che sarebbero stati più sicuri: perchè, dicevano, a Parigi la rivoluzione trionfa, e non può essere a meno che si sostenga, dacchè è nata per cagione del governo medesimo, il quale non ha mantenuto quello che aveva promesso; e il governo sleale è già caduto, nè si vede che ormai i suoi fautori abbiano più forza di ristorarlo. Noi dunque staremo con la parte che ha più ragione.... Ma Carlo, che per onesti riguardi era alieno dall’abbandonare senza assoluto bisogno il suo paese, e che giudicava poter servire per tutto la patria nel caso che essa chiamasse anche lui, ricusava d’unirsi a loro; e udendoli ragionare di parti ne mostrò dispetto, e persistè più che mai nel rifiuto, troncando ogni loro insistenza con queste parole: — Io amo la patria, e non farò altro che quello che un buon Francese dee fare. — Nientedimeno essi presero in mala parte la negativa e queste parole, e la loro scontentezza giunse a tal segno, che, dimenticata la stima avuta per lui fino allora, la fiducia ch’ei meritava e il soccorso ricevutone, convertirono l’amicizia in odio, e se ne andarono, dicendogli: — Ah! ti abbiamo conosciuto; anche tu sei un realista. Ci pareva una cosa.... ma t’è caduta la maschera. Resta, resta pure a Bourbon-Vendée, che è proprio paese fatto pe’ pari tuoi. —
Egli compassionando la cecità degli sconsigliati, continuò tranquillamente il suo lavoro; e già era passato parecchio tempo che accudendovi con indefessa fatica era pervenuto a guadagnare assai bene, da poter assistere anche con maggior larghezza di prima sua madre.
Ma questa era soddisfazione troppo leggiera a confronto del dolore di vedersene separato; e quando, per le premure del confessore, era, forse più ch’egli non si aspettasse, vicino il giorno in cui o a Bourbon od anche a Fontenay se le sarebbe potuto riunire, il forte patema d’animo, covato per tanto tempo, gli cagionò una malattia pericolosa.
Il suo confessore vedendosi mancare per molto tempo le notizie che soleva regolarmente riceverne, dubitò di quello che veramente era, e corse a trovarlo. Il povero giovine con la speranza di guarir presto, non gli aveva in sul principio fatto saper nulla, per non metterlo in pensiero. Quando avrebbe voluto avvisarlo, non poteva a cagione del male aumentato a dismisura. La vecchia portinaia di quella casa lo assisteva con amore, ma i doveri del suo impiego e la vecchiaja impedivano che l’assistenza fosse quale il bisogno chiedeva. Il sacerdote giunse in tempo per provvedervi; chè se il malato gli parve grave, pur nonostante, per la esperienza che di tali cose aveva fatta, giudicò che potesse guarire, e che fosse per essere più efficace la cura del morale che quella del fisico. La sola sua presenza, quando Carlo lo riconobbe, lo aveva fatto alquanto riavere da un abbattimento che a primo aspetto sarebbesi creduto letargo mortale; e viepiù lo rianimò col palesargli di mano in mano le buone disposizioni della madre, con usare, nell’esortarlo a farsi coraggio, quei modi così pietosi, così soavi e persuasivi, nei quali non era chi lo agguagliasse.
Indi, per buona sorte, abitava il primo piano di quella casa, una vedova, donna ragguardevole pei suoi egregi costumi, e tenuta in grande estimazione da tutti pei meriti del suo defunto marito, che aveva reso segnalati servigi alla Francia. Era anche facoltosa, benchè non fosse più ricca come per l’innanzi a motivo dei dissesti economici del suounico figliuolo, il quale era dominato dalla passione sciagurata del giuoco. Ella viveva appunto da lungo tempo in quel remoto paese e nella massima ritiratezza, non solo pel dolore della vedovanza e per la diminuzione degli averi, ma più che altro ad oggetto di tener lontano dalla capitale e dalle occasioni di nuovi disordini quel figliuolo colpevole.
Il confessore di Carlo la conosceva bene, e n’era tenuto in quella venerazione ch’egli si meritava. Ei dunque, non potendo trattenersi a Bourbon senza trascurare i doveri del suo ministero a Fontenay, lasciò Carlo raccomandato a questa signora, la quale non è a dire se lo assistesse con tenerezza e con generosità, non risparmiando nè cure nè spese per fargli recuperare la salute.
Appena che il giovine orologiaro fu guarito, non solo il sentimento di un dovere, ma quello di sincera e affettuosa gratitudine lo mosse a ringraziare la sua benefattrice. I savi portamenti da lui tenuti sempre a Bourbon, il buon concetto in che lo aveva quel sant’uomo del suo confessore, e i modi gentili benchè riservatissimi, gli procacciarono benevolenza nell’animo della dama e del suo figliuolo. Avrebbero anche voluto averlo a veglia sovente, e non meno spesso alla loro tavola; ma se egli qualche volta passava volentieri la serata con loro, di rado accettava l’invito del pranzo, e solo per non parere scortese; adducendo per ragion del rifiuto che il lasciare troppe volte le proprie assuefazioni gli avrebbe forse diminuito l’amore del lavoro, del quale aveva tanto bisogno.
Ma Carlo, che aveva sempre il cuore a Fontenay, non vedeva l’ora di potervi tornare; e già le notizie che ne riceveva gli avvicinavano questo sospirato giorno, e perchè sua madre pareva ormai disposta a riceverlo e a vivere con lui come prima, avendo potuto superare gli scrupoli, e perchè gli avvenimenti politici erano tanto cresciuti d’importanza, chè sembrava le discordie stesse di un’intera provincia, non che i sospetti d’alcuni terrazzani contro un oscuro artigiano, dovessero affatto dileguarsi, a fronte d’una grandecatastrofe che involveva tutta la nazione, e faceva sbigottire l’Europa.
E l’orologiaro aveva già dato alla signora qualche cenno della sua prossima partenza; la qual cosa veramente le dispiaceva, poichè (tanto è industrioso l’amor materno!) essa aveva fatto capitale sull’amicizia e sulla stima che il suo figliuolo dimostrava per un giovine così morigerato, e di carattere, comunque nato fosse in condizione inferiore, tanto nobile e tanto fermo, sperando che anche questo esempio potesse farlo vergognare di sè, ed aver forza, col tempo, di distoglierlo più facilmente dalla funesta passione del giuoco. S’era data perfino la combinazione che in quel frattempo Arturo aveva fatto più rade e più brevi tanto le sue improvvise scappate alla vicina città di Tours, quanto quelle, per lei più temibili, alla capitale, dove egli tornava a cadere nelle mani dei suoi iniqui seduttori, degli scellerati assassini delle sue sostanze. Povera illusa! essa non sapeva, o l’ardente speranza non le consentiva di riflettere, che la mancanza di denaro e la maggior difficoltà di trovarne anche dai più rapaci e temerari usuraj in quei tempi di universale trambusto, erano forse il solo freno allo sconsigliato; e che se in apparenza ei riveriva e lodava e teneva per amico Carlo così benaffetto a sua madre, segretamente peraltro si sentiva punto, umiliato, offeso dal confronto. Ah! quando il vizioso non ha più forza di combattere sè medesimo con sincero ravvedimento, allora la sua alleanza con la virtù, purtroppo è più spesso apparente che reale, suggerita da secondi fini, piena di pericoli e d’inganni, non foss’altro perchè allora il male che danneggia la società si occulta, non si guarisce, e serpendo così celatamente non fa che viepiù radicare e rendere scaltrita e inestirpabile la depravazione. E quando i grandi mutamenti sopraggiungono a scuotere le basi su cui l’umano consorzio riposa, e la discordia alza la sua face sanguigna a rischiarare il campo della scellerata lotta fraterna, allora i fragili legami dell’apparenza, dei privati interessi, della codarda ipocrisia, si strappano subito; e a vedere i creduti amici esser primi e piùspietati a combattersi, e il santuario stesso della famiglia rimaner profanato dall’odio, l’umanità inorridita si sbigottisce, incredula quasi di tanta colpa, e quasi perdendo ogni fiducia nella virtù, ogni speranza nel perfezionamento sociale, nel miglioramento dei destini dei popoli.
Una mattina presto d’inverno, il giovine orologiaro s’era già involto nel suo mantello per andare, secondo il solito, in chiesa prima di porsi al lavoro; giacchè egli aveva per massima che tanto chi va in chiesa per farsi vedere quanto chi ostenta le sue virtù e le sue buone azioni, potrebbero non essere altro che ipocriti. Egli stava dunque per varcare la soglia, allorchè gli giunge all’orecchio un forte schiamazzo d’urla confuse, che s’avvicinavano a quella parte. Si sofferma, si pone in ascolto, e distingue alcune grida d’imprecazione contro i rivoluzionari, miste ad altre grida che urlavano: — Al ladro! al ladro! — Mandando allora un doloroso sospiro, egli esclama: — Forse qualche altra vittima del fanatismo! — e aspetta che la turba che sempre più si appressava fosse passata, per poter uscire di casa e andare tranquillamente pel fatto suo. Ma ecco spalancarsi all’improvviso la porta della sua stanza, e precipitarvisi dentro una persona imbacuccata nel ferrajolo. Ma il volto non era tutto celato; e gli sguardi atterriti, la pallidezza, il tremito delle membra rivelavano il terrore o un delitto. Era Arturo. Anzichè accostarsi a Carlo gli s’avventa, con voce interrotta e fioca gli dice: — Se vuoi salvarmi l’onore, nascondi questo fagotto! — e come un lampo sparisce, traversando il giardino e uscendo per una porticella segreta.
Carlo, senza curarsi di vedere che cosa fossevi nell’involto, si accinge subito a nascondere l’atto d’accusa contro l’onore del figliuolo della sua benefattrice; e per far più presto non si leva nemmeno il mantello. Ma in quel mentre una voce grida sotto la finestra: — Qua, qua! l’ho visto entrar qua, tutto inferrajolato! — E la turba irrompe nella casa, entra nella stanza: lo trovano intento a celare il fatale involto, gli saltano addosso, scoprono gli oggetti rubati, lopercotono fieramente, sebbene ei se ne stesse imperterrito senza fare contrasto nè con atti nè con parole, e lo conducono tra gli urli e gli strapazzi alla carcere, esclamando:
— L’abbiamo preso, questo ladro di repubblicano! Al lampione, al lampione!
— Che lampione! bruciatelo! Ha rubato in chiesa! È un sacrilego! È scomunicato.
E i gendarmi accorsi al tumulto durarono fatica a salvarlo da orribile strazio contro la furia della gente. Era appunto quella che Carlo aveva udito schiamazzare senza conoscerne la cagione; che correva in traccia del reo di un furto d’arredi sacri di molto valore, già da lungo tempo appesi in voto alla immagine, tenuta per miracolosa, di una chiesa remota. Una donna recatasi in quella chiesa alla prima messa, asseriva d’averne veduto uscire frettolosamente un uomo intabarrato, che aveva preso la dirittura di quella strada.
La sventurata madre d’Arturo che non era nemmeno andata a letto per l’ansia d’aspettare il figliuolo, che fino dal giorno innanzi mancava di casa e le aveva fatto pur troppo dubitare d’essere tornato a ingolfarsi nel giuoco, fu spettatrice del lacrimevole avvenimento. Afflitta e atterrita, non pensò più ad Arturo; e celandosi il volto con ambe le palme:
— Gran Dio! — esclamava alla portinaja, — chi l’avrebbe mai detto? Un giovine che pareva sì onesto, sì affezionato al lavoro! È egli possibile? non ardisco di credere a me stessa!
— Eh! — soggiungeva la portinaja non meno sbigottita della padrona, — anch’io duro fatica a persuadermene; ma poi rifletto che quando non v’è timor di Dio, non vi può essere onestà vera, ed è tutta finzione; e prima o poi si finisce male. La dica, l’ha ella mai visto in chiesa?
— Ah! purtroppo! Tu potresti aver ragione. Io le visito spesso le chiese del luogo, e non l’ho mai incontrato. Gran disgrazia! E io che sperava!... Arturo.... Ma a proposito! E ancora quel figliuolo non è tornato?
— Eh! no, signora.
— Povera me! quante afflizioni!
— Ma via, non si disperi. È giovine. Qualche ritrovo d’amici, qualche passeggiata in campagna, la caccia.... sono cose innocenti, che a lor signori si perdonano; possono farlo; e poi, al bisogno, hanno tanta carità pei poveri! Così tutti la meritassero! La lo sa che a volte non torna a casa fuorchè la mattina dopo. — E qui la signora non potè reprimere un gran sospiro.
— Ma dica, signora padrona, — continuava la vecchia, — quando il signorino tornerà e saprà questa notizia terribile! lui che si degnava d’avere tanta affezione per quello sciagurato! si figuri che colpo a sapere che e come! Lui tanto scrupoloso, tanto puntuale nei suoi impegni! La s’immagini che.... ma, per carità, mi raccomando, non gli dica che io le ho raccontato questa cosa. Una mattina tornò di fuori, e mi disse: «Senti, ho bisogno che tu mi faccia un favore; m’è avvenuto di perdere qualche cosa al giuoco, e non ho pronta tutta la somma per pagare. Eccoti il mio orologio d’oro e le mie fibbie di brillanti. Vedi se ti riesce di trovarmi denaro con questi pegni. Fa’ presto, e soprattutto che mia madre non trapeli nulla; tu sai quanto mi sta a cuore l’onore!» Signora, la si ricordi di queste parole, e non mi faccia scomparire. — E la dama sospirava di nuovo, e dolorosamente; nè potendo più celare il violento affanno, si ritrasse a sfogarlo nella sua camera; indi si accingeva a scrivere al confessore di Carlo per dargli la tristissima nuova.
Ma in quel mentre le fu recata una lettera d’Arturo, che diceva:
«Mia cara madre. — Mi rincresce d’avervi fatto stare in pensiero col non tornare a casa stanotte. Dall’amore che ho per voi potete giudicare se ne sono dolente. Ma spero che mi perdonerete quando saprete quale ne è la cagione. Il nostro amico M. Bernard partiva per Parigi sul far del giorno, appunto mentre io mi dirigeva a casa. L’ho visto quando entrava in carrozza, e ho voluto salutarlo; ed egli stringendomi la mano mi ha detto: Arturo, la decisionedell’impiego che tu aspetti da tanto tempo è imminente. Sii certo che io farò tutto quello che potrò a tuo favore, ed è sperabile che la ricordanza dei meriti di tuo padre ti faccia essere il preferito. Ma quanto sarebbe meglio che tu fossi meco! La tua presenza gioverebbe molto per farti ottenere con certezza e più presto ciò che tu brami, ciò che la tua rispettabile madre giustamente si aspetta. I tuoi competitori non hanno forse altra speranza di riuscita che quella fondata sulla tua assenza. Vuoi tu venire con me? Io ho creduto di non dover ricusare l’offerta; gli ho chiesto di scrivervi questa lettera, e siamo partiti. Addio, dunque, al mio ritorno ec.»
Così lo scellerato tentava, con accorta finzione, di nascondere il suo delitto, non essendovi altro di vero nella lettera che la partenza, mercè quel suo amico che gli aveva agevolato la fuga. Povera madre! E con qual giubbilo lesse la lettera! Invero guardandola di nuovo ebbe a credere che fosse stata scritta con mano tremante; ma poi si rassicurò riflettendo alla fretta che doveva avere avuto e alla trepidanza d’un giovine che si vede in procinto di conseguire un impiego ambito da molti. — Meglio così, — diceva tra sè; — meglio ch’ei sia lontano. Non avrà il dolore di scoprire un gran colpevole nel suo.... Ah! che diceva io mai! qual disinganno! Pure dovrà saperlo. Almeno non sarà presente al processo; e per ora io non gli farò saper nulla. —
Indi riprese a scrivere al sacerdote; e questi, appena ricevuta la lettera speditagli per espresso, partì frettoloso con la speranza di salvare il suo penitente, perchè parevagli impossibile ch’ei fosse stato capace di commettere quel delitto. — Ah! io lo conosco bene, — diceva tra sè; — io so quanto è onesto, integerrimo; so quanta religione ha, senza volerla ostentare.... Dio mio, concedimi la grazia di scoprire il vero, di far trionfare l’innocenza della tua creatura! —
Il processo era già incominciato. In quel tempo non andavano per le lunghe; e inoltre lo sdegno dei Borbonesi contro il preteso sacrilego era tanto furioso, che una folladi sfaccendati assediava sempre la carcere, e ne chiedeva il supplizio.
Carlo udiva di quando in quando le loro grida, conosceva purtroppo a quale orribile destino serbato fosse. Nondimeno tacque sempre. Lo stesso carceriere a cui fu dato in consegna era uomo crudele, scelto a bello studio per tormentarlo, per atterrirlo, per sottoporlo a una continua tortura di strapazzi, d’ingiurie, di minacce, assai più tormentose dello strazio della persona. Nondimeno Carlo resisteva imperterrito a tutto: le insidie e le atrocità del carceriere riuscirono così vane, che in breve quel brutale uomo si stancò ed ebbe a darsi per vinto. Un altro venne dopo di lui. Questi era compassionevole: rispettava il silenzio austero dell’imputato, gli offeriva quei servigi che poteva fargli senza mancare al proprio dovere; e gli mostrò sincera afflizione di averlo trovato in un carcere così fetido e così freddo, che pareva impossibile potervi sopravvivere un’intera giornata. — Ah! — disse quell’uomo, dopo averlo tradotto in un carcere meno orribile, — quanto avrete sofferto! Povero giovine! Alle mani di colui non c’è misericordia, lo so! Ora, se avete bisogno di qualche cosa, e che io possa, dite pure. E non crediate che io lo faccia per interesse o per iscalzarvi, cercando di scoprire con le buone maniere quel segreto che gli strapazzi brutali e il terrore non vi hanno potuto strappare. Io fo il carceriere e non il processante, e non cerco altro che di fare stare meno male i disgraziati che capitano in questo luogo! E non mi par vero di mutar mestiero. Ho moglie e figliuoli, e per ora mi convien mangiare di questo pane; ma presto spero di aver trovato un guadagno più cristiano. — Carlo, dopo aver mostrato riconoscenza delle buone e sincere intenzioni del nuovo carceriere, a queste parole rispose: — Oh! se tu sei così umano, sarà meglio che tu seguiti a fare il carceriere. Qui appunto v’è bisogno di chi abbia buon cuore. Tu vedi quanto bene tu puoi fare ai disgraziati che saranno posti sotto la tua custodia, col trattarli umanamente; e così tu acquisterai merito appresso Dio! —
Recandosi il sacerdote a uno dei Giudici criminali, udì che l’imputato si ostinava a non voler confessare il delitto, ma che le prove erano così convincenti, da non poterlo sottrarre alla pena capitale. Inoltre soggiungeva il giudice con piglio severo: — Voi non potete ignorare che questo giovine dovè lasciare il suo paese per forti indizi di segreta cospirazione, e che altri quattro suoi amici, non meno sospetti di lui, lo accompagnarono. Costoro, dopo aver vissuto qualche giorno qui in ozio, non si sa con quali assegnamenti, andarono a Parigi; e per le mie indagini ho avuto notizia (ecco qui la lettera) che sono stati arrestati perChouans.[292]Voi vedete dunque come sia dubbia la loro condotta! essi che facevano da repubblicani! Chi non li giudicherebbe birbanti che cercano di trarre partito da tutti i partiti? E per costoro non vi può essere compassione! —
L’afflitto prete impallidì, rabbrividì a queste parole. Una folla di gravi obiezioni al discorso del giudice gli era venuta alla mente; ma per allora si contentò di chiedere il permesso di visitare il carcerato. — Oh! finchè il processo non è finito non si può. — Io ve lo chiedo in grazia; sono il suo confessore. — Scusate, ma per ora non si può. Io debbo essere inflessibile. — Il sacerdote s’accòrse purtroppo che ogni insistenza sarebbe stata vana: andò via più sconfortato che mai; ma nell’uscire da quelle stanze incontrò un magistrato di sua conoscenza. Era mesto: lo salutò, gli parlò di Carlo: — Ah! — rispose questi, — io dubito che la giustizia non sappia il vero, e che la condanna sia precipitata! Ma temo d’esser solo a pensare così!...
— Anche voi dunque siete uno dei suoi giudici?
— Per mia disgrazia!
— Dite per fortuna di Carlo; perchè, chi sa? io spero molto che vi riesca di scoprire la verità, d’impedire una sentenza troppo sollecita....
Il giudice non ardiva di confermare queste speranzenell’animo del pietoso; ma potè almeno fargli ottenere il permesso di visitar subito il carcerato.
Appena che il sacerdote fu entrato nella prigione, Carlo mandò un grido di gioia, e si mosse per abbracciarlo; ma poi frenandosi a un tratto si ritrasse, e riprese la sua solita impassibilità, dicendo con rispettosa pacatezza: — Voi siete un Angiolo tutelare, mandatomi dal Cielo; ma le mie mani non possono stringervi a questo seno, perchè a giudizio degli uomini io sono infame. Nondimeno maggior conforto io non poteva sperare di quello di vedervi, fosse anco di soltanto vedervi! Ma sarò ben più lieto se voi mi concederete la vostra benedizione. Padre, non ne sono indegno! Questo vi basti; perchè, non vi offendete, non mi accusate d’ingratitudine pel bene che mi avete fatto; no, chè questo sarebbe per me il maggiore di qualunque martirio; ma!... Iddio solo, Iddio solo, può sapere il vero! — E tacque piegando un ginocchio, e giungendo le mani con tanta serenità di volto, che il sacerdote tra il dolore e la maraviglia rimase alcun tempo attonito, senza poter proferire alcuna parola.
Poi non lasciò nulla intentato, nè preghiere, nè scongiuri, nè le affettuose lacrime dell’amico, nè l’autorità di direttore spirituale, nè il ricordo di una madre infelice, per indurlo a svelare l’arcano, a dire perchè mai quegli oggetti rubati fossero venuti nelle sue mani, a difendersi dalle accuse di cospiratore, di complice. La sola risposta che ne potè ottenere fu sempre questa: — Io sono innocente; ho sempre amato la patria, e non ho fatto altro che quello che un buon Francese dee fare. — E in ultimo, quasi sentisse il bisogno d’invocare una forza maggiore di quella che aveva in sè stesso per sostenersi contro le commoventi esortazioni del sacerdote, aggiunse con voce sommessa, ma ferma, e percotendosi il petto con la destra: — Onore al merito! —
Il sacerdote allora, colpito da questa esclamazione, riconcentrò le sue idee guardandolo fiso, scrutando nel volto, negli sguardi di Carlo, se mai qualche lampo di vero.... Mail giovine si rinchiuse in sè stesso, e nemmeno il silenzio che in certi supremi casi suol essere più eloquente delle parole, nemmeno il silenzio rivelò nulla. — E tua madre? ripeteva il sacerdote. — Appunto — rispose allora intenerito il prigioniero, e dando sfogo alle lacrime, — appunto io stava per esortarvi a pregare i giudici che mi concedano la grazia di scriverle per chiederle perdono. — Il prete che aveva con sè un calamajo da tasca e la carta, gli pòrse l’occorrente, dicendo: — Io ci aveva pensato: ma non posso nasconderti che sperava la tua lettera a quella infelice dovesse essere ben diversa! — Carlo si pose a scrivere. La sua afflizione era estrema; ma la mano non tremava, e nel consegnare il foglio al sacerdote, gli disse: — Oh! sento purtroppo quanto dolore ho cagionato a mia madre! Ma assicuratela, potete farlo, assicuratela che suo figlio muore onorato. Può figurarsi ch’ei sia perito sul campo di battaglia in difesa della patria, dando la vita per.... — Ma qui i singhiozzi gl’impedirono di proseguire, e dopo alcun poco non potè aggiungere altro che: — E la raccomando alla vostra misericordia! —
Approfittandosi il sacerdote di quel nuovo slancio di tenerezza filiale, tornò a tentare l’animo di Carlo per vedere se gli fosse stato possibile di penetrare il funesto segreto; ma alfine dovè perderne la speranza, e non gli rimase altro che offrirgli il suo ufficio per la confessione, e Carlo l’accettò con riconoscenza.... Ma quando furono al punto più grave, nemmeno il suggello della confessione potè indurlo a svelare il segreto. Il sacerdote usò la dolcezza e la severità: — Tu dici d’essere innocente, di morire onorato; ma intanto il furto del quale ti accusano avvenne, e gli oggetti rubati erano nelle tue mani. Un reo v’è di certo. Tu devi conoscerlo; tu per generosità d’animo non vuoi palesarlo, e ti sottoponi alla condanna da lui meritata. Ma questo, figliuolo mio, equivale a un suicidio! — A tali ed altre parole solenni il giovane non si smosse, e finalmente rispose: — Anche Gesù Cristo era innocente e morì crocifisso! —
Niun altro particolare di quella confessione potè essere conosciuto.... Se non che il sacerdote fu visto uscire dopo lungo tempo dalla carcere col volto oppresso da profonda mestizia, con le lacrime agli occhi, con passi tremanti.
Era venuto il giorno della esecuzione della sentenza. Il giovine orologiaro, estenuato di corpo, ma di spirito sempre imperterrito, fu posto sopra una carretta e avviato al patibolo.
Una moltitudine immensa, accorsa inclusive dalle contrade limitrofe alla Vandea, riempiva fino dalla sera innanzi la spianata su cui sorgeva il patibolo. Tutta la notte, ed era d’inverno, molte migliaja d’uomini, di donne (e parecchie avevano dovuto condurre i loro figliuoli per non lasciarli soli) stati erano allo scoperto, al freddo, affollati per aver posto ad assistere all’orrendo spettacolo! Povero popolo! A che giova parlare di virtù, quando uno spettacolo come questo abbia a venire a distruggere in te ogni sentimento di umanità? E con qual coraggio deplorare la rozzezza dei popoli barbari, e gli orribili pasti dei cannibali, se noi, gente celebrata per coltura, diamo loro siffatti esempi?
Nè minor folla di plebaglia accompagnava il condannato, e si dimostrava più feroce, aizzata forse maggiormente dalla sua intrepidezza; e con urla terribili, scagliandogli addosso e fango e marciumi ed altre immondezze, gridava morte al ladro repubblicano, al ladro sacrilego, allo scomunicato assassino!
In mezzo a questo infame trambusto, odonsi all’improvviso altre grida più acute, più disperate, e vedesi da lontano più agitata la moltitudine. Tutti si spingono là, e ne vengono respinti con impeto furibondo, e molti cadono, e rimangono pesti e malconci; il frastuono cresce e si appressa alla carretta: una donna scarmigliata, con le vesti stracciate e il volto sanguinoso dagli sforzi fatti per aprirsi una via tra la folla, con passi di forsennata e sguardi che mettevano spavento, si slancia sulla carretta, abbraccia il condannato, e gli rimane avvinta come se di due corpi fossero divenuti uno solo.
A tal vista le grida e il furore della plebaglia raddoppiano:
— È la sua complice! è la sua druda! svergognata repubblicana! È una strega! alle fiamme! alle fiamme! —
E la sciagurata, alzando allora le braccia, coi pugni stretti, per dar forza alla voce che le mancava:
— Sono sua madre! Sono sua madre!
— No! tu menti, scellerata, i repubblicani non hanno madre!
E in ciò dire, i più vicini la trassero giù dalla carretta afferrandola per le vesti, e la fecero precipitare in terra. All’orrendo colpo l’infelice giovine perdette il senno e la vista: non vide lo strazio della madre che in pochi istanti fu cadavere; non vide il delitto esecrando d’un popolo traviato da scellerata passione; non vide il patibolo, su cui in aspetto d’infame finì una vita intemerata; non udì gridare con giubbilo infernale, con orrenda bestemmia, da quella misera moltitudine: — Viva la giustizia! —
La madre d’Arturo s’era ritirata in quei giorni in una casetta di campagna, presa a pigione distante alcune leghe da Bourbon-Vendée, perchè non aveva potuto sopportare la vicinanza al luogo del supplizio; ma non bastò questa cautela a risparmiarle il dolore della inaspettata tragedia, giacchè la fama ne corse per tutto. Allora scrisse al figliuolo, narrandogli i miserandi casi, e scongiurandolo a tornare, perchè tanta era la sua mestizia, da aver bisogno d’essere da lui confortata. Ma Iddio nemmeno ai più grandi scellerati ha tolto il rimorso; e Arturo fu così scosso da tale descrizione, che.... sua madre, infelice! lo aspettava; ma invece di riabbracciare il figliuolo, ricevè la notizia ch’ei s’era annegato nella Senna; e la misera donna non ebbe più pace fino all’ultimo giorno, che presto giunse, della sua vita.
Arturo, prima di togliersi con nuovo delitto la sua, ed abbreviare così quella della madre, scrisse al confessore dell’orologiaro, svelandogli il funesto segreto come per la necessità di pagare nelle ventiquattr’ore un debito di giuoco, che egli chiamava debito d’onore, e per la impossibilità ditrovare il denaro ad imprestito, si fosse lasciato trascinare al furto sacrilego, e quindi per salvarsi con la fuga, allorchè si vide scoperto e inseguito, avesse voluto nascondere il corpo del delitto nella stanza di Carlo. — E dopo questa confessione, l’afflitto sacerdote ne riceveva un’altra.
Nel casamento abitato da Carlo a Fontenay viveva una fanciulla di sua conoscenza, e che più volte gli aveva assistito amorevolmente la madre in casi di malattia, mentre egli era costretto a stare in bottega per guadagnare. Ingenua, di costumi candidi, non bella, ma di sentimenti elevati, aveva posto il suo amore in quel giovine, e n’era riamata ardentemente.
In una di quelle malattie, a cagion della quale il buon giovine era stato in gran timore per la vita di sua madre, aveva trovato conforto alla sua afflizione nell’affetto purissimo di quell’angiolo di speranza, che così la chiamava; e le aveva promesso di farla sua compagna allorquando co’ propri risparmj avesse potuto mettere tanto da parte da assicurare onorata sussistenza alla famiglia; e fino da quel punto la pietosa fanciulla era divenuta custode del picciolo scrigno, che racchiudeva il danaro di mano in mano risparmiato, e che non doveva essere aperto se non che il giorno della loro felicità. Questo era il patto fra essi concluso nel palesarsi lo scambievole amore; e niun altro fuorchè Dio ed essi doveva conoscere il loro amore e quel patto, prima del giorno desiderato.
La sventurata fanciulla scriveva il mesto ricordo dal suo letticciuolo in cui la teneva confitta una febbre micidiale, la febbre del dolore d’aver perduto, e in che modo, il suo amante; e col ricordo mandava al confessore il grazioso scrignetto di squisito lavoro, tutto di mano di Carlo, con dentro alcune centinaja di lire e un orologio parimente lavorato da lui, e involto in una carta, dov’egli aveva scritto di proprio pugno: «Enrichetta, questo mio lavoro, al desiato tempo della nostra consolazione, segnerà l’ora in cui potremo esser felici!» Nella medesima carta la fanciulla aveva notato che alla somma dei danari da lei ricevuti inpiù volte mancavano due lire, le sole richiestele dal suo amante la stessa sera in cui dovè partire da Fontenay. Forse erano quelle ch’ei disse d’essersi fatte dare ad imprestito per la cena della povera madre, quand’ella volle fatalmente abbandonarlo. In ultimo aggiungeva la moribonda: «Poichè ambedue quest’infelici hanno lasciato la terra, se non hanno parenti, come credo, e se nella vostra saviezza, reverendo padre, voi l’approvate, chiedovi che questo denaro e il valore dello scrigno e dell’orologio, siano per mano vostra destinati parte a suffragio delle nostre anime, e parte a soccorso dei poveri.»
Il santo uomo, appena ricevuta la lettera e lo scrigno, andò per visitare la fanciulla. Ella era in fine, ma lo riconobbe, e mandò un sospiro di profondo dolore: — Confortati, — disse allora il sacerdote — il tuo Carlo era innocente; il vero colpevole è stato scoperto. — A tali parole la moribonda sorrise guardando il cielo, e con un grido di giubbilo spirò. Le lacrime dei dolori mondani rigavano le gote della vergine, ma il volto spirava la beata serenità della innocenza, che lietamente lasciando questa terra di guai ritorna nel seno di Dio.
La domenica seguente il buon prete, dopo avere spiegato il Vangelo ai suoi parrocchiani, dopo averli commossi con parlare dell’amore del prossimo, stato alquanto sopra di sè, e pregatili a trattenersi un altro poco: — Il dovere del mio ministero, disse loro, m’impone di svelarvi qui, a piè dell’altare, a piè della croce del Redentore, l’innocenza d’un vostro fratello, che per una di quelle disgraziate combinazioni da imputarsi alla fragilità degli umani giudizi, morì condannato come colpevole di un grande misfatto. Io non intendo, nè voi potrete osare di farne rimprovero a chi si sia. La giustizia umana deve avere il suo corso, altrimenti la società perirebbe. A volte sciagurate apparenze la ingannano; ma chi può giudicarle propriamente apparenze quando una colpa è stata commessa, quando il reo s’è potuto celare, quando l’innocente accusato in sua vece non si difende? Lagiustizia divina soltanto può riparare gli errori della umana; e chi, perchè questa è soggetta ad errare, volesse rispettarla meno, e volesse punire negli uomini i falli involontarj, costui offenderebbe Dio col presumere di far le sue parti. Preghiamo che Egli illumini sempre i giudici, che li renda sempre incorruttibili; rispettiamo le leggi che devono essere rifugio dei deboli e degl’innocenti, e rimettiamo poi tutto nelle mani della Provvidenza divina. Ricordatevi, insomma, di quello che vi ho detto dianzi sull’amore del prossimo, e ascoltate. — Quindi raccontò tutto quello che era necessario a far conoscere evidentemente la innocenza di Carlo, la sua pietà religiosa, le sue virtù cittadine, la purezza del suo affetto per la patria; e li commosse fino alle lagrime.
E allora esclamò: — Popolo mio, fedeli cristiani, non dimenticate il precetto del vostro divino Maestro; amatevi, ve lo ripeto in nome di Lui che tanto patì per la nostra redenzione, amatevi tutti scambievolmente; non vi lasciate traviare dalla funesta passione di parte, non vi lasciate accecare dall’odio; e se avete bisogno di chi vi consigli nei gravi frangenti, ascoltate gli uomini virtuosi che amano lealmente la patria, siano essi chiamati o repubblicani o girondini, o conservatori. Non guardate al nome, ma ai fatti; perchè chi ama lealmente la patria non può ambire altro nome che quello di difensore della nazione, non può volere altro che la osservanza delle leggi e il bene universale. E coloro ai quali è affidato il grave peso di governare i popoli, siano costumati e illuminati da Dio per conservarsi sempre equi e imparziali, per preservarsi essi i primi dalla passione di parte, per operare con fatti, e non con parole soltanto, ciò che il bisogno della società richiede, per mantenere le cose promesse o per non lasciarsi indurre a promettere ciò che poi non avrebbero volontà di mantenere; e allora non si ritroveranno a dover contrastare con le fazioni, perchè esse alla viva luce del vero e della lealtà spariscono come le ombre e i vani fantasmi della notte all’apparire del sole; allora non avranno eglino stessi nè incerta, nè paurosa vita; non vedranno il mostro della discordia empire le carceri,separare le famiglie con gli odj o con gli esilj, insanguinare i patiboli, accendere disperate guerre tra nazioni e nazioni, fra quelle genti che sono fatte da Dio per amarsi come sue creature dilette; nè si udiranno rimproverare poi a loro stessi lo strazio della umanità che dovevano render felice; ma invece saranno chiamati suoi padri, suoi salvatori, e si meriteranno la benedizione delle moltitudini, come io benedico voi, miei cari figliuoli. — E mentre egli compartiva loro la benedizione, tutti genuflessi e singhiozzando esclamarono: — Uniti, e per sempre! la Patria e il Vangelo! —