IL MUGNAJO DI VALLECCHIA

IL MUGNAJO DI VALLECCHIA

Io mi diletto, voi lo sapete, di fare nell’ottobre qualche viaggetto a piedi, o andando solo o in compagnia d’un amico.

Sei o sette anni fa, essendo già in villeggiatura in un luogo lontano dalla capitale, mi posi in cammino una mattina, che il tempo era bellissimo; e mi era proposto una gita di tre o quattro giorni. Doveva venir meco un valente giovine, ma dopo che io l’ebbi alquanto aspettato, mi fece sapere che non so quale ragione glielo impediva.

Quando ebbi fatto un quindici o venti miglia per luoghi montuosi, verso un castelletto nel quale avrei voluto passare la notte, ecco che a due ore dopo il mezzodì un vento burrascoso incominciò all’improvviso a imperversare furiosamente; il cielo fu tosto coperto di nuvoloni neri neri e bassi, e poi giù a scroscio una pioggia rovinosa, che appena mi lasciò il tempo di prenderla tutta quanta ne veniva. Il settembre era stato piovoso oltremodo, e pareva lecito sperare che l’ottobre sarebbe andato asciutto: ma il cielo che non guarda ai nostri lunarj, che per dirlo con Dante, procede a suo talento «oltre la difension de’ senni umani,» volle quell’anno, e massime quella sera, farci ricordare un tantino i tempi del diluvio universale.

Le strade già guaste dalle piogge precedenti, si convertirono subito in fossi; l’acqua, di sopra, flagellava le schiene,e l’acqua di sotto correva come la piena nel letto di un torrente; e due o tre volte l’ebbi alta fin sopra il ginocchio. Nè una casa, nè una capanna mi riesciva scoprire per trovarvi un po’ di ricovero; e, com’è naturale in questi frangenti, mi pareva che il castello a cui erano volti i miei passi fosse anche più lontano, e tutta quella campagna un deserto. Ci voleva pazienza. La prima scossa non durò molto; ma in breve un’altra non meno copiosa le tenne dietro. Allora, girato un gomito della strada, sopra una pendice vicinissima scòrsi con mia grande consolazione un vasto casamento; e il giubbilo crebbe, allorchè, sbirciando ben bene il desiderato rifugio, vidi qualcuno affacciato a una finestra, che mi restava proprio di fronte. A tale scoperta feci un atto e un grido di allegrezza, come chi da lontano riconosce un amico, il quale accorra frettoloso per dargli un amplesso. La persona, e mi parve un uomo piuttosto vecchio, vide certamente il mio gesto, udì fors’anco il mio grido, capì che era una domanda di soccorso, e chiuse subito la finestra. Tanto più mi assicurai che il cortese abitatore di quella casa avesse la buona intenzione di proteggermi contro l’imperversare della procella; e mi aspettava di vederlo sulla porta spalancata, per accogliere il povero naufrago. Lasciai la strada, e a corsa feci la breve salita, che conduceva al limitare dell’ospizio. Ma ohimè! il portone era chiuso. Aspettai un poco, non vidi nessuno, non udii altro strepito che quello della pioggia e della grandine. Girai gli occhi attorno per vedere se vi fosse una qualche porticella.... del soccorso. Tutto chiuso; muri, cancelli, inferriate, per tutto: bussai, ribussai or qua or là; niuno si faceva vivo; nemmeno un cane che abbajasse! Ho io sognato? diceva tra me. Non ho pur veduto con questi occhi una persona alla finestra? E colui che l’ha chiusa dopo avermi scòrto? Che abbia ruzzolato le scale per la fretta di scendere? Poveretto! mi dispiacerebbe davvero! Ma non sarà solo!... Insomma, dopo altre inutili prove, ebbi a concludere che o la casa fosse disabitata, o che gli spietati padroni di quella non mi volessero dare asilo.Almeno vi fosse stato un tetto molto sporgente, un portico da potermivi rannicchiare! nulla! Pareva il recinto d’un camposanto, d’una fortezza, d’una prigione! Non posso negare che riscesi indispettito, brontolando contro.... contro nessuno; e molle fino alle ossa, ripresi la via, e in su quel primo bollore del crudele disinganno, non mi accòrsi nemmeno che dall’altura si dominava una vallecola sparsa di varie case, e che nelle colline dirimpetto sorgeva il castello, il sospirato termine del mio viaggio.

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Io me n’andava giù mesto, a capo basso, e senza tanto affrettarmi, come colui che si è già rassegnato a una disgrazia inevitabile, o all’emicrania che vuol fare il suo corso. Ormai l’acqua, avesse anche durato altre due ore, non avrebbe potuto bagnarmi di più: la lavanda era completa.

Mentre dunque, tutto raccolto in me stesso, mi lasciava flagellare dalla piova «fredda e greve,» sento una voce che mi chiama: — Ehi galantuomo! — Parendomi di poter rispondere a questo saluto cortese, mi volto, e vedo un vecchio; non era quello della finestra, «un vecchio bianco per antico pelo,» e biancheggiante anco alle vesti, alto, tarchiato, il quale garbatamente mostrandomi una casipola poco distante dalla strada: — E dove andate a questo tempo? Siete voi pazzo? perchè non vi rifugiate voi in casa mia? Animo, animo! venite ad asciugarvi!

— Grazie, vo al castello; deve essere poco discosto, non è vero?

— È poco discosto; ma, caro mio, non vi potrete arrivare. Il torrente è grosso, e il ponte è stato portato via dalla piena. —

E, senz’altro dire, con un gesto che era insieme cortese invito e risoluto comando, mi fe’ cenno di seguirlo. Io gli vo dietro; egli, anche prima d’essere in casa — Maria! — gridò, — mettete altre legna sul fuoco; le lenzuola di bucato sul letto, e i panni a scaldare. — Poi, voltandosi a me, per darmi il passo: — Entri, caro signore; questo non è tempo da andare attorno: un bicchier di vino, un buonfuoco e un letto caldo, ci vuole per non prendere un malanno. Che mi fa celia? A quanto vedo, la non ne ha risparmiata una gocciola. — E aveva ragione. Appena fermatomi davanti un bel fuoco, feci la pozza. La buona Maria, dopo aver messo le legna sulla fiamma, che già era ben nutrita in servigio di due o tre poveri viandanti riparati prima di me sotto quel tetto ospitale, ebbe a prendere la granata per levare la stroscia[293]dell’acqua, calata giù da tutta la mia inondata persona.

Durarono molta fatica ella e il mugnajo (dalla casa e dalle vesti mi accorsi che tale era il mio protettore), a levarmi di dosso la roba inzuppata; e, bisognò obbedire in tutto il vecchio premuroso, mi condusse in camera, m’ajutarono a finir di spogliarmi, e mi posero nel letto, già scaldato; e intanto preparavano panni asciutti, portavano ad asciugare le mie vesti, mi facevano bevere un bicchier di vino, e mi domandavano ogni poco se io mi sentiva bene, se avessi avuto bisogno di qualche cosa. Insomma, io credo che in casa mia non avrebbero potuto usarmi maggiori attenzioni. Io mi sforzava a ringraziare, a ricusare; gnornò: il mugnajo e la sua degna consorte mi lasciavano dire e facevano. E veramente presto fui convinto che quelle cure non erano superflue. A corpo ed animo riposato, conobbi d’averla scampata bella. Mi si presentarono tutti i fenomeni precursori d’un mal di petto; ma il riparo preso in tempo mi salvò subito. Mi disse poi il mugnajo, che appena vistomi da vicino, giudicò del mio pericolo dall’aspetto livido e dalle labbra smorte e tremanti.

Se avessi un sol momento perduto la mia presenza di spirito, sarei rimasto avvilito in mezzo alla strada.

Io me ne stava beatamente accovacciato in quel letto; i miei ospiti mi avevano lasciato solo, esortandomi a procurare di addormentarmi, e preparando intanto la cena, allorchè udii da lontano le disperate grida di una donna.Balzo dal letto, avvolgendomi in una coperta, e vo per cercare l’uscio e la scala, dubitando che fosse avvenuta qualche disgrazia; ma non conosceva il luogo, era un po’ bujo.... Allora corro ad aprir la finestra, e vedo poco lungi il torrente, che era straripato, e menava una piena terribile. Una donna scapigliata correva, urlava, guardava protendendo le braccia verso l’acqua; e anch’io aguzzando le ciglia al punto da lei accennato, rabbrividii nello scorgere un bambino travolto dalle onde, e a mala pena sostenuto a galla perchè era nel suo cestino di vimini. Misurata subito l’altezza della finestra, e visto che senza pericolo avrei potuto accorciare la strada, pensai, giacchè era nudo e sapeva nuotare, di correre in ajuto del povero bambinello. Mi sbarazzai della coperta, e mi accingeva a saltar giù; ma in quel mentre ecco che il mugnajo s’era già lanciato in mezzo alle acque; con poche, rapide, vigorose puntate giunse ad afferrare il cestino, e bravamente salvò il bambinello dall’annegare, non senza aver corso grave pericolo, perchè il torrente a ogni poco travolgeva ciottoli e massi enormi. Fu tanto il mio stupore e tanta la mia consolazione a quella vista, che io non m’avvedeva d’esser rimasto lì nudo, a cavallo sul davanzale della finestra.

Il freddo e la pioggia mi riscossero; e tornato a coprirmi alla meglio, trovai l’uscio e scesi per andare a stringere, a baciare la mano del vecchio, e dargli libertà di mettere nel mio posto il bambino, giacchè il letto era sempre calduccio. Così facemmo: il povero piccino si riebbe; più difficile fu il far tornare in sè la povera madre, la quale, prima pel dolore di vedersi rapito dalla piena il figliuolo, indi per la subita consolazione di riaverlo salvo, s’era svenuta, ed era presa da forti convulsioni.

Manco male che avendo io qualche po’ di pratica di medicina domestica, ed essendo solito di portare in tasca nei miei viaggetti acqua di colonia e spirito canforato, potei ajutare la Maria e il mugnajo nella pietosa cura che si davano attorno alla meschina; e un’ora dopo, quando la pioggiaera già quasi cessata, madre e figliuolo stavano benone, e potemmo accompagnarli alla loro casipola.

Io, coperto dei panni da festa del mugnajo, mi posi quindi nel canto del fuoco, a guardare la Maria, che tranquillamente era tornata ad ammannire la cena, e a raffigurarmi la generosità, la vigorìa, la sveltezza del vecchio. Egli se n’era andato lungo il torrente per esaminare i guasti già fatti dalla piena, o quelli che sarebbero stati da temersi, e per riparare a qualche cosa se fosse stato necessario e possibile.

Non istette molto a tornare, ed erano con lui due bei giovinotti, che non indugiai a conoscere per suoi figliuoli. Mi salutarono con franca garbatezza, e si accostarono al fuoco. Erano anch’essi bagnati da capo a piedi, fangosi, stanchi, ma appena si curavano di scaldarsi. La madre diceva loro che si mutassero; il padre stava zitto: i figliuoli risposero alla Maria rispettosamente, che non pareva loro necessario mutarsi, che una scaldatina bastava, e che il loro maggior bisogno sarebbe stato quello di fare onore ai suoi preparativi. Avevano faticato tutta la giornata per assicurare alcuni argini minacciati dalla piena, e prevenire qualche smotta che avrebbe potuto arrecare gran danno alla vicina campagna, e per fare con sassi, travi e funi un ponticello provvisorio, laddove il torrente correva più stretto in mezzo ad alte ripe; e quel lavoro era stato ordinato e diretto dal padre in servigio degli abitanti della valle e del vicino castello.

Dopo essermi congratulato col buon mugnajo e con la sua moglie, di vedere quei due bei giovinotti dei loro figliuoli, — Gran cosa, — dissi io, — che queste piogge tanto frequenti non abbiano a cessare. Danneggiano le campagne; e anche voi ne patirete, non potendo macinare per soverchia quantità d’acqua. —

Il vecchio attizzava il fuoco, e non rispondeva.

— E nell’estate, — aggiunsi, — spesso avrete difetto d’acqua, perchè questi torrentelli non sogliono avere sorgenteperenne; o se l’hanno, è scarsa al bisogno, e non può mandare una macine.

— Così è, — rispose allora il vecchio: — nell’estate si sta un mese, due, a volte tre senza poter macinare. Dategli poi le piene e i guasti degl’inverni piovosi, e sono parecchi anni che abbiamo questo flagello, e vedete un po’ che faccenda! sempre i due estremi! —

E siccome io lo guardava con sincera espressione di condoglianza, quasi invitandolo a sfogarsi meco e a farmi il racconto delle sue peripezie, proprio desideroso che un mugnajo di tanta vaglia, quale mi pareva, potesse avere a suo servigio la cateratta del Niagara, egli con volto sereno, senza burbanza, mi disse:

— Veda, signor mio, è vero che essendo mugnajo, ricavo dall’acqua il campamento della mia famiglia; ma non mi è mai venuta la tentazione di lagnarmi della troppa siccità o della troppa pioggia, perchè mi pare inutile ogni lamento, quando si tratta di cose inevitabili e che non dipende da noi mutarle a piacer nostro; e soprattutto poi, perchè temerei d’offendere la Provvidenza. Iddio, che governa l’universo, sa quel che fa. Lavoro quando posso e come posso; e piova o non piova, per chi vuole, non manca da fare in casa mia: quando i tempi vanno contrarj, mi ricordo di quelli che ho avuto propizj, e la riconoscenza del bene di cui ho goduto, mi fa sostenere con pace quello che sogliamo chiamar male, e che forse potrebbe anche essere un bene maggiore che il nostro corto vedere non sa conoscere.

— Va bene, — soggiunsi, — la vostra riflessione mi par giustissima.

— Che cosa vuole? Nella mia lunga vita, sebbene abbia visto poco mondo, pure m’è avvenuto più volte di udir taluni lagnarsi dell’asciutto mentre altri dicevano di averne bisogno, e tanti chiedere acqua mentre altri si raccomandavano che il sereno durasse lungo tempo. Secondo i loro interessi gli uni e gli altri erano persuasi d’aver ragione; e mentre questi ringraziavano Dio, quelli imprecavano. Egl’imbecilli o gl’impostori a dire e far cose da pazzi o da empj, speculando sulle superstiziose credenze dei poveri gonzi. Io sono ignorante, si figuri, non so nemmeno leggere, e sbaglierò; ma provo maggiore tranquillità d’animo e più coraggio, contentandomi del bene che ricevo, accettando con rassegnazione il male se tale è, e se deve venire, rimettendomi in tutto e per tutto nelle mani del Signore. —

E senza lasciarmi tempo di rispondere, e accennando la Maria che metteva in tavola un minestrone fumante:

— Ecco intanto un po’ di bene, — proseguì; — se vossignoria vuol degnarsi di mangiare un boccone alla buona con noi, venga qua, e s’accomodi su questa panca, che è più vicina al fuoco. —

Io, stringendogli la mano, accettai subito, e mi posi dov’egli accennava, nel suo posto, nel posto d’onore; dopo il vecchio si assisero i figliuoli, e cenammo lietamente. La Maria stava sempre in moto: non volle essere ajutata dai figliuoli perchè erano stracchi; mangiava un boccone sedendo un poco, e ora dicendo una garbatezza a me, ora facendo un sorriso al marito o ai figliuoli; poi s’alzava a mutare i piatti, a mescere il vino, a mettere in tavola un bel tòcco di lesso, indi un’insalata candida e tenerina, che era una delizia. Per fare onore all’ospite vollero cavar fuori il cacio e le frutta; ma io era tanto bene satollo, che non potei prendere altro: e il vecchio, senza insistere, dette fede alle mie parole, e ci ponemmo a fare altre ciarle.

Poco dopo il vecchio s’alzò, andò a guardare il tempo, e tornando mi disse: — Domani, se non m’inganno, sarà buon tempo: e vossignoria, se vorrà....

— Ma io anderei al castello anche ora: non è tardi; sto tanto bene; le mie vesti sono rasciutte.

— Se ha estremo bisogno d’andare al castello stanotte, io e i miei figliuoli siamo pronti ad accompagnarla.

— Oh! non dovreste incomodarvi!

— Scusi, caro signore, ma la non è pratico di questi luoghi; bisognerebbe passare il torrente tre volte, prima digiungere alla collina difaccia; e poi le strade son rotte e fangose; e benchè la piena sia abbassata e i miei figliuoli abbiano fatto un buon lavoro, chi non è di qui non può arrischiarsi davvero a andare attorno stanotte.

— Quand’è così, piuttosto accetto la vostra cortese ospitalità anche stanotte, che obbligarvi a venire ad accompagnarmi. Ma in tutti i modi io vi do incomodo.... —

Il vecchio, interrompendomi con un sorriso benevolo, prese il lume, mi accennò la scala, e disse:

— Venga, venga dunque a riposarsi; le farà buono. Il letto è rifatto e scaldato, non è vero, Maria?

— Che si domanda? — rispose quella.

— Voi, — riprese il vecchio, volgendosi ai figliuoli, — andate prima a dare un’altra occhiatina alla gora, all’argine, al varco del ponte; assicurate bene i ripari, chè a caso qualcuno viaggiando di notte e non sapendo che il ponte se l’è battuta, non abbia a pericolare; e se v’è bisogno di me chiamatemi, se no, buona notte. — E prese la via delle scale precedendomi col lume: io salutai la Maria e i figliuoli, e lo seguii obbediente come se fosse stato mio padre.

— Non avrà un letto comodo e bello, — mi disse mostrandolo; — ma è pulito, e non posso offrirle di meglio. Se avrà bisogno di qualche cosa, batta le nocca nel muro, perchè o io o la mia moglie, che dormiamo di qua, sentiamo dicerto. Di là dormono i miei figliuoli; ma o staranno fuori buona parte della notte, perchè a questi tempi il torrente ha bisogno d’essere vigilato, o se dormissero, non basterebbe picchiare le nocca; ci vorrebbe un tuono per isvegliarli. Buoni ragazzi, sa ella? Buoni ragazzi! È questo il tempo di dormire la grossa per loro. Hanno da fare più strada di quella che hanno già fatto, se Dio vorrà; ed è giusta che a suo tempo dormano tutti i loro sonni. —

Ciò detto, posato il lume in terra, guardato se v’era in camera tutto l’occorrente, mi dette con lieto volto la buona notte, e andò via senza lasciarmi tempo di ringraziare. Appena gli potei restituire la buona notte con un’altrastretta di mano, che v’assicuro io, fu più eloquente d’un lungo ringraziamento.

Non voglio trattenervi col ricordare le mie riflessioni sul contegno del mugnajo. Ne feci molte, e potrete farle pressochè eguali da voi medesimi. Non ebbi nemmeno la vogliolina di fumare il mio sigaretto. Con la immagine di quel bel vecchio davanti gli occhi, ripensando alle sue parole assennate, alle sue azioni risolute, alla sua schiettezza, al rispetto che i figliuoli, grandi e grossi, gli addimostravano, all’amore di quella madre, eccellente massaja, mi parve d’essere un fanciullino sotto la custodia del nonno; e tanti dilettucoli, gingilli, perditempi, inezie, che a noi cittadini, anche a chi sulle prime le sdegna, a lungo andare sembrano cose necessarie e importanti, non mi passarono per la mente.

Dopo una bella dormita, ai primi raggi del sole mi svegliai. Le mie vesti erano già schierate sopra due sedie a piè del letto. Mi accorsi che anche gli altri erano levati. Mi vestii, scesi, trovai la massaja che mi aveva preparato il caffè, e il vecchio mugnajo che lavora di legnajuolo.

Appena mi vide, mi accolse con un sorriso; e seguitando il suo lavoro: — Non istò a domandarle se ha dormito bene, — mi disse — perchè due o tre volte ho avuto bisogno d’entrare in camera sua, e il rumore che ho fatto non l’ha svegliata. Era buon segno, se non m’inganno.

— Avete ragione. Ho dormito benissimo; e vi assicuro che vo via mal volentieri da questa casa.

— E perchè dunque non rimane quanto le piace?

— Sono aspettato. Ma tornerò a rivedervi.

— Mi farà grazia; e se il mio augurio valesse qualche cosa, lo farei di tutto cuore perchè la non incontrasse una giornata come quella di ieri. —

Intanto la Maria mi mesceva il caffè.

Quando l’ebbi preso, e mostrato di volermi mettere in cammino, il vecchio fece un fischio. In breve comparve uno dei suoi figliuoli.

— Se dunque l’ha bisogno di andar via, ecco qui Nanni,che l’accompagnerà fino alla strada buona. Verrei io, se non avessi bisogno di riparare al guasto del mulino.

— E non dovete privarvi dell’ajuto di Nanni. Ora è giorno, la strada la so....

— Scusi; ma il lavoro che ho da fare non è per Nanni; e la strada è mutata per cagione del ponte, portato via dalla piena. Faccia buon viaggio, e al piacere di rivederci, perchè mi ricorderò della sua promessa. —

Nanni aspettava; la Maria ringraziava me d’aver gradita la loro ospitalità: il vecchio rispondeva con affetto alle mie strette di mano. Chi avrebbe avuto l’ardire di ringraziare? E quali parole avrebbero potuto esprimere quello che io sentiva?

Andai con Nanni, rivolgendomi due o tre volte alla casipola, dove io aveva passato così bene la veglia e la notte, dove io aveva imparato a conoscere una famiglia a modo mio. L’altro figliuolo era andato lontano per non so quale faccenda. Passammo il ponte provvisorio, ed ebbi a rimanere stupito del lavoro che quei due giovinotti avevano saputo fare in poco tempo; e presto giungemmo alle falde dell’opposta collina.

Salendo quella pendice, vedemmo i grandi guasti fatti nella valle dalla pioggia e dalla piena; e appunto nell’osservare la campagna, mi dette nell’occhio il casamento misterioso, del quale non mi era più rammentato per le molte distrazioni avute nella casa del mugnajo.

— Oh! — esclamai, — a proposito! E di chi è quel casamento in collina, poco distante dal vostro mulino?

— Appartiene a un certo signore....

— È abitato?

— Sicuro. Vi sta da sè il padrone.

— E che uomo è?

— Glie l’ho a dire?

— Mi fate grazia.

— È un avaraccio, ma dica avaraccio!

— Capisco. Non sarebbe stato dunque pronto come vostropadre a darmi ospitalità nemmeno con quella po’ po’ di burrasca che mi sorprese ieri per via.

— Credo di no. Anzi direi che se per caso ei l’avesse veduto avvicinarsi alla casa, avrebbe sbarrato le porte, e fatto spengere il fuoco e serrato i cani in cantina per far credere che la casa fosse disabitata.

— Tu l’hai indovinata giusta giusta, — dissi tra me. — Certo la faccia che vidi era quella dell’avaraccio. — E risposi: — Dunque sarà mal veduto in questo paese!

— La si figuri!

— E vostro padre, che cosa ne dice?

— Mio padre?... Mio padre non vuole che si parli mai di quelle persone delle quali non possiamo dir bene.

— Ma, corpo di Bacco, un avaro di questa sorta! mentre vostro padre è così generoso!...

— Eppure ved’ella? Guai a chi lo oltraggiasse in sua presenza. —

— Forse gli ha delle obbligazioni.

— Oh no, signore! Anzi....

— Anzi? Che cosa?

— Io le racconterò un fatto solo, e tanto basta. La potrà giudicare da sè.

— Dunque sentiamo.

— L’abbia da sapere, che un anno, io era sempre ragazzo, l’alidore dell’estate durò tanto in questi paesi, che uomini e bestie incominciarono a patire una sete da morirne. Noi abbiamo un buon pozzo; e mio padre, la può figurarsi, lo lasciò aperto a tutti. Venivano ad attingere acqua di lontano due o tre miglia, e perfino alcuni del castelletto, perchè anche lassù, levato del pozzo dello speziale e di quello del pievano, gli altri erano asciutti; e quei due non bastavano al bisogno. L’avaro ha una gran cisterna, un buon pozzo, due vasche nel giardino; e in casa non v’è che lui, un abatino che dicono suo figliuolo o suo nipote, una donna, un servitore, e due cani per guardia. Sicchè acqua ne avevano d’avanzo, e anche la cantina molto ben provvistadi vino! Ma che? sempre chiusi. I poveri assetati potevano picchiare, raccomandarsi, cadere rifiniti a piè della porta.... Se non erano suoi contadini, non potevano sperare d’avere nemmeno una stilla d’acqua. Povera gente! tra il patire che facevano e la paura dei cani, quando s’erano raccomandati perfino piangendo, ma inutilmente, se ne andavano, e allora tornavano a casa nostra, dove, finchè il pozzo ebbe un fil d’acqua, mio padre la spartì con quanti si presentavano. Tre volte almeno si calò giù ad affondarlo, levando i sassi a uno per volta, per non intorbare la poca acqua che v’era; e poi, scavando più qua e più là lungo il torrente, gli venne fatto di rinvenire due o tre polle che davano pochi sorsi in un’ora; ma sempre meglio qualche cosa che nulla. La può figurarsi le benedizioni che davano a mio padre, e le maledizioni che scagliavano contro l’avaro. Ma il babbo li riprendeva, dicendo: — Compiangetelo! egli è più infelice di noi! Non ha altro Dio che l’oro, e vive sempre col tormento della paura e del rimorso!.... — Alcuni più arditi, quando la disperazione fu al colmo, fecero udire feroci minacce.... E mio padre: — Sciagurati! colui col negare di dar da bere agli assetati commette un delitto; vorreste voi commetterne uno maggiore con usare violenza, con chiedere sangue perchè vi vien ricusata l’acqua? Se giungeste mai ad estorcerla a questo prezzo, la si convertirebbe in veleno! — Insomma si può dire ch’ei gli salvasse la vita più volte. Finalmente, vedendo la mala parata,[294]una mattina mio padre andò alla casa dell’avaro; picchiò due, tre volte; non gli volevano aprire: ma tanto fece, che giunse a parlare al padrone, e addirittura gli disse che avrebbe fatto bene a permettere che i poveri assetati attingessero acqua al suo pozzo. Colui a giurare e spergiurare che pozzo e cisterna erano più asciutti del forno. Non era vero. Mio padre con buona maniera, con pazienza, a raccomandarsi. — Se non volete gente sconosciuta per casa, date a me un barile o duedell’acqua che avete in abbondanza, lo so dicerto, e io penserò a distribuirla; e niun altri passerà la soglia di questa porta. — Il bir.... colui sempre duro. Mio padre ebbe a venir via, perchè non volle essere messo a punto di fare quello, che avrebbe biasimato se fosse stato fatto da altri. Venne via, e stette male, proprio male qualche ora, per la violenza che aveva dovuto fare a sè stesso per frenarsi. Il giorno dopo, come Dio volle, il cielo si rannuvolò, e presto una buona pioggia venne a liberarci da tante tribolazioni. Io non le so dire le feste che tutti facemmo. E questa buona gente venivano con le lagrime agli occhi a ringraziare mio padre.... Ma sa di che cosa lo ringraziavano con più fervore? Non già d’avere spartito la nostra acqua con chiunque veniva a chiederla; ma sì d’averli con tanta costanza dissuasi dal commettere un atroce delitto. Avevano patito con rassegnazione, e perciò godevano tutta intera la gioja di vedersi liberati da quel terribile flagello.

Passarono pochi giorni, e nissuno pensava quasi più alle sofferte tribolazioni, quando mio padre, verso sera, volgendo a caso gli occhi dalla parte di quel casamento, vede escire un gran fumo dal fienile: fumo e faville; si mette in sospetto; poi ode alcune grida, e in breve s’accorge che il fienile dell’avaro aveva preso fuoco; e l’incendio era tanto accosto alla casa, che senza pronto soccorso le fiamme avrebbe potuto ridurla in cenere. Subito corre con noi al borghetto, e trova lì sulla piazza gli uomini che se ne stavano impassibili a guardare il bruciamento, come se fossero stati fuochi d’artifizio. — Figliuoli, — esclama, — che cosa state a fare? Animo! Chiedono soccorso, non li sentite? Andiamo! — Ma nissuno si moveva; e vi fu chi disse: — O l’acqua che non volle dare agli assetati non l’ha? Spenga il fuoco con quella. E se vuol bruciare bruci! Noi l’abbiamo patita l’arsura della sete? Provi ora un po’ lui! — e simili altre parole. Mio padre acceso di collera: — Tacete! gridò con una voce da far paura. Vergognatevi! Chiunque si sia, è un disgraziato che chiede soccorso. Così ringraziate Dio della provvidenzache vi concede? Se non volete venire voialtri, animo ragazzi, volgendosi a noi, venite meco, faremo quel che potremo. — E via a casa a prendere l’occorrente. Che cosa vuole? Tutti ci vennero dietro, quali con bigoncioli, quali con secchie, brocche, accette, pale.... Mio padre fece prendere ai più svelti scale, funi, tutto quello che gli parve potesse abbisognare. In un attimo fummo lassù in trenta o quaranta persone; e sotto la direzione del babbo incominciammo a gettare dove acqua, dove terra, a demolire il fabbricato per troncare la strada alle fiamme. Per farla breve, in meno d’un’ora l’incendio era soffocato, e non accaddero disgrazie. Mio padre soltanto, perchè andava sempre innanzi, ne riportò alcune contusioni e bruciature, ma di poco rilievo. Colui e la sua gente s’erano rintanati in un casotto nel fondo dell’orto, tutti più morti che vivi; e sapemmo poi che avevano dovuto trascinare a forza il padrone di casa fuori del suo scrittojo, al quale senza il nostro soccorso il fuoco si sarebbe comunicato di sicuro. L’avaro avrebbe voluto piuttosto morire nelle fiamme, che lasciare il suo scrigno. Anche allora, sa ella? anche allora i nostri buoni vicini ringraziarono il babbo d’aver dato loro l’esempio, e se ne tornarono a casa, contenti d’aver fatto una buona azione.

— Va bene. Ma lo spietato avaro, — dissi io a Nanni, — sarà poi venuto a ringraziare tuo padre?

— Ei non esce mai di casa che sono molti anni, — mi rispose il giovine secco secco.

— Avrà mandato qualcuno....

— La non mi faccia dire altro.

— Ma perchè? Hai tu paura di narrarmi il resto? Che cosa avvenne? Sentiamo.

— Che cosa avvenne? — e fremeva di sdegno. — Mio padre vorrebbe che lo avessimo dimenticato: crede anzi.... Guai se sapesse che io!...

— Ma via!

— Sa ella che cosa disse l’avaro a qualcheduno chenon era capace di darci a intender fiabe? Colui disse che il fuoco era stato appiccato al fienile da quella canaglia del borghetto, per vendetta dell’acqua negata.

— Indegno! scellerato! E tuo padre?

— Mio padre? la l’ha conosciuto, e tanto basta! E’ si contentò di esclamare: — Ve lo diceva io, che colui per la sua avarizia è l’uomo più sventurato che possa darsi sopra la terra? Ingratitudine e calunnia! Oh, figliuoli miei, gl’ingrati e i calunniatori sono pure infelici. — E voi dunque gli perdonereste? risposero. — Io lo compiango sempre più. — Ma costui ci toglie anche l’onore! — Che cosa volete che vi tolga l’onore, uno che non sa che cosa voglia dire esser uomo? — E se un giorno venisse, e dicesse: il frutto del vostro sudore è mio; la vostra vita e quella delle vostre famiglie è mia; voi siete tutti miei schiavi, perchè io sono ricco e voi siete poveri.... dovremmo anche allora compiangerlo e sopportare pazientemente? — E che discorsi mi fate voi ora? Che cosa andate voi a pescare fantasticando così?... — Siamo poveri, e non sappiamo quello che ci possa toccare. Colui che ha abbondanza d’acqua ci lascia morir di sete, e noi dobbiamo compiangerlo e perdonargli; è in pericolo di morire nelle fiamme, e noi, mossi dal vostro esempio, esponiamo la nostra vita per la sua, ed egli in ricompensa ci calunnia infamemente; e ancora dobbiamo compiangerlo e perdonargli!... — Ma dunque vorrete farle voi, le parti della giustizia di Dio? Se Dio è misericordioso, volete essere inesorabili voi? — No; ma di questo passo, ci lasceremo mettere i piedi sul collo dal primo scellerato che ci vorrà opprimere, e a forza di compiangere e perdonare.... — Tacete! Quando avvenisse quello che un giusto sdegno ora vi fa supporre, venite a me: ve lo dirò allora che cosa dovrete fare! — E non volle rispondere altro; e tutti se n’andarono silenziosi e tranquilli. Mio padre, nel proferire queste ultime parole, aveva dato loro una di quelle, noi altri le abbiamo viste di rado, ma ce ne ricordiamo sempre, una di quelle occhiate che ci danno la sua anima,che ci fanno diventare risoluti e intrepidi come lui. Da quella volta in poi nissuno ha più rammentato, almeno in sua presenza, nè l’avaro, nè la sua crudeltà, nè la sua ingratitudine, nè la sua calunnia. —

Eravamo giunti a pochi passi dal castello. Nanni si accomiatò. Ci lasciammo con affetto, come se fossimo stati fratelli. Io mi congratulai con lui dell’ottimo padre che aveva. Nanni, guardando il cielo: — È proprio una gran fortuna! — esclamò; e tutto lieto volse i passi verso il mulino.

Io vi ho narrato cose che non sono o non dovrebbero essere straordinarie. Ma se in oggi gli uomini di questa tempra sventuratamente fossero troppo rari, ho creduto che anche voi poteste avere a grado di fare la conoscenza del mugnajo di Vallecchia.

FINE

INDICEAvvertimentoPag.VLe Tessitore1Una Madre101Una passeggiata pei borghi di Firenze201Il buono e il cattivo per tutto277Il mugnajo di Vallecchia311


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