UNA MADRE

UNA MADRE

— Io non so che cosa mi fare di questo figliuolo — diceva Giuseppe tabaccajo ad un suo amico, additando Pippo, fanciullo di nove anni, e tacciandolo d’irrequietezza, di disobbedienza, di svogliataggine, di monelleria. — È una disperazione; mangia quant’un lupo, consuma scarpe e vestiti per quattro, e non mi guadagna nulla.... Non è buono ad altro che a sciuparmi dei fogli, scarabocchiandoli con la pretensione di disegnare alberi, montagne, casine....

— Come vuo’ tu ch’e’ guadagni, se ancora è bambino?

— Almeno da farsi le scarpe; ce ne son tanti che vanno a bottega, e buscano....[178]anche un giulio[179]la settimana; per ora sarei contento, se mi potessi compromettere.... Ma figuratevi! io non lo mando nè lo manderò a bottega, perchè se anche guadagnasse dieci, mi consumerebbe per venti a forza di girandolare, di strofinarsi, di fare il chiasso....

— Ma imparerebbe un mestiere....

— Troppo caro il mio mestiere! Eh no! Chi lo volesse per fattorino avrebbe a pagarmi tanto che non troverò certo nessun che lo voglia prendere. I servitori non son pagati bene dai padroni? Quando sarà più grande, se non saprà fare altro.... a servire.

— A servire poi!... Oh i miei figliuoli non ci anderanno davvero! Un mestiere, un mestiere. Guadagnar meno, ma liberi! E senza la livrea di nessuno! E poi tu! che bisogno hai tu?...

— Cospetto! Per chi m’hai tu preso? Perchè dal nulla ho messo assieme quattro soldi, vo’ mi credete ricco sfondato.[180]E poi, non foss’altro per levarmi di tra’ piedi quella forca!...

— Mandalo a scuola.

— A volere ch’e’ mi diventi più bardassa[181]che mai! E s’e’ ci andasse! Quand’e’ può sgattajolare[182]di qui, subito per le mura o fuor di porta a giuocare, a rovinarsi la roba....

— Vi sono delle scuole dove i ragazzi vanno volentieri, a quanto mi dicono, perchè sanno tenerli bene, farli studiare di genio....

— Se potessi spendere!...

— Già non si spende; e poi tu non dovresti guardarci tanto!

— Finiamola! Non mi toccar più questo tasto! — E s’inquietava.

— Fa’ una cosa. Tu hai detto che Pippo non farebbe altro che disegnare....

— Già, a scapito di fogli e d’inchiostro....

— Mandalo all’Accademia. Se ha genio pel disegno, all’Accademia ci anderà volentieri, e potrebbe fare buona riuscita e buoni guadagni. Alle volte si sono visti certi colpi di fortuna!... Come chi avesse ora una figliuola con buona voce per cantare, o buone gambe per ballare. Quattrini a palate! Benchè io ve’!.... Col rischio di vederla poi.... mi capite?... Non m’importerebbe delle ricchezze.... no davvero! Val più l’onestà e la pace che tutte le grandi lodi e i tesori di questo mondo.... E poi, anche le più fortunate vanno quasi sempre a finire malamente allo spedale.... Ma, quantoa Pippo sarebbe un altro par di maniche. Fa’ a modo mio, Giuseppe. — Intanto, aggiungeva tra sè l’amico, quel povero ragazzo sarà picchiato più di rado.

UNA MADRE

UNA MADRE

E Giuseppe, che di primo slancio approvava quell’idea, s’era messo taciturno a pensare. Poi riprese:

— All’Accademia non si spende, eh?

— Così è: non si spende.

— Tu m’hai dato un’idea che per ora non mi dispiace. — Poi, volgendosi al banco, e vedendo che il figliuolo, nel baloccarsi, aveva gettato non so che cosa per terra, gli corse addosso furiosamente, e incominciò a rampognarlo e a percuoterlo.

Il compagno, che altre volte s’era trovato a quelle brutte scene, e che reputava inutile, o aveva paura di prendere le difese del povero fanciullo, facendo una spallata, se la battè[183]pel fatto suo.

Non così la madre di Pippo, la quale, benchè sapesse d’esporsi al pericolo di tirare sopra di sè la collera del marito, appena ebbe udito quelle strida, scese lesta lesta una scaletta che metteva dalla casa nella bottega; e prima con le preghiere, poi con le mani tentò di trattenere le busse. Non bastava; e allora s’interpose a forza con la persona. E Giuseppe preso da maggiore sdegno, proseguiva a scagliar colpi alla cieca, e ferì la meschina in un sopracciglio, sicchè il sangue che ne spillò subito scorse con le lagrime a rigarle la gota. Essa, coprendo il viso con una mano e chinandosi perchè il marito non vedesse il male che le avea fatto, si contentò d’esclamare con voce commovente e sommessa: — Basta! — e trascinò seco su per la scaletta il figliuolo, che vedendosi ricoverato nelle materne braccia, cessò di piangere. Giuseppe, o che fosse rimasto un po’ intenerito da quella parola supplichevole della moglie, o che non volesse lasciar sola la bottega, rimase appoggiato al banco, chinando il capo, e mostrando col mordersi le labbra tumide e bavose, con aggrottare le ciglia nerissime e folte, e con stringerei pugni e arrotar fra loro le nòcca, una interna violentissima commozione, che poteva prendersi o per acuto rimorso o per avanzo di collera a dispetto suo non sfogata. In quel punto entrò in bottega, a muso basso con la coda tra le gambe e rasentando la soglia, il cane ch’ei teneva per guardia: una povera bestia smunta, allampanata[184], che alle mani di cotal padrone sarebbe già morta di fame, se la moglie non aggiungeva furtivamente qualche cosa ai magri pasti fatti dei rimasugli d’una mensa troppo frugale, o se altro non rinveniva da sè fiutando le spazzature ammonticchiate nei vicoli.

Nondimeno il mal capitato guardiano aveva per Giuseppe la stessa affezione che per gli altri; e dopo essersi stropicciato più volte al muro e allo spigolo del banco, fattosi animo, s’accostò alle gambe del padrone, incominciò a scodinzolare, a mugolare, a raspare.... Ahimè! il tempo era male scelto. Giuseppe non voleva feste, e con un calcio lo mandò a rotolarsi ed a guaire in un canto. Due artigiani che parlavano tra di loro lì presso alla bottega, e che ben conoscevano l’umor della bestia, si volsero compassionevoli verso il cane e s’allontanarono, ma non tanto frettolosi, che Giuseppe non potesse udire queste parole proferite da uno di essi: — Senza parzialità per nessuno; e’ tratta il cane come la moglie e il figliuolo. — Il banco si riscosse a tali detti? Nemmeno Giuseppe. Anzi spianò le rughe della faccia, e tentennando il capo fece apparire a fior di labbra un risolino di derisione maligna, e poi andò a raccattare tranquillamente la roba che il figliuolo aveva fatto cadere di sul banco, e a rimettere a sesto altri oggetti. Allora trovò in un ripostiglio dietro i vasi del tabacco ed i mazzi delle pipe tre o quattro libricciuoli laceri, di quelli che gli erano stati venduti coi fagotti di fogli per carta da involtare il tabacco. Quei libricciuoli appartenevano ad una raccolta di descrizioni di viaggi, e vi si trovavano alcune stampucce rappresentanti i paesi descritti nell’opera. Pippo che appenaaveva imparato a compitare da sua madre, se li leggeva e rileggeva con infinito diletto, e sognava maravigliosi viaggi e ricopiava quelle stampucce, innamorandosi di così fatti lavori. Quando poi vedeva disegni, e in specie quelli di paese, nelle vetrine delle botteghe dei librai e dei negozianti di stampe, rimaneva lì estatico a contemplarli, e si sarebbe scordato di tutto, anco delle busse di suo padre. Il ritrovamento di quei libri così riposti riaccese l’insana collera di Giuseppe; ma si contentò questa volta di levare l’innocente trastullo al figliuolo, sciogliendo le pagine e mettendole alla rinfusa accanto alle bilance. Povero Pippo! come rimase addolorato quando non ritrovò più quei suoi cari compagni!

Pochi avventori venivano quel giorno dal tabaccajo, perchè una processione strepitosa richiamava gli sfaccendati nella parte di città opposta a quella dov’era la bottega di Giuseppe; sicchè dopo avere sciupato i libricciuoli di Pippo, si nojò ad aspettare chi non viene, serrò lo sportello un quarto d’ora prima del solito, e andò su in casa a sollecitare la minestra. Comparve dunque inaspettato alla moglie, mentr’ella si studiava di ricoprirsi con certo drappo carnicino[185]la ferita del sopracciglio, in modo che Giuseppe non la potesse scorgere. Ma prima anche di vederlo, ella udì la sua temuta voce che domandava: — Che cosa avete voi fatto! — La Carolina si riscosse, non seppe come rispondergli; ed era per balbettare forse una menzogna, quando Pippo che usciva dalla finestra e aveva udito l’interrogazione, ricoprì la sua voce dicendo con ingenua franchezza: — È stato lei signor padre; dianzi....

— Ho capito, ho capito! Ma per cagion tua, monello....

— No, — interruppe allora arditamente la Carolina, andando incontro con umili e affettuosi modi al marito, e facendo cenno di tacere al figliuolo. — No, caro Beppe, non ci pensare; è una cosa da nulla; è stata la mia sbadataggine....

— La mia balordaggine, avete a dire; la mia.... Ve lorinfaccerò sempre; me ne pentirò finchè avrò vita, d’avervi dato retta a riprendere....

— Zitto, per carità! — e gli s’accostava con premura, e parlando piano perchè Pippo non sentisse. — Non dite queste cose in faccia a lui!...

— Se si fosse lasciato agl’Innocenti come quell’altro, ora queste scene non seguirebbero....

— Ormai, abbi pazienza, mi raccomando....

— Sì, sì, ormai bisogna tenerci questo bel mobile....

— È tuo figliuolo! — E seguiva il marito in cucina, e chiudeva l’uscio, raccomandandogli di tacere o di parlare sommessamente.

— Per farmi dannare; per rovinarmi!...

— E se Dio benedetto gli concedesse di poterti assistere nella vecchiaia?...

— Oh giusto! la vecchiaia! Voi mi farete morire di bile, prima che mi s’imbianchino tutti i capelli....

— Non mi far tribolare così! Tu sai che se con la mia vita potessi farti più lunga e più felice la tua....

— Non mi venir fuori con queste tenerezze insulse. Non è più tempo....

— Lo veggo, pur troppo, che tu ti sei mutato.... Ah! tutto il rovescio di prima....

— Sì eh? Perchè mi lascio meno infinocchiare[186]dalle tue moine! Lo vedi, lo vedi tu ora il bel guadagno che n’ho ricavato a lasciarti riprendere dagl’Innocenti quella bardassa?[187]Tu mi seccasti tanto con le tue lagrime!... E ora, — vedendo che la Carolina piangeva — ora tu crederesti di far breccia da capo? Finiamola, finiamola! Non voglio pianti. Andiamo a mangiare un boccone in santa pace, se sarà mai più possibile averla. Allestisci. Del resto, Pippo non starà più tanto per casa.... M’hanno consigliato.... Vedrò.... È ella in ordine la minestra? —

La moglie s’affrettò subito a preparare un boccone, perchè l’indugio non avesse a cagionare altre sfuriate di collera;ma, poveretta, un nuovo pensiero l’angustiava per quelle poche parole buttate là con aria di mistero da Giuseppe sul conto del figliuolo. — Che razza di consiglio avrà egli avuto? pensava tra sè; io non ispero nulla di buono. Vorrà metterlo a bottega; così piccino? E chi sa dove? Forse con un maestro avvezzo come lui a menar le mani.... — Con simile trepidanza poco mancò non le cadesse di mano ora una cosa ora un’altra; e il marito, a vederla imbrogliata in quel modo, fremeva e batteva i piedi. Alla fine la tavola fu apparecchiata; venne la minestra; chiamarono il fanciullo, e mangiarono silenziosi. Giuseppe divorava; la moglie spelluzzicava[188]girando dal cammino alla mensa; e Pippo spartiva di soppiatto la sua magra porzione col cane, che era più affamato di lui.

Nel tempo di questo malinconico pasto, io tornerò col racconto un passo addietro, come diceva la mia nonna buon’anima.

Giuseppe, quand’era sempre ragazzo, fu da suo padre, calzolajo, rimasto vedovo, messo nella milizia a fare il tamburino; e chi s’è visto s’è visto. I tamburini, almeno secondo le usanze d’allora, dopo avere imparato a forza di slogature di braccia, di strapazzi, di nerbate, a suonare il tamburo, diventavano i peggio soggetti del reggimento. Ora indisciplinati e spesso in gastigo, ora protetti da qualche superiore e più indisciplinati che mai, a motivo del protettore, che spesso li salvava dall’arresto, dal digiuno e dal bastone; viziosi a dismisura e spesso con più mezzi degli altri per fomentare i loro vizi; quindi arroganza, avvilimento del corpo e dell’animo in tutte le turpitudini immaginabili, e ignoranza assoluta d’ogni diritto e d’ogni dovere di cittadino. Il suo tamburo, l’osteria, chi gli pagava da bere, chi gli chiedeva servigi più o meno riprovevoli con la promessa di parziali appoggi e di ricompense, queste erano le sorgenti dei pensieri e delle affezioni di Beppe. Una notte,per non so qual tresca, egli tentò di scendere senza scala dalle mura della fortezza; non era la prima volta che con audacia e agilità straordinarie gli era riuscito d’uscire e di rientrare in tal modo nella fortezza. Ma quella notte il tentativo andò male, e lo sciagurato, precipitando giù, si ruppe una gamba in due luoghi. Fu scoperto, condotto allo spedale, sottoposto a severo processo; ed allora i protettori palesi ed occulti, o non pensarono a lui o non poterono in alcun modo sottrarlo alla condanna del rigoroso codice militare.

Dopo la sua guarigione, e per giunta alla solita pena, gli convenne entrare per alcuni anni nel corpo dei coloniali, specie di servizio militare forzato per correzione o per gastigo. E quel servizio era abominevole: la compagnia si componeva quasi tutta dei più sciagurati e incorreggibili soggetti, espulsi dalla milizia e dalla società, perchè si faceva impossibile il ravvedimento dei traviati, i quali invece imparavano ad essere più viziosi e più malvagi; fatiche bestiali; trattamenti crudeli; gastighi d’estremo rigore; vituperosa fama; insomma una specie di galera, anzi peggio, perchè più volte intravveniva che alcuni dei coloniali commettessero a bella posta qualche delitto, per essere condannati a finire il rimanente della vita tra i galeotti. Raro che quegli che esciva dal corpo dei coloniali, per ritornare in società, non facesse poi pessima fine, tanto era falso ed opposto all’umanità, alla giustizia, alla morale quel modo di punire i colpevoli, i quali, quasi sempre divenivano viziosi per mancanza d’educazione, d’istruzione, di lavoro.

Parve che Giuseppe, sebbene nel suo lungo soggiorno tra i coloniali avesse, poco più poco meno, fatto birbanterie, sofferto gastighi e patito tribolazioni da quanto gli altri, pure fosse assistito dal caso, perchè lasciando quel tristo soggiorno non gli fu impedito d’andarne libero; e tra i primi pensieri, che gli vennero alla mente, vi fu quello di suo padre. Quest’uomo, è vero, aveva abbandonato affatto il figliuolo, e si poteva dire che fosse stato, benchè non volendo e per indolente ignoranza, la cagione principale dei suoi traviamenti; ma in sostanza era padre, e Giuseppe lotrovò quasi moribondo allo spedale. Un resto di tenerezza filiale lo aveva spinto a ricercare di lui; e questa tenerezza si accrebbe allorchè lo vide in quello stato, e s’accorse che il vecchio piangeva a ricordarsi che v’era pur tuttavia sulla terra una creatura delle sue viscere, a pensare che almeno il figliuolo veniva in tempo a serrargli gli occhi. Forse quelle lagrime erano spremute anco da un tormentoso rimorso che voleva dire: — Che cosa sarà di questo figliuolo che io stesso lasciai andare sulla via della perdizione? — L’agonia di quel vecchio fu veramente una cosa da stringere il cuore, finch’ei non perdè affatto i sentimenti; e spirò lasciando lì basìto[189]dal dolore e dalla confusione il figliuolo. Era forse la prima volta che questi si sentiva muovere a compassione, che il suo cuore, indurito dagli strapazzi, dalle scioperataggini, dal mal governo d’una spietata e capricciosa disciplina, s’inteneriva. Poi dalla tenerezza passò a un tratto a una disperazione furibonda; stranulava gli occhi, si torceva le mani, e un po’ con le imprecazioni, un po’ con i gemiti convulsi, pareva volesse richiamare in vita il cadavere. Allora alcuni di quei serventi, con la spietata indifferenza che i più sogliono avere per le umane tribolazioni, stando non per carità ma per mestiero attorno ai malati, lo cacciarono con mal garbo, gli dissero che non aveva più che fare in quel luogo, che andasse piuttosto a farsi chiudere nello spedale dei pazzi, e non gl’impacciasse nelle loro faccende. Egli o non capiva, o non voleva uscire.

— Io sono suo figliuolo! — esclamò finalmente.

— Giusto per questo, — risposero, — è bene che ve n’andiate; e ora lo spedale si chiude. Animo, animo! Non c’è altro luogo che questo per fare tante geate?[190]Era vecchio, doveva morire.... —

Giuseppe rattenendo a fatica la collera per non fare una scenata lì presso la spoglia del padre, e fra tanti poveretti che oppressi dal male gli giacevano attorno, se n’andò querelandosi sottovoce, a passo lento, e voltandosi più volte alletto del padre. Arrivò appunto al cancello, mentre il portinajo rimandava indietro una povera vecchia, che voleva passare con un tegame di minestra nel tovagliuolo. — Vi ripeto che non si passa più; avete fatto tardi; volete voi capirla? E poi, ah! ah! il numero 327?... Volete proprio portare cotesta roba al numero 327?...

— Di buona ragione![191]Che v’è egli da ridere?

— Ah! ah! i morti, donnina mia, non mangiano!

— Come? è morto? il ciabattino di via...?

— Morto, gnora sì; che i ciabattini non muojono?...

— Oh poveretto! E da quando in qua?

— Pochi minuti sono. Anzi, vedete, ecco il suo figliuolo che vien via, — additando Giuseppe che s’avvicinava al cancello, e aveva udito parte del colloquio.

— Il suo figliuolo? Questo qui?

— Già! Che maraviglie! Insomma volete voi andarvene? —

Giuseppe era giunto alla soglia, e usciva; e la pietosa donna lagrimando tornò indietro con lui, e gli s’accompagnò; ed egli smanioso di sapere chi fosse colei che piangeva la morte di suo padre, e che gli aveva portato la minestra, senza aspettare che la incominciasse il discorso, le domandò:

— O voi chi siete?

— Povero giovinotto! Voi figliuolo di Matteo buon’anima? proprio voi? A dire! Ah sì; ora me ne ricordo, qualche volta e’ lo diceva d’avere un figliuolo.... al militare, è egli vero?

— Ah! dunque mi rammentava qualche volta?

— Che discorsi! sicuro! e si rammaricava di non potervi vedere, di non sapere nemmeno dove cercarvi. O voi? perchè non gli avete mai mandato scritto? E chi v’ha detto che gli era malato?

— Eh! nemmeno io so scrivere.... E poi e poi!...

— E massime nella malattia, sapete? Oh! e’ vi rammentava, e gli sapeva mill’anni che almeno prima di morire....Ma dunque vo’ siete arrivato proprio oggi, perchè ieri non mi disse nulla....

— Proprio oggi, ed è stato un caso!

— Dunque non sapevi?...

— Nulla!

— E vi siete ritrovato?...

— Appena per vederlo spirare!

— Povero giovinotto! Già così segue le più volte di noialtri tribolati! Dispersi sopra la terra quelli d’una stessa famiglia a cercare un po’ di campamento stentato; e si tribola e si muore senza che uno sappia dell’altro, nè più nè meno come le bestie!...

— E non ci si permette neanche di sfogarci a piangere sopra il morto. M’hanno mandato via come un cane....

— Ci vuol pazienza! A buon conto gli faremo dire una messa per suffragio dell’anima. Ci penserò io, non dubitate.

— Ma dunque, chi siete voi? Una parente?

— Parente no; ma i’ lo conoscevo da un pezzetto; e’ mi rattoppava le scarpe.... E’ non aveva nessuno che lo potesse assistere; e quando seppi che gli era malato allo spedale, guà! un po’ d’ajuto alla meglio.... Gli avrebbe fatto lo stesso per me....

— Dio ve ne renda merito!

— Oh, figuratevi! Un bel merito! O voi come campate? Che siete sempre nel militare, o a mestiere?

— Io?... ah!... non so che dire.... Io esco ora dal militare.... I’ non ho arte nè parte[192].... Davvero che non so ancora in che mondo mi sia.

— Le solite cose, povero giovinotto! Ho capito! Anche voi.... i meglio anni spesi male; e poi nel mezzo d’una strada.... Ma, lasciatemi pensare.... Giusto, giusto.... Un ombrellajo che dà il lavoro alla mia compagna, giorni sono cercava d’un garzone; se non l’ha trovato, la mia compagna vi potrebbe proporre; e siate certo che a lei e’ darà retta, perchè lei, oh! quella è una donna di proposito; equando saprà di chi vo’ siete figliuolo!... Ma dite; vorrete vo’ poi adattarvi a fare il garzone d’un ombrellajo? E per pochi soldi....

— Eh! figuratevi! tanto per non morire di fame, o per non essere ridotto.... basta!...

— Povero figliuolo! Speriamo bene.

— Vo’ mi fate coraggio. —

E veramente quel giovane smarrito, senza pensiero del domani, e che sarebbesi facilmente indotto a commettere qualunque pessima azione, se a caso non avesse trovato altro modo per liberarsi dalla fame, tra l’essere stato commosso dalla morte del padre, e tra la tenerezza che gli veniva in vedere una donna misericordiosa, che con tanto amore aveva soccorso il vecchio e pensava a far del bene anche a lui, aveva incominciato ad ammansirsi, era quasi disposto a provare una vita diversa affatto da quella a cui la sciagura lo avrebbe esposto; già gli balenavano alla mente alcune idee affatto nuove, idee di riconciliazione con gli uomini, di rassegnazione, di speranza. Ei si lasciava condurre come un fanciullo da quella donna semplicetta, dimenticando anche l’osteria dov’era aspettato da un pajo di compagnacci, i quali pagandogli lo scotto e sapendo che buona lana fosse stato fino allora, avevano fatto disegno d’associarselo per commettere chi sa quali bricconate, per tenerlo sempre sulla via della galera.

Così passo passo arrivarono ad un vicoletto, ed entrarono in casa della cucitrice d’ombrelli: due stanze all’ultimo piano d’un’antica torre, d’uno di quei massicci fortilizzi dentro la città, eretti nel medio evo a tempo delle parti tra Guelfi e Ghibellini, divenuto più tardi opificio dell’arte della lana, ridotto poi a casone per albergo o ricovero di povere famiglie. Scale strette, ripide, buje e in parte a chiocciola; mura grosse, quasi tutte di macigno; finestroni spropositati con le impannate d’un secolo fa; stamberghe coi pavimenti sconquassati e le pareti stonacate;[193]freddo daagghiacciare nell’inverno, caldo afoso nell’estate, umido gocciolante da per tutto nei tempi piovosi. La prima e più vasta di queste due stanze serviva da lavoratorio e da cucina col cammino chiuso da due grandi sportelli, e accanto l’acquaio; l’altra era una camera, ma con la finestra del pozzo e lo stanzino, un bugigattolo[194]da non potervisi rinchiudere nemmeno una persona. Figuratevi che bel dormirvi tra il freddo, il bujo, e le cattive esalazioni della latrina! Scendo a queste minuzie di descrizione, per far osservare che nel nostro secolo di progressivo incivilimento, come si dice, nel centro di una città illustre, quella poteva e può tuttavia dirsi una delle migliori tra le abitazioni che toccano ai poveri, ai poveri, notate bene, che arrapinandosi[195]col lavoro dalla mattina alla sera e spesso anche la notte, raccapezzano,[196]oltre al campamento frugale, un quindici o venti scudi da pagare ogni anno la pigione. E quelle due stanze erano le migliori di tutto il casamento.

La maestra, cucitrice d’ombrelli, stava lì a un tavolino con tre o quattro ragazzette, che andavano ad imparare il mestiere. Voglio spendere alcune parole su quella donna, perchè oltre alle buone assuefazioni, operosità, illibatezza di costumi, rettitudine, sobrietà, che sono più frequenti che non si crede in chi con molta fatica si guadagna un meschino campamento, ella aveva dei pregi particolari, e sapeva sostenere con mirabile coraggio una grande sciagura. Malata di epilessia fino da fanciulletta, contava ormai 65 anni d’infermità; erano 32 anni che stava continuamente inchiodata sopra una rozza poltrona a ruote, con la quale si faceva condurre a letto la sera e ricondurre al lavoro la mattina a levata di sole. Nondimeno difficilmente avresti trovato una donna d’umore sempre lieto e spesso faceto come il suo; linda nella persona e nelle povere vesti; di sembiante piacevole e che mostrava dover essere stato bello nella sua gioventù, ed ora in mezzo a quella serenità imperturbabile, eranel tempo stesso autorevole e venerando. Istruiva e governava le sue scolare con affetto e accortezza; e sapeva così bene destreggiarsi coi garzoni degli ombrellai che le portavano il lavoro, ragazzi o giovani spesso male educati e insolenti, che niuno ardiva mai di commettere in casa sua la minima imprudenza. Tutti le si affezionavano, e rispettavano maestra e scolare; ed alcuni usavano conversare con lei la domenica sera, trovandovi onesta gajezza e uscendone sempre migliori. La Clarice era dunque, per così dire, la buona testa del casamento e del vicinato. Se i pigionali potevano qualche volta darsi un po’ di buon tempo, andavano a veglia da lei, ed erano sicuri di ricrearsi; un dissapore che fosse nato tra loro e nella famiglia veniva subito dissipato dal senno, dalla giovialità, dalle esortazioni della Clarice; le disgrazie poi, assai più frequenti, e talvolta sola cagione dei dissapori tra i poveri, trovavano in lei efficace conforto e il più delle volte riparo. Contuttochè la guadagnasse appena da sostentare sè stessa e la sua compagna Appollonia, povera ragazza da lei accolta molti anni fa levandola da una famiglia di pigionali campagnoli che le facevano patire la fame; contuttochè la non avesse altri assegnamenti che il lavoro, nondimeno a forza di risparmi e di privazioni le riesciva soccorrere anche di qualche imprestito o di qualche elemosina i suoi amici.

Or ecco una nuova occasione d’esercitare la sua carità a pro di quel giovane ramingo, del figliuolo d’un uomo che già aveva più volte, massime nella ultima malattia, esperimentato le sue beneficenze. La notizia della morte del ciabattino l’addolorò molto; ma quando seppe chi era il giovine condotto a lei dall’Appollonia, e come egli avesse bisogno estremo d’essere assistito, subito incominciò a confortarlo; e senza cercare della sua vita passata o del perchè in quella età non avesse ancora uno stato, un mestiero, un appoggio qualunque, mossa dallo zelo di far del bene, con la fiducia di chi è avvezzo a credere onesti tutti gli uomini benchè più volte si sia trovato deluso, pensò al modo d’impiegarlo col maestro ombrellajo, che cercava un garzone.Volle che intanto Giuseppe rimanesse a mangiare un boccone da lei; e gli trovò alloggio provvisorio nel casamento.

Era tra’ suoi casigliani, ed abitava una sfasciata soffitta proprio sotto il comignolo, maestro Nicodemo, uomo stravagante, che il vicinato chiamava il filosofo spiantato, e qualche donnicciuola superstiziosa credeva uno stregone sulla fede del Bellarmino.[197]Fatto è che maestro Nicodemo da parecchio tempo si rintanava colassù in compagnia delle rondini e dei topi, ma nissuno aveva mai avuto da lagnarsi dei fatti suoi. Non parlava quasi mai, nè con altri s’era un poco addomesticato se non con la Clarice; e a lei sola era riuscito di fargli fare qualche rara volta il viso ridente. Costui campava con l’arte d’incidere in legno quelle rozze stampe che vedonsi nei libricciuoli da chiesa, nei lunari e che so io, lavorando con arnesi grossolani e con una certa disinvoltura, che non pareva suo fatto. Stava sempre lassù in quella sua soffittaccia a lavorare alla luce che veniva da un abbaìno; teneva gli arnesi dentro una sporta; uno strapunto per dormire, un tornio mezzo fracassato, due panchetti, una secchia da acqua, pochi pentoli e un visibilio di stampucce appiccicate al muro con la pasta erano le sue masserizie; e quasi tutto, meno i pentoli e la secchia, aveva fatto con le proprie mani; si cibava di pane e patate o cipolle, senza bever mai vino; aveva lunga barba, aspetto burbero, vesti grossolane, sempre le stesse; ed era magro allampanato.[198]Fin qui potevasi capire perchè i vicini lo chiamassero filosofo. L’altro soprannome poi gli veniva anco dall’essere possessore d’uno specifico stupendo per guarire il dolor dei denti; e di fatto bastava ch’ei toccasse due o tre volte con un certo liquore denso, puzzolente, più nero dell’inchiostro, le gengive di chi non aveva repugnanza o paura d’andare a farsi curare da lui, perchè il dolore sparisse affatto e per molto tempo. Nè per queste guarigioni era mai possibile fargli accettare non che denaro, la più piccola ricompensa in roba; e s’infastidiva a sentirsiringraziare. Era poi accanto alla sua soffitta, che gli faceva da camera, da studio di artista e da infermeria pei malati di dolor di denti, una stanzuccia affatto vuota, se non che vedevasi appeso a un chiodo nella parete un ritratto femminile, parte in matita, parte in colori, che si diceva opera delle sue mani; e sapevasi che ogni giorno ei se ne stava delle ore chiuso in quella stanzuccia; ma niuno aveva potuto penetrarne il motivo.

Quando la Clarice ebbe licenziate le sue scolare e fu rimasta sola con Giuseppe e con la compagna, mandò questa a chiamar Nicodemo. Egli scese nell’atto, e vedendo quel giovine che se ne stava a sedere in un canto, tra pensieroso ed afflitto, appoggiando la guancia alla destra, gli fece subito cenno di seguirlo, e si volgeva per tornarsene indietro senza aver fatto una parola.

— Aspettate! — esclamò la Clarice.

— O non sapete che la medicina l’ho su?

— Ma questo giovinotto non ha male ai denti.

— Dunque io non gli posso far nulla; — e se ne andava.

— Anzi, voi potreste fare un gran piacere a me ed a lui. Venite qua; e’ non ha casa, nè quattrini per dormire alla locanda. Un’altra volta mi faceste la carità....

— Ho capito; venga pure.

— Porterà seco il solito sacconcino.

— Va bene.

— Una notte o due, eh?

— Anche dieci. I’ son su. — E andò via.

Dopo aver così provveduto all’alloggio, la Clarice mandò l’Appollonia in cerca dell’ombrellajo per proporgli il nuovo garzone. Ma l’ombrellajo non potè venire che il giorno dopo; e sebbene avesse tuttavia bisogno del garzone, e desiderasse di contentare la Clarice, preferendo alle molte persone che chiedevano d’impiegarsi nella sua bottega quella che da lei gli veniva proposta, pure non volle impicciarsi con uno sconosciuto, e si scusò con dire che aveva già dato fuori una promessa.

Giuseppe rimase impassibile alla cattiva riuscita di questo primo tentativo, perchè ancora poteva dirsi che fosse in un mondo per lui affatto nuovo; e quasi quasi pensandovi un poco, non avrebbe saputo come adattarsi così subito a un lavoro o ad un servizio qualunque. Quella specie di stupida indolenza era presa dalla Clarice per afflizione della morte del padre, ed ella non finiva mai di fargli animo e d’esortarlo a sperare che alla fine qualche occasione di lavoro e di guadagno sarebbesi presentata. A buon conto un po’ di pane e un po’ d’alloggio non gli mancava.

— E come va con maestro Nicodemo? Che uomo curioso eh? Ma buon uomo, vedete; basta contentarsi di non discorrere. E come dormite voi in quella stanzuccia?

— Eh! meglio qualche cosa che nulla. E poi e’ mi pare d’esser più padrone di lui. Vo su, lo trovo al bujo....

— E’ non accende mai lume.

— Addormentato sul suo strapunto...; io mi butto giù nel mio canto; mi sveglio che lo trovo al lavoro; gli do il buon giorno, e vengo via....

— E ancora nemmeno una parola?

— Nemmeno. Gli è proprio curioso; ma una sera se lo trovo sveglio....

— Pretendereste di farlo discorrere? Non vi riesce.

— Voglio provarmi. — Ed anche questa curiosità era cagione di tenerlo fermo qualche altro po’ di tempo nel proposito d’aspettare pazientemente l’esito delle premure della Clarice. Infatti ella tentò di nuovo l’ombrellajo, ma sempre invano; cercò altrove, ma senza costrutto. Erano già passati cinque o sei giorni; le dispiaceva di vedere il giovinetto così ozioso, e a lui cominciava a passare la voglia d’aspettare, e s’infastidiva; e se vagolando per la città si fosse imbattuto in quei compagni dell’osteria, avrebbe certamente dato ascolto ai loro inviti. In quel mentre morì all’improvviso un povero vecchio, che conduceva il baroccino d’un fruttajuolo pigionale della Clarice, quando questi andava per la città a vendere le perecotte. Appena che la Clarice lo seppe, domandò al fruttajuolo se avesse voluto approfittarsidi quel povero giovine per tirare il baroccino; ed egli:

— Senza difficoltà finchè durano le perecotte; buona canna[199]per bociare, ma pochi quattrini; io, vo’ lo sapete....

— Eh! nello stremo[200]d’ogni cosa tutto fa. Dunque, Giuseppe, tocca a voi; accettate?

— Perchè no? Gli è ch’io vorrei potervi ricompensare....

— Oh! che discorsi! Pigliate quel che viene; e da cosa nasce cosa. —

Giuseppe andò così a vendere per la città le perecotte che in quella stagione erano in voga; e intanto il fruttajuolo ebbe da comandargli altre faccende; e bazzicando il mercato, capitava spesso l’occasione di fare il facchino per quello e per quell’altro. I po’ di soldi ch’egli andava raccapezzando,[201]erano da lui consegnati alla Clarice per rimborso delle spese di vitto. Avrebbe voluto lasciar libero Nicodemo e andare a dormire su qualche locanduccia; ma quegli non volle, finchè non seppe che il suo guadagno fosse cresciuto. E crebbe, allorchè essendo finito il tempo di vendere le perecotte, gli riuscì di mettersi a salario per facchino con un grosso salumajo del mercato. Nè il salumajo ebbe a lagnarsene, perchè Giuseppe faceva il suo dovere, durava volentieri molta fatica, e pareva fidato. Il buon esempio delle persone che questo giovane aveva incontrate a caso, nel suo primo ritrovarsi libero di sè stesso, bastava a premunirlo dagli errori e dai delitti ai quali per le passate scioperatezze pareva serbato.

Lo stato suo in pochi mesi divenne discreto. Le sommerelle che di mano in mano aveva consegnato alla Clarice furono da essa tenute in serbo per lui, e la generosa donna volle a ogni costo restituirgliele. Ei potè dunque rimpannucciarsi, prendere a pigione una stanzetta che era rimasta vuota nel casamento, e considerare assicurata la sua sussistenza. Allora s’affezionò alla fatica e al risparmio; ese mai il rigoroso risparmio d’un povero si potesse chiamare avarizia, Giuseppe dava a divedere che quando una volta si fosse ritrovato in qualche agiatezza, stato sarebbe più facilmente avaro che prodigo. Seguitando a frequentare la Clarice, s’innamorò d’una ragazza che era stata a scuola da lei, e che andava spesso a farle visita. La Carolina gli dette retta: guadagnava già una buona giornata col suo mestiere; aveva un po’ d’assegnamento raccapezzato con alcune di quelle doti che toccano in sorte per lasciti pii alle fanciulle povere; sua madre era vedova, ma godeva d’una pensioncella lasciatale da una sua padrona; Giuseppe sembrava ormai giovine di proposito; la Clarice fu interrogata dalla madre della fanciulla, e non trovò ragioni valevoli da opporre contro questo matrimonio, se non che la consigliava a chieder prima un parere anche al principale di Giuseppe; e il principale continuava a lodarsi di lui; sicchè il matrimonio fu concluso.

Giuseppe si accasò con la moglie; e pei primi mesi tutto andò pel suo verso; ma innanzi che la Carolina, già incinta divenisse madre, la vedova si ammalò gravemente. Era sempre malata quando la figliuola partorì un maschio. Come provvedere all’assistenza di tutt’e due, mentre per le sole spese della malattia non bastava la pensioncella della vedova?... In quel frangente[202]fu presa la risoluzione disperata di metter la creatura nel ricovero dei gettatelli; la stessa levatrice trovò subito una donnicciuola esperta per quei trafugamenti; la madre non avrebbe voluto a niun patto; era quasi fuori di sè dall’afflizione; ma Giuseppe aveva già incominciato a darsi a conoscere per uomo di voglie assolute e d’affetti languidi. Più tardi la vedova dovè soccombere alla sua infermità, e così mancò il soccorso della pensione; e la Carolina era stata qualche mese senza lavorare, avendo dovuto assistere la madre, e poi mettersi in letto pel puerperio che non fu nè prospero nè sollecito. Dunque le faccende di Giuseppe andavano molto male; il suo solo guadagnoera scarso ai bisogni; e per l’appunto allorchè la necessità di risparmiare s’era fatta così maggiore, egli aveva incominciato a bazzicar qualche volta la bettola, a giochicchiare al lotto, a scordarsi dei buoni consigli e dei buoni esempi avuti in casa della Clarice. Spesso accade pur troppo che chi è tribolato e pusillanime a un tempo, quando si trova in procinto di peggiorare stato, affretta da sè medesimo la propria rovina. La moglie s’era accorta di qualche cosa; ma, poveretta, aveva già perduto ogni ascendente sul marito; non le serviva a nulla rimproverarlo; si sfogava a piangere in segreto di non vedersi più amata come prima, di essere anzi veramente soggetta ad una crudele tirannia. Di rado vedeva la Clarice, perchè Giuseppe non aveva più voluto condurvela; e non le dava l’animo di palesarle i suoi patimenti per paura che il marito se ne fosse potuto accorgere, e ne rimanesse pregiudicato nell’opinione.

Nondimeno la malcapitata moglie divenne incinta di nuovo; e vi potete immaginare che anche questo secondo figliuolo era già destinato all’ospizio dei gettatelli, a non conoscere i suoi genitori, a ritrovarsi nel mondo senza una famiglia sua propria. Giuseppe dopo aver commesso questo secondo atto di crudeltà paterna, sventuratamente ridottovi dall’estremo bisogno pei suoi cattivi portamenti, divenne più che mai burbero e fastidioso, disamorato anzi crudo verso la moglie, dedito maggiormente agli stravizj della bettola e del giuoco. La vita che la Carolina faceva era un continuo crepacuore. Dopo aver perduto in modo così crudele i figliuoli, vedersi quasi affatto abbandonata dal marito! A volte ei tornava a casa più tardi assai della mezzanotte, o non si faceva rivedere che il giorno dopo; e allora compariva sempre immerso in una cupa malinconia, pieno d’un’atrabile che metteva paura; sicchè la Carolina, dopo alcuni tentativi inutili, non si arrischiava ad insistere nelle dimande per sapere la cagione di quelle assenze notturne. Che veglie dolorose le toccava a passare! Che orribili pensieri le metteva in capo la paura! Che tormento di non poter più avere piena fiducia nella onestà del marito! Las’era accorta ch’ei bazzicava le bettole, ma non l’aveva mai visto tornare a casa ubriaco; e queste novità erano incominciate a poco per volta, dappoichè egli s’era messo a giuocare al lotto; e una mattina le intravvenne di trovare in camera due o tre polizze di lotto, che tutte insieme costavano più d’una mesata del suo salario. Eppure ei le lasciava i denari per le spese di casa!... E di dove cavava egli dunque i denari pel giuoco?

Una sera Giuseppe tornò a casa presto, appena che fu serrata la bottega del principale, ed era di buon umore.

Figuratevi se la Carolina ne giubbilasse, andandogli subito incontro con lieto viso.

— Tu non sai, eh? — disse allora Giuseppe — buone nuove! ho vinto al lotto, nientemeno che la bella somma di novecento scudi! E’ son lì contati uno sopra l’altro nel botteghino; or ora devo andare a riscoterli. Son venuto.... Presto!... Con questa roba bisogna cucire un sacchetto, due tre; e poi verrai anche tu ad aiutarmi a portarli. E’ pesano, sai? e’ son dimolti!... — E tutto infatuato non lasciava che la moglie aprisse bocca; non ebbe pace finchè i sacchetti non furono cuciti. Poi la fece vestire in fretta e in furia, e ratti ratti andarono a prendere la vincita al botteghino, e se la portarono a casa. Alla vista di quel mucchio d’argento nella sua casuccia, sul suo tavolino, riverberante i raggi del suo lume a mano, tornò a giubbilarne fuor di misura.

— Ma tu, — diceva alla moglie, — tu non mi sembri allegra quanto dovresti! O che non vedi che siamo diventati ricchi a un tratto?...

— Appunto per questo, abbi pazienza..., l’ho caro, sì, di vederti contento. Ma quattrini di giuoco! ho sempre sentito dire che prima o poi e’ tornano di dove son venuti....

— Eh! non alle mie mani peraltro! Corpo di...! Giacchè la fortuna m’ha assistito, giacchè ho fatto questa bella cilecca[203]a chi tiene il giuoco, a chi tira a rasciugare le nostretasche, i’ non glieli rendo davvero sai? Una vincita come questa! Oh fossero state le ottanta, le cento lire, anche scudi vo’ mettere.... allora, chi sa? i’ non mi sarei sfogato abbastanza.... Ma ora? Oh! ora non mi gabbano più davvero, te lo dico io! Giacchè in questa maledetta guerra l’ho avuta vinta io, non ne vo’ più, no davvero!... E poi, non ti credere.... e’ mi costano, sai? — E in ciò dire tornava burbero come prima. — Sì davvero! mi costano; ed ora che gli ho, nissuno me li caverà!

— Ti costano? Ma come? E appunto volevo dire.... Chi ti dava tanti denari per giocare?

— Oh! mi costano! sicuro eh?... Intendo dire.... si sa.... spera oggi, spera domani....

— Forse le nottate che tu hai fatto.... Lavoravi forse di nascosto a me....

— Già.... lavoravo.... sicuro.... di nascosto a te.... per guadagnare di più, e giocarmeli.... Oh! finalmente l’è andata bene.... Ora mi riposerò.... Non ci pensiamo più.... Pensiamo a goderceli.... cioè.... adagio! Ci vuol giudizio.... I’ li vo’ mettere a frutto.... i’ vo’ fare il signore.... Vedrai, vedrai.... E intanto, sì, è giusta, povera Carolina!... Ora posso dire, son ricco; chiedi e domanda.

— Dunque non farai più le nottate fuori di casa.

— No!

— Ora son contenta davvero! Ora tu mi dài una consolazione....

— Ma io dicevo che se tu hai qualche voglia.... Animo! Una parte di questi denari son tuoi....

— Oh! io, quando tu mi vuoi bene, quando ti vedo contento, quando tu ritorni a vivere come prima, casa e bottega....

— Sì, sì! Ma non basta; i’ ti vo’ fare un regalo, e un regalo co’ fiocchi!

— Giuseppe! Tu vuoi farmi davvero un regalo gradito? Darmi una vera consolazione?

— Ma sì!

— Caro Giuseppe! ricordati che tu se’ padre!...

— Oh questo poi....

— Se ora la.... sì.... lo voglio sperare, se ora la Provvidenza ti ha assistito, rendimi i figliuoli....

— Adagio!

— Intanto uno; almeno uno per ora! E piangeva a calde lagrime, e gli si buttava in ginocchio, abbracciandogli le gambe....

— Ma come si fa egli...?

— Oh! lo so io: è facile, ci ho pensato; quante volte ci ho pensato, marito mio!... Vedi.... questi denari, in sostanza, l’hai detto anche tu, non vengono da oneste fatiche....

— Chi ha detto questo? — e s’incolleriva.

— O non sono guadagnati al giuoco? non è un colpo di fortuna? Dunque tu non gli hai sudati. Ma se ora tu te ne servi per ricuperare i figliuoli, credilo a me, e’ ti faranno più pro. L’è una buona azione, tu mi fai felice davvero! i’ non voglio altri regali che questo.... — E tanto disse e tanto supplicò la misera madre, che Giuseppe alla fine condiscese a permetterle di riprendere dagl’Innocenti il secondo, quello stesso che abbiamo già conosciuto sul principio di questo racconto.

La gioja d’una madre, che ricupera così un figliuolo ch’ella credeva perduto per sempre, è indicibile. Quando la Carolina, dopo avere superato molte difficoltà incredibili, l’ebbe nelle sue braccia materne, pareva fuori di sè dalla contentezza. Il povero piccino era stento stento; ma a lei parve un occhio di sole; e tanto fece, che in poco tempo, a forza di cure amorose, lo riebbe propriamente da morte a vita. Tornò spesso a raccomandarsi al marito perch’ei le lasciasse riprendere anche l’altro: ma sempre un no inesorabile.

Dopo due o tre mesi intravvenne che fossero arrestati alcuni borsajuoli i quali commettevano vari furti per la città, ora nelle botteghe, ora nelle case, e per molti indizi, e fors’anco per le rivelazioni d’uno di quei malandrini, la polizia entrò in sospetto che anche Giuseppe fosse della brigata.Per farla breve, ei si trovò compreso nel processo, e dovè toccare la carcere. La Carolina a questa notizia rimase come colpita dal fulmine; e ricordandosi delle assenze notturne, di certe parole tronche, non potè fare a meno di dubitare che davvero lo sciagurato fosse stato condotto dalla passione del giuoco a commettere quei delitti. Ma le prove per dichiararlo reo mancavano, e l’avvocato seppe farlo assolvere compiutamente; ma questa faccenda gli costò quasi la metà della sua vincita. E il peggio fu per la Carolina e pel suo figliuolo, perchè fin d’allora Giuseppe divenne più disamorato, più burbero, collerico fuor di modo.

Intanto, col capitale rimasto, gli riuscì d’ottenere la patente per aprir bottega di tabaccajo, subentrando nelle ragioni d’un suo conoscente che era fallito. Seppe condurre bene innanzi quel trafficuccio; e poi si pose in sul risparmio rigoroso, o per meglio dire divenne avaro, usurajo, e tanto peggiorava quanto gli crescevano i guadagni; e così per un verso o per l’altro la vita della Carolina era continuamente piena di tribolazioni.

La sola contentezza che dopo molti dolori fosse data da Giuseppe alla Carolina fu la risoluzione inaspettata di mandare il figliuolo alle scuole dell’Accademia. Le pareva proprio un prodigio; e si figurava che Pippo dovesse divenire qualche gran cosa, riflettendo all’inclinazione ch’ei mostrava al disegno. Pensate poi se ne fu allegro il fanciullo! E il suo giubbilo accresceva quello della madre. Peraltro quando Pippo si vide porre davanti occhi, nasi, bocche ed orecchi, e non potè scorgere nella scuola nè disegni, nè quadri di paese, restò maravigliato e sconfortato. Ei s’immaginava che dovessero ammaestrarlo secondo il suo genio. Ma tanta era la smania d’imparare il disegno, ch’ei si adattò a copiare nasi, occhi, bocche ed orecchi, invece di alberi case e montagne, naturalmente riflettendo che per popolare i quadri di paese bisogna anche saper ritrarre le figure degli animali.Avrebbe incominciato più volentieri dallo studio degli oggetti inanimati secondo gli dettava il suo genio; ma non per questo si pose con meno ardore a quello che gli fu imposto. Egli era tra i pochissimi scolari studiosi e diligenti; e si mantenne in sulle prime piuttosto savio, perchè aveva propriamente vocazione al disegno, e sapeva il perchè fosse andato a quella scuola; ma a poco per volta il cattivo esempio degli scioperati, la poca vigilanza dei maestri e la incuria del padre, che dopo averlo fatto ammettere all’Accademia, non si dava altro pensiero, fecero divenire un po’ monello anche lui. Un giorno fra gli altri, nell’uscire di scuola, ei prese parte in una baruffa dei suoi condiscepoli. Quasi tutti ragazzuoli senza educazione, tenuti in quella numerosa scuola con poca disciplina, presto vi si avvezzavano male guastandosi l’un l’altro, e imparando piuttosto a sciupare la carta e le tavolette che a disegnare. Cosa rara che qualche garzoncello ne uscisse con amor vero dell’arte, e si dedicasse a studiarla di proposito sugli originali dei buoni maestri sparsi per le chiese, pei chiostri, per le gallerie, certo migliore scuola che quella dell’Accademia, e sapesse poi esercitarla con qualche decoro. La baruffa era incominciata in scuola fra tre o quattro per insolenze fattesi tra di loro; i pochi trovarono fautori; la scolaresca si divise in due schiere di combattenti, le quali andarono lungo le mura della città, e quivi si guerreggiarono alquanto a pugni e a sassate. Alla fine comparvero alcuni famigli,[204]e tutti quei mariuoli dandosi a fuga precipitosa, e scagliando contro i famigli i sassi che ancora si ritrovavano in mano, sparirono in un attimo. Pippo era stato dei più fieri nella baruffa, e ne usciva con una ferita nel capo e con una manica del corpetto tutta strappata. Guai se suo padre l’avesse visto così malconcio! E come rimediarvi? Col non tornare a casa. O non sarà peggio? Ma intanto la paura delle busse presenti la vinceva su quella delle future, e lo teneva lontano da casa. Dopo essere andato ramingando un’oretta per certestrade remote finchè la ferita non ebbe cessato di filar sangue, incominciò a sentire un appetito prepotente, e gli venne in animo di salire in casa della Clarice per farsi alla meglio rassettare la manica e chieder consiglio o protezione, e quel che più gli premeva allora, un tozzo di pane. Ei conosceva la Clarice, perchè sua madre andandovi qualche volta di soppiatto al marito lo aveva condotto seco; e quella buona creatura, compiangendo la Carolina per la cattiva riuscita di Giuseppe, quasi accusando sè stessa di aver data occasione a quel matrimonio malaugurato, sebbene non sapesse ogni cosa, perchè la Carolina sopportava il peggio in silenzio con mirabile rassegnazione, aveva posto grandissimo affetto in quel fanciullo, e avrebbe dato la propria vita per levare d’angustie la madre.

Pippo fu dunque ricevuto con grande amore dalla cucitrice; narrò schiettamente quello che gli era accaduto, si fece rassettare il corpetto, mangiò, e chiese d’essere accompagnato a casa dall’Appollonia. Intanto sua madre s’era già posta in gran pensiero per l’indugio; ed il marito accorgendosene aveva preso a beffarla, dicendo: — Non torni più quel monello, non me n’importa; e se tornasse, voi lo sapete che cosa gli avrei preparato.

— Almeno lasciatemi andare a cercarlo. Potrebbe essergli accaduta qualche disgrazia....

— Volete girare tutta la città, consumare un pajo di scarpe senza conclusione?

— Eppure è vostro figliuolo! — e piangeva.

Giuseppe nojato del piagnisteo, alla fine disse: — Uscitemi di tomo; andate dove volete, purchè quel monello non metta più piede in casa. Badate bene! io non lo voglio più tra’ piedi; ch’ei provveda a sè come può. Voi sapete che quando ho detto una cosa non mi rimuovo. —

E pur troppo era vero! Sicchè la Carolina, con l’animo pieno di grande afflizione, andò in traccia del figliuolo, prima all’Accademia, ma era tutto chiuso, poi nelle strade circonvicine, domandando a questo e a quello ma invano; e finalmente le venne la ispirazione di ricorrere alla Clarice, quandoappunto l’Appollonia con Pippo erano in procinto di uscir di casa. Vedere il figliuolo e correre ad abbracciarlo con tutta la tenerezza materna fu un punto solo; poi si pose alquanto in sul serio domandandogli la cagione dell’assenza, e avendola saputa ne lo rimproverò con dolore. Dissegli come suo padre fosse sdegnato, e per ora non convenisse tornare a casa. La Clarice propose tosto di tenerlo con sè quant’occorreva, e la Carolina dovè rassegnarsi a non aver più sempre con sè il suo caro figliuolo. E ciò dispiacque assai anche a Pippo, che a dir vero le voleva un gran bene, ad anche a patto d’essere ogni giorno percosso dal padre, avrebbe preferito di non si separare mai dalla madre. Questa tentò più volte d’intercedergli perdono da Giuseppe, e d’ottenere di riprenderlo; ma egli, inflessibile sempre, senza curarsi di mai più rivederlo, non voleva nemmeno sentirne parlare. Già era divenuto più burbero, più collerico e più avaro di prima. Basta dire che in casa sua non si accendeva più fuoco, avendo costretto anche la moglie a contentarsi di cibi grossolani presi in qualche meschina bettola del mercato; e il motivo principale per cui non voleva più in casa il figliuolo era quello di non aver così il pensiero di fargli le spese. Temeva inoltre che quel ragazzo gli dovesse carpire di soppiatto o roba o denari: e questa medesima diffidenza incominciò ad avere verso la moglie, in specie riflettendo che da qualche parte doveva uscire il mantenimento del figliuolo fuori di casa. Forse egli aveva dimenticato la caritatevole generosità della Clarice, o più non credeva che potessero esservi persone capaci di assistere senza interesse gli sventurati. E certo l’essersi posto da lungo tempo a far l’usurajo con ogni più turpe rapina, doveva avergli distrutto qualunque sentimento d’umanità. Per farla breve, lo sciagurato, che ormai stava di continuo in sospetto di tutti e di tutto, incominciò a brontolare per le visite della moglie al figliuolo in casa della Clarice, le quali non erano nemmeno così frequenti come la povera madre avrebbe voluto, perchè appunto sapeva quanto egli le vedesse di mal occhio: e un bel giorno che la Carolina gli chiedeva con supplichevolesommessione la licenza di andar fuori al solito per via del figliuolo, addirittura le disse:

— Andate e state; rimanete lì, e fatela finita! Io non ho bisogno di nessuno. Sto meglio solo che accompagnato.

— Dio mio! Dunque voi mi cacciate di casa! Mi odiate! Che cosa vi ho io fatto?

— Queste ciarle e questi piagnistei non contan nulla. Andatevene con le buone. Se avrò bisogno di voi, vi manderò a cercare.

— Ma Giuseppe!...

— Non facciamo scene! Per ora son tranquillo; tra poco, tra poco.... M’avete capito.... Sicchè, a buon rivederci....

— E per campare? Anderemo noi a chiedere l’elemosina?

— Lavorate; voi avete un mestiere; e quel monello è ormai in età da guadagnarsi il pane da sè....

— E non volete pensare a nulla?...

— Ho fatto anche troppo!

— Meschina me! Voi mi volete ridurre alla disperazione!

— Finiamola, dico! Vi passerò qualche cosa, per ora, per poco tempo, finchè non avrete lavoro; ma a patto che ve n’andiate subito.... A voi! Eccovi intanto quattro scudi; vi serviranno per un bel pezzo.... Ma via di qua, subito! Avete capito? Mi pizzicano le mani!...[205]Non mi mettete al punto.... — E le chiudeva la bocca, respingendola, minacciando di percuoterla, facendo un viso spaventevole, sicchè la poverina vide bene che bisognava obbedire, altrimenti quell’uomo crudele avrebbe commesso qualche esorbitanza da precipitare sè e lei. E quantunque ne fosse trattata con tanta barbarie, le premeva più la di lui quiete che la propria salvezza, e si sarebbe lasciata morire in segreto di consunzione, piuttosto che vederlo per cagion sua esposto a qualche pericolo, piuttosto che ricorrere a chi si sia per farsi fare giustizia. Indi le premeva troppo di poter assistere il figliuolo, e sperava che quella sfuriata fosse per calmarsipresto, come alcune volte e nei primi tempi era intravvenuto. Raccolse silenziosa, e rattenendo a stento le lagrime, il denaro ch’egli aveva lasciato per lei sopra il letto, prese con sè alcuni pochi oggetti di valore che le erano stati donati da sua madre, chè almeno avesse modo di rimborsare la Clarice delle spese di mantenimento pel suo Pippo, e andò via immersa nel dolore, ma con la speranza di ritornare in quella casa, che sebbene fosse per lei divenuta una carcere spaventosa, tuttavia non poteva darsi pace d’esserne discacciata innocente.

Non istarò a dirvi con quanto amore la Carolina fosse ricoverata dalla Clarice, alla quale peraltro seppe nascondere con pietoso artifizio la vera cagione che la costringeva a separarsi per qualche tempo dal marito.

Le amiche la posero a dormire alla meglio nella loro camera sopra quel medesimo sacconcino che aveva servito un tempo a Giuseppe nella soffitta di maestro Nicodemo; e il ragazzo stava sopra un letticciuolo provvisorio, fatto di seggiole e messo su nella prima stanza. Sua madre aiutava la Clarice a cucire gli ombrelli; e Pippo, proseguendo a andare all’Accademia, aveva già fatto non pochi progressi nel disegno, ed era divenuto più savio dopo il rigoroso gastigo della prima scappata.

Se non fosse stato il crepacuore della separazione dal marito e della sua ostinatezza a non voler più ricevere in casa nè lei nè il figliuolo, sarebbesi detto che quei giorni per la Carolina fossero giorni di respiro e di pace, perchè viveva insieme con la sua diletta creatura e con una pietosa amica, senza il continuo timore degl’ingiusti rabbuffi e delle frequenti bastonature d’un uomo brutale.

Intanto costui viveva propriamente come una belva nella sua tana, solo premuroso di scorticare i meschini o gli scioperati, che per bisogno di denaro gli capitavano sotto le unghie; senza mai allontanarsi da casa o dalla bottega, alla quale pochi avventori capitavano perchè sviati dai suoi modi burberi e insolenti; sempre a far guardia al nascondiglio ove teneva i denari; cibandosi male per sozza spilorceria; odiatodai vicini, fastidioso a sè stesso come colui che perpetuamente si travagli per sospetti, per rimorsi, per insaziabile avidità di malvagi guadagni. Non molto dopo ch’egli ebbe scacciato di casa il figliuolo e la moglie, rimase privo anche della compagnia del suo cane, che già pareva uno scheletro: non lo vide più tornare a casa, e poi gli fu detto che era morto avvelenato in una stradella vicina. Questa perdita lo afflisse, perchè il cane non gli costava nulla per mantenerlo, ed era buona guardia allo scrigno, in specie per la notte. Certamente nessuno sarebbe potuto entrare in quella casetta senza che il cane mettesse a rumore il vicinato e s’avventasse alle gambe dell’incauto.

Una sera di carnevale, burrascosa, fuor di modo buja, mentre il temporale rumoreggiava da lontano, e il vento e la pioggia, in specie sul tardi, avevano fatta deserta la città, Giuseppe dopo aver riscontrato e riposto sotto il suo letto lo scrigno, si spogliò e spense il lume. La finestra della sua camera corrispondeva sopra un vicolo stretto e oscurissimo. Ei non aveva ancora preso sonno, che dopo lo scoppio d’un tuono udì un fischio che gli era ben noto, ma al quale da molto tempo più non pensava. Diede subito un crollo di tutta la persona che fece tremare il letto; s’ascose sotto le lenzuola, e poi si riconfortò, immaginandosi che fosse stato sogno; ma ecco un altro lampo, un altro tuono, e poi il medesimo fischio più acuto del primo, tanto acuto, che gli parve la trafitta d’uno stile da orecchio a orecchio, e non potè fare a meno di balzare a seder sul letto. Nonostante tornò ad acquattarsi ravvoltolandosi come una serpe; e allora udì chiamarsi per nome da voce nota e minacciosa, che gl’imponeva d’affacciarsi subito alla finestra. Giuseppe conoscendo l’ardire di chi lo chiamava, sapendo che la finestra era bassa e con serrature deboli, scese il letto, si coperse alla meglio, mandò un gran sospiro pensando allo scrigno, e col viso pallido e il tremito della rabbia, aperse uno spiraglio della finestra, e domandò:

— Che cosa volete?

— Con le buone, compare, aprimi; ho bisogno di ricovero.

— Non posso; abbiate pazienza.

— A questo tempo assaettato avresti coraggio di lasciarmi fuori?

— Oh sì, voi avete una bella paura del tempo cattivo! Anzi, questo per voi è il tempo buono. Alle corte: se avete bisogno di qualche cosa.... vedremo.... Ma aprire, non posso.

— Dunque tu mi discacci; tu non ti ricordi di nulla? Nel tempo che quello di fuori lo teneva così a bada, Giuseppe fu riscosso da un beve rumore dietro di sè; volse l’occhio atterrito, e gli balenò alle spalle un raggio di luce, che parve riflesso da una lama di coltello. Era per cacciare un urlo, quando si sentì chiudere la bocca, afferrare per le braccia, e trarre a forza nel mezzo di camera; una mano a lui invisibile richiuse la finestra; anche colui che era fuori in un salto salì le scale, e fu in camera; e Giuseppe, al fioco lume d’una lanterna si vide nelle mani di tre robusti malandrini mascherati, ma che non stentò ad accorgersi che erano antichi suoi conoscenti ch’ei già credeva condannati a marcire nelle galere con la catena ai piedi per tutta la vita. Lo spavento di quella visita inaspettata fu tale, che sulle prime non ebbe fiato di mandare una voce nè di muovere un passo. Allora lo stesso compare che lo aveva chiamato dalla finestra gl’intimò, con argomenti ai quali bisognava obbedire, che non facesse il menomo strepito. — Noi siamo qui senza che anima viva lo sappia: le chiavi false, il carnevale e il buon tempo, come tu hai detto, ci hanno favorito; e se vuoi, faremo le cose da buoni compari, benchè tu ci abbia trattato perfidamente....

— Io.... che colpa ne ho io?...

— A voce bassa; e lascia prima dir me, chè faremo più presto. Discolpe non ne hai. Tu non sei stato ai patti. Appena che la fortuna t’ebbe assistito, rompesti lega. Pazienza che tu non fossi più venuto con noi a provvedere il conquibus[206]per giocare; ma le vincite, secondo i patti giurati della nostra società, dovevano essere spartite.... E tu no!sapesti ingannarci; e poi quando il bargello[207]ci pose addosso le mani, tu avesti da pagare bene l’avvocato, e la passasti liscia. Noi si sarebbe potuto.... tu lo sai.... Ma si volle fare un’altra prova. Giuseppe, disse uno, se gli preme la pelle, ci ajuterà a svignare di carcere, o ci manderà almeno qualche soccorso; ha quattrini, e sa che con noi non si scherza. Prima o poi!... E ora, tu lo vedi.... Gnornò! scordarsi d’ogni cosa... affatto affatto! E tu non pensavi, balordo, che una volta fatta lega per quelle faccende, o con noi o col boja? Ma.... ormai, quello che è stato è stato. Ora sappiamo che tu hai scrigno, a forza d’usura e di avarizia.... E ti sei levato di torno la moglie e il figliuolo.... O che cosa vuoi tu farne di tanti quattrini riposti? Chi avrebbe mai creduto che il tamburino dovesse diventare spilorcio? Accomodiamole dunque ora le nostre partite, giacchè siamo in tempo. Dov’è il morto?[208]— E si dava a cercare per la stanza, e si chinava sotto il letto. Giuseppe, con un fremito di rabbia, col viso che schizzava fuoco, con la voce rantolosa voleva raccomandarsi, svincolarsi.... Ma le solite minacce e la custodia dei due lo costrinsero a lasciar fare. Il malandrino trovò presto quel che cercava, e fece presto pulito intascandosi l’oro e l’argento, che in tutto sarà stato circa un migliajo di scudi. Se non che, guardando la faccia spaurita e convulsa di Giuseppe, e mostrando un sentimento di compassione, non già per lui ma per la sua famiglia, riversò una manciata di monete nello scrigno, con dire: — Noi vogliamo essere umani: tu hai cacciato di casa la moglie e il figliuolo; non è giusto che quei disgraziati rimangano senza assegnamenti. Eccoti qui un resto dei tuoi denari, a patto che tu gli assista, altrimenti noi ti promettiamo una seconda visita; e sta’ certo che potremo mantenere la promessa, perchè ora stiamo bene col bargello, sai tu? ferri di bottega, hai capito? Che se ti venisse la tentazione d’accusarci, bada bene a quel che tu fai; tu ne anderesti a capo rotto dicerto.... — Ma volgendosi ai compagni, e dopo aver megliosquadrato[209]la faccia di Giuseppe: — Io dico che possiamo andarcene senza sospetto, perchè, a quanto mi pare, costui ha più bisogno del prete che delle funi. Lasciamolo qui sul letto. Noi non gli abbiamo torto un capello, a buon conto; e qui tutto è al suo posto. Partiamo. — E di fatto, i malandrini lo lasciarono, che quasi non dava alcun segno di vita; e così com’erano venuti, se n’andarono impunemente, almeno per quella volta, dopo aver commesso l’audace assassinio.

Lo sciagurato Giuseppe era già nelle strette d’un colpo di apoplessia. Lo avevano messo lì a sponda di letto; un piccolo movimento convulso bastò per farlo stramazzare a terra; percosse una tempia nella panchetta di ferro, e in poco tempo spirò, immerso nel proprio sangue.

La mattina i vicini non lo videro aprir bottega; guardarono le finestre di casa, ed erano sempre serrate. Uno andò in cerca della sua moglie per avvisarla di questa novità. La poverina corse a casa, ma non aveva le chiavi; e intanto la polizia avvisata da altri, si preparava ad entrare a forza: la moglie volle ad ogni costo esser la prima: e appena veduto quello spettacolo miserando, svenne sulle braccia d’un famiglio. Fu chiamato un medico per assister lei e per riconoscere la cagione di quella morte; nè altra cagione potè assegnarsi che un colpo d’apoplessia. Un merciaio che aveva bottega in quella strada, uomo d’illibata riputazione e che meglio degli altri conosceva i casi della infelice, la fece ricondurre a proprie spese in carrozza e in compagnia della sua moglie a casa della Clarice, e provvide a quant’altro occorreva in così disgraziata avventura. Tal fine ebbe la vita di un uomo, che sebbene si fosse ritrovato sulla via della galera, aveva saputo schermirsene, ma non tanto che la funesta passione del giuoco del lotto non lo facesse poi capitare anche peggio.

La Carolina, dopochè si fu riavuta dallo svenimento, si trovò in preda al delirio e ad una febbre maligna, chepose la sua vita a repentaglio per molti giorni; ma superata avendo una lunga malattia potè risanare, benchè ne rimanesse rifinita e malinconica.

Il buon merciajo che aveva preso a cuore i suoi negozj le fece avere il denaro e la roba che a lei appartenevano, e subentrò nel possesso della bottega, dandole in cambio un assegnamento giornaliero, che bastasse a farla campare alla meglio insieme col figliuolo.

La spensieratezza d’un giovinetto di quattordici anni bene spesso si corregge alla scuola delle disgrazie, e tanto più alla vista del dolore che esse cagionano ai suoi più cari. Pippo rimase sbigottito dalla tragica morte del padre; rimase accorato dalla grave malattia della mamma; e la vedeva sempre ormai afflitta. Più volte si diede a riflettere sull’accaduto. Chi sa, diceva tra sè, che la mia scappata per cagion della quale mi ritrovai fuori di casa, e alla mamma per amor mio intravvenne lo stesso, chi sa che non avesse molta parte nelle nostre disgrazie? E ora che davvero siamo poveri, come potrò io continuare i miei studi di disegno senza sottoporre mia madre a dei sacrifizi troppo superiori alle sue forze? Sarebbe anzi necessario che io guadagnassi per assisterla.... Ah sì, è meglio che io mi metta a un mestiere. Le speranze che mi dà il professore, la smania di farmi un nome nell’arte, sono incentivi grandi, sì, grandi assai, e mi parrebbe di non potervi resistere; starei a patto piuttosto di nutricarmi solamente con un tozzo di pane.... Ma! e mia madre? È egli giusto che l’abbia ad essere sempre povera per cagion mia? E se poi le mie speranze non riuscissero a nulla? Sciagurato! Avrei fatto la sua rovina e la mia! — E ruminando queste riflessioni, ei faceva proposito d’andar subito ad offerire i suoi servigi in qualche bottega per guadagnare intanto la meschina giornata d’un fattorino. Ma poi alla vista della sua cartella da disegno, a sentirsi ribollire nell’animo gli elogi e i conforti del maestro, quei proponimenti vacillavano, e a poco a poco si riducevano in un — Aspettiamo dell’altro a risolvere. —


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