UNA PASSEGGIATA PEI BORGHI DI FIRENZE

UNA PASSEGGIATA PEI BORGHI DI FIRENZE

È capo d’anno; siamo tutti in gala. Chi torna da fare le visite di complimento, chi da portare i biglietti di visita alle case. Il viavai dei frettolosi portatori di biglietti che entrano ed escono con aria d’importanza dai palazzi, dura sempre, sebbene sia stato introdotto anche qui il lodevole uso di fare la nota del capo d’anno, e di assegnare quel denaro a benefizio dei poveri o di qualche istituzione ad essi vantaggiosa. Ma vi sono molti che non s’appagano di vedere stampato in quella nota il proprio nome, e vogliono anche far la girata e la distribuzione dei loro biglietti. Se credono speso bene il tempo e la fatica in questa faccenda, tal sia di loro. Quei bigliettini avranno l’onore di starsene dentro la cornice di uno specchio elegante, finchè a poco a poco un servo, spolverando, non li lasci cadere tra la spazzatura a guisa dei petali d’un fiore appassito, o finchè una donna gentile non ne faccia l’anima d’un gomitolino di seta. Oh quanti invidieranno questo destino più avventuroso! un bel titolo, una corona ducale sotto le nivee dita d’una donna gentile, e accuratamente riposti in una serica veste! Chi si diletta di paragoni, potrebbe mettere in campo il mirabile verme nato a formare la leggiadra farfalla e il bozzolo e la crisalide, ed eziandio le mummie d’Egitto, cose tutte che rasentano l’idea dell’immortalità, almeno di quellache può toccare alla materia. Ma lasciamo ora le splendide dimore ove le apparenti vagheggiate felicità e mille cure soavissime infiorano la vita dei mortali mollemente adagiati sul carro della fortuna.

Andiamo nei borghi della popolosa e vetusta città; andiamo in Camaldoli.[222]Ahimè, che rovescio di medaglia! Lasciamo stare che non vi possano essere gli svelti, eleganti e profumati portatori di bigliettini; ma anche senza ciò, il nome solo di questa parte della città addolora l’anima, perchè rammenta povere case e povere famiglie e dure fatiche e la penuria di lavoro e di guadagno, e gli stimoli inesorabili del bisogno, e tutte le tribolazioni dello stentato vivere di coloro che sembrano gente di un’altra e più bassa anzi infima ed abbietta sfera, caduti a caso attorno i cittadini lieti e facoltosi. Vero è che taluni asserirono, quella benedetta felicità da tutti gli uomini tanto desiderata aver più a grado l’umile casolare d’un campagnuolo o le rozze vesti d’un onesto artigiano, che i palazzi sontuosi o le ricche spoglie del fasto e dell’orgoglio; ma comunque ciò sia, fatto sta che di rado essa balena anco agli occhi di coloro che si credono averla più da presso. Nonostante giova credere che meno s’inganni chi la suppone amica della virtù e della moderazione ne’ desiderj, senza curarsi gran fatto se queste qualità sieno possedute dal ricco o dal povero. Sicchè resterebbe solamente a conoscere a quale di essi due sia più facile possederle.

Ma l’aspetto dei Camaldoli non è poi sì lurido e meschino in tutte le loro strade. Vi sono pur troppo, e dove meno si crederebbe, i tetri ripostigli in cui le più tribolate creature languiscono d’estrema povertà, e si consumano nei patimenti; ma il sentiero che ad esse conduce inspira repugnanza ad alcuni benefattori troppo delicati, e solamente quella carità misericordiosa che si copre del manto della modestia, essa sola vi sa penetrare senza ribrezzo, etocca e solleva e conforta sul fetido giaciglio le membra dei fratelli soffrenti per infermità schifose e per difetto d’assistenza. Ma a quella carità non sempre è dato di prevenire i mali che logorano l’infima parte dell’umana famiglia; essa non può fare altro che mitigarne i dolori.

Nondimeno parrebbe che il primo giorno dell’anno un raggio di gioja dovesse spuntare per tutto. Noi rintoppiamo intanto parecchi artigiani rimpulizziti, e l’animo si riconforta sperando ch’essi godano di uno stato migliore. Oh sì! in un giorno come questo si cerca d’ornare a festa ogni cosa; oggi più facilmente si dimenticano le umane tribolazioni. Oggi tutta questa buona gente è allegra, tutta sollecita di tornare a casa per rivedere i parenti prossimi, i parenti lontani, gli amici, e per ritrovarsi qualche ora in famiglia. Oggi si rinfrescano i più teneri affetti, oggi si dissipano le inquietudini, i malumori, le ruggini.... I vezzi d’un’ingenua creaturina, la benedizione d’un vecchio venerando riconciliano quegli animi che forse erano turbati da un malinteso, da un dirizzone, da una ciarla, e spremono dolci lagrime da quegli occhi che jeri sfuggivano d’incontrarsi. I figliuoli chiedono perdono ai genitori, i mariti alle mogli; ogni rammarico è dimenticato, ogni famiglia è in tripudio.... E chi non l’ha? Oh! chi non l’ha, se la trova in quella del suo amico. E’ v’è aspettato a braccia aperte, i grandi e i piccini lo festeggiano, e tutti gli fanno animo, e dicono: — Siete nostro, siete nostro! — Poveretto! e’ s’intenerisce; anch’egli giubbila, anch’egli beve alla salute de’ suoi cari lontani, come se fossero a quella mensa d’una famiglia non sua. Lo strepito di queste vivaci, di queste schiette consolazioni che s’ode fin dalla strada, riempie l’animo di contentezza.

Vero è che anche il tripudio onesto passa talora certi limiti; oltre i quali, quando per effetto di vanità, quando per eccesso di buon cuore, diventa cagione di disordini: la è vecchia sentenza, che ogni eccesso è dannoso.

Or ecco venirsene frettoloso un falegname che oggi agli abiti ed al sussiego tu prenderesti per uno stipettajo: hain capo lo stajo[223]nuovo e luccicante, indossa la falda nera, e una cocca del fazzoletto bianco si affaccia alla tasca. Il suo figlioletto, con la gala smerlata e la cintura di pelle fiorita, va innanzi battendo i tacchi e recando in mano un grande involto di carta. Maestro Giuseppe, che le male lingue (ve ne sono per tutto) vogliono tassare[224]d’un po’ di boria, dannosa in ciascuno e massime in un artigiano. Maestro Giuseppe sta rimpettito, e saluta a gote gonfie i vicini che gli pajono da meno di lui.... Ciò non sta bene, maestro mio, perchè si potrebbe credere che la taccia di borioso fosse fondata. — Oh! maestro Giuseppe ha comperato il pasticcio, — dice uno. — Si fa celia! — soggiunge un altro, — gli ha a desinare il Cursore del Commissariato! Chi è per lui? — Maestro Giuseppe mette la chiave nell’uscio, ordina al figliuolo che zitto zitto vada a nascondere in bottega l’involto accanto alle bottiglie comperate la sera innanzi, perchè vuol fare uno scialo, uno spolvero[225]da suo pari; e sale su.

Quanta gente! quanti evviva! Chi lo chiama cognato, chi zio, chi babbo, chi nonno, e tutti lo accerchiano e lo assordano, col suono della voce e col battere delle mani. Egli diventa due dita più alto, si rasciuga il sudore col fazzoletto bianco, sparge i confetti alla turba dei nipotini, e poi va in camera, e la moglie dietro, per ajutarlo a levarsi e ripiegare il vestito di gala.

— O Cecchino dov’è? — domanda la moglie.

— Dammi il berretto, non voglio infreddare.

— Eccolo qui; e Cecchino?

— Se non mi cavo questi stivali, divento zoppo. —

E la moglie lo ajuta, e poi: — Ma insomma si può sapere...?

— Finiscila con la tua curiosità! —

Ecco Cecchino. — O dove sei tu stato finora? — dice la mamma.

— A nascondere il pasticcio — risponde il fanciullo.

Ma il padre, senza lasciargli finir la parola, gli chiude la bocca con poco garbo, va in collera, e lo fa spiritare di paura.

— L’ho indovinata io che gatta ci cova! — esclama la moglie tutta dolente. — Ah! marito mio, tu ti vuoi rovinare con tante grandezze! Ti par egli questo il tempo di fare scialo?

— Signora Geltrude, non cominciamo!

— E intanto la mia povera roba rimane al Presto!

— Oggi non se ne poteva fare a meno. Io non voglio scomparire.

— Ma che bisogno c’era del pasticcio?

— Oh! il babbo non ha speso nulla! — diceva il bambino.

— Anche i debiti! Peggio che peggio!

— Stasera ci riparleremo. Va’ a mettere in tavola, — rispose il marito con mal piglio. — E fece un tal gesto, che la buona Geltrude, vedendo la mala parata, pensò che fosse meglio obbedire e tacere. Già i commensali che gli avevano visti sparire, e conoscevano l’umor della bestia, erano venuti in traccia di loro, ed empivano la camera.

— A mangiare, a mangiare! Allegramente, figliuoli! è capo d’anno! — esclamò allora il padrone di casa.

— Allegramente! — risposero tutti, rincorati di trovarlo in buona luna; e andarono a tavola.

Lasciamo stare maestro Giuseppe coi suoi commensali; forse domani lo rivedremo.

Guardate ora quella casipola di faccia: non ha altro che due finestrine per piano; vi sono ancora le impannate invece dei vetri; e la facciata qua e là è senza intonaco. Vo’ direste che la fosse proprio il tugurio della povertà. Nè s’ode schiamazzo di liete voci; forse chi v’abita non ha quattrini da celebrare il capo d’anno con tanto scialo! Salitetutte le sue scalucce, e troverete una stanzetta, povera di suppellettili, ma pulita come uno specchio. Ecco lì due vecchierelli, marito e moglie, e una vispa giovanetta che ha finito d’apparecchiare la tavola con biancheria ordinaria, ma linda e odorata di spigo. Sono tre, ed è apparecchiato per quattro: pare che aspettino con impazienza l’arrivo d’un commensale.

Il marito, pover’uomo, è cieco; un tempo faceva il tessitore di panni. La ragazza è un’orfanella presa dall’ospizio degl’Innocenti, la quale custodisce e vuol bene a quei vecchi, come se fossero il suo babbo e la sua mamma. Essi ricavano il campamento da un figliuolo, che fa il mestiere del padre in un paesetto di provincia, piuttosto lontano, verso i confini della Romagna.[226]

Povero Nisio! e’ non avrebbe voluto lasciare i suoi vecchi; ma quando il padre ebbe la disgrazia d’accecare, Nisio non trovò subito una fabbrica dove la sua abilità potesse fruttargli guadagno sufficente al bisogno. Allora capitò un fabbricante campagnuolo, che andava in cerca d’un ministro abile e morigerato; conobbe Nisio, gli piacque, e gli offerse di prenderselo in casa e di dargli un tanto il mese ed il vitto. Il partito parve buono; ed anche suo padre lo confortò ad accettarlo.

Questo principale è un uomo d’età avanzata, di poche parole e piuttosto burbero, ma onesto e molto amorevole; e conoscendo la buona indole, la capacità e la fidatezza del giovine, fa di tutto per tenerselo affezionato.

Nisio manda il suo guadagno ai genitori, i quali se la passano strettamente, ma in santa pace, confortati dalla speranza che non sia per mancare il campamento nè a loro nè a quel savio figliuolo. Sicuro, è una gran passione per essi il viverne separati; e anche Nisio se ne affligge, e vorrebbe almeno poterli rivedere più spesso; ma come si fa? in questo mondo non si possono avere tutte le cose a suo modo. Il principale ha sempre molto lavoro, e non concedeal ministro d’andare a casa sua altro che tre o quattro volte l’anno per trattenervisi un giorno solo.

A quest’ora doveva esser giunto per fare il capo d’anno in famiglia; ha mandato scritto pel procaccia[227]che lo aspettino; il desinare è fatto, e va a male. Ma questo importerebbe poco; il peggio si è, che i vecchi e la Maria stanno in pensiero.

— Sarà partito più tardi, — dice la Maria, — vo’ sapete che per risparmio e’ fa molta strada a piedi; le miglia sono parecchie.... — E torna alla finestra per vedere se arriva.

In questo mentre una ventata porta seco alcuni rintocchi della campana della Misericordia.[228]La vecchia si riscuote e sospira. Il marito va alla finestra per orecchiare.

— Non suoneranno a caso; suoneranno a malato, — aggiunge la Maria; ma anch’ella impensierita fa il viso bianco, e si studia di nasconderlo ai buoni vecchi.

Già nelle altre case tutti sono a tavola; tutti gli usci sono chiusi; di quando in quando s’odono le liete voci dei convitati; ma la strada è deserta. Solamente il servo della Compagnia,[229]incappato, va gridando con lugubre voce: — Elemosine per le anime del Purgatorio! — e picchia alle case. Ma oggi pochi lo sentono, o pochi gli daranno retta: in mezzo al tripudio chi vuol pensare alla morte? Ma giunto sotto la casa dei vecchi, la Maria gli butta un madonnino;[230]un madonnino che le era stato regalato da Nisio. — Dio ne renda merito a voi e alle anime dei vostri defunti! — e intuona ilDe profundis, e la Maria ed i vecchi divotamente rispondono ai mesti versetti.

Finita la santa prece, che fu recitata con la solita indifferenza dal servo e con pietosa compunzione dalla Maria e da’ suoi padroni, la fanciulla si mette a sedere con loro, dicendo in cuor suo: — Che cosa sarà accaduto del poveroNisio? Dio mio, ajutatelo! — E ad essi: — A proposito! Ora capisco. A vedere il servo della Compagnia, mi sono ricordata che uno di questi giorni doveva arrivare il priore nuovo nel paese dove sta Nisio; forse sarà arrivato oggi. Ecco perchè Nisio fa tardi. Avranno voluto che rimanga alla festa.... Io dico che fino a stasera non lo vedremo.

— Ti par egli? — soggiunse la vecchia — e’ ce l’avrebbe mandato scritto; non v’è pericolo. Ah! dicerto gli è accaduta qualche disgrazia.... — E le donne si guardavano sbigottite.

Il marito che intanto stava in orecchi verso la finestra, senza badare alle parole della Maria, a un tratto esclama tutto giubbilante: — È lui è lui! lo riconosco al passo; — e s’alza.

Mentre la Maria corre per affacciarsi, ecco tre picchi lesti e sonori all’uscio di casa.

— Dio sia benedetto! — grida la vecchia.

Nisio è già nelle sue braccia; le bacia le mani ed il volto; poi corre al babbo; e intanto la madre si rasciuga di nascosto una lagrima. Nisio si volta per salutare anche la Maria; ma ella era corsa tutta lieta a buttare le paste nella pentola.

— Dunque tu sta’ proprio bene? — domanda la madre.

— Benissimo! —

— Ma chi sa come tu sarai stracco! —

— Vo’ sapete che per gambe la cedo a pochi io. Mi dispiace d’avervi fatto stare in pensiero. È tanto più tardi del solito! Ma che cosa volete? Quasi due miglia fuori di porta è avvenuta una disgrazia ad un pover’uomo. E’ non è stato a tempo a ribadarsi dalla carrozza di certi signori, che andavano via come disperati; n’è stato investito, e.... poveretto! una ruota gli è passata sul braccio sinistro, e s’è fatto un po’ di male anche alla testa.... —

— Vergine santa! Ecco forse perchè è suonata la Misericordia.... E tu....

— Io l’ho portato alla meglio nella casa d’un contadino, e poi sono corso a chiamare i fratelli della Misericordia: m’è convenuto tornare in su col servo....

— E quei signori della carrozza?...

— Figuratevi! Il cocchiere ha frustato i cavalli, e via a precipizio più di prima. Sicuro, se avessero avuto compassione di quel disgraziato.... almeno si sarebbe potuto avvisare la Misericordia più presto!

— Sicchè, stracco come tu eri....

— E che cosa m’importava della stanchezza? M’avete insegnato voi a soccorrere il prossimo a costo anche della vita.

— Oh sì! tu hai ragione; hai fatto benissimo; e Dio te ne renderà merito.

— Ho fatto il mio dovere, e nulla di più....

— E quel pover’uomo?

— Confortiamoci, perchè il chirurgo ha detto che la ferita del capo non è pericolosa, e che il braccio si può rassettare facilmente. Sono stato a sentire le sue nuove allo spedale; e stasera voglio tornarvi....

— Farai bene; e se è un povero....

— Alle vesti pareva.... Ho capito; lasciate fare a me. Voialtri, grazie a Dio, state bene....

— Al solito contenti come tu vedi....

— E la Maria continua a custodirvi con amore?...

— Oh! sì davvero, povera ragazza! — rispose il padre. — Non possiamo dirne altro che bene!

— Fa le tue veci propriamente con garbo, — aggiunse la madre.

— Ma non è il nostro Nisio!

— Lo credo anch’io! ma ci vuol pazienza. E il tuo principale che fa egli?

— Ogni giorno va in collera con tutti; ma è sempre un gran galantuomo, e prosegue a volermi un bene dell’anima....

— Dunque, con te sarà un’altra cosa.

— Eppure qualche volta brontola anche con me.... Io non credo di dargli motivo; e mi studio di far sempre il mio dovere; ma vo’ lo sapete.... È fatto così: e’ piglia fuoco per un’inezia. Nonostante, figuratevi! non ci penso nemmeno.Cioè.... per un verso mi dispiace, perchè quando s’accorge d’avere sbagliato, mi chiede scusa; mi fa piangere di tenerezza.... Insomma si piange tutt’e due, e bell’e finita. Allora mi vuol più bene di prima. —

Dopo questi discorsi, la Maria che scodellava la minestra, e s’era tutta consolata a udire i padroni lodarsi di lei col figliuolo, esclamò: — A tavola, a tavola! La minestra si fredda.

— Evviva la Maria! — disse Nisio facendole festa. — Te ne farò onore davvero! —

Ecco un altro desinare; ma quanto diverso da quello di maestro Giuseppe! Un buon lesso ed un bel cappone, pane e vino quanto volete, e la contentezza nell’anima. Esempio della frugalità degli antichi artigiani fiorentini, di quelli stessi che allora erano popolo, e fecero inalzare la cupola di Brunellesco.

Il giorno dopo, maestro Giuseppe alle nove precise era nell’anticamera del Commissario.[231]Il suo stesso cognato cursore, il quale jeri s’era lautamente pasciuto in casa sua, per vendicare la sorella di certe busse toccate dal marito la sera del banchetto, aveva staccato e portato da sè medesimo il precetto.[232]

Il falegname aspettò due ore prima di poter passare. Sventuratamente accade che nei giorni i quali precedono le solennità si trova, per cagione dei vanesj e degl’intemperanti, maggior folla nei botteghini del giuoco, ai fondachi, ai vinaj, ai pasticcieri, e nei giorni susseguenti sono piene le udienze dei commissarj e le carceri: gli effetti tengono sempre dietro alle cagioni. Ma il povero maestro Giuseppe che aveva sempre la testa invasata dal vino, con una bella dormita si liberò dalla noja dell’aspettare. Finalmente fu svegliato, andò a udienza, vide l’aspetto minacciosodel Commissario, udì le accuse, i rabuffi, e.... per mala sorte, scordandosi dove e con chi era, rispose a traverso, volle fare alto là, e la cosa divenne seria. Il pasticcio e le bottiglie, come potete immaginarvi, erano stati la pietra dello scandalo; ma non potendosi mettere in carcere nè i pasticci nè le bottiglie, toccò a lui ad andarsene in gabbia. Se avesse avuto il tempo di smaltire la balla,[233]questo non sarebbe accaduto; ma il cognato fu troppo sollecito, e il Commissario non sapeva o non pensava di parlare con un fiasco e non col cervello d’un uomo.

Quando la moglie seppe che il marito era al bujo,[234]disperata e invelenita venne ad aspra contesa col fratello; e dopo un casa del diavolo da non si dire, non fu cercato altro ripiego che quello d’ungere il chiavistello della segreta, supponendo che si potesse aprire innanzi il tempo senza fare strepito.[235]Ma ancora che questa supposizione fosse stata ragionevole, non si trovò chi potesse prestare un soldo; tutti s’erano ridotti al verde. Il povero maestro Giuseppe dovè battere i denti tutta la nottata; la moglie abortì pel rimescolamento e per l’arrabbiatura; il figliuolo ebbe una colica d’indigestione e una malattia di venti giorni; i creditori, dubitando che lo sventurato falegname navigasse per perso, vollero esser pagati addirittura per non rimanere al naufragio; sicchè il cappello nuovo, la giubba, e inclusive certe poche masserizie di casa andarono in fumo. Dopo qualche mese la disgraziata moglie aveva preso il suo posto a chiedere l’elemosina sotto le loggie dell’Annunziata, e Giuseppe, di maestro divenuto garzone, stentava un meschino salario.

Dalla casa di faccia ecco uscire il giovine Nisio, e i suoi vecchi e la Maria dirgli addio anche dalla finestra.

— A Pasqua d’Uovo!

— Sì, a Pasqua d’Uovo, — ripeteva egli camminando lentamente; e durò un pezzo a camminare lentamente, perchègli dispiaceva di separarsi tanto presto dai genitori. Ma alla fine, quando ebbe fatto qualche passo fuori di porta, riflettè che stando lontano da casa sua procacciava il sostentamento di chi gli aveva dato la vita, e allestì il passo, e tornò contento a fare il proprio dovere.

Dopo due anni il suo principale burbero ma onesto, sentendosi fiacco per la vecchiaja, lasciò a lui tutta la direzione della fabbrica, assegnandogli un buono stipendio e una partecipazione agli utili. Sicchè Nisio potè aprir casa in quel paese, condurvi i suoi genitori per non doversene più separare, prendere per moglie la buona Maria ricompensandola dell’amorosa assistenza fatta ai suoi vecchi, e potersi dire pienamente contento.

Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi, quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in quel luogo.

— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo. Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....

— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]

— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri? E poi quello è uno stillo[238]de’ coristi per far quattrini o per gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’ di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega? E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239]a motivo dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una quantità di persone....

— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco, domattina mi fanno martire.

— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non v’andare, o provati a dissuadere anche loro....

— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere canzonato pel dì delle feste!

— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?

— Ormai ho pagato la mia crazia[240]ogni settimana per la spesa del carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.

— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio! Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle craziuole[241]nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....

— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne vatutto stizzito, serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.

Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni, dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane.... Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla passare.

— Mamma, ho paura!

— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua calzina.[242]Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!

— Che viene anche quando si dorme?

— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....

— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola per la sottana.

— Animo! Che geate[243]son queste? Va’ a vedere chi è.

— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.

— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per pigliarti in collo mi s’è spento il lume!

— E’ picchiano daccapo, sentite?

— Andiamo ad aprire.

— Al bujo?

— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244]nè lo Smisurato, nè l’Orco che vengano a portarti via! —

La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia; apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!

— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?

— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò scaldare il letto, col vento che tira stasera. —

Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo; non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! — Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio, e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su con la bambina tramortita dalla paura.

La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì loscoppio del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli impiombati.

La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di pioggia.

Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio, stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia dell’uscio.

Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a motivo del vento che trasportava le faville per tutto.

Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate dal baccano della Befana.

La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando che essa sola fosse cagione di tutte questedisgrazie; e già tra parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte, s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.

Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie. Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra per conforto della sua tribolata vecchiaja.

Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo del rivenditore che era rimasto brullo[245]pel bruciamento, e gli donò una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia diBefanìa. —

— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246]a vedere le maschere. O tu, maestroCarlo — al magnano di faccia, — che cosa fai che non serri ancora la tua bottega?

— Che è festa di precetto?[247]

— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.

— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso; e sinchè ho da fare, non smetto io.

— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?

— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso io, anche quando si spassano.

— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa, quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.

— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.

— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]

— Non dirò questo; ma lo vedi? E’ s’era tutt’e due bardotti alla stessa paga; poi si aprì bottega di nostro, su per giù nel medesimo tempo. Ma ora tu hai un garzone soltanto, e io n’ho quattro. Ho più famiglia di te; la mantengo passabilmente, e qualche cosuccia m’avanza sempre.

— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica io? Bazza a chi tocca! Tu se’ più affortunato di me. Le ordinazioni ti piovono da ogni parte....

— Gli è che levato delle domeniche e delle altre feste d’intero precetto, i’ lavoro sempre. Per me, sotto la Fortezza, Lungarno di Carnovale, al Monte alle Croci i venerdì di Quaresima, al Prato delle Lune per San Luca, alla Cella di Cialdo, lungo Mugnone, alle Mura,[249]e via discorrendo, per gozzovigliare, per vedere tanti scioperati che anche dallefeste sacre pigliano occasione di far baldoria e d’ubriacarsi, chi m’ha visto m’ha visto. E poi non siamo più dell’erba d’oggi, Simone mio; e a stare a bottega più che si può, è sempre meglio per l’anima e pel corpo.

— Ed avrai cuore di tener costì a telonio tutta la giornata codesti ragazzi?

— Io non gli obbligo: chi vuole sdarsi,[250]padrone; e’ fa sul suo.

I garzoni, ridendo sotto i baffi, lavoravano lietamente; e chi diceva: — Io me ne trovo bene a dar retta al principale; — e chi: — Ho più gusto a portare un giulio a me’ madre, io, che a veder cento maschere.

— Sai tu come l’è? — rispose maestro Simone — voglio andare sotto gli Ufizj; la moglie m’aspetta. Oh! guarda, guarda il me’ Biagio vestito da Arlecchino. Che cosa te ne pare? Non è un giojello? Buffone! ti riconosco, sai? Eccomi, eccomi. Di’ alla mamma che vengo subito; corri. Addio, maestro Carlo. Buona veglia!

— Addio. Animo, ragazzi! il lavoro d’oggi rende il doppio. Povero Simone, vuol rovinarsi; ma il peggio è che quel figliuolo s’avvezza male! —

Nella strada non si udivano altri strepiti che quelli dei martelli e delle lime di maestro Carlo e dei suoi garzoni.

Un’ora dopo, cápita un giovine di banco tutto frettoloso in cerca di maestro Simone, e trova chiusa la bottega. — Volevo maestro Simone — dice a Carlo; — è il magnano del mio principale; ma si vede che oggi e’ se la sbirba; suo danno! Venite voi, maestro Carlo; so che posso fidarmi. Il principale ha bisogno di mutare certe chiavi. Se avete tempo, pigliate gli arnesi: ci vuole un lavoro lesto e fatto con garbo.

— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.

— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo! Una volta tanto non ci sarà male. Dovevastare a bottega il balordo! Ve lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.

— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.

— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.

— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi servirete d’un altro.

— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel segno.

— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —

Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da qui innanzi.

— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito te, perchè sono sicuro di farmene onore.

— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —

Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?

— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei capace di andarmene a gironi[251]per passar la mattana.

— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a mezzo. —

Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino, ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè stesso.

Un lunedì mattina, levatomi presto, passeggiando bel bello, arrivai in Camaldoli. Appena entrato in una via delle più popolose, odo un frastuono di risate, d’urlacci, di batter di mani e di fischi; e vedo ragazzi col loro pezzo di pane sotto il braccio, uomini con gli arnesi del mestiere, donne scapigliate e in ciabatte accorrere ed affollarsi davanti una casa, e bambini e fanciulle alle finestre, e tutti fare un tafferuglio, uno schiamazzo da disgradarne la fiera dell’Impruneta;[252]e guardavano e accennavano un tetto che poteva essere dominato in parte anche dal mezzo della strada. Su quel tetto v’erano una donna e un fanciullo che parevano forsennati, ballonzolando la tarantella. A un tratto anch’io fui mosso alle risa; ma tosto me ne uscì la voglia, pensando al loro pericolo, ed accorgendomi che facevano la caccia ad un povero canarino scappato di gabbia. Le fischiate erano pei loro inutili tentativi di chiapparlo; gli evviva pei voli dell’innocentebestiolina, quasi fosse diventata il Pagliaccio di monsu Guerra,[253]allorchè ad ogni salto mortale,


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