VI. — Un vecchio Camaldolese.

Dell’attonita gente i magni spirtiAccendeva di bella emulazione,Ed in mezzo agli applausi iva l’eroeCon la patria nel petto a far più grandeD’essa il nome, ed il suo....

Dell’attonita gente i magni spirtiAccendeva di bella emulazione,Ed in mezzo agli applausi iva l’eroeCon la patria nel petto a far più grandeD’essa il nome, ed il suo....

Dell’attonita gente i magni spirti

Accendeva di bella emulazione,

Ed in mezzo agli applausi iva l’eroe

Con la patria nel petto a far più grande

D’essa il nome, ed il suo....

Fatto sta che il misero animaluccio, stordito dagli urli, spaventato dai suoi persecutori, che per affetto sviscerato lo volevano rimprigionare, alla fine tentò un volo più ardito, ma non lo resse, e precipitò sulla folla, allora cento mani si contesero il protetto amico della libertà; ma l’infelice pagò troppo cara la protezione, perchè morì soffocato da chi avea tanto zelo per la sua salvezza. Intanto i suoi tiranni rimasero sul tetto, delusi e segno alle beffe ed alle fischiate della marmaglia; ed o fosse l’impeto dello sdegno, o la fretta di rifugiarsi nell’abbaìno, venne giù un tegolo smosso, e spaccò la testa a un ragazzo. Allora un prorompere in osceni improperj, e uno schiamazzare più strepitoso che mai, finchè non scaturirono dalle vicine botteghe due o tre uomini armati di bastone o di nerbo a dar la caccia ai monelli, tempestando bòtte alla cieca e facendo piazza pulita in un attimo. Il corpo dell’estinto ebbe tosto sepoltura nel ventre d’un gatto.

Tutto ciò poteva dirsi un’inezia, se non fossero stati gli strapazzi patiti dal canarino prima di morire, e le dolorose conseguenze che derivarono dalla curiosità di chi accorse a vedere e ad accrescere lo scompiglio. Non dirò le inimicizie e le contese dei padroni del canarino col vicinato: non i lividi, le paure e i pianti dei bambini lasciati soli e ruzzolati a terra dal letto, non le prede dei gatti rimasti padroni delle cucine.... Le grida disperate che uscivano da una casa della strada contigua mi spinsero ad entrarvi con gli altri: «M’è affogato il figliuolo! Ajuto! Oh Vergine! urlava unadonna spenzolandosi al pozzo, e strappandosi i capelli; e la gente affollata, sbigottita, non sapeva che cosa farsi; quand’ecco un giovine, ratto come il baleno, aprirsi la via, ghermire la fune, annodarla che non scorresse e calarsi nel pozzo; e un uomo accorrere con una scala, e in men che il dico ricomparire salendo per essa il giovine coraggioso con in braccio un bambino di forse quattro anni. Non dava segno di vita; e la madre, più forsennata di prima, a stringerlo al seno, a baciarlo, a brancicarlo piangendo. Ma l’uomo cavatoglielo dalle mani: — Potrebbe darsi che non fosse morto, — diceva — aspettate; — e presolo pei piedi lo capovolgeva per fargli vomitar l’acqua secondo il comune errore. Allora mi feci avanti, e: — Se v’è speranza di salvarlo, — esclamai — per carità non fate così. Via subito a chiamare un medico; — e il giovane a corsa pel medico. E intanto feci stendere supino il fanciullo sul letto, e scaldare quanti panni si poteva..., e pregai che la folla facesse posto. Per buona sorte un medico era vicino, e tosto venne.

Postosi attorno al fanciullo, bisognò respingere a forza i curiosi, altrimenti non avrebbe avuto campo di fare il suo ufficio. È una crudele stoltezza affollarsi attorno un disgraziato per vedere, senza dare ajuto, facendogli respirare un’aria cattiva e impacciando coloro che lo assistono. Io trassi in disparte la madre per frenare le sue smanie e la sua impazienza, e intanto udiva il cinguettìo delle donnicciuole: — Già non concluderanno nulla.... Pretendono di resuscitare un morto.

— Le sono minchionerie; tempo perso!

— È tanto bracona quella benedetta Geltrude, che si lascierebbe bruciare la casa per andar dietro a’ fatti degli altri.

— Dacchè il suo marito sta con l’Ebreo ha la sperpetua in casa. —

Come se il servire onestamente, e senza rinnegare la fede, un Turco o un Ebreo, fosse peccato!...

Dopo due ore di tentativi e di cure, dopo una buona cavata di sangue ed altre opportune cautele, l’abile medicocon grande maraviglia di tutti e con indicibile consolazione della madre, aveva richiamato in vita il fanciullo. Esaminando allora in che modo e’ fosse caduto nel pozzo, fu visto ch’ei doveva essere salito da una seggiola sopra la madia, posta con poco senno presso la finestra del pozzo, e che questa finestra era stata scapatamente lasciata aperta dalla madre per accorrere fuori; il bambino, o volesse guardare il fondo, o baloccarsi con la fune, s’era spenzolato tanto da precipitare laggiù. Fortuna che la cucina era a terreno, e il pozzo poco profondo! La madre incolpandosi, giurando di non lasciar più solo il figliuolo, di chiudere sempre il pozzo, e tuttavia piangendo dirottamente, ringraziava Dio, il medico e il giovine, il quale, senza curarsi di ringraziamenti o di lodi, già se n’era andato pel fatto suo. Aveva una buona fisonomia tutta serenità e schiettezza, le vesti da bracciante[254]ma pulite, gli sguardi pieni di fuoco; ed era intrepido e risoluto negli atti. Seppi che faceva il trombaio; e tutti lo tenevano per giovine onesto, laborioso, abile e di buon cuore.

Batteva il tacco innanzi a me un uomo attempato e grassotto; aveva il codino, i calzoni corti e le fibbie alle scarpe. Quel vestiario antiquato mi dette nell’occhio, e accostatomi un po’ più, vidi una di quelle facce rubiconde e gioviali che fanno consolazione e mettono proprio di buon umore. A un tratto mi parve che incominciasse a rattenersi o a camminare di malincorpo, come chi teme il passo di Malamocco. Ora si fregava il mento con la mano storcendo la bocca, ora si rosicchiava le unghie, stabaccava, o faceva la rassegna dei suoi bottoni. Ma finalmente, squadrata ben bene una casuccia, e scossa la testa, si piantò nel rigagnolo a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto, alzò il capo facendo rizzare all’improvviso il codinosul bavero lumacoso della giubba, e chiamò con quanto fiato aveva — Giovann’Antonia! — Una vecchia impresciuttita e rubizza apparì a scatto di molla alla finestra dell’ultimo piano, esclamando: — Oh! mamma delle poerine! gli è proprio lui!

— Volete voi far motto a capo scala, Giovann’Antonia?

—Gaudeamus![255]— rispose ella; e in un batter d’occhio scese le scale, appuntandosi un fazzoletto bianco, buttato alla peggio per pudicizia sopra un collo color di nocciòla e grinzoso come quello delle testuggini. — Che Dio vi dia bene! — esclamò tutta gioconda ed a mani giunte; — chi non muor si rivede! ogni cent’anni una volta! Animo, passate; almeno per riposarvi.... Non degna più vosustrissima?

— Non ho tempo.

— No’ siamo alle solite! Sempre le furie. Che cosa vuol dire eh non esser più dell’erba d’oggi, maestro Jacopo? Ma!... scordarsi proprio di tutto!....

— Il tempo passa, Giovann’Antonia! —

E la temuta loquacità della vecchia, incominciava a fargli perdere la pazienza.

— Lo so che il tempo passa — rispose ella ponendo le mani sui fianchi, — ma eh? quarant’anni fa non avreste parlato così;salmisia![256]

— Insomma! — esclamò Jacopo, uscendo de’ gangheri, — o chetatevi o me ne vado.

— Sì, starò zitta. — Soggiunse allora colei strillando meno. — Dite voi; in che cosa posso servirvi?

— Dov’è Matteo? Sempre a gironi? Ha egli messo giudizio? Ho bisogno d’un lavorante. Quasi quasi mi arrischierei a metterlo in fabbrica un’altra volta.

— Dio facesse! — esclamò con fuoco; — mi sono raccomandata tanto nelle mie orazioni! volevo ben dire che vo’ ci avessi abbandonati per l’affatto, a questi lumi di luna!

— In conclusione, c’è egli?

— Ora come ora.... ve la dirò giusta giusta.... — e con voce supplichevole — gli è a caccia; ma, non dubitate....

— Con quel solito signorino? con quel protettore spiantato? Ho capito! Buon pro gli faccia! — E si voltava risoluto per andarsene.

— Per l’amor di Dio, sentite — diceva la vecchia tutta umile e addolorata, scongiurandolo a trattenersi. — Domani va lassù il prete; gli mando a dire che torni subito....

— Figliuola mia, non s’è fatto nulla; finchè Matteo farà il secutus[257]a quello sdolcinato ganimede, a quel vagabondo pieno di boria e di debiti, può girar largo. Per me, lo sapete, voglio gente che stia al sizio: i signori nei palazzi, e i braccianti a bottega.

— Ma che cosa volete ch’i’ ci faccia io, povera madre? E’ non aveva lavoro.... Quando stette con voi la prima volta stentava tanto a guadagnare....

— Perchè aveva poca voglia di durar fatica; perchè stava dietro a tutte le festicciuole.... E poi, si sa, bisogna fare il noviziato; e se avesse avuto pazienza, a quest’ora potrebbe riscuotere un buon salario. Ma se crede di passarsela meglio a baloccare il signorino, padrone, si serva....

— Oh che dite voi? figuratevi! e’ c’è andato per non disgustare la casa.... Le son persone che ci possono fare del bene....

— Sarà....

— Fate conto che qualche cosa casca sempre. Non foss’altro gli avanzi di cucina....

— Oh! su questo poi, state zitta! buona roba!... me ne ricordo.... la grazia di Dio andata male.... Sciatterìe, golaggini da far rivoltare lo stomaco.... un companatico da aver bisogno del medico e dei purganti.... Vuol esser pane, maestrina!... La si vede la bella cera della vostra nuora e della sua povera creaturina che ingojano quei veleni! Pane, pane!...

— O gli spogli?... li contate voi per nulla?

— Sciala! uno straccio di falde all’inghilese, e i pantaloni bianchi ragnati.... per far venire la voglia della giannettina e del sigaro! Vuol esser lavoro, e rivestirsi a modo suo, e non portare la livrea di nessuno. A rivederci; ho fatto tardi.

— Ohimè, vo’ siete diventato aspro davvero! Ma via!... voglio darvi la ragione; e sapete? da povera madre, gliel’ho dette anch’io queste cose. Ma noialtri, mi risponde, noialtri non possiamo fare superbia....

— Superbia! superbia! Eh, Giovann’Antonia, i’ vi compatisco io!... L’onore, dico, l’onore.... Quando s’ha un par di braccia e un mestiere alle mani, e voglia di lavorare, non è superbia se ci teniamo di campare da braccianti, ma a casa nostra, e senza strascicarci dietro agli sfaccendati per aspettare che caschi qualcosa, per aver protezione, e bisognando, esser costretti a tener di mano.... lasciarsi disonorare.... Basta, non ho più tempo da perdere. — E se n’andava pieno di dispetto.

— Oh Vergin santa! dico che avete mille ragioni;... ma io....

— Sentite — ritornando un po’ indietro e parlandole nell’orecchio. — Quando quello svenevole dicesse: «Matteo, va’, trovati una bottega; ti darò del lavoro.... te ne farò avere da’ miei amici.... Ecco, ti compro gli arnesi: mi renderai i denari a suo tempo....» Oh! allora crederò al bene ch’e’ dice di volergli; allora benedite la sua carità.... Già, me l’aspettava, sapete, questa notizia! Ma per farvi vedere ch’i’ sono sempre il maestro Jacopo di quarant’anni fa, i’ era venuto prima a cercar di lui. Ora ho fatto il mio dovere; non occorr’altro. —

La povera vecchia non aveva più parole; un nodo le serrava la gola; implorava misericordia con le mani giunte, e con le lagrime grondanti sotto le ciglia canute. Maestro Jacopo che non era un orso, abbassando il capo come per guardarsi le fibbie delle scarpe:

— Chetatevi! — disse con la voce commossa; — Giovann’Antonia, chetatevi! Ci penserò meglio; vedrò; ma non glimandate a dir nulla.... Lasciate che si diverta, che si sfoghi. Quando ritornerà, se ne avrà voglia, ci sarà da lavorare anche per lui.... La Provvidenza mi assiste.... Sì, mandatemelo a bottega.... Po’ poi, la colpa non è tutta sua.... è traviato, e potrebbe darsi che una volta si ravvedesse. Mettiamolo daccapo alla prova.... E quella disgraziata della sua moglie, come se la passa?

— Eh! che cosa volete? — ripigliando tutto il suo animo e rasciugandosi le lacrime col grembiule. — La non si può dar pace.... E’ la fa stentare.... e così sopra parto.... Volete voi che la chiami?

— No! — con una risoluzione che sarebbe parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito dal fondo del cuore; e poi, nel pigliare la mano alla vecchia per dirle addio, le lasciò una moneta di dieci paoli![258]e, senz’altro, pigiandosi il cappello sugli occhi, andò via.

La Giovann’Antonia proferì qualche parola di ringraziamento, si fermò sulla soglia dell’uscio a guardargli dietro, e poi, quando l’ebbe visto scantonare, baciò due o tre volte quella moneta, e adagio adagio cominciò a salire le scale. — Questi sono uomini! — diceva tra se e sè. — Che sbaglio fece mia madre, Dio la perdoni, a non volermi dare a lui, perchè era nocentino![259]Nocentino o no, aveva un buon mestiere e buone intenzioni; e un cuore di Cesare! Quel che diceva, lo manteneva. Era colpa sua, poverino, se non conosceva nè babbo nè mamma? A me non importava; conoscevo lui, e tanto basta.... Mio marito, buon’anima.... uh! il cielo mi guardi dal dirne male! era una perla.... ma con tanto voler fare le cose alla grande.... ecco qui.... e’ ci ha lasciati come Tenete.[260]E quel benedetto ragazzo tirerebbe da lui! e’ si vergogna di portare il grembiule.... Vuol bazzicare i signori.... Oh! ma starò a vedere io, se questa volta lascierà l’arrosto pel fumo. Eh, eh! nonsono ancora sottoterra, no, io! — E così dicendo arrivò al pianerottolo, riprese fiato, e andò a consolare la povera nuora, che pallida, a capo basso, logorata dal crepacuore, cullava il figliuolo di un padre senza giudizio; un bambino macilento, nutrito col latte del dolore, e più avvezzo a veder le lagrime che il sorriso d’una madre sventurata ridotta a patire ed a piangere per le insensatezze del marito traviato e per le insidie del protettore libertino.

Tra la tenerezza e il rammarico di ciò che io aveva visto e saputo, mi posi dietro a due calzolaj che s’incamminavano con poca sollecitudine verso la bottega. Uno di essi aveva l’aspetto sereno ed un buon colorito, e avresti detto che andasse adagio per far piacere al compagno; il quale col viso giallo, col sigaro in bocca e gli occhi smarriti, pareva malato. — Animo! — dicevagli dolcemente l’altro, allestisci il passo, che è tardi.

— Oggi non c’è bisogno di furia, — rispose. — È lunedì. Tutti se la sbirbano.

— Oh! un bel discorso codesto! Par che sia obbligo seguire il mal esempio degli altri, sciupare il tempo, i denari e la salute perchè è lunedì. D’avanzo chi ha poco giudizio si rovina le domeniche! E tu lo sai, figliuolo. Credevo d’averti persuaso; ma si vede che per tua disgrazia non vuoi darmi retta. Guarda se quelli che si potrebbero spassare più di noi, nemmeno ci pensano! Il nostro principale s’è fatto un patrimonio, ma non smette mica di lavorare; e lavora tutti i giorni, e dalla mattina alla sera. E nella sua gioventù era un povero garzone come noialtri. E il signor Andrea che conosci anche tu, con un’entrata di dieci paoli il giorno, e poca famiglia, potrebbe darsi buon tempo.... gnornò; e’ lavora sempre! Conosco un magnano che ha una villa con tre poderi; nonostante va a bottega, e non fa vacanza nè anche le mezze feste!... — Il compagno rispose:

— Sicuro! loro hanno già fatto i quattrini; e chi più ha, più vorrebbe avere.

— O che non possiamo mettere in serbo qualche soldo anche noi? Basta cominciare. Io, tu lo sai, ho il mio libretto della cassa di risparmio. Quel che avrei speso in merende, in sigari, in divertimenti, tutto lì; e ancora non son morto ch’i’ non diventi qualche cosa più di garzone. Per carità, Sandro mio, ti voglio bene, e vorrei....

— Po’ poi io non ho famiglia; posso scialare un altro poco.

— O io che l’ho? E poi quando si fa l’uso alla scioperatezza e all’ozio, è più difficile ravvedersi.... E’ viene lo scoraggiamento. —

Intanto un altro giovinotto fischiava a una casa, di dove ne uscivano due, e tutti insieme fermarono i calzolaj, facendo loro le feste. Il fischiatore zelante:

— Animo! — disse — figliuoli; oggi ci sonole corse degl’Inghilesialle Cascine; bisogna andarci. Il ritocchino[261]lo pago io. Ho sempre un resticciòlo della vincita del terno. Gli hanno a andare tutti pel medesimo verso. Si deve stare allegramente. Venite, venite. — Il calzolajo svogliato, che era per cedere alle buone ragioni dell’amico giudizioso, non potè resistere a quest’invito. Due lo presero nel mezzo a braccetto, e all’amico non riuscì di trattenerlo. Anzi n’ebbe le beffe, perchè ricusò di seguirli; ma anche da lontano s’affaticava a dir loro:

— Date retta a me.... finitela questa storia.... Verrà il tempo che ve ne pentirete.... — Non gli badarono; e canterellando disoneste canzoni s’avviarono alle Cascine.

Riflettendo passo passo alle triste conseguenze della scioperataggine a cui s’abbandonano il lunedì alcuni mestieranti della città, mi trovai di faccia ad una prenditoria di lotto.

I GIUOCATORI

I GIUOCATORI

V’era la folla a leggere l’estrazione di Roma. Anch’io mi fermai; nessuno degli affollati, uomini o donne, era lieto: chi si grattava il capo, imprecando alla fortuna o al libro de’ sogni; chi si rammaricava di non aver saputo levare i numeri; chi era disperato per aver impegnato senza costrutto ogni cosa; e i mariti se ne tornavano a casa a sfogare la loro collera contro le povere mogli. Grande schiamazzo faceva un pollajuolo per aver avuto due numeri accanto: — O va’ a riscoterli! — dicevano gli altri beffandolo. Egli impermalito rispondeva con oscene parole, senza curarsi delle fanciulle e dei ragazzi che udivano. Due donne erano per accapigliarsi, sostenendo l’una d’aver fatto la giocata a mezzo con l’altra, e richiedendo in conseguenza la metà della messa;[262]ma sarebbe stata capace di negare la metà della vincita, se la fortuna le avesse assistite. Una pinzochera battipetto narrava i suoi sogni, le diverse spiegazioni di essi, citava le cabale, portava le ragioni del non aver vinto nè ella nè la tale nè la tal’altra che avevano avuto i suoi numeri; e non era scoraggiata, ma si sdegnava della poca accortezza dei giocatori, delle malìe fattele per invidia, e dava consigli e avvertimenti per l’avvenire. Aveva un’udienza numerosa, e i balordi le davano ragione; ma non tutti. — Gracchia meno![263]— esclamava con acerbo rammarico una donna rovinata per averle dato retta. — Intanto il tuo marito è allo spedale e il figliuolo in prigione, precipitàti dal tuo poco giudizio.

— E non va mai a vederlo quel pover’uomo, — soggiunse un’altra. — Non v’è pericolo che la gli compri una beuta.[264]Tutti nel giuoco. Quando venne la Misericordia a pigliarlo, l’era nel botteghino.

— Io poi non mi lascio infinocchiare dalle sue frottole — riprese una che aveva l’aria di donna savia. — Il giuoco non mi gabba: non passo mai la lira...; raddoppio la posta quando c’è la Gogna,[265]e basta....

— E io — scappa fuori una serva — giuoco solamente quando qualcheduno ne fa delle belle. Mi sa mill’anni che segua una rissa, un rubamento o un incendio; allora soltanto ricavo i numeri. Ho visto che i più sicuri si ricavano sempre dal fuoco.

— Me la fareste dir bella, donne senza cuore e senza giudizio! — esclamò un ortolano che passava di lì col suo carretto. — C’è più conclusione negli orecchi del mio somaro, che in tutte le vostre zucche arruffate.

— Aspetta ch’io compri l’insalata da te, villanaccio! — rispose indispettita una donna.

— Non m’importa; tanto con chi giuoca non ho mai fatto un pasto buono.Arrilà, Bartolo! che sta’ tu a fiutare? Non senti che è tutto puzzo di miseria? —

Intanto la pinzochera se n’andava dicendo: — Maria benedetta! è tardi.... Mi toccherà a perdere la messa; e a quest’ora il confessore se ne sarà andato.... — E così mischiando il giuoco e la religione, ella andava a profanare il tempio co’ voti colpevoli di un turpe vizio. Ecco dall’altra parte correre furiosamente un omaccione in maniche di camicia, scalzo, ansimante; aprire con impeto la folla, quasi ebbro di giubbilo, ma ritenuto ancora dall’incertezza; guardare, e sbirciare con ansietà l’estrazione; s’accosta di più, ma tremando; e poi fatto certo dell’inganno, si morde le labbra divenute bianche, si caccia disperatamente le mani entro i capelli, e imprecando con orribili grida, ritorna indietro.

— Madonna santa! — esclamarono le donne atterrite — or ora si butta in Arno!

— Gli hanno dato ad intendere che aveva vinto — disse uno sopraggiunto di fresco. — Ha messo tutto il suo sopra un numero, e per un punto ha perduto. — E seguitò a narrare la celia ordita per fargli credere la vincita.

Il peggio si è ch’egli sfogò la sua collera sulla sventurata famiglia; e il frenetico, arrestato pe’ suoi disordini, dovè andare a scontarli in una prigione. Dopo questi fatti mi parve di scorgere sul volto di alcuni un rammarico, una specie di ravvedimento, e tutti se n’andarono costernati. Interra, di faccia alla prenditorìa v’era la fiorita dei biglietti stracciati. Parevano sangue mischiato di lacrime e di veleno, e che ne uscisserosospiri, pianti ed alti guai!

La gente se n’andava alle sue faccende. Scoccavano le dieci; ed ecco il suono lugubre della campana del Bargello che incomincia a percuotere l’aria. Il bisbiglio rinasce. Uno, due, tre.... escono dalle case, dalle botteghe, e via a corsa verso il Bargello[266]e non solamente uomini, ma ragazzi, e donne e fanciulli. Pur taluno proseguiva pel fatto suo, e allestiva il passo, e sospirando si chiudeva gli orecchi. Udii un bambino domandare alla mamma che cosa volesse dire quella campana e quel correre della gente: — Raccomandiamolo a Dio, — gli rispose; — suonano per uno che ha fatto del male. — E s’affrettava per chiudersi in casa.

Ma gli altri: — Vieni tu? Animo, si fa in un momento.

— Oggi ce ne sono tre.

— Sì, bisogna vederli.

— Sventurati! — esclamò un sacerdote, che forse era il parroco, — sventurati loro, e voi più di loro! E avrete il cuore di lasciare le vostre faccende per vedere l’infamia e il gastigo dei vostri fratelli? La giustizia umana avrà forse bisogno di questi tremendi esempj; ma voi, perchè, trascurando il proprio dovere, abbandonate la bottega o la famiglia per sì crudele curiosità? Quei meschini son lì perchè hanno trascurato il proprio dovere.... pensateci! E se la disperazione non gli avesse accecati, o se avessero avuto la fortuna meno avversa, forse non sarebbero nè anche colpevoli. Compiangeteli piuttosto, e pregate Dio, affinchè possano sopportare con pazienza il loro gastigo, e ravvedersi. —

Alcuni tornarono indietro; e il buon parroco accompagnatosi con essi, strinse affettuosamente le loro mani, li condusse in un oratorio vicino, e fatta insieme una breveorazione a Dio, implorò perdono e misericordia pe’ traviati. La sua voce era commossa e, qualche lagrima cadde dagli occhi di coloro che lo avevano seguìto.

Verso il mezzogiorno incominciò l’affluenza alla bettola, sebbene vi entrasse meno gente del solito, perchè essendo giorno di lunedì, molti dei suoi avventori erano per le osterie di campagna. Intanto dal terreno di una casuccia poco distante dalla bettola uscivano le dolorose querele d’una donna.

— Ecco qui, — diceva ella ad una sua vicina, che le aveva portato per carità una minestruccia fatta sull’acqua, — lui all’osteria, ed io a patire. Dio ve ne renda merito! Se non foste voi, oggi sarebbe stato digiuno rigoroso. Finchè non posso riportare quella po’ di seta non si mangia. Ma eh? che mariti! Hanno la casa aperta, e la moglie che gli aspetta: ma no! all’osteria per ispendere il doppio, e ubriacarsi, e non esser più buoni a lavorare nel resto della giornata. E per soprappiù anche il giuoco! Si comincia dal fiasco, e si finisce col perdere la camicia. Ma! è toccata a me questa tribolazione.... Benedetto il me’ cognato: guadagna poco! non potrà comperarsi la carne tutti i giorni; ma quel poco lo mangia con la moglie, sempre in pace, sempre di buon umore. E la Geppa? ha il marito che lavora fuori di porta; ma e’ torna a bella posta in Firenze per pigliare un boccone[267]con la famiglia. E l’osteria l’avrebbe accanto; ma che! una volta ch’è una volta non c’è entrato. Quelli son uomini! E senza debiti, e pieni di salute loro e i figliuoli; perchè lì non si trangugia pane e afflizione. —

La vicina, confortatala ad aver pazienza, andò via. Poco dopo sopraggiunse il figlioletto della sventurata; ed ella rasciugandosi una lagrima e composta a serenità la sua faccia, si pose a mangiare con lui la minestra. Quindi il fanciullo siprovava a rodere un tozzo di pane scuro e risecchito; ma la madre, levandoglielo di mano, diceva: — Aspetta, bambino mio, è troppo duro cotesto. — E andò a cavare da un ripostiglio una fetta di pane bianco involtata in uno straccio di tovagliolo, e glielo dette senza pigliarne un boccone per sè. — Ma bada, sai? che il babbo non lo risappia. Povera me, se arrivasse a scoprire che ho da comperarti una libbra di pan bianco! Ah Cencio, Cencio! Quando mi facevi l’innamorato, a detta tua dovevo trovarmi a stare come una regina; non mi sarebbe mancato nulla; e sempre insieme.... E allora tu eri un giojello! Il primo sempre a andare a bottega; tutto pace, e buono come un angiolo.... Ora, dacchè tu pratichi tanti capitalacci, e bàzzichi le osterie e i biliardi, sei diventato un demonio. Carlino! tu piangi!.... che hai?

— Mamma, questo pane non lo posso buttar giù, se non ne mangiate anche voi. — La povera madre, rimproverandosi d’aver dato sfogo al suo dolore senza più ricordarsi che era presente il figliuolo, prese ad accarezzarlo e baciarlo, quando a un tratto fu scossa da uno scroscio di risa sgangherate. Il pane bianco scappò di mano al fanciullo, ed ella tutta sgomenta lo raccattò, corse a rimpiattarlo, e poi ricoverò il figliuolo tra le ginocchia. Ecco il marito in compagnia d’un altro sciagurato. Pareva che non potessero salire lo scalino dell’uscio; ma traballando passarono; e narrarono con risa scempiate, che il cammino dell’oste avea preso fuoco; polli e frittura, tutto sciupato dalla fuliggine; ma che essi a buon conto qualche cosa avevano in corpo, e che approfittandosi dello scompiglio erano venuti via senza pagare. Volevano godersi sotto la Fortezza[268]i denari non spesi all’osteria; e invitavano anche lei a fare scialo con essi alla barba dell’oste.

— O perchè non ajutarlo a spengere? — diss’ella.

— Cospetto! — rispose il marito, cadendo di scoppio asedere sopra la panca — che bruci lui con tutti i libracci dove ha scritto il mio nome! Ci fa pagare l’osso del collo; e noi ci dobbiamo sbracciare per lui?

— O perchè ci andate? e lasciate le povere mogli a casa a patire?

— Chétati! — alzandosele contro furioso. — Ti conduco a far merenda sotto la Fortezza, e tu mi vieni fuora con questi discorsi?

— Per carità, — esclamò la sventurata buttandosegli a’ piedi — non fare strepito!

E il fanciullo piangendo stava tra mezzo, con le mani giunte verso quel padre spietato. Ma intanto l’amico, che non poteva più stare alle mosse lo tirò via con sè, e andarono barcollando sotto la Fortezza. La moglie rimase lì a piangere; e tanto ella che il figliuolo non poterono più accostarsi il pane alla bocca in tutto quel giorno.

Verso sera mi ritrovai in fondo a una strada solitaria e vicina alle mura della città. Vidi aperta la finestra terrena dell’ultima casipola, e ne usciva un dolcissimo canto. Era la voce di una fanciulla, e le parole cantate mi parvero queste:

Su, notturni viandanti,Su, movendo i passi lieti,Oda il Cielo i nostri cantiNella sua serenità:Forse un coro d’AngiolettiA cantar con noi verrà.Della Luna il bianco raggioInargenta omai la Terra;Ci accompagna per viaggio,E consola i nostri cor.Duri eterna l’ora santaDella pace e dell’amor.

Su, notturni viandanti,Su, movendo i passi lieti,Oda il Cielo i nostri cantiNella sua serenità:Forse un coro d’AngiolettiA cantar con noi verrà.

Su, notturni viandanti,

Su, movendo i passi lieti,

Oda il Cielo i nostri canti

Nella sua serenità:

Forse un coro d’Angioletti

A cantar con noi verrà.

Della Luna il bianco raggioInargenta omai la Terra;Ci accompagna per viaggio,E consola i nostri cor.Duri eterna l’ora santaDella pace e dell’amor.

Della Luna il bianco raggio

Inargenta omai la Terra;

Ci accompagna per viaggio,

E consola i nostri cor.

Duri eterna l’ora santa

Della pace e dell’amor.

In quella povera stanza vedevasi un letto, ed in esso una donna malata, col volto pallido e magro, ma sereno. La figliuola vereconda e leggiadra, forse di diciotto anni, con vesti povere ma linde, stavasi accanto al capezzale della madre; e allora faceva la calza; ma presso la finestra v’era un telajo da ricamare. Vedendo la madre sorriderle per la dolcezza del canto, tutta consolata continuava:

Presto andiamo; in sulla viaSorge un piccolo tugurioChe l’immagin di MariaCol suo tetto coprirà;Della luna il bianco raggioLa sua lampada sarà.Protettrice delle mèssiTra la siepe in mezzo ai fiori,Quante volte genuflessiL’han baciata i pii cultori,Invocando pei figliuoliLa gran madre del Signor!

Presto andiamo; in sulla viaSorge un piccolo tugurioChe l’immagin di MariaCol suo tetto coprirà;Della luna il bianco raggioLa sua lampada sarà.

Presto andiamo; in sulla via

Sorge un piccolo tugurio

Che l’immagin di Maria

Col suo tetto coprirà;

Della luna il bianco raggio

La sua lampada sarà.

Protettrice delle mèssiTra la siepe in mezzo ai fiori,Quante volte genuflessiL’han baciata i pii cultori,Invocando pei figliuoliLa gran madre del Signor!

Protettrice delle mèssi

Tra la siepe in mezzo ai fiori,

Quante volte genuflessi

L’han baciata i pii cultori,

Invocando pei figliuoli

La gran madre del Signor!

— Vien qui! — disse l’inferma, e le chiese un bacio. Allora la giovinetta giubbilando si chinò sul suo volto, e le ne diede due.

— E ho finito la calza — disse poi con un sorriso di contentezza.

— Hai fatto presto! e’ mi pare di non aver male con questa figliuola accanto. Ce n’è più della canzoncina?

— Sì, mamma; ecco il resto:

Oh! per quante rimembranzeSacro è a noi quel monumento!Di conforti, di speranzeTaciturno donator.Quante lagrime vi han sparseE la gioja ed il dolor!

Oh! per quante rimembranzeSacro è a noi quel monumento!Di conforti, di speranzeTaciturno donator.Quante lagrime vi han sparseE la gioja ed il dolor!

Oh! per quante rimembranze

Sacro è a noi quel monumento!

Di conforti, di speranze

Taciturno donator.

Quante lagrime vi han sparse

E la gioja ed il dolor!

— Non t’ho sentito cantare mai tanto bene! Mi passano tutti i dolori.... — Indi, come se un pensiero molesto le fossebalenato alla mente, si turbò all’improvviso, strinse la mano della figliuola, e guardandola con occhi supplichevoli, disse: — Ma!... non le darai retta eh? a quella signora che ti lodò tanto, e che ti vuole per cameriera. È vero; ti promesse tante belle cose, ma....

— Mamma mia! che cosa dite? Perchè affliggervi dubitando ch’io possa lasciarvi nè anche un giorno? Già vo’ lo sapete; ancora che fossi certa che non vi poteste più ammalare, starei sempre con voi, ancora che non dovessi più pensare a Beppe.... — E nel proferire quel nome, il volto le si copriva d’onesto rossore.

— E poi, tu hai l’esempio della povera Lisa — riprese la madre.

— Eh lo so, poverina! non ha un momento di bene..., par tisica; lavora come un martire, e la sua padrona non è mai contenta; le fa fare e disfare le cose due o tre volte, e non ha riposo nè anche la notte. Poi.... Oh! povera Lisa!... la mi disse piangendo che l’aveva anche certi altri dispiaceri più grandi.... tanto grandi, da non potermeli raccontare. Nè io mi curo di sapere i fatti suoi quando non abbia modo d’ajutarla. Almeno, diceva potessi uscire! Ma no! e’ la tengono, si può dire, per forza.

— Che peccato! Lo vedi dunque? non ti lasciar mettere su da nessuno.

— Figuratevi! E se Beppe potesse immaginare che ho parlato con quella signora, e ch’ella mi fece quei discorsi, Dio guardi!

— Sì, sì, non ci va pensato.

— E non mi date più il dolore di dubitarne. Non vi lascerò mai; e se Beppe vorrà la mia mano, giacchè non ha nessuno, deve prima promettermi di star sempre con voi. Oh! lo farà dicerto. Intanto bisogna raccomandarsi a Dio che abbia il premio al concorso di meccanica, perchè il suo maestro di bottega gli ha promesso di crescergli il salario se ha questo premio.

— Oh! gli toccherà, ne son certa.

— Ma chi lo sa? diceva sospirando la giovinetta.

— E se non lo avesse quest’anno? pazienza! — riprese tosto la madre, confortandola. — A buon conto lavora bene, ha giudizio; e anche senza il premio, se il principale è giusto....

— Lo so; ma si potrebbe accorare e perdere d’animo....

— Eh via, non aver paura! Beppe non è più un ragazzo. Animo! canta un altro poco. — E la fanciulla, piena di fiducia, ricominciava a cantare:

Della luna il bianco raggioInargenta omai la terra;Ci accompagna per viaggio,E consola i nostri cor.Duri eterna l’ora santaDella pace....

Della luna il bianco raggioInargenta omai la terra;Ci accompagna per viaggio,E consola i nostri cor.Duri eterna l’ora santaDella pace....

Della luna il bianco raggio

Inargenta omai la terra;

Ci accompagna per viaggio,

E consola i nostri cor.

Duri eterna l’ora santa

Della pace....

E interrompendo il canto, si pose in orecchi. La madre si voltò a guardarla; ed ella con timido sorriso: — M’era parso.... avrò sbagliato....

— E tu credi che stasera venga presto? Ha finito forse di lavorare intorno al modello?

— Non lo so, perchè su questo non mi ha voluto dire mai nulla....

Duri eterna l’ora santaDella pace e dell’amor.

Duri eterna l’ora santaDella pace e dell’amor.

Duri eterna l’ora santa

Della pace e dell’amor.

Intanto s’accostava alla casuccia un giovine frettoloso. La fanciulla balzò alla finestra, lo riconobbe, e dopo avere avvisato la mamma, corse ad aprire. Quel giovine era più lieto del solito; ella se ne accorse appena gli ebbe rivolto un’occhiata amorosa; e battendo le mani: — Buone nuove! — disse alla mamma.

Beppe era un artigiano, non bello, ma d’aspetto sereno, piacevole, sincero e dignitoso; era vestito con semplicità e lindura. Le parole e gli atti manifestavano la bontà del cuore, un affetto virtuoso e una buona educazione. Dopo aver salutato l’inferma, zitto zitto e sorridendo prese il lume, s’accostò al letto, e si trasse di tasca una lucida medaglia. Le donne la guardarono con subita maraviglia.

—Michelangiolo!— esclamò la fanciulla, leggendo il contorno. — È il premio? Così presto! Davvero? — Beppe guardando il cielo, e accostandosi la medaglia al petto, esclamò:

— Dio m’ha assistito!

— Ma tu non me lo dicesti — soggiunse la Nina — che il giorno dei premi era così prossimo!

— Se non mi fosse toccato...! — rispose Beppe — chi sa quante ore di penosa incertezza per voi. — La povera inferma piangeva dalla consolazione, abbracciava ora il giovine, ora la figliuola, e giugnendo le mani, invocava su loro la benedizione del Cielo. Immaginiamo le venerate e severe sembianze delBuonarroti, i volti lieti, l’amore, le speranze ed il giubbilo di chi le contemplava, e lasciamo quella coppia felice a godersi i piaceri d’un amore virtuoso.

Presa la via delle mura, mi trovai alla porta delle Cascine. Vidi un chiarore insolito, e la gente accorrere ed affollarsi; e finalmente ecco le torce e la compagnia della Misericordia ed il cataletto. Portavano allo spedale un disgraziato giovine calzolajo, il quale, per ribadarsi[269]da un soldato a cavallo, che faceva largo alle corse degl’Inghilesi, era rimasto sotto una carrozza, e s’era rotto una gamba!

Era già bujo, e il cielo rannuvolato minacciava un rovescio. Passando di Via Palazzuolo, udii più qua e più là ragionare di commedia e dello Stenterello che recitava nel vicino teatro di Borgognissanti;[270]ma quasi tutti rattenuti dal cattivo tempo dicevano esser meglio di stare in casa, di risparmiare quel mezzo paolo,[271]e per minor consumo di lume, andarsene a cena e a letto. — Vi lodo; — diceva un uomo ad alcuni giovani artigiani — tanto il teatro non è necessario;e poi in oggi non rappresentano altro che scempiaggini, e si va a rischio di impararvi piuttosto il male. Lo Stenterello si butta a fare solamente scioccherie o sconcezze, e tutti spettacolacci d’assassini, di spiriti folletti.... È una vergogna. Andateci di rado, o soltanto allorchè siete certi che la commedia sia buona, non scipita nè immorale; e quando tale non fosse, meglio sarebbe sempre starsene a casa a far qualche briccica o a leggere qualche libro utile. Soprattutto poi badate bene di non vi condurre ragazzi! Lasciamo stare che le scelleratezze o le inezie indecenti, dannose a tutti, per loro sono pessime; ma la platea! Oh che poca educazione! quante magagne, che licenza, figliuoli! A tempo mio.... non dirò.... gl’imprudenti vi sono sempre; ma ora.... che si fa celia? Si parla di tutto, si sparla, si dà noja.... Insomma io sono rimasto scandalizzato.... E credo che questo dipenda appunto dalle cattive lezioni che vi si danno. Chè se la commedia fosse come m’intendo io, gli spettatori si comporterebbero altrimenti. Ma.... che cosa volete? Gli ostacoli per avere un buon teatro sono troppi! So io quel che dico.... — Pareva che quei giovani gli menassero buone le sue querele. Uno di essi che si allontanò prima degli altri, appena ebbe scantonato[272]videsi venire incontro una povera vecchierella. E’ la conosceva, e le domandò: — Come sta egli oggi Tonino?

— Al solito, figliuolo, al solito, — rispose sospirando.

— E poi, con la povertà addosso....

— Tieni, avevo fatto conto d’andare al teatro; ma è meglio che l’abbia lui. — E ciò dicendo, le donò un mezzo paolo e la buona notte.

La vecchia: — Dio ve ne renda merito! — esclamò. — Già lo sapevo che voi siete un giovine perbene. — E allestì il passo, perchè principiava a piovigginare.

In quel mentre escono da una casipola un uomo e una donna; quello in giubba nera ed in guanti bianchi, questa col vestito di seta e una penna al cappello e la mantiglia ricamata.Infine parevano due signori; ma le esclamazioni poco scelte che fecero accorgendosi della pioggia, non andavano d’accordo con l’apparenza delle vesti. Poi nacque un diverbio, perchè l’uomo riprendeva la donna d’aver indugiato a vestirsi, e questa lui di non essere andato più presto alla crestaia, e si rammaricavano di dovere stare tutta la sera col fradicio addosso, e perdere forse l’introduzione dell’opera nuova. Cospetto! questi signori si sono ripicchiati[273]per andare alla Pergola! E non tornarono già indietro, sebbene la pioggia crescesse; ma aperto un ombrelluccio, si posero una pezzola bianca sopra i cappelli; l’uomo si tirò su i calzoni, la donna tutto il vestito; e saltellando per iscansare le grondaje e le pozze, andarono a gambe verso la Pergola. Questo signore era un gentiluomo caduto al basso, e la signora Maria, sua moglie, aveva chiesto in prestito la mattina stessa ad una buona vecchiarella che abitava una soffitta di quella casuccia la somma di quattro lire, appunto quante occorrevano per andare col marito all’opera nuova della Pergola. — Mi fate una carità fiorita — diceva ella, — perchè il signor Guidobaldo non ha potuto riscuotere ancora certi denari; e non vorrei far debito col macellaro nè col fornajo. Ce n’andrebbe del nostro onore. Sono uomini maldicenti, pieni d’insolenza; non sanno avere i debiti riguardi per le persone distinte al par di noi. Fra tre o quattro giorni vi restituisco tutto, non dubitate.... — E molte altre cose diceva, con voce quasi piangente.

E la vecchia confortandola:

— Glieli do volentieri, sa ella? Basta che la si ricordi che siamo vicini alla pigione: gli ho fatti col mio filato per pagarla.... — E consegnati i denari tornava su, tutta contenta d’avere asciugato le lagrime di quella signora. Dopo la sua partenza, le lagrime si mutarono in riso ed in beffe intorno alla credulità della vecchia che le aveva menato buono tutte le sue fandonie. La sera la moglie ed il marito si lisciano, pongono a letto un loro bambinello di tre o quattr’anni,e se ne vanno alla Pergola. Un’ora dopo, mentre la vecchia era per andarsene a letto, il bambino si riscuote allo scoppio d’un tuono; impaurito chiama la mamma; nissuno gli risponde, ed egli comincia a strillare. La vecchia l’ode nello spogliarsi, e rimane afflitta; ma pensandosi che sua madre troverebbe il verso di farlo chetare, se ne va a letto. Ma il pianto continua. — Meschina me! — esclama ella — o è seguita qualche disgrazia, o i suoi genitori sono fuori di casa. A questo tempo! Mi pare impossibile. Vo’ un po’ vedere se hanno bisogno di me.... — Si riveste, riaccende il lume, e va giù; si accosta all’uscio, e chiama; nessuno risponde; picchia, nessuno apre. Chiama più forte, e allora il bambino, udita la sua voce, va gridando che si è trovato solo, che ha paura, che non può dormire; ed ella a confortarlo, a promettergli che starà lì per fargli compagnia; e difatti corre a pigliare la rócca, torna giù, si pone a sedere sopra uno scalino, ed incomincia con lui un colloquio, poi gli racconta le novelle; e il bambino che per lo spiraglio dell’uscio vedeva un poco di lume, si riconforta, è contento; e dopo due ore, a mezzo di una novella, si raddormenta.

La vecchia quando lo ebbe udito russare ben bene, risalì nella sua soffitta, e andò a dormire, non senza prima durar fatica a sgranchiare le membra assiderate dal freddo. Tornarono i genitori fradici mézzi;[274]trovarono il figliuolo come lo avevano lasciato, e poco soddisfatti del loro divertimento, se n’andarono a riposare. Di levata il figliuolo narrò che gli era apparso in sogno la vecchia a liberarlo dai lupi che lo volevano sbranare ed a raccontargli novelle. Nè in quel giorno, nè in quello dopo, nè in altri si ragionò di restituire i denari alla vecchia. S’ella avesse avuto qualche altra lira da prestare, sarebbe stato un negozione. Ma la stentava il pane, poveretta! e i due malaccorti scialacquavano ridendosi di lei e del suo perpetuo filare. Venne il giorno della pigione; la vecchia si arrapinò, vendè, impegnòla sua robicciuola per non perdersi la soffitta. I signori buontemponi doverono sloggiare col danno e la vergogna, perchè era il secondo semestre che non pagavano. La vecchia, ricavando il campamento dalla rócca e dai fusi, morì in santa pace, e lasciò tanto da farsi suffragare l’anima e da rivestire di tutto punto tre suoi nipotini. I signori, quando non poterono più far le mode nè andare al teatro, al caffè o ai passeggi, nè giocare al lotto, nè mangiare a debito, nè trovare chi prestasse denari per fomento dell’orgoglio e dei vizj signorili, andarono miseramente a finire, il marito in Montedomini,[275]la moglie allo spedale. Il povero figlioletto era già morto dallo stento!

Non è passato gran tempo che nei Camaldoli di San Lorenzo morì un vecchio battilano, il quale per aver tenuto vita onesta, operosa e utile al bene dei suoi vicini, fu da essi compianto con affetto filiale, e lasciò di sè onorata memoria.

Egli fu buon padre di famiglia, morigerato e amorevole, e potè con savj portamenti indirizzarla al bene, nello stesso tempo che la moderazione nei desiderj, i risparmj e il coraggio, gli diedero modo di liberarla anche nei giorni calamitosi dalle strettezze del bisogno che suole essere cagione di tanti guai.

Contento sempre del suo umile mestiere, cercò di renderlo anche più onorato esercitandolo onestamente, e lo fece diventare più lucroso con l’assiduità del lavoro. Indi recavasi a vanto d’essere battilano, perchè sapeva quanta parte il lanificio avesse avuto nella potenza e nella celebrità degli antichi Fiorentini. Intorno alla qual cosa inoltre soleva dire che il popolo fiorentino potè edificare la maravigliosa cupola del Duomo quando erano più rispettati i grembiuli e quando facevano meno schifo il puzzo e l’untume della lana. Siccome poi in nessuna cosa volle mai costrignerel’animo altrui, così concesse che il suo stesso figliuolo, non inclinando a questo suo favorito mestiere del battilano, si tirasse su piuttosto per quello del calzolajo.

Ebbe nome Michele; e anche di ciò era lieto per memoria di quel raro uomo di Michele di Lando scardassiere, che nella sollevazione dei Ciompi seppe con senno e prodezza por freno alle angherie dei grandi, governare la plebe tumultuante, rendendo tuttavia ai popolani il potere che era stato loro usurpato, riformare insomma gli ordinamenti della Repubblica, e riprendere poi con modestia lo scamàto[276]e il grembiule del suo mestiere, dopo aver sostenuto gloriosamente il gonfalone della suprema magistratura.

Essendo inoltre il nostro vecchio molto affezionato alla sua patria, soleva raccomandare ai compagni che ciascuno venerasse la bella Firenze coi monumenti della passata grandezza, con le opere dei celebri artefici che la resero gloriosa, con le memorie del senno, del valore e dell’amor di patria del buon popolo antico. Senza andare alle scuole, era venuto a capo, domandando a questo e quello, e leggicchiando a tempo avanzato, d’imparare a conoscere i più notabili avvenimenti della storia fiorentina; ma non si reputava un dottore, e soprattutto diceva di non sapere le date, sebbene intorno ad alcune delle più importanti e’ non sgarrasse[277]nemmeno di un giorno.

Essendo anche molto religioso, gustava la sublime dolcezza delle verità e della carità del Vangelo, e studiandosi di esercitare le virtù cristiane, osservava puntualmente i doveri della sua fede. Talora s’affliggeva, considerando che molti nelle sacre solennità agognavano e pregiavano solamente l’apparenza e lo sfarzo delle cose mondane, e che le frequenti feste e festicciuole divenivano per parecchi oggetto di passatempo, pretesto ad oziare, e occasione ad abbandonarsi all’intemperanza.

Intorno alla qual cosa giovi riferire ciò ch’egli fece un anno per la festa di San Rocco.

I Camaldolesi che tengono in molta venerazione questo santo, sogliono la sera della sua vigilia far luminarie nelle loro strade ai tabernacoli ed alle case, ed imbandire liete cene sull’uscio, facendo strage di maccheroni, e talora chiudendo la veglia con qualche rissa cagionata dai vapori del vino. Due giorni prima che si dovesse apparecchiare questa pia gozzoviglia, morì, per esser caduto di sulla fabbrica dov’ei lavorava, un falegname del vicinato di Michele, giovine onesto e benaffetto a ciascuno, e lasciò desolata e povera la moglie con quattro figliuoli. Michele, deplorando la repentina disgrazia di quella famiglia, — Io, per me, — diceva ad alcuni compagni, — lasciamo stare che le cene non hanno nulla che fare con la divozione a San Rocco, ma non potrò vedere tanta baldoria e tanta allegria, pensando che quei tribolati non hanno più chi li campi. Si fa egli una cosa, fratelli? Ci accordiamo noi a mettere assieme quel tanto che si spenderebbe nei lumi alle finestre e nella cena, per poi donarlo alla vedova? Io non ricuso di pagare la mia tassa pe’ lumi al tabernacolo; ma ogni rimanente a quella povera donna.

— Tu pensi bene — risposero ad una voce i compagni. — Ci stiamo anche noi! — Detto fatto; ne parlarono con le loro mogli che furono tosto del medesimo sentimento; e il partito[278]girando di bocca in bocca andò a genio a tutte le savie famiglie del vicinato, le quali deputarono Michele a raccogliere le caritatevoli offerte per consegnarle alla vedova. Così in quella strada non si videro illuminazioni alle case nè tavole apparecchiate sull’uscio, nè si udirono suoni o canti o schiamazzi di gente allegra. I lumi erano accesi solamente alla immagine del tabernacolo parata con bell’assetto; e le donne e i fanciullini vi recitavano il rosario con divozione consolata e tranquilla. Intanto la povera vedova del falegname, benedicendo con le sue creaturine la buona ispirazione di Michele, sopportava con più coraggio lo spasimo d’aver perduto il marito, e si confortava nel vedere assicurato per molti giorni il campamento della famiglia.

Michele non apparteneva ad altre confraternite fuorchè a quella dei Battilani, nella quale si onora sempre la memoria di Michele di Lando, e dove, tra gli statuti delle antiche corporazioni d’arti e mestieri, si mantengono in vigore soltanto quelli che si riferiscono alla scambievole assistenza dei mestieranti malati e impoveriti. Del resto, e’ non approvava che tra fratelli e fratelli si vedessero introdotte quasi in nome della religione certe distinzioni contrarie all’eguaglianza evangelica, e suscitare ambizioni e promovere spese e dissidj per cagioni tutte mondane.

I suoi compagni lo chiamavano per soprannome loSveglia, perchè avendo egli avuto fino da giovinetto una particolare avversione al soverchio dormire, non solamente era sempre il primo a svegliarsi nel vicinato ed a comparire a bottega, ma faceva anche da svegliatore agli amici, che desideravano d’imitare la sua sollecitudine: quasi ogni giorno, prima d’essere in sul lavoro, aveva già destato per via sette o otto artigiani, proferendo ad alta voce il suo favorito proverbio: «Chi dorme non piglia pesci!» Talora biasimando il troppo dormire, toccava anche alcuni altri difetti che ne dipendono o che lo fomentano, e ribadiva i suoi avvertimenti con molti esempj, quando gli pareva ch’e’ quadrassero bene. Alla poltronaggine attribuiva, non senza ragione, un visibilio di guai. — Dal mangiare o dal bere con intemperanza — diceva egli — nasce di necessità il bisogno di dormire un po’ troppo e il pericolo d’ammalarsi; ed ecco una cagione di spese gravose e di disastri, perchè l’intemperanza divora tutto il salario, il dormire accorcia il tempo del lavorare e diminuisce la voglia, e una malattia può essere la rovina delle nostre famiglie. E poi, chi più dorme più vorrebbe dormire, e fa la testa grossa, e si trova indebolite tutte le membra; e l’uomo sonnolento o sbalordito guasta spesso i fatti suoi, e trova chi gli dà ad intendere o gli fa fare tutto quel male che vuole. E badate, dove molti dormono c’è sempre qualcheduno che veglia: uno che vegli con buone intenzioni può giovare a sè ed agli altri; ma vi potrebbe anch’essere chi vegliasse per nuocere ai dormiglioni.Oh se sapeste quanti rimasero mortificati, o perdettero una buona ventura, o si ritrovarono senza letto, per aver troppo dormito! — E qui narrava delle sconfitte toccate di nottetempo ai Filistei dopo la gozzoviglia, del Campidoglio romano che sarebbe caduto nelle mani dei Galli se le oche non ne avessero svegliate le guardie; di Pisa che era per essere saccheggiata e arsa nel sonno dai Saracini, se non fossero state le grida e il valore di Cinzica de’ Sismondi.... aggiungendo che non per tutto vi sono le oche pronte a sventare con lo schiamazzo le insidie dei nemici, e che una Cinzica de’ Sismondi sarebbe cosa troppo rara al dì d’oggi. I sogni poi che si affacciano tanto spesso a turbare il sonno dell’intemperante e dell’infingardo, o a sedurre la fantasia del giocatore, non sono le più volte cagione di grandi mali?...

Sebbene i suoi ragionamenti su questo e sugli altri difetti ch’egli prendeva di mira, fossero in sostanza molto rozzi e comuni, tuttavia e’ li faceva con tanta vivacità e amorevolezza, che ai suoi uditori andavano molto a genio, e producevano spesso qualche buono effetto. Inoltre, ponendosi a tassare le azioni degli uomini, egli sfuggiva sempre di mordere questo o quello, e non portava mai sè medesimo per esempio; laonde non veniva in fastidio a nessuno: e soprattutto quando era fuori di casa sua, bisognava proprio levargli le parole di bocca; altrimenti non avrebbe osato di far la predica a chicchessia. E queste e le cose che seguono sono state narrate con tenera riconoscenza da coloro a cui giovò molto l’averle udite proprio dalla sua bocca.

Tra i buoni costumi ch’egli massimamente raccomandava ai Camaldolesi era la nettezza della casa e della persona. — Perchè siete poveri, — diceva loro, — vo’ credete di non potere stare puliti? Ma questo è uno sbaglio grosso: anzi la pulizia che sta bene in tutti, è necessaria quanto il pane per noi; starei per dire che l’è la nostra ricchezza. Non crediate che per farsi vedere puliti vi sia bisogno della giubba di panno fine e del fazzoletto di seta; ma la camicia, chi è quello che non la può mettere spesso in bucato? E l’acquaper lavare non manca mai. È meglio andare in maniche di camicia ed averla anche rattoppata ma linda, che nascondere con un fronzolo le vesti sudice e strambellate. Tutti vi diranno che la pulizia giova molto a mantenerci sani; e tutti abbiamo potuto vedere che le malattie contagiose hanno sperperato più gente dove i poveri si cibavano male e stavano sudici, che dove erano frugali e puliti. Vo’ mi dite che ai poveri manca il tempo di ripulirsi: ed io vedo che per l’appunto i più sudici sono quelli che stanno più in ozio; e posso dirvi che anzi la pulizia è un risparmio di tempo. Una buona tessitora ebbe da incannare per cinque o sei mesi di séguito, e intanto il telajo rimase fermo. Il suo marito le diceva spesso; dagli una spolverata a quel telajo; riguardalo di quando in quando. — Oh! — rispondeva la moglie, — ho altro tempo da perdere! Mi preme d’incannare.... — e via discorrendo. Venne il giorno d’andare a tessere: era un lavoro di soggezione e di furia. Prima d’avere spolverato il telajo ci vollero molte ore; e qui mancava una cosa, e là un’altra; i licci e il pettine erano sciupati, e bisognò che spendesse per far rifare alcuni pezzi; e la tela veniva disunita ed a stento. Il marito rimproverò la malaccorta: nacque un litigio; ed ecco turbata la pace di casa, un’arrabbiatura da ammalarsi, e un lavoro da scomparire e da perdere la buona riputazione, che aveva, di tessitora abile e diligente. V’è chi dice che la biancheria si logori troppo a lavarla spesso: ed io vi farei vedere che il sudiciume mangia la roba più che il ranno o il sapone; mangia perfino la pelle, perchè quante sono le malattie cutanee cagionate o alimentate dal sudiciume, e che spesso deformano il corpo di chi le ha sofferte! E poi un povero che almeno faccia di tutto per mantenersi pulito, trova più compatimento e più fiducia nelle persone caritatevoli che possono assisterlo, dandogli del lavoro o adoperandolo in qualche servigio.

Sebbene non fosse ricco, Michele si trovava spesso a fare qualche elemosina, ma segretamente, ed elemosine da suo pari: un pane comperato con quei po’ di soldi che avrebbero dovuto servire pel suo companatico: un vestito usato;un pajo di giornate di lavoro per un padre di famiglia malato, affinchè il principale che aveva le furie non avesse a prendere un altro lavorante invece di quello; qualche povero senza tetto ricoverato per varj giorni in casa sua; e via discorrendo.

Una volta gli fu chiesta in prestito da un amico una sommerella per pagare la pigione: altrimenti il padrone di casa, usurajo matricolato, lo minacciava di cacciarlo fuori o di sequestrargli i letti; e la povera madre di quest’amico era inferma! Michele che appunto aveva messo in serbo certi denari per portarli nella Cassa di risparmio, glieli prestò subito; e l’amico fu puntuale a restituirgli il giorno fissato. Ma considerando il buon vecchio la povertà di colui per la grave malattia della madre, volle dargli altro tempo e più lungo per la restituzione: e quei denari furono una manna, perchè il figliuolo non ebbe il dolore di mandare allo spedale colei che gli aveva dato la vita.

Ad un altro fece lo stesso; ma siccome sapeva che in casa sua non v’erano disgrazie di malattie, e che sarebbe stata a proposito un po’ più di regola nello spendere, con molta delicatezza fece cadere il discorso sopra il risparmio.

— Vo’ dite bene — rispondeva l’amico; — ma che cosa dobbiamo risparmiare noialtri poveri, che non abbiamo nulla, e quando il guadagno appena ci basta per levarci la fame? — E Michele soggiungeva:

— Pensaci bene, e vedrai che alcune spese sono inutili, o che si potrebbero fare con più giudizio, e che talora si sciupa il tempo, e questa è l’uscita più rovinosa. Chi ci obbliga, per esempio, a spendere le craziuole in certe golaggini, che costano più del pane, che non sfamano come quello, e che spesso riescono dannose alla salute? Così dei liquori, così dei ninnoli che ci si mettono attorno per fare spocchia, così dei divertimenti che costano e che fanno sempre venire nuove tentazioni; e quanti vi sono che non lavorano il lunedì, che per ogni festicciuola si danno buon tempo all’osteria e poi fanno stentare il pane alla famiglia per tentar la fortuna, sperando di poter rimediare alla loro miseria conuna vincita che non viene mai, o se viene, è quasi sempre cagione di un precipizio maggiore! — L’amico gli diede retta; incominciò a serbare una parte del denaro donatogli da Michele, e le cose gli andarono meglio di prima. Nello stesso modo che una voglia tira l’altra, così il resistere alla prima tentazione ci dà la forza di scacciare anche la seconda.

Un’altra volta rintoppò[279]un suo parente tutto sgomento: il suo figliuolo cadendo si era spaccato la testa, ed egli dopo la paura aveva dovuto spendere per farlo medicare.

— Me ne dispiace davvero! — rispose Michele — povero ragazzo! O come mai gli è seguita questa disgrazia?

— Che cosa volete? — riprese l’altro — è un monello; e’ le caverebbe di mano a un santo: i’ lo rincorrevo per picchiarlo, e fuggendo ha inciampato in una seggiola.... Dio mio! credevo che fosse rimasto sul tiro. —

Michele si recò a visitare il fanciullo, ed a confortare i suoi genitori; e quando quel ragazzo fu guarito, un giorno di domenica andò a spasso con suo padre. Allora, tornando sul fatto della caduta del figliuolo, si provò a fargli capire quanto stesse male percuotere i fanciulli, mostrandogli con evidenza che in quel modo invece di correggerli si va a rischio di farli diventare peggiori, di perdere il loro affetto, e d’indebolire l’autorità continua e tranquilla che un padre deve avere sopra di essi. Oggi e’ ricoprirà di baci il figliuolo, gli concederà tutto quello che vuole, lo condurrà seco Dio sa dove, e domani, se è di cattivo umore, o se il fanciullo s’imbizzarrisce per una cosa di poco, ecco in ballo le busse.

Il parente, il quale aveva da farsi molti rimproveri, dovè convenire che qualche volta i falli dei ragazzetti possono dipendere dai disordini e dalle imprudenze dei genitori, e che perciò il batterli sta tanto più male, in quanto che alla crudeltà s’unisce l’ingiustizia. In sostanza quel padre a poco a poco potè moderarsi, diventò più cauto nelle proprie azioni, e fu in tempo a rimettere sulla buona strada il figliuolo. Appunto in quei giorni si narrava di un giovinetto,che fuggendo dalla casa paterna per essere stato battuto dal genitore, s’era intruppato con alcuni discoli, e arrestato insieme con essi e creduto complice delle loro mariuolerie, gli era toccato a vedersi rinchiudere in una carcere e a soggiacere a un processo. Il padre pel rammarico e pel dolore fu còlto da una fiera malattia, e il figliuolo si perdette la bottega dov’era garzone. Così quello fu punito del modo bestiale di correggere il suo figliuolo, questi pagò anche troppo cara la pena di una colpevole disobbedienza. Chi lo sa? se avessero avuto per amico Michele, non si sarebbero ritrovati a quelle disgrazie.

Michele parlando ora con questa ora con quella camaldolese, aveva più volte biasimato l’usanza di correre senza ragionevole bisogno ad impegnare la loro robicciuola al Presto.[280]E’ lodava l’istituzione di questo Presto, perchè derivata dal desiderio di soccorrere i poveri nelle loro strettezze, ma siccome il cattivo uso o l’abuso delle cose buone è sempre nocivo, egli ammoniva gli amici a non far pegni per andar poi a gozzovigliare con quei po’ di soldi nelle osterie i giorni di festa; gli dispiaceva di vedere tanti poveri sconsigliati che impegnando mantelli, coltroni, materasse e perfino le camice per godersi un’ora di lauta mensa, andavano a rischio di tremare di freddo tutto un inverno, di guastarsi la salute, di perdere le cose impegnate e di spendere il doppio di quello che costavano per ricomprarle; deplorava i dissapori e le discordie che nascono in molte famiglie dopo il pentimento e dopo i rimproveri, rammentava che nella folla alla porta del Presto nascono spesso gravi inconvenienti e risse e inimicizie e scandali senza fine, e che tra l’andare a portare il pegno e a ricoglierlo, molte donne sciupano due o tre giornate di lavoro; mentrechè se invece le stessero a casa a telajo, potrebbero conservare la loro roba, e guadagnare nel tempo stesso quel tanto che ricevono in prestito sul piccolo valsente della roba impegnata. Ma questa e molte altre ragioni, menate buone in altri tempi, poco valevanoalla vigilia d’una solennità. Una volta corse la voce in Camaldoli che per non so quale straordinaria occasione i piccoli pegni sarebbero stati resi senza riscatto. Allora sì, che in tutti venne voglia d’impegnare a ruba! Ma il nostro Michele che sapeva di buon luogo quella voce altro non essere spesse volte che una congettura poco fondata, non volle stare zitto, e uscì fuori, e parlò allora a voce alta a un buon numero di donne qua e là radunate e in procinto d’andare al Presto. Ma per quanto si affaticasse, poche furono quelle che gli dessero ascolto. La folla ai Monti di Pietà fu senza esempio; bisognò mettervi le sentinelle per tenerla a freno, e nonostante accaddero varie disgrazie, e furono fatti parecchi arresti. Una donna gravida, che più delle altre s’era fatto beffe dei buoni avvertimenti di Michele, caduta e calpestata nel tafferuglio, abortì, dovè patire una malattia lunga e dispendiosa, e poco mancò non morisse; e una madre di famiglia che s’era trattenuta al Presto tutta la giornata e aveva dato in custodia i suoi piccini a una donnicciuola dappoco, trovò che uno di essi era caduto boccone sul focolare, e s’era sciupato la faccia e gli occhi, in modo da far temere ch’ei ne perdesse la vista. E finalmente, secondo che Michele aveva preveduto, la speranza della restituzione gratuita dei pegni svanì per l’affatto. Allora in Camaldoli incominciarono a chiamarlo indovino e profeta; ed egli durò molta fatica a levar di capo agli sciocchi questo pregiudizio, studiandosi di far loro capire che molti avvenimenti si possono prevedere con l’ajuto della riflessione e con l’esperienza dei fatti che gli hanno preceduti.

Confortando un tale che era rimasto deluso in certe sue spallate speranze d’ottenere una gran fortuna per mezzo di protezione, diceva: — Così è, figliuol mio: noialtri poveri dobbiamo meno di tutti prestar fede alle seducenti promesse d’arricchire senza onesta fatica. Sta bene che si desiderino e che si accettino volentieri le assistenze e le carità delle quali possiamo aver bisogno; che si benedicano coloro che studiano il modo di migliorare il nostro stato; che ci rendiamo meritevoli di queste premure con la virtù e con lariconoscenza; ma intanto facciamo sempre dal canto nostro quel che è da noi per assicurarci il campamento con le fatiche moderate ed oneste. Finchè siamo sani e robusti facciamo capitale dei guadagni dell’onorata industria, e quando chi ha voglia e capacità di lavorare non può certamente morire di fame, contentiamoci di far la parte che ci tocca, e lasciamo che la carità degli altri soccorra chi non ha modo di vivere con le proprie braccia. Figliuolo mio, è meglio mangiare pane e cipolla a casa nostra, in santa pace, con la famiglia, dopo aver lavorato quanto permettono le nostre forze, che arrovellarci a correre dietro alle fallaci promesse della fortuna per poi vivere in ozio o nutrirci di cibi più delicati o coprire il nostro corpo di vesti più belle. Se potremo un giorno condurre vita più agiata mercè i nostri guadagni e i nostri risparmi, sta bene; se no, abbiamo noi bisogno di lavorare? lavoriamo volentieri, e Dio, che è imparziale con tutti, benedirà le nostre fatiche. Inoltre le fortune che vengono all’improvviso non sempre sono fatte per noi: di rado le giovano a coloro che hanno più confidenza con la ricchezza; noi poi che non ci siamo avvezzi, corriamo rischio di rimanerne imbarazzati e di perdere la pace dell’anima e l’illibatezza dei costumi. — E siccome talora oltre agli esempj e’ soleva uscir fuori con certe sue favole e paragoni, a somiglianza d’Esopo, così prese a dire all’amico:

— E’ si conta che il Leone, eletto signore degli animali volle avere numerosa comitiva di costoro intorno alla sua tana, e ne chiamò a sè da ogni parte, facendoli mettere su con molte belle promesse di gozzoviglie, di sollazzi e di ricompense. Infatti a’ primi che vi corsero in folla, parve quello il paese della cuccagna, perchè senza durare una fatica al mondo vi trovarono grasse pasture, abbondanti ricolte e la bellezza di ogni sorta di carnagione. Vi giunse anche la volpe ma accortasi la tristarella che messer lo Leone in tanta sopravvegnenza di convitati non aveva grande scrupolo ad imbandire le vivande coi loro medesimi quarti, avrebbe subito ripreso la via tra le gambe per tornarsene indietro, se non le fosse stato dato l’ufficio di tenere i conti al siniscalco,con un buon salvacondotto per la sua pelle. Intanto l’Asino, che presiedeva l’assemblea, fattane un dì la rassegna generale, vide che vi mancava il Castoro; e prima che il Leone s’avesse a sdegnare del suo indugio, andò subito ad invitarlo con larghe promesse e con squisite carezze, perchè gli era stato detto che qualche volta e’ faceva l’indiano e lo smorfioso. Infatti il Castoro che se ne stava tutto in faccende per certa fabbrica di una casa, in sulle prime non voleva dar retta a questa chiamata; ma finalmente mosso dai ragli eloquenti e dalle svenevoli moine dell’Asino, si risciacquò ben bene la coda, che era tutta imbrattata di mota, e venne alla tana del Leone. Quivi, imbrancato con le altre bestie, le quali tutto dì se ne stavano senza far nulla, vagolando qua e là, lisciandosi la pelle, spiattellando strambottoli, mormorando senza carità del prossimo e mangiando a ufo, presto quella vita gli venne a noia, e l’uggia l’avrebbe fatto morire tisico in poco d’ora, se non che, adocchiato un torrente vicino alla caverna, si trasse alla sponda di quello, e posesi addirittura a lavorare ai fondamenti di una casupola. A prima vista non raccapezzarono i compagni che cosa volesse fare, e si pensarono che quello fosse un nuovo trastullo, una buffonata di nuovo conio; ma quando l’Asino e gli altri conobbero ch’e’ faceva davvero, senza mettere tempo in mezzo corsero a rampognarlo, urlando non essere lecito ch’ei si sporcasse in quel lavoro triviale al cospetto del Leone e di tutta la bestiale assemblea. Il povero Castoro ebbe un bel dire ch’egli credeva anzi di fare onore a sè ed alla razza, mostrando la sua abilità, invece di sdarsi come gli altri dalla mattina alla sera, o di mettersi a dir corna dì questo e quello: allora non solamente gli convenne abbandonare l’incominciato lavoro, ma scorbacchiato in mezzo agl’insulti di tante bestie, perdè la vita sotto i calci dell’Asino, perchè aveva avuto la temerità di rispondergli ragionando. —

Figuratevi se Michele con questi sentimenti poteva compatire quelli sciagurati, che avrebbero sanità e robustezza per l’esercizio d’un mestiere, ma che invece di lavorare sibuttano a far gli accattoni, senza esservi ridotti dalla disgrazia! Un giorno che tra’ suoi uditori v’era uno di costoro, dopo aver deplorato un difetto tanto biasimevole, recitò questa specie di parabola:


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