Chapter 7

Macaruffo, il quale dal giorno delle nozze della Duchessa aveva sempre abitato nel castello e vissuto presso di lei, si consumava d’ira e di dolore al vedere quei tratti ognora crescenti dell’avversione e della fierezza del Visconte.

Riandando il passato, e spingendo il pensiero nell’avvenire, la sua mente non iscorgeva ovunque che oggetti d’amarezza e di tema, e mirava oscurarsi più e più l’orizzonte. Quegli uomini d’armi venduti al Duca e posti a sentinella intorno a Beatrice per ispiarne ogni passo, ogni moto; il disprezzo che ormai piùnon celavanle i cortigiani, e l’aria di trionfo che affettavano; la passione già pubblicamente conosciuta che nutriva il Duca per Agnese, alla quale si attribuivano nella Corte tutte le lodi e gli onori, ben manifestavano a quali estremi passi s’incamminassero le cose per la misera Contessa di Tenda.

Straziato così in cento modi il Venturiero soleva andare tra sè cupamente meditando, e un dì gli sorse un pensiero arrischiato, terribile, ma pieno di grandi speranze. Egli l’accolse con ebbrezza; l’andò lungo tempo coltivando, ed operò tutto ciò che stava in lui, affinchè nell’opportuno momento riuscisse ad effetto.

Quando credette fosse quasi maturo il colpo, una notte nell’ora che le lampade sotto le gotiche arcate impallidivano ed era universale nel Castello il silenzio, egli salito a taciti passi da una scala interna si presentò arditamente nella stanza della Duchessa.

Al vederla però rimase sospeso e indeciso. Non eravi Domilda; allontanato s’era pure Orombello, il di cui liuto miravasi sospeso allaparete. Stava dessa sola piegata sopra un inginocchiatojo innanzi l’immagine del Salvatore, tenendo appoggiata ad una mano la fronte, e lasciando cadere l’altro braccio abbandonato. Le sue treccie erano allentate, e dolente mostravasi la posa di sua persona.

Dopo averla per alcuni istanti contemplata dalla soglia della porta, gonfio il cuore di cento affetti, Macaruffo s’avanzò e «Mia Signora?» profferì con voce sommessa addomandandola.

Beatrice volse il capo, nè senza stupore riconoscendolo s’alzò. Macaruffo le fece cenno di tacere, ed appressatosi «Duchessa (disse sempre pianamente ma con vigorosa espressione), l’oggetto che m’ha spinto a quest’ora sin qui è grave, è sommo, è pressante.

«Cos’è? che avvenne?» (chiese Beatrice con premura e spavento).

«Non temete no, tutto anzi sperate. Forse stanno per finire i giorni di vostra tristezza, e voi ritornerete alla pace ed allo splendore di cui siete sì degna.

«Rechi tu la novella che il mio sposo mirichiama a sè vicino? (esclamò Beatrice cui lampeggiò in volto un sorriso di speranza).

Macaruffo, vibrandole severo uno sguardo, disse in tuono di compassione sdegnosa — «Misera voi! se attendete grazia alcuna da quel mostro implacabile. La vipera ch’è lassù (e additò uno stemma di marmo) lascierà di stringere il fanciullo fra i denti, prima che Filippo Maria conosca umanità e giustizia.

La Duchessa abbassò gli occhi e la testa e portò una mano al cuore. Macaruffo proseguì con voce più aspra e incalzante — «Bando all’amore per questo Visconte se voi volete esser salva. Egli non vi fece sovrana, ma schiava; ei vi opprime, v’insulta: e sprezzando i sacri vostri nodi s’è dato ad altra donna.

Beatrice proruppe in dirotte lagrime e i suoi singhiozzi troncarono la parola a Macaruffo. Questi commosso sin dall’intime fibre rimase incerto, ammutolito, ma dopo alcuni momenti forzandosi ad essere calmo riprese — «Alla Contessa di Tenda, alla vedova di Facino Cane non deve rimanere il solo conforto del pianto.No: basta il suo volere per farla risorgere in tutta l’antica possanza.

«Ohimè! (rispose flebilmente Beatrice) il mio volere è un nulla: io donai ogni cosa a quell’ingrato.

«V’ha ancora chi non conosce e rispetta per sovrano altri che voi» — disse il Venturiero con forza; poscia inclinandosi verso di lei aggiunse in tuono misterioso — «Le vecchie alabarde del Conte sono per noi; uomini di ferro maleati alle battaglie, che trasaliscono ogni qual volta intendono il nome di Facino. Guasco e il Frisone capitani delle bande a cavallo hanno fatto giuramento d’obbedirvi sino alla morte; i fanti del Taro conservano come una reliquia preziosa la bandiera da voi donata alla vittoria di Castel Leone, e non saranno restii alla chiamata... Tutte queste forze stanno, se il volete, in vostra mano. Fate che i capi intendano i vostri comandi, e le nuove milizie del Duca, i suoi vili cortigiani, i suoi sgherri scompariranno come nebbia al vento.

«Oh cielo! che mi proponi tu? (esclamòBeatrice con sorpresa e terrore) farmi ribelle al marito?... tentare di rapirgli il potere? Ah taci... taci...! Guai se alcuno giungesse a penetrare questo tuo pensiero! la tua vita...

«Non temete per me. So che qui cent’occhi ttraditori vegliano per sorprendere se potessero aanche i battiti del cuore. Ma se voi non eesitate a risolvere, le spade de’ vostri fedeli aavranno trionfato prima che i satelliti del Visconte ggiungano a scoprire il nostro secreto. Abbandonatevi aa noi; una parola, un foglio...

«No giammai! parti... lasciami... cela a ttutti questa visita fatale, annienta ogni progetto; iio te ne scongiuro.

Così parlando ella tentò allontanarsi, ma la trattenne Macaruffo dicendo con tutto il fuoco: — «Ah mia Signora, per la memoria di vostro padre, per voi stessa, cedete! richiamate nell’animo la risolutezza e il vigore dei primi vostri anni. Pensate che da voi sola dipende la possanza di quell’uomo iniquo che vi calpesta; che potete strappargli dal capo la ducale corona che gli avete cinta, e vederlo ai vostri piediinvocare la vita a nome del legame istesso che ora abborrisce, e che sta forse colla nuova druda pensando di spezzare per sempre.

La Duchessa tremante, impallidita, col petto ansante d’affanno, s’abbandonò sul sedile. Lottavano a lei nel cuore le più contrarie e crudeli passioni; vedeva a nudo il proprio stato; sentiva quanta fosse la perfidia del marito, la trafiggeva come acuta spada l’amore di lui per la Del Maino. Stette silenziosa, mandò lunghi sospiri; ma superata al fine la propria angoscia — «Egli non mi ama (profferì) pure gli perdono. Io sono sua, e sia di me ciò ch’ei vuole; non pretendo al suo dominio, nè concederò che si versi per me il sangue di tanti valorosi, che pur forse lo spanderebbero invano... So, o mio fedele, quale zelo ti anima per me; esso solo ti spinge a meditare un’impresa ardita, irreparabile, di cui tu il primo potevi esperimentare i perigli. Una prova di tanto affetto non si paga con tesori, lo comprendo: io nulla posso per te, ma la gratitudine mia sarà eterna, lo attesto a questa divina immagine(indicò il Salvatore) che riceve ogni giorno le mie preghiere... Ora tu va; deponi il pensiero della vendetta, riposa tranquillo poichè non dispero che s’abbia a far migliore tra poco il nostro destino.

Il Venturiero non osò rispondere; i suoi occhi erano ottenebrati, bollenti gli spiriti, trambasciato ed anelante il cuore. Abbandonò quella stanza rivolgendo a lei gemente un ultimo sguardo.

Nell’ora stessa della notte all’altra estremità del palazzo vegliava il Duca in convegno coll’astrologo Ebreo.

La camera ove essi stavano sorgeva a guisa di torre all’angolo orientale della Rocca, e non si poteva colà pervenire che per mezzo di un ponte coperto e chiuso, il quale veduto dal basso s’aveva forma d’un arco altissimo che congiungeva due parti dell’edifizio. Quella camera conteneva ogni specie di macchine, stromenti e arnesi ch’erano stati sino a quell’epoca inventati per segnare la misura del tempo, e per lo studio delle sfere celesti; era insomma un osservatorio astronomico, quale si può immaginareginare che fosse al principio del secolo decimoquinto; e ciò che meglio caratterizzava il tempo e le idee erano gli utensili alchimistici che si vedevano ovunque frammisti a quelli che unicamente servivano alle operazioni dell’astrologia.

Fra i quadranti, i lambicchi, i cerchii, le clessidre e i gnomoni, distinguevasi sopra larghi sostegni d’oro un ampio globo stellato e dipinto a figure d’uomini e d’animali. Il Duca lo aveva comperato per ingente somma da un mercante saraceno, e pretendevasi fosse il celebre Planetario arabico, stato mandato in dono dal Califfo di Bagdad ad Abderamo re di Granata.

Una gran lampada rifletteva la sua viva luce su quel globo, di cui gli anni avevano alquanto annerito lo splendido azzurro. Il Duca stava seduto in atto attentivo, tenendo fisi gli occhi sul Planetario, mentre il vecchiardo Elìa con una verga d’ebano nella destra, toccando i segni rappresentanti lo zodiaco, andava spiegandogli i nomi, i moti, gli influssi delle varie costellazioni,le quali erano ripetute in un grosso libro ch’ei sosteneva coll’altra mano.

Un colpo dato al battitojo di bronzo di quella camera fece sospendere le parole alll’Astrologo; il Duca porse orecchio, e avendo udito succedersi due altri tocchi leggierissimi, quindi uno più risentito —Entra— gridò con impazienza.

La porta s’aprì, ed avanzossi un uomo pressochè interamente avvolto nel mantello; s’accostò al Duca e gli parlò all’orecchio. Filippo Maria ai detti di colui mostrò prima sdegnarsi, poi sogghignò fieramente; dopo pochi istanti di secreto colloquio tra loro, fecegli un cenno, quegli uscì, e la porta si serrò di nuovo.

Elìa era intanto rimasto immobile cogli occhi sul suo libro, nella lettura del quale sembrava interamente assorto.

«Proseguite, maestro (disse con calma il Duca). Non parlavate voi delle stelle che compongono la coda allo Scorpione?

«In cauda venenum» — profferì lentamente il Filosofo israelita come se ripetesse le paroleche stava leggendo; poscia alzò la testa e divisi sulle labbra i peli della bianca barba, ritoccando colla verga sul globo la nera figura, proseguì in sua nasale cantilena — «Quest’è il celeste Scorpio che s’abbranca al Sagittario e colla coda percuote la Libra. Efraim Afestolett Mammacaton ne’ precetti del decimo mese, insegna essere tre volte sette il numero degli effetti nefasti che piove sul mondo questo freddo animale. Esso è propizio a chi annoda occulte trame, e attenta colpi proditorii; siccome d’indole sua penetra nelle case e sta celato presso le coltri ove ferisce nel sonno...

«Un mostro di tal natura, uno scarabeo avvelenito in sembianza umana, abita presso di noi (disse interrompendolo e con subitaneo rancore Filippo Maria).

«Non vi prendete di ciò pensiero (rispose l’Ebreo); quando la sua traccia verrà scoperta tutti si affretteranno a schiacciarlo.

«Eppure non è così. Una donna lo accoglie, lo accarezza e si lascia da lui aizzare contro di me (replicò il Duca misteriosamente,fatto più truce nell’aspetto). Ma essi non sanno che queste mura s’infuocano e fanno contorcere le membra ai traditori come se fossero collocati sopra lastre roventi.

«Le tenebre non lo terranno lungamente avvolto. Guai se lo scellerato si palesa!

«Io li conosco già i suoi delitti: essi sono troppo gravi (profferì Filippo con feroce freddezza). Gettate per lui le sorti, o maestro, questa notte medesima. Domani allo svegliarmi entrerete a riferirmi ciò che avrà prescritto il destino; rammentatevi che attendo voi pel primo.

Elìa chinò il capo in segno d’obbedienza. Il Duca alzossi; poscia ad una sua chiamata si spalancò di nuovo la porta, ed ei ne uscì preceduto per le scale ed i corritoi da due paggi che recavano i doppieri.

Da quanto fu detto colà è agevole comprendere che i progetti di Macaruffo non erano rimasti ignoti. L’intrattenersi ch’ei faceva soventi ora con uno, ora coll’altro dei capi delle antiche bande di Facino; il trarli seco a convegnonei battifredi più appartati del Castello mentre mostravasi taciturno e selvatico con tutte l’altre genti di Corte, aveva eccitati i sospetti e destata la vigilanza della turba dei delatori del Duca. Ogni suo passo fu quindi numerato, sorvegliate diligentemente le sue azioni.

La notte susseguente a quella in cui avvenne il colloquio da noi riferito, il Venturiero passando meditabondo sotto il portico che dal cortile interno della Rocca metteva all’andito della torre, sentì afferrarsi per un braccio. Rivoltosi riconobbe Scaramuccia, valletto di confidenza del Duca, con cui aveva stretta conoscenza militando insieme sotto le insegne del Conte.

«Rendi grazie a’ tuoi santi protettori ch’io t’abbia ritrovato — disse pianissimo Scaramuccia traendolo in un canto dietro le spalle dell’arco, fuori della lista di luce che mandava la lampada. Il Venturiero con voce aspra rispose:

«Renderei grazie sì, ma quando potessi al tuo padrone....

«Zitto, zitto (proseguì l’altro) non è tempo da far parole. Ascolta. Se fra poche ore nonsei lontano le molte miglia da queste mura tu finirai di mala morte. Hanno girato per te la luna, il sole e le stelle: il tuo nome sta in mano al Giudeo, e la gola del pozzo in fondo alle vôlte fu aperta e t’aspetta. Pensa a’ tuoi casi. Addio. — Ciò detto lo lasciò frettolosamente e scomparve nell’ombra.

Macaruffo benchè non suscettivo di timidi pensieri e omai indifferente ad ogni sventura, non dubitò a tale inaspettato avvertimento, che in realtà la sua morte fosse stata ordinata da Filippo Maria, sia per avere scoperto i di lui tentativi, sia per togliere un amico fedele alla Duchessa. Quindi non volendo cadere vittima invendicata dell’abborrito Visconte determinò di cercare salvezza nella fuga.

Deposta ogni arma e tramutate le vesti, presso l’albeggiare potè uscire inosservato dal Castello. Comunque grande però fosse il suo pericolo rimanendo in queste vicinanze, non sapeva staccarsi dai luoghi ove l’infelice sua Signora, serbando solo i titoli e le apparenze della sovranità, gemeva prigioniera d’un inesorabile tiranno.

Per lunghi giorni andò errando nelle terre prossime a questa città, e la notte accostavasi guardingo alla tremenda ducale dimora, spiando se qualche lume apparisse nelle finestre dal lato occidentale della Rocca, e s’affisava in quello come in una luce amica, consolatrice, poichè sembravagli illuminasse la camera della Duchessa, ch’ei si rappresentava assisa a quel mesto chiarore in atto pensivo e col volto irrigato di lagrime. Chi potrebbe ridire quanta fosse la potenza che l’immagine di lei esercitava su quell’anima, chiusa in ributtanti spoglie, ma sì nobile e generosa che avrebbe con gioja, e senza ch’ella pure il sapesse, sagrificata l’esistenza per procurarle un istante di contento e di pace?

Dovette però convincersi alfine Macaruffo ch’era vano ogni tentativo per rivederla, e sarebbe stata follìa l’intraprendere di sottrarla suo malgrado alle mani del Duca. Pensando d’altronde che se si fosse scoperto ch’ei s’aggirava quivi d’intorno avrebbe potuto far cadere su di lei il dubbio che per suo mezzo tramassecongiure o tradimenti, si decise con pena indescrivibile ad abbandonare questo suolo, e riprese cammino verso la patria.

Allorchè calando da una delle Alpi che fiancheggiano il mare di Liguria, distinse tra il verde della valle le torri del castello di Tenda, vide il lago de’ palombi, e poco lungi scorse tra il folto degli alberi le merlate mura del maniero de’ Gualdi, non dolci affetti si sollevarono in lui con soave tumulto, non esclamò, non sorrise; solo un grave sospiro uscì dal suo petto affranto dalla fatica e dalla doglia, e s’asciugò due amare stille di pianto che gli caddero sulle arsiccie guancie.

Visse colà inconsolabile, solingo.

Quando nelle paterne mura ribombò con terrore e desolazione l’orrendo annunzio che Beatrice, dannata per scellerata sentenza dal Marito, aveva lasciata la testa sul patibolo nel castello di Binasco, il Venturiero quivi più non si rinvenne.

Alcuni giorni dopo apparve un Pellegrino in vicinanza al castello del supplizio, e fu vedutostarsi ogni notte immobile per lunghe ore, pregando alla ferriata della cappella dei morti, ove i resti della Contessa erano stati deposti. Nè andò guari che chiuse gli occhi esso pure alla vita, e nessuno scoprì mai la sua storia o il suo nome.


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