Un Cadavere antico[7]

Un Cadavere antico[7]

.... Orrendo e veroSimulacro di morte!...H.

.... Orrendo e veroSimulacro di morte!...H.

.... Orrendo e veroSimulacro di morte!...H.

.... Orrendo e vero

Simulacro di morte!...

H.

Era il cielo cinericcio; oscurava. Ad ogni istante rendevasi più fosco il colore delle alte mura della Basilica, che la Longobardica Regina eresse in Monza al divino Precursore, e più visibile traspariva dalle sue arcuate finestre il chiarore delle lampane solitarie.

Io camminava a lenti passi sotto l’atrio contiguo a quella vetusta Chiesa attendendo l’un de’ custodi. Il silenzio universale, la tenebria della sera che s’avanzava m’avevano reso mesto e meditabondo, onde le impressioni della mia mente consuonavano all’intutto coll’idea del lugubre oggetto che una viva curiosità mi avevatratto quivi ad ammirare. Venne alfine la guida recando un torchio acceso e m’accennò di seguirla; le tenni dietro: ed essa arrestatasi ov’era un’imposta alla parete, la spalancò ed offrì al mio sguardo un cadavere, una specie di mummia, quivi serbata in una nicchia.

Fatto immobile, affisai avidamente gli occhi in quella salma antica, e i molti gravi pensieri che sorsero in me, attutarono il profondo ribrezzo che suol sempre assalire alla vista di umane carni inanimate. Sta ritto quel cadavere, rigido, giallognolo: il diseccare de’ muscoli, de’ tendini, l’indurare delle cartilagini l’ha alcun poco contratto e impicciolito, ma mantiene tuttavia intatte le forme, conserva i denti, i capelli, le ciglia, e mostra illesa ovunque la cute, fuorchè alla nocca d’un piede. Lo esaminai con tutta attenzione facendo appressare mano mano il lume ad ogni sua parte, e provava il mio spirito certo qual solenne diletto nel contemplare un corpo, che senza bende egizie o balsami trinacrii, si sottrasse alle possenti consuntrici leggi della natura; un corpo, che serbando per quattro secoli le primiere sembianze,giunse da spente e trapassate generazioni sino a noi come l’unico resto d’un gran naufragio sopra ignoti lidi.

Quella salma non fu d’uomo volgare, poichè s’ascrisse anch’esso fra i dominatori dei popoli. Oltre d’avere padroneggiato Monza, venne salutato signore di Milano, e sebbene qui non tenesse il comando che per brevissimo spazio di tempo, collegò milizie, impose tributi, stampò monete, attribuzioni esclusive della sovranità. Portò il nome di Estore, e vanta per padre Bernabò Visconte, principe temuto e crudele, che perì di veleno nel Castello di Trezzo.

Estore non condusse una fiacca o codarda vita. Pugnò possentemente contro i due duchi suoi cugini, Giovanni e Filippo Maria, figli di Galeazzo. Seppe tenere il campo a fronte di Facino Cane, di Lancillotto Beccaria e di Valperga ch’erano fra i più valenti condottieri dell’epoca. A Filippo Maria contrastò con vigore il possesso dello Stato; assalito in Milano da forte schiera d’uomini d’armi, oppose nelle stesse contrade della città la più ostinata resistenza. Cedette alfine e ritirossi in Monza neldi cui Castello sostenne un lungo assedio, respingendo più volte gli assalti di tutto l’esercito ducale. Per ordine di Filippo, che sterminato voleva un sì audace rivale, non cessavano mai le offese contro le assediate mura, le quali dall’assiduo lavoro de’ mangani e delle bricolle già scoperchiate e cadenti in più luoghi, non offrivano ai difensori che debole e incerto riparo.

Un giorno (era in settembre del 1412) Estore Visconte se ne stava nel mezzo del cortile del suo Castello presso al pozzo ove si abbeveravano i cavalli. Nel momento forse che all’udire le esterne grida de’ nemici meditava sdegnato una tremenda uscita, o che l’anima sua sorpresa dall’idea dell’instante periglio cominciava a vacillare invilita, una grossa pietra slanciata con tutta veemenza venne dall’alto e lo colse in una gamba che gli spezzò presso l’attaccatura dei piede, onde cadette, e perdendo sterminata quantità di sangue, in capo a poco tempo rimase esanime.

Eccolo innanzi a me coi segni del fatal colpo, che ha lacerate le carni, infranto l’osso, e lasciò su quello le traccie del sangue aggrumolato.

— O arido ed annerito carcame, tu dunque fosti un guerriero d’intrepido cuore, e ricoperto di ferro vivesti tra l’armi e le battaglie? Ah perchè schiavando i denti che serrò morte, non puoi narrare tu stesso i fatti de’ tuoi giorni, o rivelare ai mortali i segreti delle tombe tra cui sì lungamente dimorasti! Ma l’ironia ferale dei tuoi tratti è fisa e impassibile, e nel rimirarti mi fai sentire più amaro e truce il pensiero che mentre ogni oggetto vivente con somma rapidità trapassa e si solve, un cadavere s’innoltra incorrotto verso le ridenti età future.

FINE.


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