IL BACIO FATALE
....... Ei nell’amataDonna s’affigge, ode uno squillo: il suonoQuest’è che serra le stridenti porte.Un istante gli resta, un bacio involaA quella fronte gelida, una croceAlle sue mani impallidite, e comeLuce nell’aer per le mute loggeInosservato e celere dispare.Tealdi-Fores.
....... Ei nell’amataDonna s’affigge, ode uno squillo: il suonoQuest’è che serra le stridenti porte.Un istante gli resta, un bacio involaA quella fronte gelida, una croceAlle sue mani impallidite, e comeLuce nell’aer per le mute loggeInosservato e celere dispare.Tealdi-Fores.
....... Ei nell’amataDonna s’affigge, ode uno squillo: il suonoQuest’è che serra le stridenti porte.Un istante gli resta, un bacio involaA quella fronte gelida, una croceAlle sue mani impallidite, e comeLuce nell’aer per le mute loggeInosservato e celere dispare.Tealdi-Fores.
....... Ei nell’amata
Donna s’affigge, ode uno squillo: il suono
Quest’è che serra le stridenti porte.
Un istante gli resta, un bacio invola
A quella fronte gelida, una croce
Alle sue mani impallidite, e come
Luce nell’aer per le mute logge
Inosservato e celere dispare.
Tealdi-Fores.
Chi ignorava la beltà di Evelleda, la prigioniera d’Oriente divenuta sposa del cavaliero Unfredo de’ Rodis?... Dal lago alle Alpi tutta la valle dell’Ossola risuonava delle lodi di lei e si portavano a cielo non solo le avvenenti sue forme, ma le virtù e la dolcezza soavissima dell’animo. Nel mirarla era un’estasi che infondevano in petto la leggiadrìa e la nobiltà delle sue movenze, l’armonìa della voce che serbava ne’ suoni alcun che di straniero e laluce celeste di che erano animati i suoi sguardi. Oh! gli sguardi di Evelleda superavano quanto mai l’immaginazione più ardente sa figurarsi d’incantevole e d’angelico: quegli su cui quelle nere pupille si posavano con tenerezza o con mesto sorriso provava in cuore un ineffabile commovimento e sentiva circondarsi da un’aura più pura.
Questo fiore di bellezza era nato sotto altri soli e dalle falde del Libano era stato trapiantato presso quelle delle Alpi. Il cavaliero Unfredo valente di braccio quanto d’animo ardente e vendicativo, offeso in cuore da secrete ingiurie, determinò sino dall’età sua giovanile d’abbandonare la patria; radunò una schiera de’ più prodi suoi vassalli Ossolani, fece voto di combattere per la liberazione di Gerusalemme e raggiunse in Oriente l’esercito dei Baroni Crociati. Ebbe parte nelle imprese più ardue e famose; venne ferito e si ritrasse a Bisanzio sotto la protezione de’ greci Imperatori. Ricuperata colà la salute e il vigore, tornò in Palestina ove capitanando una parte dell’esercitoprese d’assalto una ricca città de’ Saraceni, di cui gli furono cedute in premio le spoglie. Egli trascelse per sè le più preziose; abbandonò l’altre a’ soldati, e dei vinti non tenne in suo potere che una donna bellissima fra tutte, madre d’unica fanciulletta, vezzosa come l’amore, la quale fu trovata dai guerrieri cristiani nel solitarioharemcustodita da due schiavi muti e neri al paro della pece.
Vinta Nicea ed Antiochia, Unfredo, a cui le ferite benchè rimarginate rendevano l’armeggiare penoso, volle far ritorno alle patrie terre, e caricate su una nave Pisana le conquistate ricchezze, afferrò le spiaggie d’Italia. Morì attrita dai lunghi affanni, anzichè toccasse i nostri lidi, la bella prigioniera saracena, e il Cavaliero le rese meno penosi gli ultimi istanti giurandole sulla croce che a lui segnava il petto, che avrebbe con ogni studio vegliato al bene dell’orfana fanciulla ch’ella abbandonava nelle sue mani.
Toccava questa appena il tredicesimo anno, nè altri che la propria madre conosceva sullaterra che potesse intenderla, guidarla e che le fosse di sostegno e d’aita. Vedendo la genitrice languire per mortale angoscia gemeva profondamente, sinchè giunta al punto estremo ne raccolse disperata l’ultimo sospiro e si dovette strapparla a forza dalla fredda salma di lei.
Per lunghi giorni le sgorgò incessante un pianto inconsolabile: alla fine però le tenere e più che paterne cure del generoso Unfredo le ridonarono la calma; cessarono le lagrime d’irrigarle le pallide delicate guancie, ed ei si dispose a condurla alla propria valle nelle mura dell’avito castello.
La fama delle sue gesta lo avevano preceduto: accorsero i vassalli esultanti ad incontrarlo ed ei ricalcò festeggiante dopo tanti anni di lontananza l’antico ponte del suo fiume nativo. Nel guerresco corteggio che lo seguiva attraevano gli sguardi di tutti i due schiavi Etiopi abbigliati nella loro barbarica foggia; ma ciò che destava più vivamente la curiosità generale era la fanciulla che sedeva sopra un placido e bellissimo palafreno guidato a manoda un paggio, ricoperta da fitto velo il quale l’avviluppava pressochè interamente.
Allorchè dopo molti mesi il dolore della perdita della madre fu alquanto più mitigato nell’animo della giovinetta, Unfredo che sentiva nascere in seno per lei ardentissima fiamma, la fece istruire nei sacri misteri di nostra religione e poscia rigenerare nelle acque del Battesimo. Profuse quindi tesori per rendere il proprio castello il più sontuoso che mai si vedesse e per prevenire ed appagare ogni lieve brama dell’adorata fanciulla, un di cui sorriso lo rendeva felice. Riconoscente essa pure a tante affettuose dimostrazioni del suo guerriero vincitore, benchè non lo amasse che quale amoroso padre, cedere dovette alle lunghe ripetute istanze e condotta da Unfredo all’altare con pompa regale divenne sua sposa.
Sorgeva il castello di Unfredo sulle sponde della Toce là dove questo fiume abbandonati i nativi dirupi, scende limpido e tranquillo ad irrigare l’esteso piano della valle dell’Ossola. Il ponte levatojo di quel castello rimaneva sempreabbassato, e sebbene numerosa schiera d’armati vi stesse a guardia continuamente, erane però a tutti libero l’ingresso, poichè colà venivano accolti con eguale cortese ospitalità il povero pellegrino, il ricco barone, il questuante eremita e lo sfarzoso Abate che vi giungeva cavalcando con gran seguito di monaci e di laici. Infiniti erano quivi entro gli scudieri, i paggi, i servi, tutti abbigliati con vaghe e ricche assise. Nei portici, negli atrii, sulle scale miravasi scolpito in marmo o dipinto lo stemma della possente famiglia de’ Rodis, ch’era una stella d’oro con due ali in campo azzurro, circondato da una nera fascia.
Le stanze superiori nelle quali abitava il Signore del castello erano tutte magnificamente addobbate; ma ove si poteva dire veramente esausto quanto mai il lusso de’ tempi sapeva creare di più sorprendente e ricercato, era la grande aula di ricevimento e l’oratorio di Evelleda. Nella sala entravasi per due ampie porte alle quali corrispondevano vaste finestre, divisa ognuna in due archi acuti sostenuti da sottilissima colonnaspirale: ne chiudeva il varco una vetriata a colori su cui si diramavano simetrici arabeschi. Le pareti erano coperte da purpurei arazzi trapunti in oro: marmoreo era il pavimento ed istoriata la volta: i larghi sedili finamente intagliati, e sulle tavole, ricoperte di lastre di preziosi marmi, posavano gemmati doppieri. Sulla parete frammezzo alle porte d’ingresso stavano sospese a modo di trofeo le armi più ricche d’Unfredo: nel mezzo era collocato l’usbergo coi guanti, i bracciali e gli schinieri; a sinistra lo scudo collo stemma rilevato a cesello; a destra la spada e la lancia, ed al di sopra l’elmo di massiccio argento con cimiero d’altissime e candide penne.
Quell’appartata camera che nella dimora d’una ricca dama viene a lei unicamente consacrata e sta presso la stanza di riposo, servendo così ai misteri dell’addobbamento, come alle solitarie letture ed alle meditazioni, la quale ora noi chiamiamoGabinetto, appellavasi nei bassi tempiOratorio, poichè conteneva una specie di domestico altare avanti a cui soleva la Damaprofferire le serali e mattutine preghiere. L’oratorio d’Evelleda non era spazioso ma rinserrava tesori. V’avevano due entrate, l’una da una porta che s’apriva nell’atrio vicino alla sala, e l’altra più ristretta che riusciva nella camera contigua ove era eretto il talamo nuziale. Di contro all’arcata finestra d’egual forma di quelle della sala, stava nell’oratorio una nicchia, dentro la quale sorgeva sopra un piedestallo il simulacro della Vergine col divino infante, coronati l’uno e l’altro di un serto di gemme: sul petto della celeste Madre pendeva appeso ad un serico nastro un’anforetta in un cerchio d’oro che conteneva un frammento del velo di Lei, reliquia rarissima acquistata per cento bisanti dallo stesso Unfredo in Palestina da un Maronita di Betlemme. Davanti al simulacro stava un ginocchiatojo tutto rivestito da ricco e morbido drappo. In giro alla camera vedevansi arche ed armadietti d’ebano e d’avorio, elegantemente intarsiati con fili d’oro e tempestati di pietre preziose: alcuni di essi rimanendo aperti, mostravansi ripienidi vasi lucenti, di cassette d’aromi, di odorosi unguenti; altri di fermagli d’oro, vezzi di perle, spille, colanne, braccialetti e di quanto può concorrere ai più sontuoso e variato femminile adornamento. Le seggiole andavano ricoperte di velluto azzurro frangiato in argento, e ad una di esse co’ bracciuoli, i quali avevano la forma di morbidi colli di cigno, pure d’argento, stava dinanzi un tavoliere su cui posava un vaso di cristallo cilestrino con fogliature in oro che conteneva i più vaghi fiori, e vicino v’erano varj libri in pergamena con leggiadre miniature. Da un lato del tavoliere stava un tripode in bronzo con coperchio a traforo che serviva ad ardere profumi, dall’altro lato eravi un elegante leggìo a cui stava sospeso un arpicordo saracinesco con bischeri d’oro. Dalla volta pendeva una lampada alabastrina sostenuta da tre catene in figura di serpi. La luce che dalla finestra entrava in quella camera era mitigata a piacere, poichè le ampie tende bianche e turchine che la fiancheggiavano potevansi variamente panneggiare, ed ora si simulavacon esse il soave chiarore dell’aurora, ora la luce moribonda del crepuscolo e per sino il bianco irradiare della luna.
Varia poi e spaziosa era la veduta che s’appresentava da quella finestra, se ne venivano spalancate le imposte. Vedevasi l’intera corona degli alti monti che formano parete alla valle, e tutta la chiudono fuorchè a mezzodì ove ne lambiscono il confine le acque del Lago Maggiore; miravasi più da presso la merlata roccia di Vogogna eretta sopra scoscesa rupe, e scorgevasi nel piano il lucido esteso serpeggiare della Toce che toccava mormorando a quelle mura. Al di là del fiume quasi a prospetto sorgeva un edificio di semplice architettura ma che s’aveva del castello insieme e del convento: constava di massiccie mura, aveva porte e finestre ad archi acuti, ma non era merlato nè munito di torri. Tale edificio chiamavasi laMasoneed era ospizio de’ cavalieri Templari, i quali solevano ivi stanziare ogni qual volta recavansi in Francia o ne redivano.
Prediletto ad Evelleda era quell’oratorio edella passava in esso le più lunghe ore del giorno o con qualche fida ancella occupata ai lavori della spola e dell’ago, o da sola leggendo i canzonieri degli amorosi Trovatori, o traendo dalle corde melodiosi suoni. Talvolta nell’ora più tacita della sera ella univa a que’ suoni la sua voce: arrestavansi negli atrii i paggi ed i donzelli ad ascoltarla, sospendeva il passo per fino il rude arciero che stava a guardia a piè delle mura. Eravi in quel canto un non so che di nuovo che rapiva, era una melodìa ispirata da un altro cielo, da una più ridente natura.
Il raggio candidissimo della luna brillava sulle acque del fiume, ed illuminava la fronte dellaMasonedei Templari. Ritto nel varco dell’arcuata porta si stava uno dei guerrieri dell’Ordine appoggiato alla sua lunga spada; la bianca sopravveste eragli serrata ai lombi dal pendone della spada stessa, e in mezzo al suo petto si scorgeva un’ampia croce rossa. Teneva scoperto il capo, il quale aveva da nera inanellata capellatura rivestito, bruno e regolareera il giovanile suo viso. In atto mesto e pensieroso lasciava errare le pupille ora sulle correnti acque, ora sulla pallida verdura, ed ora le alzava al disco della luna. Ad un tratto un irrompere di dolcissime note tratte da sonoro stromento gli ferisce l’orecchio; guarda al castello di prospetto da cui quel suono partiva e quasi tratto da magica forza s’accosta alla sponda del fiume, onde meglio bearsi in quell’armonìa.
S’alza una voce... ma qual gioja inaspettata, qual soave sorpresa manifesta il Cavaliero del Tempio!... quella voce canta nell’armoniosa lingua dei poeti dell’Alambra, essa ripete gli accenti che richiamano al Yemen felice la memoria dell’avventuroso guerriero. Ecco come canta quella voce celebrando il suolo nativo.
«Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando l’Emiro di vasta contrada.«I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle al suo cielo, maggiori perle al suo mare.«Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano pastore il fremito dell’oceano.«Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti saette.«Chi non brama contemplare sì grandimaraviglie? Chi non desìa sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa.«Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia anima voli incessantemente alle beate regioni orientali.
«Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando l’Emiro di vasta contrada.
«I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle al suo cielo, maggiori perle al suo mare.
«Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano pastore il fremito dell’oceano.
«Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti saette.
«Chi non brama contemplare sì grandimaraviglie? Chi non desìa sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa.
«Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia anima voli incessantemente alle beate regioni orientali.
Armando di Nerra, tal era il giovine Cavaliero, fu scosso da quel canto sin nell’intime fibre del cuore. L’oriente era pure il suo sospiro: in oriente egli aveva appreso ad amare; quando l’oggetto de’ suoi deliri perì, egli da libero combattente divenne Cavaliero dell’ordinedel Tempio, consacrando sè stesso e la sua spada alla Religione ed assoggettandosi ai voleri del gran Maestro.
Attese ansiosamente la sera successiva: una melodia parimenti soave lo venne dal castello a beare sulla sponda della Toce. L’incanto fu irresistibile. Seppe chi era Unfredo, lo riconobbe ed entrò nel suo castello da lui stesso accoltovi ed onorato.
Unfredo era oltre modo bramoso che distinti personaggi contemplassero il lusso e la magnificenza da lui spiegati entro le proprie mura; e siccome andava superbo di possedere una bellissima sposa, gioiva che venisse ammirata ed elevata a cielo da tutti: fiero e contento che gli altri invidiassero a lui quella beltà famosa, a lui già d’età provetto, a lui d’ispidi lineamenti, a lui che giovane in quella patria aveva dovuto subire l’umiliazione d’un rifiuto quando pretese alla mano di donzella uscita da un lignaggio ch’ei stimava paro al suo. Aveva abbandonata la terra nativa giurando di vendicarsi di quel disprezzo o morire: e la suavendetta era completa quando alcuno proclamava non esservi nell’Ossola castello più ricco, nè sposa più leggiadra di que’ d’Unfredo. Raggiante di gioja, dopo avere fatto osservare gli atrii fastosi e le stanze più addobbate; condusse il giovine Templario nella gran sala ove fece dare annunzio ad Evelleda di presentarsi.
Esiste un’arcana relazione fra i diversi sentimenti dell’uomo, per cui allo svilupparsi di un solo, più altri s’intraveggono con secreto presentimento. Armando di Nerra al primo mirare avanzarsi dalla spalancata porta la Dama del castello, sentì con certezza che da nessun altri che da lei sola potevano essere partite quelle maravigliose note che avevano richiamate tante dolci e dolorose memorie al suo spirito. Unfredo nominò alla moglie il Cavaliero, magnificandolo per la nobiltà del sangue e le illustri sue gesta. Ella lo salutò con sorriso gentile, e allorchè si fu assiso in prossimità di lei e del marito, le chiese se recavasi allora nei campi della Palestina o ne retrocedeva. Rispose il Cavaliero che di là veniva e ritornava nellesue terre di Francia per riabbracciare il padre cadente, che più non aveva veduto dal giorno che s’indossò la bianca sopravveste dei Templari.
— Oh voi felice (esclamò con trasporto Evelleda), che avete la bella sorte di ricalcare quel suolo ove apriste gli occhi alla luce coll’indiscrivibile consolazione di esservi atteso dall’autore dei vostri giorni! Quanti e quanti hanno posto il piede fuori della patria terra e non la rivedranno mai più! —
Queste ultime parole furono pronunciate con tutta l’espressione della soavità e della melanconìa, ed Armando assorto nel contemplare quel volto e quell’angelico sguardo che s’abbassò con tristezza, vi lesse la storia della profonda piaga d’un cuore senza amore e senza speranze. —Oh figlia di una terra prediletta dal sole, perchè non ho io pel tuo spirito languente un balsamo più dolce del frutto della palma, più del ditamo fragrante?— così susurrò a bassa voce in favella orientale il giovine Cavaliero e una gioja inaspettata si diffuse sul voltoalla bella. Ma Unfredo s’alzò, onde fu forza ad Armando seguirlo, e ad Evelleda ritirarsi nelle proprie stanze.
Chi può descrivere i sogni d’una mente colpita dallo spettacolo incantatore della bellezza, d’una bellezza mesta e pensierosa a cui si sente il potere d’infondere nel cuore il sorriso della felicità? A tale immagine la fantasìa vagando fra il sereno e le rose, dà forma alle beatitudini eterne e si crede la favorita del cielo. Ahi troppo ingannata! poichè non sa che il destino alla coppa dei beni aggiunge irremissibilmente quella delle più crudeli amarezze.
Unfredo accolse più volte Armando nel proprio castello, sicchè questi divenne famigliare a segno, che pure allorquando il Signore n’era assente, o per sedere nel consiglio dei capi della valle o per seguire le alpestri caccie, entrava liberamente tra quelle mura e vi stanziava a suo talento.
Fragile è l’uman cuore e troppo possente incanto esercitano su di esso le grazie, gli amorosi sospiri e le dolci animate parole chegiungono sommesse all’orecchio con un alito fragrante, carezzevole e quasi affannoso, allora quando si è liberi da ogni altro umano sguardo e il sole stesso non manda che timido il suo raggio a traverso i cristalli colorati e le tende!
Nell’oratorio di Evelleda troppo felici scorrevano le ore per lei, per Armando. Allorchè essa s’accompagnando con flebili o lieti suoni cantava a piana voce canzoni piu tenere dell’usato, il Cavaliero in un’estasi voluttuosa stava immobile contemplandola, sorreggendo il mento col braccio appoggiato sul morbido velluto del sedile di lei, e quando egli narrava le proprie imprese o ripeteva le novelle apprese sulle rive del Giordano dagli Arabi pastori, ella pendeva beata dalle labbra di lui, immemore per sino di sè medesima.
L’invidia rabbiosa e la vigilante maldicenza non concessero però che lunghi corressero quei giorni di felicità. Tronche parole, maligni sorrisi, inattese interpellazioni stillarono il veleno della gelosia nel cuore d’Unfredo: si fece cupoe taciturno, parlava rado e sulla moglie più non alzava che severo lo sguardo. Intese tremando Evelleda la giusta causa di quel cangiamento, e risolvette di sacrificare anche sè stessa al proprio dovere. Da fido messo fece recare un foglio ad Armando in cui dicevagli «Non doversi essi rivedere mai più; averli il cielo riuniti un istante per disgiungerli per sempre; solo giurava che vivrebbe nell’anima sua eternamente la memoria di lui, che pregava non dimenticarsi d’una infelice per la quale erano estinti tutti i beni della terra.
La disperazione s’impossessò d’Armando. Il pensiero di non più rivedere Evelleda era per lui tremendo come quello della morte: egli sentiva di non potersi staccare da quei luoghi, di non poter sopportare la vita se non le porgeva un addio, un ultimo addio, e se non udiva ripetere dalla bocca stessa di lei il giuramento di mantenere sempre impressa nel seno la sua immagine. Fece ogni cosa disporre per la propria partenza, e messo frattanto uno scudiero in agguato, quando seppe che Unfredo erasiallontanato a cavallo dal castello, ei vi si recò e penetrò nell’oratorio di Evelleda.
Scorse però breve spazio di tempo da che egli aveva posto piede in quelle soglie e già Unfredo, benchè discosto, n’aveva avuto avviso: rivolge a furia il destriero, galoppa per una via fra’ boschi, rientra nel castello e sale nella camera di riposo di Evelleda, da cui a passi sospesi s’affaccia alla porta dell’oratorio, e vede... oh che vede egli mai!... Il Cavalier del Tempio, un ginocchio a terra innanzi ad Evelleda, con ambe le proprie mani premevasi al cuore una mano di lei, ed essa seduta e colla faccia inclinata verso la sua lo inondava singhiozzando di lagrime e faceva forza per rilevarlo.
A sì tenero spettacolo la pietà imbrigliò il furore, e le dita di Unfredo rimasero un momento arrampinate al pugnale senza trarlo dalla vagina. Ma ohimè! non fu che un lampo: una crescente foga d’affetti vinse gl’incauti amanti, le loro labbra s’accostarono, s’unirono ed essi si perdettero in un bacio di delirio...Era il primo... e fu celeste quanto fatale. Il pugnale d’Unfredo s’infisse fino alla guardia nel cuore d’Armando, Evelleda acciecata con un ferro rovente perì fra gli spasimi: ruina e desolazione regnarono in quel castello dal quale Unfredo disparve senza che più traccia si trovasse di lui.
FINE.