LE NOZZE AL CASTELLOSCENE FEUDALI

LE NOZZE AL CASTELLOSCENE FEUDALI

Sei giorni se n’andò mattina e seraPer balze e per pendici orride e strane.Dove non via, dove sentier non era,Dove nè segno di vestigia umane.Ariosto.

Sei giorni se n’andò mattina e seraPer balze e per pendici orride e strane.Dove non via, dove sentier non era,Dove nè segno di vestigia umane.Ariosto.

Sei giorni se n’andò mattina e seraPer balze e per pendici orride e strane.Dove non via, dove sentier non era,Dove nè segno di vestigia umane.Ariosto.

Sei giorni se n’andò mattina e sera

Per balze e per pendici orride e strane.

Dove non via, dove sentier non era,

Dove nè segno di vestigia umane.

Ariosto.

La campana del solitario villaggio di Arola dava i primi segni dell’Avemaria, ed il rimbombo di quei tocchi radi e prolungati spandevasi come una patetica voce per la ristretta valle a cui quel villaggio dà nome. Il cielo che da un lato erasi fatto d’azzurro bruno mostravasi verso occidente del colore dell’oro; su tutte le cime d’intorno e pei rialzi dei valloncelli vedevasi il fogliame imporporato, e l’ultima luce trapassando pel varco de’ monti scendeva ben anco al fondo della valle ove faceva apparired’argento quei tratti di corrente del limpido Plino che le rupi e le piante non celavano sotto la nereggiante loro ombra.

Scendevano dal ripido sentiero che dall’erta metteva ai casolari le contadinelle, mandando innanzi chi le capre, chi un branco di pecore. Calavano drappelli di donne portando altre le gerla ed altre elevati fardelli sul capo; veniva di quando in quando un vecchio montanaro spingendo il somiero che mutava a fatica i passi sotto il pesante carico delle legna o del fieno. Alcuni di questi entravano negli abituri di Arola, varj passavan oltre, e procedendo verso inferiori disperse capanne valicavano il torrente sopra un ponticello là dove parte dell’acqua, artatamente divertita in altro canale, correva poco lungi a far girare le ruote d’un mulino.

Era già deserta interamente quella via e null’altro rumore udivasi, fuorchè quello che ad intervalli faceva la brezza vespertina tra le frondi, quando alla sommità del sentiero apparve un Pellegrino. Lo indicavano per tale ilcappello a larghe falde circolari, la veste oscura che tutto l’avvolgeva colla sovrapposta dalmatica sparsa di conchiglie e il lungo bordone che portava. Camminava spedito, ma al vedere il gruppo di casolari e l’acuto campanile colla chiesuola formanti il paesetto d’Arola, di subito s’arrestò e poscia abbandonando il viottolo calò lungo la balza e si condusse al ponticello, lo passò, indi fermossi di nuovo ad esaminare il luogo onde prendere più certa direzione.

Cominciava già più vasta a regnare l’oscurità, chè avanzavasi la sera e meno rade scintillavano le stelle. Volgendo il Pellegrino gli sguardi per entro la selva di cui toccava il limitare, scorse fra mezzo ai tronchi degli alberi splendere un lume che sembrava trapellare da finestra o porta di non lontana abitazione. Si mise pel bosco, il quale constando di grossi castani poco stipati, offriva non disagevole passaggio e s’avviò verso la casa d’onde partiva quel chiarore. Era dessa il mulino. Dal lato della selva questo rustico edificio andava cintoda un muricciuolo di pietre che sorgeva a trenta passi di distanza dal caseggiato e inchiudeva un picciol orto, al quale faceva parete verso il canale una siepe di bianco-spino. Al centro del muricciuolo eravi praticato l’ingresso chiuso allora da rozzo cancello di legno. Là pervenuto il Pellegrino accostossi al cancello e prima di bussare, udendo dentro la casa parlare con voce molto alta, si trattenne un momento in ascolto.

Abbenchè la ruota fosse arrestata, lo scroscio che faceva l’acqua, cadendo per gli ordigni del mulino, non lasciava luogo ad udire distintamente le parole. S’accorse però che chi parlava era un uomo il quale doveva trovarsi seduto avanti ad un gran fuoco, poichè scorgevasi l’ombra della metà superiore della sua figura disegnata sull’impannata della finestra di prospetto e vedevansi le sue braccia alzarsi e distendersi con energici e rapidi moti. Al lembo della stessa impannata stava l’ombra d’un’altra mezza figura, ma questa rappresentava un bel profilo femminile che si sarebbe giudicato esserequello d’una statua, tanto era regolare ed immobile.

Dopo alcuni istanti il Pellegrino s’avvedendo essergli impossibile comprendere sillaba di quanto veniva profferito, percosse col suo bordone ripetutamente il cancello; nè sembrandogli d’essere stato inteso pronunciò sonoramente — Date ricovero ad un povero pellegrino! —

A quella voce cangiarono d’un tratto gli atteggiamenti delle due figure projette in ombra sull’impannata; quella di profilo si fece ovale e l’altra si mostrò di profilo inchinando il capo e alzando un dito. II Pellegrino ripetè la sua inchiesta e allora spalancatasi la porta uscì un uomo d’avanzata età, che dal casaccone infarinato indicavasi pel mulinaro, tenendo la lanterna in una mano e un pezzo di mazzafrusto nell’altra. S’appressò al cancello, sporse in avanti il lume onde farlo riflettere sul viso dello sconosciuto e guardatolo ben bene tutta raggrinzando la pelle intorno agli occhi ed alla bocca, con che dava alla propria fisonomia una singolare espressione disospetto e di stizza. — Chi siete voi? — gli chiese in modo iroso.

«Vedete: sono un povero viandante che contava giungere prima di sera giù alle sponde del lago per recarmi all’Isola di San Giulio e fui sorpreso dalla notte in questa valle.

«Perchè non vi siete fermato là su ad Arola da mastro Seghezzo l’ostiere?

«Perdonatemi, non ho pratica di questi luoghi ed avrò oltrepassata la terra che m’indicate senza essermene accorto, poichè è già qualche tempo che cammino alla cieca a causa dell’oscurità che mi ha fatto perdere la traccia. Datemi di grazia ricovero per questa sola notte! Un giorno sarete ricompensato largamente della vostra ospitalità.

Il mugnajo che gli aveva sempre tenuta la lanterna appuntata al volto, l’abbassò; e mormorando fra sè alcune parole trasse dall’imposta la spranghetta di ferro onde il cancello si aprì; entrato l’estraneo, rifisse la bandella e lo precedette verso l’uscio ch’era rimasto spalancato.

Nel mezzo d’una camera modicamente spaziosa,fornita di contadinesche masserizie miste a tramoggie, stacci e sacchi, eravi un rotondo focolare sul quale ardeva molta legna la cui fiamma lambiva i margini d’ampio pajuolo; la catena che sostenevalo scendeva dalle travi coperte di nera gromma e tappezzate qua e là da qualche tela di ragno imbiancata dallo spolvero della macina. A poca distanza del focolare stava seduto un villico alto, destro, nerboruto, di ventott’anni all’apparenza e presso a lui una giovane montanina di forme assai belle e appariscenti.

«Gli ho dovuto aprire, o Gaudenzo, perchè è un povero Pellegrino che va a San Giulio ed ha smarrita la strada (così spegnendo la lanterna disse il mugnajo al villico che balzando in piedi alla venuta di quell’incognito gli fissò addosso gli occhi con sorpresa e diffidenza). Nel bujo poteva capitare in un mal passo o precipitare da qualche burrone. Mi ha chiesto per carità gli dessi alloggio questa notte, e Bernardo non rifiutò mai di ricettare nel suo mulino un viandante anche a rischio di vederesotto il cappello da pellegrino la testa d’un eretico o d’un bandito.

Lo Straniero a tali detti fece un moto sdegnoso, ma il Mugnaio nel quale l’amaro di quelle espressioni non era suggerito dall’indole sua naturalmente umana e fidata ma da un giro momentaneo di acri idee, di cui il lettore conoscerà fra poco l’origine, quasi pentito d’avere offeso quell’ospite nell’atto stesso che lo accoglieva, soggiunse con viso accaparante in tuono gajo: — «Venite qui, qui presso al fuoco, buon galantuomo, sedete. L’aria della sera è frescolina ed umida, il calore vi ristorerà.

Il Pellegrino senza profferir parola appoggiò alla parete il suo bordone e avanzata una panchetta di legno si sedette in prossimità del focolare. Gaudenzo stando in piedi continuava ad esaminarlo attentamente. Ma l’incognito non alzando mai lo sguardo egli alfine gli domandò:

«Da qual parte venite o Pellegrino?

«Da Val d’Antrona.

«Sempre per le montagne?

«Sempre.

«La strada che avete scelta è la più lunga e disastrosa: venendo pel piano dell’Ossola ad Omegna sul lago l’accorciavate della metà.

«Il piano e mal sicuro poichè vi sono a campo le masnade dei Ponteschi[8], e d’altronde dovetti risalir l’Anza per toccare Calasca.

«Vi recate a San Giulio per isciogliere un voto o per ottenere favori dalla Corte del Vescovo?

«Per un voto» — rispose esitando, ma con qualche asprezza lo Straniero.

«Non foste a Varallo?

«No.

«E dalle parti della Sesia?

«No» — ripetè il Pellegrino con manifesto dispetto, indicando quanto già fosse infastidito da quell’insistente interrogare.

Gaudenzo tornò a misurarlo coll’occhio da capo a piedi, poi mirando in volto Bernardo e la sua figlia fece un atto come di chi dicesse: costui non dev’essere quel che pare. Si riassise quindi sullo sgabello che occupava daprima e voltosi di nuovo alla figlia del Mugnajo, il quale s’era posto intanto a versar la farina nell’acqua del pajuolo che bolliva. — «Torna a sederti qui o Maria (disse battendo col palmo della mano la seggiola ove essa si pose mesta e taciturna), e dimmi tu se quelle che ti ho raccontate non le sono cose da far uscire dai gangheri qualsiasi cristiano? Quel... quasi sarei per dirlo... quel nostro conte Jago da Biandrate vuol ora introdurre nel paese anche di queste belle usanze! Non s’accontenta il signor feudatario di farci pagare doppia gabella pel sale, d’avere imposto il balzello d’un soldo d’argento per ogni ruota di carro e d’obbligare noi poveri vassalli a lavorare per lui un giorno ogni settimana, quando la buona memoria del conte Bonifacio suo padre non c’imponeva altro carico che quello della decima del mosto e delle legna, egli vorrebbe adesso che tutti quelli che contraggono matrimonio si sottoponessero a questa nuova qualità di tributo.

Maria mandò un profondo sospiro e abbassò gli occhi al suolo; Bernardo, che inginocchiatosisulla pietra del focolare, andava col matterello tramestando la polenta: — «Ah il conte Bonifazio, esclamò, non avrebbe mai fatte azioni di questa sorta! Gran brav’uomo ch’egli era! veniva soventi a cacciare in questa valle e qualche volta ho prestato ajuto io stesso al suo scudiero a condurre a mano i cavalli nei passi più scabrosi.

«Sapete poi (proseguì Gaudenzo) chi mi ha significato il comando del Conte?... fu Tibaldo il suo falconiero, quella faccia da giudeo col naso più adunco che il becco degli uccellacci con cui preda le allodole e le pernici. M’incontrai seco lui a Quarona nell’atto ch’esso usciva dalla bottega di Zancone il fabbro, ove va soventi a far acconciare le lasse de’ suoi grifagni. Ne portava uno infatti sul braccio a cui andava lisciando le penne. Oh perchè non gli è saltato agli occhi e non glieli ha cavati entrambi nell’istante che s’avvide di me!

«Ebbene che ti disse il Falconiero?» — chiese con impazienza Bernardo.

«Gaudenzo di Civiasco, mi gridò egli subitoche mi scôrse, appunto con te ho bisogno di parlare — E avvicinatosi a me con un sorriso infernale sul ceffo disse: — Corre voce pel paese che tu ti sposi e prendi in donna la mulinara di Val d’Arola, la figlia di Bernardo, è ciò vero? — Verissimo, risposi io; mia madre invecchia e voglio darle la consolazione prima che chiuda gli occhi di tenere un mio bambolo sulle ginocchia — Ottimamente, soggiunse il ribaldo. Il Conte nostro padrone m’ha imposto d’avvertirti che vuole che le nozze siano celebrate a Monrigone nel suo castello. — Perchè nel suo castello? (dissi io stupito) non ho forse una chiesa nella mia terra? — Non vi sono repliche: esclamò Tibaldo. Così vuole il conte Jago e tu devi ubbidire. Se tu ignori i suoi diritti li sa ben esso. Altri feudatarj già da molti anni gli esercitano e se egli ne ha trascurato l’uso sin’ora intende adesso di farli pienamente valere, nè spetta a te, vassallo mascalzone, lo scrutinare i diritti del tuo signore. — Che diritti può mai vantare il Conte sopra di me (l’interruppiio con rabbia) oltre quelli di togliermi come fa, quasi tutta la roba e costringermi a lavorare per lui quasi fosse un suo bue od un cavallo? — Che diritti?... Che diritti? — ripetè furibondo, l’iniquo Falconiero, e pronunciò certe parole da stregone che spiegò poi nel modo che vi ho già narrato. All’udire una tale scelleraggine mi si drizzarono i capelli sulla testa, mi si oscurò la vista e sono stato filo filo di passarlo col mio spuntone da una parte all’altra egli e il suo farsetto di cammuccà crimisino.

«Era senza il giaco e ti parlava così? Oh anch’essi, grazie al cielo, non possono star sempre vestiti di ferro! (pronunciò fra i denti il Mugnajo).

«Ah Signore Iddio (disse Maria con timidità ed angoscia), chi sa che disgrazia sarebbe accaduta se gli mettevate le mani addosso; forse io non v’avrei veduto mai più!

«Gran fortuna (continuò il giovine), che il mio santo Protettore mi trattenne in quel momento la mano e m’inspirò il salutare pensierodi vendere la mia casuccia ed i miei terreni e venire ad abitare con mia madre in qualche luogo di questa Riviera d’Orta sotto il dominio del vostro Vescovo, dove Maria non avrà a temere le zanne di quella bestia feroce del Conte.

«Che anime perverse! (esclamò Bernardo alzandosi in piedi). Ecco cosa hanno fruttato le massime di Fra Dolcino e de’ suoi iniqui gazzari, vera peste di questi paesi! Coi grani dell’eresia non si può macinare altra farina.

«Il conte Jago (profferì Gaudenzo con fuoco) è un gazzaro[9]se ve n’è mai stato un altro al mondo. Dirlo a me? non ho io stesso veduto Fra Dolcino e la sua Monaca Margherita entrare più volte nella Rocca del Conte a Monrigone?[10]e quando l’Eretico stava colle sue turbe nel piano di Parete-Calva sulla cima di Valnera chi è che mandava colassù le biade e il vino affinchè quei maladetti lupi non morissero arrabbiati di fame? È chiaro adunque come il sole che il Conte era tinto della loro pece sino ai capelli. Ma pure, che volete?I Valsesiani che strinsero anni sono la lega contro i Biandrati ed ora la fecero contro gli eretici, obbligandoli a snidare dalle loro montagne, rispettano il conte Jago. Anche a Zebello egli mandò i suoi arcieri a soccorrere Fra Dolcino, e se il Vescovo di Vercelli non fosse venuto a capo quest’inverno di serrarlo con quasi tutti i suoi nella rete, metterei una mano nel fuoco che esso stesso il Conte andava quivi in persona a combattere per lui.

«Così San Giulio l’avesse concesso che tu, o Gaudenzo, non saresti costretto per unirti alla mia Maria d’abbandonare la tua casa ed i tuoi campi, giacchè egli avrebbe fatta la fine che farà tra poco l’Eretico, cominciando a provare nelle fiamme di questo mondo come abbrucino quelle dell’inferno in cui vorrei soffiare io stesso per farlo ardere eternamente in pena de’ suoi enormi peccati.

A tale fiera imprecazione pronunciata con tutto accanimento da Bernardo in odio al Conte fecero eco col cuore e le parole i due promessi. E questa smisurata e violente brama divendetta, di che s’accesero simultaneamente, non era indizio in essi d’animo selvaggio e crudele, ma bensì intimo sfogo d’un oppresso sentimento di giustizia sancito in certo modo dalle circostanze e dalle idee religiose dei tempi. Si consideri infatti lo stato delle persone del popolo e specialmente di quelle che abitavano aperte campagne, in quei secoli nei quali ad ogni pazzo e criminoso capriccio di chi comandava, si dava il nome di diritto cui era necessità sottostare. Non gli averi, non la libertà, non l’onore erano sacri. Dalla turrita rocca il Feudatario faceva bandire a suon di tromba i suoi voleri e guai a chi avesse osato resistere! erano strazii e morte. La forza prepotente, brutale imperava nel mondo pressochè da assoluta signora. Innanzi ad uomini coperti di ferro e vigorosi adopratori di spade, mazze e lancie la plebe inerme star non poteva che pavida e inoffensiva lasciandosi miseramente conculcare. In tanta abbiezione ritraevano gli infelici valido conforto dalla speranza che i loro patimenti venivano tenuti a calcolo in una vita miglioree che terribili castighi attendevano gli oppressori inumani, pei quali l’Eterno Giudice impugnava più severo e tremendo il vindice flagello.

Il Pellegrino appoggiato il capo ad una mano e tutto raccolto in se stesso, sembrava non prestare punto d’attenzione ai parlari di quella gente; ma quando il Mulinaro profferì gli ultimi veementi suoi detti si scosse, s’agitò e il pallore che coprivagli le guancie si fece più intenso. Nello stesso mentre Bernardo che esalata la bile, riprendeva placidamente le sue faccende, volse gli occhi a lui e disse: — «Pur troppo, eh Pellegrino! vi sono degli uomini cattivi i quali pare proprio che ci godano nel tormentare gli altri. Di questi tali non ne mancherà certo anche dalle vostre parti non è vero? Fortunati noi che per misericordia del cielo qui comanda un Vescovo sotto di cui certe birbonate non si fanno, e chi prende moglie può condursela a casa... senza che prima... ma lasciamola lì. Pensiamo ora a mangiare in pace questa poca grazia di Dio... Galantuomo(proseguì dopo aver guardato più attentamente lo Straniero) v’è forse saltata addosso la febbre o avete fatto penitenza tutto il giorno? siete smorto come uno a cui abbiano data la corda. Bisogna che non prolunghiate il digiuno, altrimenti perderete le forze di proseguire il viaggio. Venite qui, sedete a questo tavolo e rinvigorite lo stomaco dividendo con noi il poco frutto delle nostre fatiche.

Così parlando aveva Bernardo staccato a due mani il pajuolo dalla catena e lo aveva capovolto sul tagliere stato coperto da Maria di un ruvido ma pulito tovagliuolo.

Rialzato il recipiente vi rimase una soda e fumante polenta che ne conservava intera la forma. Il Pellegrino che provava più cocenti stimoli che quelli della fame, si mostrò sulle prime restìo, ma vinto poi dalle cordiali ripetute tute offerte, appressò e s’assise a quel desco frugale.

«Domani se vi risvegliate gagliardo e riposato (disse il Mugnajo ponendogli innanzi ampia porzione) in un’ora di cammino arrivatevate giù a Pella dove troverete delle barche quante volete per farvi mettere all’Isola. Non dimenticatevi di pregare San Giulio per il povero Bernardo, per sua figlia e per il bravo Gaudenzo ed invocatelo che tenga da noi lontane nuove tribolazioni.

«Sì buona gente (rispose il Pellegrino con voce che forzavasi a render dolce), pregherò per voi non solo a San Giulio, ma anche in Santuarii più lontani e miracolosi, e pregherò di tutto cuore ancorchè i presenti vostri mali siano lieve ombra a fronte di quelli... (e si corresse) che opprimono un gran numero de’ vostri pari.

Mentre andavano consumando la villeresca cena, Bernardo e Gaudenzo continuarono a parlare delle faccende che stavano ad entrambi tanto a petto, proponendo alternativamente varii progetti sul modo in cui meglio conveniva impiegare il ricavo che il giovine contadino avrebbe fatto de’ suoi pochi tenimenti di Civiasco, affine di prendere stabile dimora nelle terre soggette alla giurisdizione vescovile, sottraendosial dominio del prepotente Biandrate. Dirigevano nel calore del discorso alcuna volta la parola anche allo Straniero, ma questi, sempre assorto ne’ proprii pensieri, non rispondeva che motti tronchi ed insignificanti. Dopo molti ragionamenti protratti in lungo sinchè Maria ebbe sparecchiato, Gaudenzo sorse in piedi dicendo: — «La notte s’innoltra e mia madre che sta aspettandomi potrebbe essere agitata da sinistri presentimenti se non mi mettessi subito in cammino. A passare la Colma ci vuole il suo tempo; e va e va non si è mai giunti là in cima. Una volta però che vi sia arrivato balzo giù dalla punta della Croce ai pascoli e in quattro salti sono a casa.

«Giacchè hai risoluto di partire mio figliuolo (disse Bernardo alzandosi anch’esso) sì, è meglio che non ritardi di più. L’ascesa è lunga, e mi ricordo che io pure quando aveva le gambe buone come le tue a pervenire colassù non faceva mai tanto presto quanto desiderava... Ora tu, o Maria, che hai versato l’olio nella lanterna, accendila e dagliela cheegli se ne possa andare con San Giuliano che l’accompagni.

«No, no: non voglio lume (soggiunse Gaudenzo trattenendo il braccio della fanciulla in atto d’accenderlo). Un Romito con una gran barba bianca ch’è venuto da poco ad abitare vicino al nostro paese, ha detto che di notte le anime dannate se veggono un chiaro andare in volta gli corrono dietro ed i diavoli saltano giù dagli alberi a graffiare chi lo porta.

«E volete passare in mezzo ai boschi e vicino al campo dei morti solo ed all’oscuro? (esclamò Maria con amorosa temenza).

«Ho gran pratica di questi luoghi e tu lo sai, Maria; nè poi è tanto bruno di fuori (in così dire spalancò la porta). Guarda come risplendono le stelle: se spuntasse la luna non potrebbe il cielo essere più lucente, si distingue il sentiero a meraviglia — Addio, addio, state sani, doman l’altro si rivedremo ed ogni fastidio, spero, sarà finito.

Si pose quindi a spalle la scure, diede la buona notte al Pellegrino che gli augurò feliceil viaggio, e prese la via. Bernardo e la figlia lo seguirono sino al cancello che fu aperto fra nuovi saluti, e un momento dopo non si udirono che le sue pedate per il bosco, il rumore delle quali fu ben presto coperto da quello dell’incessante caduta del vicino torrente.


Back to IndexNext