PARTE SECONDA

PARTE SECONDA

Dopo il bacio di Giuda il primo è questoDe’ tradimenli umani, ma la famaSdegnò pietosa numerar le arcaneOrrende fila onde fu ordito un tantoDelitto e il tacque alla futura istoria.Romanzi-Poetici.

Dopo il bacio di Giuda il primo è questoDe’ tradimenli umani, ma la famaSdegnò pietosa numerar le arcaneOrrende fila onde fu ordito un tantoDelitto e il tacque alla futura istoria.Romanzi-Poetici.

Dopo il bacio di Giuda il primo è questoDe’ tradimenli umani, ma la famaSdegnò pietosa numerar le arcaneOrrende fila onde fu ordito un tantoDelitto e il tacque alla futura istoria.Romanzi-Poetici.

Dopo il bacio di Giuda il primo è questo

De’ tradimenli umani, ma la fama

Sdegnò pietosa numerar le arcane

Orrende fila onde fu ordito un tanto

Delitto e il tacque alla futura istoria.

Romanzi-Poetici.

Non iscorse che un giorno e fu commesso un fatto esecrando. La misera Maria sorpresa all’improvviso presso il suo casolare venne portata a Monrigone e rinchiusa nelle mura del castello del Conte. Quivi vano è ogni suo grido, vano ogni pianto, poichè quelli che la circondano non hanno orecchio pei lamenti femminili.

Ma chi è mai colui che nella gotica antica galleria tutta guernita intorno di ampj oscuri quadri frammisti a corazze rugginose, ad elmi, ad azze, a daghe passeggia a lenti passi colle braccia incrocicchiate e gli occhi rivolti al suolo?... Oh tradimento!... Egli è il Pellegrinoaccolto sì ospitalmente nel mulino di Arola... lo stesso conte Jago Biandrate![11].

Mostra all’aspetto più di trent’anni: è alto, magro, con muscolatura risentita e nervosa. Ha spaziosa fronte, pallide le guancie che alquanto sceme rendono oblungo il suo viso. Nerissimi sono i suoi occhi e nera del paro la capellatura, una ciocca della quale gli sta ritta sulla fronte essendo nei rimanente fitta ma breve. Una striscia di barba ricciuta e bruna ma non lucida come i capelli gli contorna il volto passando sotto il mento bipartito. Nudo, slanciato, tendinoso gli si scorge il collo chiuso al confine dall’orlo trapunto del giustacuore color verde-bruno, spoglio in tutto d’ornamenti e che s’informa strettamente alla persona come i calzoni rossi che riveste, i quali gli scendono ristretti sino alla nocca del piede. L’unico oggetto che s’abbia sulla persona, il quale non consuona colla simplicità del vestimento è un cordone d’oro che lo cinge ai lombi nel quale porta infisso un pugnale col manico cesellato di argento in vagina d’avorio.

Benchè i suoi lineamenti rimangono quasi immoti, un certo fremito che gli erra sulle labbra, un leggiero corrugarsi della fronte ad intervalli, un tener fiso lo sguardo ora in un punto ed ora in un altro, mostra ad evidenza che la sua mente sta appuntata in immagini vive che lo scuotono dalle intime fibre.

Ad un tratto fermasi presso una finestra che guarda nel cortile rinserrato fra le alte merlate mura, al di sopra delle quali s’alza la torre del Castello. Guarda verso di questa, porge l’orecchio, ed udendo come il suono d’un gemito soffocato, che parte da quella torre, si ritrae dal davanzale con moto di dispetto.

Passava in quel mentre in fondo alla galleria il falconiero Tibaldo, confidente e Consigliero suo prediletto; ei gli fece segno colla mano d’entrare in sala, rimanendo immobile in prossimità della finestra. Quando gli fu vicino accennò col guardo la torre e disse:

«Che fa là dentro?

«Piange» — rispose con tutta indifferenza il Falconiero.

«Quel suo miagolare continuo mi annoja.

«Fateci mettere un bavaglio alla bocca e non la sentirete più.

«No. — Benchè sia una villana non voglio usarle violenza... se venisse a deformarsi colle contorsioni, il suo promesso potrebbe non volerla più, ed io non ho intenzione di rompere il loro matrimonio.

«Ah!... ah!... v’è da scommettere una moneta d’oro contro un soldo che al matrimonio non v’è più un’anima che vi pensi (disse Tibaldo con riso beffardo).

«Oh! perchè credi che non si celebreranno le nozze? lo sposo è mio vassallo, ed alla fine del conto troverà convenirgli assai meglio venire a fare gli sponsali nel mio castello, vedersi qui festeggiato e godere poscia egli ed i suoi figli della mia protezione, che condursi ad abitare sotto altro dominio vendendo i suoi averi ad ogni vil prezzo.

«Sì, mettete la pecora nella tana del lupo e poi sperate che si consoli il pastore coll’offrirgliene i resti.

«Come? non fosti tu stesso che mi dicesti che per introdurre l’uso di quel diritto già da tanti altri feudatarj praticato, era necessario adoperare per le prime volte la forza, e che poi i vassalli vi si sarebbero a poco a poco abituati, piegandovisi senza difficoltà? Tu m’hai narrato del mio contadino Gaudenzo che sposare doveva la mulinara di Arola; tu me l’hai dipinta quale bellissima fanciulla, gli imponesti tu di venire a far le nozze al castello ed allorchè giungesti a scoprire ch’egli meditava di sfuggire al mio potere, fosti tu quello che consigliasti il modo d’impedirlo. Ora che la fanciulla è qui in mia mano, e che il nostro scopo non può essere raggiunto se non viene lo sposo a ricercarla ed ottenerla da me, tu sembri dubitare della riuscita di quest’impresa!... M’avresti tu posto a repentaglio di sostenere una guerra col Vescovo Signore d’Orta e dell’Isola per avere rapita una donna del suo dominio, senza poter venire a capo di stabilire quanto ci eravamo proposto?...

«Che mai v’importa ancorchè il primocolpo andasse fallito?... ma che dico: andare fallito?... non è anzi riuscito ottimamente? Senz’ombra di pericolo, senza che a voi nè ad alcuno dei vostri alabardieri sia stata pure scalfita la pelle colla scure o colle mazze dei villani, vi siete impadronito della più bella fanciulla di tutto il dominio della Riviera e vorreste far lamento se il miserabile a cui era destinata non viene a riprendersela?... Vi ricordate quanto costò l’ultimo fatto consimile, quando faceste qui trasportare la nipote del Priore di Serravalle? dodici arcieri rimasero sul terreno, tre furono presi ed appiccati, io ebbi da un graffio scorticata una mano ed a voi uccisero il cavallo.

«Per ciò appunto aveva determinato di non mettermi mai più in cimento a causa di donne: esse alla fin fine non recano che svantaggio, non sono che di peso. Almeno si potesse ottenere alcuna buona somma pel loro riscatto; tutti fanno grande apparecchio e rumore per non lasciarsele portar via, ma una volta che siano state qua dentro non darebbero una liraper riaverle. Lo sai ch’io non voleva pensarci più: se non venivi in campo colle tue maladette parole, io non usciva certamente a questa caccia... e nel momento in cui siamo!

Rimase pensieroso alcun istante, poi riprese a bassa voce: — «Due delle mie bande più valorose sono perdute; erano cento uomini, i migliori che portassero elmo e giaco in tutte le terre che bagna la Sesia... Ma poteva io far di meno per sostenere Fra Dolcino, quell’uomo santo e incantatore che mi aveva legato a lui con tante promesse!... Se non erano le genti d’armi di Novara alla battaglia di Zebello il Vescovo Vercellese non cantava vittoria di certo! nel momento che si menano le spade ci vuol altro che gli scongiuri e le invocazioni del piviale e della mitra, abbisognano buone loriche e braccia di ferro... Or bene, i castellani Novaresi che diedero ajuto a quel di Vercelli non potrebbero impegnarsi a sostenere il Vescovo loro, se questi mi chiedesse ragione della violazione del suo dominio? Ora che mancano gli uomini e che i miei vassalli hannoardito di manifestare qualche segno di malcontento.....

«Da quali pensieri mai vi lasciate dominare? Vivete pure nella massima tranquillità, poichè il Vescovo di Novara signore della Riviera ha troppo gravi impegni in questi momenti per volersi impacciare in simili faccende. Che mai gli deve importare d’una villana ignorata da tutto il mondo, per torsi la briga poi di sfidare un signore potente e temuto come siete voi e di cui sono sì celebri le imprese. Oh! via scacciate ogni temenza, nè abbiate alcun sospetto sopra i vassalli, che se lo desiderate vi faccio vedere a ridurli in pochi giorni umili e timorosi più che un branco di pecore. Un pajo solo di que’ mascalzoni che si prendono, e si.....

«Sono stanco ti dico di vedere i miei soldati a fare da carnefici; nè voglio più che i cameroni del mio castello siano luoghi da tormenti come le sale nel convento degli Inquisitori. Fra Dolcino insegnavami che egli è opera meritoria il dare soccorso agli infermi, e nonaccrescerne il numero; che il demonio si fa compagno di chi sparge inutilmente il sangue umano.

«Gran pazzo briccone ch’era Fra Dolcino! Ed egli crede alle massime di quell’eretico impostore che a forza di ciarle lo spogliò di danaro e di soldati (così pronunciava tra sè Tibaldo mentre il conte Jago s’era posto a passeggiare di nuovo per la galleria come assorto in un grave pensiero).

«Orsù voglio che questa faccenda finisca lietamente per tutti, e nel termine di pochi giorni (esclamò il Conte arrestandosi d’un tratto presso il Falconiero). Farai che Maria sia levata tosto dalla torre e condotta nelle stanze che erano di mia madre; mi recherò io poi colà a consolarla; le regalerò dei giojelli per il giorno delle sue nozze, e mi proverò a parlarle da galante cavaliero: essa non possiede il candore del latte, nè sa agire e proverbiare secondo i precetti della corte d’amore come le dame dei nostri castelli, ma ha un non so che di deciso nella sua fisonomia che mi va sommamentea genio. Quando poi sarà sposa la colmerò di nuovi doni e allora tutte le altre la invidieranno e ambiranno di godere nello stesso grado il mio favore e la mia protezione.

«Oh quanto mai vi siete cangiato! (disse Tibaldo facendo un gesto di stupore). Usare di queste dolcezze verso i vassalli egli è un volerli far diventare orgogliosi, caparbi ed intrattabili.

«Ho determinato di far così e tanto basta (pronunciò il Conte imperiosamente). Tu andrai in cerca di Gaudenzo, gli dirai che la sua Maria non gli fu tolta che per punirlo dell’aver tentato di sottrarsi a’ miei comandi ed al mio dominio, e lo persuaderai a venire fra due giorni al castello dove gli sarà resa la sposa e si celebreranno pomposamente le sue nozze.

«Io andare in cerca di Gaudenzo, di quel villano impertinente, di quel...

«Oseresti tu rifiutare d’obbedirmi? (disse il Conte prendendolo con forza per un braccio). Se fra due giorni non conduci Gaudenzoplacato al castello ti faccio seppellire vivo in fondo al sotterraneo.

«Non ho mai ardito, nè ardirei esitare un istante ad eseguire la volontà vostra (rispose timidamente il vile Falconiero). Non era che per serbare più completamente il grado e il decoro... che io osservava... ma se altrimenti vi piace faccio subito porre l’arcione al mio ronzino falbo e non gli leverò il freno di bocca se non ho ritrovato e ridotto Gaudenzo al vostro volere.

Così dicendo levò il berretto salutandolo rispettosamente, s’incamminò verso la porta della galleria ove il Conte lo seguì e nell’atrio gli ripetè il comando di far condurre la fanciulla di Arola dalle rozze ed anguste stanze della torre ove gemeva, nelle camere più addobbate del castello ch’erano quelle in cui aveva dimorato la defunta contessa Isabella sua madre.

La notte che susseguì al rapimento di Maria, Bernardo il mugnajo solo e desolato passò la Colma e discese a Civiasco, narrando il crudele evento a Gaudenzo. Un furore indescrivibileinvase alla prima l’animo di questi; ma poi si raffrenò; stette alcun tempo silenzioso, indi rivolto a Bernardo disse con voce di disperata risoluzione: — «Le lagrime, i lamenti, le imprecazioni sono inutili: fa d’uopo vendicarsi o morire. Datemi la mano, o padre di Maria, e promettete di accompagnarmi nell’impresa che sono per tentare.

«Oh noi miseri! (esclamò Bernardo). Che mai possiamo intraprendere contro un signore chiuso in un forte castello, e circondato da tanti uomini d’armi? Ohimè noi poniamo a sicuro pericolo la nostra vita, e forse rendiamo più crudele la sorte della mia misera figliuola!

«Non temete: vi sono molti e molti che odiano mortalmente il Biandrate. Gli uomini d’Ara, quei di Vintebio, a cui esso tolse più volte i buoi e le messi, non attendono che il momento opportuno di concorrere a sterminare il feroce loro aggressore: anche i montanari della Val grande covano contro di lui un astio mortale per le sue crudeltà, e per avere con ogni possa favorita l’eresia di Fra Dolcino.

«Ma a che mai può questo giovarci? Abbiamo noi mezzo di parlare con quelle genti, di adunarle secretamente onde il Conte non ci sorprenda e ci assalga coi suoi prima di essere in grado di opporgli resistenza? Potremo noi persuaderli a versare il loro sangue per nostra cagione? O figliuol mio, non lasciarti trascinare dalla smania di una impossibile vendetta.

«No, ripeto, non è impossibile. Io sono disposto a tutto, e gli ostacoli che voi calcolaste non sono insuperabili. Noi avremo il soccorso d’un potente ausiliario.

«Di chi?

«Di Padre Anastasio l’Eremita.

«Oh che mai dici? L’Eremita di Civiasco coopererebbe alla depressione del Conte? darebbe egli mano ad unire le genti dei dintorni per liberarle dal loro oppressore?... Ma come lo sai tu?

«Gli ho parlato più volte, e quando gli riferii la prepotente esigenza del Biandrate che io facessi le nozze con Maria al suo castello,come mi significò lo scellerato Tibaldo, quel sant’uomo, il quale benchè vecchio conserva tutta l’ardenza e il vigore della giovinezza, si scagliò contro di esso colle parole più violenti e disse che un giorno o l’altro la mano del cielo lo avrebbe colpito in un modo esemplare e tremendo.

«Se l’Eremita è con noi egli ci assolve da ogni colpa: andiamo; andiamo da lui ed io eseguirò ciecamente quanto egli saprà consigliarmi.

Arrivarono di notte al romitaggio, ch’era una casupola presso una cappelletta posta verso la metà del monte; entrarono colà mentre il vecchio solitario appoggiato a rozza tavola stava meditando sopra un ampio volume al chiarore d’una lucerna che rischiarava un teschio umano. Si gettarono i due villici a’ suoi piedi, poichè quell’uomo era per l’austera sua vita venerato qual santo, e rialzati poi da lui cortesemente, fecero il racconto delle loro sventure, e Gaudenzo annunziò energicamente i suoi arditi progetti.

Nessuno sapeva di qual patria fosse quelvecchio Eremita di nome Anastasio e tutti parimente ignoravano da qual paese egli provenisse. Comparve in quella terra e si stabilì sul monte presso Civiasco allorchè Fra Dolcino l’eresiarca aveva posta la sua sede in quelle vicinanze, favorito e sostenuto apertamente dal Biandrate.

Vedevasi di quando in quando alcun monaco straniero recarsi a visitarlo nel suo eremo, lo che accresceva la di lui riputazione, ma nulla però traspirava intorno alla vita antecedente di lui, a’ suoi rapporti ed al suo stato. Egli s’adoperava con tutta possa a far sparire dagli spiriti le tracce lasciate dalle dottrine ereticali seminate da Dolcino e da’ suoi seguaci e a ritornare in forza i sentimenti di sommissione e d’obbedienza verso il Pontefice, i Vescovi ed i Sacerdoti che gli eretici avevano tentato di distruggere. La severità de’ suoi costumi, la vita di penitenza ch’egli menava, corroborando i suoi detti, davangli sommo vantaggio sopra i suoi avversarii, la rilasciatezza ed immoralità dei quali favoriva le perverse inclinazioni dei potenti, ma era oggetto di scandaloalla maggior parte del popolo. Non tralasciava pure nei caldi sermoni che teneva alle bande villerecce ora nei prati, ora ne’ boschi ove soleva adunarle, di parlare con veemenza contro i ricchi, di minacciare ad essi la maledizione del Signore in pena dei loro gravi peccati, e soventi volte dipingendo un reprobo incallito nella colpa, si serviva di tali immagini che tutti facilmente vi riconoscevano ritratto il conte Jago.

L’Eremita udì la narrazione di Gaudenzo e di Bernardo senza punto lasciare apparire sentimento di piacere o di dolore: appena appena la sua calva e rugosa fronte si raggrinzò per un lieve moto di sdegno quando ascoltò il modo in cui era stato condotto il nero tradimento.

Allorchè essi ebbero cessato di parlare, egli rimase alcun tempo meditabondo, appoggiata una mano alla gran barba, sostenendo il capo: poscia disse ai due contadini che riedessero agli abituri senza palesare i loro progetti a persona, e ritornassero da lui il giorno seguente prima del cader del sole che avrebbe ad essidati que’ consigli che il Cielo per le sue preghiere gli avrebbe ispirati migliori. Benedetti con sante reliquie i due villici ritornarono al casolare colla mente ingombra di mille pensieri ed agitati dal timore e dalla speranza.

Nel dì vegnente quando i raggi del sole che s’inclinava ad occidente facevano rosseggiare le vette nevose delle Alpi vicine, e penetravano obbliqui per entro gli ampii annosi boschi fra cui era tracciato sul monte l’incerto sentiero che guidava al romitaggio, Gaudenzo e Bernardo armati delle loro scuri vi salivano impazienti d’udire se la divina ispirazione nel venerando vecchio avesse a confermarli o distoglierli dalla meditata perigliosa impresa. Pervenuti nel praticello che formava piazza innanzi alla capanna del Solitario, lo viddero starsi ritto innanzi alla porta, ed appena gli ebbe mirati, venire loro incontro. Brillavano d’insolito fuoco i suoi sguardi e sembrava avere acquistata in tutta la persona straordinaria energia e robustezza.

«La vostra proposta è ben accetta dalleanime beate (esclamò con voce ferma e sonora verso i due sopraggiunti). Siete voi ancora disposti ad eseguirla con tutta intrepidezza versando anche l’ultime gocce del vostro sangue?

«Sì, vi persisterò sino all’estremo respiro» — rispose focosamente Gaudenzo.

«Se i voti del cielo non ci sono contrarii io non risparmierò la mia vita» — aggiunse moderatamente ma con risolutezza Bernardo.

«Ebbene giuratelo su questa divina immagine!» — e porse innanzi a loro il Crocifisso che gli pendeva da un lato appeso ad un cordone.

«Lo giuriamo» — pronunciarono quei due unitamente piegando un ginocchio a terra e stendendo su quel Crocifisso la mano.

«Ora che siete legati con questa inviolabile promessa, io medesimo mi unisco a voi (proseguì l’Eremita), e quantunque non abbia mano capace di adoperare le armi, pure sono certo di prestarvi un ajuto di opere e di parole non meno valide ed efficaci. — Osservate nel breve giro di un giorno quanti alleati vi trovainell’impresa. — Olà uomini di Vintebio, di Seravalle, montanari di Valsesia, uscite, venite ad abbracciare questi due nuovi vostri fratelli.

A tale chiamata balzarono fuori dalla casupula del Solitario e dall’interno della chiesetta varii contadini in diverso costume, armati chi di balestre, chi di scuri, chi di ronche, e si schierarono sul prato intorno all’Eremita, prendendosi in mezzo e stringendo con aria e con isguardi di viva intelligenza la mano a Gaudenzo e Bernardo, sorpresi oltre modo e giojosi di quella inaspettata comparsa.

«Udiste il giuramento che questi due prestarono di sacrificare nel periglioso cimento la vita? (domandò l’Eremita con voce grave e solenne). Ho bramato che vi convinceste con tutta certezza della loro decisa volontà e della fiducia che ripongono non in me ma nella onnipotenza di Quello che tutti ci regge. Ora voi stessi se viltà e codardia non v’invase, giurate che siete egualmente pronti a perire.

TUTTI.

Lo giuriamo.

EREMITA.

Quel Dio che conquise a Zebello le bande scellerate di Dolcino, che trarre volea nel lezzo dell’eresia e nell’infernale perdizione i popoli tutti di queste belle contrade, quel Dio sarà propizio alla nostra impresa. Colpirà la sua mano sterminatrice il feroce Biandrate che versò tanto sangue innocente proteggendo a tutto vigore gli iniqui Gazzari.

TUTTI.

Morte ai Gazzari... Morte... Si stermini il Conte.

EREMITA.

Egli commise infinite rapine ed ogni sorta di nefando delitto.

UOMINI DI VINTEBIO.

È vero, è vero. A noi furono tolti gli armenti da’ suoi satelliti, che uccisero ne’ prati i pastori.

UOMINI DI SERRAVALLE.

A noi rapì le biade, ed impose esorbitanti tributi minacciando d’incendiarci la terra se non li pagavamo.

MONTANARI DI VALSESIA.

Per proteggere l’eretico fece invadere le nostre montagne dalle sue bande sacrileghe, che commisero orrendi eccessi.

GAUDENZO.

Ora vuole obbligarci ad un tributo il più vile ed inaudito: pretende usurpare i maritali diritti: a me, che non cedetti, rapì la donna. Così vuol fare in avanti con tutti i vassalli.

TUTTI.

Morte al rapitore, all’adultero, all’omicida: s’assalga il Conte; non siamo più suoi vassalli.

EREMITA.

Ma di chi sarete voi? Egli è pur d’uopo avere un signore.

MONTANARI DI VALSESIA.

Faremo i Podestà come gli abitanti dell’alta valle.

UOMINI DI SERRAVALLE.

No: i Podestà non bastano; bisogna creare un capitano del popolo.

UOMINI DI VINTEBIO.

I capitani fanno lega coi ricchi: non vogliamo il capitano. Ogni Comune comandi da sè.

BERNARDO.

Noi della Riviera d’Orta abbiamo per signore il Vescovo di Novara: i nostri privilegi e i nostri diritti furono sempre sacri e rispettati.

TUTTI.

Sì. Proclamiamo Signore il Vescovo di Novara! Sterminiamo il Biandrate e viva il Vescovo — Viva.

L’Eremita seppe far prevalere su quella moltitudine i suoi moderati ed accorti consigli. Furono orditi i piani, e stabiliti i modi di muovere il paese ad intraprendere l’assalto. Finalmente quando divenne fitta la notte e tutto fu determinato e conchiuso colle più formali promesse i collegati si separarono, ritornando ciascuno alle proprie terre.

Scendevano dal monte Bernardo e Gaudenzo con alcuni degli uomini di Vintebio, che tenevano quella strada medesima, e che Gaudenzo nella gioja anticipata della vendetta obbligare voleva a pernottare seco lui a Civiasco, giacchè il cielo s’era fatto minaccioso, rimbombava il tuono e balenava. Allorchè furono a poca distanza dal paese s’arrestarono udendo i passi d’un cavallo giù nel sentiero, e la voce d’un estraneo cui rispondeva un contadinello.Diceva l’estraneo d’essersi smarrito, siccome poco pratico della strada che guidava a Civiasco, e sulla risposta del fanciullo che Civiasco era affatto d’appresso, domandava se conoscesse il giovine Gaudenzo di quel villaggio all’abitazione del quale era diretto.

Gaudenzo riconobbe quella voce odiatissima funesta a lui; era desso il falconiero Tibaldo.

«Compagni (egli disse tosto), questo che cerca di me è il più scellerato dei satelliti del Conte, quello per consiglio del quale si commettono le maggiori iniquità. Egli stesso fu che m’intimò gli ordini del Conte, egli che mi spiegò colla più sfacciata baldanza l’orribile di lui pretesa. Se voi avete giurato, veramente col cuore in faccia al venerando Eremita, ora è il momento di cominciare le nostre vendette.

Ciò profferito, balzò rapido sulla strada e seguìto dagli armati compagni affrontò il Falconiero al bagliore dei lampi.

Nel Castello di Monrigone il conte Jago inquieto e agitato pensava intanto al modo di riparare a quel tratto di perfidia da lui commesso,le cui conseguenze dubitava poter divenire pericolose, quantunque fosse assai lontano dall’immaginarsi la tempesta terribile che s’andava sul suo capo addensando.

Quando seppe che Maria era stata condotta nelle sale della defunta Contessa sua madre, si pose a spalle un mantelletto di seta, si coprì il capo con un berretto di velluto adorno di piume e si recò colà entrando col sorriso sulle labbra. La misera fanciulla non era stata punto consolata dall’improvviso cambiamento di stanza, anzi temeva che l’essere stata trasportata in quelle camere eleganti fosse appunto per venire visitata dal Conte. Allorchè lo vide comparire coprissi con ambe le mani la faccia e si diede a piangere e singhiozzare sfrenatamente.

«Non avere alcun timore di me, no, bella fanciulla, non aver timore, ch’io non voglio nè toccarti nè farti alcun male (pronunciò con dolcezza il Conte avanzandosi a lenti passi). Sono venuto anzi per recarti buone nuove, per consolarti... Ma via cessa di piangere, asciuga le lagrime, scopriti il viso, non sonopoi il drago delle sette teste! che il cielo mi fulmini s’io ho intenzione di fare cosa che ti dispiaccia.

Così dicendo s’assise di fronte a lei, ma in fondo della camera, vicino ad un tavolo su cui posava uno scrignetto d’avorio. Maria piuttosto sorpresa che rassicurata da quella inaspettata cortesia, e più dalla lontananza frapposta, frenò il pianto, ma non si scopri il volto.

«Guarda bella Maria, ti piace questa collana? (proseguì il Conte con voce melata dopo avere aperto lo scrigno e trattine varj ornamenti femminili). Ebbene te la dono se tu levi quelle mani dalla faccia: vedi che belli anelli, che ricco spillone: oh come ti staranno mai bene quel giorno che tu sposerai il tuo Gaudenzo!

Maria a tal nome diede in uno scoppio più disperato di pianto.

«E che? non lo credi forse? Tutto quello ch’è accaduto non fu che una burla, e certo non l’avrei fatta s’avessi potuto immaginarmi che ti doveva costare tanto pianto. Il tuoGaudenzo tu lo sposerai e non più tardi di domani o dopo.

«Dov’è Gaudenzo, e mio padre dov’è? (s’arrischiò a dire fra i singhiozzi Maria).

«Gaudenzo sarà qui nel castello questa sera stessa o domani per tempo. Ho spedito ad Arola a ricercare anche tuo padre, e per il momento delle nozze si troverà qui egli pure.

«Non è meglio allora che mi lascia andare a casa mia: troverò bene la strada da me. Per carità mi lasci andare.

«Non vedi Maria che comincia a farsi oscuro, e che il tempo minaccia. Odi il tuono: fra pochi momenti cadrà una pioggia dirotta. Non potrei lasciarti esporre per la via. Domani sarai pienamente contenta: nè qui puoi dire che ti sia stato usato e che ti si usi alcun maltrattamento. Se il tuo sposo avesse ceduto di buon grado al mio desiderio di far le nozze nel castello, io non mi sarei presa la briga di qui condurti contro la tua volontà. Ma nulla tu hai perduto; le nozze si celebreranno egualmente, e mia mercè tu sarai la più ricca e la piùadorna delle mie vassalle. Tutte queste gioje sono per te: io te le dono; rasserena il tuo spirito e apri il cuore all’allegrezza ed al contento.

Queste parole profferite dal Conte con accento animato e persuasivo, il moderato suo contegno, la promessa che sembrava sincerissima di riunirla allo sposo ed al padre recarono la speranza nel cuore di Maria. Alzò essa il capo, girò meno afflitto lo sguardo e sulle sue guance il pallore diede luogo ad un lievissimo colore di rosa. Eransi recati i lumi. Il Conte la rimirò con occhio di somma compiacenza, e sentendo che lo sforzo fatto contro la propria abitudine d’essere dolce ed umano, non potea protrarsi in lungo, poichè rinascevano gli stimoli delle sue cieche e furiose passioni, la salutò con un arcano sorriso e si ritirò.

Innoltravasi la notte; Tibaldo non ritornava. Il Conte attribuì il ritardo alla bufera e si coricò. L’immagine della fanciulla d’Arola gli si presentò vezzosa alla fantasia. Sognando, vedevala lieta e ridente accompagnata al suo Gaudenzo recarsi alla di lui capanna, e quella consolazioneinnocente e sincera di due sposi contadini, gli destò una rabbia, un’invidia profonda. Svegliossi pentito delle promesse fatte e dell’usata moderazione. Balzò dal letto, scellerati pensieri lo predominavano: s’avvolse in ampio mantello ed uscì dalla sua camera fermo in nefando proposito. Nell’attraversare la galleria lo ferì il rumore d’un insolito bisbiglio: s’accostò al balcone, ne spalancò un’imposta e trasalì all’improvviso grido d’allarme partito dal soldato che stava a guardia alla torre.

Era l’aurora, ed i primi raggi mattutini rischiaravano la sommità delle merlate mura del castello. Il Conte retrocedette a gran passi, e si scontrò in fondo alla galleria con due de’ suoi uomini d’armi che salivano le scale in tutta fretta per ascendere sulla torre onde vedere qual causa avesse dato motivo al grido della sentinella. Egli li sollecitò maggiormente e quelli in pochi istanti calarono, dicendo che dalla torre vedevasi venire verso il castello una gran turba d’uomini, nelle mani dei quali miravansi lucicare dei ferri.

Fremette il Biandrate a tale annunzio: ordinò che tutti i suoi soldati si mettessero in armi prontamente: che gli arcieri occupassero i baluardi, e venti alabardieri a cavallo in armatura pesante uscissero incontro a quella turba per arrestarla e disperderla. Vestì egli stesso la sua miglior corazza, e ripostosi l’elmo in capo si recò in persona sul vallo onde accertarsi cogli occhi propri del fatto.

Vide una numerosa banda di contadini e montanari armati avanzarsi in massa compatta verso il castello, ed altre file seguirla paralellamente per altre strade. Al mezzo della massa principale sovrastava un’asta su cui eravi infissa una testa che tutti con terrore riconobbero per quella del falconiero Tibaldo. A tal vista non rimase più alcun dubbio nel Conte sullo scopo di quel popolare armamento. Con feroce speranza, mirò i suoi alabardieri tutti aspri di ferro uscire dal castello e serrati d’appresso i cavalli, le lancie abbassate, abbandonare le briglie e galoppare contro quella massa ribelle. Al vedersi investiti nacque tra i contadini unaagitazione, un subbuglio: ma s’udirono alcune voci di comando e quella massa s’acquetò, si restrinse e rimase immobile. Accostatisi i guerrieri vennero accolti da un nembo di freccie sì formidabile che metà dei cavalli caddero a terra feriti, e sebbene gli altri si slanciassero più oltre contro i contadini in pochi momenti li vide il Conte con immensa sua rabbia e dispetto volgere i destrieri e cacciati in fuga ritornare a gran corsa verso il castello. La moltitudine mandò un urlo immenso e si avanzò anch’essa più rapidamente contro i baluardi del Biandrate.

Rientrati gli alabardieri fu alzato il ponte levatojo e venne calata nell’arco interiore della porta la saracinesca o cataratta di ferro. Tutto quel giorno fu un cambio continuo accanito di dardi, di saettoni, di sassi tra gli arcieri del Conte e gli uomini della lega contadina che avevano circondata da ogni parte la fortezza. Durante la notte i capi della Lega tennero consiglio nel bosco vicino, e considerando che il castello, preso sì all’impensata, non poteva essereprovveduto di vettovaglie, determinarono di starvi d’intorno e senza porre a repentaglio la vita costringere il Conte ed i suoi ad arrendersi per la fame. Gaudenzo s’oppose con violenza a tale risoluzione volendo che ad ogni costo si espugnasse il castello montando all’assalto: ma gli altri tutti rigettarono la sua proposta siccome temeraria e di troppo dubbia riuscita, onde egli dovette acquetarsi al comune parere. Fu nella stessa adunanza stabilito si spedisse il padre Anastasio Eremita al Vescovo di Novara partecipandogli la risoluzione della Lega d’averlo per Signore e feudatario in quei dominii, e pregandolo a mandar tosto alcuno de’ suoi Vicarii onde confermare e inanimire nell’impresa i combattenti.

Il conte Jago erasi intanto disposto alla più disperata difesa: non era vero che il castello fosse sprovveduto di viveri; v’avevano delle provvigioni di granaglie e carni, ch’erano restanti di quelle raccolte per fornirne i Gazzari. Benchè non ardisse tentare una sortita, essendo i nemici in troppo gran numero, viveva certoperò che questi, mancanti d’ogni macchina murale, non sarebbero mai stati in grado di atterrare e superare i baluardi. Sperava d’altronde che tra quelle bande di rozzi terrieri sarebbero nati contrasti e dissidii, nè aveva perduta la fiducia che qualche feudatario vicino temente di simil fatto tra i proprii vassalli sarebbe accorso co’ suoi militi a liberarlo. Nei primi momenti della rivolta aveva in suo furore pensato ad un’atroce vendetta rendendo vittima la misera Maria, che teneva per certo essere l’innocente cagione di tanto trambusto; ma pensò convenirgli meglio tenerla in vita sino a momento più opportuno, onde caricatala di amari rimbrotti la fece rinchiudere di nuovo in più tetro carcere nella torre.

Il Vescovo di Novara ricevette maravigliando l’annunzio della sommossa dei vassalli del Biandrate e provò profondo rammarico allorchè seppe essere ciò stato particolarmente cagionato dal rapimento d’una innocente fanciulla commesso dal Conte ne’ suoi dominii della Riviera. Ma ai pensieri di vendetta, d’ambizione, d’orgoglioprevalse nell’animo di quel sapiente Mitrato l’amore del giusto, il desiderio della concordia, della pace, della cessazione dell’effusione del sangue; calcolando eziandio con veggente politica che l’accettare per sè i dominii del Biandrate quantunque momentaneamente sostenuto coll’armi dai popolari, era stolto consiglio, giacchè la famiglia Biandrate essendo stata investita dei diritti feudali dall’Imperatore, non potevasi impunemente usurpare que’ diritti per qualsiasi cagione senza involgersi in una serie infinita di perigli e di contese.

Spedì però quel Vescovo immediatamente il suo vicario Eraldo Nata al campo della Lega intorno a Monrigone, non quale apportatore della propria accettazione del dominio, ma siccome mediatore tra i vassalli ed il Conte. L’eremita Anastasio non fu veduto ritornare seco lui, nè mai più comparve sulle rive della Sesia.

Il Vicario adunati i principali della Lega manifestò loro la volontà del Vescovo e gli consigliò a riporre in sue mani la loro causa, poichè sperava coll’ajuto di Dio di condurrea buon fine le cose, facendo che cessassero perpetuamente da parte del Biandrate tutti quegli atti ch’avevano mossi gli oppressi vassalli ad imbrandire le armi contro di lui.

Il rifiuto del Vescovo di Novara d’accettare il dominio scoraggiò nell’impresa i più protervi e li costrinse ad accedere alla proposta del vicario Eraldo. Questi avuto l’assenso della Lega penetrò nel castello e dopo lungo animatissimo colloquio col conte Jago lo fece piegare a’ suoi desiderii, per cui fu stesa e proclamata la pace e giurato un reciproco perdono.

L’armata degli assedianti si sciolse. Maria venne restituita a Gaudenzo, che giubbilante e dimentico dei passati affanni l’accompagnò coi di lei padre ad Arola, nel qual luogo si celebrarono le nozze. Il Conte dalla trista esperienza istruito, usò per l’avvenire co’ suoi vassalli di modi più miti ed umani; e questi, sinchè ebbe durata la signoria in quella famiglia, si dimostrarono verso di essa rispettosi cd affezionati.


Back to IndexNext