UN SOLDO
E perchè no?
La biografia d’un soldo può avere alcun che d’interessante. Si fa la storia degli uomini, e fra parentesi ve n’ha di quelli che valgono assai meno di un soldo, e perchè mai sarebbe negato allo scrittore di far quella delle cose?
Colle moderne teorie che vanno man mano rimpiazzando le antiche, sappiamo che in fin dei conti l’uomo è una cosa che si muove, come la trave balzata nell’Oceano, per anni ed anni, finchè dà di capo in qualche scoglio, e là s’arresta.
Io sono progressista, epiteto che ai nostri dì fa sinonimo con materialista. In un momento d’ozio si può fare quel che si vuole, e non sembrami indegno occuparsi anche della storia d’un soldo.
Mettetela come una distrazione cotesta mia fantasia, e pensate che Mendelssonn il gran filosofo tedesco per oziare qualche ora del giorno stava enumerando i tegoli del tetto.
Ma non divaghiamoci. — Veniamo al fatto. Non rabbrividisca il lettore; non è uno squarcio di numismatica o di archeologia che prendo a trattare. Il mio soldo, se non è nuovo di zecca, ha per lo meno pochi anni di coniatura.
Ciò premesso tiro innanzi.
Era il giorno de’ morti; giorno di dolci reminiscenze pei vivi che ricordano con affetto i cari estinti; giorno di festa per taluni filosofi moderni, i quali pensano con gioia di non essere compresi in quel pietoso anniversario.
Tramontava il sole, ed i suoi raggi morenti venivano offuscati dalla nebbia che s’alzava sensibilmente.
Io compiva appunto allora il giro del Camposanto, e già stava per prendere il viale che guida all’uscita, quando, passando presso ad una fossa recente, parvemi di discernere fra la terra, una moneta irrugginita.
Non mi ero ingannato; la raccolsi, e non tardai ad indovinare che la mia fortuna era di poco conto.
Era un soldo del Regno Sardo, battuto nel 1826 dal Re Carlo Felice. — Me lo misi in tasca e me ne andai.
Sono anche fatalista e faccio cabala di qualunque avvenimento; è questa la risorsa dei tapini che, avendo sempre qualche cosa da sperare, interrogano la sibilla del caso.
Mi teneva il mio soldo in tasca pensando meco stesso che ei potesse darmi ventura. Giunto a casa presi a riguardarlo attentamente, e riflettendo sull’azzardo che me l’aveva fatto trovare, mi venne irresistibile curiosità di conoscere la storia di quella povera moneta.
Una vecchia signora che praticava la mia famiglia mi aveva insegnato molti anni prima la stregoneria dei tavolini parlanti. Mi servii di questo mezzo, e mi accinsi tosto all’impresa di magnetizzare il mio mobile.
Ci vollero due buone ore per scaldare la vena a quello sciagurato, infine a forza di fluido e di volontà sentii che il tavolino oscillavami sotto le dita.
Evocai lo spirito d’una mia vecchia fantesca, e ben presto la corrente simpatica ci mise in comunicazione. Potete immaginarvi se dimenticai il mio soldo; feci la domanda in tuono cattedratico, e la buon’anima, avvezza com’era in vita a servirmi, andò subito in traccia dello spirito della mia moneta, e dopo le solite cerimonie di presentazione ci lasciò soli.
La mia nuova conoscenza con una arrendevolezzapiù che comune, mi espose la sua storia, e con tanto garbo da far invidia ad un professore di retorica. Io m’ingegnerò di riferirla alla meglio. Eccola:
················
Avrai veduto che io fui coniato nell’anno 1826, epoca fortunosa per vicende a questa tua Italia.
Non era pur anco freddo che già un fonditore mi fece entrare nella sua saccoccia mettendone un altro al mio posto.
Seppi più tardi che ebbi tale preferenza in grazia di un color verdognolo rimastomi nella combustione.
Il fonditore che mi prese, aveva moglie e due figli, di cui uno giovanissimo il quale era, come suol dirsi, il beniamino di papà. Venuta la sera, io me ne uscii dalla zecca; vale a dire che il mio proprietario, terminato il suo lavoro, si avviò a casa, e cammin facendo prese ad osservarmi attentamente. Fu quello il primo istante in cui potei dare un’occhiata all’intorno, e mi accorsi di essere in una gran città.
Ciò ti sembrerà strano, e penserai forse come mai io abbia riconosciuto una città, se non ne aveva mai vedute. Ma la tua sorpresa ed i tuoi stupori cesseranno allorchè saprai che il miopiccolo corpo è composto di mille piccolissime parti, le quali ebbero ciascuna un’esistenza speciale.
Cinque millesimi di me appartennero alla pentola di una fattucchiera; ma di tutto ciò mi ricordo appena come di un sogno:
È la Metempsicosi — Pitagora aveva ragione. Sotto forme nuove io era già vecchio, ed alcune parti di me datavano di varii secoli.
Nel mio complesso adunque conosceva benissimo ciò che fosse una città, epperciò non durai fatica a comprendere dove mi trovassi.
Giunto a casa del fonditore fui tratto di tasca per passare nelle mani del ragazzo più piccolo, il quale, vedendomi così verdolino, mandò urli di gioia, e mi strinse siffattamente fra le dita da farmi dubitare della mia solidità. Passata l’espansione, mi toccò subire un altro esame, e tutta la famiglia fu concorde nel trovare che il mio colore era magnifico.
Ciò mi dispiacque assai, perchè io ebbi sempre la smania di girare il mondo. Il mio novello stato mi prometteva un avvenire ricco di emozioni, e tremava ad ogni istante che a quei ragazzi venisse il ticchio di rinchiudermi in un salvadanajo, ed impedirmi così la circolazione.
In casa del fonditore signoreggiava la noia più potente; tutto era regolare, non si potevafare appunti in nulla, e capirai che ciò riusciva di tedio al mio istinto d’osservazione.
La fortuna mi sorrise più presto che non me l’aspettava; qualche giorno dopo il mio arrivo in quella casa, quello dei ragazzi che mi faceva saltare per la stanza, mi lasciò cadere nella via. Non mi feci alcun male, abbenchè venissi dal quarto piano, e riavutomi alquanto dallo sbalordimento, mi rallegrai meco stesso dell’accaduto.
Stetti due giorni fra i ciottoli della via.
Passava tanta gente, e nessuno mi scorgeva; ma al mattino del terzo giorno caddi sott’occhio ad una serva la quale, vistomi appena, mi prese, e lì passai un altro esame.
Poco dopo io errava per la tasca di quella ragazza con una numerosa brigata di amici coi quali feci subito conoscenza. Lungo la strada la mia nuova padrona incontrò un cencioso che le chiese l’elemosina; mi vennero le vertigini pensando di essere forse destinato a divenire proprietà di un miserabile. Stavo sì bene fra quelle gonnelle!
Per fortuna fui salvo e toccò ad un mio amico la triste sventura. — Non vedeva l’ora di entrare nella nuova casa, ma la mia padrona aveva molto da fare; per dipiù s’imbattè in un importuno che la tenne a ciance una buonora sotto ad un portone. — Alcuni miei compagni vecchi di saccoccia mi dissero essere colui un giovane di negozio amante della serva, il quale ogni mattina l’aspettava per dirle le solite storie.
Mentre mi facevano questo racconto, sentii una grande scossa prolungata che ci mise tutti sossopra. Il turbine durò qualche minuto, e poi cessò; gli amanti si salutarono ed io me ne rimasi tranquillo; però dopo riflessioni che feci per via perdetti alquanto di quel buon concetto che mi era fatto sulla moralità delle serve.
Giunto a casa fui deposto sul camino cogli altri, ma vi rimasi per poco, giacchè venni levato e portato alla padrona come un oggetto di curiosità; ciò sempre in grazia del mio color verdolino.
Mi si allargarono i pori alla vista di quelle sale ricche e sontuose; mi trovava in una casa di signori, e ben poteva rallegrarmi di essere ruzzolato dal quarto piano per cambiare così in meglio. C’erano tappeti, fiori, mobili, quadri e specchi profusi con tanto lusso da gareggiare con un appartamento principesco.
Io non ho sesso, epperciò sono privo d’ogni suscettibilità, tuttavia ciò che è bello m’ha sempre colpito.
La padrona della serva che m’aveva raccoltoera di una bellezza rara; una di quelle figure che i poeti hanno assimilato agli angeli; allorquando le sue graziose manine si posarono sopra di me, mi sentii un certo fremito che mi fece nascere qualche dubbio sulla proprietà insensitiva dei corpi inorganici. Fu però l’emozione di un istante, e passò subito.
La signora era nientemeno che una contessa, una contessina sposata di fresco ad un marullo di vecchio carico di ben settant’anni.
Ti racconto in due minuti la sua storia. — Il conte era vedovo di una prima moglie morta senza lasciargli la memoria d’un figlio, e riflettendo che dopo di lui la sua prosapia andava perduta, decise di ammogliarsi con una giovinetta di vent’anni. Queste profanazioni mi fecero sempre ribrezzo; ma la ragazza non era molto agiata, i parenti la pressavano ed ella accettò rinunziando all’amore di un giovinotto per due cavalli ed un blasone di nobiltà.
Da due mesi ella era diventata la signora contessa, e quel vecchione di suo marito per non perder tempo appendeva santini e voti alle madonne, e consultava medici; tutto per procurarsi un rampollo cui confidare la propagazione della nobile semenza.
Il dabben uomo voleva ad ogni costo un erede, e sua moglie avrebbe fatto assai malese non si fosse adoprata con ogni mezzo per compiacerlo.
Saprai che un celebre medico, interpellato fosse ancor possibile divenir padre in tarda età, rispose che a sessant’anni è ancora probabile l’aver figli, ma che a settanta se ne ha di certo. Ecco un grande argomento che fece forte il conte nella sua ostinata idea.
Qui tralascio le osservazioni e cito i fatti che parlano più chiaro.....
La contessina mi guardò con grande curiosità, indi mi depose in un cestellino da lavoro. La serva se ne andò, ed io rimasi solo colla mia nuova padrona.
Se io fossi indiscreto e tu curioso, potrei rivelarti tutto quello che fece, ma siccome non vi era nulla di male, evito i particolari. La contessina guardava spesso l’orologio, e più spesso lo specchio che aveva davanti; era un po’ civettina, ma tirando innanzi si vedrà che ne aveva qualche ragione.
Da una mezz’ora io stava in quel cesto osservando pacificamente quella graziosa figurina che era ben lontana dal supporsi veduta, quando sentii due debolissimi colpi alla porta opposta a quella per cui io era entrato.
La contessa trasalì, guardò intorno, indi pian piano con una piccola chiave aprì d’onde veniva bussato.
Io era tanto ingenuo che a bella prima credetti di veder entrare il marito, ma con mia sorpresa mi apparve innanzi un giovinotto che poteva avere al più venticinque anni. Non era dunque lui. (Questo lui è sinonimo di marito, abbreviativo molto comodo).
— Mia cara Luigia.
— Mio Angelo. E lì un abbraccio piuttosto prolungato, poi la contessa, accennando al giovane di star zitto, andò in giro per la sala, e ne chiuse tutte le entrate.
Ti confesso che io rimasi colpito dell’arditezza di quel giovane; capisco che si possa scalare una finestra di notte, ma violare un domicilio conjugale in pieno giorno, l’era un bell’azzardarsi. Dopo queste brevi riflessioni mi posi in ascolto, ed eccoti quello che udii:
— Luigia mi ami tu sempre?
— E me lo chiedi?... Vieni, siediti qui.
— Come stai?
— Io benissimo, e tu?
— Molto male, mia bella; lontano da te non posso vivere.
— Sei un egoista. — Da due mesi appena sono maritata, ed in questo frattempo è la quarta volta che mi vedi...
— Io vorrei vederti tutti i giorni, tutte le ore.
— Tu dici bene, ragazzo mio... se fossi tua moglie.
— Oh perchè nol sei?
— Non parliamo di ciò; è inutile, sai bene che non vi era altro mezzo.
— Ma io soffro, o Luigia, sapendoti di un altro.
— Taci là incontentabile! — Tu sai meglio di me che il mio matrimonio terminò cogli sponsali.
— Ed il conte è sempre contento di te?
— Più che mai.
— Ed ora?
— Ora dorme. Lo feci star alzato tutta la notte col pretesto dei nervi. Pensai di stancarlo per bene affinchè dormisse lungo la giornata; così avremo molto tempo per noi.
— Va, mia Vigia, che sei la gran furba!
— E me ne rimproveri?
— Sì, anzi per castigo eccoti un bacio...
Vi fu un momento di tregua, indi la conversazione fu ripigliata sommessamente, e durò più d’un’ora. Quel babbuino di conte aveva il sonno ben duro!
Io me ne stava osservando con qualche compiacenza quella giovine coppia, e pensava fra me che una buona crepata di quel nobile vegliardo avrebbe fatto la felicità di due colombe.
È inutile dirlo; l’amante della contessina era lo stesso che aveva quand’era fanciullaL’adesione di lui era stata una condizione sine qua non pel matrimonio.
Ben fatto perdìo, e vorrei che tutti fossero qui ad ascoltare la mia storia per trarne ammaestramento. —
Gli amanti, come dissi, passarono una buon’ora in quell’affettuoso colloquio, indi la contessa per la prima osservò che già troppo tempo era trascorso, e dopo i soliti salutamenti si separarono.
Era tempo! Un momento dopo, appunto mentre ella dischiudeva le porte, entrò il conte che camminava fregandosi gli occhi.
— Buon giorno, gioia mia.
— Addio, conte.
— Come stai?
— Un po’ meglio! Ho preso un calmante.
— L’assafetida forse?
— No, un po’ d’acqua di Melissa...
Se io sapessi disegnarti quel ceffo di conte non potresti trattenere uno sfogo d’ilarità; un vecchio rimbambito e ridicolo che per nascondere le magagne degli anni si tingeva i baffi in color d’albicocca, e portava parrucca profumata con lunghi ricci che gli cadevano sul bavero. Bisognerebbe piangere per compassione nel vedere quella nobile età che è la vecchiaia prostituita e messa in derisione da taluniinverecondi scimuniti che si affannano in mille guise per togliere qualche anno all’apparenza. — Ganimedi che puzzano di tabacco, galli spennacchiati, lions sdentati, giovinotti quasi secolari, che fanno poderosi sforzi per correggere la curva della loro schiena irrigidita. — Ah son pur belli codesti musei azzimati alla moda che danzano la ridda sull’orlo della fossa, finchè cadono spossati nella bara!
A questo punto sentii che il tavolino fremevami sotto le dita, e da ciò potei comprendere quanta stizza animasse lo spirito del mio soldo. — Vi fu un momento di silenzio, indi la voce misteriosa riprese con più calma.
Per troncare ti dirò quello che seppi di poi per un caso. Non era ancor caduto l’anno di matrimonio, quando la contessina partorì un figlio maschio. — Vedi che la nobiltà non è sempre nel sangue.
Stetti per un lungo mese in quel cesto da lavoro fra i gomitoli di seta; cominciava ad annoiarmi tanto più che aveva sempre dinanzi quello stolido vecchio — Un giorno finalmente la contessina mi regalò alla bimba di una sua amica moglie di un colonnello in ritiro.
Cambiai domicilio, e fui portato in un altro appartamento discretamente arredato; ma a dirti il vero, il mio soggiorno colà mi fu largo di noie.
Il colonnello brontolava da mane a sera, e madama stava tutto il giorno in cucina. Era costei una virtuosa signora a quel che mi parve, e non ti stupirai se ti dico che era bruttissima.
Già cominciavo a rimpiangere la contessina, ma un giorno fui veduto da un servo che destramente mi colse, e passai nella sua saccoccia.
Abitai in cucina, e se dovessi narrarti tutto quello che vidi colà, perderesti l’appetito. — Io vado molto cauto nel giudicar male, epperciò ti faccio una confidenza, ma colla più gran riserva. Ti dissi che la moglie del colonnello passava il tempo in cucina, ma dal tuono confidenziale che teneva col servo, parvemi di aver scoperto il perchè della preferenza che dava a quel luogo; servo e padrona quando erano soli si trattavano col tu. Non ho altra prova, ma parmi che essa ponga sufficiente dubbio anche sulla virtù delle brutte.
Mi fermai poco anche là, ed un giorno passai dal servo ad una erbivendola, e da questa nelle mani di un soldato. — Il mio domicilio era una caserma di fanteria. — Fra la gioventù mi trovo sempre di buon grado, ma i soldati mi fanno compassione. Io ti credo esente da questo tributo, e me ne rallegro teco; sventurati quelli cui tocca! giacchè tu non sei nelcaso, evito di funestarti con un racconto che ti sarebbe disgustoso.
Errai per mille mani, perchè fui giuocato continuamente; il gioco è la più istruttiva occupazione a cui si dedicano quei giovinotti costretti a marcire fra le sucide pareti di una camerata. — Quello che so dirti si è che non mi ricordo di essere mai stato tanto malmenato come in caserma; mi buttavano in aria dalla mattina alla sera, ed a forza di urti e confricazioni perdetti alquanto di quel color verde che mi distingueva.
Anche di là un giorno ebbi la consolazione di andarmene. — Per mezzo di un capitano fui portato al caffè, e passai poscia in mano d’un grasso canonico che mi accolse in casa sua.
A dirti il vero, io aveva buon concetto sui preti in generale, e non comprendeva il perchè tanti se la prendessero così amara con essi. Ma ahimè, ogni giorno che passa ci lascia una delusione, e dovetti pur troppo convincermi che c’è fondamento in tutto. —
Il canonico mio nuovo padrone era un cane senza cuore, ed avrebbe lasciato perire il genere umano piuttosto che regalare un bicchier d’acqua. Non aveva sensibilità che per la tavola, la cantina e la serva: la trinità c’è tutta. — Io non tengo gruppo in gola, e bisognache ti dica quanto sdegno mi suscitò la vista di un reverendo che si abbandonava a siffatte sregolatezze... Tiro avanti perchè il pudore mi fa venir rosso. Capirai che io soffriva stando in quella casa, e mi arrabbiava maledettamente, tanto più che alla sera convenivano colà varj altri pretacci, i quali parlavano sì malamente da far vergognare l’Aretino. —
Se la religione e la morale vi sono inculcate da costoro, ne avrete certamente un bel frutto, poveri mortali.
A buon diritto io era stufo di starmene in quella casa, ed aspettava una buona occasione per andarmene; non tardò a presentarsi. — Un mattino mentre il canonico disponevasi ad uscire, si sentì una scampanellata alla porta; la Perpetua era fuori per la spesa e toccò al padrone d’aprire.
— Abita qui il canonico B?... chiese una voce di ragazza.
— Sì, carina, che vuoi?
— La portinaia del convento delle Carmelite le manda questo cesto a nome della madre superiora... è frutta fresca.
— Grazie, piccina. Chi sei tu?
— Sono la nipote della portinaia.
— Prendi, — mi sentii afferrare, e fui messo nelle mani della ragazza. — Il canonicofa ben generoso quella volta, era il primo soldo che regalava in tutto il tempo che mi fermai a casa sua.
Indovina un po’ dove fui portato? — Nel monastero, fra le fanciulle addolorate che rinunziano alle promesse lusinghiere del mondo per vivere di contemplazione.
Tranne un po’ d’ozio non eravi altro di male in quel ritiro, e ciò mi provava che spesso si giudica male dai profani in fatto di monache. Lascia, o caro amico, che mi soffermi alquanto a narrarti la vita che menai fra quelle vergini sacrate a Dio. Ve n’erano d’ogni qualità, intendo dire delle vecchie e delle giovani, e certo di farti cosa grata saltando le prime, ti parlerò delle altre.
Erano tre, tutte belle e graziose, e nel tempo che dimorai con esse ebbi agio di conoscerle per bene. — La prima per età, chiamavasi Suor Ida, aveva venticinque anni, era bruna di volto, nerissima di capelli; se tu la vedessi proveresti un fremito di esaltamento. — La sua indole non addicevasi troppo ad una monaca, giacchè era di una irrequietezza continua che si rivelava sin ne’ più piccoli suoi atti. Dotata dalla natura di una tenacità di propositi non comune, ella aveva preso il velo per disgusto della vita causato dalla perdita d’una sorella amata.
L’altra si chiamava Suor Serafina, bionda come una spica, cogli occhi del colore dell’acqua fresca; era una ragazza di temperamento linfatico, non crucciavasi per nulla, e le sarebbe stato proprio indifferente se invece di sposar Dio avesse sposato un giovanotto. Faceva la monaca per abitudine.
Viene la terza... oh lascia mio buon amico che sulla memoria di questa io sparga una lagrima, lascia che richiamandomi alle reminiscenze del passato, sfoghi un sospiro di compianto sulla sorte di quella sventurata giovinetta. — Aveva nome Angelica, e ben può dirsi che la sua figura era degna di un angelo. Aveva i capelli d’oro, l’occhio azzurro, la fronte purissima; era insomma una di quelle creature che passano per questo nostro mondo come lampi di luce e d’amore. Aveva diciannove anni appena, veniva da una famiglia distinta per grado, ma a quanto sembra, il fanatismo di casta acciecò talmente i suoi genitori che ebbero cuore di sacrificare quell’angioletto alla più barbara delle istituzioni.
Al secolo ella erasi invaghita d’un giovane che l’adorava, ma sia per convenienza o che per altro, il padre di lei, vedendo di mal occhio quell’amore, decise di farla sposa con un ricco possidente del paese. Quando la povera Angelicaebbe il triste annunzio, fu presa da acutissimo dolore, ma invano pregò, invano supplicò; il padre fu irremovibile. Allora la giovinetta posta nel bivio di opporsi al padre, o ridurre l’amante alla disperazione, sacrificò se stessa al suo immenso amore, e prese il velo abbandonando questo mondo che aveva tanto torturato il suo povero cuore.
Povera Angelica! Perdona, amico mio se sospiro in rammentarla; delle tante larve mondane che mi passarono davanti, quella più d’ogni altra mi rimase impressa. — Era sempre malinconica, lagrimosa, pregava con un fervore che mai vidi il più ardente, e spesse volte sospirando sfuggivale dal labbro un nome che frammischiavasi alle preci.
Ti sembrerà strano che una cosa della mia natura abbia una corda sensibile per la poesia, eppure, per quanto prosaico sia lo scopo che a me si lega, e malgrado l’amara maledizione che scagliarono sulla mia specie quasi tutti i poeti, mi sento talvolta trasportato alle più dolci meditazioni.
Sin dal primo giorno che io entrai nel monastero, m’accorsi che Angelica portava in sè il germe di un tremendo malore; non si lamentava mai, ma piangeva e sospirava in secreto. Nei tre mesi che io mi fermai colà mi presetale interessamento per quella sventurata, che il tempo mi fuggì rapidissimo.
Che ti dirò? Assistetti alla sua agonia, la vidi consumarsi lentamente, e morire come un fiore abbandonato. — Povera fanciulla!
Ma divaghiamoci; tu non mi hai certo evocato perchè io venissi a funestarti con tristi racconti: Passiamo ad altro.
Morta Angelica prese a me pure la malinconia, le muraglie del monastero mi parevano più squallide, ovunque andassi mi sentiva sempre addosso un’oppressione che non so dirti. — Io aveva bisogno d’aria, di spazio; voleva riprendere la mia vita nomade.
La bruna suor Ida fu quella cui debbo la libertà, ed io glie ne sarò eternamente grato. — Costei amoreggiava con un giovinotto il quale, mercè qualche intrigo, poteva scendere di notte nel giardino del convento per contemplare con più agio la finestra della bella. Io stava allora in saccoccia di suor Ida — Una sera fui levato di là, ed avviluppato in un pezzo di carta. — Non potei subito comprendere di che si trattasse, ma poco dopo mi accorsi di fluttuare nello spazio. Caddi nel giardino; fui subito raccolto e liberato della cartolina che mi attorniava; potei allora farmi un’idea di qualche cosa.
Senza saperlo aveva fatto da procaccino portando una lettera amorosa.
Il mio nuovo padrone era un bel giovinotto che all’aspetto prometteva assai bene; entrai nella sua tasca unitamente alla letterina che potei leggere comodamente: Eccola:
«Mio caro! — Io non voglio morire di crepacuore fra queste vecchie balorde — Ricordo troppo spesso la mia povera Angelica — Domani a mezzanotte sarò in giardino — Procurati i mezzi per portarmi via; verrò teco anco in capo al mondo. —«Ida.»
«Mio caro! — Io non voglio morire di crepacuore fra queste vecchie balorde — Ricordo troppo spesso la mia povera Angelica — Domani a mezzanotte sarò in giardino — Procurati i mezzi per portarmi via; verrò teco anco in capo al mondo. —
«Ida.»
Nel laconismo telegrafico di quel biglietto si rivelava tutta l’arditezza della ragazza. Una monaca che scrive lettere di quella fatta si merita assai più che non la penitenza e la frusta con cui flagellavasi quella buon anima di san Luigi Gonzaga.
Il mio giovane padrone mi pareva in preda a molto gravi riflessioni; avrei creduto che ei vagasse nell’incertezza, e quasi quasi ero sul punto di consigliarlo a non mancare, perchè di quei bocconi, come suor Ida, non se ne trovan tanti. Io so bene che altro è fare all’amore dalla strada alla finestra, altro è portarsi vial’oggetto amato, e tenerselo come suol dirsi per sempre nelle costole, so che l’idea di un tal passo può imbarazzare non poco; ma che vuoi? la gioventù che riflette troppo, mi è antipatica.
Già era sopraggiunta la notte, e l’ora fissata stava di poco lontana, quando mi accorsi che il mio padrone avviavasi verso casa. Non so dirti la sgradevole impressione che mi fece la vile irresolutezza di quel giovane che speculava troppo sui casi fortuiti.
Ma altro è parere altro essere; mi era ingannato giacchè il mio eroe, nonchè non abbandonare il progetto di Ida, disponevasi invece a mandarlo in effetto. Entrato in casa prese tutta la riserva di danaro, ed un’ora dopo discendeva nella strada lesto e presto per l’affare. In quei beati tempi eravi ancora un rimasuglio di cavalleria nella gioventù, ma andando del passo che si va adesso, credo che un giorno o l’altro toccherà alle ragazze di rapire i giovanotti.
Suonava la mezzanotte, ed il mio padrone passeggiava già per il giardino; io credeva che per entrare nel recinto egli scalasse il muro, invece senza incomodarsi tanto, egli era passato per una porticina remota di cui aveva la chiave. Oh il progresso!
L’orologio del monastero aveva appena ribattutele dodici quando la simpatica suor Ida discendeva dalla cella nel giardino. Già più di mille Romanzieri ti hanno descritto un primo incontro di questo genere, ed io te ne risparmio la ripetizione. Due parole mormorate sommessamente, una stretta di mano convulsiva... e via. Sulla strada maestra, di là poco lungi, eravi una carrozza pronta, gli amanti vi si adagiarono entro, e frusta cocchiere. All’alba eravamo lontani dieci miglia dal monastero — durante la strada i padroni si dissero molte cose, e sorpassato quel poco d’orgasmo (che se ne doveva avere a que’ tempi per un tiro di quella fatta) si abbandonarono liberamente alle loro tenerezze.
Ida, da quella monaca prudente che era, aveva indossato un modestissimo abito nero, pescato Dio sa dove! e sotto le nuove spoglie la giovinetta era ancor più attraente. —
Da cinque ore quei fortunati viaggiavano, e sono certo che il tempo era parso ad essi assai breve, quando passando per una piccola borgata decisero di discendere per rifocillarsi alquanto, e poi riprendere il viaggio.
Entrarono nell’unica osteria del paese, e lì fecero colazione. Aveva già messo l’animo sul sicuro di proseguire il mio giro con quella coppia fortunata; ma è mio destino il trascorreredi episodio in episodio senza mai arrestarmi.
Mentre i miei padroni stavano mangiando, si presentò un piccolo mendicante colla marmotta, ed il mio giovinotto dimentico del gran servizio che gli feci, mi pagò d’ingratitudine mettendomi nelle mani di quel poverello che mi portò subito via.
Mi rassegnai abbenchè di malincuore a tanto mutamento di fortuna, ricordandomi d’essere io nato col destino amarissimo di andar sempre come il leggendario Ebreo Errante, e stetti aspettando la mia ventura. Il mio nuovo padrone poteva avere al più quattordici anni; non so da quanto tempo esercitasse la sua nobile professione, ma entrando nella sua saccoccia mi fu facile accorgermi che il poverino era poco ajutato dalla fortuna.
Ero io l’unico individuo della mia specie che ei possedesse, e mi maravigliai non poco pensando come mai quel piccolo vagabondo s’arrischiasse così solo in viaggio senz’altra provvidenza tranne quella che poteva venirgli dalla sua marmotta. —
Eppure che vuoi? Era quella la prima volta che mi toccava un padrone allegro. — Batteva le strade accattando pane alle cascine, e quando ne aveva sufficiente provvista rimettevasi inviaggio cantando allegramente una canzonetta del suo paese, di cui ricordo sempre questa strofa caratteristica:
«La mia mamma mi ha lasciato«Col retaggio d’un tapino,«Vagabondo abbandonato,«Vo’ cercando il mio destino.
«La mia mamma mi ha lasciato«Col retaggio d’un tapino,«Vagabondo abbandonato,«Vo’ cercando il mio destino.
«La mia mamma mi ha lasciato
«Col retaggio d’un tapino,
«Vagabondo abbandonato,
«Vo’ cercando il mio destino.
La compagnia di quel ragazzo non mi era del tutto ingrata, e vedendolo cotanto allegro nella sua miseria, finii per credere che al mondo c’è per tutti un po’ di bene. Non viaggiavo più in vettura questa volta, ma fra il polverio delle strade, con una sferza di sole non indifferente; eppure il mio padroncino continuava la sua strada canticchiando fra i denti mentre rosicchiava del pan duro. Già da alcune ore eravamo in marcia, quando nel passare presso ad una casina di campagna che aveva tutta l’aria di ospitare un signore, il povero giovinetto preso dalla sete, entrò pel cancello nel cortile onde cercarvi dell’acqua. — Ad un tratto sentii una voce rauca e minacciosa che gridava:
— Che fai là, mascalzone?
— Ho sete, cerco dell’acqua.
— Via di qua, va a tuffarti nel fiume, se hai sete ti laverai quella brutta faccia.
Tali villanie venivano da un signore che stava alla finestra fumando una grossa pipa. — Che fosse un signore si capiva da una ricca veste di camera che indossava, e mi stupì non poco la spietata inurbanità d’impedire ad un fanciullo di dissetarsi. — Quasi quasi inclinava a credere ch’ei lo facesse per ischerzo; intanto il mio padroncino era rimasto là indeciso se dovesse o non inoltrarsi, poi dandosi coraggio sclamò:
— Signore, mi permette di bere?
— Ti dico di tirar via... carogna... Olà. Turco, scaccia codesto vagabondo.
Non aveva ancor chiamato, che sbucò fuori un grosso cane, ed avventossi minaccioso sul povero giovinetto che si diede alla fuga mandando grida di spavento.
Il cane fu più umano del padrone, giacchè giunto al cancello si arrestò; ed il povero ragazzo dopo una lunga corsa, vistosi sicuro si lasciò cadere trafelante e spossato sotto un albero. Piangeva in silenzio il poverino, e forse nel suo piccolo pensiero, si fece un ben triste concetto della carità dei signori.
Rialzossi quindi ed asciugatosi col rovescio della mano le lagrime che gli tremolavano sulciglio, riprese il suo cammino mormorando mestamente:
«La mia mamma m’ha lasciato«Col retaggio d’un tapino —
«La mia mamma m’ha lasciato«Col retaggio d’un tapino —
«La mia mamma m’ha lasciato
«Col retaggio d’un tapino —
Che a quattordici anni si debba stentare così barbaramente la vita è dura, ma che vi siano uomini tanto malcreati da insultare così brutalmente alla miseria, è cosa orribile, e davvero che io rallegro meco stesso della mia condizione passiva che non mi lascia responsabile di quello che m’accade.
Verso sera il ragazzo giunse alle porte d’una città ed entratovi appena, mancò poco che non venisse imprigionato dalle guardie di polizia. Per fortuna, in grazia forse della sua giovane età lo lasciarono libero, ed egli, approfittando tosto dell’occasione, si mise in giro pei caffè, facendo saltellare la sua bestiuola.
Ti dirò io tutta la sequela di villanie e d’ingiurie con cui veniva accolto il poverino ogni qualvolta tendeva la mano per domandare la carità? Mi ripugna troppo il solo pensarvi. — Ti basti sapere che dopo di essersi sfiatato per alcune ore, riuscì a buscarsi due miseri soldi, e sai da chi? da un bravo operaio che transitandoper quella via, ebbe compassione del misero fanciullo.
All’indomani cambiai domicilio. Il mio padrone mi cedè per una fetta di polenta.
Decisamente io ero precipitato troppo in basso per potermi rialzare, e trovandomi nelle mani di quel sucido venditore di commestibili, disperai di mai più rimettermi in bene. — Presso la povera gente trovai sempre poco d’interessante, epperciò passo di volo in rassegna le mie peregrinazioni. — Dalla bettola passai nelle mani di un misero ciabattino, che mi portò a casa sua ove assistetti al miserando spettacolo di cinque ragazzini mezzo morti per fame, e consumati dalle lunghe astinenze. — Entrai poscia nella saccoccia di una piazzina, ma di là fui rubato da un monello, e portato al tabaccaio, il quale mi girò ad una vecchia fantesca lacera e sucida che era un orrore il vederla.
Colei mi consegnò al suo padrone avarissimo vecchiaccio, che avrebbe rifiutato un calcio ad un cane. Rabbrividirai per orrore se ti dico d’esser stato seppellito per tre anni nell’angolo di un cassone. — Ah! se ti narrassi tutto quello che vidi in quella casa sono certo che ti verrebbe voglia di strozzare quell’usuraio. Ma l’inferno fece giustizia, giacchè un bel dìquel birbone crepò per evitare la spesa di un purgante ordinatogli da un maniscalco che lo curava. Vidi con vera gioia che il diavolo si portò via quella vecchia carcassa e spero che se la terrà per un pezzo.
Gli eredi misero all’asta il mobilio della casa, ed a me toccò la lieta sorte di venir rubato con un certo numero di compagni dallo scrivano del Notajo.
Finalmente aveva ricuperata la mia libertà! E fu quello uno dei più bei giorni che io abbia trascorso. Il mio nuovo padrone non era tanto avaro, abbenchè in meschina condizione, e mi impiegò subito per bene lasciandomi nelle mani di un pizzicagnolo il quale mi diede in resto di conto ad una vecchia signora che recossi pochi giorni dopo in campagna portandomi seco all’aria fresca.
Come vedi, il mio tempo non andò perduto giacchè più bella occasione non poteva venirmi. — La villa della mia nuova padrona era molto graziosa, aveva un ampio giardino e tante altre comodità che a descrivertele ci vorrebbe troppo tempo. Mi divertiva discretamente colà; tutti i giorni assisteva a nuove avventure, ed alla sera mi portavano in ampio salone ove si faceva tanta musica da creparne satollo.
Fra le cose che più mi divertivano, eravi un signore alquanto maturo che tingevasi i baffi e portava parrucca, per far la corte ad una graziosa donzella nipote della mia padrona. — Ah se tu l’avessi sentito a cantare, te la saresti goduta, e quando ci penso parmi di vederlo ancora con quella posa sdolcinata, con quell’aria di gatto in fregola, mentre spalancava la bocca sdentata per abbaiare quella famosa aria:
«Trova un sol, mia bella Clori,«Che ti veda e non sospiri.»
«Trova un sol, mia bella Clori,«Che ti veda e non sospiri.»
«Trova un sol, mia bella Clori,
«Che ti veda e non sospiri.»
Di cotali citrulli ne vidi molti nelle mie peregrinazioni, e ti assicuro che ce ne sono assai più che non credi; nè ciò sta male, giacchè in grazia ad essi si passano allegre serate divertendosi alle loro spalle.
Poverini cercano di accasarsi, e vogliono una sposa amabile e giovine per sfogare i loro ardori asinini. Vero è che bene spesso i loro denti malfermi fanno cattiva prova sull’agnella, ma c’è sempre in questi casi un lupetto di riserva.
Già ti sarai accorto che io ho gran simpatia per le donne, e ciò perchè le vedo generalmentevittime immolate all’egoismo degli uomini, i quali in massima sono tutti birboni.
Non ti stupirai dunque se ogni qualvolta assistetti al desolante spettacolo di povere vittime vendute sul mercato delle convenienze alla libidine di un vecchio sozzo, mi venne sempre spontaneo un sospiro di compianto. — Per fortuna c’è rimedio in tutto, e se ancor rammenti la storia della contessina sarai del mio parere.
Io me ne stava da quindici giorni in quella deliziosa villeggiatura passando sovente da una mano all’altra senza mai abbandonar la casa. — Eravi fra gli altri tanti un giovinotto di bell’aspetto, abbenchè alquanto malinconico, il quale, a quel che mi parve, era il corrisposto amatore della nipotina. Un giorno caddi in sua mano, e ne fui lietissimo perchè quel giovane mi era veramente simpatico. Venni deposto nel taschino del gilet, e stando là dovetti accorgermi quanto grande fosse l’amore di quel meschino.
Per solito la pulsazione del suo cuore era tranquilla, ma ogni volta che incontrava Lisa (tale era il nome della nipote), il battito diveniva sì violento che mi faceva tutto traballare — più tardi ebbi a constatare che anche la giovinetta soffriva dello stesso male, anzi tidirò in che modo bizzarro passai da lui a lei con mia grandissima soddisfazione.
Amore che, come sai,
«. . . . . . . .appena nato«Già grande vola, e già trionfa armato,
«. . . . . . . .appena nato«Già grande vola, e già trionfa armato,
«. . . . . . . .appena nato
«Già grande vola, e già trionfa armato,
pose in quelle due anime tanto fuoco, che non seppero resistervi, ed un giorno, trovandosi soli, si spifferarono a vicenda il segreto delle loro notti insonni.
Non saprei che malamente darti un sunto di quella scena inebbriante, epperciò lascio che te la immagini. Io me la godeva tutta in quel dolce colloquio, e ad ogni parola, ad ogni accento, mi sentiva un certo sussulto che non ti so dire.
Poveri cuori! Erano entrambi infelici, perchè la Lisa era quasi promessa ad un giovane straniero; per altra parte l’amante, sebbene venisse da distinta famiglia, non poteva che troppo arditamente aspirare alla mano della sua bella.
Che fare? L’amore è generoso nei suoi slanci, e passa di volo su tutti gli ostacoli.
— Ci ameremo eternamente, esclamò Lisa.
— Sì, mio angelo.
— Speriamo nel cielo.
— E nella nostra fede.
— Io non sarò d’alcuno, piuttosto mille volte la morte.
— Grazie, Lisa. Tu mi ridoni la vita.
— Ora, addio.
— Quando potrò rivederti?
— Questa sera dopo le undici, quando la zia sarà addormentata discenderò in giardino.
— Oh stella dell’anima!
— Che non farei per te? mia vita; addio.
E si separarono con una stretta di mano ed un bacio.
La zia aveva proprio il sonno duro. Quella buon’anima di Morfeo, sedotto da Cupido, amministrava grandi infusioni di papavero e mandragola alla vecchia, per agevolare gl’incontri degli amanti. — Ah! se le piante parlassero! — Il giochetto continuò per più sere, e non ti suppongo tanto scapestrato da doverti assicurare che in quei colloquii non eravi niente di male. Era tutto fumo di poesia, un dialogo di frasi eteroclite, aeree, trasparenti, e, se ne togli qualche bacio, ci resterà ben poco.
Si dicevano tante cose, ma infine, come al solito, il basso ostinato di quelle armonie era sempre la famosa nota:Ti amo. Bisogna sentirle col cuore codeste chiacchierate per gustarle, del resto, le sembrano sciocchezze.
In una appunto di quelle fortunate sere, io feci il mio passaggio nelle mani della bella Lisa. Senti come: Stavano in giardino passeggiando tranquillamente, certi del fatto loro; la giovinetta era in uno stato tale di abbandono che non ti definisco per non agitarti. Camminava appoggiata al braccio del suo amato, e posava la bionda testolina sulla spalla di lui.
Ei le parlava sommessamente, e talvolta le sfiorava baci sulla fronte, ed ella, affascinata, languida, errava colla mano in cerca di quel cuore che palpitava per lei.
— Oh come ti batte il cuore!
— Per te, mia Lisa.
— Caro, esclama ella, e portò la mano più in giù proprio sul taschino del gilet. Fu capriccio o che altro, il fatto è che Lisa introdusse le sue piccole dita nel mio domicilio, e mi tirò fuori, dicendo:
— Ti rubo un soldo, lo tengo per tua memoria e lo darò poi in elemosina a qualche poverello.
Ei sorrise al capriccio gentile, e mi lasciò in possesso della cara giovinetta.
Appena Lisa fu sola nella sua camera, prese a guardarmi attentamente, e dopo di avermi ben fissato con occhio pieno di tenerezza, mi accostò alle labbra, e sentii su di me la morbida carezza di un bacio.
Non torcete lo sguardo, amabili fanciulle che leggete questa storia, non fate una seria smorfietta; se il mio soldo vi fosse caduto fra le mani, chissà quante me ne direbbe sul conto vostro! Pensate che se i misteri delle vostre camerette potessero venir svelati, vi si chiederebbe ragione d’assai più che d’un bacio furtivo impresso su d’un oggetto qualunque che fu nelle mani di qualche prediletto.
Il mio spirito proseguì. — Non terminerei più se dovessi narrarti tutte le tenerezze e le premure che usò per me la bella Lisa nei pochi giorni che io rimasi con lei, e dovetti, malgrado il mio scetticismo, persuadermi che vi possono essere fanciulle tanto sincere da smentire tutte le sciocchezze che si dissero sulla leggerezza della donna.
Non mi farai taccia di libertino se ti confesso che io desiderava di mai più lasciare la mia graziosa padroncina, ma sfortunatamente una sera, mentre tutta la comitiva dei villeggianti stava raccolta intorno ad una gran tavola, la Lisa mi lasciò scivolare in terra, e là me ne stetti tutta la notte.
Si giuocava sopra di me un certo intrigo alle carte che non riuscii a comprendere, e tanto per impiegare alla meglio il tempo che era obbligato a passare colà, mi diedi ad osservarei vari movimenti delle gambe e dei piedi. — Ti assicuro che la è cosa divertente, e se potrai farne prova in qualche occasione ti do consiglio di non trascurarla.
I giuocatori erano una ventina tra uomini e donne.
— Alcune signore erano molto belle, e ciò si arguiva guardando la punta dei loro bei piedini che fraternizzavano arditamente con altri piedi di giovinotti circostanti; talora, a quel che mi parve, si sfogavano certi malumori, e spesse volte si prendevano equivoci veramente curiosi. — Parlai dei piedi, e bada che ti faccio grazia delle mani... era un cercare e pizzicare che mi fece arrossire. — Per la morale io proporrei l’illuminazione anche sotto le tavole.
All’indomani fui raccolto da uno sguattero che ripuliva la sala: stetti con lui per alcuni giorni senza trovar nulla che valga la pena d’esser ricordato. Finalmente un giorno, con mio grande rammarico, fui portato fuori della villa, e lasciato nella farmacia di un vicino paesello, ove, senza volerlo, ebbi le ultime nuove della mia padroncina Lisa e del suo amante.
— Il colloquio del giardino era stato scoperto da uno di quei tanti caritatevoli chiaccheroni di cui è seminato il mondo; il giovinetto fu con buone maniere invitato a desistere dalle suevisite in casa della zia, e la ragazza si ebbe una buona lavata di testa.
Ma l’amore si rompe e non si piega, e quei due sventurati, nonchè desistere, s’infervorarono viemmeglio nel loro affetto. Egli girondolava sempre attorno alla villa, ed ella passava intere giornate alla finestra per vederlo e salutarlo.
Intanto la voce erasi sparsa, e molti per vaghezza di novità, si recavano a vedere l’infelice amatore, che simile al cavaliere Toggenburg di Schiller, minacciava di volersi morire sotto le finestre della sua diletta.
Mi fermai poco nel paesello, ed un giorno lo speziale, che era contro al solito in vena di generosità, fece limosina di me ad un frate zoccolante che andava questuando.
Era costui un grosso pancione barbuto e sucido come un maiale; mangiava quanto un orco, e beveva come una tromba di mare. — In nome di Dio si ubbriacava tutti i giorni col vino accattonato a sorsi di porta in porta. —
Bestemmiava come un genovese, aveva un contegno indecente, e bisognava proprio essere ignorante, come lo sono per lo più i villici, per non accoglierlo con salve di legnate. — Non somigliava punto al frate diSterne.
Fui portato molto lontano, ed infine passandoper una città, quel frataccio mi lasciò nelle mani di un liquorista. Anche di là me ne andai bentosto, e passando come al solito per mille giri, caddi infine nel salvadanaio di una povera vecchia che stentava di pane per ammassare qualche soldo.
Stetti vari mesi rinchiuso, ed in quel frattempo la mia vecchia padrona aveva raggranellato un piccolo peculio che riserbavasi di adoprare in caso di malattia. Non andò guari che la poverina cadde davvero ammalata, ma invece di impiegare i suoi risparmi in medicine che potevan farle bene, fece offerta invece al Santuario di un certo San Bernardo, situato poco lungi. Mi fermai due giorni nel vassoio che era appiedi dell’altare, indi il pievano venne a levarmi, e mi mandò con altri denari alla Cassa di Risparmio; di là passai al Monte di Pietà. C’era noia dappertutto ed anche colà si stava pessimamente. I soli che non avrebbero a lagnarsi sono il direttore e l’economo, i quali vi trovano il loro conto; del resto fui spettatore di tante male grazie, per parte degli impiegati, verso la povera gente, che più volte domandai a me stesso come mai nella vostra società si lasci il monopolio delle Opere pie in mani di certi cani degni di frusta. Vuoi un bisticcio sul monte di Pietà? — Pietà a monte.
Per buona sorte un giorno fui tratto da quel luogo di malinconia, e portato nientemeno che nella casa di un nobile.
Non inarcare le ciglia, mio caro, anche i nobili sono talora costretti di ricorrere alla pubblica beneficenza. — Il mio nuovo padrone era una di quelle signorie scadute, che anticamente, per bestialità degli avi vostri, possedevano campanili e terre popolate di sudditi.
Ormai, a quel che mi parve, di coteste vecchie carcasse di aristocrazie blasonate siete alla frutta, e buon per voi. — In massima le famiglie patrizie si componevano (salve poche eccezioni) o di codini fradici, mangiamoccoli, impostori, ipocriti, o di superbi arroganti che sdegnavano ogni contatto col mondo.
Quel che è certo si è che erano molto ignoranti, ed ormai il loro sangue bleu è diventato il prototipo dei tubercolosi, e di tutti quegli esseri che stentano la vita come fiori esotici. — I quarti di nobiltà furono travolti nell’onde del progresso, e di tutto quel mondezzaio di nobilume che infestava il mondo, rimane appena quel tanto che basta per figurare in un museo Archeologico, come i coccodrilli antidiluviani.
Stetti in casa del nobile marchese assai tempo per convincermi di tutto quello che ti dissi, edun giorno finalmente me ne andai con molta mia soddisfazione.
Caddi nelle mani di un ladro molto simpatico, sul cui conto vo’ narrarti un grazioso episodio. — Da qualche giorno io era diventato sua legittima proprietà, e mi accorsi subito che il mestiere del ladro è talora poco secondato dalla fortuna, giacchè entrando nella sua saccoccia e fattone l’inventario, trovai che non possedeva più di tre lire. C’è la crisi per tutti ed anche a quel poveraccio toccava la sua.
Un giorno mentre se ne andava per una strada di campagna in cerca di ventura, sentì non molto lungi una specie di lamento. Corse sollecito sul luogo da cui veniva la voce, e vide una povera donna, rovesciata in terra, attorniata da due bambini che piangevano a dirotta. L’infelice era venuta meno pel digiuno, giacchè l’ultimo pane se l’erano diviso i figli.
Il mio uomo portò la mano alla giubba, trasse un fiaschetto di liquore, e l’accostò alle labbra della meschina che tosto si riebbe. Allora egli con una ruvidezza, fatta quasi dolce per la compassione, le chiese: Che diavolo avete fatto?
— Eh buon signore, che Dio vi abbia in grazia.
— Sarebbe bella! rispose egli sorridendo: dove andate con questi due marmocchi?
— Vado! rispose ella sospirando.— Dove?
— Alla ventura cercando del pane. Da due giorni sono digiuna, e per aver chiesto la limosina in una fattoria qui presso, fui minacciata di bastone dal fattore.
— Assassino, esclamò, il ladro in tuono di minaccia... son tutti ladri cotesti birboni. Prendete ragazzi, eccovi il mio pane, mangiate, e voi pure, povera donna; anzi eccovi anche la mia borsa... mi rincresce d’averne pochi; c’è poco da fare! e sì dicendo vuotò tutto il suo denaro nelle mani di quell’infelice che piangeva per la gioia. — Io rimasi dimenticato in un canto della saccoccia.
— Ma voi, osservò la donna, come farete?
— Io?... non ci pensate, c’è provvidenza per tutti.
— Ma almeno la metà.
— Che metà? tenete tutto.
— Che Dio vi restituisca centuplicato il bene che mi fate.
— Non serve, mia cara, ci penso io, disse il ladro con una certa eleganza... avete bisogno d’altro?
— Oh no, rispose essa con un sorriso di riconoscenza.
— Allora state sana... Addio, ragazzi — e sì dicendo il mio ladro se ne andò tutto lieto dellasua buona azione; fatto pochi passi appena, ficcò le mani nelle tasche, e si mise a zufolare un’arietta, dondolandosi con quel portamento proprio di tutti i barabba.
Non ti dico altro, al giorno d’oggi di buone opere come questa se ne fanno poche, e dovetti convincermi che certi ladri hanno il cuore più generoso di tanti che passano per galantuomini. Il mio padrone gironzò senza meta fino a notte, e quando venne l’ora opportuna per l’esercizio della sua nobile professione, stette dubbioso sulla via da scegliere; ma ricordandosi poscia di quel fattore che aveva scacciata la povera donna, pensò di farla in una volta da giudice e da carnefice, vendicando l’insulto fatto alla miseria, e si mise subito in cammino verso la fattoria.
Vi giunse in breve, e senza darmi la pena di narrarti tutto e per filo e per segno, ti dirò che in poco tempo ei fece l’affar suo, e già stava per scendere dalla finestra, quando un cane diede l’allarme ed in un baleno vennero fuori i villani armati di randelli e forche.
Il mio ladro se la diede a gambe come un levriere, saltò il muro di cinta, e via per la campagna lesto come un fulmine. Lo inseguirono per un pezzo, ma egli aveva buone gambe, e sparve nelle tenebre della notte. — Ma chevuoi? Il diavolo ci mise la coda; mentre già credevasi in sicuro, e cominciava ad allentare la corsa, nella svolta della strada s’imbattè proprio in due gendarmi in perlustrazione.
Era fritto. — Gli chiesero le carte, ei balbettò qualche scusa, ma invano, ed un’ora dopo entrava in città ammanettato a dovere.
Giunto alle carceri, requisirono tutto quanto aveva indosso, consistente in un orologio con catena d’oro, e qualche centinaio di lire, tutta roba del fattore. Gli trovarono una pistola irrugginita e guasta di cui si serviva per spauracchio; infine estrassero me dal mio buco, e dato l’addio al mio povero ladro, passai nelle mani del giudice istruttore che mi chiuse a chiave in una cassa.
Stetti prigioniero per sei lunghi mesi, infine fui liberato da un usciere, che nell’aprire la mia cassa diceva ad un altro che era con lui:
— Ecco gli oggetti rubati al fattore di... Bisogna restituirli senz’altro, giacchè quel briccone di ladro è scappato senza aspettare la sentenza.
Fui lietissimo di tale novella, perchè, se debbo dirti il mio parere, chi più meritavasi la prigione era quel birbante di fattore.
Credeva di potermela svignare io pure dalle mani della giustizia, ma invece fui trattenutoda quella canaglia d’usciere che mi fece sua preda.
Io aveva creduto sempre che la giustizia fosse una cosa seria, ma ohimè! mi duole dirtelo, stando in quei paraggi ebbi a perdere anche questa illusione. Vidi delle grandi cause trattate con una leggerezza da far pietà, e sì che quei togati quando entrano in scena hanno un’aria tanto grave da farti credere sul serio alla loro serietà.
Senti come talvolta si dà un verdetto. — Un tale erasi introdotto furtivamente di notte nella casa di una vedova per... prendersi ciò che ella gli negava. Appena la vide addormentata, cercò di avvicinarsele, ma ella svegliatasi d’un tratto, gettò l’allarme per tutto il vicinato, ed il povero Don Giovanni, sorpreso dalla paura, saltò di botto dalla finestra nella strada, e cadde proprio sulla testa di due guardie di polizia urbana. Fu arrestato, ecc. ecc., e gli fecero il processo. — Eccoti riprodotto un brano della discussione dei giudici. — Erano tre che nel ritirarsi dalla sala d’udienza avevano una gravità degna d’un vescovo in funzione. Appena furono soli, si misero a sbuffare lagnandosi uno del caldo, un altro della fame, ed il terzo del mal di capo.
Io stava allora nella saccoccia del presidente, il quale incominciò così:— Avete fatto colazione voi altri?
— Io no, ho un tremendo mal di capo.
— Sarebbe meglio finirla, soggiunse l’altro, e condannarlo subito, giacchè là dentro fa un caldo da crepare.
— Dunque, soggiunse il presidente, che vi pare?
— Mah!!
— Mah!
— Ce n’è a sufficienza per farlo stare altri sei mesi in prigione.
— Certo.
— D’altronde abbiamo in suo favore la dichiarazione della vedova da cui risulta che non le fece insulto alcuno.
— Sta bene, ma la morale.
— Io opinerei di aggiustarla col carcere sofferto.
— Mi oppongo, saltò a dire quello del mal di capo, prima di tutto perchè colui mi è cordialmente antipatico; poi non voglio passargli buona quella che disse sul mio conto in pieno caffè nel giorno delle mie seconde nozze.
— Che cosa ti disse? chiesero gli altri sorridendo.
— Ah! la è una birbonata da farlo andare in galera.
— Fuori dunque.
— Ebbe il coraggio di dire che colla mia età avrei pigliato moglie per benefizio del pubblico.
— Ah ah!
— Ridete pure, per me mi opporrò sempre al suo rilascio.
— Via, sclamò il presidente, il condannarlo sarebbe come provare che abbia detto il vero; bisogna usare un po’ d’indulgenza, il fatto non è tanto grave.
— È entrato furtivamente in una casa, con intenzioni malevole.
— Va bene, ma infine il risultato fu che il poverino rovinò da un secondo piano.
— Non si bada al risultato, c’era la premeditazione.
— Capisco, ma infine io lo compiango di tutto cuore, e se fosse toccato a me una tal cosa, piuttosto che scendere dalla finestra avrei tentato di persuadere la signora; era molto più facile...
Non ti dico altro, ciò basti per darti un’idea del modo con cui si risolvono le faccende; eppoi che sperare dalla giustizia? Nella sala d’udienza ho veduto un Cristo con sotto quella famosa impostura:La legge è uguale per tutti. Comica davvero l’idea! il più grande dell’Umanità lo avete appiccato in aria, e se è cotestoil vostro modo di far giustizia, non me ne congratulo.
Quel poveraccio d’accusato si ebbe la condanna ad un mese di carcere, e se vuoi saperla tutta, ti dirò che quindici giorni dopo il mio presidente mi portò in casa della vedova colla quale avevo fatto conoscenza in grazia del processo. — Vi entrò di sera, e so dirti che non saltò come l’altro dalla finestra per uscirne, ma se ne partì sull’alba passando per la porta.
E quel poverino soffriva il carcere per aver attentato al pudore di quella pudicissima donna! Evviva dunque la morale, corpo di bacco!
Se non ti spiace sorpasso su taluni altri incidenti per dirti che dopo pochi giorni cambiai d’alloggio e fui installato nella casa di un vecchio medico che aveva una moglie non troppo giovane.
Qui m’accorgo di dar di capo in molte scabrosità. Trattasi di una signora che un tempo era vantata per bellissima, ma che gli anni non avevano punto rispettata. — Quando io la incontrai toccava i quaranta, età in cui la sferza del tempo imprime qualche ruga sulla fronte, per non dir altro.
Alla mia nuova padrona garbavano poco quelle impronte venerande che segnano le lotte dellavita; e vedendole crescere ognor più se ne disperava, e faceva uso di tutti i trovati della profumeria per debellare quel potente nemico che la minacciava.
Io non so dirti l’immenso studio e le grandi cure che essa poneva nel correggere le linee del suo volto con ricci bizzarramente varii. Passava tutto il giorno allo specchio guardandosi davanti, di dietro, di fianco e di scorcio. — Era un lavoro gigantesco quello che la poverina faceva per rubare qualche anno all’apparenza.
Per passare un’ora al teatro, ne impiegava almeno quattro in preparativi di toeletta. Tingevasi le soppracciglia, lavavasi coll’acqua di rose, si succhiava le labbra per farle rosse, ungevasi le spalle ed il collo con non so qual pomata, studiava senza tregua il modo di portare le braccia, e cercava dinanzi allo specchio quelle pose che più armonizzavano collo strascico dell’abito.
Provava i sorrisi ed i gesti, sollevava il lembo della veste per vedere se i suoi piedini erano ancora eccitanti, e quando dopo mille prove e riprove credevasi sicura del fatto suo trascinava fuori di casa quel mal capitato suo marito, e se ne andava a far pompa della grande opera.
Non ricordo più chi sia colui che scrisse sull’album di una signora attempata questo grazioso epigramma: