Eureka!
La scrivo di cuore questa parola che riassume la gioia di uno scienziato al dileguarsi della nebbia che gli nascondeva un secreto.
— Pomponio, come Galileo, come Archimede, e tanti altri, ebbe finalmente il suo buon momento.
Dopo la salva di percosse ricevute al ballo della sposa, il povero giovane fu per alcuni giorni obbligato al letto per calmare le doglie, e guarir le lividure.
Eppure, malgrado tutto, il povero Pomponio dal suo letto di dolore non pensava che al soggetto della commedia, e cercava nella sua mente qualche episodio della vita per trarne argomento.
Frattanto dopo pochi giorni di riposo fu in grado d’alzarsi e passeggiare per la camera;consultò parecchi libri di novelle, riepilogò tutti i romanzi che aveva letto, ma nulla valse allo scopo.
Un mattino stanco di starsene in casa si decise di uscirne per far una passeggiatina. Discese le scale, e mentre stava per fare il primo passo nella strada, il cane del portinaio gli fu addosso saltellando giocondamente per esprimergli la sua allegrezza.
Pomponio a quella vista mandò un grido di gioia, abbracciò il cane, baciollo teneramente poi risalì di volo le scale, entrò nella sua camera, aperse un cassetto, e trattone un grosso scartafaccio di carta bianca, vi scrisse in cima a caratteri grossi:
L’AMOR DELLE BESTIE
DRAMMA
Il soggetto era trovato!
La gestazione d’un dramma è sempre penosa, nondimeno Pomponio si adoprò con tanto ardore che in un mese il lavoro era terminato.
— Parrà straordinario a taluni, ma la è così:un mese fu più che a sufficienza pel neo-drammaturgo.
Lopez-Vega scriveva una commedia in ventiquattr’ore, e Pomponio che aveva finalmente trovato il filo, potè in breve scrivere sul suo lavoro la parola:Fine.
Osanna, il teatro italiano aveva un lavoro di più da aggiungere alla già splendida corona. Veramente il titolo pare che presti poco soggetto al dramma di Pomponio; e difatti si trattava di un solo episodio tirato e trascinato per cinque atti, ma signori miei, la semplicità è una gran cosa.
Dio fece il mondo con niente, dunque per poco che s’abbia si può fare un dramma.
Il lavoro era bello e pronto, vi mancava solamente una compagnia per recitarlo e Pomponio nella sua ingenuità credette cosa facile il trovare un capocomico disposto in suo favore.
In paese c’erano due compagnie di commedianti, ed un bel mattino il nostro giovane autore si prese sotto il braccio il suo dramma, ed andò difilato a suonare il campanello in casa di uno dei direttori.
Una donna scarmigliata e brodolosa venne all’uscio chiedendo ruvidamente!
— Chi cercate?
— Scusi, signora, mormorò Pomponio, abita il signor Capocomico Rinaldo?
— Sì.
— Ho bisogno di parlargli.
— Ripassi più tardi, non è ancora alzato, rispose la donna disponendosi a chiudere.
— Perdono... madamigella, soggiunse tosto Pomponio, se anche fosse in letto non fa nulla, due sole parole giacchè ho molta premura.
— Allora si degni di aspettare un momento.
La porta fu rinchiusa, e Pomponio se ne rimase sul pianerottolo, non troppo edificato dell’accoglienza ricevuta.
Dopo dieci minuti d’aspetto, la porta venne riaperta, e la stessa donna, collo stesso tono gli disse:
— Venga avanti.
La franchezza di Pomponio era già di molto scemata, e sentivasi in cuore un certo turbamento che lo sconcertava.
Attraversò una stanzuccia tutta in disordine, entrò in quella da letto, e fermandosi sulla soglia col cappello in mano, si rivolse al commediante che stava ancora sotto le coltri, compose la faccia ad un risolino molto imbarazzato e sclamò:
— Scusi signor Capocomico se...
— Niente, niente, rispose l’altro accennandogli di avanzarsi.
Pomponio arrischiò due passi, indi riprese con voce tremante:
— Mi perdoni la libertà, so che ella è tanto buono.
— Al fatto, favorisca di sbrigarsi chè non ho tempo da perdere.
— Eh capisco... studia sempre.
— Già, ma si faccia più vicino; ho un maledetto raffreddore che mi fa sordo.
Pomponio fece altri due passi, ma era tutto convulsione, quando fu proprio presso al letto riprese il filo.
— Dunque, signor Arcibaldo.
— Mi chiamo Rinaldo.
— Ah! è vero... ecco dunque; io ho scritto un dramma.
— Me ne rallegro.
— Grazie... vorrei vederlo rappresentato, epperciò lo portai a lei.
— Ih! Ih! sclamò Rinaldo tirandosi sugli occhi il berretto da notte: bisogna vederlo questo lavoro, si fa tanto presto a scrivere un dramma!
Pomponio restò di stucco; il poverino aveva creduto che l’offerta di un dramma facesse impressione sull’animo di un Capocomico, invece toccava l’opposto. La poesia dell’arte che era già profondamente scossa per la vista di quel primoattore scamiciato e sporco, entrò allora nella fase del più atroce disinganno, il povero Pomponio se ne restò là impalato, confuso, facendo girare fra le mani il suo scartafaccio senza trovar parola di risposta. Infine, con un eroico sforzo disse:
— Volesse avere almeno la compiacenza di leggere questo lavoro.
— Va bene, mettetelo lì sul tavolo; se avrò tempo lo leggerò. Passate poi per sentire il mio parere.
— Grazie. Quando verrò, domani?
— Che diavolo dite, credete forse ch’io abbia nulla da fare? Venite fra una ventina di giorni.
— Sta bene, mormorò Pomponio tirando un sospiro, poscia se ne andò.
Il povero giovinotto aveva il cuore angosciato, ed era a poco per piangere.
Egli non conosceva i commedianti che dal palco scenico, ed aveva quasi creduto che costoro vestissero in casa la porpora e la corona.
La berretta del signor Rinaldo, ed il malarnese di quella donna, avevano soffocato col loro strano contrasto le ingenue credenze del giovane autore.
Trascorsero finalmente quindici giorni che parvero secoli, ed al sedicesimo, Pomponio s’incamminò verso l’abituro del capocomico.
Battevano le 11 quando egli tirava la corda del campanello. La solita donna colla solita toeletta venne ad aprirgli, e lo introdusse nella stanza del signor Rinaldo che terminava allora di vestirsi.
— Buon giorno, signore.
— Oh! sei tu! giovinotto, vieni, vieni innanzi; sei passato per quel tuo lavoro.
— Proprio, rispose Pomponio un po’ mortificato per quel tuono confidenziale del comico.
— Terminai ieri di leggerlo, abbiamo tanto da fare. Figurati tengo una cinquantina di commedie nuove sul mio tavolo, devo trovar tempo di leggerle tutte.
— Ebbene, che le pare?
— Senti amico, io sono schietto. Per un primo lavoro non c’è malaccio, ci sono delle cosettine discrete; ma tu sei all’oscuro dell’intrigo scenico, ti manca la conoscenza dell’effetto, eppoi è lungo, troppo lungo, troppe ripetizioni, e basterebbero due atti invece di cinque. Tuttavia ti ripeto che hai disposizione, ma bisogna fare e far molto.
Pomponio che aveva il cuore pieno di speranze, fu a poco per cadere in deliquio, e se non l’avesse trattenuto l’amor proprio si sarebbe messo a piangere.
Il signor Rinaldo intanto si annodava la cravatta,inconscio delle torture che infliggeva alla sua vittima, e non sentendo alcuna risposta, proseguì a trinciar precetti.
— Bada a me, ragazzo, studia la scena, e ricordati che non basta scarabocchiare della carta per scrivere un dramma. Studiando di buona voglia per qualche anno, potrai far bene. Oh Dio! io non vorrei scoraggiarti, ma ti dico di aver pazienza; scrissi anch’io qualche lavoro e sebbene dell’arte, ho dovuto rassegnarmi camminando adagino, finchè son venuto quello che son venuto.
Infine sai, noi abbiamo un po’ dipraticaccia, abbiamo mano in pasta, insomma, oh Dio! io me ne intendo. Ti parlo da padre.
— Dunque, sclamò Pomponio dovrò rifare il mio lavoro?
— No no, il soggetto è puerile, sa del collegiale; bisogna farne tanti finchè si riesca... ed in così dire, gli consegnò lo scartafaccio, e lo accommiatò.
Se Pomponio avesse avuto del coraggio, si sarebbe buttato giù dalle scale per rompersi il collo; ma non era del suo carattere una simile risoluzione. Prese il suo dramma sotto il braccio, e se ne andò a casa mortificato, avvilito come un cane vagante. Giunto nella sua camera gettò il dramma in un cantone, poi si mise a letto, perchè aveva la febbre!
Poverino! egli credette sul serio alla cicalata del Capocomico, e non s’accorse che il suo dramma nonchè leggerlo, colui non aveva neanche slegato.
Un simil genere di critica può parer strano a prima vista, ma per poco che si sappia delle consuetudini odierne, è facile comprendere che le son cose di tutti i giorni.
Io ho più volte sentito dei giudizii così stracchi su certi lavori da individui che passano per gente seria, ed alla fine ho dovuto persuadermi che giudicavano a mosca cieca. C’è un mio amico, un bravo ragazzo che non ha altro difetto, tranne quello di essere avvocato, il quale si crede in obbligo di conoscer tutto, e se gli si domandasse se ha letto i romanzi di Adamo, egli ti spiffera lì su due piedi un giudizio con un coraggio da leone.
Passata la crisi, Pomponio ricuperò un po’ di coraggio, e pensando che forse il signor Rinaldo era stato troppo severo, si gettò nel campo delle ricerche. Il suo dramma passò per mano di cento Capocomici sempre coll’istessa sorte, e quello sciagurato manoscritto viaggiò tutta l’Italia senza trovare un’anima caritatevole che l’accogliesse.
Disperato allora il povero autore, ricorse alla più vile risorsa, a quella di pagare.
I comici, sordi sempre alla voce dell’arte, hanno in cuore una corda sensibilissima che si scuote, agita e freme al suono del danaro.
Pomponio, dunque mediante il pagamento anticipato di cento lire, trovò la compagnia per far recitare il suo parto.
Passo di volo sulle prove che costarono parecchie cene all’autore, e mi limito a dire che un bel giorno comparve sulle cantonate della città nativa di Pomponio un gran manifesto che invitava il pubblico per la rappresentazione del Dramma di unconcittadino, col titolo
L’AMOR DELLE BESTIE.