CAPO III.La lieta novella.Trasportiamoci ora per alquanto al fianco de' genitori della fanciulla. Sull'arsa casa un'altra in pochi mesi era sorta, dove i meschini viveano nel dolore. Giovanna diceva a Berardo: «Ov'è ita la pretesa gratitudine del Marchese? Non confessava egli averlo i tuoi consigli liberato da molti errori, e da molti rammarichi? Non rampognavati, perchè non accettavi la proposta di vivere con lui? Non pareva tenero della tua felicità come della sua? Ed ora egli c'invola il figliuolo: egli non cura di scoprire ove sia la povera Rafaella. A chi spettava di fare questa indagine se non al nostro signore, a colui che ostentava tanto ardore per la giustizia e tanta grazia per te?»— Non mormoriamo troppo del nostro signore, dicea Berardo. Se egli non avesse dovuto partire per l'esercito, l'avremmo veduto adoperarsi più caldamente per sapere la sorte della figliuola nostra. Quelli che restarono al governo del marchesato curano poco lei e noi; essi anzi mi odiano perchè non li ho mai adulati e li costrinsi talvolta a cessare, o a nascondere le loro opere malvagie.— Oh Berardo! m'avessi tu ascoltata, quand'io ti dicea di non ricusare il gonfalone offertoti da Cuneo! Qual frutto godi della tua fedeltà al Marchese? Dal canto di lui una superba degnazione di chiamarti amico per giovarsi de' tuoi servigi ed obbligar tead eccessi d'obbedienza. Dal canto degli altri Baroni del paese, invidia, affettato disprezzo, colleganza a danneggiarti. Ed ahi! niuno può tormi di mente essere il rapitore di Rafaella uno d'essi, ed esaltarne gli altri sapendolo e tacersi.— Moglie mia, il frutto colto dalla mia fedeltà è pace di coscienza. Perchè abbondano oggi la ribellione, e gli uomini che le approvano, non però sarei da approvare io, se amato e beneficato da un principe ch'è tra migliori di questo tempo, mi ponessi fra' suoi nemici. Giovanna, il dolore travolge i tuoi pensieri. Tu dimentichi che, non ha guari, Manfredo mi salvò dall'ignominia liberandomi di schiavitù.— Oh Berardo! e chi può dimenticare tanto scorno? Doveva egli permetterlo, affine di tenderti poi la mano dopo averti lasciato gettare nel fango?— Donna, il tuo linguaggio nasce da anima esacerbata. Non voglia Dio recartelo a colpa; nè tel reco io, chè m'è nota la tua cristiana pietà. Ma, per serbarci innocenti, non concediamo al labbro questi sfoghi. Essi accrescono lo scontento, inaspriscono le piaghe del cuore, e ne inducono ad essere ingiusti nel giudicare gli altri per darci l'infernale soddisfazione d'odiarli. Ciò che può dirsi dei cattivi principi, io, senza ingiustizia, non posso dirlo di Manfredo. E ov'anco errassi nel buon giudizio che fo di lui, pensa, o moglie, che non tutti i doveri degli uomini sono eguali. Poniamo che migliaia d'uomini fossero pure a diritto nemici a Manfredo, io da lui fui beneficato, sarei ingrato e vile se loro mi congiungessi.— Certamente io venero la santità de' tuoi scrupoli. Ma quel Manfredo, per amore del quale non volestiabbandonare questo paese, sì fecondo per noidi sciagure, e t'esponesti all'obbrobrio d'essere dichiarato servo, quel Manfredo cacciò barbaramente il nostro figlio in guerre lontane donde forse non ritornerà più, o ritornerà quando noi saremo morti. E quando ne venne rapita Rafaella, qual uso fec'egli del suo potere, per trovarla e restituircela? Io non lo accuso di altre colpe ma piango teco i nostri unici sostegni, ed egli non cura il nostro pianto.Spesso così si lagnava la desolata madre, e così Berardo studiavasi di consolarla. Ma questi stesso, quantunque affezionato al suo signore, e fermo a tutto piuttosto patire, che accettare le proposte de' Cuneesi, non potea nell'intimo dell'animo suo approvare la condotta del Marchese. E dicea spesso fra sè: «No, egli non mi rende amore; egli non sa verso di me discendere dall'altezza su cui siede, se non quando crede ch'io possa aiutarlo; egli non sa porsi ne' panni d'un umile suddito e compatire le sue afflizioni e studiarsi di consolarlo. Egli non dovea tormi il figlio mio; nè partire di Saluzzo, senza aver fatto le più diligenti indagini per restituirmi la figliuola.»Malgrado l'occulta amarezza, non parlava però male di lui con alcuno, e lo difendeva quand'altri, chi che si fosse, lo accusava. Nè la sincera devozione di Berardo al suo signore, parea bassezza a veruno, e nemmeno ai più caldi partigiani della ribellione. Era il suo un affetto così puro, così radicato ne' suoi principii d'onestà e religione, che niuno, ancorchè pensasse altramente, potea vituperarnelo.Quindi molti de' Cuneesi non cessavano di tentarlo perchè loro s'unisse; chè niuno in que' paesi godea tanta fama di senno: e speravano che, se acquistassero tal magistrato, egli reprimerebbe col suo creditole infinite discordie che li laceravano; flagello ordinario de' governi popolari, e spesso fatale nei loro cominciamenti.Imperversavano quelle discordie orrendamente in Cuneo, e nelle altre città ribellate; il che era cagione che altre città si tenessero fedeli agli antichi signori per non cadere in somiglianti dissensioni. Inoltre nei reggimenti consacrati dal tempo le forme, benchè barbare, del Governo erano rispettate, sì che l'ingiustizia stessa parea eroismo, incuteva rispetto, o al più generava odio non disgiunto da rispetto ma quasi mai odio unito a disprezzo. All'incontro nei reggimenti nuovi la maggioranza plebea distruggeva quell'esterna dignità di che i nobili soleano circondare la condotta delle cose pubbliche. La favella de' nuovi magistrati sonava rozza come i loro costumi, scurrile come i loro soprannomi, i quali erano oggetto di non poco riso comune. Chi chiamavasi Cordaccio Beffasomari, chi Azzo Spezzaganasce, chi Simeone Leccapiatti; chi, dopo essere detto Cuocipani, Acconciafatti, Capoleone, venia trasformato buffonescamente in Castracani, Scorticagatti, Pelavicini, Colleone, Collione e peggio. Le Cronache italiane sono piene di siffatte sconce denominazioni, nobilitate talvolta dalla virtù degli eroi che le tramandarono, ma non per questo men vili nei loro principii. La quale volgarità di nomi e di maniere manifestantesi ad ogni tratto e ridicola a giudizio de' signori, spiaceva a non pochi ancora di nascita oscura, ai quali perciò la ribellione, benchè potesse recare qualche guadagno, sembrava tuttavia un indegno affratellamento co' più abbietti.Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la mente di Berardo. Ma il fatto siè che poco egli amava i governi plebei. Nè per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; nè rigettava dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; nè ricusava aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo. Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace.Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da questa massima, che la somma della virtù evangelica si riduce a un santo e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro sè solo, non lusingava la malvagità d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva la società umana essere per necessità divisa in condizioni diverse, e a vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per involontaria ignoranza.Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira sì soave dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carità ancor maggiore di quella che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli sguardi, e conoscea per intero ciò che questi, usando tali espressioni, sentiva. Con egualeconsenso coll'amantissima anima del defunto maestro, egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel monastero, benchè non destinati alla vita monastica.Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure Rafaella, poichè egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno dalla più parte delle figlie dei cavalieri.L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al Marchese ciò che non avea osato Berardo. «Lasciate Eriberto a' suoi parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli è il bastone della loro vecchiaia». Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non può che ricordare il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore, «S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce» e s'affretta allafinestra, non osando soggiungere «Chi sa che non sia Rafaella?»— Sarà l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella subita speranza, che delusa vieppiù l'amareggia.E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non lasciarsi scorgere, dice: «È il nostro consolatore; Dio lo benedica!»E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli avvedendosi del loro desiderio nè potendoli altramente consolare, la nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente.— Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna, prorompendo in lagrime. Io non la vedrò più? io non udrò più mai quella voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano ogni sera? Ahimè! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo, ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate! Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la figliuola.— Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non è possibile che miri le vostre con noncuranza. Egli ch'è così buono non ci lascia patirese non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci. Preghiamolo ancora; e un dì gioiremo d'aver patito, perocchè vedremo che il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con più fervore.Le ragioni di Guglielmo erano semplici, Giovanna le avea udite mille volte. Ma è proprio delle parole sante specialmente se profferite da uomo venerando, di portar persuasione nelle anime pie e di rassegnarle a patire. Oh quanto sono benefiche tali parole ripetute dal buon Abate alla misera madre! Quanto sono dolci ancora a Berardo, che sebbene simuli pace, è divorato talora da viva ambascia e solo ritrova pace veramente quando il santo vecchio è entrato sotto il suo tetto!Almeno s'avessero frequenti novelle d'Eriberto; ma rade sono, apportatrici per lo più di timori. Ora s'ode che fu leggermente ferito, e dubitasi che il nuncio sia infedele ed attenui per compassione la gravità del caso. Ora s'ode che meritò onore per la sua prodezza, e paventasi non forse questa prodezza gli sia stata fatale. Ora si narra ch'egli ed Ottolino sono ognora scudo l'uno dell'altro, e prevedesi che, se Ottolino cadesse fra lance nemiche, Eriberto arrischierebbe disperatamente i suoi giorni per salvarlo.Una volta venne notizia che il giovane Duca Guelfo, cugino dell'Imperatore, dilettato sommamente dai canti d'Ottolino, desiderò d'averlo tra' suoi famigliari, e pregò il Marchese Manfredo di volerglielo cedere insieme col suo compagno indivisibile Eriberto. Manfredo avea appagato il Duca. Essere al servigio di tanto Signore potea sembrare fortuna; se non che i guerrieri di Manfredo se sopravvivono alle battaglie, torneranno a Saluzzo; ma potrà Eriberto sciorsi facilmentedal preso servigio? L'amistà sua per Ottolino, se questi s'avvince agli stranieri, avvincerà anche lui; nè più sarà sollecito de' genitori, se non forse quando piangerà sulla trista loro tomba!Ammalò Giovanna, e fu presso a morte, nè poi risanando potè riacquistare, fuorchè in poca parte, le prime forze. Un giorno, che sorretta dall'una parte dal marito, dall'altra dall'abate di Staffarda, usciva, dopo molti mesi d'infermità, per rivedere il lieto aspetto delle campagne, illuminate dal sole, sedutasi sopra una pietra, vicina alla porta, udì abbaiare il cane, e disse mestamente:— Qualcuno s'appressa, ma non è persona conosciuta dal vecchio Moro.— E tuttavia può essere amica, disse Guglielmo.Vedono avvicinarsi un viandante, il quale dalla strada volgeva verso la casa di Berardo, e pareva esitasse, quasi ignaro se quello fosse il luogo ch'egli cercava. Questi allora andogli incontro e disse: — Siate il benvenuto viaggiatore al tetto di Berardo della Quercia.— Viva Dio! Voi siete appunto quegli, che io cerco.Berardo s'accorse dalla pronuncia che il viandante era un ebreo, e gli dimandò che bramasse.— Bramo che la mia venuta vi porti quelle gioie del cuore che io non posso più gustare sulla terra. Perocchè Dio m'avea dato tre figli ed una figlia. Due figli vidi spirare nel loro letto; il terzo perì in battaglia; la figliuola mi fu involata da' Saracini e dopo averla cercata dieci anni, seppi che il suo tiranno l'avea trucidata. — S'asciugò una lagrima e soggiunse: Felice voi, Berardo! vostra figliuola vive.— Che dite? Ella vive? La mia Rafaella? Dove?L'ebreo non s'affrettava a rispondere, temendo che l'impeto della letizia non ispezzasse quel cuore paterno. Egli mirava da lontano Giovanna, epensando essere forse quella madre, chiedeva a sè stesso se quella donna sì scarna e sì pallida potesse sostenere un annunzio di sì grande consolazione. Egli voleva quindi frenare l'impazienza di Berardo. Ma questi instava dicendo — Dov'è mia figlia? Ve ne scongiuro, deh parlate!E Giovanna che vedeva il marito fare di gran gesti, aguzzava l'occhio e tendeva l'orecchio, e dicea, palpitando, a Guglielmo: — Che sarà mai?— Quetatevi, dicea Guglielmo: non vedete che egli è allegro? Il pellegrino gli portò buona notizia.Giovanna non potendo contenersi, si levò in piedi, e pregò Guglielmo di reggerla per avvicinarsi più presto ai due interlocutori.— Berardo! disse con voce fioca, Berardo! Per pietà, se hai nuove della figlia, non farmele aspettare!— Vive! Vive! gridò, ebbro di contentezza, il buon padre.— Vive? Tu dici che vive? chiedeva affannosamente Giovanna.E fatta certa che non s'ingannava, lasciò il braccio dell'Abate, e s'inginocchiò nella polvere piangendo e ringraziando Dio.Nel suo entusiasmo di gratitudine, ella non voleva rialzarsi e diceva: — Quel pellegrino è un Angelo del Signore. A me s'aspetta ascoltarlo, prona a suoi piedi; io non leverò la faccia sopra di lui.— Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli. Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di razza sciagurata.Io vidi Rafaella; ed è sana, ed è in casa di amici; Dio la salvò da grandi pericoli.— Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclamò Giovanna alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo.I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi rimasero ad udire ciò che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella.Egli andava un po' per le lunghe, e cominciò a dire chi egli fosse: un nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, benchè sotto spoglie di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare più illeso da violenze.Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel ch'egli era.Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse:— Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola.Nuovo giubilo, nuova ansietà, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce più ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva:«Il generoso che m'ha raccolta è un vecchio cittadino per nome Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente sì onesta, ch'io ne fui per molti giorni comerapita. Una esemplare pietà regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per certo la scomunica di Vittore non vale; chè assistendo io alla Messa provo sempre una grande consolazione, il che non credo che potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa è pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che dovete lasciarmi qui sino a giorni più tranquilli. Ma verranno tali giorni? E quando? Ed ahimè se Milano, come già si paventa, venisse assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento che dicono fatto dall'imperatore, già volgono due anni, di non riporre la corona sul capo, finchè Milano non sia distrutta, e spersi gli abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno per me che pel lutto che ne provereste. Poichè se l'ora della morte viene, Iddio dà la forza di sostenerla.»Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea già interrotto più volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se la rovina di quella città dovesse accadere, qualche Santo prendesse pietà di quella derelitta, ela salvasse. Indi continuò la lettura: «Se il trarmi a casa non fosse possibile, non però v'addolorate. Ho patito molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono sì numerose, che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete contezza del fratello, ed il padre non può venire, piacciavi di darmene notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate. Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche settimane». La lettera finiva così: «Se non potete recarmi altro aiuto, ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni!» Dove gli astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: Sì tutti, tutti.E l'Abate, alzando allora solennemente la commossa voce, incominciò il bel salmo di Davidde:— Il Dio nostro è rifugio e virtù; aiutatore nelle tribolazioni, le quali vennero molte sopra di noi.— Perciò non temeremo s'anco si turbi la terra, e se i monti si rovescino nel cuor dell'oceano.— Dio è in lei, e non sarà crollata. Dio l'aiuterà all'albeggiare d'un prossimo mattino.La lieta notizia della salvezza della figliuola aveva oltre ogni dire rallegrati gli animi di tutti; sì che Berardo e Guglielmo stringeano la mano di Melchisedecco, e Giovanna dimandava al Signore di rimeritarlo della sua buona opera, traendolo alla luce del Vangelo.Melchisedecco, dopo aver goduto anch'egli della gioia di cui era stato apportatore accettò un piccolo ristoro; ma quando vide offerirglisi una borsa, stesein prima così un poco la mano; poi subito ritraendola, disse ch'era giorno di sabato e non potea prendere denaro. Le istanze furono vane. Partì per Cuneo dov'era spedito da' Consoli di Milano, e disse che al ritorno ripasserebbe.Quel giorno sì pieno di dolcezze fu amareggiato dal timore, che poscia destarono i ripetuti deliquii di Giovanna, la quale avea tanto esultato e lagrimato, che le sue forze erano esauste. Il dì seguente ella era ancora indebolita per modo, che Berardo non potea formare pur un istante il pensiero di lasciarla per volare, come avrebbe desiderato, a Milano. L'Abate ciò vedendo gli disse:— Quella figliuola convien trarla assolutamente di Milano, e presto: il pericolo dell'assedio stringe troppo. Voi non potete scostarvi dal fianco di questa inferma. Dunque andrò io a Milano per avere Rafaella e porla in un Monastero di Novara, ov'è badessa una mia congiunta. Di là poi la faremo ripatriare, come i furori della guerra sieno scemati, e le strade sieno più sicure.— Non fia mai, disse Berardo, che in tempi si sventurati e per istrade così infeste vi poniate in rischio voi di tanto più attempato di me, e in questi freddi di Febbraio!— Perchè, rispose l'Abate, fate voi sì poco conto delle mie forze? Perchè sono alquanto più vecchio di voi? Ma se le membra hanno il vizio di tremolare, l'animo non mi trema, sapete!Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli, accompagnato da sospiri e da benedizioni, partì.
Trasportiamoci ora per alquanto al fianco de' genitori della fanciulla. Sull'arsa casa un'altra in pochi mesi era sorta, dove i meschini viveano nel dolore. Giovanna diceva a Berardo: «Ov'è ita la pretesa gratitudine del Marchese? Non confessava egli averlo i tuoi consigli liberato da molti errori, e da molti rammarichi? Non rampognavati, perchè non accettavi la proposta di vivere con lui? Non pareva tenero della tua felicità come della sua? Ed ora egli c'invola il figliuolo: egli non cura di scoprire ove sia la povera Rafaella. A chi spettava di fare questa indagine se non al nostro signore, a colui che ostentava tanto ardore per la giustizia e tanta grazia per te?»
— Non mormoriamo troppo del nostro signore, dicea Berardo. Se egli non avesse dovuto partire per l'esercito, l'avremmo veduto adoperarsi più caldamente per sapere la sorte della figliuola nostra. Quelli che restarono al governo del marchesato curano poco lei e noi; essi anzi mi odiano perchè non li ho mai adulati e li costrinsi talvolta a cessare, o a nascondere le loro opere malvagie.
— Oh Berardo! m'avessi tu ascoltata, quand'io ti dicea di non ricusare il gonfalone offertoti da Cuneo! Qual frutto godi della tua fedeltà al Marchese? Dal canto di lui una superba degnazione di chiamarti amico per giovarsi de' tuoi servigi ed obbligar tead eccessi d'obbedienza. Dal canto degli altri Baroni del paese, invidia, affettato disprezzo, colleganza a danneggiarti. Ed ahi! niuno può tormi di mente essere il rapitore di Rafaella uno d'essi, ed esaltarne gli altri sapendolo e tacersi.
— Moglie mia, il frutto colto dalla mia fedeltà è pace di coscienza. Perchè abbondano oggi la ribellione, e gli uomini che le approvano, non però sarei da approvare io, se amato e beneficato da un principe ch'è tra migliori di questo tempo, mi ponessi fra' suoi nemici. Giovanna, il dolore travolge i tuoi pensieri. Tu dimentichi che, non ha guari, Manfredo mi salvò dall'ignominia liberandomi di schiavitù.
— Oh Berardo! e chi può dimenticare tanto scorno? Doveva egli permetterlo, affine di tenderti poi la mano dopo averti lasciato gettare nel fango?
— Donna, il tuo linguaggio nasce da anima esacerbata. Non voglia Dio recartelo a colpa; nè tel reco io, chè m'è nota la tua cristiana pietà. Ma, per serbarci innocenti, non concediamo al labbro questi sfoghi. Essi accrescono lo scontento, inaspriscono le piaghe del cuore, e ne inducono ad essere ingiusti nel giudicare gli altri per darci l'infernale soddisfazione d'odiarli. Ciò che può dirsi dei cattivi principi, io, senza ingiustizia, non posso dirlo di Manfredo. E ov'anco errassi nel buon giudizio che fo di lui, pensa, o moglie, che non tutti i doveri degli uomini sono eguali. Poniamo che migliaia d'uomini fossero pure a diritto nemici a Manfredo, io da lui fui beneficato, sarei ingrato e vile se loro mi congiungessi.
— Certamente io venero la santità de' tuoi scrupoli. Ma quel Manfredo, per amore del quale non volestiabbandonare questo paese, sì fecondo per noidi sciagure, e t'esponesti all'obbrobrio d'essere dichiarato servo, quel Manfredo cacciò barbaramente il nostro figlio in guerre lontane donde forse non ritornerà più, o ritornerà quando noi saremo morti. E quando ne venne rapita Rafaella, qual uso fec'egli del suo potere, per trovarla e restituircela? Io non lo accuso di altre colpe ma piango teco i nostri unici sostegni, ed egli non cura il nostro pianto.
Spesso così si lagnava la desolata madre, e così Berardo studiavasi di consolarla. Ma questi stesso, quantunque affezionato al suo signore, e fermo a tutto piuttosto patire, che accettare le proposte de' Cuneesi, non potea nell'intimo dell'animo suo approvare la condotta del Marchese. E dicea spesso fra sè: «No, egli non mi rende amore; egli non sa verso di me discendere dall'altezza su cui siede, se non quando crede ch'io possa aiutarlo; egli non sa porsi ne' panni d'un umile suddito e compatire le sue afflizioni e studiarsi di consolarlo. Egli non dovea tormi il figlio mio; nè partire di Saluzzo, senza aver fatto le più diligenti indagini per restituirmi la figliuola.»
Malgrado l'occulta amarezza, non parlava però male di lui con alcuno, e lo difendeva quand'altri, chi che si fosse, lo accusava. Nè la sincera devozione di Berardo al suo signore, parea bassezza a veruno, e nemmeno ai più caldi partigiani della ribellione. Era il suo un affetto così puro, così radicato ne' suoi principii d'onestà e religione, che niuno, ancorchè pensasse altramente, potea vituperarnelo.
Quindi molti de' Cuneesi non cessavano di tentarlo perchè loro s'unisse; chè niuno in que' paesi godea tanta fama di senno: e speravano che, se acquistassero tal magistrato, egli reprimerebbe col suo creditole infinite discordie che li laceravano; flagello ordinario de' governi popolari, e spesso fatale nei loro cominciamenti.
Imperversavano quelle discordie orrendamente in Cuneo, e nelle altre città ribellate; il che era cagione che altre città si tenessero fedeli agli antichi signori per non cadere in somiglianti dissensioni. Inoltre nei reggimenti consacrati dal tempo le forme, benchè barbare, del Governo erano rispettate, sì che l'ingiustizia stessa parea eroismo, incuteva rispetto, o al più generava odio non disgiunto da rispetto ma quasi mai odio unito a disprezzo. All'incontro nei reggimenti nuovi la maggioranza plebea distruggeva quell'esterna dignità di che i nobili soleano circondare la condotta delle cose pubbliche. La favella de' nuovi magistrati sonava rozza come i loro costumi, scurrile come i loro soprannomi, i quali erano oggetto di non poco riso comune. Chi chiamavasi Cordaccio Beffasomari, chi Azzo Spezzaganasce, chi Simeone Leccapiatti; chi, dopo essere detto Cuocipani, Acconciafatti, Capoleone, venia trasformato buffonescamente in Castracani, Scorticagatti, Pelavicini, Colleone, Collione e peggio. Le Cronache italiane sono piene di siffatte sconce denominazioni, nobilitate talvolta dalla virtù degli eroi che le tramandarono, ma non per questo men vili nei loro principii. La quale volgarità di nomi e di maniere manifestantesi ad ogni tratto e ridicola a giudizio de' signori, spiaceva a non pochi ancora di nascita oscura, ai quali perciò la ribellione, benchè potesse recare qualche guadagno, sembrava tuttavia un indegno affratellamento co' più abbietti.
Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la mente di Berardo. Ma il fatto siè che poco egli amava i governi plebei. Nè per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; nè rigettava dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; nè ricusava aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo. Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace.
Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da questa massima, che la somma della virtù evangelica si riduce a un santo e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro sè solo, non lusingava la malvagità d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva la società umana essere per necessità divisa in condizioni diverse, e a vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per involontaria ignoranza.
Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira sì soave dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carità ancor maggiore di quella che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli sguardi, e conoscea per intero ciò che questi, usando tali espressioni, sentiva. Con egualeconsenso coll'amantissima anima del defunto maestro, egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel monastero, benchè non destinati alla vita monastica.
Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure Rafaella, poichè egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno dalla più parte delle figlie dei cavalieri.
L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al Marchese ciò che non avea osato Berardo. «Lasciate Eriberto a' suoi parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli è il bastone della loro vecchiaia». Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non può che ricordare il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore, «S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce» e s'affretta allafinestra, non osando soggiungere «Chi sa che non sia Rafaella?»
— Sarà l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella subita speranza, che delusa vieppiù l'amareggia.
E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non lasciarsi scorgere, dice: «È il nostro consolatore; Dio lo benedica!»
E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli avvedendosi del loro desiderio nè potendoli altramente consolare, la nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente.
— Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna, prorompendo in lagrime. Io non la vedrò più? io non udrò più mai quella voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano ogni sera? Ahimè! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo, ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate! Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la figliuola.
— Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non è possibile che miri le vostre con noncuranza. Egli ch'è così buono non ci lascia patirese non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci. Preghiamolo ancora; e un dì gioiremo d'aver patito, perocchè vedremo che il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con più fervore.
Le ragioni di Guglielmo erano semplici, Giovanna le avea udite mille volte. Ma è proprio delle parole sante specialmente se profferite da uomo venerando, di portar persuasione nelle anime pie e di rassegnarle a patire. Oh quanto sono benefiche tali parole ripetute dal buon Abate alla misera madre! Quanto sono dolci ancora a Berardo, che sebbene simuli pace, è divorato talora da viva ambascia e solo ritrova pace veramente quando il santo vecchio è entrato sotto il suo tetto!
Almeno s'avessero frequenti novelle d'Eriberto; ma rade sono, apportatrici per lo più di timori. Ora s'ode che fu leggermente ferito, e dubitasi che il nuncio sia infedele ed attenui per compassione la gravità del caso. Ora s'ode che meritò onore per la sua prodezza, e paventasi non forse questa prodezza gli sia stata fatale. Ora si narra ch'egli ed Ottolino sono ognora scudo l'uno dell'altro, e prevedesi che, se Ottolino cadesse fra lance nemiche, Eriberto arrischierebbe disperatamente i suoi giorni per salvarlo.
Una volta venne notizia che il giovane Duca Guelfo, cugino dell'Imperatore, dilettato sommamente dai canti d'Ottolino, desiderò d'averlo tra' suoi famigliari, e pregò il Marchese Manfredo di volerglielo cedere insieme col suo compagno indivisibile Eriberto. Manfredo avea appagato il Duca. Essere al servigio di tanto Signore potea sembrare fortuna; se non che i guerrieri di Manfredo se sopravvivono alle battaglie, torneranno a Saluzzo; ma potrà Eriberto sciorsi facilmentedal preso servigio? L'amistà sua per Ottolino, se questi s'avvince agli stranieri, avvincerà anche lui; nè più sarà sollecito de' genitori, se non forse quando piangerà sulla trista loro tomba!
Ammalò Giovanna, e fu presso a morte, nè poi risanando potè riacquistare, fuorchè in poca parte, le prime forze. Un giorno, che sorretta dall'una parte dal marito, dall'altra dall'abate di Staffarda, usciva, dopo molti mesi d'infermità, per rivedere il lieto aspetto delle campagne, illuminate dal sole, sedutasi sopra una pietra, vicina alla porta, udì abbaiare il cane, e disse mestamente:
— Qualcuno s'appressa, ma non è persona conosciuta dal vecchio Moro.
— E tuttavia può essere amica, disse Guglielmo.
Vedono avvicinarsi un viandante, il quale dalla strada volgeva verso la casa di Berardo, e pareva esitasse, quasi ignaro se quello fosse il luogo ch'egli cercava. Questi allora andogli incontro e disse: — Siate il benvenuto viaggiatore al tetto di Berardo della Quercia.
— Viva Dio! Voi siete appunto quegli, che io cerco.
Berardo s'accorse dalla pronuncia che il viandante era un ebreo, e gli dimandò che bramasse.
— Bramo che la mia venuta vi porti quelle gioie del cuore che io non posso più gustare sulla terra. Perocchè Dio m'avea dato tre figli ed una figlia. Due figli vidi spirare nel loro letto; il terzo perì in battaglia; la figliuola mi fu involata da' Saracini e dopo averla cercata dieci anni, seppi che il suo tiranno l'avea trucidata. — S'asciugò una lagrima e soggiunse: Felice voi, Berardo! vostra figliuola vive.
— Che dite? Ella vive? La mia Rafaella? Dove?
L'ebreo non s'affrettava a rispondere, temendo che l'impeto della letizia non ispezzasse quel cuore paterno. Egli mirava da lontano Giovanna, epensando essere forse quella madre, chiedeva a sè stesso se quella donna sì scarna e sì pallida potesse sostenere un annunzio di sì grande consolazione. Egli voleva quindi frenare l'impazienza di Berardo. Ma questi instava dicendo — Dov'è mia figlia? Ve ne scongiuro, deh parlate!
E Giovanna che vedeva il marito fare di gran gesti, aguzzava l'occhio e tendeva l'orecchio, e dicea, palpitando, a Guglielmo: — Che sarà mai?
— Quetatevi, dicea Guglielmo: non vedete che egli è allegro? Il pellegrino gli portò buona notizia.
Giovanna non potendo contenersi, si levò in piedi, e pregò Guglielmo di reggerla per avvicinarsi più presto ai due interlocutori.
— Berardo! disse con voce fioca, Berardo! Per pietà, se hai nuove della figlia, non farmele aspettare!
— Vive! Vive! gridò, ebbro di contentezza, il buon padre.
— Vive? Tu dici che vive? chiedeva affannosamente Giovanna.
E fatta certa che non s'ingannava, lasciò il braccio dell'Abate, e s'inginocchiò nella polvere piangendo e ringraziando Dio.
Nel suo entusiasmo di gratitudine, ella non voleva rialzarsi e diceva: — Quel pellegrino è un Angelo del Signore. A me s'aspetta ascoltarlo, prona a suoi piedi; io non leverò la faccia sopra di lui.
— Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli. Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di razza sciagurata.Io vidi Rafaella; ed è sana, ed è in casa di amici; Dio la salvò da grandi pericoli.
— Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclamò Giovanna alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo.
I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi rimasero ad udire ciò che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella.
Egli andava un po' per le lunghe, e cominciò a dire chi egli fosse: un nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, benchè sotto spoglie di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare più illeso da violenze.
Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel ch'egli era.
Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse:
— Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola.
Nuovo giubilo, nuova ansietà, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce più ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva:
«Il generoso che m'ha raccolta è un vecchio cittadino per nome Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente sì onesta, ch'io ne fui per molti giorni comerapita. Una esemplare pietà regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per certo la scomunica di Vittore non vale; chè assistendo io alla Messa provo sempre una grande consolazione, il che non credo che potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa è pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che dovete lasciarmi qui sino a giorni più tranquilli. Ma verranno tali giorni? E quando? Ed ahimè se Milano, come già si paventa, venisse assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento che dicono fatto dall'imperatore, già volgono due anni, di non riporre la corona sul capo, finchè Milano non sia distrutta, e spersi gli abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno per me che pel lutto che ne provereste. Poichè se l'ora della morte viene, Iddio dà la forza di sostenerla.»
Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea già interrotto più volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se la rovina di quella città dovesse accadere, qualche Santo prendesse pietà di quella derelitta, ela salvasse. Indi continuò la lettura: «Se il trarmi a casa non fosse possibile, non però v'addolorate. Ho patito molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono sì numerose, che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete contezza del fratello, ed il padre non può venire, piacciavi di darmene notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate. Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche settimane». La lettera finiva così: «Se non potete recarmi altro aiuto, ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni!» Dove gli astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: Sì tutti, tutti.
E l'Abate, alzando allora solennemente la commossa voce, incominciò il bel salmo di Davidde:
— Il Dio nostro è rifugio e virtù; aiutatore nelle tribolazioni, le quali vennero molte sopra di noi.
— Perciò non temeremo s'anco si turbi la terra, e se i monti si rovescino nel cuor dell'oceano.
— Dio è in lei, e non sarà crollata. Dio l'aiuterà all'albeggiare d'un prossimo mattino.
La lieta notizia della salvezza della figliuola aveva oltre ogni dire rallegrati gli animi di tutti; sì che Berardo e Guglielmo stringeano la mano di Melchisedecco, e Giovanna dimandava al Signore di rimeritarlo della sua buona opera, traendolo alla luce del Vangelo.
Melchisedecco, dopo aver goduto anch'egli della gioia di cui era stato apportatore accettò un piccolo ristoro; ma quando vide offerirglisi una borsa, stesein prima così un poco la mano; poi subito ritraendola, disse ch'era giorno di sabato e non potea prendere denaro. Le istanze furono vane. Partì per Cuneo dov'era spedito da' Consoli di Milano, e disse che al ritorno ripasserebbe.
Quel giorno sì pieno di dolcezze fu amareggiato dal timore, che poscia destarono i ripetuti deliquii di Giovanna, la quale avea tanto esultato e lagrimato, che le sue forze erano esauste. Il dì seguente ella era ancora indebolita per modo, che Berardo non potea formare pur un istante il pensiero di lasciarla per volare, come avrebbe desiderato, a Milano. L'Abate ciò vedendo gli disse:
— Quella figliuola convien trarla assolutamente di Milano, e presto: il pericolo dell'assedio stringe troppo. Voi non potete scostarvi dal fianco di questa inferma. Dunque andrò io a Milano per avere Rafaella e porla in un Monastero di Novara, ov'è badessa una mia congiunta. Di là poi la faremo ripatriare, come i furori della guerra sieno scemati, e le strade sieno più sicure.
— Non fia mai, disse Berardo, che in tempi si sventurati e per istrade così infeste vi poniate in rischio voi di tanto più attempato di me, e in questi freddi di Febbraio!
— Perchè, rispose l'Abate, fate voi sì poco conto delle mie forze? Perchè sono alquanto più vecchio di voi? Ma se le membra hanno il vizio di tremolare, l'animo non mi trema, sapete!
Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli, accompagnato da sospiri e da benedizioni, partì.