CAPO IV.L'Assedio.Il viaggio di Guglielmo fa più lungo e più aspro di quello ch'egli non aveva immaginato, sì difficili erano le vie, sì deserti i paesi, sì frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacchè molti erano i disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di combattere per proprio conto, anzichè servire ad altra causa. La comune avidità poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi, congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed anche alcuni ferocissimi saracini.— Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo, non è a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle generazioni venture? Non più timor di Dio, non più obbedienza, non più carità del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte. Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi!— Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo l'abate. Chè tutti i tempi abbondano sempre più o meno di disgrazie pel mondo.— Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni.— Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. Ementre i giorni vostri scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore, attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillità della vita di alcuni non è che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno. I più sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non trovandosi sulla terra, è forza che coloro che nol cercano in cielo, si sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici!— Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne.— E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia? A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza?— Dunque, padre abate, i birboni non saranno più birboni; poichè il mondo tanto ha bisogno di loro per andar bene.— Innalzatevi sopra questi pensieri volgari, figliuolo, ed ammirate piuttosto, come la Provvidenza sappia rendere utile l'opera de' malvagi, senza che scemi ad alcuno l'obbligo di pentirsi delle proprie malvagità e di tendere alla perfezione.— Così dee essere certamente! dicea frate Uguccione, senza però essere interamente persuaso.In simili colloquii, ed in orazioni, or fatte ad altavoce, ora segretamente, passavano il tempo i nostri viaggiatori. Quand'ebbero varcato il Ticino, e si furono alquanto inoltrati nella foresta, incontrarono quattro uomini a cavallo. In sulle prime si guardarono incerti, paventando a vicenda d'essere fra ladri. Ma quale fu la sorpresa di Guglielmo udendosi chiamare per nome da voce affettuosa commossa? Si riconoscono, scendono tosto di sella, e gettansi fra le braccia l'uno dell'altro.Era Uberto Arcivescovo di Milano il quale vedendo la città ridotta agli estremi e vicina ad arrendersi, avea dovuto fuggire coll'arcidiacono Galdino (che fu poscia Arcivescovo dopo lui), coll'arciprete Milone, e con Alchisio cimeliarca. Il loro viaggio era verso Genova, ma erano costretti di vagare qua e là, per trovare passo sicuro.I Milanesi aveano fatti prodigi di valore, finchè poterono avere le necessarie vettovaglie, predandole sui nemici, o comperandole dalle città confederate. Ma Federico aveali finalmente costretti a chiudersi entro le mura, ed era riuscito, acquartierandosi a Lodi, ad impedire ogni comunicazione fra loro e Piacenza, unica città, donde alla fine potessero trarre soccorso. Il rigore inesorabile poi, con cui facea tagliar la mano a chiunque fosse colto a recar viveri agli assediati, disanimava i più arditi.In altri tempi Milano era con abbondanza provveduta di pubblici granai; ma questi non erano ancora stati ristorati dopo un orribile incendio, che aveali, non da molto prima distrutti. La più crudel fame non tardò quindi a farsi sentire. Per alcuni giorni tutti la patirono con mirabile fortezza. Giacchè si erano vincolati con tali giuramenti a morire per l'onore dellapatria, piuttosto che cedere, che niuno in tanta moltitudine osava essere il primo a proporre la resa. L'Arcivescovo, i consoli, tutti i maggiori della città s'erano condannati prontamente a tutte le comuni sofferenze del popolo, col quale divideano le poche munizioni che aveano accumulate. Ognuno si ridusse alla quantità di cibo atta a sostentare la vita. Alcuni vecchi ebbero scrupolo di contribuire alla diminuzione di sì scarsi alimenti, e si lasciarono morire senza più gustarne: i giovani più vigorosi prendeano faccia di cadaveri; le madri non aveano più latte pei loro bambini; nondimeno spacciavasi ancora che le città collegate s'adoprassero con efficacia per rompere l'assedio ed introdurre il bisognevole ai famelici. Alcune fervide menti, persuase che mai non perirebbe una città sostenitrice del vero Papa e di diritti che lor pareano santi, profetavano i sogni della loro fantasia, ed ognuno sforzavasi d'esser credulo per aver la forza di reprimere il grido della disperazione.Guai se in simile stato quel grido prorompe da un labbro! Non è più in balìa di chi l'ode il tacersi. E così avvenne. Una donna accoccolata in un angolo della piazza con parecchi figliuoletti intorno a sè quietava il loro pianto, ripetendo loro che il padre era andato in cerca di pane, e non tarderebbe. Vide alfine comparire il marito, e volle alzarsi per incontrarlo. Essa barcollava, e si resse appena per venire sino a lui; il marito la sostenne e porsele un pane. «Dallo a' bambini» disse la misera. Quelli già l'aveano afferrato dalla mano paterna, e lo ingoiavano con furiosa voracità, quando lo sventurato, accorgendosi che la loro madre era spirata, mise un urlo spaventevole di dolore. Il popolo affollossi: l'urlo fu ripetuto; equindi ogni freno al lamento si ruppe. Una sedizione infrenabile scoppiò. Coloro che osarono di ricordare il giuramento, e di vantare preferibile la morte all'ignominia, furono chiamati carnefici; molti di questi vennero tagliati a pezzi; e tra gli uccisori vuolsi che taluno fosse veduto recidere un brano della carne dell'ucciso e divorarla.I principali cessarono allora d'essere concordi. Chi persisteva a volere la resa, chi la voleva necessaria, e comandata dal cielo. Prevalse quest'ultima opinione, e si mandarono perciò ambasciatori a Lodi, ov'era Federigo, a trattare di pace. Allora Uberto Arcivescovo, vedendo di non poter giovare più al suo popolo e non volendo comunicare collo scismatico Imperatore, determinossi a fuggire.Inorridì l'abate di Staffarda all'udire tale racconto, e dopo mescolate le sue lagrime con quelle de' quattro fuggitivi, disse il motivo della sua andata, e chiese se alcuno di loro conoscesse Berengario da Sant'Ambrogio. Questo cittadino non era loro ignoto, ma niuno di loro avea pratica con lui. Lo consigliarono poi di retrocedere, mostrandogli la presente difficoltà d'entrare in Milano. Ma Guglielmo non volle rinunziare alla speranza di salvare Rafaella; e pregato Uberto di memorare a Papa Alessandro la sua venerazione, invocò su tutti loro l'assistenza del cielo e riprese il viaggio.— Avrei creduto, disse frate Uguccione, che le udite vicende vi facessero temere di peggio, e pensaste essere più savio il partito di retrocedere.— Non penso così, rispose l'abate sorridendo dolcemente.— E se l'augustissimo Federigo a que' Milanesi che sono iti a chieder pace rispondesse: — No! — Dio saquai brutti miracoli possa fare la disperazione. Una città di tante migliaia d'affamati che non isperino più salute, può versarsi tutta fuori con impeto sugli assedianti, e allora ammazza di qua, ammazza di là, che faremo noi là in mezzo?— Faremo come potremo, figliuolo. Ove gl'infelici sono molti, cresce ne' cuori pietosi il desiderio di soccorrerne alcuno: e sono certo che crescerà pure nel vostro. Il monastero ci avvezzò a digiunare; non ci sarà quindi così grave, se il pane conteso da tanti bisognosi scarseggerà anche per noi.— Eh, non parlo del digiunare, io; parlo del niun bisogno che ci è di andarci a porre in mezzo a una battaglia.— Ma voi sapete pure che è da seguire la volontà di Dio: la quale vuole che i suoi servi non antepongano nè comodi, nè sicurezza, nè vita al loro dovere.— Anche l'Arcivescovo Uberto sa queste cose; eppure vediamo come fugge.— Uberto ha scomunicato Federigo, e non troverebbe presso lui misericordia. Ma noi non abbiamo scomunicato alcuno, frate Uguccione; del resto nulla può sciormi dalla promessa di procacciar salute, se posso, alla figliuola di Berardo.— Così dee essere certamente! tornò a dire il compagno dell'Abate, senza però essere più persuaso di prima.Ed in verità più avanzavano nel viaggio, più si vedeva che i timori di Uguccione non erano senza fondamento. Tutta la campagna, per quanto stendeasi l'occhio, era coperta d'armati; ad ogni tratto le scolte fermavano i due passeggieri, e chiedeano conto del loro venire e del loro andare, Guglielmo dicea d'essereindirizzato al Marchese Manfredo di Saluzzo, e chiedea dove potesse rinvenirlo.— Chi lo sa? veniagli risposto or dall'un capitano, or dall'altro. Qui presso non è. Quelle insegne sono lodigiane, quelle cremonesi, quelle altre parmigiane. Là sono que' di Modena e di Reggio; più oltre que' di Mantova, di Ferrara, di Bologna. Dall'altro fianco accampano le schiere tedesche: fra tanta copia e sì diversa di guerrieri come è possibile il conoscersi? In quella disordinata riunione di popoli, l'odio comune contro Milano dava nelle battaglie una direzione comune; ma negl'intervalli si guardavano bieco l'un l'altro; e perchè non venissero insieme a zuffa era necessaria grande vigilanza nei capitani, i quali faceano opera che ogni gente vivesse separata dall'altra e non comunicasse colle vicine. Frequente cagione di discordia erano le vettovaglie. Abbondavano talora sotto una bandiera, e mancavano sotto le altre: invidia e bisogno spingea queste alla rapina; i duci loro s'insultavano a vicenda, si sfidavano a duello, negavano di punire i soldati della propria schiera, che ne avevano oltraggiato un'altra. I principi più illustri di Germania erano sempre affaccendati ad intromettersi tra gli offesi, e a sopprimere le gare alternando lusinghe e minacce, e procacciando di tener nascosta all'Imperatore gran parte di que' disordini, affinchè i già troppo frequenti supplizi non si andassero ancora moltiplicando.A forza d'interrogare, Guglielmo seppe alfine che Manfredo era a Lodi coll'Imperatore, e colà s'avviò. Manfredo, al vedersi comparire innanzi il vecchio abate, tutto stupì, e credendo che l'impronta di mestizia, ch'era sul suo volto fosse annunzio di sventure che toccassero lui:— Dunque non m'ingannarono, gli disse: tutto va a soqquadro anche colà? Siete voi fuggito?— Io non sono fuggito, rispose l'Abate.— Ma che fa Berardo? Le accuse che gli si fanno sono grandi. Si vuol ch'egli tenda a sovvertire il Marchesato; e so di certo che a Cuneo si celebrò una festa popolare, in cui Berardo, liberato da me di servitù rappresentossi come oltraggiato dal mio benefizio, e giurante la mia morte.— Ignoro, Marchese, se tali indegne rappresentazioni si siano fatte nelle feste di Cuneo; ma se anche quella avesse avuto luogo, essa non indicherebbe se non la folle speranza della plebe a cui per concitarla i suoi seduttori indicano Berardo come suo fautore.— Sarei già volato a Saluzzo a chiarirmi d'ogni cosa: ma le cure incessanti di questa guerra m'incatenano qui. Frattanto non voglio giudicare senza prove certe. Ma guai se Berardo!....— Egli meriterebbe tutto il vostro sdegno, o Marchese, se si servisse contro di voi del credito di cui gode. Ma appunto perchè vi serve fedelmente, egli è odiato e la sua fama è insidiata.— Voglia il Cielo che nè io nè voi c'inganniamo sopra il conto di Berardo.— Bandite pure ogni dubbio, riprese l'abate. Ma io non venni qui per difendere la sua fama: bensì per farvi noto un delitto di cui lo stesso Berardo è vittima.L'abate narrò quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta fatta del rapitore, e mostrò in testimonianza la lettera di lei, portata da Melchisedecco.Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccontò a Guglielmo, come quello scellerato, essendotanto felice quanto valoroso nelle battaglie, e congiungendo alla sua iniquità una finissima scaltrezza nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo, ed insinuato nella grazia di Federigo.— Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m'è forza reprimere l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere d'ignorarli. Ma penserò a Rafaella, e vedrò, qualora Milano s'arrenda di salvare questa fanciulla dalla rovina universale.Notò il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto che il paese fosse libero.Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non potè rivedere Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di Milano, chi per impedirlo.
Il viaggio di Guglielmo fa più lungo e più aspro di quello ch'egli non aveva immaginato, sì difficili erano le vie, sì deserti i paesi, sì frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacchè molti erano i disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di combattere per proprio conto, anzichè servire ad altra causa. La comune avidità poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi, congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed anche alcuni ferocissimi saracini.
— Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo, non è a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle generazioni venture? Non più timor di Dio, non più obbedienza, non più carità del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte. Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi!
— Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo l'abate. Chè tutti i tempi abbondano sempre più o meno di disgrazie pel mondo.
— Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni.
— Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. Ementre i giorni vostri scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore, attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillità della vita di alcuni non è che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno. I più sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non trovandosi sulla terra, è forza che coloro che nol cercano in cielo, si sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici!
— Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne.
— E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia? A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza?
— Dunque, padre abate, i birboni non saranno più birboni; poichè il mondo tanto ha bisogno di loro per andar bene.
— Innalzatevi sopra questi pensieri volgari, figliuolo, ed ammirate piuttosto, come la Provvidenza sappia rendere utile l'opera de' malvagi, senza che scemi ad alcuno l'obbligo di pentirsi delle proprie malvagità e di tendere alla perfezione.
— Così dee essere certamente! dicea frate Uguccione, senza però essere interamente persuaso.
In simili colloquii, ed in orazioni, or fatte ad altavoce, ora segretamente, passavano il tempo i nostri viaggiatori. Quand'ebbero varcato il Ticino, e si furono alquanto inoltrati nella foresta, incontrarono quattro uomini a cavallo. In sulle prime si guardarono incerti, paventando a vicenda d'essere fra ladri. Ma quale fu la sorpresa di Guglielmo udendosi chiamare per nome da voce affettuosa commossa? Si riconoscono, scendono tosto di sella, e gettansi fra le braccia l'uno dell'altro.
Era Uberto Arcivescovo di Milano il quale vedendo la città ridotta agli estremi e vicina ad arrendersi, avea dovuto fuggire coll'arcidiacono Galdino (che fu poscia Arcivescovo dopo lui), coll'arciprete Milone, e con Alchisio cimeliarca. Il loro viaggio era verso Genova, ma erano costretti di vagare qua e là, per trovare passo sicuro.
I Milanesi aveano fatti prodigi di valore, finchè poterono avere le necessarie vettovaglie, predandole sui nemici, o comperandole dalle città confederate. Ma Federico aveali finalmente costretti a chiudersi entro le mura, ed era riuscito, acquartierandosi a Lodi, ad impedire ogni comunicazione fra loro e Piacenza, unica città, donde alla fine potessero trarre soccorso. Il rigore inesorabile poi, con cui facea tagliar la mano a chiunque fosse colto a recar viveri agli assediati, disanimava i più arditi.
In altri tempi Milano era con abbondanza provveduta di pubblici granai; ma questi non erano ancora stati ristorati dopo un orribile incendio, che aveali, non da molto prima distrutti. La più crudel fame non tardò quindi a farsi sentire. Per alcuni giorni tutti la patirono con mirabile fortezza. Giacchè si erano vincolati con tali giuramenti a morire per l'onore dellapatria, piuttosto che cedere, che niuno in tanta moltitudine osava essere il primo a proporre la resa. L'Arcivescovo, i consoli, tutti i maggiori della città s'erano condannati prontamente a tutte le comuni sofferenze del popolo, col quale divideano le poche munizioni che aveano accumulate. Ognuno si ridusse alla quantità di cibo atta a sostentare la vita. Alcuni vecchi ebbero scrupolo di contribuire alla diminuzione di sì scarsi alimenti, e si lasciarono morire senza più gustarne: i giovani più vigorosi prendeano faccia di cadaveri; le madri non aveano più latte pei loro bambini; nondimeno spacciavasi ancora che le città collegate s'adoprassero con efficacia per rompere l'assedio ed introdurre il bisognevole ai famelici. Alcune fervide menti, persuase che mai non perirebbe una città sostenitrice del vero Papa e di diritti che lor pareano santi, profetavano i sogni della loro fantasia, ed ognuno sforzavasi d'esser credulo per aver la forza di reprimere il grido della disperazione.
Guai se in simile stato quel grido prorompe da un labbro! Non è più in balìa di chi l'ode il tacersi. E così avvenne. Una donna accoccolata in un angolo della piazza con parecchi figliuoletti intorno a sè quietava il loro pianto, ripetendo loro che il padre era andato in cerca di pane, e non tarderebbe. Vide alfine comparire il marito, e volle alzarsi per incontrarlo. Essa barcollava, e si resse appena per venire sino a lui; il marito la sostenne e porsele un pane. «Dallo a' bambini» disse la misera. Quelli già l'aveano afferrato dalla mano paterna, e lo ingoiavano con furiosa voracità, quando lo sventurato, accorgendosi che la loro madre era spirata, mise un urlo spaventevole di dolore. Il popolo affollossi: l'urlo fu ripetuto; equindi ogni freno al lamento si ruppe. Una sedizione infrenabile scoppiò. Coloro che osarono di ricordare il giuramento, e di vantare preferibile la morte all'ignominia, furono chiamati carnefici; molti di questi vennero tagliati a pezzi; e tra gli uccisori vuolsi che taluno fosse veduto recidere un brano della carne dell'ucciso e divorarla.
I principali cessarono allora d'essere concordi. Chi persisteva a volere la resa, chi la voleva necessaria, e comandata dal cielo. Prevalse quest'ultima opinione, e si mandarono perciò ambasciatori a Lodi, ov'era Federigo, a trattare di pace. Allora Uberto Arcivescovo, vedendo di non poter giovare più al suo popolo e non volendo comunicare collo scismatico Imperatore, determinossi a fuggire.
Inorridì l'abate di Staffarda all'udire tale racconto, e dopo mescolate le sue lagrime con quelle de' quattro fuggitivi, disse il motivo della sua andata, e chiese se alcuno di loro conoscesse Berengario da Sant'Ambrogio. Questo cittadino non era loro ignoto, ma niuno di loro avea pratica con lui. Lo consigliarono poi di retrocedere, mostrandogli la presente difficoltà d'entrare in Milano. Ma Guglielmo non volle rinunziare alla speranza di salvare Rafaella; e pregato Uberto di memorare a Papa Alessandro la sua venerazione, invocò su tutti loro l'assistenza del cielo e riprese il viaggio.
— Avrei creduto, disse frate Uguccione, che le udite vicende vi facessero temere di peggio, e pensaste essere più savio il partito di retrocedere.
— Non penso così, rispose l'abate sorridendo dolcemente.
— E se l'augustissimo Federigo a que' Milanesi che sono iti a chieder pace rispondesse: — No! — Dio saquai brutti miracoli possa fare la disperazione. Una città di tante migliaia d'affamati che non isperino più salute, può versarsi tutta fuori con impeto sugli assedianti, e allora ammazza di qua, ammazza di là, che faremo noi là in mezzo?
— Faremo come potremo, figliuolo. Ove gl'infelici sono molti, cresce ne' cuori pietosi il desiderio di soccorrerne alcuno: e sono certo che crescerà pure nel vostro. Il monastero ci avvezzò a digiunare; non ci sarà quindi così grave, se il pane conteso da tanti bisognosi scarseggerà anche per noi.
— Eh, non parlo del digiunare, io; parlo del niun bisogno che ci è di andarci a porre in mezzo a una battaglia.
— Ma voi sapete pure che è da seguire la volontà di Dio: la quale vuole che i suoi servi non antepongano nè comodi, nè sicurezza, nè vita al loro dovere.
— Anche l'Arcivescovo Uberto sa queste cose; eppure vediamo come fugge.
— Uberto ha scomunicato Federigo, e non troverebbe presso lui misericordia. Ma noi non abbiamo scomunicato alcuno, frate Uguccione; del resto nulla può sciormi dalla promessa di procacciar salute, se posso, alla figliuola di Berardo.
— Così dee essere certamente! tornò a dire il compagno dell'Abate, senza però essere più persuaso di prima.
Ed in verità più avanzavano nel viaggio, più si vedeva che i timori di Uguccione non erano senza fondamento. Tutta la campagna, per quanto stendeasi l'occhio, era coperta d'armati; ad ogni tratto le scolte fermavano i due passeggieri, e chiedeano conto del loro venire e del loro andare, Guglielmo dicea d'essereindirizzato al Marchese Manfredo di Saluzzo, e chiedea dove potesse rinvenirlo.
— Chi lo sa? veniagli risposto or dall'un capitano, or dall'altro. Qui presso non è. Quelle insegne sono lodigiane, quelle cremonesi, quelle altre parmigiane. Là sono que' di Modena e di Reggio; più oltre que' di Mantova, di Ferrara, di Bologna. Dall'altro fianco accampano le schiere tedesche: fra tanta copia e sì diversa di guerrieri come è possibile il conoscersi? In quella disordinata riunione di popoli, l'odio comune contro Milano dava nelle battaglie una direzione comune; ma negl'intervalli si guardavano bieco l'un l'altro; e perchè non venissero insieme a zuffa era necessaria grande vigilanza nei capitani, i quali faceano opera che ogni gente vivesse separata dall'altra e non comunicasse colle vicine. Frequente cagione di discordia erano le vettovaglie. Abbondavano talora sotto una bandiera, e mancavano sotto le altre: invidia e bisogno spingea queste alla rapina; i duci loro s'insultavano a vicenda, si sfidavano a duello, negavano di punire i soldati della propria schiera, che ne avevano oltraggiato un'altra. I principi più illustri di Germania erano sempre affaccendati ad intromettersi tra gli offesi, e a sopprimere le gare alternando lusinghe e minacce, e procacciando di tener nascosta all'Imperatore gran parte di que' disordini, affinchè i già troppo frequenti supplizi non si andassero ancora moltiplicando.
A forza d'interrogare, Guglielmo seppe alfine che Manfredo era a Lodi coll'Imperatore, e colà s'avviò. Manfredo, al vedersi comparire innanzi il vecchio abate, tutto stupì, e credendo che l'impronta di mestizia, ch'era sul suo volto fosse annunzio di sventure che toccassero lui:
— Dunque non m'ingannarono, gli disse: tutto va a soqquadro anche colà? Siete voi fuggito?
— Io non sono fuggito, rispose l'Abate.
— Ma che fa Berardo? Le accuse che gli si fanno sono grandi. Si vuol ch'egli tenda a sovvertire il Marchesato; e so di certo che a Cuneo si celebrò una festa popolare, in cui Berardo, liberato da me di servitù rappresentossi come oltraggiato dal mio benefizio, e giurante la mia morte.
— Ignoro, Marchese, se tali indegne rappresentazioni si siano fatte nelle feste di Cuneo; ma se anche quella avesse avuto luogo, essa non indicherebbe se non la folle speranza della plebe a cui per concitarla i suoi seduttori indicano Berardo come suo fautore.
— Sarei già volato a Saluzzo a chiarirmi d'ogni cosa: ma le cure incessanti di questa guerra m'incatenano qui. Frattanto non voglio giudicare senza prove certe. Ma guai se Berardo!....
— Egli meriterebbe tutto il vostro sdegno, o Marchese, se si servisse contro di voi del credito di cui gode. Ma appunto perchè vi serve fedelmente, egli è odiato e la sua fama è insidiata.
— Voglia il Cielo che nè io nè voi c'inganniamo sopra il conto di Berardo.
— Bandite pure ogni dubbio, riprese l'abate. Ma io non venni qui per difendere la sua fama: bensì per farvi noto un delitto di cui lo stesso Berardo è vittima.
L'abate narrò quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta fatta del rapitore, e mostrò in testimonianza la lettera di lei, portata da Melchisedecco.
Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccontò a Guglielmo, come quello scellerato, essendotanto felice quanto valoroso nelle battaglie, e congiungendo alla sua iniquità una finissima scaltrezza nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo, ed insinuato nella grazia di Federigo.
— Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m'è forza reprimere l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere d'ignorarli. Ma penserò a Rafaella, e vedrò, qualora Milano s'arrenda di salvare questa fanciulla dalla rovina universale.
Notò il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto che il paese fosse libero.
Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non potè rivedere Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di Milano, chi per impedirlo.