CAPO V.La Resa.

CAPO V.La Resa.I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in sei luoghi le mura e le fosse della città. Ma Federigo volle che s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio, consentirono.Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano, che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon successo, e così traversare un immenso campo sino alle diroccate mura della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava loro d'inginocchiarsi sulle macerie della città da essi distrutta. E si videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente.Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della città, i consoli ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della città. L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli, chiese loro con ira, perchè non fossero venuti col carroccio. Tornarono dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti giurarono obbedienza.Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagnò che fossero pochi, e ne volle altri cento. Alloramandò sei suoi ragguardevoli personaggi, e sei Lombardi nella città a chiedere il giuramento di obbedienza all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo Morena, Lodigiano, allora podestà della sua patria. V'era pur quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la cagione dello sterminio di tante città. Perocchè trovandosi essi, nove anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne alcuno incarico dalle loro città, di gettarsi a piè del trono con due grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo, e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi.L'Imperatore andò poi a Pavia, e quando i dodici inviati ritornarono di Milano, e gli esposero il miserevole stato, in cui la fame avea ridotti i Milanesi e la fiducia che aveasi nella clemenza dell'augusto vincitore: «Niuno interceda!» sclamò con voce cupa; e tutti si tacquero.La fama di questa fiera risposta corse in breve per tutte le itale schiere. La maggior parte di esse alzarono grida orrende di giubilo, lodando Dio e l'imperatore, che finalmente la città superba che sì a lungo avea oppresse le altre, sparisse dalla superficie della terra. In quelle medesime schiere però molti generosi abborrivano da gioia sì crudele, e gridavano: «Imploriamo misericordia pei vinti!» Ma altri udendo le loro pietose grida, li chiamavano inverecondi, che osavano d'opporsi alla soddisfazione dovuta allecare ombre degli estinti, e alle generazioni viventi e future. Rinfacciavano loro che, avendo essi consanguinei ed amici in Milano preferissero gli affetti privati all'amore di patria. Seguiva alle contumelie il mischiarsi delle lance e delle spade, sì che il tumulto ne cresceva a dismisura.Eriberto ed Ottolino aveano comando dal Duca Guelfo d'adoperarsi anch'essi a calmare gli spiriti, ma con cautela, per non mostrarsi troppo caldi contro la fazione de' feroci che era gradita all'Imperatore, sì che chi le si fosse mostrato troppo avverso avrebbe potuto perdere sè senza salvare i Milanesi. Il timore per la propria vita poco avrebbe potuto sopra menti così generose; ma si frenarono, perchè sapeano che il Duca era già sospetto e che una loro imprudenza avrebbe potuto da' maligni attribuirsi al loro signore. Per lungo tempo s'aggirarono dunque di qua e di là, fedeli al proposito di sedare i furenti senza manifestarsi nè pro nè contro, e solo ripetendo spesso che le discordie erano disonorevoli ai Lombardi, e vietate dal monarca.Ma dove immense moltitudini sono in agitazione, una consumata esperienza sarebbe appena capace di mantenere alcuno in costante guardia de' proprii sentimenti: or come mai teste giovanili avrebbero potuto resistere al contagio di tale tumulto? Non è dunque a stupire che Eriberto, udendo le imprecazioni de' crudeli contro Milano, fosse ogni momento in procinto d'inveire contro loro: ed allora Ottolino s'affrettava di contenerlo, ricordandogli il Duca. Quando poi Ottolino perdea alla sua volta la pazienza, e spronava il cavallo su qualche gruppo di quegli ebbri, Eriberto afferrava la briglia e scongiurava l'amicodi non rompere la promessa. Se non che mentre ciascuno esortava valentemente l'amico a senile saviezza, il sangue quadrilustre, che bollia nelle vene, più e più li concitava per proprio conto. Ecco s'imbattono nella schiera lodigiana, guidata dal fanatico Albernando Alamano. Questa veniva allora alle mani con uno stuolo d'altri Lombardi di varie città, i quali voleano salvi i milanesi. I due giovani volevano passare di fianco a' pugnanti, e allontanarsi, poichè vana qui sarebbe stata ogni voce di pacificazione. Ma come videro Albernando insolentire contro gli avversarii, e piantare barbaramente la spada nel petto di venerando vecchio, il quale inerme procurava di disarmarlo; subito proruppero sul forsennato, e lo respinsero, e prendendo a combattere contro i Lodigiani, si lasciarono fuggire dalla bocca un altissimo grido: «Perdono ai Milanesi, a terra i feroci!»Questi erano sostenuti con gagliardia dal Marchese di Monferrato uomo cresciuto nelle crudeltà e nelle perfidie, e da quel Sicherio, illustre Barone tedesco, il quale nel principio del Regno di Federico, essendo venuto a Milano, intimator di esorbitanze, era stato di là ignominiosamente scacciato. Costoro invadono le tende ove custodiansi i prigioni milanesi, e le incendiano: i miseri, cinti di catene e senz'armi, cadeano sgozzati come agnelli da rabidi lupi. Il conte Guido di Biandrate accorse con numeroso stuolo ov'erano i due Saluzzesi. Il Marchese di Monferrato restò leggermente ferito: Sicherio fu ucciso: i loro seguaci lungamente respinti. Un dardo colpì gravemente il conte di Biandrate il quale cadde di cavallo.La strage divenne quinci e quindi sì estesa e terribile, che il Barbarossa, il quale dall'alto di una torremirava il campo, se ne sentì spaventato, e intimò alle altre sue schiere di muovere tutte sugli insani e di separarli. Il dì tramontava e le tenebre agevolarono la fine della pugna.Mentre in mezzo a tale sanguinosa scena Ottolino ed Eriberto tentavano di difendere uno de' prigioni, essi intesero che egli era Berengario da Sant'Ambrogio. I due giovani già aveano saputa da Guglielmo la dolente storia di Rafaella, e perciò stesso più ardeano d'ira contro coloro che voleano sterminata la città. Ma oh quanto più infierirono loro contro quando il prigione, da loro indarno difeso, disse loro, prima di spirare, che difficilmente Rafaella poteva essere ancora tra i vivi. Giacchè il popolo di Milano, ne' giorni in cui fu spinto dalla fame a volere la resa, s'era gettato a saccheggiare e disfare alcune case, in cui sospettava celarsi le vettovaglie; e fra le case saccheggiate annoveravasi quella di Berengario. In tale disastro Rafaella, per difendere la vita di Alberta sua benefattrice, avea ricevuto un colpo di coltello sotto il braccio sinistro. Berengario la vide cadere, ma pugnando si ara scostato dalle due donne, e la casa essendo stata diroccata, egli le perdette di vista nè più le potè rinvenire. Allora egli bramoso di morire o di rivedere i suoi figli ch'erano prigioni del nemico, si unì ad alcuni audaci, che tentarono una sortita, e fu in quella fatto prigione. Di questo lamentevole caso i giovani provarono infinito dolore, e se n'accrebbe a mille doppi la loro ira: el che incontratisi poco dopo, per mala ventura, con Villigiso che aizzava i furibondi, lo investirono, lo colmarono di vituperii e lo misero in fuga.L'Abate Guglielmo, anche prima d'accorgersi chela discordia potesse divenire sì atroce, appena questa fu in sul nascere, era corso fra gli accaniti sperando di ricomporli. La sua alta statura, la fronte calva, la barba canuta, i modi venerandi, la voce nobilmente supplichevole incuteano riverenza; ma in breve lo scompiglio fu tale che Guglielmo ed Uguccione furono, senza distinzione, balestrati qua e là dalle prepotenti onde del generale movimento, senza che più alcuno s'avvedesse di loro. Niun urto poteva dividerli: giacchè il povero Uguccione aveva afferrata la veste dell'abate come un naufrago che, non sapendo nuotare, si appicca tenacemente a chi gli nuota d'appresso per essere da lui salvato o per perire con esso lui. Portati così dall'onda popolare, si trovarono vicini al conte di Biandrate, quando questi cadde sanguinoso di cavallo. Manfredo, ch'era poco lontano, si slanciò allora a soccorrerlo, e potè così recar aiuto nello stesso tempo anche ai due monaci. Il molto sangue che Guido perdea, rendeva verosimile la sua morte. Egli non avvilito nè turbato, ma con sincera pietà stringea la mano di Guglielmo, e si raccomandava alle sue preghiere ed a quelle del suo compagno mentre era portato verso la città.Federico lo scorse dalla sua torre e non ravvisandolo, ma parendogli uno de' sommi capi, mandò a vedere chi fosse. E udito il suo nome, volle che fosse portato presso di sè per mostrargli il pregio in cui lo teneva. Giacchè fra i capitani italiani, Guido era tra quelli a cui l'imperatore portava maggiore benevolenza.Curata la ferita da un valente Salernitano, primo medico di Federigo, l'infermo confortato dal riposo e dai farmachi, ripigliò forza bastante a tener colloquiocoll'imperatore. Guglielmo stava allora per ritirarsi, quando questi, udendo ch'egli era l'abate di Staffarda, gli disse:— La vostra presenza non è soverchia alla mia corte. So che il santo fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s'è mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio. — L'abate di Staffarda s'inchinò e gli disse:— Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de' potenti adirati.Ma non erano più i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno dell'abate era sì modesto e nobile, che Federigo mirandolo tornò a compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che all'infermo.Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano.Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala.— Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.— Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri.— O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto?— Quale spettacolo?— Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.— Ciò che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove ciò possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per implorare sul vinto la misericordia del vincitore.— Papa Vittore, voi implorate così trepidamente, che quasi pare abbiate paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal prudente labbro, non concederò nulla: ma tutto concederò alla brama onde palpita segretamente il vostro cuore.— L'Augusto Federigo pone lo scherzo là dove io parlo seriamente.— Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che siete venuto ad intercedere pei vostri nemici è degno di lode. La fama della vostra paterna carità si spargerà dappertutto; i popoli vi benediranno; e ciò varrà più assai d'un concilio per dichiararvi successore legittimo di S. Pietro. Ma ciò basti. Qui, come vedete, siamo tutti tali da poterci parlare senza visiera.L'antipapa guardò bene intorno, poi si lasciò sfuggire un mezzo sorriso. Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclamò:— Misera città! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la volontà del Cielo.— E sarà fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba Gerusalemme.Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della viltà dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appartò presso l'uscio. Indi entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore. Questi disse.— Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue che corre nelle sue vene nol salverebbe. — Poi soggiunse: — Quanto ai facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino tutti domani.L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver salva la vita.— È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto s'impicchi ciò che sembra inutile.— Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi?Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingerecon nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.— Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io.»Federigo gli rispose con cortese sorriso:— Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco. — Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca carità e molta finzione.Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Cosìfacea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo: — Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.Ella dicea, con affettuoso sorriso, all'Imperatore:— Vostra Maestà quest'oggi mi sfugge, ma io sono ardita e vi perseguito. So che Federigo è un cavaliere, a cui una dama può ricorrere, senza timore di venire respinta.Federigo pregiavasi infatti d'essere il modello dei cavalieri. Inoltre amava teneramente la sua sposa. Le porse dunque la mano, e facendola sedere le disse:— M'è dolce fuggire, se ciò muove la mia signora a cercarmi.E allora l'egregia donna, con ragionamenti pieni di senno e di grazia, cominciò a perorare a favore dei vinti, e a dipingere in nobilissima guisa la gloria che rifulge sulla corona de' sovrani clementi. Ella scusava o fingea di scusare lo sterminio d'altre città, dicendo che senza dubbio quel rigore era stato necessario per umiliare l'insolenza de' ribelli. Ma soggiungea, che ora quell'insolenza era atterrata, e che l'eccidio di Milano avrebbe tutta l'odiosità d'una vendetta non cristiana.Abilissima poi, com'è proprio delle donne, a commuovere con viva rappresentazione delle cose, ella mostrava tutti i lagrimevoli errori d'una tale barbarie, i molti innocenti che sarebbero colpiti co' rei, l'esacerbazionedi questi e di quelli: esacerbazione pericolosa, forse fatale, forse aiutata da prodigi del Dio di misericordia: se la misericordia fosse spenta nell'uomo.Federigo l'ascoltava con un misto d'ammirazione e di tormento. Ma sempre opponea ragioni di Stato coonestando la sua implacabile ferocia col nome venerando della giustizia. Più insistea Beatrice e più Federigo le opponeva in termini variati le stesse ragioni, che lo teneano fermo nel proposito di distruggere Milano.L'Imperatrice afflittissima di nulla ottenere, chiuse in petto il suo dolore, e tacque. Volse poi alcune parole cortesi al Vescovo di Frisinga e ad altri, ed intanto parea loro significare cogli sguardi il desiderio di venire da loro secondata, nell'espugnare il cuore del feroce imperatore. Chiese poi della salute del conte di Biandrate, e detta di lui qualche parola benevola, si ritirò.Tutti nella sala rimasero allora per alcuni istanti in silenzio. Il sorriso che, per urbanità cavalleresca era stato fino a quel punto sul labbro di Federigo, disparve. I cortigiani non vedeano più in lui che un Imperatore corrucciato, il quale senza parlare dicea:— Guardatevi dall'eseguire ciò che gli sguardi della sconsigliata mia donna vi chiesero; non soffrirei la vostra insolenza!Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mirò con disprezzo; indi congedò gli altri principi e disse ad Arnando suo segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un nuovo concilio. Entrò poi nella stanza del Conte, e passeggiò alcuni minuti colle braccia incrocicchiate.Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno, ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino. Cioè come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna, Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente sentenziato: — Tutto, tutto è dell'Imperatore! — Uguccione ricordava pure d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que' sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse giuridicamentesignore del mondo intero. Ed avendo Bulgaro risposto di no, e Martino impudentemente di sì, smontato di cavallo l'Imperatore donò all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il perchè disse poi quest'ultimo le scherzose parole:Amisi equum, quia dixi aequum; quod non fuit aequum.Frate Uguccione pensava: — Signore dell'universo mondo, veramente a me pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi, i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non ci vuol molto a capire che io sono più contento di lui. Guarda come allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito.L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardareil conte di Biandrate, questi gli disse: — La mente di vostra maestà è ingombra di gravi pensieri. — Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la necessità d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e vostre; quanto sangue e rovine di città si sarebbero risparmiate. Ma ora che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sarò sì stolto e effeminato che dia luogo a improvvida pietà. Milano sarà distrutta.Il Conte disse, ma con voce sì debole che non potè proseguire: — Parlavamo appunto dianzi di ciò l'Abbate di Staffarda ed io......— E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo.— Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maestà vostra concesse pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal fiero contagio che avea spopolato la loro città. Ritornata la salute ed essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e dalle altre vicine città, sentirono di nuovo la superbia della forza e tornarono credersi non vincibili. Questo delirio potè sorgere allora perchè una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipitò per le sconfitte ricevute, nulla ha più che possa sedurla. Resta dunque a decidere se quando tutto dimostra che una città non è più in grado d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la Maestà vostra mi permetterà questa libera parola,qual si addice al mio carattere, che sì fiera vendetta non è scusabile in un monarca cristiano.— Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi, come è facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente. Ma la compassione agl'infelici non è sempre ragionevole nè virtuosa. O il parricida che va al patibolo, perchè è infelice, cessa d'essere un mostro? E il giudice sarà vendicativo e crudele, perchè non lo assolve?— Cesare, l'intelletto umano è sì fecondo di giustificazione per qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo, non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ciò compiere. Ma la fecondità dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo più fido, più sicuro, quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrogò sinceramente. Nè interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode i franchi consigli che la religione gli dà per mezzo dei suoi ministri.Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire all'orgoglioso Barbarossa sì ardite parole. Ma Guglielmo era non meno modesto che venerabile, e sì nella presenza come nella voce aveva un mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche più ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsie non potea. Fissava nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a sè stesso come avesse pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virtù superiore alla parola, una virtù esercitantesi imperiosamente dall'anima loro sopra l'anima altrui, cosicchè mentre, se bene osservansi, i loro discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva oratori più eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, benchè riluttante alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virtù, superiore alla parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, è impossibile non riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che si comunica ad alcuni eletti perchè adempiano il voler suo in guise straordinarie.Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sentì l'incanto amabile e gagliardo della santità apprendersi da lui come la presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non essere costante nella malvagità, e senza avere consultato altro che inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo. Allora non evvi alcuna verità che non si travolga, alcun principio evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate.—I franchi consigli della religione e dei suoi ministri!disse l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzerò di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette, piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare l'iniquità tollerandola, laddove m'è facile estirparla. Estirpare Milano m'è facile, lo vedrete, lo vedrete.— Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate più lungo esame; spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dirà d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrerà, che una seconda clemenza, è per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni avvenire.— Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dirà a me «Estirpa»; e a voi «Rassegnati!»Lo salutò con un cenno di mano; salutò nello stesso modo il conte; e se ne andò. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli disse imperiosamente: — Restate. — Passando nella sala sottoscrisse le lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritirò fremendo nella sua stanza.Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo: — Uomo di Dio voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo approfittarne!Indi sentendosi alquanto sollevato, chiamò uno scudiere,e volle che i due monaci andassero a dormire.—Sit nomen Domini benedictum, disse frate Uguccione.

I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in sei luoghi le mura e le fosse della città. Ma Federigo volle che s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio, consentirono.

Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano, che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon successo, e così traversare un immenso campo sino alle diroccate mura della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava loro d'inginocchiarsi sulle macerie della città da essi distrutta. E si videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente.

Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della città, i consoli ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della città. L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli, chiese loro con ira, perchè non fossero venuti col carroccio. Tornarono dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti giurarono obbedienza.

Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagnò che fossero pochi, e ne volle altri cento. Alloramandò sei suoi ragguardevoli personaggi, e sei Lombardi nella città a chiedere il giuramento di obbedienza all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo Morena, Lodigiano, allora podestà della sua patria. V'era pur quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la cagione dello sterminio di tante città. Perocchè trovandosi essi, nove anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne alcuno incarico dalle loro città, di gettarsi a piè del trono con due grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo, e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi.

L'Imperatore andò poi a Pavia, e quando i dodici inviati ritornarono di Milano, e gli esposero il miserevole stato, in cui la fame avea ridotti i Milanesi e la fiducia che aveasi nella clemenza dell'augusto vincitore: «Niuno interceda!» sclamò con voce cupa; e tutti si tacquero.

La fama di questa fiera risposta corse in breve per tutte le itale schiere. La maggior parte di esse alzarono grida orrende di giubilo, lodando Dio e l'imperatore, che finalmente la città superba che sì a lungo avea oppresse le altre, sparisse dalla superficie della terra. In quelle medesime schiere però molti generosi abborrivano da gioia sì crudele, e gridavano: «Imploriamo misericordia pei vinti!» Ma altri udendo le loro pietose grida, li chiamavano inverecondi, che osavano d'opporsi alla soddisfazione dovuta allecare ombre degli estinti, e alle generazioni viventi e future. Rinfacciavano loro che, avendo essi consanguinei ed amici in Milano preferissero gli affetti privati all'amore di patria. Seguiva alle contumelie il mischiarsi delle lance e delle spade, sì che il tumulto ne cresceva a dismisura.

Eriberto ed Ottolino aveano comando dal Duca Guelfo d'adoperarsi anch'essi a calmare gli spiriti, ma con cautela, per non mostrarsi troppo caldi contro la fazione de' feroci che era gradita all'Imperatore, sì che chi le si fosse mostrato troppo avverso avrebbe potuto perdere sè senza salvare i Milanesi. Il timore per la propria vita poco avrebbe potuto sopra menti così generose; ma si frenarono, perchè sapeano che il Duca era già sospetto e che una loro imprudenza avrebbe potuto da' maligni attribuirsi al loro signore. Per lungo tempo s'aggirarono dunque di qua e di là, fedeli al proposito di sedare i furenti senza manifestarsi nè pro nè contro, e solo ripetendo spesso che le discordie erano disonorevoli ai Lombardi, e vietate dal monarca.

Ma dove immense moltitudini sono in agitazione, una consumata esperienza sarebbe appena capace di mantenere alcuno in costante guardia de' proprii sentimenti: or come mai teste giovanili avrebbero potuto resistere al contagio di tale tumulto? Non è dunque a stupire che Eriberto, udendo le imprecazioni de' crudeli contro Milano, fosse ogni momento in procinto d'inveire contro loro: ed allora Ottolino s'affrettava di contenerlo, ricordandogli il Duca. Quando poi Ottolino perdea alla sua volta la pazienza, e spronava il cavallo su qualche gruppo di quegli ebbri, Eriberto afferrava la briglia e scongiurava l'amicodi non rompere la promessa. Se non che mentre ciascuno esortava valentemente l'amico a senile saviezza, il sangue quadrilustre, che bollia nelle vene, più e più li concitava per proprio conto. Ecco s'imbattono nella schiera lodigiana, guidata dal fanatico Albernando Alamano. Questa veniva allora alle mani con uno stuolo d'altri Lombardi di varie città, i quali voleano salvi i milanesi. I due giovani volevano passare di fianco a' pugnanti, e allontanarsi, poichè vana qui sarebbe stata ogni voce di pacificazione. Ma come videro Albernando insolentire contro gli avversarii, e piantare barbaramente la spada nel petto di venerando vecchio, il quale inerme procurava di disarmarlo; subito proruppero sul forsennato, e lo respinsero, e prendendo a combattere contro i Lodigiani, si lasciarono fuggire dalla bocca un altissimo grido: «Perdono ai Milanesi, a terra i feroci!»

Questi erano sostenuti con gagliardia dal Marchese di Monferrato uomo cresciuto nelle crudeltà e nelle perfidie, e da quel Sicherio, illustre Barone tedesco, il quale nel principio del Regno di Federico, essendo venuto a Milano, intimator di esorbitanze, era stato di là ignominiosamente scacciato. Costoro invadono le tende ove custodiansi i prigioni milanesi, e le incendiano: i miseri, cinti di catene e senz'armi, cadeano sgozzati come agnelli da rabidi lupi. Il conte Guido di Biandrate accorse con numeroso stuolo ov'erano i due Saluzzesi. Il Marchese di Monferrato restò leggermente ferito: Sicherio fu ucciso: i loro seguaci lungamente respinti. Un dardo colpì gravemente il conte di Biandrate il quale cadde di cavallo.

La strage divenne quinci e quindi sì estesa e terribile, che il Barbarossa, il quale dall'alto di una torremirava il campo, se ne sentì spaventato, e intimò alle altre sue schiere di muovere tutte sugli insani e di separarli. Il dì tramontava e le tenebre agevolarono la fine della pugna.

Mentre in mezzo a tale sanguinosa scena Ottolino ed Eriberto tentavano di difendere uno de' prigioni, essi intesero che egli era Berengario da Sant'Ambrogio. I due giovani già aveano saputa da Guglielmo la dolente storia di Rafaella, e perciò stesso più ardeano d'ira contro coloro che voleano sterminata la città. Ma oh quanto più infierirono loro contro quando il prigione, da loro indarno difeso, disse loro, prima di spirare, che difficilmente Rafaella poteva essere ancora tra i vivi. Giacchè il popolo di Milano, ne' giorni in cui fu spinto dalla fame a volere la resa, s'era gettato a saccheggiare e disfare alcune case, in cui sospettava celarsi le vettovaglie; e fra le case saccheggiate annoveravasi quella di Berengario. In tale disastro Rafaella, per difendere la vita di Alberta sua benefattrice, avea ricevuto un colpo di coltello sotto il braccio sinistro. Berengario la vide cadere, ma pugnando si ara scostato dalle due donne, e la casa essendo stata diroccata, egli le perdette di vista nè più le potè rinvenire. Allora egli bramoso di morire o di rivedere i suoi figli ch'erano prigioni del nemico, si unì ad alcuni audaci, che tentarono una sortita, e fu in quella fatto prigione. Di questo lamentevole caso i giovani provarono infinito dolore, e se n'accrebbe a mille doppi la loro ira: el che incontratisi poco dopo, per mala ventura, con Villigiso che aizzava i furibondi, lo investirono, lo colmarono di vituperii e lo misero in fuga.

L'Abate Guglielmo, anche prima d'accorgersi chela discordia potesse divenire sì atroce, appena questa fu in sul nascere, era corso fra gli accaniti sperando di ricomporli. La sua alta statura, la fronte calva, la barba canuta, i modi venerandi, la voce nobilmente supplichevole incuteano riverenza; ma in breve lo scompiglio fu tale che Guglielmo ed Uguccione furono, senza distinzione, balestrati qua e là dalle prepotenti onde del generale movimento, senza che più alcuno s'avvedesse di loro. Niun urto poteva dividerli: giacchè il povero Uguccione aveva afferrata la veste dell'abate come un naufrago che, non sapendo nuotare, si appicca tenacemente a chi gli nuota d'appresso per essere da lui salvato o per perire con esso lui. Portati così dall'onda popolare, si trovarono vicini al conte di Biandrate, quando questi cadde sanguinoso di cavallo. Manfredo, ch'era poco lontano, si slanciò allora a soccorrerlo, e potè così recar aiuto nello stesso tempo anche ai due monaci. Il molto sangue che Guido perdea, rendeva verosimile la sua morte. Egli non avvilito nè turbato, ma con sincera pietà stringea la mano di Guglielmo, e si raccomandava alle sue preghiere ed a quelle del suo compagno mentre era portato verso la città.

Federico lo scorse dalla sua torre e non ravvisandolo, ma parendogli uno de' sommi capi, mandò a vedere chi fosse. E udito il suo nome, volle che fosse portato presso di sè per mostrargli il pregio in cui lo teneva. Giacchè fra i capitani italiani, Guido era tra quelli a cui l'imperatore portava maggiore benevolenza.

Curata la ferita da un valente Salernitano, primo medico di Federigo, l'infermo confortato dal riposo e dai farmachi, ripigliò forza bastante a tener colloquiocoll'imperatore. Guglielmo stava allora per ritirarsi, quando questi, udendo ch'egli era l'abate di Staffarda, gli disse:

— La vostra presenza non è soverchia alla mia corte. So che il santo fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s'è mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio. — L'abate di Staffarda s'inchinò e gli disse:

— Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de' potenti adirati.

Ma non erano più i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno dell'abate era sì modesto e nobile, che Federigo mirandolo tornò a compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che all'infermo.

Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano.

Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala.

— Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.

— Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri.

— O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto?

— Quale spettacolo?

— Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.

— Ciò che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove ciò possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per implorare sul vinto la misericordia del vincitore.

— Papa Vittore, voi implorate così trepidamente, che quasi pare abbiate paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal prudente labbro, non concederò nulla: ma tutto concederò alla brama onde palpita segretamente il vostro cuore.

— L'Augusto Federigo pone lo scherzo là dove io parlo seriamente.

— Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che siete venuto ad intercedere pei vostri nemici è degno di lode. La fama della vostra paterna carità si spargerà dappertutto; i popoli vi benediranno; e ciò varrà più assai d'un concilio per dichiararvi successore legittimo di S. Pietro. Ma ciò basti. Qui, come vedete, siamo tutti tali da poterci parlare senza visiera.

L'antipapa guardò bene intorno, poi si lasciò sfuggire un mezzo sorriso. Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclamò:

— Misera città! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la volontà del Cielo.

— E sarà fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba Gerusalemme.

Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della viltà dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appartò presso l'uscio. Indi entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore. Questi disse.

— Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue che corre nelle sue vene nol salverebbe. — Poi soggiunse: — Quanto ai facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino tutti domani.

L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver salva la vita.

— È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto s'impicchi ciò che sembra inutile.

— Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi?

Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingerecon nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.

— Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io.»

Federigo gli rispose con cortese sorriso:

— Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.

Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.

Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco. — Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca carità e molta finzione.

Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Cosìfacea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo: — Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!

Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.

Ella dicea, con affettuoso sorriso, all'Imperatore:

— Vostra Maestà quest'oggi mi sfugge, ma io sono ardita e vi perseguito. So che Federigo è un cavaliere, a cui una dama può ricorrere, senza timore di venire respinta.

Federigo pregiavasi infatti d'essere il modello dei cavalieri. Inoltre amava teneramente la sua sposa. Le porse dunque la mano, e facendola sedere le disse:

— M'è dolce fuggire, se ciò muove la mia signora a cercarmi.

E allora l'egregia donna, con ragionamenti pieni di senno e di grazia, cominciò a perorare a favore dei vinti, e a dipingere in nobilissima guisa la gloria che rifulge sulla corona de' sovrani clementi. Ella scusava o fingea di scusare lo sterminio d'altre città, dicendo che senza dubbio quel rigore era stato necessario per umiliare l'insolenza de' ribelli. Ma soggiungea, che ora quell'insolenza era atterrata, e che l'eccidio di Milano avrebbe tutta l'odiosità d'una vendetta non cristiana.

Abilissima poi, com'è proprio delle donne, a commuovere con viva rappresentazione delle cose, ella mostrava tutti i lagrimevoli errori d'una tale barbarie, i molti innocenti che sarebbero colpiti co' rei, l'esacerbazionedi questi e di quelli: esacerbazione pericolosa, forse fatale, forse aiutata da prodigi del Dio di misericordia: se la misericordia fosse spenta nell'uomo.

Federigo l'ascoltava con un misto d'ammirazione e di tormento. Ma sempre opponea ragioni di Stato coonestando la sua implacabile ferocia col nome venerando della giustizia. Più insistea Beatrice e più Federigo le opponeva in termini variati le stesse ragioni, che lo teneano fermo nel proposito di distruggere Milano.

L'Imperatrice afflittissima di nulla ottenere, chiuse in petto il suo dolore, e tacque. Volse poi alcune parole cortesi al Vescovo di Frisinga e ad altri, ed intanto parea loro significare cogli sguardi il desiderio di venire da loro secondata, nell'espugnare il cuore del feroce imperatore. Chiese poi della salute del conte di Biandrate, e detta di lui qualche parola benevola, si ritirò.

Tutti nella sala rimasero allora per alcuni istanti in silenzio. Il sorriso che, per urbanità cavalleresca era stato fino a quel punto sul labbro di Federigo, disparve. I cortigiani non vedeano più in lui che un Imperatore corrucciato, il quale senza parlare dicea:

— Guardatevi dall'eseguire ciò che gli sguardi della sconsigliata mia donna vi chiesero; non soffrirei la vostra insolenza!

Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mirò con disprezzo; indi congedò gli altri principi e disse ad Arnando suo segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un nuovo concilio. Entrò poi nella stanza del Conte, e passeggiò alcuni minuti colle braccia incrocicchiate.

Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno, ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino. Cioè come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna, Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente sentenziato: — Tutto, tutto è dell'Imperatore! — Uguccione ricordava pure d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que' sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse giuridicamentesignore del mondo intero. Ed avendo Bulgaro risposto di no, e Martino impudentemente di sì, smontato di cavallo l'Imperatore donò all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il perchè disse poi quest'ultimo le scherzose parole:Amisi equum, quia dixi aequum; quod non fuit aequum.

Frate Uguccione pensava: — Signore dell'universo mondo, veramente a me pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi, i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non ci vuol molto a capire che io sono più contento di lui. Guarda come allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito.

L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardareil conte di Biandrate, questi gli disse: — La mente di vostra maestà è ingombra di gravi pensieri. — Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la necessità d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e vostre; quanto sangue e rovine di città si sarebbero risparmiate. Ma ora che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sarò sì stolto e effeminato che dia luogo a improvvida pietà. Milano sarà distrutta.

Il Conte disse, ma con voce sì debole che non potè proseguire: — Parlavamo appunto dianzi di ciò l'Abbate di Staffarda ed io......

— E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo.

— Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maestà vostra concesse pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal fiero contagio che avea spopolato la loro città. Ritornata la salute ed essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e dalle altre vicine città, sentirono di nuovo la superbia della forza e tornarono credersi non vincibili. Questo delirio potè sorgere allora perchè una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipitò per le sconfitte ricevute, nulla ha più che possa sedurla. Resta dunque a decidere se quando tutto dimostra che una città non è più in grado d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la Maestà vostra mi permetterà questa libera parola,qual si addice al mio carattere, che sì fiera vendetta non è scusabile in un monarca cristiano.

— Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi, come è facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente. Ma la compassione agl'infelici non è sempre ragionevole nè virtuosa. O il parricida che va al patibolo, perchè è infelice, cessa d'essere un mostro? E il giudice sarà vendicativo e crudele, perchè non lo assolve?

— Cesare, l'intelletto umano è sì fecondo di giustificazione per qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo, non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ciò compiere. Ma la fecondità dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo più fido, più sicuro, quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrogò sinceramente. Nè interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode i franchi consigli che la religione gli dà per mezzo dei suoi ministri.

Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire all'orgoglioso Barbarossa sì ardite parole. Ma Guglielmo era non meno modesto che venerabile, e sì nella presenza come nella voce aveva un mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche più ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsie non potea. Fissava nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a sè stesso come avesse pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virtù superiore alla parola, una virtù esercitantesi imperiosamente dall'anima loro sopra l'anima altrui, cosicchè mentre, se bene osservansi, i loro discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva oratori più eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, benchè riluttante alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virtù, superiore alla parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, è impossibile non riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che si comunica ad alcuni eletti perchè adempiano il voler suo in guise straordinarie.

Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sentì l'incanto amabile e gagliardo della santità apprendersi da lui come la presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non essere costante nella malvagità, e senza avere consultato altro che inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo. Allora non evvi alcuna verità che non si travolga, alcun principio evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate.

—I franchi consigli della religione e dei suoi ministri!disse l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzerò di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette, piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare l'iniquità tollerandola, laddove m'è facile estirparla. Estirpare Milano m'è facile, lo vedrete, lo vedrete.

— Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate più lungo esame; spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dirà d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrerà, che una seconda clemenza, è per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni avvenire.

— Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dirà a me «Estirpa»; e a voi «Rassegnati!»

Lo salutò con un cenno di mano; salutò nello stesso modo il conte; e se ne andò. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli disse imperiosamente: — Restate. — Passando nella sala sottoscrisse le lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritirò fremendo nella sua stanza.

Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo: — Uomo di Dio voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo approfittarne!

Indi sentendosi alquanto sollevato, chiamò uno scudiere,e volle che i due monaci andassero a dormire.

—Sit nomen Domini benedictum, disse frate Uguccione.


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