CAPO IX.La Lega Lombarda.

CAPO IX.La Lega Lombarda.Ma già la stella di Federigo ecclissavasi, ed ei correva un'assai perigliosa fortuna. Cagion precipua de' suoi rovesci si fu la sacrilega e dissennata lotta in cui egli erasi cacciato contro il Vicario di Cristo; il che come avvenisse è qui da narrare brevemente.Federigo, come fu detto, risoltosi di elevare l'impero alla monarchia universale, senza alcun potere su la terra che gli dettasse legge o ponesse alcun rattento ai suoi voleri; ben avea compreso non potergli ciò venir fatto, se non si assoggettasse la Chiesa, rendendosi ligio e quasi servo il supremo Capo di lei. A tal fine egli erasi adoperato d'introdurre nel seggio apostolico l'antipapa Vittore, scacciandone il vero Papa Alessandro. Soggiogata la Chiesa, parevagli che niuno avria più osato di resistere alla sua potenza. Ma l'alta Provvidenza di Dio vegliava a confondere i disegni dell'empio.Alessandro, di patria senese, era un Pontefice di carattere del tutto acconcio a quella terribile contingenza. Egli, quanto mite con gli umili, altrettanto alto ed inesorabile coi superbi, accoppiava alla fortezza dell'animo una singolare dottrina e una lunga esperienza nel maneggio degli affari. Stato già cancelliere della Chiesa romana in condizione di Cardinale, e Legato in negozi delicatissimi sotto il suo predecessore Adriano IV, conosceva da vicino Federigo ed aveva profondamente scandagliata tutta l'ambizione ed ostinatezzadi quel magnanimo, ma traviato principe. Benchè poi, stante la sua umiltà, avesse resistito con ogni sforzo alla sua promozione; nondimeno come prima costretto a cedere alla volontà del sacro Collegio sobbarcò gli omeri al grave incarico, intese subito l'obbligo che gli correa gravissimo di conservare intatta l'indipendenza della Chiesa dalle invasioni della potenza laicale, e respingere il lupo che assaltava l'ovile di Gesù Cristo. Egli spiegò senza ambagi fin da principio il suo pensiero, allorchè avendo Federigo avuta la baldanza di mandargli ad intimare per mezzo di due suoi ambasciatori che si recasse al Concilio da lui convocato in Pavia per farvi giudicare la sua elezione; non solo respinse vigorosamente l'iniqua pretensione; ma fece loro tale risposta, che ben mostrava come egli sentisse tutta la forza dell'autorità, di cui era investito. «Noi, disse l'invitto Pontefice, riconosciamo l'Imperatore, secondo il dovere della sua dignità, come avvocato e difensore della santa Chiesa romana; e se egli non vi mette ostacolo, noi lo onoreremo al di sopra degli altri Principi terreni, salvo sempre l'onore che noi dobbiamo al Re dei cieli e al Signore de' signori, che può perdere il corpo e l'anima dell'uomo precipitando l'uno e l'altra nella geenna del fuoco eterno. Perciò amando noi e desiderando d'onorar Federigo, come facciamo, noi siamo altamente meravigliati che egli ricusi a noi, o piuttosto a S. Pietro nella nostra persona, l'onore che ci è dovuto. Imperocchè, egli allontanandosi dall'esempio de' suoi predecessori e sorpassando i limiti della sua dignità, ha convocato il Concilio senza nostra intesa, e ci ha chiamati alla sua presenza, quasichè egli avesse alcuna giurisdizione sopra di noi. Gesù Cristo ha dato a S. Pietro e per luialla Chiesa romana questo privilegio, trasmesso ai SS. Padri e conservato fino al presente a traverso della prosperità e dell'avversità ed anche dell'effusione del sangue, quando è convenuto: che cioè essa Chiesa romana giudichi le cause di tutte le Chiese, senza che essa sia sottoposta giammai al giudizio di niuno. Noi non finiamo dunque di stupirci che un tal privilegio sia ora aggredito da colui, che dovrebbe esserne il difensore. La tradizione canonica e l'autorità non ci permettono di andare alla sua Corte per udire il giudizio di lui. I voti delle minori Chiese e i loro particolari prelati non possono attribuirsi la decisione di queste sorta di cause, ma bensì essi debbono sottostare al giudizio de' loro metropolitani e della Sede apostolica. Imperò noi saremmo sommamente colpevoli dinnanzi a Dio, se per nostra o ignoranza o debolezza lasciassimo ridurre in servitù la Chiesa, che Cristo nel suo sangue ha riscattata. I nostri Padri hanno versato il loro per difendere una tal libertà; e noi seguendone l'esempio, siamo pronti, se bisogna, a fare altrettanto»[5].Federigoavrebbe dovuto comprendere da tal linguaggio che egli dava di cozzo in una pietra assai dura; se non che acciecato dalla superbia, tenne a Pavia il preteso Concilio, e fattavi dichiarare legittima l'elezione dell'antipapa, scrisse a tutti i Principi della Cristianità incitandoli a sollevarsi contro Alessandro e ponendo al bando dell'Impero chiunque continuasse a riconoscerlo per Papa. Pervenute queste cose a notizia del Pontefice, egli non istette inoperoso; ma inviò presso tutte le Corti cattoliche Cardinali e Legati, iquali come testimonii di veduta nel fatto della sua elezione potessero sbugiardare le menzogne degli avversarii. Poscia si rivolse a curar Federigo ammonendolo più volte paternamente e procurando or colle dolci or colle aspre di rimetterlo in senno. Finalmente veduta ogni opera tornare in vano, acciocchè la contumacia di lui non infettasse gli altri, lanciò contro l'ostinato Principe sentenza di scomunicazione, dichiarandolo decaduto dal trono imperiale ed assolvendo tutti i suoi sudditi dal giuramento prestatogli di fedeltà, ed estese tale condanna a tutti i suoi partigiani. Frutto di queste energiche disposizioni si fu che quasi tutti i Re cristiani, benchè da prima incerti e titubanti, alla fine disingannati, abbracciarono le parti del verace Pontefice, e moltissimi degli aderenti di Federigo si distaccarono da lui, come da scismatico e persecutore della Chiesa.Ma il danno maggiore che l'anatema pontificale recò a Federigo, si fu la così detta Lega lombarda. Una gran parte delle città italiane, soggette all'Impero erano rimase profondamente inasprite dalle crudeltà esercitate dal feroce Principe nell'ultima guerra di Milano. Quelle stesse che prima per gelosia o per vendetta avevano cooperato alla rovina dell'infelice metropoli; al vederne poscia l'eccidio e la miseria de' superstiti cittadini, aveano cangiato in sensi di commiserazione l'antico odio. Aggiungasi a tutto ciò il malcontento che destavano le continue espilazioni e soverchierie dei governatori posti da Federigo, a cui questo Principe per tenerli a sè devoti, lasciava ogni arbitrio. Tali e simiglianti cose producevano un fermento negli animi, che facilmente sarebbe scoppiato al di fuori, se il timore della potenza di Federigo e più lareligione del vassallaggio non li avesse tenuti in rispetto. Ma quando i popoli si videro per decreto papale sciolti da ogni vincolo di sudditanza al Barbarossa, e la parte di Alessandro acquistar di giorno in giorno maggior consistenza, s'avvisarono di poter oggimai senza colpa e con isperanza di successo scuotere l'importabile giogo. Massimamente affidavali la fiducia nel soccorso divino, giacchè combattendo Federigo essi avrebbero combattuto il nimico dichiarato della Chiesa, e difendendo i proprii diritti avrebbero insieme difesi i diritti del Pontefice. Essi dunque cominciarono ad intendersi tra loro e concertare di comune accordo i mezzi di riuscire nell'impresa. Da prima quattro sole città, Verona, Vicenza, Padova e Treviso fermarono alleanza scambievole obbligandosi con giuramento a soccorrersi in caso di guerra. Ben presto aggiuntisi i Veneziani, la Lega si stimò abbastanza forte per operare; sicchè scacciati gran parte dei ministri imperiali si dichiararono apertamente non più soggetti a Federigo; e impossessatisi dei luoghi più forti pei quali si sarebbe potuto venire ad assalirli, apparecchiaronsi alla difesa. Più tardi si unirono loro altresì le città di Cremona, Bergamo, Brescia, Ferrara, e la Lega, divenuta assai potente, deliberò di rifabbricare Milano.I Milanesi dopo la distruzione della patria si erano da prima dispersi nelle terre circonvicine: ma poscia la maggior parte del popolo era stato per ordine di Federigo riaccolta intorno all'antico suolo e divisa in quattro borgate, con case di legno sotto il governo d'alcuni suoi delegati. Questi tenevano quell'infelice moltitudine in una specie di vero servaggio, smungendola il più ed il meglio che sapessero e tartassandolaper tutte guise. Quand'ecco un bel giorno si veggono arrivare numerose schiere delle città confederate, sventolando ciascuna la sua bandiera sotto il comando dei proprii magistrati. Questi, messi in fuga i ministri del Barbarossa, distribuirono armi e danari a que' cittadini confortandoli a tosto rialzare le mura della diroccata città. Ed acciocchè i Pavesi ed altri loro antichi nemici non potessero disturbarli, posero campo all'intorno, deliberati di restare in arme alla difesa, finchè l'opera della riedificazione di Milano non fosse interamente compiuta. È indescrivibile la gioia che ad un tratto invase quegli oggimai disperati cittadini, e i gridi di giubilo che si sollevarono d'ogni parte. Senza porre in mezzo dimora, tutti, uomini, donne, vecchi e fanciulli, si accinsero all'opera e compartitosi tra loro il lavoro, a chi lo scavare le fosse, a chi il trasportare i materiali, a chi l'impastare i cementi, a chi lo squadrare le pietre; in breve tempo dal mucchio delle sue rovine si vide come risorgere la nobile Milano quasi da morte a novella vita. Così la Lega lombarda andava acquistando ogni dì maggiore stabilità, quando Iddio stesso col suo intervento venne a darvi l'ultimo rassodamento.Federigo non era uomo da sbigottirsi o da cedere sì facilmente. Egli meditava terribile vendetta; ed accorto, com'era, ben comprese che vano saria stato espugnare la Lega mentre l'anima della medesima, vale a dire Papa Alessandro, rimanesse illeso. Egli si avvisò che a troncare d'un sol colpo i nervi di tutti, fosse uopo abbattere il capo. Avviossi dunque alla volta di Roma con poderoso esercito con intenzione d'impadronirsi della città, se non gli venisse fatto d'aver nelle mani il Pontefice, intronizzarvi almeno Guidoda Crema, che col nome di Pasquale III egli avea fatto eleggere in luogo dell'antipapa Ottaviano, morto poco innanzi nella sua contumacia. I Romani incoraggiati dall'animoso Pontefice s'apparecchiarono alla difesa: e benchè molto inferiori di forze, osarono nondimeno di venire a giornata coll'esercito di Federigo. Ma come Dio volle essi furono pienamente battuti: e il Barbarossa entrò trionfante in Roma, dove in breve, impadronitosi eziandio del castello S. Angelo e della chiesa di S. Pietro violentò colle minacce il popolo a giurargli obbedienza. Papa Alessandro costretto a ritirarsi co' suoi in una fortezza dei Frangipani, vedendo che quivi non avrebbe potuto a lungo resistere, s'indusse a fuggirne in abito da pellegrino, andando prima a Terracina e poscia a Gaeta nel regno di Napoli, d'onde passò a Benevento. Federigo fattosi coronare per le mani dell'antipapa, si credeva oggimai di avere assicurato l'esito dell'impresa; quando il flagello di Dio gli fu sopra a sconcertare i disegni del peccatore. Il giorno appresso alla sua incoronazione, un cocentissimo sole, seguito da una piccola pioggerella, gittò una mortalità sì spaventosa nell'esercito, che appena vi era agio a seppellire i cadaveri di quei che giornalmente perivano. I duci più ragguardevoli furono i primi a restar vittima del morbo. Più di duemila gentiluomini vi perdettero la vita; e tra questi il Duca di Baviera, i Conti di Nassau, d'Altemont, di Lippe, di Tubinga e Rainaldo arcicancelliere dell'Impero. Federigo vedendo assottigliate ogni dì le sue truppe in modo sì orribile e i pochi superstiti reggere a stento la vita; temette a ragione che, se più a lungo si dimorava, il Re di Sicilia dall'una parte e i confederati lombardi dall'altra lo avrebberocolto in mezzo. Onde, levato il campo, si diè precipitosamente ad una piuttosto fuga che ritirata; abbattendosi in mille pericoli, che gli si paravano innanzi ad ogni passo, pien di dispetto e di vergogna e accompagnato da piccolo drappello ripassò a stento le Alpi, d'onde era poco innanzi disceso pieno di baldanza alla testa d'immenso esercito. La nuova di questo disastro diffusasi in breve per l'Italia, non è a dire quanto giovasse a rialzare l'animo degli alleati. Se ne parlava per ogni dove e tutti vi riconoscevano il dito di Dio, che avea rinnovato in quella contingenza il prodigio già operato contro l'empio Sennacheribbo. Tutte le altre città lombarde finirono di dichiararsi dalla parte del Papa; sicchè a Federigo non rimase fedele se non la sola Pavia, in cui si chiusero le poche milizie che egli lasciava tuttavia in Italia. Allora i confederati per assicurarsi contro una nuova discesa del Barbarossa, pensarono di fabbricare una piazza forte sui confini del paese al confluente del Tanaro e della Bormida. Messisi adunque all'opera, in poco tempo l'ebbero condotta a buon termine; denominando la nuova cittàAlessandriain onore e devozione del Pontefice Alessandro IV, a cui i consoli di essa si recarono per fare atto di dedizione e di vassallaggio. Così quando Federigo pensava d'aver oggimai domata la Chiesa e il suo capo; la Chiesa e il suo capo gli si levava contro più glorioso e più forte.Anche le cose di Rafaella avevano grandemente mutato aspetto. La pia Imperatrice, benchè amasse di ritenerla presso di sè, nondimeno non osò di fargliene neppur la proposta, bene intendendo quanto fosse nell'amorosa fanciulla il desiderio di rivedere i parenti. Onde, venuto il tempo del suo ritorno in Germania,chiamò la giovinetta, e dopo averla colmata di regali e di carezze consegnolla all'Abate Guglielmo unitamente ad Alberta; la quale, rimasa sola e desolata, come dicemmo, cedè alle vive istanze di Rafaella, che avendola in conto di sua seconda madre, non finiva di supplicarla a contentarsi di menare il rimanente di sua vita con lei. Ognuno comprende da sè medesimo quanto fosse grato e consolante questo viaggio per la buona donzella. Si vedeva ella come uscita da un naufragio e salva oggimai e sicura in su la riva. Quando riandava colla mente i passati pericoli, le strette e le angoscie mortali da cui era stata straziata, l'orlo dei precipizii che avea valicati, si sentiva compresa da unsubitaneo raccapriccio; che a poco a poco dileguandosi le lasciava l'anima come cospersa da un'ineffabile dolcezza, ed accesa di amore e di gratitudine verso Dio, che per vie sì inaspettate e mirabili l'avea campata. La certezza poi d'aver presto a rivedere la madre e il babbo le era di estrema letizia, e la fervida brama le faceva ad ogni tratto interrogare l'Abate quanto altro tempo ci volesse per arrivare, e guardar le campagne e le colline se mai vi scorgesse qualche somiglianza con quelle che ricordavano il luogo natìo. Un solo pensiero intorbidavale la pace a quando a quando e le trafiggeva l'anima di acuto dolore. Esso era quello del fratello, la cui liberazione non erasi potuta conseguire dall'ostinato e feroce Barbarossa, e di Ottolino, di cui non erasi più udita novella. Chi sa come vive, e se vive l'infelice Eriberto! Oh fratel mio! Prigioniero in lontano paese, privo della vista e del conforto de' tuoi cari; senza neppur contezza di loro, in mano a feroci sgherri; oh i grami giorni che tu meni, e forse l'angosciat'avrà ucciso a quest'ora! Tali erano i queruli lai che singhiozzando metteva di tratto in tratto la povera Rafaella. Vero è, poi pensava, che l'Imperatrice mi assicurò che appena tornata in Germania ne avrebbe preso conto, e gli farebbe coll'autorità sua alleggerire ogni pena. Ma chi sa se le cure della pia Signora giungeranno in tempo! E di Ottolino che ne sarà? Il non essersene saputo più nulla mostra pur troppo che egli è perito in qualche scontro. E qui la fantasia le dipingeva con vivi colori l'amato giovinetto giacente in terra ferito e boccheggiante protendere il languido sguardo, quasi ad invocare chi gli porgesse alcun soccorso; e finalmente spirare derelitto e sconfortato. In mezzo a sì crudeli pensieri che quasi pungentissime spine straziavano il cuore dell'affettuosa fanciulla, il santo Abate Guglielmo gittava in quell'anima colle sue parole soave balsamo, ricordandole l'uniformità ai divini voleri e come ogni cosa torna in bene a chi con tutta confidenza si getta nelle amorose braccia di Dio tenendo per ottimo quanto Egli dispone sopra di noi.Anche l'umor faceto di frateUguccione conferiva non poco a distrarre sovente l'afflitta Rafaella coi colloquii che tratto tratto intrecciava.— Che vi pare, padre Abate, di questa nostra curiosa villeggiatura, che certo non mi stava in calendario?— Mi pare, rispondeva Guglielmo, una delle più dilettose; giacchè Iddio benedetto ci ha porta occasione e dato grazia di patir qualche cosa e adoperarci alquanto a sollievo degl'infelici.— Tolto va bene; ma a me tarda mille anni di tornare alla mia cella, donde, salvo l'ubbidienza, nonmi lascerò trarre più fuora se non quando mi dovranno portare in sepoltura.— L'amore della solitudine, figliuolo mio, è cosa ottima, ed inculcata co' precetti e coll'esempio da' Santi. Ma esso non dee trasmodare in eccesso, nè ritrarci dal soccorrere il nostro prossimo quando il bisogno lo richiede. Ricordati del grande Antonio, quel primo luminare della vita eremitica. Egli non dubitò di abbandonare a tempo il deserto; quando l'infierire della persecuzione contro i cristiani richiedeva l'opera di chi confortasse i fedeli alla costanza. E a coloro che si scandolezzavano della sua uscita dall'eremo rispondeva: Che direste voi d'una donzella, la quale vedendo andare in fiamme la casa di suo padre, in vece di accorrere, si scusasse con dire non affarsi alla sua riservatezza l'abbandonare la propria stanza?— Sì, ma il mirare tante sciagure e di tanti a me, che son tenero di cuore, non soffre l'animo. E poi quel vedere nei grandi del mondo tanta alterigia, tanta simulazione, ed anche tanta fierezza, è cosa proprio che mi fa stomaco.— Bella tenerezza di cuore per verità, fratel mio, non voler vedere gli altrui patimenti per non sentire afflizione! Questa è tenerezza verso di sè, non verso degli altri. La vera tenerezza o meglio carità del prossimo dee muoverci a sollevare l'altrui miseria, e quindi a ricercarla e scoprirla. Quanto poi ai vizii che ti fanno afa ne' grandi, pensa che ogni classe ha i suoi difetti e peccati. Che se questi nei potenti del secolo son più frequenti per esser in loro più spesse e più pericolose le occasioni: vi si ammirarono nondimeno ben soventi delle grandi virtù. Dimmi: tra i vizii della corte di Federigo, non hai tu veduta una Imperatrice, specchiodi modestia, di umiltà, di mansuetudine, di carità e d'ogni cristiana perfezione? E queste virtù nello splendore di un trono sì alto, e tra i pericoli d'una corte sì depravata, credi tu che abbiano piccolo pregio?— Oh questo l'ho confessato e lo ripeto; la virtù di quella Signora mi ha più d'una volta commosso fino alle lagrime; e meravigliato dicevo tra me: Come è possibile che una moglie sì buona si trovi a fianco d'un marito sì tristo!— Ammira anche in ciò, frate Uguccione, la sapienza della divina dispensazione. Spesso, come dice l'Apostolo, il marito infedele vien convertito dalla moglie fedele, e viceversa. Chi sa che Federigo non debba alla fin ravvedersi, pei conforti e per le preghiere della sua virtuosa consorte.— Non c'è che dire; voi trovate sempre una ragione per dimostrare che ogni cosa così va bene come va. Questo significa esser uomo di lettere ed avere studiato teologia! Io che sono un povero laico...— Non ci è bisogno di lettere e teologia per intendere le cose che qui diciamo, figliuol mio, basta il semplice buon senso e il catechismo. Non è Dio che dispone e governa il tutto in questo mondo? E Dio non è sapientissimo e benignissimo? E l'effetto della sapienza e della bontà può non essere ordinato per sè medesimo e tendere di per sè ad altro che al bene? Egli è vero che se prendi nell'universo a considerare ciascun evento spicciolatamente e separato dagli altri, può sembrarti brutto e disordinato, come appunto nella musica può sembrarti senz'armonia una nota presa da sè, e fuori di concerto delle altre. Ma non così, quando ciascuna cosa vien riguardata nella disposizione del tutto e nel finale intendimento del supremo ordinatore.Rafaella prendea diletto a udire questi discorsi e ne traeva utili documenti pel suo stato presente. In tal modo coll'avvicendamento di sì diversi affetti ella consumò il tempo del lungo viaggio, finchè giunse alla casa paterna. Berardo e la consorte, che già per lettera avevano ricevuto annunzio del prossimo arrivo della figliuola, ne stavano in ansiosa aspettazione e ad ogni picchio alla porta, ad ogni rumor sulla strada trasalivano dalla speranza, che poi conosciuta vana li facea tornar mesti a contare le ore e i giorni e immaginare successivamente i luoghi per cui Rafaella dovea passare. Come se la videro innanzi sana e fiorente (benchè l'accorto Guglielmo avesse usata la precauzione di precedere d'alquanti passi per disporli a quell'incontro) poco mancò che non tramortissero; tanta fu la piena della gioia, che ad un tratto traboccò loro nell'anima. Stettero buona pezza come avviticchiati sul collo di lei, non saziandosi mai di baciarla e di stringerlasi al seno. Dato finalmente sfogo all'ardenza di quel primo affetto volsero con multe lagrime le loro parole di ringraziamento all'Abate e alla buona Alberta, professandosi obbligati ad ambedue della vita e salvezza di lei. Dimandarono poi ansiosamente del figliuolo, temperando il dolore del sentirlo prigione colle promesse fatte dall'Imperatrice di prenderne cura, ingrandite pietosamente da Rafaella colla giunta che presto sarebbe rimandato libero.Nè qui finirono le consolazioni della buona famiglia. Imperocchè Manfredo, tornato indi a poco dal campo credette d'aver buono in mano per rimeritare la virtù di Berardo e punire la perfidia di Villigiso. Questi, finita l'impresa di Milano, consapevole che la rettitudine del severo Marchese non lo avrebbe lasciato senzacastigo proporzionato alla colpa; e d'altra parte vedendosi molto addentro nelle grazie dell'Imperatore, pensò di rimanersi per ora ai servigi di lui, niente curandosi della solenne scomunica fulminata da Papa Alessandro. Onde Manfredo, che da prima dubbioso, a poco a poco per le dimostrazioni di Guglielmo, era venuto in chiaro del diritto del vero Pontefice, dichiarò Villigiso decaduto, come scismatico, della signoria di Mozzatorre, ed investì della medesima il fedele Berardo a premio dei tanti suoi meriti. Così Rafaella si trovò padrona di quel medesimo castello, dove era stata condotta captiva, e signora di quei medesimi sgherri che l'avevano sì iniquamente tradita. Non è da dire se ella benigna e pia qual era, perdonasse con cristiana generosità a quei tristi; solamente li volle rimossi dall'ufficio, di cui avevano usato sì male. Ma dalle domestiche cose di Rafaella convien che torniamo alle pubbliche di Federigo.L'indomabile animo di costui non si franse pel passato disastro; crebbe anzi vie peggio nella perfidia. Essendo morto il secondo suo antipapa, ne fe' creare un terzo nella persona dell'abate di Strum, col nome di Callisto III, e prese a fare gli apparecchi per una nuova discesa in Italia. Ma non potè eseguirla prima che passassero alcuni anni; tanto era profondo il danno ricevuto dal disfacimento del suo esercito in Roma, e dalla diffalta di moltissimi Principi, che pel decreto papale si erano separati da lui. Nondimeno, fatti i supremi sforzi, giunse a raccogliere uno sterminato esercito e nell'autunno del 1174 s'avviò alla volta d'Italia. Nel primo porvi il piede, vinse e dannò alle fiamme la città di Susa. Poscia pose l'assedio adAlessandria, fabbricata, come si disse, in onore delPontefice e qual baluardo contra gli assalti di Germania. Senonchè un forte stuolo di Lombardi essendo venuto in soccorso della città, che pur da sè sola si difendeva bravamente; Federigo fu costretto a levare l'assedio, bruciando da se stesso il proprio campo. Allora egli volse le armi contra Milano.Le condizioni dei Milanesi erano mutate d'assai. Nella precedente guerra, quasi soli a difendersi, essi ora si vedevano confortati da potentissima Lega. Dipoi la fresca rimembranza dell'ostinazione e crudeltà di Federigo a voler distrutta la loro città, li avea disposti siffattamente, che tra il vincere e il morire non riconoscevano mezzo di sorte. Finalmente la persuasione di combattere contro il persecutore della Chiesa, maledetto dal Vicario di Cristo, e che per sentenza papale era decaduto da ogni ragione sopra di loro, ispirava ad essi un coraggio straordinario ed una confidenza nell'aiuto divino, che ne raddoppiava a mille tanti l'ardire. Un esercito, intimamente persuaso di combattere per Dio, è invincibile. Ciò si avverò appuntino nel caso presente; e Federigo lo sperimentò a proprio danno.Era tale e tanta la confidenza in Dio dei Milanesi che, quantunque non fossero per anco giunti gli aiuti de' confederati, e l'oste alemanna fosse infinita; essi non cercarono di differir la battaglia, ma uscirono incontro al nemico con sicurezza della vittoria. Essi avevano divisi tutti i cittadini abili a portare le armi in sei schiere, ciascuna sotto il comando dei capi del proprio quartiere. Oltre a queste avevano formate due compagnie di scelti guerrieri, l'una detta dellamorte, l'altra delcarroccio, ossia del carro, sopra cui era inalberata la bandiera della città. La prima di queste compagnieera composta di novecento soldati a cavallo, strettisi con giuramento a morire piuttosto che retrocedere in faccia al nemico. La seconda era composta di trecento giovani delle più nobili famiglie, strettisi del pari con giuramento a morire piuttosto che lasciar prendere dal nemico l'insegna che custodivano.Nella Compagnia della morte trovavasi altresì Ottolino; cui, se ben vi ricorda, lasciammo nel chiostro sotto la cura del solitario che incontrò nella selva. Egli fino a questi ultimi tempi era durato colà costante menando vita quasi in tutto conforme a quella dei monaci presso cui dimorava. Quivi aveva avuto novella del ritorno di Rafaella tra' suoi e dell'esaltazione di Berardo alla signoria di Mozzatorre. Ma dove la prima di tali notizie l'avrebbe forse indotto a lasciare la solitudine; la seconda ne lo distolse: giacchè egli, semplice arimanno, si vedeva in condizione troppo inferiore alla donzella, e però impossibilitato ad impalmarla. D'altra parte la pace, che provava nell'eremo e nelle sante occupazioni de' monaci, lo teneva abbastanza contento. Così la durò per sì lungo spazio di tempo con grande soddisfazione di quei religiosi; i quali credendolo sufficientemente provato, erano quasi sul punto di condiscendere alle sue istanze di essere ascritto tra loro. Quando ecco in un tratto al primo sentirsi la nuova della venuta del Barbarossa, i fervidi spiriti del giovine che sembravano spenti, nonchè sopiti, si destarono in tutta la primitiva vivezza; ed egli presentatosi all'Abate del monistero gli manifestò la risoluzione d'andare a combattere in difesa di Milano, per espiare la colpa d'aver altra volta pugnato contro di lei sotto il vessillo d'uno scismatico. L'Abate dopo varie interrogazioni, conosciuta l'irremovibile volontà del giovine,gli fe' allora osservare quanto prudente era stata la condotta sua e de' monaci nel resistere alle sue inchieste di vestir l'abito, giacchè ora mostrava a chiare note di avere tutt'altra vocazione. Indi rifornitolo del bisognevole pel viaggio, lo accomiatò benedicendolo nel santo nome di Dio.Ottolino giunto a Milano e riconosciuto dagli antichi compagni, coi quali avea militato sotto Turisendo, fu accolto con grande gioia, atteso il suo noto valore, e venne arrolato, secondo il suo desiderio, nella schiera obbligatasi con giuramento a morire piuttosto che dietreggiare.Sorgeva l'alba del dì terzo di giugno e i due eserciti movevano baldanzosi a bandiere spiegate l'uno contro dell'altro. Federigo, secondo il suo solito, marciava a capo di tutti i suoi per animare più coll'esempio che con la voce i soldati. Seguivalo folto stuolo di quei Principi alemanni e di quei Signori italiani, che tuttavia erangli rimasti fedeli; codiati da scelta mano di fanteria alemanna, che formava l'avanguardo. Nel centro stava il grosso della cavalleria, comandata dal perfido Villigiso, a cui pel noto valore era stato affidato da Federigo il suo imperiale stendardo. Il resto di quell'immensa moltitudine veniva da ultimo diviso in varie colonne sotto la guida di esperti capitani. I Milanesi dalla parte opposta avanzavano in assai minor numero sotto capi poco dotti di guerra, ma pieni di coraggio e di confidenza nella causa che difendevano. Appena giunti a vista del nemico, tutti piegarono a terra le ginocchia e ad alta voce porsero a Dio questa fervente preghiera: — Signor degli eserciti ed arbitro delle battaglie, tu che dicesti di resistere ai superbi, edare grazia agli umili, guarda contro di chi oggi usciamo a combattere nel tuo santo nome. Ricordati che noi pugniamo non tanto per nostra difesa, quanto per quella del tuo Vicario. — Quindi levatisi e gridato:Viva S. Pietro e S. Ambrogio, animosi procedettero all'attacco. Quel primo impeto fu quanto mai si potesse aspettare gagliardo, ma soprafatte dal numero le prime file furono in breve costrette a piegare; e il piccolo drappello, giuratosi alla difesa del Carroccio, sottentrò a ristorare il conflitto. Senonchè mentre esso faceva prodigi di valore, la numerosa cavalleria del Barbarossa si gittò nella mischia a gran galoppo e caricando d'ogni parte quel piccolo stuolo, fu quasi sul punto di sbaragliarlo. Allora la compagnia della morte, ripetuto ad alta voce il suo giuramento, investì impetuosamente di fianco la cavalleria nemica e la pose in disordine. Ottolino che trovavasi in prima riga, adocchiato il vessillifero, lo riconobbe all'insegna del cimiero per Villigiso. Gli ricorse alla mente in quel punto ciò che l'iniquo avea fatto contro di Rafaella e dell'amico Eriberto, e un subitaneo impeto d'ira gl'infiammò ogni fibra del cuore. Senza porre alcun tempo a deliberare, quasi sospinto da istintivo furore, scagliossi contra di lui e con un fiero colpo di lancia il rovesciò dall'arcione. Indi precipitandosi da cavallo gli fu sopra per istrappargli di mano l'imperiale stendardo. Villigiso, a cui mai non era incontrato di venir balzato di sella, benchè si sentisse gravemente ferito nel lato destro, nondimeno ardente di furore e di vergogna erasi già ritto in piedi e tratta la scimitarra stava per iscaricare un terribile fendente sul capo dell'avversario. Ma un gagliardo colpo di stocco, che questiseppe scagliargli a tempo, il passò da parte a parte. Tal fa la miseranda fine dello spietato; ed Ottolino, dato allora di piglio alla bandiera capitana, la scosse all'aria e trionfante recolla tra' suoi. Questo fatto ardimentoso decise della giornata. Imperocchè la cavalleria teutonica, come vide a terra il proprio duce e in mano de' nemici il vessillo imperiale, cadde interamente d'animo, e datasi a fuga precipitosa, recò col proprio disordine lo scompiglio e la paura in tutto l'esercito. Da quel punto nel campo non fu più battaglia, ma eccidio. I soldati del Barbarossa, sembravano invasi da prodigioso terrore. Niuno d'essi più pensava a difendere sè stesso, non che ad offendere l'inimico. Quindi nel generale tumulto altri venivano calpestati dai cavalli correnti all'impazzata; altri erano trucidati dalle armi de' loro stessi compagni; ed altri fuggendo in calca precipitavano nel prossimo Ticino. Federigo, sforzatosi indarno di calmar lo spavento e riordinare il campo, fu come involto e trasportato da un'onda di fuggitivi, nè più si vide. Il perchè i suoi baroni, dopo averlo indarno cercato, lo tennero morto od annegato nel ripassare il fiume; e questa nuova andò talmente crescendo e corroborandosi di bocca in bocca, che la stessa Imperatrice, la quale dimorava in Pavia, credendola vera, ordinò in Corte il corrotto ed ella vestissi a bruno.

Ma già la stella di Federigo ecclissavasi, ed ei correva un'assai perigliosa fortuna. Cagion precipua de' suoi rovesci si fu la sacrilega e dissennata lotta in cui egli erasi cacciato contro il Vicario di Cristo; il che come avvenisse è qui da narrare brevemente.

Federigo, come fu detto, risoltosi di elevare l'impero alla monarchia universale, senza alcun potere su la terra che gli dettasse legge o ponesse alcun rattento ai suoi voleri; ben avea compreso non potergli ciò venir fatto, se non si assoggettasse la Chiesa, rendendosi ligio e quasi servo il supremo Capo di lei. A tal fine egli erasi adoperato d'introdurre nel seggio apostolico l'antipapa Vittore, scacciandone il vero Papa Alessandro. Soggiogata la Chiesa, parevagli che niuno avria più osato di resistere alla sua potenza. Ma l'alta Provvidenza di Dio vegliava a confondere i disegni dell'empio.

Alessandro, di patria senese, era un Pontefice di carattere del tutto acconcio a quella terribile contingenza. Egli, quanto mite con gli umili, altrettanto alto ed inesorabile coi superbi, accoppiava alla fortezza dell'animo una singolare dottrina e una lunga esperienza nel maneggio degli affari. Stato già cancelliere della Chiesa romana in condizione di Cardinale, e Legato in negozi delicatissimi sotto il suo predecessore Adriano IV, conosceva da vicino Federigo ed aveva profondamente scandagliata tutta l'ambizione ed ostinatezzadi quel magnanimo, ma traviato principe. Benchè poi, stante la sua umiltà, avesse resistito con ogni sforzo alla sua promozione; nondimeno come prima costretto a cedere alla volontà del sacro Collegio sobbarcò gli omeri al grave incarico, intese subito l'obbligo che gli correa gravissimo di conservare intatta l'indipendenza della Chiesa dalle invasioni della potenza laicale, e respingere il lupo che assaltava l'ovile di Gesù Cristo. Egli spiegò senza ambagi fin da principio il suo pensiero, allorchè avendo Federigo avuta la baldanza di mandargli ad intimare per mezzo di due suoi ambasciatori che si recasse al Concilio da lui convocato in Pavia per farvi giudicare la sua elezione; non solo respinse vigorosamente l'iniqua pretensione; ma fece loro tale risposta, che ben mostrava come egli sentisse tutta la forza dell'autorità, di cui era investito. «Noi, disse l'invitto Pontefice, riconosciamo l'Imperatore, secondo il dovere della sua dignità, come avvocato e difensore della santa Chiesa romana; e se egli non vi mette ostacolo, noi lo onoreremo al di sopra degli altri Principi terreni, salvo sempre l'onore che noi dobbiamo al Re dei cieli e al Signore de' signori, che può perdere il corpo e l'anima dell'uomo precipitando l'uno e l'altra nella geenna del fuoco eterno. Perciò amando noi e desiderando d'onorar Federigo, come facciamo, noi siamo altamente meravigliati che egli ricusi a noi, o piuttosto a S. Pietro nella nostra persona, l'onore che ci è dovuto. Imperocchè, egli allontanandosi dall'esempio de' suoi predecessori e sorpassando i limiti della sua dignità, ha convocato il Concilio senza nostra intesa, e ci ha chiamati alla sua presenza, quasichè egli avesse alcuna giurisdizione sopra di noi. Gesù Cristo ha dato a S. Pietro e per luialla Chiesa romana questo privilegio, trasmesso ai SS. Padri e conservato fino al presente a traverso della prosperità e dell'avversità ed anche dell'effusione del sangue, quando è convenuto: che cioè essa Chiesa romana giudichi le cause di tutte le Chiese, senza che essa sia sottoposta giammai al giudizio di niuno. Noi non finiamo dunque di stupirci che un tal privilegio sia ora aggredito da colui, che dovrebbe esserne il difensore. La tradizione canonica e l'autorità non ci permettono di andare alla sua Corte per udire il giudizio di lui. I voti delle minori Chiese e i loro particolari prelati non possono attribuirsi la decisione di queste sorta di cause, ma bensì essi debbono sottostare al giudizio de' loro metropolitani e della Sede apostolica. Imperò noi saremmo sommamente colpevoli dinnanzi a Dio, se per nostra o ignoranza o debolezza lasciassimo ridurre in servitù la Chiesa, che Cristo nel suo sangue ha riscattata. I nostri Padri hanno versato il loro per difendere una tal libertà; e noi seguendone l'esempio, siamo pronti, se bisogna, a fare altrettanto»[5].

Federigoavrebbe dovuto comprendere da tal linguaggio che egli dava di cozzo in una pietra assai dura; se non che acciecato dalla superbia, tenne a Pavia il preteso Concilio, e fattavi dichiarare legittima l'elezione dell'antipapa, scrisse a tutti i Principi della Cristianità incitandoli a sollevarsi contro Alessandro e ponendo al bando dell'Impero chiunque continuasse a riconoscerlo per Papa. Pervenute queste cose a notizia del Pontefice, egli non istette inoperoso; ma inviò presso tutte le Corti cattoliche Cardinali e Legati, iquali come testimonii di veduta nel fatto della sua elezione potessero sbugiardare le menzogne degli avversarii. Poscia si rivolse a curar Federigo ammonendolo più volte paternamente e procurando or colle dolci or colle aspre di rimetterlo in senno. Finalmente veduta ogni opera tornare in vano, acciocchè la contumacia di lui non infettasse gli altri, lanciò contro l'ostinato Principe sentenza di scomunicazione, dichiarandolo decaduto dal trono imperiale ed assolvendo tutti i suoi sudditi dal giuramento prestatogli di fedeltà, ed estese tale condanna a tutti i suoi partigiani. Frutto di queste energiche disposizioni si fu che quasi tutti i Re cristiani, benchè da prima incerti e titubanti, alla fine disingannati, abbracciarono le parti del verace Pontefice, e moltissimi degli aderenti di Federigo si distaccarono da lui, come da scismatico e persecutore della Chiesa.

Ma il danno maggiore che l'anatema pontificale recò a Federigo, si fu la così detta Lega lombarda. Una gran parte delle città italiane, soggette all'Impero erano rimase profondamente inasprite dalle crudeltà esercitate dal feroce Principe nell'ultima guerra di Milano. Quelle stesse che prima per gelosia o per vendetta avevano cooperato alla rovina dell'infelice metropoli; al vederne poscia l'eccidio e la miseria de' superstiti cittadini, aveano cangiato in sensi di commiserazione l'antico odio. Aggiungasi a tutto ciò il malcontento che destavano le continue espilazioni e soverchierie dei governatori posti da Federigo, a cui questo Principe per tenerli a sè devoti, lasciava ogni arbitrio. Tali e simiglianti cose producevano un fermento negli animi, che facilmente sarebbe scoppiato al di fuori, se il timore della potenza di Federigo e più lareligione del vassallaggio non li avesse tenuti in rispetto. Ma quando i popoli si videro per decreto papale sciolti da ogni vincolo di sudditanza al Barbarossa, e la parte di Alessandro acquistar di giorno in giorno maggior consistenza, s'avvisarono di poter oggimai senza colpa e con isperanza di successo scuotere l'importabile giogo. Massimamente affidavali la fiducia nel soccorso divino, giacchè combattendo Federigo essi avrebbero combattuto il nimico dichiarato della Chiesa, e difendendo i proprii diritti avrebbero insieme difesi i diritti del Pontefice. Essi dunque cominciarono ad intendersi tra loro e concertare di comune accordo i mezzi di riuscire nell'impresa. Da prima quattro sole città, Verona, Vicenza, Padova e Treviso fermarono alleanza scambievole obbligandosi con giuramento a soccorrersi in caso di guerra. Ben presto aggiuntisi i Veneziani, la Lega si stimò abbastanza forte per operare; sicchè scacciati gran parte dei ministri imperiali si dichiararono apertamente non più soggetti a Federigo; e impossessatisi dei luoghi più forti pei quali si sarebbe potuto venire ad assalirli, apparecchiaronsi alla difesa. Più tardi si unirono loro altresì le città di Cremona, Bergamo, Brescia, Ferrara, e la Lega, divenuta assai potente, deliberò di rifabbricare Milano.

I Milanesi dopo la distruzione della patria si erano da prima dispersi nelle terre circonvicine: ma poscia la maggior parte del popolo era stato per ordine di Federigo riaccolta intorno all'antico suolo e divisa in quattro borgate, con case di legno sotto il governo d'alcuni suoi delegati. Questi tenevano quell'infelice moltitudine in una specie di vero servaggio, smungendola il più ed il meglio che sapessero e tartassandolaper tutte guise. Quand'ecco un bel giorno si veggono arrivare numerose schiere delle città confederate, sventolando ciascuna la sua bandiera sotto il comando dei proprii magistrati. Questi, messi in fuga i ministri del Barbarossa, distribuirono armi e danari a que' cittadini confortandoli a tosto rialzare le mura della diroccata città. Ed acciocchè i Pavesi ed altri loro antichi nemici non potessero disturbarli, posero campo all'intorno, deliberati di restare in arme alla difesa, finchè l'opera della riedificazione di Milano non fosse interamente compiuta. È indescrivibile la gioia che ad un tratto invase quegli oggimai disperati cittadini, e i gridi di giubilo che si sollevarono d'ogni parte. Senza porre in mezzo dimora, tutti, uomini, donne, vecchi e fanciulli, si accinsero all'opera e compartitosi tra loro il lavoro, a chi lo scavare le fosse, a chi il trasportare i materiali, a chi l'impastare i cementi, a chi lo squadrare le pietre; in breve tempo dal mucchio delle sue rovine si vide come risorgere la nobile Milano quasi da morte a novella vita. Così la Lega lombarda andava acquistando ogni dì maggiore stabilità, quando Iddio stesso col suo intervento venne a darvi l'ultimo rassodamento.

Federigo non era uomo da sbigottirsi o da cedere sì facilmente. Egli meditava terribile vendetta; ed accorto, com'era, ben comprese che vano saria stato espugnare la Lega mentre l'anima della medesima, vale a dire Papa Alessandro, rimanesse illeso. Egli si avvisò che a troncare d'un sol colpo i nervi di tutti, fosse uopo abbattere il capo. Avviossi dunque alla volta di Roma con poderoso esercito con intenzione d'impadronirsi della città, se non gli venisse fatto d'aver nelle mani il Pontefice, intronizzarvi almeno Guidoda Crema, che col nome di Pasquale III egli avea fatto eleggere in luogo dell'antipapa Ottaviano, morto poco innanzi nella sua contumacia. I Romani incoraggiati dall'animoso Pontefice s'apparecchiarono alla difesa: e benchè molto inferiori di forze, osarono nondimeno di venire a giornata coll'esercito di Federigo. Ma come Dio volle essi furono pienamente battuti: e il Barbarossa entrò trionfante in Roma, dove in breve, impadronitosi eziandio del castello S. Angelo e della chiesa di S. Pietro violentò colle minacce il popolo a giurargli obbedienza. Papa Alessandro costretto a ritirarsi co' suoi in una fortezza dei Frangipani, vedendo che quivi non avrebbe potuto a lungo resistere, s'indusse a fuggirne in abito da pellegrino, andando prima a Terracina e poscia a Gaeta nel regno di Napoli, d'onde passò a Benevento. Federigo fattosi coronare per le mani dell'antipapa, si credeva oggimai di avere assicurato l'esito dell'impresa; quando il flagello di Dio gli fu sopra a sconcertare i disegni del peccatore. Il giorno appresso alla sua incoronazione, un cocentissimo sole, seguito da una piccola pioggerella, gittò una mortalità sì spaventosa nell'esercito, che appena vi era agio a seppellire i cadaveri di quei che giornalmente perivano. I duci più ragguardevoli furono i primi a restar vittima del morbo. Più di duemila gentiluomini vi perdettero la vita; e tra questi il Duca di Baviera, i Conti di Nassau, d'Altemont, di Lippe, di Tubinga e Rainaldo arcicancelliere dell'Impero. Federigo vedendo assottigliate ogni dì le sue truppe in modo sì orribile e i pochi superstiti reggere a stento la vita; temette a ragione che, se più a lungo si dimorava, il Re di Sicilia dall'una parte e i confederati lombardi dall'altra lo avrebberocolto in mezzo. Onde, levato il campo, si diè precipitosamente ad una piuttosto fuga che ritirata; abbattendosi in mille pericoli, che gli si paravano innanzi ad ogni passo, pien di dispetto e di vergogna e accompagnato da piccolo drappello ripassò a stento le Alpi, d'onde era poco innanzi disceso pieno di baldanza alla testa d'immenso esercito. La nuova di questo disastro diffusasi in breve per l'Italia, non è a dire quanto giovasse a rialzare l'animo degli alleati. Se ne parlava per ogni dove e tutti vi riconoscevano il dito di Dio, che avea rinnovato in quella contingenza il prodigio già operato contro l'empio Sennacheribbo. Tutte le altre città lombarde finirono di dichiararsi dalla parte del Papa; sicchè a Federigo non rimase fedele se non la sola Pavia, in cui si chiusero le poche milizie che egli lasciava tuttavia in Italia. Allora i confederati per assicurarsi contro una nuova discesa del Barbarossa, pensarono di fabbricare una piazza forte sui confini del paese al confluente del Tanaro e della Bormida. Messisi adunque all'opera, in poco tempo l'ebbero condotta a buon termine; denominando la nuova cittàAlessandriain onore e devozione del Pontefice Alessandro IV, a cui i consoli di essa si recarono per fare atto di dedizione e di vassallaggio. Così quando Federigo pensava d'aver oggimai domata la Chiesa e il suo capo; la Chiesa e il suo capo gli si levava contro più glorioso e più forte.

Anche le cose di Rafaella avevano grandemente mutato aspetto. La pia Imperatrice, benchè amasse di ritenerla presso di sè, nondimeno non osò di fargliene neppur la proposta, bene intendendo quanto fosse nell'amorosa fanciulla il desiderio di rivedere i parenti. Onde, venuto il tempo del suo ritorno in Germania,chiamò la giovinetta, e dopo averla colmata di regali e di carezze consegnolla all'Abate Guglielmo unitamente ad Alberta; la quale, rimasa sola e desolata, come dicemmo, cedè alle vive istanze di Rafaella, che avendola in conto di sua seconda madre, non finiva di supplicarla a contentarsi di menare il rimanente di sua vita con lei. Ognuno comprende da sè medesimo quanto fosse grato e consolante questo viaggio per la buona donzella. Si vedeva ella come uscita da un naufragio e salva oggimai e sicura in su la riva. Quando riandava colla mente i passati pericoli, le strette e le angoscie mortali da cui era stata straziata, l'orlo dei precipizii che avea valicati, si sentiva compresa da unsubitaneo raccapriccio; che a poco a poco dileguandosi le lasciava l'anima come cospersa da un'ineffabile dolcezza, ed accesa di amore e di gratitudine verso Dio, che per vie sì inaspettate e mirabili l'avea campata. La certezza poi d'aver presto a rivedere la madre e il babbo le era di estrema letizia, e la fervida brama le faceva ad ogni tratto interrogare l'Abate quanto altro tempo ci volesse per arrivare, e guardar le campagne e le colline se mai vi scorgesse qualche somiglianza con quelle che ricordavano il luogo natìo. Un solo pensiero intorbidavale la pace a quando a quando e le trafiggeva l'anima di acuto dolore. Esso era quello del fratello, la cui liberazione non erasi potuta conseguire dall'ostinato e feroce Barbarossa, e di Ottolino, di cui non erasi più udita novella. Chi sa come vive, e se vive l'infelice Eriberto! Oh fratel mio! Prigioniero in lontano paese, privo della vista e del conforto de' tuoi cari; senza neppur contezza di loro, in mano a feroci sgherri; oh i grami giorni che tu meni, e forse l'angosciat'avrà ucciso a quest'ora! Tali erano i queruli lai che singhiozzando metteva di tratto in tratto la povera Rafaella. Vero è, poi pensava, che l'Imperatrice mi assicurò che appena tornata in Germania ne avrebbe preso conto, e gli farebbe coll'autorità sua alleggerire ogni pena. Ma chi sa se le cure della pia Signora giungeranno in tempo! E di Ottolino che ne sarà? Il non essersene saputo più nulla mostra pur troppo che egli è perito in qualche scontro. E qui la fantasia le dipingeva con vivi colori l'amato giovinetto giacente in terra ferito e boccheggiante protendere il languido sguardo, quasi ad invocare chi gli porgesse alcun soccorso; e finalmente spirare derelitto e sconfortato. In mezzo a sì crudeli pensieri che quasi pungentissime spine straziavano il cuore dell'affettuosa fanciulla, il santo Abate Guglielmo gittava in quell'anima colle sue parole soave balsamo, ricordandole l'uniformità ai divini voleri e come ogni cosa torna in bene a chi con tutta confidenza si getta nelle amorose braccia di Dio tenendo per ottimo quanto Egli dispone sopra di noi.

Anche l'umor faceto di frateUguccione conferiva non poco a distrarre sovente l'afflitta Rafaella coi colloquii che tratto tratto intrecciava.

— Che vi pare, padre Abate, di questa nostra curiosa villeggiatura, che certo non mi stava in calendario?

— Mi pare, rispondeva Guglielmo, una delle più dilettose; giacchè Iddio benedetto ci ha porta occasione e dato grazia di patir qualche cosa e adoperarci alquanto a sollievo degl'infelici.

— Tolto va bene; ma a me tarda mille anni di tornare alla mia cella, donde, salvo l'ubbidienza, nonmi lascerò trarre più fuora se non quando mi dovranno portare in sepoltura.

— L'amore della solitudine, figliuolo mio, è cosa ottima, ed inculcata co' precetti e coll'esempio da' Santi. Ma esso non dee trasmodare in eccesso, nè ritrarci dal soccorrere il nostro prossimo quando il bisogno lo richiede. Ricordati del grande Antonio, quel primo luminare della vita eremitica. Egli non dubitò di abbandonare a tempo il deserto; quando l'infierire della persecuzione contro i cristiani richiedeva l'opera di chi confortasse i fedeli alla costanza. E a coloro che si scandolezzavano della sua uscita dall'eremo rispondeva: Che direste voi d'una donzella, la quale vedendo andare in fiamme la casa di suo padre, in vece di accorrere, si scusasse con dire non affarsi alla sua riservatezza l'abbandonare la propria stanza?

— Sì, ma il mirare tante sciagure e di tanti a me, che son tenero di cuore, non soffre l'animo. E poi quel vedere nei grandi del mondo tanta alterigia, tanta simulazione, ed anche tanta fierezza, è cosa proprio che mi fa stomaco.

— Bella tenerezza di cuore per verità, fratel mio, non voler vedere gli altrui patimenti per non sentire afflizione! Questa è tenerezza verso di sè, non verso degli altri. La vera tenerezza o meglio carità del prossimo dee muoverci a sollevare l'altrui miseria, e quindi a ricercarla e scoprirla. Quanto poi ai vizii che ti fanno afa ne' grandi, pensa che ogni classe ha i suoi difetti e peccati. Che se questi nei potenti del secolo son più frequenti per esser in loro più spesse e più pericolose le occasioni: vi si ammirarono nondimeno ben soventi delle grandi virtù. Dimmi: tra i vizii della corte di Federigo, non hai tu veduta una Imperatrice, specchiodi modestia, di umiltà, di mansuetudine, di carità e d'ogni cristiana perfezione? E queste virtù nello splendore di un trono sì alto, e tra i pericoli d'una corte sì depravata, credi tu che abbiano piccolo pregio?

— Oh questo l'ho confessato e lo ripeto; la virtù di quella Signora mi ha più d'una volta commosso fino alle lagrime; e meravigliato dicevo tra me: Come è possibile che una moglie sì buona si trovi a fianco d'un marito sì tristo!

— Ammira anche in ciò, frate Uguccione, la sapienza della divina dispensazione. Spesso, come dice l'Apostolo, il marito infedele vien convertito dalla moglie fedele, e viceversa. Chi sa che Federigo non debba alla fin ravvedersi, pei conforti e per le preghiere della sua virtuosa consorte.

— Non c'è che dire; voi trovate sempre una ragione per dimostrare che ogni cosa così va bene come va. Questo significa esser uomo di lettere ed avere studiato teologia! Io che sono un povero laico...

— Non ci è bisogno di lettere e teologia per intendere le cose che qui diciamo, figliuol mio, basta il semplice buon senso e il catechismo. Non è Dio che dispone e governa il tutto in questo mondo? E Dio non è sapientissimo e benignissimo? E l'effetto della sapienza e della bontà può non essere ordinato per sè medesimo e tendere di per sè ad altro che al bene? Egli è vero che se prendi nell'universo a considerare ciascun evento spicciolatamente e separato dagli altri, può sembrarti brutto e disordinato, come appunto nella musica può sembrarti senz'armonia una nota presa da sè, e fuori di concerto delle altre. Ma non così, quando ciascuna cosa vien riguardata nella disposizione del tutto e nel finale intendimento del supremo ordinatore.

Rafaella prendea diletto a udire questi discorsi e ne traeva utili documenti pel suo stato presente. In tal modo coll'avvicendamento di sì diversi affetti ella consumò il tempo del lungo viaggio, finchè giunse alla casa paterna. Berardo e la consorte, che già per lettera avevano ricevuto annunzio del prossimo arrivo della figliuola, ne stavano in ansiosa aspettazione e ad ogni picchio alla porta, ad ogni rumor sulla strada trasalivano dalla speranza, che poi conosciuta vana li facea tornar mesti a contare le ore e i giorni e immaginare successivamente i luoghi per cui Rafaella dovea passare. Come se la videro innanzi sana e fiorente (benchè l'accorto Guglielmo avesse usata la precauzione di precedere d'alquanti passi per disporli a quell'incontro) poco mancò che non tramortissero; tanta fu la piena della gioia, che ad un tratto traboccò loro nell'anima. Stettero buona pezza come avviticchiati sul collo di lei, non saziandosi mai di baciarla e di stringerlasi al seno. Dato finalmente sfogo all'ardenza di quel primo affetto volsero con multe lagrime le loro parole di ringraziamento all'Abate e alla buona Alberta, professandosi obbligati ad ambedue della vita e salvezza di lei. Dimandarono poi ansiosamente del figliuolo, temperando il dolore del sentirlo prigione colle promesse fatte dall'Imperatrice di prenderne cura, ingrandite pietosamente da Rafaella colla giunta che presto sarebbe rimandato libero.

Nè qui finirono le consolazioni della buona famiglia. Imperocchè Manfredo, tornato indi a poco dal campo credette d'aver buono in mano per rimeritare la virtù di Berardo e punire la perfidia di Villigiso. Questi, finita l'impresa di Milano, consapevole che la rettitudine del severo Marchese non lo avrebbe lasciato senzacastigo proporzionato alla colpa; e d'altra parte vedendosi molto addentro nelle grazie dell'Imperatore, pensò di rimanersi per ora ai servigi di lui, niente curandosi della solenne scomunica fulminata da Papa Alessandro. Onde Manfredo, che da prima dubbioso, a poco a poco per le dimostrazioni di Guglielmo, era venuto in chiaro del diritto del vero Pontefice, dichiarò Villigiso decaduto, come scismatico, della signoria di Mozzatorre, ed investì della medesima il fedele Berardo a premio dei tanti suoi meriti. Così Rafaella si trovò padrona di quel medesimo castello, dove era stata condotta captiva, e signora di quei medesimi sgherri che l'avevano sì iniquamente tradita. Non è da dire se ella benigna e pia qual era, perdonasse con cristiana generosità a quei tristi; solamente li volle rimossi dall'ufficio, di cui avevano usato sì male. Ma dalle domestiche cose di Rafaella convien che torniamo alle pubbliche di Federigo.

L'indomabile animo di costui non si franse pel passato disastro; crebbe anzi vie peggio nella perfidia. Essendo morto il secondo suo antipapa, ne fe' creare un terzo nella persona dell'abate di Strum, col nome di Callisto III, e prese a fare gli apparecchi per una nuova discesa in Italia. Ma non potè eseguirla prima che passassero alcuni anni; tanto era profondo il danno ricevuto dal disfacimento del suo esercito in Roma, e dalla diffalta di moltissimi Principi, che pel decreto papale si erano separati da lui. Nondimeno, fatti i supremi sforzi, giunse a raccogliere uno sterminato esercito e nell'autunno del 1174 s'avviò alla volta d'Italia. Nel primo porvi il piede, vinse e dannò alle fiamme la città di Susa. Poscia pose l'assedio adAlessandria, fabbricata, come si disse, in onore delPontefice e qual baluardo contra gli assalti di Germania. Senonchè un forte stuolo di Lombardi essendo venuto in soccorso della città, che pur da sè sola si difendeva bravamente; Federigo fu costretto a levare l'assedio, bruciando da se stesso il proprio campo. Allora egli volse le armi contra Milano.

Le condizioni dei Milanesi erano mutate d'assai. Nella precedente guerra, quasi soli a difendersi, essi ora si vedevano confortati da potentissima Lega. Dipoi la fresca rimembranza dell'ostinazione e crudeltà di Federigo a voler distrutta la loro città, li avea disposti siffattamente, che tra il vincere e il morire non riconoscevano mezzo di sorte. Finalmente la persuasione di combattere contro il persecutore della Chiesa, maledetto dal Vicario di Cristo, e che per sentenza papale era decaduto da ogni ragione sopra di loro, ispirava ad essi un coraggio straordinario ed una confidenza nell'aiuto divino, che ne raddoppiava a mille tanti l'ardire. Un esercito, intimamente persuaso di combattere per Dio, è invincibile. Ciò si avverò appuntino nel caso presente; e Federigo lo sperimentò a proprio danno.

Era tale e tanta la confidenza in Dio dei Milanesi che, quantunque non fossero per anco giunti gli aiuti de' confederati, e l'oste alemanna fosse infinita; essi non cercarono di differir la battaglia, ma uscirono incontro al nemico con sicurezza della vittoria. Essi avevano divisi tutti i cittadini abili a portare le armi in sei schiere, ciascuna sotto il comando dei capi del proprio quartiere. Oltre a queste avevano formate due compagnie di scelti guerrieri, l'una detta dellamorte, l'altra delcarroccio, ossia del carro, sopra cui era inalberata la bandiera della città. La prima di queste compagnieera composta di novecento soldati a cavallo, strettisi con giuramento a morire piuttosto che retrocedere in faccia al nemico. La seconda era composta di trecento giovani delle più nobili famiglie, strettisi del pari con giuramento a morire piuttosto che lasciar prendere dal nemico l'insegna che custodivano.

Nella Compagnia della morte trovavasi altresì Ottolino; cui, se ben vi ricorda, lasciammo nel chiostro sotto la cura del solitario che incontrò nella selva. Egli fino a questi ultimi tempi era durato colà costante menando vita quasi in tutto conforme a quella dei monaci presso cui dimorava. Quivi aveva avuto novella del ritorno di Rafaella tra' suoi e dell'esaltazione di Berardo alla signoria di Mozzatorre. Ma dove la prima di tali notizie l'avrebbe forse indotto a lasciare la solitudine; la seconda ne lo distolse: giacchè egli, semplice arimanno, si vedeva in condizione troppo inferiore alla donzella, e però impossibilitato ad impalmarla. D'altra parte la pace, che provava nell'eremo e nelle sante occupazioni de' monaci, lo teneva abbastanza contento. Così la durò per sì lungo spazio di tempo con grande soddisfazione di quei religiosi; i quali credendolo sufficientemente provato, erano quasi sul punto di condiscendere alle sue istanze di essere ascritto tra loro. Quando ecco in un tratto al primo sentirsi la nuova della venuta del Barbarossa, i fervidi spiriti del giovine che sembravano spenti, nonchè sopiti, si destarono in tutta la primitiva vivezza; ed egli presentatosi all'Abate del monistero gli manifestò la risoluzione d'andare a combattere in difesa di Milano, per espiare la colpa d'aver altra volta pugnato contro di lei sotto il vessillo d'uno scismatico. L'Abate dopo varie interrogazioni, conosciuta l'irremovibile volontà del giovine,gli fe' allora osservare quanto prudente era stata la condotta sua e de' monaci nel resistere alle sue inchieste di vestir l'abito, giacchè ora mostrava a chiare note di avere tutt'altra vocazione. Indi rifornitolo del bisognevole pel viaggio, lo accomiatò benedicendolo nel santo nome di Dio.

Ottolino giunto a Milano e riconosciuto dagli antichi compagni, coi quali avea militato sotto Turisendo, fu accolto con grande gioia, atteso il suo noto valore, e venne arrolato, secondo il suo desiderio, nella schiera obbligatasi con giuramento a morire piuttosto che dietreggiare.

Sorgeva l'alba del dì terzo di giugno e i due eserciti movevano baldanzosi a bandiere spiegate l'uno contro dell'altro. Federigo, secondo il suo solito, marciava a capo di tutti i suoi per animare più coll'esempio che con la voce i soldati. Seguivalo folto stuolo di quei Principi alemanni e di quei Signori italiani, che tuttavia erangli rimasti fedeli; codiati da scelta mano di fanteria alemanna, che formava l'avanguardo. Nel centro stava il grosso della cavalleria, comandata dal perfido Villigiso, a cui pel noto valore era stato affidato da Federigo il suo imperiale stendardo. Il resto di quell'immensa moltitudine veniva da ultimo diviso in varie colonne sotto la guida di esperti capitani. I Milanesi dalla parte opposta avanzavano in assai minor numero sotto capi poco dotti di guerra, ma pieni di coraggio e di confidenza nella causa che difendevano. Appena giunti a vista del nemico, tutti piegarono a terra le ginocchia e ad alta voce porsero a Dio questa fervente preghiera: — Signor degli eserciti ed arbitro delle battaglie, tu che dicesti di resistere ai superbi, edare grazia agli umili, guarda contro di chi oggi usciamo a combattere nel tuo santo nome. Ricordati che noi pugniamo non tanto per nostra difesa, quanto per quella del tuo Vicario. — Quindi levatisi e gridato:Viva S. Pietro e S. Ambrogio, animosi procedettero all'attacco. Quel primo impeto fu quanto mai si potesse aspettare gagliardo, ma soprafatte dal numero le prime file furono in breve costrette a piegare; e il piccolo drappello, giuratosi alla difesa del Carroccio, sottentrò a ristorare il conflitto. Senonchè mentre esso faceva prodigi di valore, la numerosa cavalleria del Barbarossa si gittò nella mischia a gran galoppo e caricando d'ogni parte quel piccolo stuolo, fu quasi sul punto di sbaragliarlo. Allora la compagnia della morte, ripetuto ad alta voce il suo giuramento, investì impetuosamente di fianco la cavalleria nemica e la pose in disordine. Ottolino che trovavasi in prima riga, adocchiato il vessillifero, lo riconobbe all'insegna del cimiero per Villigiso. Gli ricorse alla mente in quel punto ciò che l'iniquo avea fatto contro di Rafaella e dell'amico Eriberto, e un subitaneo impeto d'ira gl'infiammò ogni fibra del cuore. Senza porre alcun tempo a deliberare, quasi sospinto da istintivo furore, scagliossi contra di lui e con un fiero colpo di lancia il rovesciò dall'arcione. Indi precipitandosi da cavallo gli fu sopra per istrappargli di mano l'imperiale stendardo. Villigiso, a cui mai non era incontrato di venir balzato di sella, benchè si sentisse gravemente ferito nel lato destro, nondimeno ardente di furore e di vergogna erasi già ritto in piedi e tratta la scimitarra stava per iscaricare un terribile fendente sul capo dell'avversario. Ma un gagliardo colpo di stocco, che questiseppe scagliargli a tempo, il passò da parte a parte. Tal fa la miseranda fine dello spietato; ed Ottolino, dato allora di piglio alla bandiera capitana, la scosse all'aria e trionfante recolla tra' suoi. Questo fatto ardimentoso decise della giornata. Imperocchè la cavalleria teutonica, come vide a terra il proprio duce e in mano de' nemici il vessillo imperiale, cadde interamente d'animo, e datasi a fuga precipitosa, recò col proprio disordine lo scompiglio e la paura in tutto l'esercito. Da quel punto nel campo non fu più battaglia, ma eccidio. I soldati del Barbarossa, sembravano invasi da prodigioso terrore. Niuno d'essi più pensava a difendere sè stesso, non che ad offendere l'inimico. Quindi nel generale tumulto altri venivano calpestati dai cavalli correnti all'impazzata; altri erano trucidati dalle armi de' loro stessi compagni; ed altri fuggendo in calca precipitavano nel prossimo Ticino. Federigo, sforzatosi indarno di calmar lo spavento e riordinare il campo, fu come involto e trasportato da un'onda di fuggitivi, nè più si vide. Il perchè i suoi baroni, dopo averlo indarno cercato, lo tennero morto od annegato nel ripassare il fiume; e questa nuova andò talmente crescendo e corroborandosi di bocca in bocca, che la stessa Imperatrice, la quale dimorava in Pavia, credendola vera, ordinò in Corte il corrotto ed ella vestissi a bruno.


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