CAPO VI.La Distruzione di Milano.Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e già arrivavano da Pavia i messi imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando:— «Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de' Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella città di Milano, maschi e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ciò che possono portar seco.»In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e l'aere echeggiò di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non volevano credere ciò che udivano, e speravano di sognare; poi convinti della realtà, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere almeno seppelliti nelle rovine della loro patria.Le porte della città vennero immediatamente aperte. Un banditore fu spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perchè si sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon ordine, e la mutua carità in sì alta sventura. I consoli stessi, più memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro tutto il giorno in piùluoghi della città arringare il popolo e pregare che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinchè almeno i vincitori non disprezzassero i caduti.Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro, immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva allora che una voce: «Oh Milano! oh infelice Milano!»Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevità delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che per un tempo abbelliscono la terra. Simili verità non sono mai sentite così profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: «Oh Milano! infelice Milano!» torna a scoppiare; e quelli che alzavano il Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il grido degli altri.V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assalì con vituperio e percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, nonesservi giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali bestemmie erano in sì turpe dissonanza col pensiero comune, che il popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la desolazione della triste città vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze, stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non trovavano più il fardello loro, o ne prendeano un altroo sdegnavano di più nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti, quali lagrimando in silenzio.Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e si caricavano questi sulle spalle.Tutti coloro che giugneano ad una porta della città voleano ancora toccarla, e sclamavano miseramente — «Addio! addio!» — e questo angoscioso saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei più generosi cittadini perchè quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a sera affollavasi la turba alle porte, e quanta più ne partiva, tanto più densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la popolazione era tuttora sì numerosa, che nacque in molti il timore di non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne frenetica. La quantità de' soffocati e de' pesti nella turba fu spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire più largo varco a' fuggenti.Negli ultimi due giorni restavano pochi nella città, la maggior parte infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo.I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, aBrescia e presso altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a Pavia ed a Como, ove l'enormità della loro sventura li fece compiangere ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici accaniti. La plebe si sparse fuori della città a' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini contorni.Malgrado sì lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case loro. Vana lusinga! All'alba del dì seguente Federigo, accompagnato da' cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la città da lui maledetta. Egli v'entrò da porta Ticinese, ed uscì dall'opposta, abbandonando la ricca preda all'avidità dell'esercito. Chi può dipingere la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate: l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu computabile. Un'antica opulenza, e la pietà di migliaia di uomini aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi ove tuttora si venerano.Durò più giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale distruzione di Milano uscì finalmente. I Cremonesi furono destinati ad atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quellodi porta Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una delle più belle e più grandi città dell'Italia. E niuno si ritrasse dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento!Un'infinità di furibondi s'avventò con martelli e picconi al diroccamento; e per terminare più presto, venne appiccato il fuoco in molte parti della città. In pochi giorni la ruina fu compiuta.Una sera l'innumerevole popolo, disperso qua e là pe' borghi e per la campagna tenea le ciglia lagrimose sovra alcuni avanzi di quelle care mura, di quelle superbe torri, di quelle venerande basiliche, ed ahi! rammaricavasi di non doverle più vedere il mattino seguente. Il sole tramontava sanguigno, velato dai globi di fumo che sorgeano dalle rovine. Il crepuscolo fu breve: un denso tenebrore circondò quelle indistinte moli; le fiamme stesse eransi abbassate e ardeano covanti pe' tetti.«Oh Milano! oh dolce patria! gridarono i miseri con disperato lamento. Addio! addio! Non ti vedremo mai più! mai più!» E quelmai più!sonava così angoscioso e così pieno d'affetto, che a molti de' nemici, udendolo, sgorgarono le lagrime. E mentre echeggiava per l'aere quell'orrendomai più, il campanile della metropolitana, ch'era il più alto edifizio della Lombardia e mirabile per la sua vaghezza, precipitòcon grandissimo fracasso, e rovesciatosi sovra la chiesa, atterrò la massima parte di essa.Dopo un lungo «Ah!» successe un silenzio che fece drizzare i capelli allo stesso Imperatore. Pareva il ritorno del nulla, dopo la distruzione del creato.Il giorno appresso, Milano non era che un monte di pietre; e la rabbia degli esterminatori non era cessata. Quelle pietre si trasportarono con furore sinchè furono disperse, sinchè il suolo fu nudo, e la città parve non essere stata mai. Sole rimaneano qua e là, come stupite di se medesime alcune chiese depredate, quali affatto intere, quali soltanto danneggiate dall'incendio e da caduta di fabbriche vicine.Quando furono sgombre le macerie della città, fu veduta più giorni una moltitudine di sfrenati banchettare e danzare cantando le glorie di Barbarossa e dei Lombardi suoi compagni di vittoria, e giurando per sè e pe' loro nipoti di mantenere osservato in eterno il cesareo decreto, che Milano non si rifabbricasse mai più.Non cessavano le esecrande orgie neppure negli orrori della notte; e chi da lontano mirava l'agitarsi delle fiaccole, e ascoltava le abbominevoli cantilene credea di vedervi, mista a que' forsennati, una turba di spiriti maligni, che giganti or passeggiavano, or balzavano per aria, or fuggivano uno spirito più grande di loro, l'angiolo di Milano; il quale, prostrato a piangere sulle rovine, a quando a quando sorgeva, ed offuscava col fulgore delle pupille la luna e le stelle, e roteando una spada di fuoco sconfiggea i satelliti d'inferno.Forse ad alterare le fantasie degl'infelici, e a far vedere apparizioni celesti contribuivano certe urlaferine, che prima non s'erano intese mai così moltiplici, così addolorate, così orrende. Erano le urla di numerosi branchi famelici, che percorrevano uniti la solitudine, e accresceano la propria rabbia urlando, e divoravano cadaveri insepolti, o sentendoli al fiato sotterra li disseppellivano per cibarsene, ed inseguivano spaventosamente i vivi; sicchè bisognò alfine dar loro la caccia, ed a poco a poco distruggerli come bestie feroci.Fu chi lasciò scritto che Federigo fece sul suolo della sterminata città condurre l'aratro e seminar sale. Certo è che egli, dopo avere assaporata la crudele sua opera, assistendo a quella desolazione, ebbe l'impudenza d'insultare ancora a tanta miseria, presentandosi con gran pompa, nella domenica delle Palme, ai divini officii della Basilica di Sant'Ambrogio.E niuno fu che gliene vietasse il passo, come già fece il magnanimo Santo in quella medesima città (e forse alla porta del medesimo tempio) all'Imperatore Teodosio che sordido di strage voleva appressarsi agli altari! Ma Uberto, successore del gran Vescovo, fuggiva l'ira di Federico in terre lontane, e tutto il clero fedele era dissipato. L'Agnello di propiziazione veniva offerto dalle mani scellerate d'un antipapa: la parola di Dio era pronunciata dal sanguinario Rinaldo Arcivescovo di Colonia, i circondanti prelati e sacerdoti erano scismatici e ribelli al legittimo Pontefice. La pia Beatrice si disse ammalata e non volle aver parte a tale profanazione.Federigo avrebbe pur quivi celebrata la Pasqua, ma Beatrice negò d'intervenirvi, ed egli fermò di celebrarla in Pavia. Non potè ella negarvi la sua presenza, ma volle che la Messa fosse detta da Ottonezio dell'Imperatore, Vescovo di Frisinga; il che fu a disdoro dell'antipapa. Folta copia di Vescovi, d'abati, di marchesi, di conti e d'altri baroni vi concorse.In questo solenne giorno, Federigo si mise in capo la corona che da due anni non portava, per giuramento fatto di solo ricingerla, domati i Milanesi. Alla Messa successe un convito dato a' più intimi: la riverenza del giorno pasquale non consentiva maggiore baldoria.Più lauto festino fu imbandito il dì seguente. Vi s'assisero gli augusti sposi colla corona, i Vescovi settatori dello scisma di Vittore, i principi tutti ed i consoli della città colle varie insegne del loro grado. L'abate di Staffarda, benchè invitato non comparve.Sedeanvi pure molte gentili donne de' più illustri casati, vestite di magnifiche vesti di damasco o di broccato, con corsetti di stoffa d'oro. Candidi finissimi veli pendeano dietro le spalle, fermati sulle chiome da fila d'oro, o da eleganti borchie ricche di gemme. Tutte aveano in orecchini, collane, smaniglie ed anella, tesori mirabili proporzionati allo splendore delle famiglie.Al suono di guerresca musica portaronsi le prime vivande da un gruppo di cavalieri, rappresentanti colle loro diverse fogge di vestire e con ingegnosi ricchissimi emblemi i diversi feudi dell'Impero. Ciascuno porgendo il suo piatto diceva qualche motto cortese in omaggio all'augusta coppia. Successe a que' suoni un'armonia più soave, ed allora vennero portate le frutta da cento damigelle figuranti le varie città e i diversi contadi de' dominii patrimoniali di Federigo, vestite con gran ricchezza a foggia qual di matrona, qual di forese e tutte incoronate di fiori. Mescolavasia quel coro una turba di vaghissimi fanciulli, i quali significavano gli angioli delle città e delle castella; e ciascuno sollevando sopra il capo in leggieri vasellami d'oro e d'argento ogni sorta di confetti andarono a deporli sui deschi. Sì le donzelle che i garzonetti dissero del pari il loro motto d'omaggio.Al convito successero magnifiche danze che durarono l'intera notte. Beatrice era sparita. Simili feste, insultanti all'eccidio di sì nobile città e al dolore di tanti infelici, metteanle spavento.
Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e già arrivavano da Pavia i messi imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando:
— «Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de' Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella città di Milano, maschi e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ciò che possono portar seco.»
In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e l'aere echeggiò di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non volevano credere ciò che udivano, e speravano di sognare; poi convinti della realtà, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere almeno seppelliti nelle rovine della loro patria.
Le porte della città vennero immediatamente aperte. Un banditore fu spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perchè si sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon ordine, e la mutua carità in sì alta sventura. I consoli stessi, più memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro tutto il giorno in piùluoghi della città arringare il popolo e pregare che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinchè almeno i vincitori non disprezzassero i caduti.
Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro, immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva allora che una voce: «Oh Milano! oh infelice Milano!»
Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevità delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che per un tempo abbelliscono la terra. Simili verità non sono mai sentite così profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: «Oh Milano! infelice Milano!» torna a scoppiare; e quelli che alzavano il Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il grido degli altri.
V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assalì con vituperio e percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, nonesservi giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali bestemmie erano in sì turpe dissonanza col pensiero comune, che il popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la desolazione della triste città vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze, stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non trovavano più il fardello loro, o ne prendeano un altroo sdegnavano di più nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti, quali lagrimando in silenzio.
Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e si caricavano questi sulle spalle.
Tutti coloro che giugneano ad una porta della città voleano ancora toccarla, e sclamavano miseramente — «Addio! addio!» — e questo angoscioso saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei più generosi cittadini perchè quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a sera affollavasi la turba alle porte, e quanta più ne partiva, tanto più densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la popolazione era tuttora sì numerosa, che nacque in molti il timore di non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne frenetica. La quantità de' soffocati e de' pesti nella turba fu spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire più largo varco a' fuggenti.
Negli ultimi due giorni restavano pochi nella città, la maggior parte infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo.
I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, aBrescia e presso altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a Pavia ed a Como, ove l'enormità della loro sventura li fece compiangere ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici accaniti. La plebe si sparse fuori della città a' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini contorni.
Malgrado sì lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case loro. Vana lusinga! All'alba del dì seguente Federigo, accompagnato da' cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la città da lui maledetta. Egli v'entrò da porta Ticinese, ed uscì dall'opposta, abbandonando la ricca preda all'avidità dell'esercito. Chi può dipingere la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate: l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu computabile. Un'antica opulenza, e la pietà di migliaia di uomini aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi ove tuttora si venerano.
Durò più giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale distruzione di Milano uscì finalmente. I Cremonesi furono destinati ad atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quellodi porta Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una delle più belle e più grandi città dell'Italia. E niuno si ritrasse dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento!
Un'infinità di furibondi s'avventò con martelli e picconi al diroccamento; e per terminare più presto, venne appiccato il fuoco in molte parti della città. In pochi giorni la ruina fu compiuta.
Una sera l'innumerevole popolo, disperso qua e là pe' borghi e per la campagna tenea le ciglia lagrimose sovra alcuni avanzi di quelle care mura, di quelle superbe torri, di quelle venerande basiliche, ed ahi! rammaricavasi di non doverle più vedere il mattino seguente. Il sole tramontava sanguigno, velato dai globi di fumo che sorgeano dalle rovine. Il crepuscolo fu breve: un denso tenebrore circondò quelle indistinte moli; le fiamme stesse eransi abbassate e ardeano covanti pe' tetti.
«Oh Milano! oh dolce patria! gridarono i miseri con disperato lamento. Addio! addio! Non ti vedremo mai più! mai più!» E quelmai più!sonava così angoscioso e così pieno d'affetto, che a molti de' nemici, udendolo, sgorgarono le lagrime. E mentre echeggiava per l'aere quell'orrendomai più, il campanile della metropolitana, ch'era il più alto edifizio della Lombardia e mirabile per la sua vaghezza, precipitòcon grandissimo fracasso, e rovesciatosi sovra la chiesa, atterrò la massima parte di essa.
Dopo un lungo «Ah!» successe un silenzio che fece drizzare i capelli allo stesso Imperatore. Pareva il ritorno del nulla, dopo la distruzione del creato.
Il giorno appresso, Milano non era che un monte di pietre; e la rabbia degli esterminatori non era cessata. Quelle pietre si trasportarono con furore sinchè furono disperse, sinchè il suolo fu nudo, e la città parve non essere stata mai. Sole rimaneano qua e là, come stupite di se medesime alcune chiese depredate, quali affatto intere, quali soltanto danneggiate dall'incendio e da caduta di fabbriche vicine.
Quando furono sgombre le macerie della città, fu veduta più giorni una moltitudine di sfrenati banchettare e danzare cantando le glorie di Barbarossa e dei Lombardi suoi compagni di vittoria, e giurando per sè e pe' loro nipoti di mantenere osservato in eterno il cesareo decreto, che Milano non si rifabbricasse mai più.
Non cessavano le esecrande orgie neppure negli orrori della notte; e chi da lontano mirava l'agitarsi delle fiaccole, e ascoltava le abbominevoli cantilene credea di vedervi, mista a que' forsennati, una turba di spiriti maligni, che giganti or passeggiavano, or balzavano per aria, or fuggivano uno spirito più grande di loro, l'angiolo di Milano; il quale, prostrato a piangere sulle rovine, a quando a quando sorgeva, ed offuscava col fulgore delle pupille la luna e le stelle, e roteando una spada di fuoco sconfiggea i satelliti d'inferno.
Forse ad alterare le fantasie degl'infelici, e a far vedere apparizioni celesti contribuivano certe urlaferine, che prima non s'erano intese mai così moltiplici, così addolorate, così orrende. Erano le urla di numerosi branchi famelici, che percorrevano uniti la solitudine, e accresceano la propria rabbia urlando, e divoravano cadaveri insepolti, o sentendoli al fiato sotterra li disseppellivano per cibarsene, ed inseguivano spaventosamente i vivi; sicchè bisognò alfine dar loro la caccia, ed a poco a poco distruggerli come bestie feroci.
Fu chi lasciò scritto che Federigo fece sul suolo della sterminata città condurre l'aratro e seminar sale. Certo è che egli, dopo avere assaporata la crudele sua opera, assistendo a quella desolazione, ebbe l'impudenza d'insultare ancora a tanta miseria, presentandosi con gran pompa, nella domenica delle Palme, ai divini officii della Basilica di Sant'Ambrogio.
E niuno fu che gliene vietasse il passo, come già fece il magnanimo Santo in quella medesima città (e forse alla porta del medesimo tempio) all'Imperatore Teodosio che sordido di strage voleva appressarsi agli altari! Ma Uberto, successore del gran Vescovo, fuggiva l'ira di Federico in terre lontane, e tutto il clero fedele era dissipato. L'Agnello di propiziazione veniva offerto dalle mani scellerate d'un antipapa: la parola di Dio era pronunciata dal sanguinario Rinaldo Arcivescovo di Colonia, i circondanti prelati e sacerdoti erano scismatici e ribelli al legittimo Pontefice. La pia Beatrice si disse ammalata e non volle aver parte a tale profanazione.
Federigo avrebbe pur quivi celebrata la Pasqua, ma Beatrice negò d'intervenirvi, ed egli fermò di celebrarla in Pavia. Non potè ella negarvi la sua presenza, ma volle che la Messa fosse detta da Ottonezio dell'Imperatore, Vescovo di Frisinga; il che fu a disdoro dell'antipapa. Folta copia di Vescovi, d'abati, di marchesi, di conti e d'altri baroni vi concorse.
In questo solenne giorno, Federigo si mise in capo la corona che da due anni non portava, per giuramento fatto di solo ricingerla, domati i Milanesi. Alla Messa successe un convito dato a' più intimi: la riverenza del giorno pasquale non consentiva maggiore baldoria.
Più lauto festino fu imbandito il dì seguente. Vi s'assisero gli augusti sposi colla corona, i Vescovi settatori dello scisma di Vittore, i principi tutti ed i consoli della città colle varie insegne del loro grado. L'abate di Staffarda, benchè invitato non comparve.
Sedeanvi pure molte gentili donne de' più illustri casati, vestite di magnifiche vesti di damasco o di broccato, con corsetti di stoffa d'oro. Candidi finissimi veli pendeano dietro le spalle, fermati sulle chiome da fila d'oro, o da eleganti borchie ricche di gemme. Tutte aveano in orecchini, collane, smaniglie ed anella, tesori mirabili proporzionati allo splendore delle famiglie.
Al suono di guerresca musica portaronsi le prime vivande da un gruppo di cavalieri, rappresentanti colle loro diverse fogge di vestire e con ingegnosi ricchissimi emblemi i diversi feudi dell'Impero. Ciascuno porgendo il suo piatto diceva qualche motto cortese in omaggio all'augusta coppia. Successe a que' suoni un'armonia più soave, ed allora vennero portate le frutta da cento damigelle figuranti le varie città e i diversi contadi de' dominii patrimoniali di Federigo, vestite con gran ricchezza a foggia qual di matrona, qual di forese e tutte incoronate di fiori. Mescolavasia quel coro una turba di vaghissimi fanciulli, i quali significavano gli angioli delle città e delle castella; e ciascuno sollevando sopra il capo in leggieri vasellami d'oro e d'argento ogni sorta di confetti andarono a deporli sui deschi. Sì le donzelle che i garzonetti dissero del pari il loro motto d'omaggio.
Al convito successero magnifiche danze che durarono l'intera notte. Beatrice era sparita. Simili feste, insultanti all'eccidio di sì nobile città e al dolore di tanti infelici, metteanle spavento.