CAPO VII.La pia Imperatrice.

CAPO VII.La pia Imperatrice.Entrando Beatrice ne' suoi appartementi, fu sorpresa di trovare nell'anticamera Guglielmo. Questi le s'inchinò e disse: — Il cuor mio presagiva che la maestà dell'Imperatrice sarebbesi presto ritratta da quelle gioie.— Gioie? soggiunse ella con voce d'onesto rimprovero e scotendo mestamente il capo. — Ma, se non erro, voi siete l'Abate di Staffarda.E com'egli abbassava la fronte assentendo, ella ripigliò con figliale verecondia.— Conviene, o Abate, che vi sieno assai poco in pregio le donne perchè da tante settimane che vivete presso noi, non vi siate mai mostrato al nostro sguardo. Ora forse il vostro beato maestro vi susurrò finalmenteall'orecchio, che un suo degno discepolo, quale voi siete, è il benvenuto presso Beatrice di Borgogna.San Bernardo essendo pure di Borgogna, Beatrice lo venerava con particolare affezione. Nel chiamarsi poi col suo semplice nome di battesimo ella parve inoltre dire: «La corona che mi vedete in capo, non m'ispira nessun senso di alterezza e di fasto. Io sono Beatrice, educata in costumi più soavi e più pii di quelli, onde le imperiali nozze mi circondarono. Io sono innocente di queste abbominevoli pompe, come degli eccidii ch'essi festeggiano.» Guglielmo intese ch'ella significasse tutto ciò ed altre nobili affezioni ancora. Egli era di quegli uomini, che, non si sa per qual magia, leggono più in un'occhiata ed in certi atti muti, che altri in un volume: uomini pericolosi quando sono malvagi, ma sommamente utili, quando buoni, perchè sanno identificarsi in pochi istanti con un altro e capire i suoi bisogni, e rendere sincerità per sincerità, amicizia per amicizia, ed oh quanto ciò solleva un'anima gentile, che geme fra anime di più basso ordine, e ne cerca una simile alla sua!Anche Beatrice possedea quel privilegio de' pochi: di leggere molto in uno sguardo. Guglielmo aveale appena detto che egli bramava udienza da lei, ed ella indovinò tosto essere venuto l'uomo di Dio a proporle qualche buona azione.— Oh, venite, venite! risposegli premurosamente l'Imperatrice, ed introdottolo in una vicina sala, ella passò colle sue dame in altra stanza ove depose la corona e le magnifiche sue vesti. Indi in breve tornata in più modesto abbigliamento, senz'altra compagnia, che d'Ernesta di Sassonia sua congiunta, s'assiseed accennò all'Abate il seggio vicino. Egli le parlò così:— La vostra carità, augusta donna, non ha d'uopo ch'io la stimoli ad accorrere in aiuto, dove i miseri sono tanti e dove anche un'Imperatrice, facendo quanto più può, dee pur troppo sentirsi povera. Ma nel numero infinito di quei miseri, mi sono imbattuto in persona, a cui la protezione di debole vecchio, qual son io, non basta. Avrei invocata quella del marchese mio signore, s'egli per la necessità della guerra, non fosse ridotto a tutto consacrarsi al servizio del monarca, e a vivere più da soldato che da principe. La desolata vittima per cui domando asilo e difesa, è del vostro sesso, o Beatrice; è una fanciulla virtuosa: i suoi genitori sono amici miei ed amici del cuore.— Deh, ricettiamola dunque, o padre! E siate benedetto d'esservi ricordato che fra le sorelle degli sventurati è anche Beatrice! chi è, dov'è quella fanciulla?— Oh Imperatrice! La storia de' suoi dolori non è breve.E qui prese l'Abate a narrarle succintamente ciò che al lettore è già noto; e poi aggiunse che quando la casa di Berengario da Sant'Ambroggio fu atterrata dal popolo sedizioso, Rafaella ferita e la vecchia Alberta si trovarono ridotte alla mendicità. Giacchè Berengario avendole smarrite nel primo giorno, disperò troppo presto di rivederle; sì che le meschine, perdendo lui, non ebbero più sostegno. Alberta ricorse ad alcuni consanguinei, ma la fame aveali induriti. La respingeano con villania, scandolezzandosi che in tempo di tanta scarsità di cibo, avesse la stoltezza di tener seco una straniera. Taluno le dicea: Dividiamo il nostro tozzo di pane con voi ma cacciate colei che non è delnostro sangue. — Ed Alberta, piuttosto che separarsi dalla derelitta, tornava a discendere le invano salite scale, e si ponea con quella nelle vie a piangere ed a porgere vergognando la mano a' passeggieri. Molte erano le donne di civile condizione ed anche nobilissime, che mendicavano. Distinguevasi dalla qualità e nettezza delle vesti, e dalla timidità della voce e del contegno. Nè prendevano coraggio al mendicare, se non dalla speranza di conservarsi al marito ed ai figliuoli. Ma Alberta ignorò lungo tempo, come tante altre, d'essere l'unica superstite della sua famiglia.Errando con essa Rafaella per quella vasta città, invano furono cercate da Manfredo, invano da Guglielmo. Ed allorchè fu pubblicato il funesto bando contro Milano, uscirono dalle mura colla moltitudine e rimasero tra i più destituiti di soccorso, sulla piazza del monistero di san Celso.— Aggirandomi oggi, proseguìa Guglielmo fra quel popolo di desolati, una fioca voce ferì il mio orecchio «Abate di Staffarda! Guglielmo! Guglielmo!» Era dessa, la povera Rafaella! altre volte un angiolo di bellezza! ora dimagrata, pallida, sostenevasi appena. Tuttochè sì cangiata, la ravvisai. Mi feci aprire il varco dai circostanti e giunto ad essa, la dimandai del perchè e del come si trovasse colà e piansi all'udirne le cagioni. Ella mi chiese de' genitori, e risposi che aveano ricevuta la sua lettera, e ch'io era venuto per lei. Quando ebbi da essa e da Alberta inteso le loro vicende, dissi: l'augusta, l'ottima Beatrice degnerà farsi madre della derelitta.— Oh, sì, buon vecchio! sclamò commossa l'Imperatrice. Io sarò madre dell'infelice Rafaella. Perchè non l'avete qui tosto condotta essa ed Alberta?— Sia ringraziato il Dio degli afflitti! disse Guglielmo alzandosi. Quel Dio è anche quello delle Imperatrici, o donna. Egli, egli rimunererà le vostre virtù! Se vi piace vado senz'altro indugio a dare il lieto annunzio alle vostre protette, e condurle alla vostra presenza.— Andate, andate, disse l'Imperatrice; e ciò dicendo, ella chiamò un paggio ed imposegli di seguire l'Abate, e di provvederlo di scorta e di qualunque altra cosa gli bisognasse.L'Abate nel partire intese che Beatrice, voltasi ad Ernesta, ripetea mestamente quel detto: Il Dio degli afflitti è anche quello delle Imperatrici! E vide che ella guardava dalla finestra verso la parte opposta, oltre il cortile, donde veniva col suono delle danze, quello della voce d'un impudente giullare, cantante imprecazioni alla città distrutta, e vigliacche lodi all'invitto esterminatore. Traversando il cortile, e udendo che all'infame inno seguiano romorosi applausi de' festeggianti, l'Abate disse tra sè, e non errava:— Quegli applausi t'inorridiscono, povera Beatrice! e forse ti fanno piangere amaramente sulle colpe dell'indegno tuo sposo!Non andò guari che Guglielmo si fece annunciare. Egli fu tosto introdotto colle compagne. Queste si gettarono a' piè dell'Imperatrice, ed ella benignamente rialzandole, abbracciolle e disse a Rafaella:— Rincoratevi, buona giovane, la sventura vi perseguitò molto; avete diritto ad un po' di pace, e spero che la godrete d'ora innanzi.Poi voltasi ad Alberta: — E voi pure perseguitò molto la sventura; quelle perdite vostre che potrò ristorare saranno ristorate.Accennò quindi loro Ernesta di Sassonia, e disse alle ospiti la virtù di questa principessa, alla cura della quale era lasciato il provvederle d'ogni occorrente.— Or siete in casa vostra, ripigliò.— Senza neppure conoscerci? sclamarono quelle commosse di gratitudine.— V'ingannate; l'Abate di Staffarda mi parlò di voi; e chi merita la stima di tali uomini merita anche la mia.Dopo ciò, interrogata Rafaella sopra le patite sventure, questa narrò con modestia e candore i felici giorni, che già passava al lato de' genitori, e toccò degli infelicissimi che seguirono. Soggiunse che, le vettovaglie essendo scarsissime nella moltitudine di popolo, in cui dopo la distruzione di Milano, si trovarono, alcuni Religiosi faticavano a radunare soccorsi ed ivi portarli, e fra questi religiosi erale apparso, con alta sua sorpresa, l'Abate di Staffarda, il quale carico d'una bisaccia, e accompagnato da un monaco più carico ancora, distribuiva pane ai famelici. Il monaco suo compagno mi confessò (proseguì Rafaella) che per fare in tutti questi giorni tali elemosine, si condannavano ambedue al più rigoroso digiuno.— Ma si può dare un indiscreto ciarliere, come frate Uguccione? pensò, arrossendo, il santo vecchio.Beatrice conobbe dal linguaggio di Rafaella che la sua educazione, ad onta dell'oscura nascita, era gentile; ma ciò che in lei più le piacque fu la tenerezza, colla quale parlava de' genitori e del fratello, e la gratitudine sua sì espressiva eppure sì dignitosa verso chi la beneficava. Il volto di lei spirava ad untempo innocenza ed abitudine di pensieri elevati. Sparito era il vermiglio delle guance, ma il pallore che le copriva, mentre non ne scemava la bellezza, induceva anche a pietà ed a rispetto. Al primo istante l'Imperatrice erasi soltanto proposto di proteggerla, per farla ritornare con sicurezza nel seno della famiglia; ma ascoltandola e mirandola, sentia sorgere maggior desiderio di consolarla e di contribuire alla sua felicità. Ella riflettè con rincrescimento fra sè, che niuna delle dame che la servivano sembrava così capace di retribuire confidenza per confidenza, di vincolarsi con generosa e piena dedizione ad una vera amica. Ernesta era tra le migliori che la circondavano, ma la sua amicizia parea fredda all'anima ardente di Beatrice.Venne a Beatrice il pensiero che la Provvidenza le avesse condotta Rafaella, perchè trovasse in lei ciò che non avea mai trovato in altra creatura: un cuore nè più debole, nè più forte del suo, un'immaginazione uguale, un simile bisogno di vita interna, di dolce mestizia e di religione; ma non nella solitudine assoluta e non nella compagnia di anime dissipate o avare d'affetto.Due o tre volte respinse quel pensiero, dicendosi che Rafaella amava troppo i genitori, nè potea esser contenta lontana da loro; e fors'anco dicendosi che una Imperatrice può essere biasimata se non elegge le sue famigliari fra persone d'illustre nascimento. Oh quanti penosi doveri, quanta severità di decoro, quanta freddezza impone un diadema! Ciò ben sapea Beatrice: ma ne' colloqui ignorati com'era questo, godea di nascondere la maestà del grado e d'avvicinarsi agli inferiori. E quando negl'inferiori scoprivasotto l'amabile velo della loro umiltà, una grandezza di sentimenti che li facea degni di stima, oh con qual dolcezza, con qual sincera cordialità li onorava!Alfine s'alzò, e presa per mano Rafaella: — Qui presso è la stanza tua, le disse. Io sono tua madre, seguimi.Sorrise a Guglielmo. Questi s'inchinò, benedisse la soccorritrice e le soccorse, ed uscì asciugandosi gli occhi e dicendo al Signore: — Tu affliggi gli uomini per nobilitarli, e ti ricordi del loro dolore; e le consolazioni che appresti sono pur molte!Per qualche tempo Rafaella stette ignorata a corte. Villigiso occupato da cure guerriere non ebbe contezza di lei. Il solo Manfredo informato da Guglielmo delle vicende di lei, venne a vederla e si congratulò assai che fosse uscita salva da tanti pericoli. A lui consegnò Rafaella una lettera pel padre, nella quale gli partecipava quanto era accaduto. Berardo, non molto dopo, rispose alla figlia col più tenero affetto, raccomandandole caldamente d'usare a favore del fratello prigioniero la buona sorte ch'ella aveva d'esser al fianco dell'Imperatrice. Ma non era d'uopo stimolarla a ciò. L'Imperatrice passava con lei ogni giorno alcune ore di confidenza, e sempre più le si affezionava; e Rafaella non desisteva dal supplicarla di parlare a pro d'Eriberto all'Imperatore.Più volte Beatrice l'esaudì, ma indarno. Federigo stava più immoto che mai nel pensiero di usare rigore, dacchè il feroce esempio dato contro Milano sortiva i successi da lui più bramati. Brescia, Piacenza e ad una ad una tutte le altre repubbliche dianzi pertinaci nell'indipendenza, s'affrettavano ad umiliarsi e a comprare il perdono con somme esorbitantidi danaro, con ismantellare le mura, colmare le fosse, rendere le castella, ricevere i podestà e promettere di guerreggiare a servizio dell'Imperatore, non solo negli affari di Lombardia, ma fino a Roma e nel regno di Sicilia, s'egli lo imponesse. Turisendo da Verona fu l'unico che negasse di curvarsi dinanzi agli stendardi imperiali, e dalla rocca di Garda, ov'era chiuso, tentasse scuotere a nuova baldanza le cadute città.Federigo insuperbito da tanti trionfi, credea facile a superarsi gli ostacoli che rimaneano al soggettamento dell'intera Italia. La sua folle ebbrezza ascese a tal segno ch'egli non dubitò di dare in feudo a' Genovesi la città di Siracusa ch'egli non avea, nè poscia ebbe mai, ed altri futuri possedimenti immaginarii[4].Mosse egli alquanto dopo, con poche delle sue forze in Romagna, e l'animo cadde pure a Bologna, Imola, Faenza, che tosto furono imitate dalle città vicine. Un conquistatore abbastanza forte da compiere lo sterminio d'una città principale come Milano non ha più bisogno, per alcun tempo, se non del suo nome per soggiogare tutto ciò ch'egli minaccia. Se l'orgogliosa fiducia di Barbarossa fosse stata durevole, s'egli avesse osato di portare il suo intero esercito nel mezzodì della penisola, e fors'anche soltanto di percorrerla con pochefalangi armate d'accesi tizzoni, è verosimile che niuna opposizione sarebbe stata gagliarda, e lo stesso Re di Sicilia avrebbe perduto il suo Stato.Forse ciò che fe' titubare l'arrogante Federigo e salvò l'Italia da sì piena invasione fu una cosa che parea di piccolo momento; la ostinata difesa cioè d'un uomo solo in Lombardia, di quel Turisendo che, schernito come un pazzo dall'invitto domatore di provincie, pure segretamente era temuto. A cagione di esso convenne lasciare buona parte dell'esercito nell'Alta Italia, e Federigo s'innoltrò a mezzogiorno con tanta lentezza e diffidenza, che lo spavento comune ebbe tempo ed agio di cessare alquanto. L'audacia di Turisendo era sì straordinaria, che Federigo non potea riputarlo privo di grandi appoggi. E siccome questi non apparivano, egli li sognava in macchinazioni di principi del suo seguito, i quali se gli fingessero amici. Il conflitto avvenuto nel campo tra le diverse schiere imperiali nella resa di Milano avea a' suoi occhi una misteriosa significazione. Turisendo a parer suo era il ministro d'una forte volontà di molti, d'una congiura tanto più formidabile, quanto più sfuggente all'indagine. Fra i prigioni lasciati in Pavia perchè scoprissero le fila della sospettata trama, alcuni erano stati altre volte in intima relazione con Turisendo; e ciò rinforzava i sospetti. Nè quindi alcuna misericordia era possibile per Eriberto, o per qual si fosse di quegl'infelici, se non col farsi rivelatori d'importanti segreti.Per colmo di sventura, l'Imperatore avendo conosciuto nel sire di Mozzatorre un'anima feroce quanto la sua, l'aveva da Bologna mandato a Pavia, perchè accelerasse l'inquisizione de' rei e le condanne.Villigiso aveva una lettera di Federigo per l'Imperatrice, ma ella se la fece lasciare e non volle vederlo. Sapendo egli ch'ella non viveva tanto segregata, che non accogliesse molti altri cavalieri, l'esclusione avuta lo perturbò; ed esploratone il motivo, pervenne ad aver contezza, che Rafaella viveva ricoverata presso di lei.Arse di rabbia ciò udendo, e cominciò a vendicarsi col vietare al custode delle carceri di più permetterle, come aveva fatto sino allora, di visitare alcune volte il fratello. Questa fiera proibizione accorò e spaventò Rafaella. Ben vide la misera ch'Eriberto ed Ottolino erano perduti se non riuscivasi a placare lo scellerato. L'abate di Staffarda assunse dapprima di parlargli: ma Villigiso fu sordo. Lo zelo della fedeltà e della giustizia sembrava animarlo tutto. Alla proposta di rendere miti i giudici Villigiso si sdegnò, e disse inutile l'intercedere, nè potervi esser clemenza per tali rei.Riferita a Rafaella questa dura risposta, ella proruppe in lagrime e scongiurò l'Imperatrice di non tralasciare alcun mezzo per salvare Eriberto. L'Imperatrice stessa pensò allora di parlare al sire di Mozzatorre, e lo fece chiamare a sè.Venendo colui al cospetto di Beatrice, grande vergogna l'assalì, nell'immaginare che avrebbe forse ivi trovata Rafaella. Nè mal s'apponea. L'Imperatrice aveala voluta tener presente al colloquio, parendole che al vederla si sarebbe dovuto destare nel malvagio una confusione salutare.Egli piegò il ginocchio innanzi l'Imperatrice e gettò un fuggitivo sguardo sopra Rafaella, la quale fece molto sforzo a non lasciar trasparire l'avversione ch'egli le ispirava.L'Imperatrice gli disse: — Sire di Mozzatorre, laProvvidenza trasse presso di me questa buona giovine, che voi conoscete. Ciò basta perchè intendiate ch'io non ignoro il danno che cercaste di recarle. Ma siccome un errore, per quanto sia grave non iscancella sempre in un valentuomo tutta la sua virtù, nutro desiderio ad anzi fiducia, che la virtù vostra sia tale da rendervi così sollecito della pace di questa giovine, quanto foste corrivo a turbargliela. La sua pace dipende ora dal destino di suo fratello. Sottraetelo dalla rovina; la vostra Imperatrice ve lo chiede.Villigiso rispose: — La maestà vostra mi giudica benignamente, e non s'inganna. Forse le parrei anzi più giustificabile, s'ella sapesse, ch'io non avrei mai pensato a porre la figliuola di Berardo nel castello di Mozzatorre, qualora, all'occasione d'un incendio, ella non fosse stata rapita da masnadieri e portata a me da questi, per averne guiderdone.— Voglio crederlo, disse l'Imperatrice.E Villigiso rispose: — Ma non sì tosto fu nel mio castello, che io da Saluzzo, dove mi ritrovava, fui costretto a partire immantinente per l'esercito. Imposi allora a' servi, ch'io reputava fedeli, di renderla a' genitori; ma gli scellerati disobbedirono; nè di quanto avvenne dappoi io ho colpa veruna.Dicendo queste parole, Villigiso guardò Rafaella, e impallidì sembrandogli di scorgere un amaro sorriso d'incredulità e di disprezzo. Nomato di nuovo Eriberto dall'Imperatrice, Villigiso si scusò di non poter far nulla per lui, allegando che l'ufficio datogli dall'Imperatore non lo costituiva giudice, ma invigilatore sopra l'equità de' giudici.— Sarei un fellone, soggiunse, ove dessi opera a distorre i giudici dal pronunciare secondo la coscienza.Se Eriberto è innocente, i giudici nol condanneranno. Quanto a me, bramo, più di così non posso dire, bramo di salvarlo. — Egli pronunciò queste parole coll'apparente energia della sincerità, e sembrava significare: «Non posso dirvi d'esser pronto a salvarlo, s'anco egli sia reo, ma pur non dicendolo, il farò.»L'Imperatrice prese un contegno meno freddo, e movendo un passo verso lui: — Cavaliere, gli disse, non vi chiediamo promessa maggiore di quella che fate, e l'espressione che ponete nel farla ci rassicura.— Da voi pende il concedermi l'accesso al carcere d'Eriberto, soggiunse Rafaella. Deh, appagatemi in ciò!Villigiso esultò d'udirsi da lei pregato con sì supplichevole accento, e disse che, sebbene tali visite fossero vietate a tutti i congiunti de' rei, avrebbe provveduto perchè fosse soddisfatta. Beatrice lo congedò con quelle parole di benignità che più sarebbero state atte con ogni altro ad eccitare un'ambizione generosa; ma nell'ipocrita prevaleano troppo i rei affetti ond'era viziata quell'anima.La prima volta che Rafaella tornò a visitare Eriberto era accompagnata da Guglielmo. Nol trovarono più nel carcere salubre, ove stava dianzi, ma in orrendo sotterraneo, ove appena dall'alto penetrava debole raggio di luce, e ove l'umidità era tale che le pareti gocciolavano. Il custode disse essergli stato imposto questo mutamento, nè saperne il perchè.Eriberto l'attribuiva ad artifizio de' giudici, per accrescerne le angosce, e così indurlo a mercare la salute con supposte rivelazioni. Nel luogo di prima egli avea il conforto di vedere in lontananza dai cancelli l'amico Ottolino; d'udire il suo canto e di scambiarequalche cenno o parola con lui. Qui invece la solitudine era piena. Oh quanto orrenda parve anco a Rafaella, e per compassione di lui, e perch'era a lei pur sì dolce il vedere dai cancelli Ottolino e udire la sua voce!L'intenzione supposta da Eriberto ne' suoi tormentatori non era la vera cagione del traslocamento. Villigiso voleva operare nuovo terrore in Rafaella, e così farle sentire maggiore bisogno di sè. Ella intese l'arte furbesca; e però tornata dall'Imperatrice proruppe in dirottissimo pianto, scongiurandola di salvare il fratello, la cui sorte vedeva oggimai disperata. Beatrice pianse con lei, e fremette d'aver meno potere sopra l'animo dell'Imperatore, che scellerati simili a Villigiso. Allora Rafaella, nell'impeto del suo dolore, manifestò all'Imperatrice le sue angosce eziandio per Ottolino.— Oh mia diletta, sclamò Beatrice, stringendola fra le sue braccia. Che mai mi rivelarono quel tuo sguardo e quella tua voce affannosa! Tu ami Ottolino? oh doppia sventura!— Non oso negarvelo, ripigliò Rafaella, singhiozzando e nascondendo il suo volto nel seno di lei: ma oh me infelice! me infelice!— No, Rafaella! sclamò l'Imperatrice vivamente commossa. Avrò io assunto indarno di fare la tua felicità? Tu non osavi di supplicare se non per la vita del fratello; ma la sua e quella di Ottolino debbono esser salve. Chiederò a Federigo questa grazia con tale e tanta insistenza, che la strapperò a viva forza dal suo cuore. Domattina partiremo per Bologna.La partenza fu decisa. L'Abate di Staffarda l'approvò; e Villigiso udì, il giorno appresso, con istupore, che Beatrice e Rafaella non erano più in Pavia.

Entrando Beatrice ne' suoi appartementi, fu sorpresa di trovare nell'anticamera Guglielmo. Questi le s'inchinò e disse: — Il cuor mio presagiva che la maestà dell'Imperatrice sarebbesi presto ritratta da quelle gioie.

— Gioie? soggiunse ella con voce d'onesto rimprovero e scotendo mestamente il capo. — Ma, se non erro, voi siete l'Abate di Staffarda.

E com'egli abbassava la fronte assentendo, ella ripigliò con figliale verecondia.

— Conviene, o Abate, che vi sieno assai poco in pregio le donne perchè da tante settimane che vivete presso noi, non vi siate mai mostrato al nostro sguardo. Ora forse il vostro beato maestro vi susurrò finalmenteall'orecchio, che un suo degno discepolo, quale voi siete, è il benvenuto presso Beatrice di Borgogna.

San Bernardo essendo pure di Borgogna, Beatrice lo venerava con particolare affezione. Nel chiamarsi poi col suo semplice nome di battesimo ella parve inoltre dire: «La corona che mi vedete in capo, non m'ispira nessun senso di alterezza e di fasto. Io sono Beatrice, educata in costumi più soavi e più pii di quelli, onde le imperiali nozze mi circondarono. Io sono innocente di queste abbominevoli pompe, come degli eccidii ch'essi festeggiano.» Guglielmo intese ch'ella significasse tutto ciò ed altre nobili affezioni ancora. Egli era di quegli uomini, che, non si sa per qual magia, leggono più in un'occhiata ed in certi atti muti, che altri in un volume: uomini pericolosi quando sono malvagi, ma sommamente utili, quando buoni, perchè sanno identificarsi in pochi istanti con un altro e capire i suoi bisogni, e rendere sincerità per sincerità, amicizia per amicizia, ed oh quanto ciò solleva un'anima gentile, che geme fra anime di più basso ordine, e ne cerca una simile alla sua!

Anche Beatrice possedea quel privilegio de' pochi: di leggere molto in uno sguardo. Guglielmo aveale appena detto che egli bramava udienza da lei, ed ella indovinò tosto essere venuto l'uomo di Dio a proporle qualche buona azione.

— Oh, venite, venite! risposegli premurosamente l'Imperatrice, ed introdottolo in una vicina sala, ella passò colle sue dame in altra stanza ove depose la corona e le magnifiche sue vesti. Indi in breve tornata in più modesto abbigliamento, senz'altra compagnia, che d'Ernesta di Sassonia sua congiunta, s'assiseed accennò all'Abate il seggio vicino. Egli le parlò così:

— La vostra carità, augusta donna, non ha d'uopo ch'io la stimoli ad accorrere in aiuto, dove i miseri sono tanti e dove anche un'Imperatrice, facendo quanto più può, dee pur troppo sentirsi povera. Ma nel numero infinito di quei miseri, mi sono imbattuto in persona, a cui la protezione di debole vecchio, qual son io, non basta. Avrei invocata quella del marchese mio signore, s'egli per la necessità della guerra, non fosse ridotto a tutto consacrarsi al servizio del monarca, e a vivere più da soldato che da principe. La desolata vittima per cui domando asilo e difesa, è del vostro sesso, o Beatrice; è una fanciulla virtuosa: i suoi genitori sono amici miei ed amici del cuore.

— Deh, ricettiamola dunque, o padre! E siate benedetto d'esservi ricordato che fra le sorelle degli sventurati è anche Beatrice! chi è, dov'è quella fanciulla?

— Oh Imperatrice! La storia de' suoi dolori non è breve.

E qui prese l'Abate a narrarle succintamente ciò che al lettore è già noto; e poi aggiunse che quando la casa di Berengario da Sant'Ambroggio fu atterrata dal popolo sedizioso, Rafaella ferita e la vecchia Alberta si trovarono ridotte alla mendicità. Giacchè Berengario avendole smarrite nel primo giorno, disperò troppo presto di rivederle; sì che le meschine, perdendo lui, non ebbero più sostegno. Alberta ricorse ad alcuni consanguinei, ma la fame aveali induriti. La respingeano con villania, scandolezzandosi che in tempo di tanta scarsità di cibo, avesse la stoltezza di tener seco una straniera. Taluno le dicea: Dividiamo il nostro tozzo di pane con voi ma cacciate colei che non è delnostro sangue. — Ed Alberta, piuttosto che separarsi dalla derelitta, tornava a discendere le invano salite scale, e si ponea con quella nelle vie a piangere ed a porgere vergognando la mano a' passeggieri. Molte erano le donne di civile condizione ed anche nobilissime, che mendicavano. Distinguevasi dalla qualità e nettezza delle vesti, e dalla timidità della voce e del contegno. Nè prendevano coraggio al mendicare, se non dalla speranza di conservarsi al marito ed ai figliuoli. Ma Alberta ignorò lungo tempo, come tante altre, d'essere l'unica superstite della sua famiglia.

Errando con essa Rafaella per quella vasta città, invano furono cercate da Manfredo, invano da Guglielmo. Ed allorchè fu pubblicato il funesto bando contro Milano, uscirono dalle mura colla moltitudine e rimasero tra i più destituiti di soccorso, sulla piazza del monistero di san Celso.

— Aggirandomi oggi, proseguìa Guglielmo fra quel popolo di desolati, una fioca voce ferì il mio orecchio «Abate di Staffarda! Guglielmo! Guglielmo!» Era dessa, la povera Rafaella! altre volte un angiolo di bellezza! ora dimagrata, pallida, sostenevasi appena. Tuttochè sì cangiata, la ravvisai. Mi feci aprire il varco dai circostanti e giunto ad essa, la dimandai del perchè e del come si trovasse colà e piansi all'udirne le cagioni. Ella mi chiese de' genitori, e risposi che aveano ricevuta la sua lettera, e ch'io era venuto per lei. Quando ebbi da essa e da Alberta inteso le loro vicende, dissi: l'augusta, l'ottima Beatrice degnerà farsi madre della derelitta.

— Oh, sì, buon vecchio! sclamò commossa l'Imperatrice. Io sarò madre dell'infelice Rafaella. Perchè non l'avete qui tosto condotta essa ed Alberta?

— Sia ringraziato il Dio degli afflitti! disse Guglielmo alzandosi. Quel Dio è anche quello delle Imperatrici, o donna. Egli, egli rimunererà le vostre virtù! Se vi piace vado senz'altro indugio a dare il lieto annunzio alle vostre protette, e condurle alla vostra presenza.

— Andate, andate, disse l'Imperatrice; e ciò dicendo, ella chiamò un paggio ed imposegli di seguire l'Abate, e di provvederlo di scorta e di qualunque altra cosa gli bisognasse.

L'Abate nel partire intese che Beatrice, voltasi ad Ernesta, ripetea mestamente quel detto: Il Dio degli afflitti è anche quello delle Imperatrici! E vide che ella guardava dalla finestra verso la parte opposta, oltre il cortile, donde veniva col suono delle danze, quello della voce d'un impudente giullare, cantante imprecazioni alla città distrutta, e vigliacche lodi all'invitto esterminatore. Traversando il cortile, e udendo che all'infame inno seguiano romorosi applausi de' festeggianti, l'Abate disse tra sè, e non errava:

— Quegli applausi t'inorridiscono, povera Beatrice! e forse ti fanno piangere amaramente sulle colpe dell'indegno tuo sposo!

Non andò guari che Guglielmo si fece annunciare. Egli fu tosto introdotto colle compagne. Queste si gettarono a' piè dell'Imperatrice, ed ella benignamente rialzandole, abbracciolle e disse a Rafaella:

— Rincoratevi, buona giovane, la sventura vi perseguitò molto; avete diritto ad un po' di pace, e spero che la godrete d'ora innanzi.

Poi voltasi ad Alberta: — E voi pure perseguitò molto la sventura; quelle perdite vostre che potrò ristorare saranno ristorate.

Accennò quindi loro Ernesta di Sassonia, e disse alle ospiti la virtù di questa principessa, alla cura della quale era lasciato il provvederle d'ogni occorrente.

— Or siete in casa vostra, ripigliò.

— Senza neppure conoscerci? sclamarono quelle commosse di gratitudine.

— V'ingannate; l'Abate di Staffarda mi parlò di voi; e chi merita la stima di tali uomini merita anche la mia.

Dopo ciò, interrogata Rafaella sopra le patite sventure, questa narrò con modestia e candore i felici giorni, che già passava al lato de' genitori, e toccò degli infelicissimi che seguirono. Soggiunse che, le vettovaglie essendo scarsissime nella moltitudine di popolo, in cui dopo la distruzione di Milano, si trovarono, alcuni Religiosi faticavano a radunare soccorsi ed ivi portarli, e fra questi religiosi erale apparso, con alta sua sorpresa, l'Abate di Staffarda, il quale carico d'una bisaccia, e accompagnato da un monaco più carico ancora, distribuiva pane ai famelici. Il monaco suo compagno mi confessò (proseguì Rafaella) che per fare in tutti questi giorni tali elemosine, si condannavano ambedue al più rigoroso digiuno.

— Ma si può dare un indiscreto ciarliere, come frate Uguccione? pensò, arrossendo, il santo vecchio.

Beatrice conobbe dal linguaggio di Rafaella che la sua educazione, ad onta dell'oscura nascita, era gentile; ma ciò che in lei più le piacque fu la tenerezza, colla quale parlava de' genitori e del fratello, e la gratitudine sua sì espressiva eppure sì dignitosa verso chi la beneficava. Il volto di lei spirava ad untempo innocenza ed abitudine di pensieri elevati. Sparito era il vermiglio delle guance, ma il pallore che le copriva, mentre non ne scemava la bellezza, induceva anche a pietà ed a rispetto. Al primo istante l'Imperatrice erasi soltanto proposto di proteggerla, per farla ritornare con sicurezza nel seno della famiglia; ma ascoltandola e mirandola, sentia sorgere maggior desiderio di consolarla e di contribuire alla sua felicità. Ella riflettè con rincrescimento fra sè, che niuna delle dame che la servivano sembrava così capace di retribuire confidenza per confidenza, di vincolarsi con generosa e piena dedizione ad una vera amica. Ernesta era tra le migliori che la circondavano, ma la sua amicizia parea fredda all'anima ardente di Beatrice.

Venne a Beatrice il pensiero che la Provvidenza le avesse condotta Rafaella, perchè trovasse in lei ciò che non avea mai trovato in altra creatura: un cuore nè più debole, nè più forte del suo, un'immaginazione uguale, un simile bisogno di vita interna, di dolce mestizia e di religione; ma non nella solitudine assoluta e non nella compagnia di anime dissipate o avare d'affetto.

Due o tre volte respinse quel pensiero, dicendosi che Rafaella amava troppo i genitori, nè potea esser contenta lontana da loro; e fors'anco dicendosi che una Imperatrice può essere biasimata se non elegge le sue famigliari fra persone d'illustre nascimento. Oh quanti penosi doveri, quanta severità di decoro, quanta freddezza impone un diadema! Ciò ben sapea Beatrice: ma ne' colloqui ignorati com'era questo, godea di nascondere la maestà del grado e d'avvicinarsi agli inferiori. E quando negl'inferiori scoprivasotto l'amabile velo della loro umiltà, una grandezza di sentimenti che li facea degni di stima, oh con qual dolcezza, con qual sincera cordialità li onorava!

Alfine s'alzò, e presa per mano Rafaella: — Qui presso è la stanza tua, le disse. Io sono tua madre, seguimi.

Sorrise a Guglielmo. Questi s'inchinò, benedisse la soccorritrice e le soccorse, ed uscì asciugandosi gli occhi e dicendo al Signore: — Tu affliggi gli uomini per nobilitarli, e ti ricordi del loro dolore; e le consolazioni che appresti sono pur molte!

Per qualche tempo Rafaella stette ignorata a corte. Villigiso occupato da cure guerriere non ebbe contezza di lei. Il solo Manfredo informato da Guglielmo delle vicende di lei, venne a vederla e si congratulò assai che fosse uscita salva da tanti pericoli. A lui consegnò Rafaella una lettera pel padre, nella quale gli partecipava quanto era accaduto. Berardo, non molto dopo, rispose alla figlia col più tenero affetto, raccomandandole caldamente d'usare a favore del fratello prigioniero la buona sorte ch'ella aveva d'esser al fianco dell'Imperatrice. Ma non era d'uopo stimolarla a ciò. L'Imperatrice passava con lei ogni giorno alcune ore di confidenza, e sempre più le si affezionava; e Rafaella non desisteva dal supplicarla di parlare a pro d'Eriberto all'Imperatore.

Più volte Beatrice l'esaudì, ma indarno. Federigo stava più immoto che mai nel pensiero di usare rigore, dacchè il feroce esempio dato contro Milano sortiva i successi da lui più bramati. Brescia, Piacenza e ad una ad una tutte le altre repubbliche dianzi pertinaci nell'indipendenza, s'affrettavano ad umiliarsi e a comprare il perdono con somme esorbitantidi danaro, con ismantellare le mura, colmare le fosse, rendere le castella, ricevere i podestà e promettere di guerreggiare a servizio dell'Imperatore, non solo negli affari di Lombardia, ma fino a Roma e nel regno di Sicilia, s'egli lo imponesse. Turisendo da Verona fu l'unico che negasse di curvarsi dinanzi agli stendardi imperiali, e dalla rocca di Garda, ov'era chiuso, tentasse scuotere a nuova baldanza le cadute città.

Federigo insuperbito da tanti trionfi, credea facile a superarsi gli ostacoli che rimaneano al soggettamento dell'intera Italia. La sua folle ebbrezza ascese a tal segno ch'egli non dubitò di dare in feudo a' Genovesi la città di Siracusa ch'egli non avea, nè poscia ebbe mai, ed altri futuri possedimenti immaginarii[4].

Mosse egli alquanto dopo, con poche delle sue forze in Romagna, e l'animo cadde pure a Bologna, Imola, Faenza, che tosto furono imitate dalle città vicine. Un conquistatore abbastanza forte da compiere lo sterminio d'una città principale come Milano non ha più bisogno, per alcun tempo, se non del suo nome per soggiogare tutto ciò ch'egli minaccia. Se l'orgogliosa fiducia di Barbarossa fosse stata durevole, s'egli avesse osato di portare il suo intero esercito nel mezzodì della penisola, e fors'anche soltanto di percorrerla con pochefalangi armate d'accesi tizzoni, è verosimile che niuna opposizione sarebbe stata gagliarda, e lo stesso Re di Sicilia avrebbe perduto il suo Stato.

Forse ciò che fe' titubare l'arrogante Federigo e salvò l'Italia da sì piena invasione fu una cosa che parea di piccolo momento; la ostinata difesa cioè d'un uomo solo in Lombardia, di quel Turisendo che, schernito come un pazzo dall'invitto domatore di provincie, pure segretamente era temuto. A cagione di esso convenne lasciare buona parte dell'esercito nell'Alta Italia, e Federigo s'innoltrò a mezzogiorno con tanta lentezza e diffidenza, che lo spavento comune ebbe tempo ed agio di cessare alquanto. L'audacia di Turisendo era sì straordinaria, che Federigo non potea riputarlo privo di grandi appoggi. E siccome questi non apparivano, egli li sognava in macchinazioni di principi del suo seguito, i quali se gli fingessero amici. Il conflitto avvenuto nel campo tra le diverse schiere imperiali nella resa di Milano avea a' suoi occhi una misteriosa significazione. Turisendo a parer suo era il ministro d'una forte volontà di molti, d'una congiura tanto più formidabile, quanto più sfuggente all'indagine. Fra i prigioni lasciati in Pavia perchè scoprissero le fila della sospettata trama, alcuni erano stati altre volte in intima relazione con Turisendo; e ciò rinforzava i sospetti. Nè quindi alcuna misericordia era possibile per Eriberto, o per qual si fosse di quegl'infelici, se non col farsi rivelatori d'importanti segreti.

Per colmo di sventura, l'Imperatore avendo conosciuto nel sire di Mozzatorre un'anima feroce quanto la sua, l'aveva da Bologna mandato a Pavia, perchè accelerasse l'inquisizione de' rei e le condanne.

Villigiso aveva una lettera di Federigo per l'Imperatrice, ma ella se la fece lasciare e non volle vederlo. Sapendo egli ch'ella non viveva tanto segregata, che non accogliesse molti altri cavalieri, l'esclusione avuta lo perturbò; ed esploratone il motivo, pervenne ad aver contezza, che Rafaella viveva ricoverata presso di lei.

Arse di rabbia ciò udendo, e cominciò a vendicarsi col vietare al custode delle carceri di più permetterle, come aveva fatto sino allora, di visitare alcune volte il fratello. Questa fiera proibizione accorò e spaventò Rafaella. Ben vide la misera ch'Eriberto ed Ottolino erano perduti se non riuscivasi a placare lo scellerato. L'abate di Staffarda assunse dapprima di parlargli: ma Villigiso fu sordo. Lo zelo della fedeltà e della giustizia sembrava animarlo tutto. Alla proposta di rendere miti i giudici Villigiso si sdegnò, e disse inutile l'intercedere, nè potervi esser clemenza per tali rei.

Riferita a Rafaella questa dura risposta, ella proruppe in lagrime e scongiurò l'Imperatrice di non tralasciare alcun mezzo per salvare Eriberto. L'Imperatrice stessa pensò allora di parlare al sire di Mozzatorre, e lo fece chiamare a sè.

Venendo colui al cospetto di Beatrice, grande vergogna l'assalì, nell'immaginare che avrebbe forse ivi trovata Rafaella. Nè mal s'apponea. L'Imperatrice aveala voluta tener presente al colloquio, parendole che al vederla si sarebbe dovuto destare nel malvagio una confusione salutare.

Egli piegò il ginocchio innanzi l'Imperatrice e gettò un fuggitivo sguardo sopra Rafaella, la quale fece molto sforzo a non lasciar trasparire l'avversione ch'egli le ispirava.

L'Imperatrice gli disse: — Sire di Mozzatorre, laProvvidenza trasse presso di me questa buona giovine, che voi conoscete. Ciò basta perchè intendiate ch'io non ignoro il danno che cercaste di recarle. Ma siccome un errore, per quanto sia grave non iscancella sempre in un valentuomo tutta la sua virtù, nutro desiderio ad anzi fiducia, che la virtù vostra sia tale da rendervi così sollecito della pace di questa giovine, quanto foste corrivo a turbargliela. La sua pace dipende ora dal destino di suo fratello. Sottraetelo dalla rovina; la vostra Imperatrice ve lo chiede.

Villigiso rispose: — La maestà vostra mi giudica benignamente, e non s'inganna. Forse le parrei anzi più giustificabile, s'ella sapesse, ch'io non avrei mai pensato a porre la figliuola di Berardo nel castello di Mozzatorre, qualora, all'occasione d'un incendio, ella non fosse stata rapita da masnadieri e portata a me da questi, per averne guiderdone.

— Voglio crederlo, disse l'Imperatrice.

E Villigiso rispose: — Ma non sì tosto fu nel mio castello, che io da Saluzzo, dove mi ritrovava, fui costretto a partire immantinente per l'esercito. Imposi allora a' servi, ch'io reputava fedeli, di renderla a' genitori; ma gli scellerati disobbedirono; nè di quanto avvenne dappoi io ho colpa veruna.

Dicendo queste parole, Villigiso guardò Rafaella, e impallidì sembrandogli di scorgere un amaro sorriso d'incredulità e di disprezzo. Nomato di nuovo Eriberto dall'Imperatrice, Villigiso si scusò di non poter far nulla per lui, allegando che l'ufficio datogli dall'Imperatore non lo costituiva giudice, ma invigilatore sopra l'equità de' giudici.

— Sarei un fellone, soggiunse, ove dessi opera a distorre i giudici dal pronunciare secondo la coscienza.Se Eriberto è innocente, i giudici nol condanneranno. Quanto a me, bramo, più di così non posso dire, bramo di salvarlo. — Egli pronunciò queste parole coll'apparente energia della sincerità, e sembrava significare: «Non posso dirvi d'esser pronto a salvarlo, s'anco egli sia reo, ma pur non dicendolo, il farò.»

L'Imperatrice prese un contegno meno freddo, e movendo un passo verso lui: — Cavaliere, gli disse, non vi chiediamo promessa maggiore di quella che fate, e l'espressione che ponete nel farla ci rassicura.

— Da voi pende il concedermi l'accesso al carcere d'Eriberto, soggiunse Rafaella. Deh, appagatemi in ciò!

Villigiso esultò d'udirsi da lei pregato con sì supplichevole accento, e disse che, sebbene tali visite fossero vietate a tutti i congiunti de' rei, avrebbe provveduto perchè fosse soddisfatta. Beatrice lo congedò con quelle parole di benignità che più sarebbero state atte con ogni altro ad eccitare un'ambizione generosa; ma nell'ipocrita prevaleano troppo i rei affetti ond'era viziata quell'anima.

La prima volta che Rafaella tornò a visitare Eriberto era accompagnata da Guglielmo. Nol trovarono più nel carcere salubre, ove stava dianzi, ma in orrendo sotterraneo, ove appena dall'alto penetrava debole raggio di luce, e ove l'umidità era tale che le pareti gocciolavano. Il custode disse essergli stato imposto questo mutamento, nè saperne il perchè.

Eriberto l'attribuiva ad artifizio de' giudici, per accrescerne le angosce, e così indurlo a mercare la salute con supposte rivelazioni. Nel luogo di prima egli avea il conforto di vedere in lontananza dai cancelli l'amico Ottolino; d'udire il suo canto e di scambiarequalche cenno o parola con lui. Qui invece la solitudine era piena. Oh quanto orrenda parve anco a Rafaella, e per compassione di lui, e perch'era a lei pur sì dolce il vedere dai cancelli Ottolino e udire la sua voce!

L'intenzione supposta da Eriberto ne' suoi tormentatori non era la vera cagione del traslocamento. Villigiso voleva operare nuovo terrore in Rafaella, e così farle sentire maggiore bisogno di sè. Ella intese l'arte furbesca; e però tornata dall'Imperatrice proruppe in dirottissimo pianto, scongiurandola di salvare il fratello, la cui sorte vedeva oggimai disperata. Beatrice pianse con lei, e fremette d'aver meno potere sopra l'animo dell'Imperatore, che scellerati simili a Villigiso. Allora Rafaella, nell'impeto del suo dolore, manifestò all'Imperatrice le sue angosce eziandio per Ottolino.

— Oh mia diletta, sclamò Beatrice, stringendola fra le sue braccia. Che mai mi rivelarono quel tuo sguardo e quella tua voce affannosa! Tu ami Ottolino? oh doppia sventura!

— Non oso negarvelo, ripigliò Rafaella, singhiozzando e nascondendo il suo volto nel seno di lei: ma oh me infelice! me infelice!

— No, Rafaella! sclamò l'Imperatrice vivamente commossa. Avrò io assunto indarno di fare la tua felicità? Tu non osavi di supplicare se non per la vita del fratello; ma la sua e quella di Ottolino debbono esser salve. Chiederò a Federigo questa grazia con tale e tanta insistenza, che la strapperò a viva forza dal suo cuore. Domattina partiremo per Bologna.

La partenza fu decisa. L'Abate di Staffarda l'approvò; e Villigiso udì, il giorno appresso, con istupore, che Beatrice e Rafaella non erano più in Pavia.


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