CAPO VIII.Ottolino.

CAPO VIII.Ottolino.Poco mancò che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per sempre. Imperocchè Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne furibondo e mosse ogni pietra, acciocchè ambidue venissero tosto sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore.Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigliò, quindi rispose:— Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei più chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate m'informerò della loro condotta dai giudici, e dove sarà possibile userò loro clemenza.Il giorno appresso come Beatrice tornò a parlargli d'Eriberto e d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello diGramborgo in Isvevia. — Più di questo, soggiunse, non mi è sembrato di poter fare senza iattura della giustizia.Questa fera notizia lacerò il cuore di Rafaella, se non che il sapere assicurata la vita de' suoi diletti, la confortò pure a nuove speranze. Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorchè dopo non molti giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale tentò di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto della pugna, per fuggire! Più tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato degli avventurati, bensì Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore. Ottolino si ritirò finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal capitano con amore.La rocca veniva assediata ogni giorno più strettamente da Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino, in parecchie sortite, ebbe opportunità di mostrare non minore prodezza che senno; talchè traeva talvolta sè ed i compagni da pericolose insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppiù vivo, fervido, immaginoso.Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo, rendeasi nondimeno notevole peruna vita dignitosa, pia e cristiana. Per che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che durò ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio i suoi detti e i suoi fatti.I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a cagione della stima che spandeasi dalle sue virtù. I trovadori li imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; nè guari andò che le sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari. E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando Guelfo sclamava: — Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato così!Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato nell'Italia settentrionale; e benchè vedesse quanto il terrore tenea mute le città vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in altre città. Nondimeno l'assedio progredì tant'oltre, che Turisendo trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima prova, e mandò segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza ed a Tortona. A quest'ultima andò Ottolino; e se quelle genti fossero state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere obbligato acedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacchè i soggiogati prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; sì che giunse il giorno in cui Turisendo consentì a capitolare.Il suo nome era sì formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione nell'ultimo mercoledì del carnevale. Onde seguì quel ridicolo accordo, che il Patriarca accettò per riacquistare la sua libertà: e fu di pagare ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro, figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse ogni anno la testa nel giorno del giovedì grasso sulla pubblica piazza; il qual uso durò sino al cadere della repubblica.Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacchè niuno osava d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio di lui; tuttavia egli non consentì che diroccassero altro che le mura.Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo Milanese il quale gridava: — Apprestatevialla difesa, o alla fuga. Tutta Pavia corre a questa volta, a sterminarvi! — Il tristo nuncio fu condotto innanzi ai magistrati, e riferì loro d'essere uscito di Pavia nel medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; sì che la città s'empiè di spavento e di grida miserande.Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la turba nemica, e gridò all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura, gli altri ad assestarvi i mangani. Già una volta questo infelice popolo avea veduta rasa al suolo la sua città, nè volgevano più che sette anni dacchè i Milanesi l'avevano rifatta più bella di prima. E que' dolci focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi sclamare: — Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera città!I più bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi dì avanti, altre città l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici assaliti da più punti, non avrebbero avute forze per distruggerla. Ottolino fu consultato, e rispose: — Poniamoci in sulle difese, e se l'intento de' nemici è di sterminare la città, moriamo prima che cedere. — Le parole corsero per tutto il popolo, e questi gridò: — Sì! sì! — Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere d'imprecazioni e di minaccie fu il massimosforzo che fece il popolo. Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e l'abbassamento delle torri, i più avvisarono doversi cedere, piuttosto che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non saccheggerebbero, nè diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta. Senonchè i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbedì. Antico odio ed avidità li spinse immantinente al saccheggio. Indi il fuoco venne appiccato in varie parti della città; e gli oppressi pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia empì di strage le rovine, nè una casa fu salvata. I vinti errando desolati per le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro patria, diceano: — Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti rialzava dalla polvere, ora non è più.Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella, prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde ingombra è la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicità per lui.Dopo lungo cammino annottò, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di colà lieti viva e suoni di strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto in cucina, perchè s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre dello sposo gl'imbandìuna fetta di polenta di miglio ed un bicchier d'acqua, giacchè il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze. Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed ove il cavallo di lui era già allogato in un angolo, accanto alla vacca ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stupì vedendo la pienissima gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa: — E' pare, disse Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno è desolata, siano state più miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia.— Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte anche noi; e Dio sa come andrà in avvenire! ma finchè ci è dei giovani sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli.— Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco là quella poveraccia di Maria (accennando la sposa): è tutto ciò che avanza della mia casa. Suo padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ciò dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La moglie, di buona memoria, perì nelle fiamme; e non la ricordo senza lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, lestrapparono dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo misericordia a tutti, uccisori ed uccisi.Il Signore diede, il Signore tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!— Sia benedetto! sclamò Ottolino. Il Signore è mirabile in ogni cosa e più nell'animosa pazienza che dà ai buoni infelici. Ma forse perchè io sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e quella pazienza che mi resta è senza gioia!— Non la mia! non la mia! gridò il vecchio, asciugandosi gli occhi. — Ed alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano che a lui restava, l'impalmò e disse. — Tu dimentichi il nonno, figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori! soffiate in quelle pive, che se non c'è vino, beveremo acqua; e coraggio! — Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi schiamazzi di risa seguirono, sicchè Ottolino per simpatia diessi a ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea più forte di Ottolino, e stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non potea terminare. Ottolino non capiva perchè costei ridesse così cordialmente, nè che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora più sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso.Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici annidella puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno più stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con questo or con quel piede la terra, e così, senza accorgersene postisi in moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E così si sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero accorti che gli sposi non erano più nella stalla; sgombrò così la lieta brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un bicchier d'acqua, andò a dormire sopra il fenile.La mattina congedossi da' buoni ospiti, e durò fatica a far loro accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povertà; e nondimeno tutti v'erano sì gioviali, sì discreti ne' loro desiderii, sì poco solleciti dell'avvenire! Non è questa la vera saviezza? Piangere un momento sotto i più aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia, finchè gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e più particolarmente a coloro che molto patirono? Questa sì è vera saviezza; ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato.Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a sè stesso di voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma è più agevole dire — Voglio esser savio — che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un tratto; è opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finchè non è mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ciò sono gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possonosoffrire in pace le sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e ribelle, mentre essa è alla corte del Principe, contro cui strinsi le armi! oh questa sì che è sventura importabile. E saperle vicino il perfido barone di Mozzatorre, che già una volta ardia di rapirla, che non cesserà d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ciò che mi debba fare di quest'inutile vita che or sì mi pesa, ma che ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a quella! — Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle.Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta udì il suono d'una campana, e ricordò la foresta di Staffarda e la campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e tutte le dolcezza d'un'età di speranze carissime, niuna delle quali s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua vita e ritornare a quell'età! Come le soavi reminiscenze attristano ed incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non è altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni!Seguì il suono della campana e giunse ad un monistero. — Qui mentre le città cadono, è vera pace! gridò. Benedetto chi seppe apprezzarla fin dalla gioventù! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e dividere santamente il proprio pane con essi!Gli parea che il rinunciare quivi, nonchè a tutte le umane fortune, ma perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da lui. Entrò nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario, gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii. — Qual frutto coglie l'uomo quaggiù dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le città sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquità e la perfidia trionfano, non è egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre giustizia nel mondo non può trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti assalga, anzichè aumentare il numero delle vittime assumendone vana difesa. Dove la società umana è tutta disordine e violenza, e gli sforzi de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non può essere chiamato codardia, ma pietà e saviezza. Chi cammina fra giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a vicenda le piaghe, non è egli pio se si ritrae per almeno non calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande invincibili di masnadieri, è egli vigliacco se retrocede?Tali erano gli sfoghi, onde Ottolino apriva al monaco il suo animo esacerbato. Egli narravagli confidentemente la sua storia e godea di parlare del santo Guglielmo, e degli altri religiosi di Staffarda, e del suo dolce compagno di studii giovanili, Eriberto, e di Rafaella, da cui oggimai dividealo intervallo non valicabile. — Oh avess'io prestato fede, dicea, quandomi si pingeano i mali del mondo e mi si consigliava di non volerli provare! Sfrenata voglia d'applausi mi faceva anelare alle battaglie: ed ahi! io son colui che versai nell'anima d'Eriberto la mia frenesia. Egli più mite, più religioso di me, si sarebbe certamente consacrato agli altari; ed oggi i suoi parenti lo vedrebbero venire dal chiostro vicino a confortarli nelle pene della loro vecchiaia, e benedirebbero lieti Iddio con esso lui. Struggonsi invece nel dolore, orbi del caro figlio! ed egli langue in carcere lontano! e forse non mirerà più mai il sole; e se un dì pur riede tra i viventi e muove al paese nativo, egli piangerà inconsolabile sulla tomba de' genitori, morti d'affanno per cagion sua! Ah, la mia mente non era, no, di essere cagione di tali calamità. Ma se ne fui cagione per baldanza e per sete di vanagloria, adulandomi e chiamando puri i miei voleri, son io perciò meno reo? Quante volte mio padre, uso ai perigli della guerra ed invaghito di essi pur confessavami tristamente di non essere senza rimorsi e di non aver mai conosciuto a che fossero giovate al mondo le stragi, a cui avea dovuto por mano. Egli esultava talora del guerriero spirito che in me sorgea; eppure ad un tempo sospirava e diceami: — Tu sarai felice! — Egli m'avea fatto dirozzare l'intelletto più che non era dirozzato il suo; non era quindi io in obbligo di giudicare più rettamente di lui e d'abborrire quel mestiere di fratricida? Oh mio Dio! illuminami e non imputare a mio padre gli errori miei, ed insegnami a ripararli, affinchè il suo intento, ch'era di farmi servo a te fedele, sia coronato, ed ei n'abbia eterno premio da te! —Il solitario, che prudente uomo era quanto benigno, e a cui non era quella la prima volta che gl'incontrasserosimili cose, ascoltava il giovine con paterno affetto e si studiava di penetrare colla mente nei misteri di quell'anima tumultuante. Come Ottolino ebbe compito il suo racconto, il monaco così prese a parlargli: — Figliuolo, la tua cordiale confidenza mi commuove, più che non pensi. La parte che avesti alle guerre ond'Italia è devastata, non è grande, stante i verdi tuoi anni; ma basta a turbare una coscienza dignitosa ed onesta. Ti compiango e t'auguro pace. Nondimeno bada che pace è malagevole a rinvenirsi sulla terra. I monisteri possono darla e la danno di fatti; ma solo a quelli che vi vengono chiamati da superna ispirazione divina. Or io non retribuirei la tua schiettezza, se non ti dicessi apertamente che il tuo repentino mutamento di brame e pensieri, più che da invito del cielo, muove in te da scoramento per le incorse sciagure e da fallita speranza d'appagare un amore. Ciò non basta, o figliuolo, all'alto passo, a cui tu vorresti affidarti. La tua inesperienza non ti fa pensare all'immenso pericolo che si ha ad obbligarsi a vita angelica cogli affetti e colle forze di uomo, senza vera vocazione dall'alto. Un tal pericolo cresce poi oltremisura per chi abbia sortito dalla natura spiriti vivi ed impazienti, come in te mi rivelano il tuo sguardo e le tue parole. Le anime ardenti, avvezze ad operare, invano per melanconia o stanchezza innamoransi del riposo. Dopo alcun tempo tornano ad abborrirlo. Un bisogno più potente della ragione li concita ad agitare sè e gli altri; e allora niuna regola monastica è scudo che le francheggi. L'interna inquietudine proromperà finalmente al di fuori, e potrà traboccarle ad eccessi più indegni della misericordia di Dio, che non siano gli errori stessi de' mondani.— A tempi in cui questa barba, ora canuta, nereggiava come la tua, e questi occhi semispenti dardeggiavano come i tuoi, io prima d'invaghirmi degli altari cinsi la spada e la rotai parte ad utile, parte a danno della giustizia; ma se il danno accadeva, non era voluto da me. Nondimeno fui trascinato a colpe, o mi parvero tali; e per vergogna e rimorso mi ritrassi dal mondo. O beate le gioie dell'eremo, pure, esultanti, divine; ch'io gustai per alcun tempo! Un amico ne partecipava anche egli con me, ed egli era della mia tempra. E pareaci che il fervore della nostra mente avesse nello studio della perfezione un campo sicuro ove esercitarsi tutta la vita, senza possibilità d'errare. Questo amico — oso appena nominartelo, tant'è ora imprecato da tutti! — è il famoso Arnaldo da Brescia.— L'eresiarca! sclamò Ottolino.— Tu inorridisci, figliuolo, veggendo in me chi si dice amico suo. Odi. Ei non volgeva in mente eresie, quand'io dapprima lo conobbi. Egli era divorato da ardente bisogno di operare ed agitarsi; e questo lo disgustò ben presto dei silenzii e della quiete della contemplazione. Ei disse di voler viaggiare in traccia della sapienza; ed io che gli aveva posto molto amore e prevedeva i rischi, a cui il bollente suo spirito andava incontro, nol volli abbandonare. Passammo in varii cenobii: ma nessuno contentava il mio amico; tant'egli presumeva di sè medesimo. Visitammo il santo abbate Bernardo di Chiaravalle; e parve un istante ad Arnaldo d'essere chiamato ad imitarlo. Nondimeno il desiderio di maggior dottrina lo allontanò da lui e lo trasse a Parigi alla scuola dell'illustre Abailardo, ove pure splendeva l'ingegno di Pietro Lombardo diNovara, detto ilmaestro delle sentenze, ora vescovo di Parigi. Fra i discepoli d'Abailardo, il più studioso ed ardente era Arnaldo. Allettato dalle novità del maestro, concepì il disegno di predicare contro gli abusi che egli diceva di scorgere negli ecclesiastici, e tutta la sua vita divenne un iracondo apostolato contro la ricchezza del clero. Io mi adoperava indarno a frenare gl'impeti di quello spirito irrequieto; la smania che lo invadeva era più potente de' miei consigli.— Francia, Svizzera ed Italia lo udirono attonite bandir guerra a' prelati, ed intimare come debito degli uomini di Chiesa l'intero spogliamento d'ogni possesso. Sì gagliarda tonava la sua facondia, sì affascinante era l'esempio ch'ei dava di rigida penitenza, sì strascinante l'autorità ch'egli su molti altri monaci aveva acquistato, che non poneano in dubbio essere lui mosso da Dio; e quasichè lo scopo del Vangelo fosse più lapovertàche lacarità, calpestavano questa per imporre inesorabilmente quella. Il loro delirio era della natura di quelli, che tanto più sono perigliosi, in quanto che racchiudono qualche apparenza di vero. Senza dubbio gli abusi della ricchezza degradano il sacerdozio, e povertà che muova da carità è santa. Ma Arnaldo affogava questa parte di verità in una moltitudine di proposizioni, altre esagerate, altre erronee, altre apertamente ereticali. Io me n'avvidi e gliel dissi. Ei mi respinse dal suo seno trattandomi d'adulatore de' potenti e d'apostata. Malgrado di ciò io l'amava teneramente. E trovandomi a Roma, allorchè agli altri assunti, egli unì quello di suscitare il popolo a governo libero e ribellione dal Papa, lo scongiurai ancora con lagrimed'aprir gli occhi sul precipizio, al quale correva. Anche allora mi respinse e non volle quinci appresso nè più ascoltarmi, nè più vedermi. Fui certo allora della prossima sua ruina, nè i miei presentimenti fallirono. Dopo varii conflitti delle fazioni che eransi suscitate in Roma, Arnaldo fu sbandito e costretto a fuggire in Campania presso un Visconte. Ma Federigo Barbarossa che in quel tempo veniva in Roma per cingersi la corona imperiale, lo fece prendere e consegnare al prefetto della città. Il misero fu strangolato e bruciato, sparse le ceneri al vento. Ecco la miseranda fine dell'improvvido Arnaldo. Io lo piansi e lo piango ancora; e tengo per fermo essersi quell'uomo così perduto, perchè nato con forte inclinazione ad agitarsi, commise l'errore d'abbracciare, senza divina vocazione, lo stato monastico, nel quale l'irrequieta anima sua non seppe trovare altra palestra, se non quella in cui s'avventò.— Vedi dunque, figliuolo, che un tale stato non è da tutti: e l'errore nell'abbracciarlo, senza chiamata dal cielo, potrebbe essere irreparabile. Tu pertanto ascolta il mio consiglio: smetti per ora un tal pensiero ed aspetta da Dio più chiari indizii del suo volere sopra di te, rimanendo nondimeno presso noi in qualità di semplice ospite. La santità del luogo e la sua lontananza dai rumori del mondo ti assicureranno dalle ricerche e dalle offese de' tuoi nemici; ed io mi studierò di calmare con una santa parola le perturbazioni del travagliato tuo animo.Ottolino, convinto dalle ragioni del solitario, lo abbracciò intenerito, e rimettendosi in tutto alla sua direzione, fermò quivi il suo soggiorno.

Poco mancò che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per sempre. Imperocchè Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne furibondo e mosse ogni pietra, acciocchè ambidue venissero tosto sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore.

Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigliò, quindi rispose:

— Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei più chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate m'informerò della loro condotta dai giudici, e dove sarà possibile userò loro clemenza.

Il giorno appresso come Beatrice tornò a parlargli d'Eriberto e d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello diGramborgo in Isvevia. — Più di questo, soggiunse, non mi è sembrato di poter fare senza iattura della giustizia.

Questa fera notizia lacerò il cuore di Rafaella, se non che il sapere assicurata la vita de' suoi diletti, la confortò pure a nuove speranze. Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorchè dopo non molti giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale tentò di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto della pugna, per fuggire! Più tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato degli avventurati, bensì Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore. Ottolino si ritirò finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal capitano con amore.

La rocca veniva assediata ogni giorno più strettamente da Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino, in parecchie sortite, ebbe opportunità di mostrare non minore prodezza che senno; talchè traeva talvolta sè ed i compagni da pericolose insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppiù vivo, fervido, immaginoso.

Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo, rendeasi nondimeno notevole peruna vita dignitosa, pia e cristiana. Per che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che durò ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio i suoi detti e i suoi fatti.

I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a cagione della stima che spandeasi dalle sue virtù. I trovadori li imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; nè guari andò che le sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari. E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando Guelfo sclamava: — Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato così!

Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato nell'Italia settentrionale; e benchè vedesse quanto il terrore tenea mute le città vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in altre città. Nondimeno l'assedio progredì tant'oltre, che Turisendo trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima prova, e mandò segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza ed a Tortona. A quest'ultima andò Ottolino; e se quelle genti fossero state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere obbligato acedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacchè i soggiogati prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; sì che giunse il giorno in cui Turisendo consentì a capitolare.

Il suo nome era sì formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione nell'ultimo mercoledì del carnevale. Onde seguì quel ridicolo accordo, che il Patriarca accettò per riacquistare la sua libertà: e fu di pagare ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro, figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse ogni anno la testa nel giorno del giovedì grasso sulla pubblica piazza; il qual uso durò sino al cadere della repubblica.

Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacchè niuno osava d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio di lui; tuttavia egli non consentì che diroccassero altro che le mura.

Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo Milanese il quale gridava: — Apprestatevialla difesa, o alla fuga. Tutta Pavia corre a questa volta, a sterminarvi! — Il tristo nuncio fu condotto innanzi ai magistrati, e riferì loro d'essere uscito di Pavia nel medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; sì che la città s'empiè di spavento e di grida miserande.

Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la turba nemica, e gridò all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura, gli altri ad assestarvi i mangani. Già una volta questo infelice popolo avea veduta rasa al suolo la sua città, nè volgevano più che sette anni dacchè i Milanesi l'avevano rifatta più bella di prima. E que' dolci focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi sclamare: — Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera città!

I più bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi dì avanti, altre città l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici assaliti da più punti, non avrebbero avute forze per distruggerla. Ottolino fu consultato, e rispose: — Poniamoci in sulle difese, e se l'intento de' nemici è di sterminare la città, moriamo prima che cedere. — Le parole corsero per tutto il popolo, e questi gridò: — Sì! sì! — Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere d'imprecazioni e di minaccie fu il massimosforzo che fece il popolo. Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e l'abbassamento delle torri, i più avvisarono doversi cedere, piuttosto che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non saccheggerebbero, nè diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta. Senonchè i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbedì. Antico odio ed avidità li spinse immantinente al saccheggio. Indi il fuoco venne appiccato in varie parti della città; e gli oppressi pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia empì di strage le rovine, nè una casa fu salvata. I vinti errando desolati per le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro patria, diceano: — Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti rialzava dalla polvere, ora non è più.

Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella, prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde ingombra è la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicità per lui.

Dopo lungo cammino annottò, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di colà lieti viva e suoni di strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto in cucina, perchè s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre dello sposo gl'imbandìuna fetta di polenta di miglio ed un bicchier d'acqua, giacchè il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze. Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed ove il cavallo di lui era già allogato in un angolo, accanto alla vacca ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stupì vedendo la pienissima gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa: — E' pare, disse Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno è desolata, siano state più miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia.

— Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte anche noi; e Dio sa come andrà in avvenire! ma finchè ci è dei giovani sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli.

— Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco là quella poveraccia di Maria (accennando la sposa): è tutto ciò che avanza della mia casa. Suo padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ciò dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La moglie, di buona memoria, perì nelle fiamme; e non la ricordo senza lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, lestrapparono dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo misericordia a tutti, uccisori ed uccisi.Il Signore diede, il Signore tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!

— Sia benedetto! sclamò Ottolino. Il Signore è mirabile in ogni cosa e più nell'animosa pazienza che dà ai buoni infelici. Ma forse perchè io sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e quella pazienza che mi resta è senza gioia!

— Non la mia! non la mia! gridò il vecchio, asciugandosi gli occhi. — Ed alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano che a lui restava, l'impalmò e disse. — Tu dimentichi il nonno, figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori! soffiate in quelle pive, che se non c'è vino, beveremo acqua; e coraggio! — Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi schiamazzi di risa seguirono, sicchè Ottolino per simpatia diessi a ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea più forte di Ottolino, e stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non potea terminare. Ottolino non capiva perchè costei ridesse così cordialmente, nè che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora più sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso.

Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici annidella puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno più stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con questo or con quel piede la terra, e così, senza accorgersene postisi in moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E così si sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero accorti che gli sposi non erano più nella stalla; sgombrò così la lieta brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un bicchier d'acqua, andò a dormire sopra il fenile.

La mattina congedossi da' buoni ospiti, e durò fatica a far loro accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povertà; e nondimeno tutti v'erano sì gioviali, sì discreti ne' loro desiderii, sì poco solleciti dell'avvenire! Non è questa la vera saviezza? Piangere un momento sotto i più aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia, finchè gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e più particolarmente a coloro che molto patirono? Questa sì è vera saviezza; ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato.

Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a sè stesso di voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma è più agevole dire — Voglio esser savio — che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un tratto; è opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finchè non è mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ciò sono gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possonosoffrire in pace le sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e ribelle, mentre essa è alla corte del Principe, contro cui strinsi le armi! oh questa sì che è sventura importabile. E saperle vicino il perfido barone di Mozzatorre, che già una volta ardia di rapirla, che non cesserà d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ciò che mi debba fare di quest'inutile vita che or sì mi pesa, ma che ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a quella! — Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle.

Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta udì il suono d'una campana, e ricordò la foresta di Staffarda e la campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e tutte le dolcezza d'un'età di speranze carissime, niuna delle quali s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua vita e ritornare a quell'età! Come le soavi reminiscenze attristano ed incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non è altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni!

Seguì il suono della campana e giunse ad un monistero. — Qui mentre le città cadono, è vera pace! gridò. Benedetto chi seppe apprezzarla fin dalla gioventù! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e dividere santamente il proprio pane con essi!

Gli parea che il rinunciare quivi, nonchè a tutte le umane fortune, ma perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da lui. Entrò nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario, gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii. — Qual frutto coglie l'uomo quaggiù dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le città sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquità e la perfidia trionfano, non è egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre giustizia nel mondo non può trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti assalga, anzichè aumentare il numero delle vittime assumendone vana difesa. Dove la società umana è tutta disordine e violenza, e gli sforzi de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non può essere chiamato codardia, ma pietà e saviezza. Chi cammina fra giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a vicenda le piaghe, non è egli pio se si ritrae per almeno non calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande invincibili di masnadieri, è egli vigliacco se retrocede?

Tali erano gli sfoghi, onde Ottolino apriva al monaco il suo animo esacerbato. Egli narravagli confidentemente la sua storia e godea di parlare del santo Guglielmo, e degli altri religiosi di Staffarda, e del suo dolce compagno di studii giovanili, Eriberto, e di Rafaella, da cui oggimai dividealo intervallo non valicabile. — Oh avess'io prestato fede, dicea, quandomi si pingeano i mali del mondo e mi si consigliava di non volerli provare! Sfrenata voglia d'applausi mi faceva anelare alle battaglie: ed ahi! io son colui che versai nell'anima d'Eriberto la mia frenesia. Egli più mite, più religioso di me, si sarebbe certamente consacrato agli altari; ed oggi i suoi parenti lo vedrebbero venire dal chiostro vicino a confortarli nelle pene della loro vecchiaia, e benedirebbero lieti Iddio con esso lui. Struggonsi invece nel dolore, orbi del caro figlio! ed egli langue in carcere lontano! e forse non mirerà più mai il sole; e se un dì pur riede tra i viventi e muove al paese nativo, egli piangerà inconsolabile sulla tomba de' genitori, morti d'affanno per cagion sua! Ah, la mia mente non era, no, di essere cagione di tali calamità. Ma se ne fui cagione per baldanza e per sete di vanagloria, adulandomi e chiamando puri i miei voleri, son io perciò meno reo? Quante volte mio padre, uso ai perigli della guerra ed invaghito di essi pur confessavami tristamente di non essere senza rimorsi e di non aver mai conosciuto a che fossero giovate al mondo le stragi, a cui avea dovuto por mano. Egli esultava talora del guerriero spirito che in me sorgea; eppure ad un tempo sospirava e diceami: — Tu sarai felice! — Egli m'avea fatto dirozzare l'intelletto più che non era dirozzato il suo; non era quindi io in obbligo di giudicare più rettamente di lui e d'abborrire quel mestiere di fratricida? Oh mio Dio! illuminami e non imputare a mio padre gli errori miei, ed insegnami a ripararli, affinchè il suo intento, ch'era di farmi servo a te fedele, sia coronato, ed ei n'abbia eterno premio da te! —

Il solitario, che prudente uomo era quanto benigno, e a cui non era quella la prima volta che gl'incontrasserosimili cose, ascoltava il giovine con paterno affetto e si studiava di penetrare colla mente nei misteri di quell'anima tumultuante. Come Ottolino ebbe compito il suo racconto, il monaco così prese a parlargli: — Figliuolo, la tua cordiale confidenza mi commuove, più che non pensi. La parte che avesti alle guerre ond'Italia è devastata, non è grande, stante i verdi tuoi anni; ma basta a turbare una coscienza dignitosa ed onesta. Ti compiango e t'auguro pace. Nondimeno bada che pace è malagevole a rinvenirsi sulla terra. I monisteri possono darla e la danno di fatti; ma solo a quelli che vi vengono chiamati da superna ispirazione divina. Or io non retribuirei la tua schiettezza, se non ti dicessi apertamente che il tuo repentino mutamento di brame e pensieri, più che da invito del cielo, muove in te da scoramento per le incorse sciagure e da fallita speranza d'appagare un amore. Ciò non basta, o figliuolo, all'alto passo, a cui tu vorresti affidarti. La tua inesperienza non ti fa pensare all'immenso pericolo che si ha ad obbligarsi a vita angelica cogli affetti e colle forze di uomo, senza vera vocazione dall'alto. Un tal pericolo cresce poi oltremisura per chi abbia sortito dalla natura spiriti vivi ed impazienti, come in te mi rivelano il tuo sguardo e le tue parole. Le anime ardenti, avvezze ad operare, invano per melanconia o stanchezza innamoransi del riposo. Dopo alcun tempo tornano ad abborrirlo. Un bisogno più potente della ragione li concita ad agitare sè e gli altri; e allora niuna regola monastica è scudo che le francheggi. L'interna inquietudine proromperà finalmente al di fuori, e potrà traboccarle ad eccessi più indegni della misericordia di Dio, che non siano gli errori stessi de' mondani.

— A tempi in cui questa barba, ora canuta, nereggiava come la tua, e questi occhi semispenti dardeggiavano come i tuoi, io prima d'invaghirmi degli altari cinsi la spada e la rotai parte ad utile, parte a danno della giustizia; ma se il danno accadeva, non era voluto da me. Nondimeno fui trascinato a colpe, o mi parvero tali; e per vergogna e rimorso mi ritrassi dal mondo. O beate le gioie dell'eremo, pure, esultanti, divine; ch'io gustai per alcun tempo! Un amico ne partecipava anche egli con me, ed egli era della mia tempra. E pareaci che il fervore della nostra mente avesse nello studio della perfezione un campo sicuro ove esercitarsi tutta la vita, senza possibilità d'errare. Questo amico — oso appena nominartelo, tant'è ora imprecato da tutti! — è il famoso Arnaldo da Brescia.

— L'eresiarca! sclamò Ottolino.

— Tu inorridisci, figliuolo, veggendo in me chi si dice amico suo. Odi. Ei non volgeva in mente eresie, quand'io dapprima lo conobbi. Egli era divorato da ardente bisogno di operare ed agitarsi; e questo lo disgustò ben presto dei silenzii e della quiete della contemplazione. Ei disse di voler viaggiare in traccia della sapienza; ed io che gli aveva posto molto amore e prevedeva i rischi, a cui il bollente suo spirito andava incontro, nol volli abbandonare. Passammo in varii cenobii: ma nessuno contentava il mio amico; tant'egli presumeva di sè medesimo. Visitammo il santo abbate Bernardo di Chiaravalle; e parve un istante ad Arnaldo d'essere chiamato ad imitarlo. Nondimeno il desiderio di maggior dottrina lo allontanò da lui e lo trasse a Parigi alla scuola dell'illustre Abailardo, ove pure splendeva l'ingegno di Pietro Lombardo diNovara, detto ilmaestro delle sentenze, ora vescovo di Parigi. Fra i discepoli d'Abailardo, il più studioso ed ardente era Arnaldo. Allettato dalle novità del maestro, concepì il disegno di predicare contro gli abusi che egli diceva di scorgere negli ecclesiastici, e tutta la sua vita divenne un iracondo apostolato contro la ricchezza del clero. Io mi adoperava indarno a frenare gl'impeti di quello spirito irrequieto; la smania che lo invadeva era più potente de' miei consigli.

— Francia, Svizzera ed Italia lo udirono attonite bandir guerra a' prelati, ed intimare come debito degli uomini di Chiesa l'intero spogliamento d'ogni possesso. Sì gagliarda tonava la sua facondia, sì affascinante era l'esempio ch'ei dava di rigida penitenza, sì strascinante l'autorità ch'egli su molti altri monaci aveva acquistato, che non poneano in dubbio essere lui mosso da Dio; e quasichè lo scopo del Vangelo fosse più lapovertàche lacarità, calpestavano questa per imporre inesorabilmente quella. Il loro delirio era della natura di quelli, che tanto più sono perigliosi, in quanto che racchiudono qualche apparenza di vero. Senza dubbio gli abusi della ricchezza degradano il sacerdozio, e povertà che muova da carità è santa. Ma Arnaldo affogava questa parte di verità in una moltitudine di proposizioni, altre esagerate, altre erronee, altre apertamente ereticali. Io me n'avvidi e gliel dissi. Ei mi respinse dal suo seno trattandomi d'adulatore de' potenti e d'apostata. Malgrado di ciò io l'amava teneramente. E trovandomi a Roma, allorchè agli altri assunti, egli unì quello di suscitare il popolo a governo libero e ribellione dal Papa, lo scongiurai ancora con lagrimed'aprir gli occhi sul precipizio, al quale correva. Anche allora mi respinse e non volle quinci appresso nè più ascoltarmi, nè più vedermi. Fui certo allora della prossima sua ruina, nè i miei presentimenti fallirono. Dopo varii conflitti delle fazioni che eransi suscitate in Roma, Arnaldo fu sbandito e costretto a fuggire in Campania presso un Visconte. Ma Federigo Barbarossa che in quel tempo veniva in Roma per cingersi la corona imperiale, lo fece prendere e consegnare al prefetto della città. Il misero fu strangolato e bruciato, sparse le ceneri al vento. Ecco la miseranda fine dell'improvvido Arnaldo. Io lo piansi e lo piango ancora; e tengo per fermo essersi quell'uomo così perduto, perchè nato con forte inclinazione ad agitarsi, commise l'errore d'abbracciare, senza divina vocazione, lo stato monastico, nel quale l'irrequieta anima sua non seppe trovare altra palestra, se non quella in cui s'avventò.

— Vedi dunque, figliuolo, che un tale stato non è da tutti: e l'errore nell'abbracciarlo, senza chiamata dal cielo, potrebbe essere irreparabile. Tu pertanto ascolta il mio consiglio: smetti per ora un tal pensiero ed aspetta da Dio più chiari indizii del suo volere sopra di te, rimanendo nondimeno presso noi in qualità di semplice ospite. La santità del luogo e la sua lontananza dai rumori del mondo ti assicureranno dalle ricerche e dalle offese de' tuoi nemici; ed io mi studierò di calmare con una santa parola le perturbazioni del travagliato tuo animo.

Ottolino, convinto dalle ragioni del solitario, lo abbracciò intenerito, e rimettendosi in tutto alla sua direzione, fermò quivi il suo soggiorno.


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