Capitolo XII.La Sfinge regale.

—E neanche un vicerè, se i re si rimangiano la parola e la firma;—soggiunse l’Adelantado.—Povero fratello! Io non ho la sua dottrina, nè vedo in certe cose più in là d’una spanna. Egli pensa all’onor suo e del suo nome, e combatte. Io, al posto suo, avrei già mandato tutti e ogni cosa all’inferno. Aver scoperto un mondo nuovo, non è gloria bastante? Si va magari a piantar cavoli, come fece Diocleziano, dopo aver governato l’antico.

—Che non meritava neanche questa scesa di testa;—aggiunse il capitano, spremendo il sugo di tutta la filosofia che aveva imparata nello Studio pavese.

Ma sì; che ubbìa era quella del signor Almirante, di voler essere ricompensato de’ suoi servigi? di voler mantenuti i suoi titoli, i suoi diritti, i suoi privilegi? Una bella ingratitudine patita esalta l’eroe, più d’un premio ottenuto. Ma forse egli voleva ben ribadire la ingratitudine di Ferdinando il Cattolico alla gogna della posterità. Nel qual caso, bisogna credere ch’egli avesse ragione, più del fratello don Bartolomeo, del capitano Fiesco e di noi.

Il capitano era giunto alle coste di Spagna meglio in arnese delle altre volte. Potè dunque farsi bello di qualche eleganza, tanto da far dire all’Adelantado: “voi volete, conte Fiesco, dar nell’occhio a Germana di Foix„. Rideva il capitano alla celia, ma rideva stentato, pensando ad una visita che faceva di mala voglia. Rideva ancora, rideva giallo, andando la mattina seguente al palazzo reale; rise verde senz’altro, quando, già sicuro di esser rimandato ad altra ora, magari ad un altro giorno, si sentì dire dal gentiluomo di camera:

—Sua Altezza il re vi aspetta, signor conte di Lavagna. Voglia Vostra Eccellenza passare.—

Eccellenza, niente di meno! E infatti, non era egli un conte di Lavagna? e non aveva titolo di Eccellenza l’illustre Gian Aloise? Bartolomeo Fiesco non era neanche a Genova, dove la maggiore autorità del cugino potesse fargli ombra colla sua luce; era in Ispagna, dove la gran luce dell’eccelso parente poteva benissimo riverberarsi da lontano su lui. Accettò dunque l’“eccellenza„, e passò.

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Ferdinando d’Aragona non era stato in sua gioventù nè bello nè brutto. Di carnagione più giallo che bianco; larghe le guance ed angusta la fronte; lungo il naso e breve lo spazio tra il naso e il labbro superiore; ombreggiato questo da due baffettini tagliati corti sulla tumida bocca; tondo il mento e piuttosto prominente; gli occhi grossi e sgusciati, donde aveva un’aria un po’ sciocca; queste le note principali del viso, e non tali da offrirvi una immagine di Apollo. Ma la gioventù, quando c’era, attenuava i difetti; una folta capigliatura nera, scendente fin quasi all’arco delle sopracciglia, ne scusava la poca eleganza; e il giovanotto, finalmente, era re. Gli anni, poi, avevano mutato l’aspetto di quel re, non in tutto a suo benefizio, per quanta gravità gli aggiungessero. Spariti i baffi, appariva un tantino più lungo il naso, e le labbra sporgevano più tumide. Gli occhi avevano piuttosto acquistato che perso; ma l’acquisto era di due borse nel basso delle occhiaie, e di certi pendoni sopra le palpebre, che velando quegli occhi a mezzonon li aggraziavano punto. Portava sempre lunghi i capelli fino all’altezza delle spalle; ma erano capelli grigi, e non bene ravviati; nè più dalla fronte scendevano all’arco delle sopracciglia. Ma a questo guaio rimediava il copricapo, di velluto nero, mezzo berretta e mezzo corona, che il re Ferdinando, fattosi maturo negli anni, non si levava mai nel cospetto della gente. La corona appariva sul davanti del copricapo in tutta la sua maestà; spariva presso alle tempia, sotto i capi d’una rivolta che correva tutto intorno alla testiera. Indossava una tunica lunga oltre il ginocchio, anch’essa di velluto nero, dal cui sparato, trattenuto con lacci di seta, appariva il bianco della camicia pieghettata. Una giornéa di broccato cremisino, colle rivolte di vaio, senza maniche, aperta davanti, lasciava vedere il collare di gran mastro d’Alcántara, scendente sul petto, ma senza abbondanza di catena. Era modesto, quel re, non amava sfoggiare il suo grado: mezza corona e mezza berretta; detto questo, non ci sarebbe altro da aggiungere.

Ma l’abito non fa il monaco, e Ferdinando d’Aragona sapeva ben dissimulare il suo orgoglio di re. Lo obbligavano a ciò le stesse circostanze tra cui esercitava il potere supremo. Era quello il tempo che le monarchie d’Europa si venivano formando, in mezzo a difficoltà non poche nè lievi, costretto a destreggiarsi di continuo per girare gli ostacoli, per evitare i pericoli, per domare la superbia dei grandi vassalli, per vincere le resistenze dell’alto clero, per procacciarsi il favore della piccola nobiltà, per amicarsi il popolo, appagandolo con qualche concessione,maravigliandolo con qualche esempio di giustizia. I leoni dovevano farsi volpi, secondo l’occasione; i lupi vestirsi da agnelli, senza rinunziare del tutto alla primitiva natura, e ripigliandone al buon momento le forme. Così da Ottaviano Augusto a Carlo Magno si era usato con frutto; e ognuno a suo modo imitava i grandi esemplari. Fortunati coloro che meglio a proposito sapevano applicare ai casi particolari le massime generali d’una tirannide intesa a fortificare una dinastia, e in pari tempo a formare uno stato.

Quando il conte Fiesco entrò nella sala reale, don Ferdinando andava su e giù passeggiando, senza rumore, con le sue scarpe di velluto, foderate anch’esse di vaio. All’entrare del gentiluomo genovese si volse, fece un bel gesto, atteggiò le grosse labbra ad un sorriso, fermandosi su due piedi in mezzo alla stanza.

—Conte,—diss’egli,—bisogna dunque mandarvi a cercare? Si passa in Castiglia, e non si viene a visitare il re d’Aragona?—

Era la sua regola, dopo la morte d’Isabella: aveva ripigliato il suo titolo di re d’Aragona, e voleva farlo sentire, ripetendolo in ogni incontro. Ostentazione di modestia, che non ingannava nessuno: ma gli piaceva di far così; tanto più gli piaceva, in quanto che, se avesse fatto altrimenti, gliel avrebbero apposto ad ambizione, vedendoci anche una usurpazione non tollerabile.

—Vostra Altezza mi perdoni;—rispose il conte, inchinandosi.—Il mio viaggio in Ispagna era per ragioni di traffico. Un debito di amicizia e di gratitudine mi aveva consigliatoil giro largo a Segovia; ma dovevo correre a Siviglia per certi negozi, che non volevano indugio più lungo.Genuensis, ergo mercator;—soggiunse egli sorridendo, per modo di conclusione.

—Sappiamo, sappiamo;—disse il re, accennando una scranna, ed invitandolo con gesto benigno a sedergli vicino.—E siete ritornato, e vi terremo, non è vero?

—Ahimè, mio signore, altre ragioni mi chiamano a casa. Solo la malattia del signor Almirante mi tratterrà qualche giorno. Speriamo che non sia grave tanto, da impensierire chi l’ama.—

Il re lasciò cadere a vuoto l’accenno, e diede un altro giro al discorso.

—Che novelle ci portate dall’Italia? Sapete che l’amo.

—Lo so, e da buon cittadino ne debbo esser grato a Vostra Altezza.

—Nostro zio il re Cristianissimo,—ripigliò Ferdinando,—ha buoni amici a Genova; ed io non per altro gli porto invidia, se non perchè ne possiede uno come Gian Aloise, potente signore, ma ancora più gentil cavaliere.

—E buon servitore di Vostra Altezza;—soggiunse il conte.

—Questo non sarà poi così vero come il resto;—replicò Ferdinando.—Egli non ce ne ha dato fin qui prove bastanti. Ma noi gli perdoniamo di gran cuore, ben sapendo che non si può servire a due padroni. Che gente maravigliosa, i Fieschi! Di antica stirpe reale, gran vassalli dell’Impero, hanno da principio resistito virilmente alla fortuna di Genova; attrattida lei, son riusciti a dominarla. Tutto ciò è d’anime eccelse. Le repubbliche non possono prosperare senza gran signori, che le aiutino di consiglio e di braccio: ma i gran signori, a lor volta, non possono crescere di potenza, se non col favore dei re. I Fieschi lo hanno capito. Non contenti d’aver dato tanti cardinali e due papi alla Chiesa, hanno saputo spendersi ancora in servizio dei maggiori principi della cristianità. Nostro zio Alfonso d’Aragona ebbe a Napoli in Giacomo Fiesco un ammirabile vicerè.

—Bontà di Vostra Altezza lo esalta oltre il merito.

—No, no, è pretta giustizia. Amo la giustizia, io; non istimo se non questa. E voi, conte, non vi addormentate già sugli allori degli avi?

—Io? povero a me! sono un assai piccolo uomo, e porto male un gran nome. È già molto se come marinaio ho potuto aver la fortuna di servire la vostra Corona in quattro viaggi di scoperta, sotto l’onorato comando....

—Acquistando un’esperienza preziosa di uomini e di cose;—interruppe il re, che davvero non voleva sentir finire tutti i salmi in gloria.—Non bisogna buttarla via, ricordátelo. E se amate la nostra Corona, che siete venuto a servire non tanto da marinaio, come da gentiluomo d’arrembata, perchè non tornereste a noi, e per servirci in uffici e dignità più convenienti al vostro nome? Questa Corona ha pur la sua gloria; ed anche noi abbiamo operato cose che non saranno giudicate da poco. Da noi sono stati cacciati i Mori, e restaurati da per tutto gli altari di Cristo; da noi occupato stabilmente il reame di Napoli. E qui e laggiù, dove è sempre vivala memoria del vostro nobil parente, anche voi potrete illustrarvi con leali servigi, scambio di addormentarvi negli ozi di Capua, o piuttosto, poichè vivete sulla riva del mare, a sentir cantare le Sirene.

—Non ha Sirene il mar di Liguria;—notò il capitano Fiesco, tanto per dir qualche cosa, e accompagnando con un sorriso l’osservazione discreta.

—Ma le portate con voi, non è vero?—disse il re, sorridendo a sua volta.—Certi paggetti, o mozzi che voglian parere.... Non dite di no, perchè i re sono costretti a sapere ogni cosa. E vi ci ho colto, colla soffoggiata sotto il mantello!—seguitò, ridendo ancora.—Ma badate, conte mio; quando si possiede un tesoro, non si porta attorno, nè così in vista, che tutti lo riconoscano.—

Il capitano Fiesco era stato colpito in pieno petto da quella bottata improvvisa del suo interlocutore; ed anche aveva dovuto faticar molto dentro di sè, per non dar segno d’averla ricevuta così profonda. Guardava frattanto il re, cercando di scoprire nel volto di lui l’intenzione riposta, che lo aveva fatto parlare in quel modo. Il re sorrideva; forse non mirava ad altro che a fargli sentire come fosse bene informato. Il migliore, e lì per lì anche l’unico partito da prendere, era quello di volgere la cosa in celia, accettando la lezione del regale maestro.

—Mio buon signore,—diss’egli, annaspando un pochino,—necessità di viaggio. Le dame sono come gli eserciti, che non si muovono da un luogo senza una quantità sterminata d’impicci. Ed io, dovendo fare una corsa di pochigiorni, da marito prudente, o che pensava di essere tale....

—Sì, sì, capisco;—disse di rimando il re, non lasciandogli finire la frase;—ma voi metterete me negli impicci. Dio guardi, se viene a saperlo il Sant’Uffizio, che non ammette i tramutamenti da sesso a sesso!

—Provvederò;—rispose il Fiesco, fremendo.—Non dubiti Vostra Altezza, provvederò fin d’oggi.

—Eh, non dico per questo;—si degnò di rispondere il re.—Al mondo ci siamo per fortuna anche noi, e dove non sia offesa volontaria ai precetti della nostra santa religione, la nostra autorità passa innanzi a tutte le altre, e in ogni caso può corregger anche gli effetti di uno zelo frettoloso. Voglio dire piuttosto che se la contessa del Fiesco ha da splendere come un bel fiore d’Italia alla Corte di Spagna, non sarà bene che sia stata veduta prima in maschera, e fuor di stagione. Voglio avervi, infatti; voglio avervi ad ogni costo. Il giorno che avrò un conte di Lavagna al mio servizio, mi stimerò forte in arcione come mio zio il re Cristianissimo.—

Al capitano Fiesco ritornava il fiato in corpo. Ma la paura era stata grossa. E perchè non voleva incominciare allora a tremare, egli che non si era mai sbigottito di nulla, giurò a sè stesso di non aver più paura, e di dar passata a tutte le funebri celie di quell’uomo, che sicuramente voleva pigliarsi spasso di lui. Anche quella ubbía d’averlo a’ suoi servigi, si poteva prenderla per buona moneta? Rispondeva per verità ad un pronostico dell’Adelantado; madon Bartolomeo Colombo non era poi un profeta, e il casuale incontro di due chiacchiere non voleva già dire che egli, Bartolomeo Fiesco, si dovesse stimare di quel buon legno, tagliato in luna vecchia, di cui si fanno gli uomini di Stato in tutti i paesi del mondo civile.

—Vostra Altezza,—rispose allora,—si fa una troppo buona opinione di me. Ma io sento la mia pochezza, e, per tradurre una frase di poeta latino, quanto possano e quanto non possano portar le mie spalle.—

Ferdinando stava per ribattere quell’eccesso di modestia; quando l’uscio si aperse, e il gentiluomo di camera apparve nel vano.

—Avanti, Noguera;—diss’egli.—Che avete di nuovo?

—Servizio del re;—rispose il Noguera, inoltrandosi rispettosamente, e presentando una lettera.

—Permettete;—disse allora Ferdinando, volgendosi al Fiesco, mentre si disponeva a rompere il suggello.

Il capitano Fiesco rispose con un profondo inchino. Ferdinando lesse la lettera, la rilesse, aggrottando le ciglia; indi ripose il foglio sulla tavola accanto a cui stava seduto, e disse, congedando il gentiluomo di camera:

—Sta bene, provvederemo. Voi dunque,—ripigliò, volgendosi ancora al Fiesco, appena quell’altro fu uscito dalla stanza,—non volete venire al servizio d’Aragona? Siete dunque coi miei nemici?

—Mio signore, perchè mi dite voi ciò?—rispose il Fiesco, maravigliato.—E perdoni Vostra Altezza, se ardisco interrogare: ma è cosìnuovo e così immeritato il rimprovero, che io sento il bisogno di chiederne il perchè.

—Il perchè non è difficile a dirsi;—replicò Ferdinando.—Lo sapete, il proverbio? Chi non è con me vuol esser contro di me. Ho bisogno d’avervi al mio servizio, e voi ricusate; dunque.... cavatene voi la conseguenza, signor conte di Lavagna.—

Il capitano Fiesco rimase un istante silenzioso, non per cavare la conseguenza accennata dal re, ma per pesare il pro ed il contro di un disegno che gli era venuto alla mente.

—Mio signore,—incominciò egli, dopo quell’istante di pausa,—quando un gentiluomo prende servizio, non impegna altrimenti la sua libertà che a certi patti, offerti a lui dal padrone, o da questo accettati. Vostra Altezza non mi offre patti; potrei osar io di proporne?

—Osate, ve lo permetto; ve ne faccio preghiera. Non sono io stato sincero con voi? Voglio un conte di Lavagna, vi ho detto, un conte di Lavagna, come lo ha il mio buon zio Cristianissimo, e che tutto s’adoperi per i miei interessi; onorati interessi, che sono pure quelli di un gran regno. Osate dunque, siate sincero con me, parlate liberamente.

—Ebbene, mio signore;—disse il Fiesco animandosi;—perchè io, libero, e desideroso di quiete nel mio castello di Gioiosa Guardia, mi acconciassi a prender servizio presso il più nobile fra i re, bisognerebbe che l’uomo insigne col quale ho lealmente servito, e dal quale sono stato ricompensato di affetto paterno, non gemesse più oltre, aspettando una prova del vostro favore. Siate generoso, re Ferdinando, epensoso del nome che lascerete nella storia del mondo. Quell’uomo Voi lo avevate pur creato almirante maggiore dell’Oceano, e vicerè delle terre ch’egli avrebbe scoperte. Egli ha mantenuti i suoi patti, scoprendo un mondo per la vostra Corona. Ed era, ed è la onestà, la probità fatta uomo; e l’hanno ingiustamente accusato.

—Lo so;—disse il re.

—Lo hanno calunniato....

—Lo so.

—Nè mai ha pensato a tradire la Spagna, per Portogallo, per Genova, per Inghilterra, come i suoi accaniti nemici hanno via via perfidiato....

—Lo so.

—Allora, perchè non reintegrarlo nelle sue dignità?

—Perchè.... perchè.... Voi siete, signor conte, l’uomo dei perchè. Ma vi ho dato libertà di parlare; e così parlaste sempre, per ogni cosa, con libertà pari a questa che usate, a favore del vostro Almirante! Il perchè ve lo voglio dire, con la mia usata sincerità. Non l’ho reintegrato, perchè fu un errore conferirgli le dignità che accennate. L’errore non fu commesso da me; fu commesso, sia pure a buon fine, dalla santa donna che mi fu trent’anni compagna di vita e di regno; ed io non l’ho mai approvato. Nato di nessuno, il vostro Almirante; e a voi si può dire, che siete d’una gente le cui origini illustri si perdono nella notte dei tempi; nato di nessuno, e pieno di pretensioni inaudite! L’ingegno, l’ardimento.... sì, ammetto queste virtù, che non sono poi così rare com’egli si crede. Ingegno ed ardimento ne ebbero, a non citare altri esempi, Vasco di Gama, Alonzo d’Ojeda e PedroAlvarez Cabral, tutti vivi e sani, e non come lui orgogliosi.

—Dell’orgoglio non so;—rispose il Fiesco, a mala pena fu passata la raffica dell’invettiva regale;—quantunque il mio amico d’Ojeda, l’unico ch’io conosca dei tre, non ne difetti davvero. Ma debbo anche notare che i suoi servigi non possono entrare in paragone con quelli di Cristoforo Colombo. E non possono entrarci nemmeno quegli degli altri. Che han fatto finalmente costoro? Vasco di Gama ha costeggiato tutta l’Africa meridionale, dieci anni dopo che Bartolomeo Diaz ne aveva costeggiato un terzo da ponente fino al capo Tormentoso, settecent’anni dopo che gli Arabi ne avean costeggiato un altro terzo da Levante, fino al capo Guardafui, e Dio sa quanto più oltre; cosicchè non si trattava più d’altro che di collegare i due punti, colmando l’intervallo; e questa colmata chiamiamola pure scoperta, perchè infine non mancò l’ardimento al Gama, come al Diaz non era mancato l’ingegno. Che ha fatto Alonzo d’Ojeda? Era uno dei cavalieri venuti con noi nel secondo viaggio alla Spagnuola; si è illustrato con atti di valore; scontento di noi, ha chiesto a Vostra Altezza di poter navigare e scoprire da sè, tornando laggiù sul medesimo solco di Cristoforo Colombo; e sette anni fa, con Amerigo Vespucci, usando le carte delineate da Giovanni di Cosa (un marinaio del nostro primo viaggio, non lo dimentichiamo) toccò la terra ferma del Mondo nuovo, alla costa di Paria, che Cristoforo Colombo aveva scoperta un anno prima, niente di meno! Che diremo noi del Cabral? Il valentuomo ha scoperto sei anni or sono il Brasile, per caso, girando troppo largodalle isole di Capo Verde, e sviato ancora dalla tempesta, con quell’armata che doveva condurre alle Indie orientali. Gente ardita, a cui fo di berretta; ma ebbero essi l’ingegno divinatore, per muovere verso l’ignoto e per sfidarne con altrettanta fede i pericoli?

—Sia;—disse il re, che era stato a sentire pazientemente la lezione del conte;—il vostro Almirante ha l’ingegno divinatore. Non gli basta? È la sua gloria; dev’essere la sua contentezza. Dio manda ad ogni tanto uomini di questa fatta nel mondo, per adempiere un’alta missione. Non gli basta neppur questo, che è pure il suo premio? Perchè, servito dalla fortuna oltre ogni speranza sua, vuol egli ancora una rendita che andrebbe, a conti fatti fin qui, a cento milioni di scudi castigliani? Perchè vuol essere almirante maggiore, ritenendo un titolo che qui fu portato soltanto da don Federigo Henriquez, mio nonno materno? Perchè vuol essere vicerè delle Indie, titolo che richiede gran nobiltà secolare, mentre non l’hanno ottenuto tante famiglie che nel corso di dieci generazioni versarono il sangue in cento battaglie? Notate, signor conte,—soggiunse il re, mettendo il sordino ad una musica che gli diventava un po’ troppo chiassosa,—notate che questi gran signori di Castiglia e Leone io li amerei più modesti. Sono le braccia che combattono, i cavalieri d’un reame; i re sono la mente che guida. Ed è merito di tanti re avere indirizzato ad util meta il lavoro, non dubitando di reprimere la nativa baldanza del Cid Campeador, e, se occorresse, quella d’un Consalvo di Cordova. Questi è, per sua virtù come per nostra fortuna, unsuddito leale; ed io dico così per istabilir chiaramente i diritti e gli uffici provvidenziali dei re. Ma il vostro Almirante, sia pur leale come voi dite, e com’io non vi nego, non parrà egualmente sicuro, nè degno delle alte cariche, a tutta la nobiltà Castigliana. Il re ha cura di molti e cozzanti interessi, che vuol tutti condurre in porto. Ci pensi, a queste cose, il vostro Almirante, e mi giudichi. Che più? Dubitando di noi medesimi, non abbiamo forse istituita una Giunta composta dei più venerandi ecclesiastici, dei più reputati gentiluomini, la quale veda e giustifichi fin dove giunga la nostra malleveria, e quella della defunta regina, per rispetto alle ragioni di tutti? È all’opera il fiore del reame; sappia egli aspettarne i responsi.

—È vecchio, mio signore, più vecchio che non porti l’età. I pericoli incontrati, i travagli sofferti lo hanno ridotto così male! Ed anche la grave malattia del secondo viaggio, che per sei mesi lo tenne in pericolo di vita....

—E fu il gran guaio;—interruppe Ferdinando;—perchè nella colonia incominciò lo sgoverno, colla perdita di tanti nobili cavalieri. Il vostro Almirante è uomo da scoprir terre, avendone l’ingegno divinatore, come voi dite; non è uomo da governarle, non avendo l’ingegno amministrativo, come dico io, imitandovi. Ed ha offesi mortalmente i nostri Castigliani, obbligandoli perfino a lavorare la terra. Ancor essa, la santa Isabella, non seppe in tutto perdonargli. Disperato di trovar oro nelle viscere dei monti, non ha egli pensato a vendere come schiavi i poveri Indiani? Era da uomo religioso, cotesto?—

Qui, per quanto buon cavaliere egli fosse, il capitano Fiesco perdette le staffe senz’altro.

—No, non era;—rispose;—ed io che c’ero, laggiù, debbo ringraziare Vostra Altezza della pietà dimostrata per quei poveri Indiani. Ma è più conforme al sentimento religioso ciò che ha fatto il gran commendatore d’Alcántara, don Nicola Ovando, distruggendo colà, sterminandovi col ferro e col fuoco un milione di sudditi? In mano di buoni cristiani, nell’Andalusia, nella nuova Castiglia e nella vecchia, i naturali della Spagnuola erano da tenersi come figli; servi, ma da potersi riscattare, iniziandoli al misteri della nostra santa religione. Quelli che don Nicola Ovando ha fatti sgozzare, o bruciare, non si riscattano più; non si ritornano più in vita, per dar loro la consolazione estrema del santo battesimo.—

L’uscio si aperse una seconda volta. Il capitano Fiesco voleva prender commiato; ma il re lo trattenne.

—È ancora il conte di Noguera;—diss’egli.—Servizio del re; e si manda avanti, senza che il colloquio ne soffra.—

Così prendeva un altro messaggio dalle mani del gentiluomo di camera, a cui dava commiato, dopo aver letto e aggrottato ancora le ciglia. Non dovevano esser piacevoli, quel giorno, le lettere del re Ferdinando.

—Dicevate....—ripigliò il re, deponendo il foglio, e tornando alla sua calma, senza smettere del tutto il cipiglio,—dicevate del governatore di San Domingo, non è vero? Ebbene, sappiate quel che io ne penso. Don Nicola Ovando è un fervente cristiano. Gliene fa obbligo la religionedi Alcántara, ond’egli è un insigne ornamento. Se ha usato severità contro gl’Indiani, bisogna dire ch’ella fosse necessaria, per la salvezza della colonia. E ancora non n’è venuto intieramente a capo, se son veri i ragguagli che mi giungono di laggiù, perchè molte fila di una vasta congiura gli sono sfuggite pur troppo. Qua dentro, vedete?—soggiunse Ferdinando, battendo della palma sopra un fascio di carte che aveva vicine sull’orlo della tavola;—c’è un cumulo di sospetti, che potrebbero diventar prove, e prove terribili contro chi ha tentato ingannare la bontà di un governatore pietoso.—

Il capitano Fiesco fremette, e si sentì correre un sudor freddo alle tempia. Ma non voleva aver paura; lo aveva giurato a sè stesso. Perciò fece buon viso ad un discorso ambiguo, che poteva esser minaccia e non essere.

—L’autorità sua non è rispettata abbastanza;—proseguiva il re.—Vuol essere stabilita ad ogni costo, per la sicurezza della colonia, come per l’onore della Corona. E frattanto il vostro Almirante pretende da noi che don Nicola Ovando sia richiamato!

—Non lo aveva chiesto anche la santa regina, innanzi di andare alla gloria?

—Sì;—rispose Ferdinando, non senza torcer la bocca.—Ed anche di ciò si occuperà la Giunta degli Scarichi. Se la cosa è giusta, si farà. Ma anche in questo caso ella vorrà dar prova di considerare anzi tutto l’onore della Corona e l’utilità della disgraziata colonia.

—Mio signore,—rispose il capitano Fiesco con aria contrita,—io non ho da metter bocca su ciò che riguarda così alti interessi. E nonavrei parlato, correndo il risico di dispiacere a Vostra Altezza, se non ne avessi avuto licenza, e quasi un comando.

—Nè io mi dolgo di voi;—disse il re.—Amo parlar chiaro, che si veda bene l’animo mio. Volete venire al nostro servizio?

—A quel patto, mio signore: sia resa giustizia al signor Almirante.—

Ferdinando non istette alle mosse, e violento rispose:

—Giustizia!... giustizia!... Liberamente ne parlate voi, signor conte di Lavagna. E se io vi dicessi che ne ho sete? Se vi dicessi: aiutatemi a farla? Ci sono dei fuggiti di là, degli scomparsi, che avrebbero meritata la forca; e voi che siete stato là, non potreste dar luce? voi che avete corsa tutta l’isola, e che la conoscete a palmo a palmo? Eppure,—disse il re, chetando ad un tratto la furia,—non questo io domando a voi; non in questo voglio usare il vostro ingegno, la vostra accortezza, il vostro coraggio. Mi sarebbe caro convincervi della purità delle mie intenzioni, come della bontà del mio cuore. Voi prima di tutti, guardate; prima degli stessi Castigliani, che non mi sanno render giustizia. Non tutto io posso fare, pur troppo; ma dove posso, non mi trattengo dal fare. E veglio, veglio, perchè qui si lavora maledettamente a guastare ciò che vi è stato fatto, e fatto da me; voglio dire questa bella unione di Castiglia e d’Aragona, ond’era già balzata fuori la Spagna, armata, gloriosa e vincente. A questo, che non è più un sogno, Castiglia cieca si ribella; vuole un re tutto suo, un re che non conosce, una regina che, poveretta, non ha intiera la sua ragione;e ricusa colui che l’ha resa grande, facendo ancora qualche sacrifizio per lei. Non era d’Aragona il reame di Napoli? E non siamo stati noi che l’abbiamo dato alla Spagna? Eccovi una generosità assai male ricompensata. Congiure su congiure; si resiste, si minaccia, si aspetta chi rimandi noi in Aragona, contro la fede di recenti trattati. Ci andremo, se la forza e la follìa prevarranno sulla ragione e sul buon diritto; ci andremo, ed allora.... Dio abbia pietà della Spagna.—

Il capitano Fiesco era stato a sentire a capo chino, qua e là tremando un pochino in cuor suo, ad onta del fermo proposito, ma poi vedendo girare da un altro lato la bufera.

—Mio signore,—diss’egli finalmente,—io straniero non ho da veder nulla in queste faccende....

—Eh, non so, veramente;—interruppe Ferdinando.—Voi vedete in troppe cose; effetto del viaggiar molto che fate. Vi ho detto l’animo mio, signor viaggiatore. La sincerità è virtù mia, della quale mi vanto. Pensate bene a quanto vi ho detto; poi, quando avrete pensato, verrete a dirmi il frutto delle vostre meditazioni.—

Il capitano Fiesco s’inchinò profondamente, ben risoluto di non meditar nulla di nulla.

—Prendo congedo da Vostra Altezza con la morte nell’anima;—diss’egli, anticipando nella frase malinconica la notizia della sua risoluzione.

—Starà in voi di mostrarvi degno della nostra grazia, e di tornare da morte a vita;—rispose ironico il re d’Aragona.—Amico vi voglio, e non collegato ai miei nemici.

—Io? Può credere Vostra Altezza?...

—Che ne so io? Rammentate il proverbio: chi non è con me, vuol esser contro di me. Andate ora, e Nostro Signore v’abbia nella sua santa guardia.—

Così dicendo, il re Ferdinando fece un gesto che parve dare al capitano Fiesco la sua benedizione. L’udienza era finita. Lunga assai; ma in quel punto, tanto n’era rimasto turbato, il capitano Fiesco l’avrebbe desiderata più lunga e più chiara; rinunziando magari alla benedizione di quel re, che non era passato mai per uno stinco di santo.

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Uscì dal palazzo coll’anima in trambusto. Bene si era proposto d’esser forte e di non sentir paura di nulla: ma troppe parole oscure aveva proferite il re; troppe allusioni mal velate aveva fatte a certi casi di San Domingo. Sapeva egli della sparizione improvvisa di don Garcìa dalla capitale di Haiti? Di quella, certamente; ed anche della via che quell’altro aveva presa, dello scampo e del rifugio che aveva trovato. Perchè, se non fosse stato così, avrebbe il re Ferdinando detto a lui, capitano Fiesco: potrei chiedervi di aiutarci? Era venuta, sì, qualche frase, ad attenuare, a smorzare il pensiero; ma tardi, quando il colpo era stato dato, e sentito. Ora, se la partenza di don Garcìa, che era pur libero di andarsene, era stata annunziata da San Domingo al re d’Aragona come una fuga, bisognava supporre che il governatore di San Domingo fosse entrato in sospetto del come e del perchè l’esecutore di giustizia della sua giurisdizione si fosse annoiato del servizio, tanto da chiedere il suo licenziamento sui due piedi. A giustificare questoragionamento non si poteva anche ricordar l’allusione, che il re aveva fatta prima d’ogni altra, al vero sesso del mozzo Bonito? Perchè quella finta paura d’un innocente artifizio di viaggiatori, che non era poi una novità in quel paese e a quel tempo? Proprio a lui forestiero, venuto colla fretta del giungere e col proposito di tornarsene via, si poteva far colpa d’un travestimento muliebre, giustificato abbastanza dalla rapidità del viaggio e dalla opportunità di qualche precauzione stradale?

Non aveva fatto bene, lo riconosceva benissimo allora, a contentare il desiderio di Juana, portandola in Ispagna con sè. Quando si è fuori d’un pericolo, non ci si torna, per quanta sicurezza se n’abbia. Sapeva tutto, il re? o solamente una parte del vero? A buon conto, Juana avrebbe súbito riprese le vesti femminili; e per ogni buon fine, a cavallo quel medesimo giorno, verso la Sierra di Guadarrama, sulla via di Catalogna, studiando anche i passi più brevi. Poteva essere una caccia; ed egli, tra sè ed i segugi reali, voleva mettere almeno ventiquattr’ore di spazio. Pensate, aveva detto il re, mi porterete poi il frutto delle vostre meditazioni. Quel poi gli offriva appunto un giorno di tempo. Lo avrebbe guadagnato; corressero pure sulle sue tracce alguazili ed arcieri. Condotta la sua donna a Barcellona ed al largo, sarebbe magari tornato a Valladolid: quanto a sè, non aveva timore di nulla.

Anche per lui c’era la nuvoletta nell’aria. Non gli aveva lasciato intendere il re di sospettarlo troppo legato ai suoi nemici? Certo, il viaggio di Siviglia poteva dare argomento a sospetti. Ma quel viaggio si poteva anche spiegare. Egliera andato laggiù per vedere una dama, e le ragioni del cercato colloquio erano tutte confessabili. Non era già andato a cospirar con nessuno! Della cospirazione, a dir vero, aveva vedute le tracce; anch’egli, per giovare al signor Almirante, non faceva troppo assegnamento sull’arrivo della regina Giovanna, che era il fine di tutte le cospirazioni castigliane? Ma qui, poi, egli non era obbligato a dir tutto. Restava soltanto ch’egli aveva chiesto aiuto a donna Beatrice Bovadilla per Cristoforo Colombo, suo vecchio amico; e non altro aveva dovuto cercare. L’altro era un negozio di Spagnuoli; non ci doveva entrar egli, straniero alla terra ed alle contese dei suoi cittadini. Così, come straniero, andava e tornava, per assistere il signor Almirante; andava a Barcellona, ritornava a Valladolid; che c’era egli di male?

Sì, sì; via di galoppo, quel medesimo giorno. Come spiegar la cosa al signor Almirante? In ciò si sarebbe consigliato con l’Adelantado, mentre si sellavano i cavalli. Fortuna, aver trattenuta una parte della sua gente con sè. Gli mancava il frate scudiero, il suo braccio destro; gran guaio, perchè il frate scudiero era Spagnuolo, e Catalano per l’appunto; sarebbe stato utilissimo nel passare per le terre di Catalogna. Ma pazienza; gli restavano quattr’uomini risoluti e fedeli; sarebbe giunto a Barcellona, anche ammazzando qualche cavallo. Ah, galoppare, divorare la strada, aver l’ali ai piedi, come Mercurio! e il re lo aspettasse pure, col frutto delle sue meditazioni. Oh, la mia buona stella! diceva egli tra sè. La mia buona stella! ripeteva, per farsi coraggio con una frase di buonaugurio. E andava svelto, facendo i passi lunghi, non badando a nulla, non vedendo nessuno.

Ma le vie di Valladolid non erano tutte larghe ad un modo: abbondavano anzi le strette. Ad un crocicchio gli fu mestieri rallentare il passo, per una gran calca di gente. Perchè tutta quella gente affollata? Non era in verità da cercare il perchè. Chi ha fretta non si ferma a domandar le ragioni per cui una calca si ferma, intorno ad un piccolo accidente di strada; specie in quartieri abitati dal popolino, così facile a commuoversi per cose da nulla. Chi ha fretta cerca di passare per quella calca, si fa piccino e sottile, va di fianco, lavora di gomiti, insinuandosi destramente per ogni vano che trovi. Così egli, mentre intorno a lui era un cicaleccio confuso.—Poverino! perchè l’han preso?—Così bello! faceva pietà, coi suoi grandi occhi lagrimosi.—Che! non piangeva; solo era un poco stravolto.—Sfido io; nelle unghie degli arcieri!—Che cosa avrà fatto? rubato?—A quell’età, cose da nulla.—Vestito da marinaio; non era dunque della città.—Poverino! e la sua mamma, se l’ha!—

Un brivido era corso per l’ossa al capitano Fiesco. Voleva tornare indietro, per domandare. Chi mai, nelle unghie degli arcieri? e giovane, e bello, e vestito da marinaio? Ma si ricordò che non doveva aver paura. E non sarebbe stata esagerazione di paura, tornare indietro per un ragazzo arrestato? Ma corse più rapido avanti, sempre più lontano da quella moltitudine. Era là, finalmente, la strada dove abitava il signor Almirante; era là, si apriva davanti a lui, quieta, luminosa, sotto il cielo sereno. Passavaun carro, tirato da un mulo alto e solenne, che agitava ad ogni passo una ventina di sonagli; e il carrettiere, che veniva innanzi, di costa alla ruota, canterellava in cadenza, facendo ad ogni tanto schioccar la sua frusta per chiasso. La scena era gaia, tranquilla, innocente; respirava una pace d’idilio siracusano. Ed anche la casa era là, lunga, alta, e polverosa, ma neppur brutta in quell’ora meridiana: la coglieva il sole di sbieco, e larghe chiazze di mattoni rosseggiavano al sole, per mezzo a frequenti sfaldature d’intonaco. Quella casa pareva sorridere, aspettandolo; ond’egli si sentì liberato da una grave oppressura. Che sciocco era stato! e come tutto fa paura, quando si ha l’anima agitata! Infilò il portone, ascese rapidamente due braccia di scala. Ah, finalmente, era in porto.

Nell’anticamera trovò l’Adelantado, grave, accigliato, silenzioso. Ma era sempre così, quel benedetto uomo; non rideva se non in mezzo al pericolo.

—Come va l’Almirante?—gli chiese il capitano Fiesco.

—Eh, si è voluto alzare;—rispose quell’altro.

—Tutti bene?—ripigliò il capitano, a cui quella risposta non poteva bastare.

—Bene!... Amico mio, forse sapete?...

—Che cosa?—gridò il capitano.—Ah, sarebbe vero?...—

E cadde, così dicendo, sopra una scranna.

—Animo! animo!—gli disse l’Adelantado, con più tenerezza nella voce, che non avesse mai dimostrata.

—Animo! animo!—ripetè macchinalmenteil Fiesco.—Ne ho. Voglio sapere.... voglio sapere.... Erano venuti gli arcieri?... o i famigli del Sant’Uffizio?...

—No, grazie a Dio, solo quelli del re. Ma è sempre una infamia! Un tale affronto all’Almirante! al vicerè delle Indie! Non ha dunque più vergogna, quel tristo?—

In quel mentre appariva dall’uscio della sua camera il signor Almirante; alto di tutta la rilevata persona, che oramai, nell’impeto dello sdegno, non sentiva neanche più i suoi dolori aggranchirgli le membra; gli occhi sfolgoranti, come nei momenti più gravi della sua vita, in mezzo alle battaglie d’arrembata, o tra le marinaresche ribelli.

—Questa ancora, capitano Fiesco!—gridò egli, avanzandosi.—Questa ancora, per colpirmi nel mezzo del cuore! Male lo stimai volpe; è una tigre, quel re.

—Ma per qual ragione, Dio santo?—domandava il Fiesco, torcendo convulsamente le mani, impossenti a sbranare un lontano e troppo alto nemico.—Con quale pretesto?

—Con questo,—rispose l’Adelantado;—che il mozzo Bonito era una donna; che si doveva sapere chi fosse, e perchè si nascondesse così. Abbiamo risposto, non dubitate; abbiamo risposto che prendevano abbaglio; che si trattava d’una gentildonna straniera, non soggetta alle leggi di Spagna, e che non aveva da fare con la giustizia di questo paese. Ancora abbiamo detto il suo nome, ma inutilmente. Il signor governatore vedrà, il signor governatore giudicherà, rispondeva l’alguazil, ch’era venuto cogli arcieri; se c’è errore sarà facilmente rimediato,e il mozzo Bonito, o contessa del Fiesco che voglia essere, ritornerà a casa, senza che gli sia torto un capello. L’Almirante s’intromise; voleva star egli mallevadore; domandava un indugio, finchè non si appurasse ogni cosa; credeva di averne il diritto, essendo egli il padrone di casa, e tal uomo da non essere sospettato di poca reverenza alle leggi. Inutile! tutto fu inutile; ed han fatto a modo loro, conducendo la contessa al palazzo di giustizia.

—Legata!

—Eh, sì, legata;—rispose l’Adelantado, fremendo.—Erano in dieci, ed avevano paura che fuggisse. Noi vi aspettavamo, per muoverci, per far qualche cosa. L’Almirante vuol andar egli dal re.

—Ne vengo io;—ruggì il capitano Fiesco;—e non credo che gioverebbe. L’ha con me, il re Ferdinando. Come ciò sia, è inutile il dire; nè si potrebbe in poche parole. La contessa è un ostaggio ch’egli ha preso, mentre io ero in udienza da lui. Servirlo! servirlo io? E in che cosa? in qualche losca impresa, sicuramente. Non si prenderebbero ostaggi, se la cosa fosse diversa. Venite, don Bartolomeo, accompagnatemi, che temo di non arrivare dal re, di stramazzar per la strada.—

L’Almirante si avanzò, e gli pose amorevolmente le mani sugli ómeri.

—Coraggio, mio figlio!—gli disse.—E perdonatemi!—È avvenuto per colpa mia, tutto ciò. Porto sfortuna a chi mi vuol bene.

—Oh, non dite, mio signore, non dite!—gridò il Fiesco, intenerito.—Era il destino. Ma io mi ucciderò, se non la salvo.

—Un delitto! Non lo pensate neanche.

—Eh, io non sono un santo. Senza di lei, meglio l’inferno! E non l’ho io già dentro l’anima?—

Scese a precipizio la scala; e don Bartolomeo Colombo lo seguiva. Giunto a palazzo, chiese di entrare dal re. Non si poteva; impedivano il passo i soldati; ricusava, chiamato al rumore, il gentiluomo di camera.

—Mio buon signor Noguera!—gridava il capitano Fiesco.—Non siate così duro con me. Vogliate annunziarmi a Sua Altezza. Se non può ricevermi subito, aspetterò. Sapete pure, signor conte; ho avuto udienza quest’oggi, non sono ancora due ore passate; e lunga udienza, vi ricordate?

—Appunto per ciò, non potrebbe parere bastante?—notò il conte di Noguera.—Ci sono altri che hanno diritto. Del resto, son gentiluomo;—soggiunse egli, accostandosi, e traendo il conte Fiesco in disparte,—non voglio ingannare nessuno. Per quanto vi lasciassi star qui ad aspettare, oggi Sua Altezza non vi riceverebbe.

—E perchè, di grazia? perchè?

—Non sono visibile, mi ha detto, se non per duchi e marchesi di Castiglia e d’Aragona, per il razionale di Castiglia e per l’arcivescovo di Toledo. Son queste,—soggiunse il Noguera,—le precise parole del re. Voi siete escluso. Se non foste escluso, Sua Altezza, ricordando il suo recente colloquio con voi, avrebbe aggiunto: e il signor conte di Lavagna. Non l’ha aggiunto; ed io, con tutto il dispiacere che una necessità come questa mi potrebbe cagionare, sarei costrettoa rimandarvi fuori. Vi prego, conte, non mi obbligate ad esser severo con un gentiluomo come voi siete.—

Parlava da onest’uomo, il Noguera. Ma il capitano Fiesco non riusciva a padroneggiarsi.

—V’intendo;—diss’egli, convulso;—v’intendo, e vi ringrazio. Ma vedete, si commette una prepotenza, una ingiustizia, una iniquità, che grida vendetta al cielo. Mia moglie, arrestata come una donna perduta; la contessa del Fiesco, una straniera, in Castiglia, in terra di cavalieri! e per ordine del governatore, che è come dire per ordine del re, tratta a forza di casa, legata, in mezzo ad un drappello d’arcieri!...

—La cosa è grave, e merita riflessione, in terra di cavalieri;—disse il conte di Noguera, aggrottando le ciglia.—Forse si tratta di un equivoco, e ci s’aggiunge un abuso della forza, che va represso e castigato. Nè credo, come voi fate, che ci sia stato ordine del re. Comunque, io vi consiglio, per venirne in chiaro, di recarvi da chi può tutto in queste faccende, e correggere gli errori dei subalterni, o i suoi proprii, se n’ha commessi, e consigliar clemenza al re, se si tratta d’un ordine del re. Andate dall’arcivescovo di Toledo. Egli è ora in udienza da Sua Altezza; ma non vorrà star molto ad uscire.

—Non posso aspettarlo qui?

—No, egli non passa di qui. Andate al palazzo di giustizia, dov’egli risiede, e dove non tarderà a ritornare. Ma vi prego, non dite che v’ho consigliato io. Qui, a dar consigli, si giocherebbe la carica. Siete un gentiluomo, ed amo rendervi servizio, nella misura del poter mio; che non è grande, pur troppo.

—Anche l’arcivescovo di Siviglia è qui?—entrò a domandare l’Adelantado.

—Sì; come sapete, non è ancora andato ad occupare la sede.

—Bene,—concluse l’Adelantado, volgendosi al Fiesco.—Mentre s’aspetta che Toledo ritorni al palazzo di giustizia, possiamo andare da Siviglia, che si degni di darci una mano.

—La mano di Siviglia è potente;—disse il Noguera, sorridendo.—E potrà certamente aiutarvi.—

Siviglia, da cui andarono subito, trovandolo nel convento di San Domenico, era Diego di Deza; bel monaco, dall’aspetto grave, e dal labbro pieno di bontà. Amava Cristoforo Colombo, e nel consiglio di Salamanca era stato l’unico suo sostenitore, dispiacendo molto al vescovo Talavera, e voltando a favore del grande navigator Genovese l’animo buono dell’arcivescovo Mendoza. Dalla dottrina del Deza, anche rimasta allora perdente, erano stati salvati per migliore occasione i disegni di Cristoforo Colombo. E questi ne aveva serbato in cuore una viva riconoscenza al sapiente domenicano; e il domenicano, dal canto suo, sentendosi legato da quel buon ricordo al trionfo della mirabile impresa che aveva preconizzata, ricambiava di vivissimo affetto il signor Almirante, considerando amici quanti venissero in nome di lui.

Accolse egli a festa don Bartolomeo Colombo e il capitano Fiesco: udì la ragione della loro venuta, ascoltò attentamente il racconto che gli facevano, battè un pochino le labbra, e poi disse al Fiesco:

—L’arcivescovo di Toledo è un uomo virtuoso; fidate in lui, signor conte.

—Le parole di Vostra Eccellenza mi rassicurano;—rispose il Fiesco.—Ma, se io ho ben veduto, un certo moto delle vostre labbra mi dovrebbe tenere in pensiero.—

Sorrise il domenicano, e ripigliò placidamente:

—Non vi maravigliate di un moto involontario, essendo un mal vezzo dei nostri poveri nervi. Ma con voi, degni gentiluomini, si può fare a fidanza. Il Ximenes è la virtù in persona: solamente è un po’ debole, innanzi a certi voleri, che potrebbero forse trovarlo più risoluto. Ma, ripeto, è un sant’uomo; quello ch’egli dirà di fare, certamente farà. Ad ogni modo, e senza saper nulla del vostro bisogno, vi presenterò io, vi raccomanderò io a Sua Eccellenza. Siete contento?—

Il capitano Fiesco s’inchinò, ringraziandolo; e l’arcivescovo di Siviglia si degnò di presentarlo egli stesso al primate della chiesa di Spagna.

Francesco di Cisneros Ximenes, arcivescovo di Toledo, succeduto in quell’alta dignità al buon cardinale Mendoza, doveva ancora aspettare un anno il cappello cardinalizio, che ottenne poscia da Giulio II. Per intanto, come primate della chiesa di Spagna, e già stato confessore della regina Isabella, il degno prelato, famoso per eccellenza di dottrina e per santità di vita, reggeva l’amministrazione politica del reame di Castiglia. Modesto nell’alta carica, indossava sempre il suo vecchio abito di frate francescano sotto le insegne pontificali: a Toledo viveva in una povera cella, contigua alpalazzo arcivescovile; e per allora a Valladolid, seguendo la Corte, non aveva voluto alloggiare nel palazzo regale, troppo fastoso per lui, contentandosi d’un quartierino nel palazzo di giustizia.

E nessuno diceva che quella sua rinunzia ad ogni fasto fosse ostentazione di modestia. Il Ximenes era stato sempre così. Vagheggiava alti disegni, di cui Ferdinando rideva; ma quel sant’uomo lo serviva ad ogni modo, per grande amore che portava alla gloria di Spagna. Di questa sua indole generosa diè prova in tre occasioni solenni: la prima, dichiarandosi apertamente per Ferdinando, quando Filippo d’Austria morì, e della vedova Giovanna non si poteva sperare che con pienezza d’intelletto e fermezza di mano tenesse le redini del governo: la seconda, facendo e guidando egli stesso la fortunata impresa di Orano e di Algeri, che fece strabiliare l’incredulo monarca, tanto ingrato e sconoscente da scrivere al Navarro, comandante militare della spedizione: “impedite al brav’uomo di tornare troppo presto in Ispagna; bisogna lasciargli consumare, quanto più si potrà, la persona e il denaro„. La terza prova, e forse la più solenne, fu data dal Ximenes, quando dalle Cortes riluttanti fece eleggere in fretta re di Castiglia il poco amato e niente desiderato Carlo V, che doveva far ministro invece di lui il fiammingo Adriano d’Utrecht, che poi fu papa col nome di Adriano VI; ed egli, il virtuoso Ximenes, pur di giovare alla Spagna, si rassegnò lietamente al secondo posto, bastando a tutte le gravi cure del governo, che con tanta accortezza aveva sostenute nel primo.

Bontà non è mai troppa; e procede, se mai, da molta virtù. Ma non sempre i Castigliani potevano menar buona tanta virtù al loro concittadino, e ne accusavano più volentieri la debolezza; specie allora, che, viva Giovanna e non pazza ancora agli occhi di tutti, vivo il suo bel Filippo d’Austria, e desideroso di regnare con lei in Castiglia, il Ximenes si mostrava troppo docile ministro dell’Aragonese, e lui desiderando reggente, lavorava con ogni poter suo ad amicargli la riottosa nobiltà Castigliana. Ferdinando possedeva certamente molte qualità necessarie al regnante, specie di quei tempi; tanto che meritò le lodi del Segretario Fiorentino. Ma le guastava tutte col difetto di probità; era ingrato, bugiardo e mancator di parola: non contava nulla i suoi impegni, quando trovasse il suo tornaconto a violarli. E così poco si vergognava della sua perfidia, che se ne faceva bello quante volte gli riuscisse a bene. Udito un giorno che Luigi XII si doleva d’esserne stato ingannato una volta, “quell’ubbriacone ha mentito„ diss’egli, “perchè l’ho ingannato tre volte„. E un principe italiano diceva di lui: “prima di far capitale de’ suoi giuramenti, vorrei sentirlo giurare per un Dio, nel quale egli credesse„.

Ferdinando il Cattolico è qui giudicato: non ci maravigliamo dunque che non lo amasse l’arcivescovo di Siviglia, e che, per effetto della troppa sua condiscendenza al re d’Aragona, tacciasse di debolezza il virtuoso arcivescovo di Toledo.

Il quale, nella sua stanzetta modesta del palazzo di giustizia, accolse amorevolmente il suo minor collega di Siviglia: ma, come seppe chifosse il suo compagno di visita, fece la cera un po’ brusca.

—Lo raccomando a Vostra Eccellenza;—diceva il Deza,—quantunque non sappia bene quel che gli occorra. A me è grandemente raccomandato dal signor Adelantado, fratello del nostro glorioso Almirante maggiore, che Iddio guardi, e Sua Altezza il re tenga caro com’egli si merita.—

Il Ximenes stette a sentire con molta rassegnazione il fervorino per Cristoforo Colombo, che con altrettanta soddisfazione aveva proferito il Deza. E cortesemente lo accomiatò, accompagnandolo fino all’anticamera. Ritornò poscia nella stanza, dove il capitano Fiesco era rimasto in attesa, sempre turbato, ed allora più che mai, pensando che da quel colloquio dipendeva la sorte di Juana e la sua.

S’aspettava d’essere interrogato; e grande fu la sua maraviglia, sentendosi dire dal Ximenes:

—So tutto, e non occorre, signor conte, che mi raccontiate l’arresto avvenuto. Andiamo per la più breve, che converrà a voi come a me. Per qual ragione non volete voi servire Sua Altezza? Perchè cospirate coi suoi nemici?

—Io, Eccellenza?—gridò il capitano, facendo gli atti del massimo stupore.

—Siete stato a Siviglia;—ripigliò l’arcivescovo.—E si sa dove siete andato, in Siviglia.

—In un convento, Eccellenza; ad ossequiare la signora marchesa di Moya, ch’io non so essere in mala vista presso la Corona; a chiederle una grazia, che assai mi premeva, voglio dire il suo patrocinio per il signor Almirante. Don Cristoval Colon, che la marchesa ha semprestimato e protetto, è in fin di vita; nè Vostra Eccellenza lo ignora. Unica e sola, che potesse anche giovargli in un delicatissimo caso di coscienza, era Beatrice di Bovadilla.—

Senza pensarci bene, forse operando per moto spontaneo d’ingegno avvezzo ai pronti espedienti, Bartolomeo Fiesco aveva toccato un tasto che doveva rendere buon suono nell’animo del virtuoso Ximenes.

—Di coscienza?—diss’egli.—E si può sapere, senza offesa di sacre ragioni?

—Sì, e ne giudichi la Eccellenza Vostra;—rispose il Fiesco, che aveva avuta la buona ispirazione, e ne faceva il suo prò.—Nella maturità della sua giovinezza, il signor Almirante aveva amata una donna di Cordova; e di quell’amore gli era nato un pegno carissimo.

—Il giovinetto Fernando; mi par di vederlo;—notò il suointerlocutore.—E la donna, se ben ricordo, una Enriquez de Arana.

—Per l’appunto: non più veduta dal signor Almirante, perchè a lui diventata nemica, senza che egli mai riuscisse ad intenderne la ragione, mentre egli avrebbe voluto riparare al suo fallo. Ma ciò che in tanti anni non gli è stato possibile, diventa necessario ora, affinchè il giovane Fernando non rimanga orfano insieme e notato d’illegittimità. Il caso di coscienza è doppio, e verso la madre e verso il figliuolo.

—Come c’entra donna Beatrice di Bovadilla?—chiese il Ximenes.—Anche a non tener conto delle ciarle del mondo, che suole inventare tutto quello che non sa, possiamo maravigliarci che la marchesa di Moya sia ritenuta più adatta a riunire due anime state tant’anni divise.

—Non si maravigli il savio;—rispose Bartolomeo Fiesco.—La marchesa di Moya conosce Beatrice Enriquez. Fin dalla vigilia della partenza di Cristoforo Colombo per il suo primo viaggio di scoperta, aveva tentato, checchè potesse costarne al suo cuore, di ravvicinare la sdegnosa Cordovana al padre del suo Fernando.

—Mi assicurate che questo è il vero? che siete andato a Siviglia per ottenere i buoni uffici della marchesa di Moya nelle cose di don Cristoval Colon? e non per altro, non per altro?

—Quali prove posso io darne a Vostra Eccellenza, io che Le sono appena conosciuto per la presentazione di Diego di Deza? I miei leali servigi a questa Corona furono di buon suddito, e di suddito volontario, il che dovrebbe accrescerne il pregio. Il mio nome è d’antica stirpe di gentiluomini e di cristiani; nè io vorrei macchiarlo con una menzogna. Per nessun’altra ragione, fuor quella che ho detto, sono io stato a Siviglia; lo giuro per questa croce che vi pende dal petto, e che io bacio in ginocchio.—

Si era intenerito, il buon primate di Spagna. Posò la sua destra sul capo del conte, come in atto di benedirlo; poi, fattolo alzare e sedere davanti a sè, stette un istante pensoso.

—Vi credo, figliuol mio;—diss’egli poscia.—Ma vedete, qui siamo in mezzo a continui pericoli.Incedo per ignes suppositos cineri doloso; si cammina sulla cenere ingannevole, che nasconde i carboni ardenti. Si congiura contro il re Ferdinando, contro un sovrano che cova nell’animo grande i più vasti disegni. È dunque utile alla Spagna, alla sicurezza, alla gloria di questa nazione a mala pena formata, ch’eglisia il reggente di Castiglia; ed è necessario per ciò che il re Cristianissimo gli sia intieramente amico.

—Non gliene ha dato prove bastanti?—chiese il capitano Fiesco.—Non gli ha concessa in moglie Germana di Foix?

—Dite che il re Ferdinando l’ha voluta;—rispose il Ximenes.—E non poteva non volerla, per tema che altri la prendesse, diventando un pericoloso vicino. Queste cose non vogliono capirle i corti intelletti. Come figlia a Giovanni, visconte di Narbona, come sorella a Gastone di Foix, legittimo pretendente della Corona di Navarra, la principessa Germana era un partito più da lui desiderato, che non dal re Cristianissimo, sebbene per un tal matrimonio questi diventasse suo zio. È necessario, vi ripeto, che il re Luigi, ristrettosi finora ad un trattato riguardante le cose di Napoli, consenta ad una vera alleanza d’interessi, per ciò che riguarda il buon vicinato. Forte d’una simile alleanza, Ferdinando s’impone come reggente di Castiglia ai pochi ma riottosi signori del territorio, che s’ostinano a negar la luce del sole, ricusando di vederla.

—E l’aspettano di Fiandra;—notò il capitano Fiesco.

—Di Fiandra!—ripetè il Ximenes.—Perchè dite di Fiandra?

—Ma sì,—riprese quell’altro.—Non aspettano la principessa Giovanna e il suo marito Filippo d’Austria? E non sono in Fiandra, i giovani sposi?—

Il primate di Spagna non potè trattenere un sorriso, che non era tutto di compassione.

—Come?—diss’egli.—E non sapete?... Ah, davvero, figliuol mio, non siete andato a Siviglia per congiurare contro il re Ferdinando. Ecco una prova della vostra innocenza, che viene a corroborare le altre. Niente, niente!—soggiunse il virtuoso Ximenes, rispondendo ad un gesto di stupore del capitano Fiesco.—Non domandate spiegazioni, che vi sarebbero inutili. Vi basti sapere che vi stimo di più, ed anche sento di potermi fidar meglio a voi. Vedo in pari tempo che i segreti del re sono più custoditi ch’io non potessi sperare.—

Il capitano Fiesco non aveva capito come e perchè gli si potesse far merito dall’accenno alle Fiandre: non capì che cosa significasse il segreto del re, così ben custodito. Ma non istette a chieder ciò che il benigno interlocutore mostrava di non volergli dire. Di ben altro era curioso, dopo tutto; gli premeva ben altro.

—Torniamo a noi;—ripigliò il Ximenes.—Nessuno potrà meglio persuadere il re Cristianissimo, che il vostro eccelso cugino Gian Aloise, uno dei più potenti signori italiani, e colui che possiede l’anima e il cuore di Luigi XII. Chi potrà persuadere Gian Aloise, se non voi, conte Fiesco? A voi dunque; la gloria e la fortuna sono per voi.

—E per questo,—disse il capitano Fiesco,—per questo, che Sua Altezza non mi ha neppur detto, ha presa la mia donna in ostaggio?

—Sua Altezza non vi ha detto nulla, perchè vi ha veduto riluttante a servirla;—rispose il Ximenes;—ed anche perchè un messaggio di Siviglia, arrivatogli mentre eravate in udienza, l’induceva a sospettare di voi.

—Non può sospettare ancora?

—Non sospetto più io,—disse il Ximenes,—e sciolgo i sospetti del re.

—Ma l’ostaggio?... Perchè fu presa la contessa?

—Per assicurarsi di voi, suppongo;—disse l’altro, arrossendo.—Ed ora ha il pegno in mano, perchè voi entriate al suo servizio.

—E se io ricusassi, perchè non mi sento tagliato a questi uffici? Mia moglie non è spagnuola.

—Non nata spagnuola, concedo; ma suddita spagnuola potrebbe ben essere.

—No, non suddita spagnuola;—gridò il Fiesco, inasprito.

—Giuratelo per questa croce;—disse pacatamente il Ximenes.—Ah, non ardite! e temete di farvi spergiuro! Ve ne lodo. Ecco una quarta prova che m’avete detto il vero, giurando di non congiurare coi nemici del re. Servite dunque Ferdinando, com’egli desidera, e riavrete la vostra donna.

—Ma con quali pretesti è tenuta in carcere?

—Ragioni, figliuol mio, non pretesti. Fu presa, perchè si voleva venire in chiaro d’un travestimento illecito, che mirava ad ingannar tutti, compresa la giustizia. Avrei potuto ordinare l’arresto come grande Inquisitore; e non l’ho fatto, e potete ringraziarmene. Fu in quella vece un provvedimento della giustizia secolare, e per volere del re. Ora, figliuol mio, considerate il caso vostro. Se rivolete la vostra donna, dovete dar le prove al giudice che essa è veramente vostra moglie: e ci vorrà tempo a farle venire, le prove, a farle esaminare dagli esperti; piùtempo che non ne spendereste a recarvi dal vostro eccelso cugino e a condurvi in Parigi con lui. Neanche è da credere che ella uscirebbe di prigione, se anche le prove fossero trovate bastanti. Si dovrebbe anche sapere se, essendo stata suddita spagnuola prima di esservi moglie, era egualmente libera, sciolta d’ogni obbligo verso la giustizia spagnuola. E qui bisognerebbe aspettare l’esito di certe indagini, che don Nicola Ovando ha già cominciate col suo solito zelo. C’è tutto un viluppo di cose, qui sotto, e in coscienza debbo avvertirvene, che non sarebbe punto piacevole per voi e per la povera prigioniera. Siate savio, conte Fiesco. A voi, come italiano, può premer poco che Ferdinando perda la reggenza di Castiglia o l’ottenga: a noi preme che l’ottenga; e non per lui, badate, ma per salute di questa patria, che senza di lui ricadrebbe nell’antica anarchia. Siamo destinati alla patria celeste;—conchiuse solenne il Ximenes;—ma dobbiamo meritarla servendo Iddio nella patria terrena, e in questa unendo a sua gloria i cuori e le menti. Siate savio, signor conte, e servite il re con amore. Io, frattanto, per questa croce vi giuro, che alla prigioniera non sarà torto un capello, e che anzi ella sarà trattata come una regina; mi capite? come una regina.—

Ahimè, sapevano ogni cosa, e non occorreva che aspettassero le nuove indagini di don Nicola Ovando! Sapevano ogni cosa, e il capitano Fiesco tremò tutto, dal capo alle piante.

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