The Project Gutenberg eBook ofRassegnazione: RomanzoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Rassegnazione: RomanzoAuthor: Luigi CapuanaRelease date: November 29, 2008 [eBook #27359]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RASSEGNAZIONE: ROMANZO ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Rassegnazione: RomanzoAuthor: Luigi CapuanaRelease date: November 29, 2008 [eBook #27359]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: Luigi Capuana
Author: Luigi Capuana
Release date: November 29, 2008 [eBook #27359]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Carla and
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MILANO—FRATELLI TREVES, EDITORI—MILANOVia Palermo, 12; e Galleria Vittorio Emanuele, 64 e 66.ROMA: Corso Umberto I, 174. NAPOLI: Via Roma 258, (Palazzo Berio).FIRENZE: presso Bemporad e figlio. BOLOGNA: presso Nicola ZanichelliTRIESTE: presso Giuseppe Schubart.LIPSIA, BERLINO, VIENNA: presso F. A. Brockhaus.
SemiritmiL. 3 —C'era una volta…Fiabe illustrate da Montalti In-8 7 50Homo. Nuova edizione con aggiunti due racconti 1 —Il Marchese di Roccaverdina, romanzo (1901) 4 —
I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Published in Milan, January 15th, 1907. Privilege of copyright in the United States reserved under the Act approved March 3rd, 1905, by Fratelli Treves.
Tip. Fratelli Treves.
Carissimi
Nel dicembre del 1897, per festeggiare le vostre nozze, staccavo da questo romanzo, tuttora inedito, un capitolo—il primo—e ve l'offrivo…. interessatamente—scrivevo—perchè la vostra felicità di quel giorno fosse di buon augurio al mio lavoro.
"È impossibile—aggiungevo—che tanta giovinezza e tanto amore non portino buona fortuna all'opera di uno che vi vuol molto bene, che ha trepidato e sofferto con voi quando pareva vano sogno quel che oggi è lietissima realtà; di uno che, aguzzando lo sguardo nel vostro avvenire, si veda sorridere dinanzi agli occhi il raro spettacolo di due felici creature che alla bellezza, alla giovinezza e all'eletto ingegno seppero accoppiare quel che corona degnamente la vita, un fortissimo amore.
"Allora si saranno avverate come tu, Renato, hai cantato augurando,
del focolarele giovini gioie celate;la lampada, il tizzo, e due bimbiche intreccian tra risa beatedi riccioli biondi due nimbi,com'alte in autunno le piantefiorenti riannodan corimbi.(LUCIO D'AMBRA. Monile)."
Oggi invece, i bimbi sono già tre, eRassegnazioneviene a compire la promessa da me fattavi nella letizia di quel giorno, e invoca di nuovo il buon augurio.
È libro un po' triste, come se ne possono scrivere soltanto dopo lunga esperienza della vita; ma è anche, in un certo senso, libro di entusiasmo e di fede non ostante lo scoramento che traspare dalle sue ultime parole. E se qualcuno degli illusi, come il mio Dario, ne ricevesse conforto e insegnamento a non chiedere alla vita più di quel che essa può dare, e ad amarla anche pel poco che talvolta concede, sarei orgoglioso che la mia opera d'arte riuscisse qualcosa di più che lo studio coscenzioso di una crisi dello spirito di parecchi nostri contemporanei.
Cordialissimi augurii pel nuovo anno; affettuosissimi baci ai vostri cari bambini.
Catania, 31 dicembre del 1906.LUIGI CAPUANA
Ogni volta che ricordo mio padre, lo rivedo come in quel giorno, presso la finestra del suo largo studio, alto, aitante della persona, coi folti capelli brizzolati che gli mettevano una specie di aureola attorno alla fronte, con la barba fluente su l'ampio torace; e mi par di sentirne risonare la parola a scatti, accompagnata da vivacissimi gesti che rivelavano tutta la foga della sua anima forte ed equilibrata.
Era tornato da un viaggio in Francia e in Inghilterra per affari.
—Ora pensiamo a te!—mi aveva detto.
Avevo compiuto i miei studi liceali ed ero rimasto quattro anni incerto, esitante intorno alla professione da scegliere. Egli mi aveva lasciato libero di studiare a modo mio per scoprire in me l'indizio di qualche vocazione più spiccata; e non avevo scoperto niente. Vivevo appartato dalla società, divorando da mattina a sera libri di ogni genere, prendendo appunti, disegnando nelle ore in cui mi sentivo affaticato dalla lettura, ricevendo qualche visita di pochi amici studiosi al pari di me, ma che tramezzavano gli studi coi divertimenti, con gli esercizi corporali, e che io ammiravo grandemente perchè non potevo imitarli.
Ero timido, ombroso per la coscienza, della mia debole costituzione fisica che i medici avevano tentato invano di fortificare con ricostituenti di ogni sorta. L'aria della campagna—mia madre aveva passato due anni, con me in una villa comprata a posta dal babbo—mi era giovata pochino.
—Il ragazzo è sano,—aveva concluso finalmente il dottore.—Non sarà mai un atleta come il babbo; bisognerebbe rimpastarlo. Cessiamo di rimpinzarlo con troppi intrugli farmaceutici. La natura farà da sè, tra qualche anno.
Ero però rimasto mingherlino, palliduccio, serio più che all'età mia non convenisse. Avevo studiato bene, ma senza entusiasmo; continuavo a studiare. Ed ora, sul punto di varcare il limite della giovinezza ed entrare nella virilità—avevo vent'anni—mi sentivo tuttavia fanciullo di corpo e di spirito.
Riflettendo, certe volte mi sembrava di essere qualcosa di mostruoso, una creatura il cui regolare sviluppo fosso stato impedito da misteriose circostanze e che rimarrebbe tale per tutta la vita.
Per ciò, quel giorno, appena mio padre mi domandò che cosa pensassi di fare pel mio avvenire, io non seppi rispondere altrimenti che con uno scoppio di pianto dirotto.
Egli mi prese affettuosamente per le mani, stupito, domandandomi replicatamente:
—Perchè?
E siccome io non davo nessuna risposta, così, rilasciatemi, con un gesto d'impazienza e di contrarietà, le mani, si mise a passeggiare su e giù per lo studio, borbottando:
—Sei un fanciullo! Proprio un fanciullo!
Poi mi si accostò di nuovo, accigliato. Avevo alzato la testa per guardarlo in viso, per chiedergli scusa di quel pianto che tentavo invano di frenare.
—Il torto è mio,—esclamò.—Ti ho abbandonato troppo a te stesso. Avrei dovuto farti dolce violenza, sospingerti nella vita, iniziarti all'azione, strapparti ai libri…. Me ne accorgo in tempo. Per gli affari—soggiunse dopo breve pausa—non hai fibra resistente; e poi, bisognava cominciar di buon'ora, intendo per gli affari che ho fatto e faccio io….
Si era fermato quasi gli fosse sembrato meglio riserbare per sè quel che stava per dirmi. E, mutando tono di voce, continuò:
—Ho lavorato per te, com'era mio dovere. Tu non mi avevi chiesto di metterti al mondo; era giusto che pensassi io a renderti la vita meno triste e meno difficile che non fosse stata per me. Ci son riuscito. Non ti ho fatto milionario; i milioni, checchè ne dicano, non si trovano a ogni piè sospinto. Sei però ricco a bastanza da poter dire:—Voglio questo, con questi mezzi.—Ma risolviti. La vita è azione; ormai dovresti saperlo. Se i libri e lo studio non te l'hanno fatto capire, vuol dire che non giovano a niente. Quelli che io ho letti mi son serviti sempre a qualche cosa. Non ho mai studiato pel solo gusto di studiare, neppure quando avevo la tua età. Già allora me ne mancava il tempo; dovevo lottare contro la cattiva sorte. Per me, se il pensiero non diventa azione, azione di qualunque natura, è assolutamente cosa vana. Che intendi di fare?
—Non lo so; non ho nessun'idea chiara, intorno alle mie forze, intorno a una vocazione determinata. Non mi capisco…. Forse non sarò mai buono a niente!
Avevo risposto con voce commossa, abbassando la fronte, quasi mi vergognassi di quel che dicevo.
—Rifletti,—riprese mio padre;—ti do un mese di tempo. Prima di morire, voglio sapere che è mai diventato mio figlio; voglio andarmene all'altro mondo con la coscienza tranquilla anche su questo punto. Un figlio è l'opera più importante di cui si deve render conto a sè stessi, alla società, a Dio…. giacchè io credo in Dio, tu lo sai. Dando la vita a una creatura umana, si introduce nel mondo un elemento di forza, che può fare gran bene e gran male. Spasso il padre non è responsabile….
E credendo, a una mia lieve mossa d'impazienza, che intendessi di contraddirlo, si era interrotto, domandandomi:
—Non è vero forse?
Risposi con un gesto affermativo, volendo evitare una discussione.
Mi guardò un istante per convincersi della sincerità della mia risposta e riprese:
—Chi sa mai, procreando, se farà un delinquente o un grande uomo? La responsabilità comincia dopo. Per ciò mi piace di avere la coscienza netta; se occorre, voglio anticipatamente domandar perdono a Dio del male che mio figlio farà per colpa mia; voglio rallegrarmi del bene che opererà, se riesce un galantuomo. Galantuomo tu sarai senza dubbio. Non ti ho dato cattivi esempi. Ho lavorato, lavoro ancora, lavorerò finchè avrò forze. Forse ti paio uomo materiale, perchè uomo di affari; t'inganni. Ho fatto quel che sapevo far meglio, coscienziosamente, non risparmiandomi mai. Lavorando per me, ho giovato molto agli altri, ora senza volerlo, ora di proposito; nella vita accade così, anche pel male. Essere galantuomini però non è tutto; si può esser tali anche negativamente; almeno il mondo giudica così; chiama pure galantuomini, onesti coloro che si limitano a non fare danno agli altri. Io la intendo diversamente. Non fare il male è poco; bisogna, anche fare il bene, secondo le proprie forze, le proprie attitudini, servendosi delle circostanze. In che maniera vorrai tu farlo? È tempo che tu prenda una decisione e una risoluzione. Sei già uomo, capisci!
Non avevo mai sentito parlare mio padre con tanta serietà e tanta elevatezza. La sua voce mi penetrava nel più profondo dell'anima, mi turbava, mi sconvolgeva. Il suo sguardo, fissato nei miei occhi, mi pareva un raggio di luce che illuminasse quella profondità e me ne facesse scorgere tutta la miseria e tutto l'orrore.
Non valse l'ultimo addolcimento di voce con cui egli aveva pronunziato le parole: «Sei già uomo, capisci!»; non valse la carezza della sua mano robusta, passata amorevolmente sui miei capelli nel momento in cui mi alzavo dalla seggiola dove ero rimasto seduto mentre egli parlava, in piedi, davanti a me.
Uscii dal suo studio con un inesplicabile sentimento di rancore, che in quel punto non intendevo se contro di lui o contro le cose da lui dette; e andai a rifugiarmi nella mia camera. Non volevo pensare, non volevo riflettere. Avrei voluto dimenticare; ma era impossibile.
Mentr'egli parlava, la mia attenzione, più che dalle sue parole, era stata attratta dalla sua persona. Mi era parso un gigante, una creatura diversa da me, capace di ammaccare il mondo con un formidabile colpo di pugno; capace di sconquassarlo con una scossa delle braccia nerborute, con una spinta del suo petto di bronzo. Nella fronte ampia e negli occhi vivacissimi lampeggiava indomabile la volontà; e la tenacità dei propositi risaltava evidentissima da quelle labbra ombreggiate dai folti baffi, dall'espressione della testa che richiamava alla memoria quella del Mosè di Michelangelo, quantunque in proporzioni ridotte. Come mai da quel colosso ero potuto scaturire io, fragile creatura vissuta quasi a stento?
E mentr'egli mi diceva: «Tu non mi avevi chiesto di metterti al mondo; era giusto che io pensassi a renderti la vita meno triste e meno difficile che non sia stata per me», una risposta cupa, indefinita, una specie di accusa, mi fremeva dentro:—Perchè non hai saputo farmi forte come te? Dovevi cominciare da questo.—E mentr'egli mi diceva: «La vita è azione, ormai dovresti saperlo!», un'altra risposta non meno cupa non meno indefinita e non meno accusatrice, mi fremeva, non dirò nella mente, ma in tutte le fibre:—E perchè tu intanto mi hai fatto appunto così inetto all'azione?
La mia timidezza proveniva, in gran parte, dal convincimento della inferiorità fisica a cui mi credevo condannato, e dal sentimento della mia inferiorità intellettuale che giudicavo dovesse risultare da quella.
Non già che io mi stimassi uno sciocco, no; sapevo benissimo quel che valevo; valevo quanto molti altri. Ma che importava? Non valevo però tanto da essere assai più di molti altri. Misuravo la distanza frapposta tra quel che sapevo di essere e quel che avrei voluto e non avrei potuto mai essere, e mi sentivo preso da scoraggiamento che mi rendeva eccessivamente severo con me stesso, fino a farmi giudicare inutile qualunque sforzo, anzi inutile la vita medesima! Avrei voluto essere un braccio, una mano; e potevo appena fare la funzione di un meschino strumento in mano altrui, caso che ci fosse stato chi avesse voluto adoprarmi in qualche umile circostanza. Non sapevo rassegnarmi.
In quei quattro anni, ero passato per una serie di prove tentate una dietro all'altra, non la speranza che, forse, quando meno me l'attendevo e da dove meno l'attendevo, sarebbe venuta fuori la coscienza della mia vita, la ragione del mio avvenire.
Ecco, invece, quel che n'era venuto fuori.
Ma prima debbo dire di un'altra anomalia del mio organismo.—Debole, ero poco sensibile; e avrei dovuto essere l'opposto.
Non mi eccitavo per nulla; non avevo scatti di ribellione o di allegria, come gli altri fanciulli. Ripensando, oggi, le mie sensazioni di allora, rimettendomi con la immaginazione in quello stato, mi sento intorpidito, impacciato, incapace di ricevere intero l'urto delle impressioni esterne, di trasformarlo, di assimilarlo; quasi mi mancasse l'attitudine della resistenza, quasi i miei nervi fossero stati di bambagia.
Era proprio così. Tutto veniva a posarvisi, ad adagiarvisi cautamente, dolcemente, sofficemente. E non posso prolungar molto questo sforzo dell'immaginazione per rivivere la mia fanciullezza e spiegarmela. Soffro ora quel che non soffrivo allora; mi sento mancar l'aria, mi sento imprigionato dentro me stesso; e mi vengono le lagrime agli occhi per quegli anni così smorti, così tristi, per quella, sto per dire, mia anticipata vecchiezza.
Soltanto una volta avevo avuto un lampo di coscienza durante il grigio torpore dei primi anni di scuola. Uno dei miei compagni mi aveva chiamato:—Mummia! Mummiaccia!—Dal tono della voce avevo capito che quella parola, di cui non intendevo il significato, doveva esprimere un'ingiuria; e, tornato a casa, avevo subito domandato alla mamma:
—Mummia, che vuol dire?
La mamma, poverina, me lo aveva spiegato bene; ed io ero rimasto pensieroso tutta la giornata, intento a indovinare quale relazione passasse tra una mummia e me.
—Non sono una persona morta!—pensavo.
Intanto l'idea che uno avesse potuto ingiuriarmi con quel nome, cioè che avesse potuto giudicarmi quasi persona morta, imbalsamata, fasciata—questi particolari avevano fatto maggiore impressione su la mia fantasia—mi die' per parecchi giorni un profondo senso di tristezza.
—Se colui ha potuto dirmi: Mummia!—riflettevo,—significa che ha veduto in me qualcosa che gli ha richiamato la mummia alla memoria.
Barlume di coscienza infantile, sparito presto e non rinnovatosi più.
Non godevo e non soffrivo.
Ricordo le sensazioni della mia vita di campagna, nella deliziosa villa comprata a posta dal babbo. Vi sono tornato spesso, in questi ultimi tempi, e principale occupazione colà è stata sempre quella di ricostruirmi con tutti i particolari la mia vegetazione di allora; non posso chiamarla altrimenti.
Le belle giornate, il verde dei campi, il canto degli uccelli, le acque scorrenti, le stesse affettuose premure della mamma, la compagnia dei bambini del mezzadro, niente penetrava a fondo dentro di me, niente riusciva a produrre un'eco di sentimento nella mia povera animuccia.
Restavamo soli colà, mia madre ed io, per mesi e mesi. Il babbo era costretto a viaggiare spesso dagli affari, dalle speculazioni commerciali, o era trattenuto in città. Scriveva quasi ogni giorno per avere notizie di me e s'impazientiva di non riceverle quali le avrebbe volute. Capivo questo dall'espressione del viso della mamma mentre leggeva la lettera tenendomi tra i ginocchi; lo capivo dalla sua invariabile esclamazione:
—Benedett'uomo!… Quasi fosse colpa mia!
—Che vuole il babbo?—le domandavo.
—Vuole che tu ti diverta, che tu corra, che tu faccia il chiasso con gli altri bambini, per diventar grande e forte come lui.
In quel tempo avevo per mio padre un sentimento di affettuoso terrore; sì, di affettuoso terrore. Mi compiacevo di sapermi voluto bene da lui; ma quand'egli arrivava, improvvisamente alla villa per uno o due giorni, avevo proprio una sensazione di terrore nel sentirmi sballottare tra le sue braccia, strusciar dalla sua barba allorchè mi baciava, trascinar per mano lungo i viali, pei sentieri delle colline, forzandomi a correre mentre egli camminava regolarmente coi larghi passi da gigante; nel vedermi tutt'a un tratto sollevato di peso, con un braccio, perchè potessi staccare un ramo, o cogliere un frutto da un albero che mi pareva toccasse il cielo, guardato da terra.
A tavola mi stupivo egualmente di mio padre, sgranando gli occhietti. Montagne di vivande sparivano dai piatti davanti a lui, rapidamente maciullate dai solidi denti dell'ampia bocca, inghiottite con vorace avidità, inaffiate da copiosi bicchieri di vino. La mamma, al confronto, mi sembrava un uccellino che beccasse appena le vivande; io, non occorre dirlo, mi riconoscevo assai meno: una mosca, un insettuccio.
Dopo desinare, quando non mi conduceva via con sè, lo guardavo dalla finestra; lo udivo gridare coi contadini, lo vedevo gesticolare, lontano; lo perdevo di vista tra gli alberi, e, poco dopo, lo rivedevo lassù, in cima alla collina, quasi vi fosse giunto con una volata; poi, in brevi minuti, di ritorno, frettoloso, pronto a partire.
—Vuoi venire con me?
Non rispondevo, interrogando con gli occhi la mamma.
—Lo porto in carrozza fino alla stazione.
La mamma non voleva. Era distante la stazione; avrei fatto troppo tardi.
Egli mi afferrava con le ossute mani, mi sollevava fino alle sue labbra, come un giocattolino, come un fuscello, mi strusciava di nuovo la faccia coi baffi e con la barba, per farmi il solletico—ci si divertiva—mi dava parecchi baci, mi riponeva a terra con atto rapido da sembrare che volesse buttarmi via, e spariva.
Quell'impressione di abbrividimento mi durava tutta la giornata.
La mamma mi faceva da maestra perchè almeno non dimenticassi il poco che avevo appreso a scuola, e le sue lezioni oltrepassavano di rado il quarto d'ora. Aveva paura di affaticarmi. Scambiava per stanchezza la nessuna curiosità di apprendere che io dimostravo.
Ella, sì, leggeva molto, in camera o nel prato all'ombra di un albero, mentre io giocavo fiaccamente coi bambini del mezzadro, che, vivacissimi, si sentivano impacciati della mia indifferenza. Qualche volta essi si arrestavano per guardarmi bene, stupiti di scorgermi così dissimile da loro, quantunque fanciullo come loro.
Una volta, accorso dalla mamma per domandarle la spiegazione di non so che cosa, la trovai che piangeva, pur continuando a leggere. Mi fermai a pochi passi da lei, non osando di avvicinarmi.
—Che hai? Perchè piangi, mamma?
Dalla sua risposta capii che la faceva piangere quel libro.
—Buttalo via,—le dissi,—è un libro cattivo!
—No, è anzi un bel libro,—rispose.—Un giorno, quando sarai grande, piangerai anche tu talvolta, leggendo. Non si piange di dolore, ma di piacere.
Non compresi; e tornai dai miei compagni, facendo dentro di me proponimento che quando sarei stato grande non avrei letto mai, mai, libri che potessero farmi piangere.
Ora mi sembra strano che io abbia potuto pensare una cosa simile. Ordinariamente, niente mi spingeva a riflettere anche un istante da fanciullo, come soltanto avrei potuto fare con la mia piccola intelligenza. Le sensazioni mi sfioravano appena, si smussavano nel mio contatto. Ero simile a una di quelle larghe foglie di piante acquatiche nuotanti nella vasca davanti a la villa, che non si bagnavano mai, e lasciavano scivolar l'acqua in goccioline iridate, senza neppur ritenerne l'umidore.
Allo stesso modo avevo attraversato la giovinezza nelle scuole superiori imparando attentamente quel che m'insegnavano, riponendolo, con ordine, nei varii scompartimenti della memoria, come avrei potuto disporre nelle vetrine d'un museo minerali, conchiglie, farfalle, oggetti rari e preziosi, senza che tutto quel materiale prendesse realmente possesso di me, o, per dir meglio, senza che me lo assimilassi, lo rendessi pensiero mio; se non pensiero—era troppo presto—sentimento mio, insomma, intima parte del mio organismo spirituale.
Le cose da studiare giornalmente erano troppe. Le mie scarse forze vi si esaurivano. Non me ne rimanevano affatto per prender parte al chiasso, agli scherzi, alle scapataggini dei miei compagni. I quali, per qualche tempo, mi canzonarono spietatamente, chiamandomi: «la signorina». Poi, mi lasciarono in pace, non occupandosi più di me, quasi non esistessi per loro e non fossi un collega.
Tre di essi, cinque anni dopo, si stringevano con me in amicizia di studio; un po' forse, per la ragione che potevano approfittare delle nuove pubblicazioni italiane e francesi che io avevo i mezzi di comprare e che compravo perchè un libraio, per ordine di mio padre, me le mandava in osservazione a casa, e rimanevano sul mio tavolino, non badando io a restituirle neppure quando non facevamo per me; un po' anche perchè la mia attenzione allo studio, la facilità con cui apprendevo e ritenevo le cose apprese mi davano agli occhi loro una superiorità di cui non potevo insuperbirmi, non avendone nessuna coscienza.
Essi possedevano—specialmente due—assai più ingegno di me. Erano infatuati dell'arte, e cominciavano già a scrivere in certi giornali. Il terzo suppliva con la faccia tosta, con la presunzione, a l'ingegno che gli mancava. Discuteva con tutti schiamazzando, trinciando giudizi sbalorditivi, dicendo spropositi con aria così tranquilla, così convinta, che io lo stimavo quasi più di quegli altri, quantunque lo sapessi mediocrissimo. La sua faccia tosta, la sua presunzione mi parevano indizio di forza.
Ci riunivamo in casa mia nei giorni di vacanza. Facevamo qualche lettura—Bissi leggeva benissimo, con un po' di teatralità, se si vuole, ma efficacemente—e poi ci mettevamo a ragionare intorno ai lavori letti: poesia, novella, capitolo di romanzo. Dovrei dire—si mettevano a ragionare: il Lenzi e il Bissi avendo sempre molte belle cose da dire; il Lostini spropositando e chiacchierando per lo meno quanto quei due presi insieme.
Io mi meravigliavo di quel che il Lenzi e il Bissi potevano e sapevano cavare dal fondo dell'anima loro, suggestionati dalla lettura. Mi meravigliavo egualmente di quell'ammasso di cose strampalate che il Lostini sbrodolava; quasi spiattellasse le cose più nuove e più interessanti di questo mondo. A me non riusciva di dir nulla. Eppure mi pareva che avrei potuto dire le stesse cose che il Lenzi e il Bissi dicevano. Provavo la strana sensazione che essi parlassero pure per conto mio e che quelle idee me le cavassero di mente per mezzo di qualche operazione magica a me ignota; tanto le riconoscevo conformi al mio modo di sentire e di pensare. Se non che ero convinto che, da me, non avrei mai saputo metterle fuori, anzi che non avrei mai avuto, senza l'aiuto dei miei amici, neppure il sospetto che esse esistessero nel mio cervello.
A poco a poco intanto cominciavo ad avventurarmi nelle discussioni, a tentar di formolare con la parola quel che mi ribolliva in istato di indefinitezza nella mente e nel cuore. La parola, dapprima restìa, vaga, scialba, diveniva facile, colorita. La mia attitudine all'osservazione arguta e giusta si svolgeva lentamente ma gradualmente. Ora, infine, si meravigliavano essi di quel che dicevo; ma io me ne stupivo più di loro. Sentivo un piacere doppio, squisitissimo, e per la cosa detta e perchè l'avevo detta io, senza che altri me la cavasse fuori a mia insaputa.
Ma quando, dopo due o tre ore di questo esercizio, essi mi lasciavano perchè io non volevo seguirli a una passeggiata, a un divertimento dove sapevo che sarei rimasto estraneo per la mia timidezza e la mia ombrosità, mi sentivo riafferrare dal mio solito torpore; quasi l'anima mia tornasse a rinchiudersi dentro quel guscio da cui si era affacciata un istante per impulso altrui e non per sua propria virtù.
Il Lenzi e il Bissi erano due bei giovani: l'uno, biondo, con folti baffi e occhi cilestri, svelto della persona, di modi signorili, che l'accuratezza del vestire faceva spiccare meglio; l'altro, bruno, con occhi nerissimi, vivacissimi, barbetta fina, appuntata, baffetti un po' radi e capelli densi, tagliati a spazzola, sui quali il cappello a larghe tese non era mai calcato, quasi pesasse troppo e impacciasse la spaziosa fronte dentro cui si agitavano tante e tante cose—sogni d'arte e lieti fantasmi di avvenire. Il Lostini, alto, magrissimo, con mani che sembravano granfie, andava sempre in tuba e abito chiuso, con enormi colletti, enormi polsini, enormissime cravatte rosse o azzurre, spille da dar nell'occhio lontano un miglio, vistosi fiori all'occhiello e mazza con pomo di argento, ogni cosa all'ultima foggia e così esageratamente da far fermare le persone per via. Eppure io lo ammiravo; mi pareva che occorresse un bel coraggio per mascherarsi a quel modo.
Tutti i giovedì e tutte le domeniche egli arrivava in casa mia con un gran rotolo di manoscritto. Il Lenzi e il Bissi lo prendevano in giro spietatamente; gli davano senza cerimonie dell'asino e del cretino; ma egli non se ne offendeva. Spiegava il manoscritto sorridendo, lasciava passare la sturata dei motti pungenti, delle sanguinose ironie, e cominciava a leggere. Notavo che, alla fine, egli riusciva sempre a farsi ascoltare e discutere.
—Via, ditemelo francamente: non c'è male, mi pare. Questa volta l'ho imbroccata.
Non l'aveva imbroccata affatto. Io stupivo, riflettevo come mai non si accorgesse della miseria dell'opera sua, che il Lenzi e il Bissi gli analizzavano punto per punto, riducendogliela in minuzzoli, polverizzandola.
—E non parlo delle sgrammaticature!—conchiudeva il Bissi.
—Sgrammaticature poi! È un po' troppo!—egli protestava ridendo.—Lo dite per farmi arrabbiare. No; questa volta l'ho imbroccata!
E andava via con tale convinzione, annunziando tronfiamente che preparava un volume di versi giovanili, editi e inediti, per mettere in evidenza il proprio nome, per forzar la mano al pubblico. Aveva già trecento abbonati; le spese di stampa erano coperte. I guadagni sarebbero venuti dopo.
Il Lenzi e il Bissi parlavano anch'essi del loro avvenire, ma entravano nella mischia, nella lotta per la vita, ben altrimenti preparati ed armati.
Il Lenzi, studiando diritto, mirava alla deputazione, o alla diplomazia; avrebbe scelto quando fosse arrivato il momento opportuno; non disperava di diventare, un giorno o l'altro, ministro del regno d'Italia. Intanto, per rifarsi dell'aridità degli studi scientifici, si divagava con studi d'arte; li stimava valevoli mezzi, armi poderose, anche per un uomo politico.
Il Bissi, invece, odiava la politica, regno delle mediocrità, secondo lui, della volgarità, della materialità. L'attuale decadenza degli ingegni e dei caratteri non si doveva tutta ad essa? E non leggeva giornali quotidiani, viveva chiuso nel suo mondo estetico, ambizioso soltanto di guadagnarsi un bel posto nel gran movimento di rinnovazione artistica, che affermava prossimo a rivelarsi. In questa nuova fase della vita italiana, egli voleva trovarsi alla testa del movimento…. o tirarsi un colpo di pistola. Non cercava vie di mezzo; e si preparava benissimo anche lui.
Io soltanto non scorgevo nessun avvenire per me.
Non osavo fermarmi un momento a riflettere quale avrebbe potuto mai essere, nel caso che mi fossi deciso a rappresentare una parte attiva nella società. Non mi riconoscevo nessuna attitudine speciale, spiccata, per l'arte, nè per la politica, e molto meno per l'azione di qualunque natura. Mi sentivo condannato a vivere da parassita, a consumare senza produrre, a trascinarmi impotente tra la folla portata via dal turbine dell'attività industriale, letteraria, politica; oggetto di compassione o di riso o di disprezzo; fantasma tra tanti vivi. Niente altro!
Era possibile?
Eppure potevo osservare che qualche non lieve mutamento era avvenuto in me durante quegli anni di apparente inerzia. Un fine senso della concezione d'arte già traspariva dai miei ragionamenti. A ogni nuova lettura, mi sembrava che i confini della mia intelligenza si fossero spostati; intravedevo che un sordo lavorìo era dovuto accadere e accadeva tuttavia dentro di me; lavorìo di digestione, di chilificazione delle immense letture, operato nei più misteriosi recessi del pensiero, dell'energia intellettuale, allo stesso modo della digestione e della chilificazione dell'organismo fisico, se in certi momenti mi riconoscevo cresciuto e fortificato spiritualmente come prima non ero.
Perchè non mi provavo a fare, a produrre?
Il Lostini non riusciva perchè non sapeva, e intanto aveva l'illusione di poter fare, ingannato dalla sua fatuità e dalla sua presunzione. Col Lenzi e col Bissi non ardivo di paragonarmi. Erano organismi perfetti, delicatissimi; sapevano quel che volevano, dove tendevano e dovevano arrivare, e già coordinavano ogni loro minimo atto con quello scopo, sicuri delle loro forze, pronti ad abbattere gli ostacoli e col presentimento dell'immancabile vittoria in fondo al cuore.
Come li ammiravo e come li invidiavo!
Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale; capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi lasciai trascinare.
La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di critica—con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze giuridiche non ce li faceva neppur vedere—e non far mai cosa volgare. Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale. I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni dell'arte.
Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone. Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza, mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi intera.
Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.
—Vorrei leggervi….
E si era arrestato, per guardarci in viso.
Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.
Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti, nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento, opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e, nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona, eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature, di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad ascoltarlo, rapiti!
La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.
Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce, l'accento, e nulla più.
E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:—Tu sarai il primo simbolista d'Italia!—io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima parlare gli altri, scoppiai in un energico:
—Zitto! Non dire bestialità!
E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il giudizio del Lenzi e il mio.
Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte: novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di nuovo.
E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco d'intensità, senza che io me n'accorgessi.
Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva; mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio del Lostini!
Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.
Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che» indefinibile che nessuno studio può far acquistare.
Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio supplizio.
Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della malattia che mi affliggeva.
Che cosa avrei potuto essere?
L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto, quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei stato cosa del cliente, suo schiavo!
La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!
Gli affari?
Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui, attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente smania di guadagnare sempre più?
Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!
Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni, tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore, la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella durezza degli scuri, smisi subito nauseato.
Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi toglievano da ogni bassa occupazione manuale.
Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non avevano nessun segreto per me?
Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che altro avrei potuto fare?
E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero, per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile significato di quella parola!
Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande artista, gran pensatore…. o niente! Non aggiungevo come il Bissi:—O un colpo di pistola!—Mi mancava l'energia di pensarlo.
E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati, strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi sussulti della vita che si spegneva!
Perciò non mi ero mosso, sentendo replicatamente picchiare all'uscio; perciò non mi ero sollevato dalla poltrona vedendo quel bel bambino biondo, coi riccioli spioventi attorno al collo e i grandi occhi interroganti e il sorriso ancora più interrogante degli sguardi, affacciatosi all'uscio cautamente da lui aperto.
—Dormi?—mi domandò.
E non vedendomi muovere, era entrato saltandomi addosso, gettandomi le braccia al collo per baciarmi.
—C'è la mamma di là, in salotto, dalla tua mamma. Io mi annoiavo, e sono venuto da te. Mi mandi via?
—No.
—Stai così zitto! Che hai?
—Niente.
Lo sollevai tra le braccia, lo baciai, lo misi a terra, stirandomi tutto per scacciare il torpore che mi aveva invaso; osservandolo con intenso piacere, mentre lo tenevo per le mani un po' discosto, quasi lo vedessi allora per la prima volta.
Bello, sano, forte, con quei lunghi capelli e lo svelto vestito alla marinaia, più che bambino, mi pareva già uomo, tanta espressione d'intelligenza aveva negli occhi e nella fronte, tanta pienezza di energia mostrava nell'atteggiamento della persona.
—Oggi è vacanza!—mi disse, accompagnando le parole con un vivacissimo atteggiamento della testa.
—Non ami la scuola?
—Sì; ma mi piace pure fare il chiasso e andare attorno con la mamma o col babbo.
Moveva rapidamente gli sguardi in giro per la stanza, come se volesse abbracciare ogni cosa con una occhiata; poi si era fermato ad osservare i libri che riempivano gli scompartimenti degli scaffali.
—Li hai letti tutti?—domandò, additandomeli.—Anche il babbo ne ha molti—non tanti—e me li darà quando sarò grande. Ma io voglio piuttosto le sciabole, le pistole, le lance, i fucili appesi alla panoplia—si dice così?—nello studio del babbo. Voglio essere generale io, andare in Africa e ammazzare tutti gli abissini che hanno scannato a Dogali i nostri soldati.
—Chi te l'ha detto?
—Il babbo; lo leggeva nel giornale e io stavo a sentire. E poi ho visto i ritratti…. le figure. Come sono brutti gli abissini! Senti. Ho messi in fila i miei soldatini di piombo, ne ho più di cinquanta, e ho detto:—Voi siete abissini!—Poi, presa la mia sciabola di latta, piff! paff! gli ho buttati per terra e gli ho lasciati là.
—E se gli abissini, quando andrai in Africa, ammazzeranno te?—replicai per provocarlo.
Fece una spallucciata sdegnosa, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra, e arditamente rispose:
—Prima ne ammazzerò almeno un centinaio! Non sarò solo; comanderò tanti soldati, su un bel cavallo come quello del re.
E moveva le gambe per imitare lo scalpito del cavallo, ergendo la vita, facendo il gesto di infrenarlo per le redini, quasi in quel momento stesse proprio sul dorso di un focoso animale.
Io lo guardavo stupito. Che rigoglioso sviluppo di facoltà in quella creaturina di sette anni! Come le mosse della persona, la prontezza della parola ne mostravano la ferma volontà, la coscienza di potere, la sicurezza di sottomettere tutto alla sua forza! Non riflettevo in quel momento che poteva trattarsi di una spavalderia di bambino; pensavo soltanto che io non ero mai stato capace di sentire e di immaginare qualcosa di simile, e non ne ero capace neppur ora!
Si era avvicinato al tavolino dov'erano ammucchiati tutti i miei lapis, le carbonelle, i pennelli, accanto ad una scatola di colori per acquarello; li esaminava attentamente.
—Faccio un pupazzo?
E senza attendere il mio permesso, aveva intinto un pennello, sorridendo della propria arditezza, mentre prendeva un foglio di carta e se lo aggiustava dinanzi. Mutò pensiero a un tratto:
—Fammelo tu, ma bello! Un soldato con cappello da bersagliere.
—Un'altra volta,—risposi:—Oggi sono occupato.
—Allora me ne vado.
Era corso verso una pianta di bambù. Ne accarezzava le foglioline, ne piegava gli esili rami.
—Come si chiama questa pianta?
—Bambù.
—Quella di cui si fanno le mazzettine?
—Sì.
—Me ne farai una? Bisogna che la pianta cresca, è vero? perchè il fusto s'ingrossi. Mi hanno chiamato?
—Mi è parso.
Mi tese la mano, con agile atto di persona matura, e, nel socchiudere l'uscio, affacciò la testa tra i battenti per rammentarmi:
—Con cappello da bersagliere, hai capito?
Che misera creatura ero io, se sentivo di valere assai meno di quel bambino di sette anni!
Mio padre arrivava in mal punto.
Ero, da più giorni, tormentato da questa convinzione della mia inettezza a qualunque cosa che veramente meritasse di occupare l'intelligenza di un uomo. In certi momenti mi domandavo se quella sproporzione tra la mia idea e le mie forze fisiche e mentali non fosse grave sintomo di degenerazione o di pazzia.
Riflettevo:
—Un gran poeta, un gran romanziere, un gran drammaturgo, qualunque grande artista, qualunque gran pensatore è tale quasi senza saperlo. A nessuno di essi dev'essere mai passato per la testa:—Voglio essere questo! Voglio essere quest'altro!—Si sono sentiti artisti, pensatori, o meglio hanno operato da artisti, da pensatori, creando, ragionando, facendo naturalmente, semplicemente la loro funzione. Chi dice, come me:—Vorrei essere questo! Vorrei essere quest'altro!—ha già la coscienza di essere tutt'altro.
Che sono io? Un orgoglioso, un vanitoso! Un uomo mancato!
E inutilmente soggiungevo:
—Al pari di mille e mille altri!
Questo non mi consolava, non leniva il mio tormento.
Fino al giorno però in cui mio padre venne improvvisamente a disperdere le mie ultime illusioni, io non avevo ancora sentito l'abbattimento così disperato che quel giorno mi faceva singhiozzare bocconi sul letto, brancicando la coperta con mani convulse.
Mi sembrava che il mondo fosse crollato attorno a me e che fosse sparita ogni luce.
—Dario! Dario!—sentii chiamare.
Era la voce di mia madre.
Mi asciugai in fretta il viso bagnato di lacrime, cercai di dissimulare la mia angoscia e corsi ad aprire l'uscio.
—Dario!…
Mio padre le aveva accennato qualche cosa di ciò che mi aveva detto poco prima, e la povera donna accorreva per temperare l'asprezza da lei sospettata nelle parole di lui.
—Oh, mamma!—esclamai, gettandole le braccia al collo e chinando desolatamente la testa, sul suo petto ansante.
—Coraggio! Tuo padre ti vuol bene. Non prendere in mala parte i suoi consigli, la sua insistenza.
—Il babbo ha ragione,—risposi con voce cupa.
—Ascoltami, Dario!—ella soggiunse affettuosamente.
E mi condusse per mano verso il canapè forzandomi a sedere accanto a lei.
Era un po' pallida, ma sorrideva con tale espressione di dolcezza e di benignità, che io sentii dileguare quasi tutt'a un tratto quel fremito di rancore destatosi nel mio animo mentre mio padre parlava.
—Ho fatto come tuo padre,—cominciò;—ti ho lasciato pienissima libertà riguardo al tuo avvenire. È giusto che i genitori non pesino per nulla su questa scelta perchè possono facilmente ingannarsi e indurre in inganno.
—Ah! Non ho da scegliere,—la interruppi.—Ogni via mi è chiusa.
—Credi tu dunque di averle esaminate tutte?
—Tutte!
—Lo so; tu vorresti farti onore nel mondo con le opere del tuo ingegno; vorresti arrivare in alto, alla cima; la mediocrità ti fa orrore; me lo hai detto più volte. Hai tentato, ti è parso di non aver forza da riuscire, ed hai perduto la fiducia che ti aveva sostenuto finora. Sei orgoglioso e modesto nello stesso punto, e ciò onora molto la tua intelligenza e il tuo cuore. Io non m'intendo di queste materie; la mia cultura è troppo scarsa da poter giudicare se hai torto o ragione. Mettiamo che tu abbia ragione. Che vuol dire? Se tutti la pensassero come te, la società perirebbe d'inerzia. Ciascuno di noi porta dentro di sè qualche sogno non mai potuto realizzare; ed io credo che sia bene che avvenga così. Non è certo, figliuolo mio, che avremmo raggiunto la felicità o la gloria, realizzando quel sogno. Nella vita poi vi sono còmpiti umili o modesti non meno necessarii nè meno utili del còmpito dell'artista e dello scienziato. E ci vuole grandezza d'animo e quasi eroismo per eseguirli senza rimpianto di maggiori cose, attentamente, amorosamente, non come penoso dovere, per non sopportarli soltanto come inevitabile croce. Non ti meravigliare che io parli così. Non ripeto cose imparate dai libri; esprimo quel che ho pensato e meditato da anni, silenziosamente, portando dentro di me il mio sogno rimasto tale, ed eseguendo il mio còmpito rassegnatamente, con lo stesso amore con cui lo avrei eseguito, se lo avessi scelto di mia libera volontà.
—Anche tu, mamma?—la interruppi stupito.
—Oh, non immaginare niente che possa eguagliarsi a quel che tu desidereresti di raggiungere! Raramente il pensiero di una donna va più in là della famiglia, di quel nido di amore dove ella vorrebbe essere schiava e regina nello stesso punto. Mia madre è stata un'eletta. Tu non l'hai conosciuta. Avresti avuto una nonna adorabile. Era bellissima e di bontà immensa. Più che coi precetti, mi ha educata con l'esempio. Creatura felice, ha fatto felice l'uomo del suo cuore, e quanti le stavano attorno. Credevo che avrei dovuto avere la stessa sorte; potevo ambirne una migliore?… Invece!… Non accuso qualcuno, e meno di tutti tuo padre.
—Anche tu, mamma?—replicai guardandola fisso negli occhi, quasi temessi che ella, non volesse svelarmi il suo doloroso segreto, e tentassi di carpirglielo per forza.
—Non accuso qualcuno,—ella riprese,—e meno di tutti tuo padre. La sua condizione era molto diversa della tua. Un disastro economico della sua famiglia lo ha costretto a rifare col lavoro quel che l'imprevidenza di suo padre e la furfanteria degli altri gli aveva improvvisamente rapito. Poi, quando la fortuna ebbe aiutato i grandissimi sforzi di attività che egli era riuscito a fare, quella stessa febbre di speculazioni, di imprese, di appalti, di scommesse di borsa che lo aveva risollevato in alto, lo ritenne, quasi sua preda, lo sopraffece, gli die' la vertigine. Fu marito e padre soltanto nei primi anni del nostro matrimonio; dopo, è stato, in famiglia, una macchina creatrice di ricchezza; non ha avuto tempo di esser altro. Sballottato di qua, di là, pel mondo, si ricordava di me unicamente per farmi sapere che mi voleva felice, assieme col figlio, e che tutta la sua vita era consacrata a questo scopo. Ma per lui la felicità consisteva nella ricchezza; in niente altro. Io gli sono stata e gli sono gratissima di questa buona intenzione; e ringrazio Iddio che lo ha aiutato in ogni sua impresa. Egli però, te lo dico senza ombra di rancore, ha voluto altrimenti. Io avevo te, ero assorta nelle cure della tua malferma salute, nella tua educazione, e mi mancava il tempo di essere gelosa, di dolermi di esser messa da parte nella sua vita, di essergli divenuta presto, se non un'estranea, certamente non più la donna sua, come sposandolo avevo sognato. Sono stata rispettata, stimata infinitamente; amata, no!
—Povera mamma!—esclamai.
—Non mi compiangere. Ho avuto la buona ventura di rassegnarmi. Quel mio sogno di ragazza mi si è rifugiato in fondo al cuore, vi si è nascosto e addormentato; ed oggi è la prima volta che lo sveglio e torno a guardarlo. Tuo padre non ha mai sospettato che io soffrissi in silenzio, e che rimpiangessi qualche cosa. Mi ha creduto forse indifferente, fredda, anima creata a posta per stare sottomessa, formata per servire un padrone.
—Oh! Tu sei stata dunque una martire, mamma?—dissi, prendendole le mani e baciandogliele ripetutamente.
—Martire è troppo, figlio mio!
Sorrideva serena. Ma negli occhi e in certe pieghe delle labbra le si scorgevano facilmente segni di profonda tristezza.
—Non sono stata felice—continuò—come tuo padre probabilmente ha creduto. Forse, un po', la colpa è mia. Ho avuto un senso di orgoglio che mi ha chiuso la bocca. Nessuno ha mai saputo quel che avveniva dentro il mio cuore. Non mi sono mostrata espansiva neppure con te. E questa casa invidiata, creduta albergo di felicità, ha spesso visto tre ombre aggirarsi per le sue stanze: una, quella di tuo padre, agitata da fantasmi di speculazioni, di intraprese industriali, di progetti di nuovi guadagni; l'altra, la mia, muta, passiva, con una maschera sul viso che impediva alla gente di penetrare il mio doloroso segreto; terza, la tua, povero figlio, tormentata da una gran visione di creazione artistica e di gloria. E siamo vissuti quasi non fosse stato tra noi niente di comune, intendo niente d'intimo; lasciando che ognuno agisse a modo suo, legati unicamente da quelle relazioni materiali di famiglia che bastavano a tenerci insieme. Può darsi che io esageri; può darsi che io giudichi con parzialità. Giacchè tuo padre, in mezzo alla ressa, alla tormenta degli affari, ha pensato sempre a te, al tuo avvenire. Egli ha goduto la vita di viaggiatore che prende qualche cosa, via via, neibuffetdelle diverse stazioni, in piedi, senza aver tempo di scegliere, di far lo schizzinoso. Ha cercato il meglio che poteva avere sottomano, si è servito spensieratamente ed ha ripreso il treno, soddisfatto, contento della corsa che lo avrebbe fatto presto arrivare alla mèta del suo viaggio. E viaggiando, ha pensato che coloro che rimanevano in casa sua, dovevano anch'essi essere soddisfatti e contenti perchè potevano godere il frutto del lavoro di lui senza darsi pensiero di nulla. Sono stata forse una donna per tuo padre? Ha supposto che potesse bastarmi l'essere madre quasi per caso. Egli aveva avuto da me quel che desiderava: un figlio. Non voleva averne altri, per non disperdere tra parecchi una sostanza che gli sembrava appena sufficiente a concedere piena indipendenza a un solo. Non me l'ha mai detto; me l'ha fatto capire dal suo contegno; ed io non ho voluto contristarlo ribellandomi. Pensavo:—Chi sa ch'egli non abbia ragione?—E l'idea che facendo diversamente avrei potuto mettere qualche ostacolo al tuo futuro benessere, mi ha infuso la gran forza di rassegnarmi.
Io non osavo d'interromperla, e l'ascoltavo vinto da un senso di maraviglia e di compassione. Una dolce vena di tenerezza mi scaturiva, inattesamente, nel cuore, e me lo inondava tutto. Mi sembrava che quanto di umano, di affettuoso, di carezzevole era fin allora rimasto quasi condensato in ghiaccio nella profondità del mio organismo, si liquefacesse soavemente, cominciasse a circolarmi per le vene, mi infondesse una vitalità nuova di cui non avevo nessuna idea.
Mi sembrava di essere tornato bambino, di crescere di mano in mano, là, sotto gli occhi di colei che mi guardava amorosamente pronunciando, con voce flebile ma armoniosa, quelle significative parole che non erano suoni soltanto ma onde luminose e benefiche.
Così capivo di essere ancora giovane, di avere aperta davanti ai miei passi una via di vita, di gioia, di attività assai ben diversa da quella che l'aridità dei miei studi mi aveva fatto fin allora intravedere. Così mi balenava allo sguardo interiore dell'anima la possibilità di essere qualche cosa anch'io, quantunque non più quel che avevo fantasticato nell'orgoglioso raccoglimento in cui ero vissuto tant'anni.
—Parla, parla ancora, mamma!—avevo esclamato con voce tremante, e sentendomi riafferrare dalla disperazione appena l'avevo creduta quasi vinta.
—Io ho atteso con fiducia questo momento,—ella rispose.—Ricordi? Ogni volta che mi confidavi i tuoi alteri progetti di avvenire e mi mettevi a parte delle tue angosce, delle tue delusioni, delle tue nuove illusioni, io ti dicevo:—Tu puoi giudicare meglio di me, povera donna quasi ignorante. Sei troppo giovane, hai tempo di riflettere!
—E soffrivo per te, non già perchè il tuo sogno mi sembrasse irraggiungibile, ma perchè diffidavo di quel sogno, da donna, da madre. Ti vedevo, con profondo dolore, cercare la soddisfazione della tua anima, la tua felicità là dove ero convinta che non avresti potuto trovarle. Ma non osavo dirtelo; non me ne riconoscevo l'autorità, per quanto il mio dovere di madre potesse scusarmi, se mai lo avessi tentato. Ora però….
—Parla, parla, mamma!—imploravo.
—Ora che tu stesso….
—Ah!… È orribile, mamma! Mi par di morire!
—No, la vita non consiste tutta nell'intelletto; somiglia a una immensa gradinata. È bello aspirare di salirne la cima, di poter parlare al mondo da quell'altezza con la parola dell'arte o della scienza; ma non è avvilente fermarsi a metà o più giù….
—Confuso tra la folla, zero che dà valore a un'unità!—la interruppi amaramente, sentendomi tutt'a un tratto affluire alla bocca il fiotto attossicato della mia delusione, vedendo sparire, quasi irridendomi, gli ultimi lembi del miraggio che mi aveva abbagliato e sedotto.—Oh!—continuai rizzandomi in piedi.—Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò. Tu mi aiuterai a sopportare la lunga agonia, se questo miserabile mio corpo si ostinerà a durare! Non aprirò più un libro, non penserò più! La mia intelligenza dovrà atrofizzarsi alfine, e lasciarmi bestialmente tranquillo. Oh!… Rinuncio a tutto; vegeterò, non vivrò!
E così esclamando, avevo la strana sensazione che un'altra persona parlasse a quel modo per bocca mia.
Allo sdegno, al rancore si mescolava intanto quel senso di tenerezza che la rivelazione di mia madre mi aveva fatto, poc'anzi, scaturire nel cuore. E pur balbettando con rabbia, quasi per fissarmelo bene nella memoria:—Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò!—la carezza di quel sentimento m'insinuava:
—Vivrai! Vivrai! La vita ha ben altro di quel che tu, miope, vi scorgi!