VII.

Non saprei dire se mia madre rispose qualche cosa a quella sfuriata, o se il ricordo delle sue parole mi è sparito dalla memoria. Rivedo il triste caro volto, anzi soltanto quegli occhi umidi di lagrime, pieni d'immensa pietà fissi su me per tentar di calmarmi; e non rammento altro.

Che cosa avvenne quella notte nelle profondità del mio spirito? Qual lavorìo si compì senza che la mia coscienza vi prendesse parte?

Mi svegliai quasi tranquillo, con un gran bisogno di aria libera, di luce diffusa.

Una delle finestre del mio studio dava sul giardino della casa vicina. Il sole già dorava la cima degli eucalypti che vi si elevavano rigogliosi, e i passeri facevano allegra gazzarra tra i rami. Un tumulto quasi simile mi si destava a poco a poco nel cuore, come se la giovinezza incominciasse quella mattina a pispigliare dentro di me le sue prime note gioconde.

Ed ecco la voce di mia madre, grido doloroso di appello:

—Dario! Dario!

Ed eccola apparire su la soglia, pallida, agitando le braccia, senza poter profferire parola, con gli occhi smagriti dal terrore….

—Tuo padre!…—balbettò finalmente, trascinandomi via con una mano.

Quel colosso che ieri avevo visto davanti a me, esuberante di vita e di salute, giaceva rovesciato per terra, come una quercia sradicata dall'uragano, con le dita attrappite sul cuore, con gli occhi stravolti e la bocca contorta dal colpo apoplettico che lo aveva fulminato nel punto di stender la mano alla tazza di caffè fumante ancora su la tavola da pranzo.

Parlava con mia madre, lieto che un suo affare già si fosse avviato bene, contrariamente di quel che egli temeva…. e tutto a un tratto, senza un grido, senza un gesto, era barcollato ed era cascato col capo indietro. Un rantolo, un rapido scomporsi della sua bella fisionomia….

Tutto era dunque finito?…

Mi sembrava impossibile che fosse proprio così!

La mamma e io lo sollevammo a stento, lo adagiammo sul divano credendo ancora che si trattasse di uno svenimento, di un malessere passeggero. Infatti il corpo aveva fremiti, sussulti che illudevano.

—Babbo! Babbo!—chiamavo quasi per destarlo, reggendogli il capo, intanto che la mamma dava gli ordini per un dottore.

Gli occhi si chiusero lentamente, i muscoli contorti della faccia si distesero, e il capo mi si appesantì su le braccia, chinandosi da un lato!

Mia madre, ritornata con due guanciali, volle insinuarli ella stessa sotto la testa del babbo, ignara dell'irrimediabile disastro; ingannata anche dall'apparente tranquillità—invece era istupidimento—che mi leggeva sul volto.

Non piangeva neppure lei, non poteva piangere; si torceva le dita guardando, di tratto in tratto, all'uscio da cui doveva entrare il dottore, smaniando pel ritardo; ed ora accarezzava la faccia del babbo con lievi passaggi delle mani tremanti, ora rivolgeva a me timide occhiate interrogatrici che facevano intravedere lo spavento di una possibile tremenda risposta.

Quel quarto d'ora di angosciosissima attesa mi parve un secolo.

Che mi attendevo dal dottore? Ero impietrito, convinto che la sua presenza oramai fosse inutile; eppure respiravo con ansia, celeremente, quasi il mio ansare potesse influire ad affrettarne l'arrivo. E in quel momento, con lo spettacolo sotto gli occhi di colui che ormai sapevo cadavere in cui nessuno avrebbe potuto infondere un nuovo respiro di vita, tendevo l'orecchio al cinguettìo dei passeri che entrava, clamoroso, dalla finestra, e riflettevo intorno alla grande indifferenza della Natura per le nostre gioie e pei nostri dolori, pur indignandomi di poter pensare a simili cose in quel tragico istante.

Finalmente il dottore arrivò. Tastò i polsi, introdusse una mano nello sparato della camicia, chinandosi per ascoltare i battiti del cuore, o meglio per fingere di ascoltarli, giacchè il primo sguardo gli era bastato per capire l'inutilità della sua opera. E rizzandosi su la persona, si volse verso mia madre, la prese delicatamente per un braccio e fece atto di volerla allontanare.

La povera mamma, copertosi il viso con le mani, balbettando:—Oh, Dio! Oh, Dio!—si lasciò trascinare fuori della stanza, opponendo debole resistenza.

Io caddi ginocchioni davanti al divano; baciavo e ribaciavo il cadavere ancora caldo, senza un lamento, senza un singhiozzo, soffocato dal groppo di pianto che non riusciva a versarsi per gli occhi; e dietro un velo di nebbia, quasi nella fluida trasparenza di un sogno, intravedevo le persone di casa, gli inquilini accorsi, e il corpo giacente che aveva tuttavia, nonostante quel nebbioso velo, le rigogliose apparenze della vita e della forza…. Poi improvvisamente, non vidi più nulla, come se un nero abisso mi avesse inghiottito.

Il povero babbo era stato previdente.

Fra le sue carte, e serbata in un posto dove avrebbe potuto essere subito ritrovata, io rinvenni una lettera diretta a me, scritta sei mesi prima del luttuoso avvenimento, quasi il cuore gli presagisse quel che doveva, tra non molto, accadere. Mi dava minutissimi schiarimenti intorno ai suoi affari, m'indicava la persona a cui avrei potuto, con piena fiducia, affidarne il disbrigo, e si diffondeva in lunghi consigli di pratica saggezza, ripetendo con diverse parole—e leggendo mi sembrava di riudirne la voce—quel che mi aveva detto la mattina del nostro ultimo colloquio.

Ancora, dopo parecchie settimane, io non sapevo rassegnarmi a credere ch'egli fosse sparito per sempre!

La mamma vestita a lutto, la tristezza che incombeva su tutta la casa, le insolite occupazioni alle quali dovevo concedere quel tempo fin allora riserbato esclusivamente ai miei studi, e che mi infastidivano per la loro volgare minuzia, non erano sufficienti a darmi un vivo senso della realtà, delle tristi circostanze intervenute a sconvolgere l'andamento ordinario della mia vita.

Il dolore di mia madre era intenso. Capivo che ella evitava, quanto più era possibile, di rammentare il povero nostro caro assente per non accrescere lo strazio del mio cuore; ma, in certi momenti, ripensando le rivelazioni di quel giorno, io non riuscivo a vincere il sospetto che ella si sforzasse di far apparire il suo dolore più grande e più intenso che veramente non fosse. La scusavo, la giustificavo; avrei voluto però che ella avesse già perdonato e dimenticato; che più non fosse perdurata, tra l'assente e lei, quella scissura che le aveva fatto portare chiuso in cuore tant'anni il suo bel sogno di donna non potuto attuare, com'ella si era espressa.

E a tavola, o quando veniva a sedersi nel mio studio per leggere là qualcuno dei tanti volumi nuovi che il mio libraio continuava a inviarmi (ora che non aveva altri all'infuori di me, voleva sentirsi confortata—diceva—standomi silenziosamente vicino) a tavola, o mentre ella leggeva, io la fissavo, evitando di farmi scorgere, e tentavo di penetrarla per indovinare se, sospettando in quel modo, non la calunniassi indegnamente.

Un giorno, alla fine, per dissipare il tormentoso dubbio—soffrivo assai ogni volta che esso, scacciato via, tornava a riaffacciarmisi nell'animo—un giorno, vedendo che la mamma, deposto su le ginocchia il libro di lettura, chiusi gli occhi e abbandonata la testa indietro su la spalliera della poltrona, si era immersa nel dolce fantasticamento prodotto dalle sensazioni delle cose lette, la riscossi bruscamente:

—Mamma!…

E mi arrestai, già pentito di quel che intendevo di fare. Ella mi fissò con sguardo così affettuoso da incoraggiarmi a dirle subito:

—Che cosa pensavi, mamma?

—Pensavo,—rispose dopo un istante di esitanza,—che io non avrei mai creduto ch'egli occupasse, vivendo, tanto posto nel mio cuore. Si vede che l'amore è capace di assumere tali forme da rendersi quasi irriconoscibile. Sento oggi nel cuore lo stesso vuoto lasciato dalla sua sparizione in questa casa e nella nostra esistenza. Ora riconosco che ha avuto ragione lui, stimandomi uno strumento in mano sua, da dover adoprare secondo i suoi fini. Egli possedeva un senso sano ed integro della vita. Se ha avuto qualche torto…. parecchi anche…. più che a lui, essi debbono venir attribuiti—lo capisco ora—alle circostanze. Non è stato egoista, cattivo, crudele, oh, no! È stato uno con cui si dev'essere indulgente perchè ha lavorato molto; uno che aveva bisogno di cogliere qua e là qualche fiore, lungo la strada, per distrarsi, per riposarsi…. Allora ne soffrivo. Da che non è più…. lo scuso, e spasso gli chiedo perdono del non avergli sempre nascosto che ne soffrivo, e di averglielo rimproverato con la freddezza e col silenzio, talora peggiori di ogni aperto rimprovero.

—Mamma cara! Che consolazione mi dài dicendomi questo!

—Che cosa credevi tu dunque?

—Credevo che tu serbassi qualche rancore alla sua memoria!

—Oh! figlio mio!

—C'è stato un momento in cui sono stato ingiusto anch'io verso il babbo!

Chiuse il libro, si rizzò in piedi e, presomi per le mani, soggiunse:

—Non mi hai più parlato del tuo avvenire, Dario. Io attendevo da te una parola, come tuo padre e forse assai diversa da quella che attendeva tuo padre. Non me l'hai detta. Perchè, Dario?

—Non so, mamma! C'è un gran buio nel mio spirito. L'orgoglio mi acceca tuttavia. Non so rassegnarmi a non essere niente nel mondo, pur avendo un altissimo concetto di quel che vi vorrei essere. Sarò un infelice, mamma; lo sento. Non mi consolerò mai della mia miseria rimpetto allo splendore di quel sogno! Se avessi, come te, la fortuna, di credere in Dio, andrei a chiudermi in una Certosa, a vivervi la lunga agonia della preghiera e del silenzio; ma la mia mente non può credere…. Mai, come in questo momento, io non ho compreso la terribile verità di quella sentenza biblica: La scienza è dolore! Vorrei dimenticare, diventare tutt'a un tratto un ignorante, un povero di spirito…. Ecco perchè non ho potuto dirti la parola da te attesa…. C'è un gran buio nel mio spirito!

—Io non oso suggerirti….

—Parla, mamma! Le tue parole dell'altra volta mi avevano aperto uno spiraglio di luce. La mattina della disgrazia, già avveniva un insolito risveglio di giovinezza, nel mio cuore…. Non mi ero mai sentito giovane come in quel momento. Ah! Il mio male consiste qui, nell'intelligenza; non sono stato mai giovane, quantunque io abbia appena vent'anni. Non potrò ridivenirlo, oramai ne sono convinto. Vi è una maturità dello spirito che talvolta precede quella del corpo; ed è stato di malattia forse incurabile. La sanità consiste nell'equilibrio.

—T'inganni, Dario! T'inganni! Io sono una povera donna che non può opporre profonde ragioni alle tue; ma nel mio cuore materno c'è qualcosa che vale, mi sembra, quanto codeste ragioni. Siedi qui; non sdegnare di ascoltarmi. Io ti riguardo come superiore a me, sebbene mio figlio. Sei uomo, sai tante cose che io non intenderei anche se mi applicassi a studiarle come te; non per questo mi sembra atto di vanità o di superbia il dirti quel che sento. Tuo padre ti parlava altrimenti. Era uomo di azione, a modo suo. Avrebbe voluto che suo figlio lo somigliasse, anche non facendo quel che faceva lui. Sai che fantasticava di te?—Un uomo politico, un deputato al Parlamento.—E poichè ci vogliono belle migliaia di lire per riuscire ad essere eletto,—diceva, stropicciandosi le mani,—io gliele preparo. Saranno bene spese; e vorrei che mio figlio non avesse scrupolo di spenderle. Quando si vuoi raggiungere uno scopo….

—Vorrei adoperarle meglio…. in ogni caso!…—la interruppi sorridendo tristamente.

—Lo dico anch'io. E, nota: egli che riponeva in te ogni sua speranza; che non aveva voluto altri figli per non disgregare la sua fortuna; che era orgoglioso di veder sopravvivere in te il suo nome onorato, non accennò mai, mai, alla speranza di vederti creare una famiglia. Una volta io gli dissi:—Mi dispiace che Dario viva a questo modo, tutto immerso negli studi. Andrà incontro a un pericolo il giorno in cui dovrà scegliere una sposa.—Alzò le spalle, e non rispose nemmeno. E un'altra volta mi rispose:—Troverà facilmente; è il meno di cui mi preoccupo.—Infatti…. egli mi aveva sposato unicamente per avere un figlio. Le dolcezze della famiglia non avevano significato o valore per lui. Ebbene, Dario, io desidererei che tu agissi altrimenti. Io desidererei che la tua vita si raccogliesse tutta in quelle gioie intime e sicure che egli non ha voluto conoscere, che non ha goduto. C'è dell'egoismo in quel che ti dico, ma forse assai meno che non sembri. L'arte, la scienza sono belle e grandi cose; ma la vita è così breve, così precaria, che la suprema saggezza a me sembra consistere nel goderla il più tranquillamente possibile, quando si hanno, come tu li hai, tutti i mezzi di goderla in tal modo. Crearsi una famiglia è azione bella e grande quanto l'arte e la scienza. Amare, essere amato, dar vita ad esseri che ci perpetuano e che possono contribuire alla felicità o almeno alla prosperità sociale non è spregevole cosa. Io ti parlo da donna, da madre. Prima d'ora ho taciuto per non impormi alla tua scelta, per non mettermi in contrasto con le intenzioni di tuo padre. Davanti a lui mi sentivo piccina piccina, non osavo aprir bocca; ma oggi mi sembra che sia mio dovere….

S'interruppe.

Dolcissime lagrime mi scorrevano silenziosamente per le gote e non pensavo di asciugarle.

Perchè piangevo?

Le parole di mia madre significavano l'estrema condanna del mio sogno di grandezza spirituale, ed io gli dicevo, con quelle lagrime, il mio addio?

Erano esse segno di fiacchezza nervosa?

—Non ti dispiaccia, che io ti abbia parlato così—riprese mia madre.—Tu sei libero, e puoi fare quel che vuoi. Va', figlio mio, verso la felicità che intravedi, per qualunque strada, con qualunque mezzo, secondo giudichi opportuno. Tuo padre aveva detto:—Ti do un mese di tempo!—Egli aveva fretta, era impaziente. Io no, Dario!

—Tu sei una santa!—esclamai.

Il Bissi era venuto da me più volte nei primi giorni del lutto. Si sedeva in un canto, silenzioso, assorto nelle sue fantasie letterarie, quasi volesse farmi capire che soltanto l'arte purifica, eleva, trasportandoci in un'atmosfera dove i casi della vita, lieti o tristi, non hanno più nessuna importanza o hanno soltanto quella che loro proviene dalla possibilità di trasformarli in elementi di creazione. Poi non si era fatto più vivo.

Una mattina lo vidi ricomparire.

—Vengo a congedarmi—disse.—Parto per Desenzano.

—A che farvi?—risposi.

—Indovina.

—Risparmiami la fatica d'indovinare.

—Ho ottenuto un impiego nelle Dogane. Bisogna vivere, mio caro!

Lo guardai, incredulo.

—Questa notizia ti stupisce?—egli soggiunse.

—Ormai non mi stupisco più di niente!

—Fra una bolletta e l'altra, se mi rimarrà tempo….

Voleva mostrarsi tranquillo, ma aveva il pianto nella voce.

—E tu che farai?—mi domandò, quasi per sviare il discorso.

Non seppi che cosa rispondere. Allora egli riprese:

—È per mia madre. La poveretta ha fatto troppi sacrifizi per la mia educazione; bisogna che non abbia una vecchiaia di miseria e di stenti. L'arte, quale io la intendo, non dà pane in Italia e, forse, neppure altrove. Se fossi solo, lotterei; il mio stomaco non è esigente. Ma non mi sento in diritto di costringere a combattere chi non ha il mio stesso ideale. Se tu vedessi come la santa donna è felice di sapere che almeno ora avremo qualche cosa di sicuro!… Non rinunzio al mio avvenire; sarebbe assai peggio che rinunziare alla vita. Mi riserbo. Darò le giornate alle bollette, le nottate all'arte…. Mi scriverai di tanto in tanto, è vero?

E, vedendo che io restavo pensieroso e muto, continuò:

—Molti altri si sono trovati in più tristi circostanze di me, e non si sono persi di coraggio. Ancora non ho potuto far niente da autorizzarmi ad assumere l'aria di persona delusa. E poi…. chi lo sa?… Può darsi che io m'inganni intorno al valore delle mie forze. Se valgo davvero qualche cosa, vincerò, riuscirò; soltanto gli inetti non riescono. Cioè, riescono qualche volta; ma vuol dire che hanno altre qualità. Ho questa convinzione. Guarda Lostini. Arriverà, ne sono certo, a farsi un bel posto al sole. Ha l'improntitudine, la vanità…. e un certo ingegnaccio. Sa dare gomitate per spingersi innanzi tra la folla, e non si cura se gli urtati protestano anche con male parole; finge di non udirle e tira via. Io, per paura di pestare, nella ressa, i calli a un vicino, preferisco di restare immobile, di attendere che mi sia sgombrato il passo. Il torto è mio. Dovrei pestare i calli e, tutt'al più, dire: scusi! Lostini non dice neppure: scusi; ed ha la forza di non sdegnarsi se li pestano a lui. Gli par naturale che tra la folla avvenga così. Ed è pratico. E poi…. anche un'altra cosa. Credi tu che metta conto oggi di darsi interamente all'arte?

—Senti,—gli risposi,—se tu pensassi davvero questo, significherebbe che sei più scoraggiato che non vuoi sembrare.

—Lo penso, altrimenti non lo direi. Mi sono però espresso male. Volevo dire che oggi non mette conto di pensare all'arte per gli altri. Essa è divenuta un oggetto di lusso, da oggetto di prima necessità che era una volta. E del lusso si può far senza o, piuttosto, per tale scopo basta l'arte antica, la vera, la pura, la inimitabile. Che cosa produciamo noi oggi? Abilissime contraffazioni e le spacciamo per cose nuove. Quel po' che vi mettiamo di nuovo è un elemento estraneo all'arte, il pensiero, la riflessione; e non sappiamo o forse non possiamo più conservare una certa misura. Poco, è insufficiente pel bisogno del nostro spirito; molto, è dannoso all'arte, perchè la snatura, e non è molto a bastanza. La nostra disgrazia è di essere arrivati troppo tardi. Ciò non ostante, qualche cosa c'è ancora da fare; ma le difficoltà materiali e morali sono incredibili. Gesù ha detto che l'uomo non vive di solo pane. Ma non ha affermato che possa vivere di solo spirito. Quando rifletto che la mia opera d'arte è come non avvenuta prima che trovi un editore o uno stampatore, e che può rimanere ignorata, se l'editore non sa fare il suo mestiere e se i giornali non spingono il pubblico a comprarla, mi viene nausea di lavorare….

—Ma l'arte dà oggi fin milioni!

—Ah! vorrei però sapere che rimarrà di cotest'arte.

—Precisamente quel che è rimasto dell'antica; il meglio. La zavorra va sempre a fondo.

—Basta!… Questo non è discorso da congedo. Attendendo che possa mettere insieme anche io il mio milioncino, mi contenterò per ora delle cento cinquanta lire di stipendio. Per l'ufficio di riempire bollette il compenso è anche troppo.

—Perchè non hai cercato qualche cosa di meglio?

—Ho avuto un santo protettore. Anche i santi sono come le botti: dànno il vino che hanno.

Rideva, con qualche stento. Poi tornò a domandarmi:

—E tu che farai?

Neppure questa volta gli risposi. Pensavo che quel caro e valente giovane forse aveva bisogno di qualche aiuto e orgogliosamente non me lo chiedeva. Non mi aveva chiesto mai nulla, quantunque la nostra intimità fosse stata grande. Cercavo il miglior modo di fargli una profferta, senza offendere il suo amor proprio.

—Partirai subito?—gli domandai.

—Appena avrò raggranellato certa piccola somma. Vendiamo i mobili.

—Mille lire ti basterebbero?

—Chi me le dà?

—Uno che ti vuol bene e che ha fiducia in te.

—Grazie!… Ma potrei mai rendertele?… Grazie!… Non le accetto.Ricaveremo dalla vendita quattro, cinquecento lire; sono sufficienti.

—Fammi fare un'opera buona; non ne ho fatta nessuna finora. Immagina che io sia un editore; ti prendo un volume, il tuo primo volume, e ti anticipo mille lire.

—E se non lo scriverò?

—Ne scriverai parecchi.

Era divenuto rosso in viso, non saprei dire se per gioia o per modestia.Non gli diedi tempo di riflettere, nè di ringraziarmi; dissi:

—Che farò io?… Mi sento come travolto fra le macerie di un vasto edificio improvvisamente rovinatomi addosso. Hai inteso parlare di persone vissute due o tre giorni sotto le rovine delle loro case nei grandi tremuoti? Tratte fuori miracolosamente incolumi, avevano perduto la nozione del tempo trascorso in quell'orribile stato. Tra esse e me la differenza consiste in questo: esse credevano che i giorni fossero stati ore; a me sembra che le ore siano state, non giorni, ma anni. E non so se qualcuno arriverà in tempo a sottrarmi al mio orrendo destino!

—Che ti manca?

—L'essenziale…. Non ne parliamo!

Gli fui gratissimo della sincerità del suo silenzio. Un altro, per gratitudine, non avrebbe mancato di adularmi. Bissi abbassò la testa e rispose soltanto:

—Bisogna prendere la vita com'è. Tempo fa io solevo dire: O essere alla testa del futuro movimento letterario…. o darsi un colpo di pistola!—Sciocchezze da vanitoso…. In ogni modo sarò sempre in tempo.

E questo fu pronunziato così seriamente e con tale accento, che mi sentii scorrere un brivido per le ossa, quasi egli mi avesse detto:—Tu che speri? Sei nel caso di fare come farò io, occorrendo; ma non ti basta l'animo!

Forse si avvide dell'impressione prodottami dalle sue parole e volle attenuarla.

—Ma prima ci penserò due volte,—soggiunse.—Finchè vive mia madre, ho il dovere di vivere. È per lei…. Grazie, Dario!… E se sarai editore sfortunato, ricordati che lo hai voluto tu!

Questo distacco mi lasciò più triste. E durante una settimana, assieme col senso di soffocamento sotto le macerie di un vasto edifizio crollatomi addosso, mi tenne nel solito stato di sonnambolico sbalordimento. Andavo, venivo, deliberato di dare un assesto definitivo agli affari lasciati in tronco da mio padre; ma mi sembrava di agire automaticamente per impulso esteriore di mia madre e dell'amico indicatomi da mio padre come persona di fiducia. Le questioni da risolvere non erano poche, nè di facile riuscita. Mia madre e il signor Bardi discutevano, deliberavano; io assentivo, perchè mi si chiedeva di dire anch'io il mio parere. Non vedevo l'ora di uscirne.

E mia madre s'illudeva; ma io ero avvilito davanti a me stesso, come se fossi venuto meno a una parola data. Mi figuravo che tutti dovessero ridermi in faccia o additarmi con scherno:—Ecco un genio fallito!—E non valeva a rendermi rassegnato il pensare che avevo accennato soltanto a mia madre l'ambizioso sogno di grandezza che ancora mi tumultuava nell'anima, quasi stentasse a dileguarsi.

Mi immergevo in letture difficili. Libri lasciati sdegnosamente da parte mi attiravano con la lusinga che dovessero ispirarmi ripugnanza. Così presi a leggere parecchi dialoghi di Platone tradotti dal Bonghi; e, invece, ne rimasi ammirato e mi vergognai di avere appena tagliato quei volumi quando mi erano stati mandati dal libraio. Inoltre, mi parve segno di maturità di mente l'essermi lasciato allettare dalle lettere di dedica fitte di pensiero, dalle introduzioni piene di tanta dottrina. Dei dialoghi avevo rispetto per sentita dire, e un po' per averne scorso qualcuno, il «Convito» e il «Fedone», più per curiosità che per altro; ora mi stupivano con la loro freschezza drammatica.

Platone mi fece ricordare del vecchio prete napoletano che mio padre mi aveva dato per professore di filosofia—era intimo amico della sua famiglia—e che allora mi era parso mente bislacca per la strana maniera d'insegnare. Era venuto, cinque o sei mesi, due volte la settimana, in casa mia, con la pipa, già ripiena di tabacco, in fondo a una delle immense tasche che gli pendevano dalla cintura sotto la zimarra. Ripeteva ogni volta ironicamente:

—La filosofia è fumo. Non le disdice la pipa…. che serve anche per allontanare qualche signora, caso mai volesse venire a disturbarci.

Intanto che l'accendeva, tra una boccata di fumo e l'altra, annunziava l'argomento della lezione. Lezione per modo di dire. Hegeliano dalla cima dei capelli fino alle ugne dei piedi, al lirismo dell'Essere e del Non-essere, inframmetteva terribili sfuriate contro il Comte, lo Stuart-Mill, il Darwin e tutti quanti i positivisti. Li attaccava violentemente, li apostrofava quasi fossero là, davanti a lui; li metteva in gastigo, ginocchioni in mezzo al mio studio, col berretto di carta e le orecchie di asino su la testa. E, nello stesso tempo, diceva cose profonde, con tale chiarezza di frasi incisive, ma immaginose, da far credere che filosofia potesse pure significare: poesia. Infatti, secondo lui, la «Fenomenologia dello Spirito» del maestro era il più maraviglioso poema che l'ingegno umano abbia saputo creare.

Mi divertiva, ma non mi convinceva. E, dopo un'ora e talvolta due, di corsa a tutta briglia pel mondo delle astrattezze, pel vero mondo reale—egli diceva—mi guardava in viso ed esclamava ridendo:

—Non ne mastichiamo, è vero? Non importa. Hegel è onnipotente; è fuoco; dove tocca brucia e lascia il segno. Domani te ne avvedrai, come diceva il pievano Arlotto, quando aspergeva le sue pecorelle con l'olio invece di acqua santa. Che cosa vorresti essere? Poeta?… Ah, figliuolo mio!… Romanziere? Ah, figliuolo mio!… Drammaturgo? Ah, figliuolo mio!… Hai sbagliato secolo.

E ricaricava la pipa.

Me lo ripetè tante volte che un giorno gli risposi impertinentemente:

—E lei ha sbagliato uscio!

Ora, ripensandoci, riconoscevo quanto avesse ragione quel vecchio prete che vestiva la zimarra, portava il tricorno, ma più non diceva messa e più non recitava l'uffizio.—Domani te ne avvedrai!—Sì: il mio orgoglio, quel sogno di grandezza che mi aveva fatto e mi faceva tanto soffrire, proveniva da lui, dalle teoriche del suo Maestro fermentatemi nella mente senza che io me ne avvedessi, commiste e confuse con tante altre idee di opposta natura.

Povero vecchio! Se sapesse il gran male che mi ha recato, certamente senza sua colpa. Egli aveva trovato modo di vivere, con lo spirito, in quella che per lui era la vera realtà; e col corpo, in questa nostra misera realtà apparente. Amava il vino, la buona tavola abbondante, tutti i piaceri dei sensi, con ampia conciliazione, a cui forse serviva di tramite la pipa corta, di radica. Dalla materia, il fumo del tabacco lo trasportava via nell'ideale. È morto d'indigestione.

Lo avevo dimenticato. Quel suo ritornello:—Figliuolo mio, hai sbagliato secolo!—me lo aveva reso antipatico. E quel suo:—Domani te ne avvedrai!

Me ne avvedevo, infatti, dopo sei o sette anni; e in quali circostanze!

Ogni volta che io sognavo, mi piaceva indagare da quali impressioni recenti o remote il mio sogno fosse stato prodotto. E quando giungevo a scoprirle, la maraviglia che sentivo per la strana creazione incosciente spariva a un tratto. Quando non arrivavo a rinvenire nessun elemento del mio sogno, in guisa che esso mi appariva come qualcosa di reale, fuori di me, quasi visione di cose di un altro mondo, la maraviglia e il piacere rimanevano intatti.

Il giorno in cui si presentò alla memoria la figura del vecchio prete hegeliano, io provai la stessa delusione che pei sogni di cui giungevo a scoprire gli elementi. Rimasi stupìto accorgendomi della influenza delle sue idee su la mia vita, e sentii un acuto dolore, quasi una mano spietata ma benefica mi avesse strappato, in quel punto, un pezzo di carne viva dal cuore. E mi parve di esser tornato in pace con me stesso e con gli altri.

Il giorno dopo dissi a mia madre:

—Consigliami; che cosa vuoi che faccia? Ti obbedirò ciecamente.

—Prendi moglie, figlio mio!

—Tròvamela. L'istinto materno ti guiderà bene nella scelta.

—Oh, no! Cèrcala. Il cuore ti suggerirà assai meglio di me. Se mi sembrasse che tu stèssi per cadere in qualche inganno, ti avvertirci.

Fui spaurito dal consiglio e più dal modo indicatomi di metterlo in pratica. Mi sembrò di trovarmi, nell'oscurità di una notte senza luna e senza stelle, al confine di una immensa regione ignota, e che una voce mi ordinasse:—Procedi! Indovina la via! La felicità è laggiù, laggiù in qualche parte. Raggiungila, a tuo rischio e pericolo!

Risorsero, vigorosissime, tutte le mie prevenzioni contro la donna. Solevo chiamarla la gran nemica, l'avversaria, per esprimere quel che reputavo esistere in essa di malefico, di diabolico.

La donna! La sensazione, la immaginazione, il sentimento tutto al più, ma ristretto, egoistico, quasi non umano! Hegel e i positivisti si erano trovati di concerto per infiltrarmi nella mente tale convinzione. Che poteva esservi di comune tra questa creatura inferiore, anello intermedio fra gli antropoidi e l'uomo, e me che volevo essere l'uomo superiore, l'uomo perfetto, vivente soltanto di pensiero, e che rifà il mondo con la riflessione, penetrandone il processo; o almeno, l'artista che crea un mondo più nobile, più perfetto di quello materiale, non soggetto al caso, e per ciò immutabile, immortale mentre ogni cosa cangia e gli muore attorno, nella Natura?

Così mi ero reso—e le circostanze della mia debole costituzione e della mal ferma salute nella fanciullezza e nei prim'anni della giovinezza vi avevano molto contribuito—così mi ero reso una creatura refrattaria alle attrattive femminili, fino a far dubitare della mia virilità gli amici, che qualche volta mi avevano espresso brutalmente il loro pensiero.

Io avevo risposto con orgoglio:

—Vorrei che fosse pure così!

Il vecchio prete hegeliano che, idealmente, era gran spregiatore della donna, e la escludeva dall'arte, dalla religione, dalla scienza, cioè dalla filosofia, concedendole, appena, di poter essere una comtiana, una darwiniana, una positivista, e di praticare la farmacia, la umile medicina curatrice, la chirurgia, il notariato, l'avvocatura e le arti minute quasi meccaniche, il vecchio prete però mi aveva ammonito:

—Bada! Non confondere! Lo spirito da un lato, in alto; la carne, dall'altro, in basso. Sono distinti, ma non scissi, non ognuno per sè. E come la mente si ritempra nell'Idealismo Assoluto, il corpo dee ritemprarsi nella realtà materiale. Ci vuole la sensazione, il sentimento, la fantasia…. cioè la donna. Sissignore! Eh! Eh! La donna! Beato te, che non hai ancora vent'anni! Tutto sta nel modo e nella misura. Platone si ritemprava in Acherneasse; Aristotile in Herpyllis; Dante, non in Beatrice…. non dargli retta…. ma nella cognata, sembra, e in parecchie altre; e il canonico Petrarca, non in Laura, ma…. più non ricordo in chi mai…. Senza la Fornarina, Raffaello avrebbe forse potuto dipingere la Trasfigurazione? Io, vedi, sarei riuscito qualche cosa, se non vi fossero stati di mezzo la zimarra ed il tricorno…. Me ne sono accorto troppo tardi! La tonsura svirilizza; e se questo vocabolo non c'è, lo invento io. Quei della Crusca non lo accetteranno, per non far torto a loro stessi. Mettiamolo in circolazione noi altri, e forse attecchirà…. Ah, la donna e il tabacco nella pipa corta, di radica!

In quel momento il vecchio prete hegeliano mi era parso un lurido scimmione. Si esprimeva a modo suo, come sempre; ma oggi riconoscevo che diceva la verità.

—Prendi moglie, figlio mio!

Oh! Potevo confessare a mia madre quel che io pensavo della donna?

Ella aveva parlato nobilmente: «Crearsi una famiglia, mettere al mondo creature destinate a far progredire la società è azione grande e bella quanto l'arte e la scienza!» Quest'azione bella e grande avrei però voluto compirla in maniera da non dover rinunziare interamente alle mie aspirazioni. Tornavo, di tratto in tratto, a lusingarmi. Mi sarei afferrato ai rasoi, pur di riuscire ad essere un uomo.

Allora la parola «superuomo» non era stata coniata; ma anche allora l'avrei creduta superflua, giacchè dicendo: uomo, io intendevo significare l'individuo della specie che ha raggiunto la maggiore eccellenza, che ha incarnato più largamente un certo ideale, una certa perfezione; quello soltanto, per me, era uomo; gli altri, prove e riprove sbagliate e corrotte. Non ero modesto, ma ingenuo! Non mi accorgevo che rappresentavo anch'io una prova sbagliata e delle peggiori.

Non potevo perciò andare incontro al matrimonio spensieratamente o per calcolo. Intanto mi inorgoglivo di potermi accostare ad esso vergine di animo e di corpo. Era già un'eccellenza questa rara condizione.

E a poco a poco, frammezzo a lunghe dolorosissime lotte, mi convincevo che non sarebbe stata impresa facile nè volgare creare un'opera d'arte in azione, realizzare un ideale di vita con mezzi e intenti forse non mai adoprati riflessivamente fin allora. Vi avrei potuto trovare alte soddisfazioni, gioie intense. Mi esaltavo o meglio mi sforzavo di esaltarmi per prendere una decisione; ma poi venivo riafferrato dalla paura dell'ignoto. E l'ignoto era Colei che avrei dovuto scegliere a compagna della mia impresa. Oggi ero libero di fare questo o quello; domani, non solamente non sarei stato più libero, ma anche alla mercè di un carattere, di un temperamento che forse non avrei potuto modificare nè domare. Donna, mistero! Dovevo abbandonarmi al caso? Quali precauzioni adottare per opporsi alla sua cieca opera?…

Ricordo benissimo; mi trovavo nel mio studio. Era una mattina verso la fine di aprile, quando i profumi di esso quasi si confondono coi tepori del maggio che sta per arrivare. Dalle quattro finestre spalancate alla dolce frescura e al sole irrompeva nella stanza ora un inno di lieta giovinezza, ora una solenne sinfonia di vita nuova; suoni, rumori indistinti, voci umane, canti di uccelli, bagliori di luce, festa di colori, trepidare di foglie recenti, che dava apparenza di cose animate agli alberelli di bambù davanti a le finestre, contro il sole.

Da mesi, io entravo nel mio studio con la stessa riluttanza con cui si penetra in un sepolcro che racchiude resti carissimi al nostro cuore.

Libri, quadri, statuette, ninnoli, tutto mi sembrava già in via di dissoluzione, emanante il nauseabondo odore delle cose imputridite; i libri specialmente, quei libri che più avevano contribuito a formare, ad alimentare il mio orgoglio, a ridurmi miseranda creatura invecchiata anzi tempo e che sentiva nelle vene il gelo e l'angoscia della morte.

E, tutt'a un tratto, un fremito m'invase, quasi i miei occhi lungamente chiusi o coperti da velo sentissero l'impressione della luce, vedessero vicino, lontano, con miracoloso potere. Una sfilata, una folla! Figure bionde, brune, con occhi azzurri, neri, con labbra porporine, schiuse a sorrisi accoglienti…. Le riconoscevo! Mi ero figurato che esse fossero passate, tempo fa, inavvertite o sdegnate davanti a me, che non avessero lasciato traccia alcuna…. E invece mi si erano fissate, vivacissime, nella memoria e nel cuore; e il cuore, felicissimo di ricordare, di rivederle, si sentiva commosso, palpitava, con rapido moto di gioia mista a un po' di rimorso.

E guardavo, guardavo la sfilata, la folla, ansioso, come chi cerca, come chi attende di ritrovare una persona diletta. E mi dicevo:

—Osserva bene! Non stancarti di ricercare! Sei vissuto fino a questo giorno non nella realtà, ma in un pallido riflesso di essa…. Tu credi di non avere mai amato, ed hai amato a traverso i lirici, a traverso i romanzieri, a traverso i drammaturgi, affascinato dai fantasmi da loro creati; fantasmi immortali, ma perciò insufficienti ai bisogni della vita che cangia e si trasforma, e si rinnova…. Sì, tu hai amato Sita, Elena, Nausica, Didone, Fedra, Giulietta, Desdemona e tante e tante altre ancora!… Vanamente però, solitariamente…. Con queste qui oh! non amerai solo: sarai riamato!… Tra le mille ce n'è una—osserva bene! cèrcala! Non stancarti di cercarla!—che sarà tua, che ti vorrà suo!… E con essa adempirai al tuo destino, farai opera grande, divina; perchè colui che agisce secondo le sue forze non fa mai opera bassa e vile; è venuto al mondo per tale scopo e non per altro. Quel che deve fare lui non può farlo nessun altro! Guarda! Cerca! Non stancarti!… Povera scienza la tua, che non ha saputo rivelarti la complessità, della vita! Pensare sì, ma anche agire, cioè amare, amare, amare!…

Come? Io sapevo tutto questo e ignoravo di saperlo? Perchè? In che maniera?… O si trattava di una nuova illusione che prendeva il posto dell'altra, che mi avrebbe ingannato come l'altra, che mi avrebbe fatto terribilmente soffrire e vanamente, come l'altra?

Distornavo gli occhi, diffidente, con indefinibile senso di paura.

Ma tornavo subito a guardare, simile a un fanciullo che si trova faccia a faccia con un oggetto non mai visto, di cui ignora il congegno e l'uso e che stende una mano per toccarlo e la ritira, torna a stenderla e finalmente lo tocca e lo prende in mano, maravigliato che non gli faccia male, ma non compiutamente rassicurato.

Ricordo benissimo!

E poche ore dopo, quel sepolcro del mio studio, dove prima sentivo il nauseabondo odore delle cose imputridite, mi sembrò tramutato in una serra nella quale era stato necessario riporre tutti i delicati germi della mirifica fioritura improvvisamente scoppiata, e che non avrebbe potuto fiorire altrimenti. Ora potevo aprire, abbattere anche le pareti vetrate, esporre ogni cosa al diretto contatto della luce, all'aria libera; non c'era più timore che quella ricca bellezza ne soffrisse.

—Cèrcala tu!—mi aveva detto anche mia madre.

E cercai, e trovai!

Più rifletto intorno ai casi della mia vita e più mi convinco che c'è una Forza Superiore, che guida e regola le nostre azioni, spingendole dove vuol essa anche quando noi crediamo di agire con la più capricciosa libertà. E non è sopraffazione, violenza arbitraria, ma ragione elevata che ci difende contro l'accidentalità delle circostanze e ci rimena allo scopo della nostra esistenza. Spesso noi chiamiamo Caso questa misteriosa Forza coordinatrice, perchè ignoriamo quali intimi rapporti annodino i più insignificanti nostri atti ai più grandi e più remoti movimenti dell'Universo. La nostra ignoranza attuale dovrebbe però renderci meno vanitosi, meno superbi, o indurci almeno a riconoscere che, mentre noi immaginiamo di fare soltanto il nostro personale interesse, lavoriamo inconsapevolmente a quel che il Montesquieu chiamava: «Le grand oeuvre», e un nostro illustre pensatore semplicemente: «La storia». E così accade talvolta che colui che crede di compire una mirabile cosa ne faccia una meschinissima; e che un altro, rassegnatosi ad opere umili e modeste, ne compia, invece, quasi senza ch'egli ne sappia niente, una grande davvero.

Infine, l'importante è che ognuno faccia quel che deve fare; la felicità umana consiste in questo soltanto. Ma io che ora, quasi vecchio, senza illusioni di sorta alcuna, ragiono in questo modo e chino il capo davanti a quella che stimo sacra fatalità della vita, provo un riverente terrore riandando con la memoria per quali vie dolorose, per quali erramenti, per quali inganni sono arrivato al punto estremo dove ormai nient'altro più mi rimane che chiudere gli occhi e sparire dalla scena del mondo.

Tutti i miei castelli in aria sono miseramente crollati; tutte le mie più orgogliose speranze sono andate a vuoto; eppure oggi sento la grande soddisfazione di esser vissuto come sono vissuto, di aver attraversato tante dolorosissime prove e di aver fatto per mezzo di esse quel po' di bene che mette in pace la mia coscienza e mi fa attender tranquillamente la morte.

In certi momenti, è vero, io non so come giudicare il resultato finale delle mie azioni che è ancora un'incognita o che può essere affatto diverso da quello che mi figuro. Ma mi conforto, riflettendo: Forse sarò in tempo di correggere il mio sbaglio; o, forse, quel che può sembrarmi uno sbaglio è tale soltanto in apparenza. L'avvenire lontano sfugge a ogni nostra previsione; e nel mistero che lo circonda, consistono le forti e lusinghiere attrattive della vita.

Per ciò io ero felice nei giorni in cui cercavo qua e là Colei che doveva essere la mia cooperatrice nella sovrana opera di creazione assai diversa, della creazione d'arte, e che già mi sembrava più nobile e più elevata di questa.

Mi apprestavo alla eccelsa funzione come a un atto supremo. Non i sensi, ma la riflessione mi spingeva a dedicare tutte le mie forze fisiche e intellettuali a un fatto che la maggior parte degli uomini compie con colpevole spensieratezza, per impulso di voluttà, per calcolo di meschini interessi spesso, quasi ignara di quel che opera, certamente ignara di quel che dovrebbe operare.

Ero orgoglioso di sapere che pochi o nessuno si erano accinti con degna preparazione, con intera e limpida coscienza all'atto più elevato che un uomo possa compire: la generazione di un'altra creatura umana. Io davo il primo esempio. Questa idea mi esaltava.

Non ero capace di mettere al mondo un capolavoro immortale, nè una di quelle poderose scoperte di idee che rinnovano la vita civile e fanno progredire l'umanità; ma forse potevo dare la vita a colui che avrebbe creato il capolavoro d'arte a me negato di produrre, o rivelato alla società l'idea nuova e feconda che avrebbe allargato i confini dell'intelligenza, dominato le menti e creato l'avvenire.

Il mio orgoglio divergeva per altra via, ed io non me ne accorgevo. Mi sembrava di fare modestissimo atto di sottomissione accettando questo còmpito, e non vedevo le immense difficoltà, dell'attuazione di esso, o la vanità del tentativo.

Non ne parlavo con nessuno, neppure con mia madre.

Ero certo che, se avessi esposto quella idee ai miei pochi amici, essi, quantunque intelligentissimi e capaci di comprendermi, mi avrebbero deriso. Troppo pratici, travolti dalle agitazioni immediate della vita comune, avrebbero giudicato strambe idealità i miei proponimenti, sogni di uomo vissuto solitario, fantasie da poeta.

Mia madre si sarebbe certamente rallegrata di vedermi interessare con tanta serietà e con tanto entusiasmo, della mia futura situazione; e avrebbe, senza dubbio, apprezzato più di ogni altra la intensità di quel sentimento che mi dava, assieme con una profonda commozione, la risolutezza e l'energia mancatemi fino allora. Ma temevo di vederla impaurita dall'eccitazione che questo nuovo stato d'animo mi produceva; temevo di udirle pronunziare qualche parola di richiamo, qualche femminile osservazione di senso comune che mi avrebbe tarpato le ali, e tolto, con le illusioni, ogni coraggio di andare avanti.

Giacchè in certe ore, in certi giorni, la stanchezza delle inutili ricerche mi faceva balenare nella mente il sospetto che anche quest'altra mia intrapresa potesse fallire,… E allora una tetra risoluzione mi si affacciava al pensiero. Questa volta facevo mie le sdegnose parole del Bissi:—Se la vita mi rifiuterà ogni consolante mezzo di azione, io dirò risolutamente alla vita: Non voglio più saperne di te!—Ma erano fiacchezze di istanti.

La vita, intanto, mi sembrava bella, immensamente bella, anche nei ristretti limiti dentro i quali ora volevo circoscrivermi. Non mi stimavo più uno scopo, ma un mezzo. Lo scopo era molto, oh, molto! di là da me. Quando io fossi riuscito a formare quella creatura pel cui avvenimento mi preparavo con trepidanza quasi religiosa, avrei fatto opera così inestimabilmente elevata che la mia personale nullità non mi avrebbe potuto più ispirare commiserazione nè sdegno.

Avevo ricercato il Lenzi, il Lostini e altri giovani compagni di studi, che furono lietissimi di vedermi entrare, dopo tanti anni di segregazione, nel turbine della vita sociale assieme con loro. Ero stato presentato in varie famiglie, frequentavo riunioni, feste, teatri. Lenzi e gli altri anzi credevano che intendessi rifarmi del tempo perduto; e perciò si maravigliavano che avessi tuttavia ripugnanze e astinenze inconcepibili.

Infatti mi mescolavo apparentemente con loro, ma non partecipavo al loro genere di vita, che mi sembrava sciocco e qualche volta bestiale.

—Insomma, quale chimera ti attrae?—mi domandò un giorno il Lenzi.

—Cerco moglie!—mi lasciai scappare di bocca.

Riflettè un momento; poi riprese:

—Se la mia proposta non potesse sembrarti interessata….

E s'interruppe, alzando le spalle.

—Di' pure. Tu capisci che parlo seriamente e non vorrai propormi nulla da ispirarmi tale sospetto.

—Sposa mia sorella. Non ha una gran dote, ma ha doti rare e non è brutta. Rientrerà tra qualche mese dal collegio. Ha diciassette anni….

Mi parve una bravata sconveniente. E risposi con tono rigido:

—Grazie! Tua sorella merita più degno marito.

—Tu non la conosci.

—Non mi conosce neppure lei.

—È la migliore condizione per sposarsi.

—Perchè?

—Perchè non c'è di mezzo l'amore, che guasta ogni buona relazione tra l'uomo e la donna destinati a formare una famiglia. Dovresti saperlo; i matrimoni d'amore riescono quasi sempre malissimo.

—Quasi sempre, hai detto.

—In questo caso il matrimonio diventa un giuoco dove si corre il maggior rischio di perdere. Bisogna esser matti da avventurarsi a un irrimediabile disastro.

—Forse hai ragione.

—Senza forse. Io ho giurato di restar celibe. Voglio essere un uomo forte, e soltanto chi è solo può esser forte. Quando il matrimonio non sarà più un contratto nè un sacramento….

—Potrà non essere un contratto, ma un sacramento sarà sempre.

—Ah, ti riconosco! L'Hegel ti tiene ancora tra gli artigli. E il tuoHegel era anche prete!

—La storia naturale dà ragione all'Hegel. L'uomo è animale monogamo, come i piccioni.

—E i mussulmani? Non sono uomini forse? E i Mormoni? Si chiamano: Santi! Ma lasciamo andare. Qui stiamo davanti a un caso particolare. Tu vuoi prender moglie, secondo le leggi e le costumanze del tuo tempo e del tuo paese. L'hai trovata? Sei già innamorato? Me ne dispiacerebbe, per te. Se non l'hai ancora trovata, dàmmi retta: sposa mia sorella. È una donnina seria, buona, affettuosa e non brutta, ti ripeto. Ne sarei contentissimo per tutti e due, giacchè non ci sono sentimenti nè azioni completamente disinteressati in questo mondo…. Dimmi la verità, sii sincero: Tu ami!

—No.

—Tu ami e non hai il coraggio di farlo sapere alla persona amata!

—No, no; te l'assicuro.

—Allora rifletti un po' su la mia proposta. No è uno scherzo. E non pensare all'amore…. «Amore alma è del mondo, amore è mente!…» Lascia dire i poeti; sono la peste dell'umanità. L'amore? È un divertimento, come il «capanniscondere», come «ladri e birri», come le rincorse, con la sola differenza che questi ci svagano durante la fanciullezza, e quello ci fa perdere il tempo e qualche altra cosa quando siamo grandi e dovremmo badare a tutt'altro. Il guaio per te consiste nel non essere mai stato fanciullo. Così potrebbe darsi che il giochetto dell'amore ti attiri, invece del «capanniscondere» e di «ladri e birri» che non sei più in età di praticare. L'amore? È anche una malattia infettiva, contro la quale conviene vaccinarsi in tempo. Senti; vedendoti apparire tra noi, avevo pensato appunto che tu volessi far questo. Ma tu hai avuto la sventura di un'inoculazione di hegelismo; vivi tuttavia tra le nuvole, e ti dispiace di discenderne. Bene. Con mia sorella staresti tra cielo e terra, nè tutto in cielo, nè tutto in terra. Se la posizione non ti sembra scomoda….

—Rifletterò—risposi sorridendo.

—E manda Hegel al diavolo! Quel tuo professore, dovresti ricordartene, predicava bene e razzolava male. Portava l'Hegel nel cervello e seguiva Epicuro nella pratica.

—Bada,—gli dissi,—tu sei il primo e il solo che abbia ricevuto questa mia confidenza. Conto su la tua discrezione.

—Figurati! Sono interessato a mantenere il segreto. Tu però non credere le mie parole una delle pretese eccentricità di cui voialtri amici mi accusate di troppo compiacermi. Io sono sincero. Ho il coraggio di dire ad alta voce quel che molti pensano nel loro interno e non osano sostenere a viso aperto.—Va' a farti monaca!—rispondeva Amleto ad Ofelia; ed era eccellente consiglio.—Sposa mia sorella!—ti ripeto io, ed è eccellente consiglio anche questo, poichè tu hai intenzione di sposare qualcuna.

—Perchè no?—pensai appena fui solo.

E me lo ripetei moltissime volte, durante una settimana. Era un'incognita colei? Ma sarebbero state pure tali tutte le ragazze tra cui potevo scegliere. Ne avevo già notate parecchie, ed ero rimasto sempre indeciso. A una mancavano certe qualità intellettuali che mi sembravano indispensabili; a un'altra certe condizioni fisiche da me reputate non meno indispensabili di quelle. Non era forse più giudizioso affidarsi al caso? L'amore infine non mi sembrava precisamente una condizione assoluta nel mio intento. Sarebbe venuto dopo. Se non l'amore, l'affetto, cioè qualche cosa di meglio e di più solido; e con l'affetto, la stima.

—Perchè no?

E poi, con quella inattesa proposta mi sentivo quasi liberato dal grave imbarazzo delle ricerche e della scelta. Lenzi era, senza dubbio, sincero. Sarebbe stato capacissimo di darmi un consiglio contrario, di dissuadermi di sposare sua sorella, se glien'avessi manifestato l'intenzione ed egli avesse creduto che quella unione non poteva riuscir bene.

Da mia madre mi era stato domandato più volte:

—Ebbene? Niente ancora?

—Cerco. Non ho fretta.

—Non vorrei,—ella mi disse una mattina,—che tu ti fossi formato un concetto così elevato delle virtù da ricercare in una moglie….

—Oh, non dubitare!—le avevo risposto.—Sarò pratico.

Appunto quella mattina, levandomi da letto, mi ero tutt'a un tratto deciso.

—Perchè no?

E, avanti le nove, m'avviavo verso la casa del Lenzi, col cuore in tumulto, ma come chi vada incontro a inevitabile destino.

Il suo studio era al pianterreno.

Andavo sempre a cercarlo colà quando volevo vederlo, e nei giorni e nelle ore che sapevo di trovarlo con certezza. Ma questa volta anticipai a posta, e salii al terzo piano dov'egli abitava con la madre e una zia paterna.

L'annunzio della mia visita lo maravigliò tanto, ch'egli venne in salotto in maniche di camicia.

—Mi vestivo per scendere nello studio…. Scusa se mi presento così….Che novità? Non ho saputo resistere.

—Finisci di vestirti; non c'è nessuna urgenza.

Ero imbarazzato. Avevo ideato il pretesto di non ricordo più qual libro da farmi prestare. Fanciullaggine! Il vero motivo della mia visita era quello di osservare, se mai lo avessi scoperto nel salotto, il ritratto di sua sorella. Lo avrei riconosciuto dal posto in cui si sarebbe trovato, certamente accanto al ritratto della madre o del padre morto, o della zia. La madre e la zia le conoscevo per averle viste una o due volte pochi mesi prima. Le due donne vivevano ritirate, non frequentavano società, dedite a pratiche religiose e ad opere caritatevoli, senza ostentazioni e senza eccessi.

Infatti!…

—Ah!… Sono lieto di coglierti in fallo—esclamò il mio amico trovandomi intento a osservare alcuni ritratti schierati, in belle cornici di velluto, sur una consolle.

Arrossii, e balbettai:

—Questa è tua sorella, è vero?

—Vieni a chiedermi la sua mano?—egli disse, affettando comica serietà.

—Quasi.

—Benissimo…. Ma…. come quasi?

—Se tu non hai nessuna difficoltà, ti prego…. di darmi, per poche ore, questo ritratto. Voglio presentarlo a mia madre.

—È giusto. Portalo via. So a chi lo affido.

Non m'era parso di vedere quella gentile figura per la prima volta, ma di riconoscerla, quasi ritrovassi incarnati in essa tutti i vaghi sogni di quegli ultimi mesi, quasi dagli occhi vivacissimi, dalla fronte spaziosa e dalle brevi labbra sorridenti si sprigionasse la modesta e schietta promessa della intima felicità che andavo cercando, e che già temevo di non trovare.

Andai via come un fanciullo a cui fosse stato regalato un giocattolo desiderato ardentemente da gran tempo. È così: nello sviluppo dei nostri sentimenti, noi dobbiamo attraversare, non fosse che per pochi istanti, tutte le fasi dell'evoluzione ordinaria; neppure in questo caso la Natura fa salti. Saremo fanciulli anche a sessant'anni, se non siamo stati tali al tempo opportuno. La maturità della mia intelligenza non m'impediva perciò di comportarmi come colui che si trova nel punto di iniziarsi alle prime prove del sentimento. Mi sentivo riafferrato dalla timidezza di una volta. Era certamente una timidezza più elevata, mista con trepidazioni, con esitanze, con scoramenti di altra natura; ma, in sostanza, era tutt'una con quella che mi aveva fatto rimanere confuso e smarrito anche davanti agli allettamenti dei giuochi infantili nella villa paterna.

Già mi stupivo di aver potuto prendere una risoluzione, e osato di chiedere quel ritratto. Lo stringevo col braccio, quasi per accertarmi che lo portassi con me nella tasca interna del vestito e nello stesso tempo avrei voluto non averlo là, perchè l'idea che la mia chimera, come aveva detto l'amico Lenzi, stesse già per divenire una realtà cominciava a infondermi una strana sensazione di freddo e di paura.

Intanto affrettavo il passo verso casa mia. Volevo interporre tra questi sentimenti e me un valido fatto in cui la mia volontà avesse preso parte e pel quale mi dovessi poi sentire indissolubilmente legato.

Fui lieto di trovare nel salotto di mia madre anche il signor Bardi. Amico fedele, quasi rappresentante di mio padre, dal quale era stato creduto degno di affidargli i suoi complicatissimi affari, aveva pienamente corrisposto alla fiducia da lui accordatagli e confermata da mia madre e da me. La mamma, accòrtasi subito, dal mio aspetto, che avevo una gran notizia da comunicarle, m'interrogò con un lieve movimento del capo.

—Eccola!—dissi.

E mi sentii esaurito da questo sforzo di energia. Non occorreva darle altre spiegazioni.

Ella osservò attentamente il ritratto, sorrise e lo porse ai signorBardi che, inforcati gli occhiali, tendeva il collo curiosamente.L'osservò con attenzione anche lui, ma non comprese di che cosa sitrattasse.

—Chi è?—domandò.

Lasciai che rispondesse mia madre:

—La mia futura nuora!

—Ah! Dunque ci siamo?—egli fece, strizzando un occhio.

—L'accetti già!—esclamai, rivolto alla mamma.

—Io non la conosco,—ella riprese,—nè so come e perchè tu l'abbia trovata e scelta tra tante. Ma giacchè finalmente ti sei deciso, significa che essa corrisponde a tutti i tuoi desiderii, ed io la benedico sin da questo istante come se già fosse mia figlia. Che Dio vi faccia felici!

La povera mamma, estremamente commossa, aveva ripreso dalle mani del signor Bardi il ritratto e tornava a guardarlo con viva compiacenza:

—Ha viso buono e attraente, occhi e labbra bellissimi.

—Non mi chiedi il suo nome?

—Chi è quel poeta che ha detto: La rosa, con qualunque nome, sarebbe sempre un bel fiore?

—Shakespeare,—risposi.—Questa si chiama Fausta Lenzi.

—Ed è una bella e fresca rosa davvero!—soggiunse il signor Bardi.

—Dio vi faccia felici!—replicò la mamma.—Sorella del tuo amico?

—Unica sorella.

—Perchè non me ne hai parlato prima?

—Perchè io stesso non sapevo…. fino a qualche ora fa….

—O perchè l'amore ama il mistero….

—No…. veramente, signor Bardi….

Mia madre, udendomi così parlare e vedendo il mio imbarazzo, era diventata tutt'a un tratto pensosa.

—Tu ormai sei un uomo,—disse,—tu sai tante cose; non puoi aver fatto una scelta irriflessiva.

—Sì, mamma,—mi affrettai a rispondere per confortarla.

Ma mi tremava la voce, e mi rimordeva il cuore di ingannarla in parte:

—Poi ti dirò tutto; mi approverai.

Volevo impegnarmi per una sincera confessione.

—Non intendo di sapere altro,—ella riprese.—Neppur le mamme debbono essere indiscrete. Fausta!… Bel nome, e di buon augurio.

—La famiglia è eccellente—intervenne il signor Bardi.—Ho inteso parlare della signora Lenzi come di persona caritatevolissima e in segreto; il miglior modo di fare il bene. L'avvocato—lo conosco un po'…. gli ho procurato qualche cliente—l'avvocato è giovane e vuol godersi la vita…. Brava persona però anche lui. Colto, intelligentissimo, sa mettersi avanti e farsi valere…. Dario lo conosce meglio di me…. Dicono che commetta…. delle pazzie, no…. ma qualche scapataggine…. Dio mio! se non le fa ora che è in tempo. Bisogna che la gioventù si sfoghi. Non sapevo che avesse una sorella. Qui ella troverà una mamma migliore della sua…. Uguale alla sua—si corresse;—non voglio offendere la vostra modestia, signora Maria. Bravo, Dario! La tua bella risoluzione mi fa davvero gran piacere. Avevamo qui ragionato più volte intorno a questo argomento. Anzi io—ma ora è inutile dirlo—fantasticavo un progetto, e mi ero riserbato di farne parola a cose finite, cioè quando i nostri affari….—nostri? Eh, sì, li curo più che se fossero miei—sarebbero stati compiutamente in assetto, cioè, tra poco. Arrivo troppo tardi. Tanto meglio. Certe cose è bene sbrigarsele da sè; gli intermediari non hanno sempre la mano felice. Bravo! Mi rallegro di tutto cuore. E vi lascio, perchè in circostanze come questa si fa sempre la parte del terzo incomodo. Mi rallegro anche con voi, cara signora!

E il signor Bardi scappò quasi, per lasciarci soli nella dolce intimità di quel solenne momento.

Avrei voluto trattenerlo per sfuggire una immediata spiegazione con mia madre.

—Non so se ho fatto bene o male,—dissi impetuosamente, per liberarmi dal peso che mi sentivo sul cuore.—Sappiamo noi forse, con precisione, se facciamo bene o male, nel momento che prendiamo una decisione qualunque? Seguiamo o un impulso del cuore, o le conseguenze di un ragionamento che ci sembra giusto e convincente. Non biasimarmi, mamma! Ecco com'è stato.

E le narrai minutamente ogni cosa.

Mia madre mi aveva ascoltato grave, intenta, ora fissandomi in viso, ora rivolgendo gli sguardi al ritratto che teneva, posato in grembo, con una mano.

—Hai fatto bene,—mi disse all'ultimo.—E poi hai tempo ancora di riflettere, di maturare la tua risoluzione e deciderti.

—No, mamma; non voglio più riflettere. È deciso.

Sorrise maravigliata.

—Godo di scoprire in te uno scatto di giovinezza!—ella esclamò.

Era uno scatto insolito; aveva ragione.

Mia madre portava ancora il lutto, quantunque fossero trascorsi più di due anni dal giorno della morte del babbo. I capelli ondulati, abbondanti, pettinati con semplicità in due bande che le coprivano le orecchie contornandole il viso, e già in via di brizzolarsi di grigio, davano, assieme col vestito nero, alla sua svelta ma robusta persona un'aria imponente. Si era rizzata dal canapè pronunziando le ultime parole, e mi avea teso le braccia. La tenni stretta al petto con forza baciandole la fronte, mentre anche lei mi stringeva a sè e mi baciava, bagnandomi la faccia con lacrime di tenerezza e di gioia.

—Grazie, mamma!—le dissi.

Il ritratto di Fausta era rimasto tra i nostri petti quasi per partecipare a quell'amplesso. Stava per cadere sul tappeto nel disgiungerci; ma fui pronto ad afferrarlo.

—Portiamolo con noi al camposanto. Andiamo a dare la dolce notizia anche a Lui che ti voleva tanto bene.

Mai mia madre non mi era parsa così nobile e veneranda come nel momento in cui delicatamente mi rimproverava di aver quasi dimenticato Colui che, se fosse stato ancora in vita, avrebbe certamente gioito del mio futuro matrimonio, non ostante le sue idee intorno a questo soggetto.

Un'ineffabile tenerezza m'invase. Gittai di nuovo le braccia al collo di mia madre, mormorandole con effusione:

—Andiamo, andiamo sùbito!

Mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria lo strano spettacolo del cielo di quella sera di settembre. Un gran velario di nuvole, formato da larghe scaglie, simili a scaglie sovrapposte le une alle altre, di un'immensa corazza che il sole in tramonto incendiava fantasticamente con barbagli di oro agli orli, con splendore da rubini nel centro. Il marmo del monumento si colorava in roseo pei riflessi di quelle scaglie fiammanti che si facevano gradatamente più rosse, di mano in mano che il sole declinava verso le montagne dell'orizzonte lontano; e quel roseo comunicava un fremito di vita al busto, somigliantissimo, quasi vi facesse circolare dentro, per inatteso miracolo, il sangue.

Mia madre si era inginocchiata a pregare, posando prima, su le fronde della siepetta di bosso che circondava il monumento, il ritratto di Fausta.

Io l'avevo imitata, e le invidiavo quella forte fede che le permetteva di rivolgersi all'anima di mio padre con assoluta certezza di essere udita, e di ricevere un'interiore risposta da lui, valevole quanto quella che avrebbe potuto uscirgli dalle labbra se fosse stato ancora vivo. Le mie idee erano allora orgogliosamente diverse. Convinto che corpo e spirito di mio padre, disgregati dalla morte, si trovavano ormai confusi con gli infiniti elementi dell'Universo, io non riuscivo a concentrarmi in un'aspirazione, nè formulare una preghiera; per poco non mi vergognavo di sentire in quel momento la suggestione di quell'umile creatura che risolveva serenamente, con uno slancio, il più terribile problema da cui sia turbato il nostro intelletto. Se non potevo credere che qualche atomo dell'infinita sostanza conservasse tuttavia la coscienza individuale di Colui che era stato mio padre, ne sentivo un'eco, ne percepivo un riflesso nel mio cuore e nel mio spirito per la evidente continuità degli esseri tutti; e così, a modo mio, mi rallegravo di praticare un atto quasi simile alla preghiera di mia madre.

Ci avviammo ad uscire dal camposanto silenziosi, a capo chino.

Le innumerevoli scaglie delle nuvole erano già diventate cineree. Una gran pace aleggiava per quei viali deserti, tra quelle tombe biancheggianti. Il rumore dei nostri passi su la fina ghiaia produceva tale trista, indefinita sensazione che ci impediva di riprendere a parlare. Soltanto quando rientrammo in mezzo alla vita cittadina, trasportati celermente dalla carrozza che ci riconduceva a casa, mia madre esclamò:

—Ora mi sento più tranquilla pel tuo avvenire.

Non chiusi occhio quella notte. Da alcune parole della mamma avevo indovinato la ragione delle ansietà che la turbavano, quantunque cercasse di nascondermele. Roberto Lenzi ed io avevamo fiduciosamente combinato la cosa, senza punto pensare che il cuore o la volontà di Fausta potevano rovesciare a un tratto il nostro magnifico edifizio e spazzarlo via come fa il vento coi globi di fumo. E allora?

Verso le due dopo la mezzanotte mi ero levato da letto e avevo aperto la finestra; mi sembrava che nella camera mi mancasse l'aria. Il cielo era limpidissimo, trapunto qua e là da poche stelle che tremolavano fiocamente, vinte dalla diffusa chiarità plenilunare. I tetti delle case erano bianchi dalla rugiada; i campanili e le cupole delle chiese si profilavano nel cielo quasi opalino con rigida nettezza.

Soltanto a grandi intervalli il vasto silenzio veniva interrotto dal rumore delle pesanti ruote di un carro, dai passi di un nottambulo, dallo strido di un uccello notturno che forse il lume della mia finestra aveva attirato da lontano.

—E allora?—m'interrogavo.

La risposta si sperdeva nel torpore che m'invadeva la mente, proprio come quella nebbia che vedevo inoltrarsi lieve, lenta, e che pareva scancellasse le sembianze delle cose, coinvolgendo dentro i suoi taciti veli biancastri la scura massa delle case, i campanili, le cupole, le cime degli alberi dei giardini attorno, spegnendo i fanali, di mano in mano che si accostava; prima, trasparente, simile a quei teli di garza scendenti dall'alto di uno scenario, e poi sempre più e più densa, tanto da coprire allo sguardo fin gli oggetti più vicini.

E quasi una mano invisibile agitasse di tanto in tanto quella vaporale inconsistenza che il chiaro del plenilunio rendeva opacamente luminosa, o un improvviso soffio di vento la diradasse per istanti, vedevo riapparire, slontanati dalla sfumata tenuità, cupole e campanili, angoli di case come galleggianti in quell'onda, che poco dopo tornava a riavvolgerli e a farli sparire.

—E allora?

La mia vita verrebbe sommersa, sarebbe presto sparita anche essa nel nulla, come le cose attorno, e non per qualche ora, ma per sempre?

Non mi ero accorto del tempo trascorso. La nebbia persisteva ancora fitta, immobile, quando potei distinguere a traverso di essa il luccicore dell'alba, quando l'aurora sopraggiunse più luminosa, tra i rumori della città che si destava.

E allorchè il sole, saettando i tiepidi raggi mattutini, cominciò a fugare la nebbia e a risuscitare attorno a me la realtà delle cose, mi parve che una risposta consolante mi risonasse dentro il cuore e che la gentile figura di Fausta mi sorridesse, lassù, nella limpida e dorata profondità del cielo, assentendo!


Back to IndexNext