XII.

Il timore di mia madre, fortunatamente, era stato vano.

E così il più delizioso istante della mia vita fu quello in cui vidi Fausta venirmi incontro e tendermi le mani con tale grazia e semplicità, da rendere doppiamente gradita la incondizionata dedizione di tutta se stessa.

Rimandammo il nostro viaggio di nozze a sei mesi dopo il matrimonio—la mamma ci avrebbe accompagnati—e andammo a nasconderci nella villa dove io avevo passato due anni della mia scialba fanciullezza.

Ma prima di far la richiesta e appena ricevuta l'approvazione di mia madre, io avevo scrupolosamente adempito il programma con cui intendevo prepararmi al grande atto.

Stavo bene; il mio organismo, con lo sviluppo dell'età, si era rafforzato. Avevo conservate intatte, per via delle mie convinzioni e delle circostanze, quelle forze che i giovani sogliono spensieratamente disperdere quando più sarebbe dovere di risparmiarle.

Pure mi parve giusto interrogare un dottore.

Non si passa una misera fanciullezza senza che un'impressione non rimanga da farci dubitare e sospettare che qualche mal germe possa, insidiosamente, ancora annidarsi dentro di noi. Volevo essere sicuro.

Entrai con profonda trepidanza in quel gabinetto a cui gli strumenti per l'esame dei malati davano l'apparenza di una stanza da tortura.

—Dottore, mi dica crudamente la verità!

—Che cosa vi sentite?

—Niente. La prego di esaminarmi.

Il celebre professore al quale mi rivolgevo era famoso per la ruvidezza dei suoi modi; lo avevo scelto appunto per questo.

Mi avvolse con una larga occhiata indagatrice, scosse la folta capellatura grigia un po' in disordine, e cominciò a interrogarmi intorno ai miei genitori, alla mia fanciullezza, al genere di vita e di studi da me fatti.

—Siete stato malato qualche volta?

—Seriamente, mai.

—Perchè dunque venite da me?

—Devo prender moglie. Non vorrei contribuire a mettere al mondo creature imperfette; preferirei di rimanere scapolo.

Sorrise, maravigliato.

—Spogliatevi; vediamo.

Il cuore mi tremava sotto i picchi delle sue dita che mi scrutavano le viscere quasi impazientemente, sotto l'impressione della sua gota carnosa contro il mio petto e le mie spalle.

—Siete sano come un pesce; suol dirsi così,—egli sentenziò, rizzandosi su la persona, soddisfatto.

E brutalmente soggiunse:

—Avete però avuto torto di astenervi…. Tutti i nostri organi hanno bisogno di esercizio, perchè non si atrofizzino…. Siete in tempo di riparare. Affrettatevi. La natura è immorale, caro signore. Essa ha ordinato l'accoppiamento non il matrimonio. Il resto lo abbiamo inventato noi e malamente. Non vi scandalizzate; la scienza rifarà anche la morale e le leggi sociali, e saprà impedire che l'umanità perisca. Voi, intanto, pensate un po' meno, e sentite un po' più. Ricordatevi che l'uomo è pure un animale e che gli istinti hanno carattere sacro. I pregiudizii della civiltà sono una grande abominazione…. Potete andar via!…

Mi licenziò così.

In altra circostanza, io non avrei lasciato senza risposta le sue troppo recise affermazioni; ma, in quel momento, che poteva importarmi di esse? Ero felice di sapermi sano, e sorridevo allegramente dei consigli di lui e della solenne serietà con cui mi erano stati dati.

Andavo, due giorni dopo, dal dottore del collegio dove Fausta era stata educata. E pregavo anche lui:

—Mi dica crudamente la verità.

—È mio dovere,—rispose.—Ho curato la signorina tre anni fa, d'una febbre che minacciava di trasformarsi in tifoidea; ma la crisi fu superata. Delle piccole indisposizioni, comuni a tutte le giovinette della sua età, non è da tener conto. Un po' di nervi, si sa…. Ormai!… La signorina Lenzi, secondo quel che può osar di affermare la povera scienza medica attuale, è assai ben costituita per l'opera della maternità. Ma sarebbe audacia imperdonabile il supporre che la Natura non sia capace di scombussolare tutte le nostre previsioni, tutti i nostri calcoli. Il laboratorio della generazione è ancora un mistero per noi. Quali impercettibili e pure potentissime influenze producono le anormalità organiche, le voglie, i mostri? Non ne sappiamo nulla. Germi, trasmessi per lunga via ereditaria, si svolgono tutt'a un tratto, quando già avremmo avuto ragione di crederli estinti. Influenze morali si rivelano con fenomeni fisici; difetti fisici si traducono in fenomeni così detti spirituali. Precauzioni? Fino a un certo punto. Parlo così perchè…. non si sa mai!… E non vorrei che un giorno ella venisse a dirmi: Mi ha ingannato! Nel caso della signorina Lenzi abbiamo quasi la certezza assoluta. E questo deve mettere in pace la sua coscienza e la mia. Sangue purissimo; si vede dal bel colorito della carnagione. Costituzione solida, seno ampio, bacino ben modellato, da far prevedere parti agevolissimi….

—Basta!—lo interruppi, un po' indignato di questi minuti particolari che mi parevano sconvenienti anche in bocca di un medico.

E, tornato a casa lietissimo del resultato delle due inchieste, dissi alla mamma:

—Ora tocca a te!

Avevo voluto vedere Fausta appena uscita di collegio.

La fotografia la calunniava, esagerando certe linee del viso, togliendole l'espressione ordinaria con la fissità della posa. Il ritoccatore, dandosi gran pena per levar via la bella modellatura delle guance, con la buona intenzione di attenuare gli inevitabili contrasti dei chiari a delle ombre, aveva compiuto la sfigurazione. Di quel che di virile, di rigoglioso, che imprimeva un carattere alla fisionomia e a tutta la persona di lei, non era rimasta traccia nel ritratto datomi da Roberto.

Avevo osservato Fausta a lungo, non visto, in chiesa, e ne avevo ricevuto una consolante impressione di energia, di salute, di equilibrio. Niente di sensuale, di bassamente voluttuoso; ma una armonia dolce e tranquilla di bellezza esteriore e psichica che non avrebbe mai suscitato in nessuno furori di passione morbosa.

Il mio cuore infatti non ne era stato turbato, non aveva palpitato insolitamente in quel primo incontro, nè dopo. Io ritrovavo in essa la bella e ben costituita macchina di creazione che appunto ricercavo, e non mi importava niente se in me o in lei mancasse qualcuno degli accessori che dagli altri venivano strettamente reputati come cosa principale.

—L'amore—pensavo—come lo concepiamo al dì d'oggi, ha caratteri eccessivi. Abbiamo esagerato le insidie che vengono tese dalla Natura per la conservazione della specie, dimenticando che esse sono simili agli specchietti da allodole tremolanti e brillanti al sole per attirarle sugli stecchi cosparsi di vischio, o sotto la rete. La Natura è provvida, non fa sciupìo di forze. Essendo io disposto ad adempire riflessivamente alle sue leggi, il sentimento e l'immaginazione non hanno nessuna ragione di operare in me per allettarmi. Ecco perchè il mio cuore rimane tranquillo.

Fui commosso però il giorno della presentazione, allorchè me la vidi venire incontro tendendomi le mani con atto di gentile sincerità, dopo di avere abbracciato affettuosamente mia madre.

—Io la ringrazio!—disse.—E farò ogni sforzo per mostrarmi degna della preferenza che mi ha usata. Mio fratello mi ha parlato tante volte di lei. Roberto le vuol bene. Ella non è ignoto per me.

Non ricordo quel che risposi; poche e imbarazzate parole certamente.

Fausta aveva una prontezza di spirito che mi maravigliava; un senno pratico e indulgente che faceva contrasto con la sua età. Di giorno in giorno, durante i rapidi preparativi delle nozze, mi stupivo di scoprire in lei tale limpida ed esatta conoscenza della vita, quale non credevo potesse acquistarsi vivendo segregati in collegio, come ella era vissuta otto anni, e in un collegio diretto da suore, quasi monastero.

—Tanto meglio!—mi rallegravo.—Non entrerà ignara, con poetiche illusioni, nella nuova condizione sociale. Sarà ben armata contro le delusioni e le sventure.

Una sera, qualche settimana prima delle nozze, mia madre ed io, dopo di aver desinato in casa Lenzi con la più affettuosa intimità, eravamo usciti a prendere il caffè nella terrazza che rispondeva sul giardino, come il padrone del casamento chiamava, con qualche enfasi, i pochi metri quadrati, ornati di tre o quattro alberi frondosi, di una siepe di bosso torno torno, e di una aiuola centrale che secondava le sinuosità degli stretti viali.

Mi ero appoggiato alla ringhiera fumando una sigaretta. Roberto discorreva con le signore, facendole ridere a furia di stranezze e di aneddoti raccontati con la sua solita prodigalità di parole e di gesti.

Fausta, che stava ad ascoltare ridendo anch'essa, dovette credere che io avessi udito quel che Roberto diceva in quel momento, giacchè venne a mettersi al mio fianco per rassicurarmi:

—Oh, non dubitare! Non sarò mai gelosa del tuo passato.

—Non c'è di che—risposi, senza domandarle per quale ragione fosse venuta a dirmi questo.

—Tutti gli uomini,—ella riprese,—affermano così, sul punto di sposare. È un'ipocrisia che ormai non inganna nessuna ragazza. Potreste farne a meno. Se io fossi un uomo, sarei più sincero.

—Sono sincerissimo.

—No, non mentire. Si capisce; la vita di un giovanotto è molto diversa da quella di una di noi. Forse dev'essere così; almeno è convenuto—la legge l'avete fatta voi—che debba essere così.

—Ma chi ti ha detto queste sciocchezze?

—Non mi cedere un'ingenua, una puppattola. In collegio apprendiamo tante cose. E poi, abbiamo occhi per vedere, orecchie per udire. Non ti dispiacerà se parlo in questo modo.

—Niente affatto.

—Mi basta che tu sappi che per me il tuo passato non esiste. Io non frugherò nei tuoi cassetti per trovarvi qualche letterina dimenticata di stracciare o di bruciare. Non vorrò mai sapere se hai amato altre donne e quante e come. Saprò scancellare, m'ingegnerò di scancellare ogni loro traccia dal tuo cuore. Da ora in poi però…. starò vigilante su la soglia di esso perchè nessun'altra vi penetri.

—Potrai risparmiarti di vegliare—risposi prendendole una mano e stringendogliela forte.—E in quanto al passato, vivi tranquilla. Sono stato una ben misera creatura, per tante ragioni; e tu puoi varcare la soglia del mio cuore senza timore di incontrare là dentro tracce di altre donne.

Mi guardò, sorridendo un po' incredula, scosse il capo e soggiunse:

—Male! Male!

—Perchè?

—Sara diceva….

—Chi è questa Sara?

—Una delle mie amiche di collegio. Diceva: Non ci è niente di peggio di un marito che non ha già fatto vita—si esprimeva così.—Vorrà cavarsi il gusto dopo, appena….

—Ma….—la interruppi,—in collegio vi occupavate di questi soggetti?

—Riguardano il nostro avvenire. Come vedrai, così io non sarò una moglina seccante. Il passato…. è passato. Nessuno di noi ha alcun diritto su di esso.

La guardai con tale espressione di stupore, che Fausta capì subito quel che mi spuntava nella mente.

—Oh, non parlo per metter le mani avanti, per interdire a te di ricercare, no! Nessun amoretto, neppure per chiasso. Voialtri non potete immaginare quanto si diventi serie in collegio. Ci sono anche là le sventate, le romantiche, le sentimentali; poche; e vengono messe in ridicolo. Quella vita così apparentemente segregata ci rende riflessive, positive. Ognuna mette in comune il suo mucchietto di esperienza, e ne formiamo un bel cumulo. Io ero la più sprovvista: una sciocchina. Non sapevo niente, mi maravigliavo di tutto: del poco bene e del molto male di cui sentivo ragionare dalle altre. Avevo però intelligenza svelta, e intendevo spesso più in là che l'altre non intendessero o fingessero di non intendere.—L'una parlava del babbo, l'altra della mamma; questa del fratello, una quarta del cugino; e poi degli estranei, delle famiglie amiche e conoscenti…. Quanti dolori, quante stoltezze, quante brutture! Ed esclamavo, spaurita:—Dunque la società è fatta così?—Mi confortavo riflettendo che i miei non somigliavano punto a tutta quella gente. Roberto però—Sara lo sapeva, sapeva ogni fatto altrui quella Sara!—Roberto non ha operato diversamente da quei fratelli e quei cugini…. Tutti a un modo!—conchiudeva Sara. E perciò ho pensato: Anche Dario dunque!

—Dario, no,—risposi sorridendo.—Il tuo Dario ha questo di buono…. o di cattivo—chi lo sa? Prende la vita seriamente, troppo seriamente, forse.

—Non mi dispiace. Sai? Le ragazze oggi rifuggono dai giovani leggeri, superficiali. Roberto mi ha detto che tu sei appunto uno dei pochi che prendono la vita seriamente. Come sono contenta di aver avuto occasione di dirti questo, prima di essere legati per sempre!

—Grazie, Fausta!

E le baciai rapidamente la mano.

—Eccoci!—ella rispose alla chiamata del fratello.

Quel mese da noi passato a Villa Fausta—mia madre mi aveva suggerito di ribattezzarla così—lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno, quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.

Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria. Allora—lo seppi assai dopo—egli temeva di perdermi; e ogni visita era una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.

Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni infantili.

Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.

La mia trepidanza era straordinaria.

Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da bestia, non da uomo.

Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita o l'amore soltanto,—giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da lei,—ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino, che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con sottilissima pena.

—In ugual modo,—pensavo,—deve turbare e agitare l'idea di sentirsi vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi con nuove apparenze nel creato!

Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti, alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso. Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse mescolato all'atto supremo.

Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono, avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la loro purezza e la loro intensità.

E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso, appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!

Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che rallegra la terra tutte le mattine.

Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di freschissime rose.

Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio, sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!

Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava probabilmente….

Ah!

Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!

La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna, ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.

Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe; e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con ansia, vedendoci ritardare insolitamente.

Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:

—Che fai? E l'arte?… Ne hai smesso ogni pensiero?

E mi dava la lieta notizia:

—Lavoro a un romanzo.

—E tu, non hai scritto niente?—mi domandò Fausta.—Hai studiato tanto!Non t'impedisco io, è vero?

—Ho qualcosa di meglio da fare!—risposi.

—Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa modestia.

—Roberto s'inganna. Non parliamo di questo.

Con mano inconsapevolmente crudele, ella aveva toccato la piaga non ancora rimarginata in fondo al mio cuore.

—Anzi!—ella continuò.—Voglio essere la tua ispiratrice. Quando torneremo in città, dovrai riprendere gli studi e i lavori interrotti, mettermi a parte di essi. Non già che io possa consigliarti o aiutarti, ma perchè me ne interessi quanto te, ed abbia il piacere di vederli germogliare e crescere sotto i miei occhi e goderne prima degli altri; ne ho il diritto.

—Ho rinunziato a tutto, da un pezzo!

—Giuramento da marinaio.

—Da marinaio che non ha mai tentato il mare e che ne ignora la furia e le tempeste!—dissi, con desolata ironia.

—Dedicherai a me il tuo primo libro.

—Non scriverò mai un libro!

—Perchè?

—Perchè quello che vorrei scrivere…. è un libro impossibile.

—Che cosa?

—Un gran capolavoro!

—Hai ragione, Roberto s'inganna; non sei modesto. Mi piace. Le persone modeste sono sempre mediocri. C'è pure una modestia che è gran vanità. L'orgoglio, invece, mi sembra una forza. Sei orgoglioso tu!

—Oh, sì! Di te, di qualcosa che dee venirmi da te.

Avrei voluto ch'ella mi avesse risposto:

—Rallegrati! Già lo sento agitarsi nelle mie viscere.

Invece, otto mesi dopo, la confidenza, attesa con impaziente e smaniosa ansietà, tardava ancora!

Neppure le distrazioni del viaggio di nozze avevano attenuata la indefinita paura di un terribile disinganno che mi rendeva nervoso e malinconico.

In certi giorni, al vederla serena, tranquilla, senza nessuna preoccupazione di quel che, secondo me, avrebbe dovuto essere il suo costante pensiero, sentivo un sordo dispetto contro di Fausta, quasi ella fosse venuta meno alle sue promesse, a un giuramento; quasi il grand'evento fosse stato in ritardo unicamente per colpa di lei. Sbuffi momentanei che mi rimordevano subito.

E mi sforzavo di sorridere, di mostrarmi lieto.

Una sera, non ricordo più a che proposito, Fausta disse:

—Quando avremo una figlia….

—Perchè una figlia e non un figlio?—la interruppi.

Mi guardò maravigliata dello strano accento con cui avevo pronunziato quelle parole.

—Ti dispiacerebbe di avere una figlia?

—Sì, se venisse prima d'un maschio.

—Vedi: ora mi farai stare in pensiero, pel caso….

—Devi volere un maschio, a ogni costo. La volontà influisce.

—Il Signore ci dà quel che piace a lui!

—Devi volerlo, fortemente…. Non farti il malaugurio!

Intervenne la mamma:

—Bastasse volere! Ha ragione Fausta. Infine, con chi vorresti prendertela, se per disgrazia…?

—O mamma, non farmi il malaugurio anche tu!

Pochi giorni dopo, nel tornare da una passeggiata, Fausta, tutt'a un tratto, a pie' della scala, sentendosi venir meno, si aggrappava al mio braccio, esclamando fiocamente:—Oh, Dio!… Dario!

E mi si aggravò sul petto.

L'alzai di peso e la portai su quasi fosse stata una bambina. Era pallidissima, diaccia. Mia madre non si smarrì al mio grido che chiamava soccorso e a quella vista. Le spruzzò il viso con acqua fredda, le fece odorare dei sali:

—Non è niente! Si è strapazzata troppo.

—Ha voluto andare sempre a piedi—balbettai.—Fausta! Fausta!

Aperse gli occhi, sbalordita; poi sorrise:

—Scusa, mamma! Non so…. Da questa mattina!… Hai avuto paura, poveroDario?… Non mi è accaduto mai prima d'oggi.

—Ti senti meglio?

—Sì, Dario. Solamente…. una gran lassitudine…. E poi…. Ecco, mi riprendono le nausee di poco fa, ma…. più forti.

Mia madre ed io scambiammo una lunga occhiata di tenerezza, di gioia repressa.

Stesi le mani ad accarezzare delicatamente il viso di Fausta, ritenendomi dallo stringerla al petto, come avrei voluto fare in uno slancio di gratitudine immensa, per paura di nuocerle in quello stato.

Non ci ingannavamo, mia madre ed io? Era quella la rivelazione così ardentemente invocata?

Quel giorno non le dicemmo niente del nostro sospetto, e neppure nei giorni appresso, quando il sospetto fu lietissima certezza.

Io ero diventato un bambino. Avrei voluto correre, saltare, gridare per dar qualche sfogo fisico alla mia intensa gioia. Due volte mi ero sorpreso, nel mio studio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziamento e di preghiera; e, nonchè arrossire di un atto che contradiceva alle mie convinzioni filosofiche, non me n'ero nemmeno maravigliato.

Stavo attorno a Fausta, in gioconda ammirazione di quel fragile corpo di donna che conteneva il misterioso germe, la mia speranza, la mia vittoria!

E quando neppur essa potè più ignorare, e mi accorsi che era triste, agitata dalla paura, che il mio desiderio potesse venire frustrato, mi affrettai a rassicurarla:

—Non importa; qualunque sia l'esserino che ci verrà concesso, sarà sempre accolto come una benedizione.

—Sei buono; me lo dici per confortarmi….

—No, sta' tranquilla.

—Vedrai, sarà un bambino!

Avevo sentito parlare di un mezzo per accertarsi del sesso di una creatura in gestazione, e lo avevo giudicato superstiziosa sciocchezza. Ebbene, non seppi trattenermi dall'adoprarlo.

Una mattina improvvisamente le dissi:

—Oh, Fausta!… Quelle mani!

Me le mostrò, voltando le palme, stupita della mia esclamazione.

L'abbracciai, commosso, credulo al pari di una femminuccia.

—Sì, sarà un bambino!—le dissi.

—Davvero?

—Certamente.

—Come lo sai?

Le spiegai il mezzo di cui mi ero servito.

—Eh, via!…—esclamò delusa.—È uno scherzo.

—Tante altre cose gli scienziati stimano scherzi e superstizioni e, alla prova, non sono tali.

Parlavo gravemente, con convinzione, in quel momento.

—E poi,—conchiusi,—spesso la felicità consiste in un'illusione. Non priviamoci di questo beneficio!

Sorvegliavo ogni movimento, ogni atto di Fausta. Le sue passeggiate, il suo nutrimento, le sue più indifferenti occupazioni diventavano per me tanti difficili problemi da studiare, da risolvere ponderatamente. Qualunque commozione, qualunque impressione capace di avere influenza su l'organismo del nascituro—non dubitavo più, era un figlio!—mi teneva ansioso, mi atterriva, mi rendeva importuno, seccante con la povera Fausta; e me ne scusavo e gliene chiedevo perdono, quando mi accorgevo di eccedere troppo.

—Senti com'è irrequieto!—ella mi diceva.

Non potevo accertarmene. I movimenti interiori che ella notava non erano ancora tanto sensibili da essere verificati esternamente.

E quando potei anch'io accertarmi dei calcetti, come diceva lei, che il rabbiosino le dava, quei sintomi di vitalità, e di forza mi confermarono nella convinzione che si trattasse proprio di un bambino.

—Lascialo fare. Si annoia al buio, nel ristretto spazio che lo contiene; ha fretta di uscire all'aria libera.

—Tra due mesi!

Oh, quanto mi sembravano lunghi a scorrere! Due eterni mesi ancora! E contavo i giorni, le ore, i minuti, con indefinito terrore del gran momento, con immensa compassione di colei che sopportava così lietamente il grave peso della maternità, e che passava le sue giornate a preparare, insieme con la mamma, il corredino del nascituro.

Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo, sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di altre forze.

Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva risposto:

«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione della. Natura».

—E l'artista chi lo crea?—gli avevo risposto.

La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di sua madre.

Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.

—Oh, povero amico!—esclamai, abbracciandolo.

—È un dolore ineffabile!—rispose.—C'è stato un istante in cui mi parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro mi ha salvato…. Ne ho quasi rimorso.

—Perchè?

—Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti…. ho ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se niente di terribile fosse accaduto nella mia vita…. ed ho scritto, ho scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per salvarlo…. Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio orrore!…

—Ed hai finito il romanzo?—gli domandai per non insistere sul triste tema.

—Sì.

—Ne sei contento?

—Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che, probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una gran profanatrice la Natura!

—Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai voluto.

—Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto, appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato le viscere per venire alla luce.

—T'invidio!

—Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima, di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.

—No! No!—esclamai.

—Scusa,—egli rispose, sinceramente mortificato.—Ti ho parlato di me e delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho trascurato di chiederti notizie….

Lo presi per le mani con slancio affettuoso.

—Non ancora…. Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro nella maternità.

Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.

—È un vecchio amico per me,—ella gli disse.

Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.

—Ha perduto la mamma,—spiegai.

—Povero signor Bissi!

Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle di continuare, la interruppi:

—Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no—soggiunsi al gesto negativo del mio amico.—Mando all'albergo a prendere la tua valigia.

Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte, interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.

Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con parole di scherzo rivolte al Bissi:

—Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa per abbigliare i vostri personaggi!

—Ah, se sapesse!—egli rispondeva, crollando il capo.

—Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore….

—Può darsi che abbiano ragione,—soggiungeva mia madre.—Però, però….

—Dica pure, signora Maria,—la incitava Bissi.

—I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi gran cosa, se loro li scrivono.

—T'inganni, mamma!—intervenivo io.

Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza consisteva tutta là.

Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni, o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi. Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto, bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da principio non facesse sospettare.

—Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,—dicevaBissi sorridendo malinconicamente.—Il mondo è dei violenti.

—C'è violenza e violenza,—risposi.—Io preferisco quella che adopriamo noi, tu più di me. È la più sicura.

Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.

—È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.

—Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.

Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di Bissi.

—Dario!… Eh, via…. coraggio!

Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.

Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi stese una mano.

—Non è niente…. Sono forte!

—Fausta!… Fausta!…—balbettai.

—Non è niente!… Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.

E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.

Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi, cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei—Fausta! Fausta!—sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.

Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi:

—Sta' tranquillo! Tutto procede regolarmente!

Com'era lenta la crudele Natura!… Le ore mi sembravano secoli. Le lancette dell'orologio a pendolo si erano dunque fermate?

E nei momenti di tregua, quando all'orecchio ansiosamente intento non arrivava nessun grido, io pensavo:—Eccolo! Eccolo!—E mi sembrava che il miracolo valesse bene tutti gli strazi della madre e miei, e che quanto più essi erano maggiori, tanto più grande e più stupendo sarebbe il risultato che stava per essere prodotto.

Mia madre si fermò su l'uscio, esitante. Aveva su le labbra qualcosa che avrebbe voluto essere un sorriso e che mi parve subito l'anticipazione di tristissimo annunzio.

—Mamma!…—gridai.

—Fausta sta bene,—rispose.

—E….—feci senza aver forza di proseguire.

—Rassegnati, Dario!… È una bambina!

Ripensandoci sento di nuovo l'urlo bestiale che mi uscì dalla gola; sento l'urlo, la violenza del colpo che mi piombò sul capo quasi avessero tentato di atterrarmi con una mazzata! E mi lasciai cascare, sbalordito, sur una seggiola, coprendomi il viso con le mani, sussultando, smaniando, con uno sgorgo di odio nel cuore contro la innocente creaturina che distruggeva in un istante il mio superbo sogno di tanti mesi, quasi ella avesse fatto ciò con malvagia intenzione, povera creaturina innocente!

Mia madre e Bissi erano attorno a me costernati. Mormoravano brevi parole di conforto, tanto il mio dolore sembrava ad essi incapace di qualunque umana consolazione.

Tutt'a un tratto mia madre alzò la voce severa:

—Dario! Dario! Non ti riconosco, figlio mio! È forse colpa di Fausta? Tua? Della bambina? Io che sono una povera donna quasi ignorante dico: Il Signore ha voluto così! E mi rassegno alla sua volontà. Questo per te non vale. Se c'è però una legge, se c'è un ordine nelle cose che nessuno di noi può mutare, la tua ragione faccia quel che fa in me la fede in Dio. Il bambino che tu desideravi, che tu attendevi con inconcepibile certezza, verrà dopo; e forse sarà meglio…. Sii uomo, Dario! Che dovrà pensare Fausta non vedendoti accorrere da lei? Appreso che era nata una bambina, ella si è sentita mancare, pensando a te.—Oh! Dio! Oh! Dio!—ha esclamato desolatamente; non aveva forza di piangere; faceva pietà. Vieni, Dario!… Ma ricomponiti. Nel suo stato la uccideresti, se le facessi scorgere questa irragionevole disperazione. Sii uomo! Sii uomo, Dario!

—Tua madre ha ragione,—soggiunse Bissi, scuotendomi per un braccio un po' rudemente.

Mi rizzai, trassi un lungo respiro, stringendo i pugni, chiudendo gli occhi, facendo stridere i denti: poi, riscossomi, gettai le braccia al collo di mia madre, quasi singhiozzando:

—Mamma, perdonami! Mamma!

—Ti comprendo, Dario. Ma che cosa possiamo farci? Non c'è rimedio.

Oh! Nessuno poteva comprendermi. Per tutti gli altri, l'immenso mio dolore doveva apparire, più che esagerato o artificiale, stranissimo, quasi confinante con la pazzia. Era tale davvero; lo riconosco ora, dopo molti anni. Allora però niente mi sembrava tanto ragionevole quanto quel che io chiamavo il miracolo. Esso non doveva venir fuori dalla sospensione di certe leggi della Natura, ma dalla intelligente coordinazione di queste a uno scopo determinato.

E la mia vanità mi lusingava che io avessi già adempito a quella intelligente coordinazione. La delusione perciò era tale, che mi sembrava di non poter più vivere, quasi si fosse addensato fittissimo buio intorno a me, quasi mi si fosse aperta davanti una profonda voragine che niente avrebbe potuto colmare.

Eppure ebbi la forza di comporre il mio aspetto a serenità, di dare alla voce un accento di dolcezza, di spiegare insomma una arte di finzione per la quale credevo di non avere nessun'attitudine.

La camera era ancora sossopra. Fausta, sorretta da un mucchio di guanciali, pallida, con gli occhi infossati e i capelli in disordine, mi accolse atteggiando le labbra a un sorriso dubbio che pareva chiedesse scusa e nello stesso tempo volesse confortarmi.

La vista della bella creatura sofferente mi die' uno slancio di pietà. La presi delicatamente per le mani, la baciai, e con voce ferma e carezzevole le dissi:

—Sii calma…. Sarà per un'altra volta. Possiamo attendere. Sii calma.

—Grazie, Dario!—rispose commossa, con gli occhi improvvisamente gonfi di lacrime.—È là,—soggiunse, additandomi la neonata che riposava, coperta da un velo, sur un guanciale a pie' del letto.

Mia madre la sollevò con cautela, per non svegliarla, e me la presentò…. Un mostricino roseo, affogato fra le trine della cuffietta e dello scollo della veste, dalle cui maniche, ornate di merletti, venivano fuori due manine coi pugni chiusi, del color del sangue. I lineamenti sembravano fluidi, inconsistenti, quasi le carni non avessero ancora avuto tempo di raffermarsi. Dalla cuffietta scappavano fuori alcune ciocchettine di capelli biondissimi; le sopracciglia si confondevano col roseo della fronte; le labbra erano pavonazze.

Ebbi un senso di repulsione, ma lo vinsi subito e mi inchinai a baciarla sfiorandola appena.

—Tra poche ore non la riconoscerai,—disse mia madre.

La bambina si agitò, aperse gli occhietti grigi e mosse le manine.

—Ti guarda, Dario!

—Vedrà come sarà bella domani,—soggiunse la levatrice che assisteva la puerpera.

—Ti guarda, Dario!—replicò Fausta.

E c'era nella sua voce un invito, un'implorazione che mia madre capì meglio di me, alzando la bambina, perchè la baciassi di nuovo.

Sentivo un inatteso turbamento davanti a quell'esserino, sangue del mio sangue, carne della mia carne. Non era rancore, ma non era neppure gioia, soddisfazione, compiacimento del nuovo fiore di vita non ancora compiutamente schiuso, avviluppato dalla inconsapevolezza che guardava senza discernere come scorgevo dalla pupilla non schiarita e dai movimenti, vaghi, annaspanti, dei minuscoli ditini.

E fui lieto che mia madre la riponesse sul guanciale e tornasse a ricoprirla col velo.

—Le vorrai bene, Dario?—domandò Fausta, esitante.

—Quanto gliene vorrai tu.

Ella spalancò gli occhi e sorrise con tale espressione di felicità, che io non potei difendermi da una punta di rimorso per averle mentito.

—La signora ha bisogno di riposo,—fece la levatrice.

—Resta ancora un po', Dario! Resta anche tu, mamma!

—Per ora qui comanda lei,—rispose mia madre, accennando alla levatrice.

Si era forse accorta di quel che cominciava ad accadere dentro di me per la violenta costrinzione impostami e volle impedire che Fausta finalmente indovinasse?

Avevo il cuore gonfio. Sentivo per tutto il corpo un fremito che sarebbe scoppiato in un nuovo eccesso di disperata indignazione, se non ne avessi avuto terrore; e non mi fosse venuta l'idea di sviarlo pregando Bissi di leggermi altri capitoli del suo romanzo.

Egli mi guardò stupìto, e accondiscese col gesto compassionevole di chi si presta ad appagare il desiderio di un malato.

Oh, la strana sensazione di quella lettura! Le parole mi penetravano nell'orecchio perdendo il loro preciso significato, diventando suoni musicali soltanto, che la voce del mio amico modulava con inflessioni ora rapide, ora soavi e lente, ora gravi e solenni, in una specie di melopea da cui venivano acchetati e quasi addormentati i miei nervi senza affaticare la mente. Avrei voluto che con la lettura tutta la mia vita avesse continuato a durare in quell'indeterminatezza, in quel fluire indefinito che mi portava via con sè lontano, lontano, con lassezza da dormiveglia dolce e triste, con un senso di benessere che mi dava ineffabile ristoro. E quando la voce del mio amico a poco a poco, secondo la drammatica situazione di un dialogo di amore, si abbassò di tono, si affievolì e si smorzò nell'unisono di un sospiro dei due amanti, mi parve che qualche cosa si arrestasse dentro di me.

—Non mi dici niente?—domandò Bissi, dopo alcuni istanti di silenzio.

Dispiacente di dover mortificarlo confessandogli la mia involontaria distrazione, balbettai poche e sciocche parole ammirative, incapace com'ero di precisar meglio le mie impressioni.

—Hai voluto fare un gentile sacrifizio,—egli disse.—Te ne sono grato. Non era il momento più opportuno; capisco lo stato dell'animo tuo. E se in qualche modo ti ho giovato….

—Non so esprimerti quel che ho sentito. Avevo bisogno di perdere la coscienza di vivere.

Mi levai da sedere, ripreso dalla dolorosa rabbia della mia delusione, e mi misi a passeggiare agitato pel salotto, strizzando le mani, con l'immagine davanti agli occhi di quel mostricino mezzo affogato fra le trine della cuffietta e i merletti della bianca veste che Fausta aveva cucite con tanto amore, destinate a quell'altro, al desiderato, al non arrivato e che forse non sarebbe arrivato mai più! Bissi non osava di dirmi una parola di conforto.

Così passarono parecchi giorni. Entravo per pochi minuti, due, tre volte il giorno nella camera di Fausta, ripetendo lo sforzo di costringimento, senza sentirmi commovere dalla vista della creaturina attaccata al seno della madre beata di sentir scorrere abbondante nella bocchina, che suggeva il capezzolo, l'affluenza del latte.

—Se tu sapessi com'è ghiotta!—diceva.—La mamma mi raccomanda di non avvezzarla male; di allattarla a ore determinate, sempre le stesse; ma io appena la sento piangere, non resisto. E sembra che lei lo sappia, la cattiva!

Se la stringeva al cuore, se la divorava dai baci; e vedendomi restar là, freddo, quasi annoiato—non mi sforzavo più di frenarmi, di dominarmi—soggiungeva rimproverandomi indirettamente:

—E per ciò il babbo non le vuol bene e non l'accarezza e non la bacia!

—I baci sformano il viso dei bambini; non dovresti baciarla neppure tu!

Protestò baciucchiandola con maggiore vivacità.

Finchè Fausta era restata a letto, ed io avevo avuto la distrazione della compagnia di Bissi, l'irritazione che mi sconvolgeva l'animo per la delusione sofferta aveva trovato facili momentanee diversioni. Rimanevo però sotto il tormento durante la insonnia in quelle tiepide notti di maggio che spesso passavo alla finestra, fumando, con qualcosa somigliante a un chiodo calcato da crudelissima mano in mezzo alla fronte, e che a poco a poco mi produceva tale stordimento da farmi guardare, senza distinguer nulla, le case, la campagna, i monti lontani, annegati nella diffusa luce lunare, e smarrire in torbide regioni dove la facoltà di pensare rimaneva offuscata e quasi annullata. Allora l'alba mi sorprendeva alla finestra, un po' intirizzito dalla brezza notturna, con le braccia indolenzite dalla posizione in cui erano rimaste per tante ore, con grave spossatezza intellettuale, quasi la mente avesse fatto, nei più chiusi recessi del cervello, un intenso lavorìo di cui non mi rimaneva coscienza; e mi mettevo a letto per alcune ore a dormire un sonno agitato, interrotto da sussulti, e pieno di sogni che finivano in incubi affannosi.

Un pomeriggio Bissi entrava nel mio studio col viso raggiante di gioia. Il suo romanzo era stato accettato dal direttore di un giornale quotidiano che lo avrebbe pubblicato prima nelle appendici di esso e poi in volume. Ma più che di questa insperata fortuna, egli era lieto dell'anticipazione concessagli, che gli permetteva di restituire le mille lire dategli da me due anni addietro.

—Questo non era nei nostri patti—gli dissi.—Dovevo essere io il tuo editore. Ti prendo in parola per un altro romanzo.

—Grazie,—rispose.—Sono solo; lo stipendio mi basta. Ti costituisco mio banchiere. Se avrò bisogno di quattrini, mi rivolgerò a te.

—Ora sai la via della mia casa; troverai sempre la tua camera.

—L'occasione non mancherà. Mi vedrai arrivare travestito da Re d'Oriente con incenso e mirra—con oro ahimè! no—in omaggio al tuo secondogenito che non si farà aspettare molto!

Mi salirono le lagrime agli occhi. Quelle parole esprimevano un augurio, o una garbata ironia? Esitai un istante, guardandolo fisso; poi me lo strinsi al petto senza pronunziare parole, che non avrebbero aggiunto niente alla desolazione di quell'abbraccio.

Alcuni giorni dopo, il dottore venuto a visitare la puerpera, mi disse sottovoce:

—Desidero di parlarle in disparte.

Lo condussi nel mio studio col pretesto di mostrargli un recente opuscolo di fisiologia.

—Compio un triste dovere,—egli cominciò appena fummo soli.

E alla mia mossa di ansiosa aspettazione, soggiunse subito:

—Si rassicuri. Noi medici siamo spesso uccelli di malaugurio. Questa, volta invece io faccio l'ufficio di preammonitore. Il parto della signora è stato laboriosissimo. So che sua madre non ha voluto dirgliene nulla, per non affliggerlo inutilmente, trascorso il pericolo. Il pericolo però può ripresentarsi e grave in una seconda gravidanza; bisogna assolutamente evitarla. Se avessi qualche dubbio intorno alla mia diagnosi, non le parlerei così. Disgraziatamente sono certissimo di quel che affermo. Commetterei un delitto tacendo.

Lo guardavo in viso con lo stupore di chi non ha capito bene quel che ha udito.

—Ha già la consolazione di una bambina,—egli riprese,—non chieda altro alla Natura. Quel giorno dovetti andar via da casa sua chiamato di urgenza presso un malato. Sono stato assente una settimana per affari di famiglia; sarei stato sempre in tempo di avvertirla. Ma non ho voluto più indugiare. Comprendo il suo dolore; è proprio un peccato che tanta giovinezza debba vedersi interdetta la gioia della procreazione. Ma la vita è sacra, e può dare altri compensi.

Stentavo a rinvenire da quest'altro colpo inatteso.

—Eppure,—risposi quasi balbettando,—ho avuto la precauzione di consultare il medico del collegio dove mia moglie era stata per parecchi anni. Mi aveva assicurato….

—Le previsioni non basate sui fatti sono quasi sempre fallaci. Non oso di dire che non potrei ingannarmi anche io. In ogni modo, credo che lei non vorrà correre il rischio di attentare ai giorni della sua signora. Si tratta di questo.

—Che terribile disgrazia!—esclamai.

—Ho fatto il mio dovere; lei farà certamente il suo,—soggiunse il dottore.—In quanto al modo di far comprendere a sua moglie il crudele divieto segua il mio consiglio: nei mesi dell'allattamento, il grave dispiacere di quest'annunzio potrebbe riuscire fatale alla bambina per un'inevitabile turbazione del latte della madre. Attenda fino all'epoca dello spoppamento. Che brutto mestiere è il nostro! Ci consente assai di rado il piacere di parlare di cose liete. Non mi porti rancore.

—Anzi!

Ed ebbi la forza di ringraziarlo con una stretta di mano.

Ero così sconvolto, che, accompagnatolo fino all'uscio, tornai nel mio studio, e presi macchinalmente a rassettare i libri e le carte della scrivania, quasi non avessi altro da pensare e da fare.

E quando cominciai a destarmi da quello stordimento non sapevo se avessi dovuto rallegrarmi o dolermi di ciò che avevo appreso.

Durante la settimana, la partenza di Bissi mi aveva lasciato libero di abbandonarmi tutto alla mia desolazione. E il veder Fausta, orgogliosa di allattare da sé la bambina, e immersa talmente nelle delicate e minuziose cure di nutrice da non accennare neppure una volta alla delusione che mi sconvolgeva mente e cuore e alla quale avrei voluto ch'ella mostrasse di prendere parte, m'insinuava un senso di crescente indignazione contro di lei, che in certi momenti diventava di odio a dirittura.

Avevo farneticato:

—Che inganno! Quel suo organismo, creduto capace di un perfetto concepimento, è fiacco, fiacchissimo per la creazione di un maschio! Non me lo darà mai, o, se riuscirà a darmelo, non sarà mai il maschio che dovrebbe attuare la elevatissima idea da me pensata e maturata!

Mi sembrava che ormai, dopo quest'altra prova andata a male, la mia vita non avesse più nessuno scopo. Mi vedevo confuso con la moltitudine che ingombra il mondo, condannato a quella volgarità quasi animale da cui rifuggivo con orrore, ridotto a essere un marito come tanti altri, un padre come tanti altri, una forza sperduta nel complicato ingranaggio sociale: niente!

Fausta non si accorgeva di nulla, lieta che la lasciassi interamente dedicata alla sua creaturina. Mia madre però osservava con sguardi inquieti il mio contegno, e non osava di interrogarmi, quasi avesse paura di veder confermati i sospetti che il mio silenzio, il pallore del mio volto, la cupezza della mia voce nelle brevi risposte che davo, le avevano fatto concepire. Dopo il mio primo scoppio all'annunzio della nascita della bambina, mi ero sforzato di dissimulare quel che mi ribolliva nell'animo. Non ero un bruto, non ero un selvaggio; ero, interiormente, qualcosa di peggio, sì; ma all'esterno i miei atti, i miei modi avevano tutta la raffinatezza dell'uomo civilizzato che si stima obbligato a mentire.

Col divinatore affetto materno però non c'è finzione che basti.

Mia madre, una mattina, venne da me mentre tentavo, leggendo, di dimenticare quello che giudicavo immane, irrimediabile disastro: e accostatasi, mi battè dolcemente con la mano sur una spalla.

—Ma non pensi,—mi disse,—che Fausta, se tu continui così, morirà di dolore?

Alzai la testa, e risposi:

—Se si morisse di dolore, a quest'ora io….oh!

E mia madre, crollando dolorosamente il capo, era andata via senza aggiungere altro.

Ora però, dopo la rivelazione del dottore, mi sembrava di non poter misurare l'immensità della mia sventura. Se l'illusione fosse tornata ad afferrarmi, se io avessi voluto ritentare la prova, mi sarei trovato di fronte a una porta di bronzo, ermeticamente chiusa, davanti a cui stava disteso il bellissimo corpo di Fausta che avrei dovuto calpestare e sacrificare per passare oltre.

Oh! Avrei commesso il sacrilegio, il delitto, se avessi avuto la certezza di poter così attuare il mio sublime sogno. Esso valeva bene la vita di una creatura, se soltanto a prezzo di questa la realizzazione n'era possibile! Ma, di certo, non mi si presentava altro che un'immolazione spietata! E così alla tristezza si era aggiunto l'orrore di un segreto che mi rendeva più odiosa la esistenza!


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