Eravamo andati a passare l'estate a «Villa Fausta». Leggendo in cima ai pilastri del cancello questo nome sostituito per consiglio di mia madre a quello di «Villa Maria», riflettevo che avrei dovuto farvi incidere l'altro di «Villa Amara», come l'aveva chiamata il babbo al tempo della mia malinconica fanciullezza.
E una mattina, mentre per desiderio di Fausta noi due ci inoltravamo nei boschetti in cerca dei fiori di campo, lasciai sfuggirmi di bocca:
—Chi sa che mio padre non avesse ragione di chiamar questa villa «VillaAmara»!
—Tu la farai divenir tale per tua madre e…. per me!—rispose Fausta con insolito accento di tristezza.
Mi fermai per guardarla in viso. Era impallidita, tutt'a un tratto, quasi si sentisse mancare.
Avrei dovuto scusarmi di aver profferito quelle stolte parole, darle una spiegazione qualunque che avesse potuto almeno attenuarne il significato. Invece stetti zitto, attendendo con severa aria interrogativa che ella riprendesse a parlare.
—È inutile,—disse dopo alcuni istanti di pausa,—che tu continui nella tua misera finzione; non inganni nessuno; me, molto meno degli altri. E se crederai che io me ne lagni per mio personale interesse, prenderai un grande abbaglio. Quel che mi ha fatto passare tanti terribili mesi di ansia sopportati in silenzio è, sventuratamente, arrivato. Tu non mi ami più. Forse non mi hai amato mai. Amavi in me il tuo sogno; e quando esso è svanito, io sono rimasta per te uno strumento inservibile, un ingombro. Non mi importerebbe che sia così, se non ci fosse di mezzo mia figlia. Tu la stimi tanto poco tua che io non ho saputo mai dir «nostra» parlando di lei. Ieri ti ho accennato di quella contadina che vorrei scegliere per balia. Ti sei maravigliato della mia risoluzione…. È necessaria, è urgente; sarebbe un'infamia ostinarmi più oltre ed avvelenare col mio latte guasto la povera creaturina che ha avuto la disgrazia di venire al mondo mal gradita dal suo babbo. Tu non te ne sei accorto, perchè non la guardi; ma essa, da qualche mese in qua, deperisce; ha continui dolorini…. Non voglio vedermela morire di sfinimento…. Il mio latte si è mutato in veleno.
L'ascoltavo a capo chino, con le sopracciglia corrugate, come un accusato che sente pronunziare contro di sè un'ingiusta sentenza. Ella interruppe un istante lo sgorgo della parola, quasi per rifiatare; poi, riprese lentamente:
—Senza la bambina, sarei stata più forte di te; avrei sopportato il disinganno…. Giacchè avevo il mio sogno anch'io; sogno di affetto, di dedizione, di sottomissione, di sacrifici, non meno bello, non meno elevato del tuo e che avrei saputo attuare, perchè più ragionevole, più naturale. In altre circostanze mi sarei rassegnata. Non ti avrei mai rimproverato:—Perchè non mi ami più? Che cosa ti ho fatto?—So che non si ama quando si vuole, ma quando si può…. Mi sarei rassegnata senza cercare distrazioni o compensi; e avrei atteso il tuo nuovo risveglio, lusingandomi che potesse avvenire…. Ora no! Tu sei di quegli infelici che hanno superbamente difformato la propria intelligenza, il proprio cuore, e li hanno resi inumani…. Se non sentissi una gran pietà di te, non ti avrei detto niente. Non vorrei vederti fingere, perchè capisco quanto deve costarti. A che scopo, Dario? Rispondi: a che scopo?
C'era tanto dolore e tanta tenerezza nella sua voce, che avrei dovuto sentirmi spietrare il cuore, e buttarmele ai piedi per chiederle perdono. Le rivolsi una dura occhiata, mordendomi le labbra. Si era appoggiata con le spalle al tronco di un albero, e il pallore del suo viso risaltava tra i riflessi verdi delle foglie, tra le piccole chiazze d'oro con cui il sole, infiltrandosi a traverso i rami, ne punteggiava i folti capelli neri, la camicietta grigia, stretta ai fianchi da larga cintura di cuoio, e la gonna di color rosso cupo che il sole sembrava avesse spruzzata qua e là di vivo sangue…. La ho davanti agli occhi, dopo tanti anni, fissata nella memoria dall'iroso dispetto che in quel momento mi rendeva più avverso a colei della cui pietà mi sentivo offeso, quasi al danno fattomi ella osasse di aggiungere ora anche lo scherno.
Ma ella insisteva:
—Rispondi, Dario: a che scopo?
—Tu e mia madre,—feci cupamente,—dovreste lasciarmi covare il mio dolore, non occuparvi di me, tollerarmi se vi riesce. Ho fatto di tutto per nascondervelo. Passerà, forse, come passa ogni cosa in questo mondo. Mi sento però mortalmente colpito.
—È mai possibile, Dario, che un uomo come te si lasci abbattere dal crollo di una fantasticheria?…
—Era l'unica ragione della mia esistenza!
—Come sei spietato, Dario!
—Non vuoi tu che non finga, che non mentisca?
—Vorrei pure ben altro da te: uno sforzo, uno scatto di virilità, un impeto di resistenza.
—Non sono mai stato giovane. Non sono mai stato neppure fanciullo. Il mio triste destino è cominciato a svolgersi fin dalla culla. Mia madre mi ha visto crescere con lungo stento. Mio padre, un forte, aveva quasi sdegno di me. Forse, se egli fosse vissuto ancora, mi avrebbe risparmiato di commettere lo sbaglio che contrista te e mia madre. Io avrei dovuto vegetare e morire come una di quelle gracili pianticine selvatiche che non si sa perchè nascano, che non fanno fiori, che non danno frutto, che il sole inaridisce o il vento strappa alle rocce dove han trovato quasi un rifugio….
—T'inganni, Dario!
Mi prese per una mano, attirandomi. Ebbi la durezza di svincolarmi.
—Ero venuta da te con tanta gioia,—ella continuò dolorosamente,—con tanta ferma risoluzione di sollevarmi fino alla tua altezza e riuscire di esser degna del tuo nobile affetto. Ah, se allora, avessi saputo che tu avresti preteso da me l'impossibile, quel che nessuna volontà, nessun estremo sacrificio mi avrebbe mai concesso di darti!… E tu mi porti rancore di questo, come di una colpa, volontariamente commessa, come di un vilissimo tradimento…. Non dire di no!… Ne ho pianto in segreto, per non affliggerti di più. Tua madre ed io vorremmo confortarti, consolarti, e non sappiamo come. Abbiamo quasi paura di te noi due povere donne che daremmo volentieri la nostra vita per renderti felice.
—Paura di me?
—Non sdegnarti, se non so esprimermi bene. Son tante settimane che avrei voluto dirti quel che finalmente ti ho detto oggi. Tua madre mi consigliava:—Lascialo stare! Se sapesse il male che ti fa, diverrebbe più intrattabile, non per cattiveria.—è buono, immensamente buono—ma per vedersi ridotto suo malgrado a far del male a qualcuno.—Ed io invece ho pensato: E perchè devo permettere che egli inconsapevolmente mi faccia del male? Mi sarà grato di averlo avvertito; dovrebbe essermi grato! Per questo ho disobbedito alla mamma. Ne sono punita! Dunque tra te e me non c'è più niente, niente oltre il legame civile e religioso che ti è divenuto pesante catena?
—Oh, Fausta! Me ne fai accorgere ora tu; non mi è passato per la mente neppure un istante in questi miserrimi mesi! Perchè non hai taciuto? Perchè hai voluto rendermi più infelice? Ero così sopraffatto dal mio dolore che non mi preoccupavo punto del dolore degli altri!… Quel mio sogno distrutto….
—Possiamo riprendere e sognarlo. Sarebbe così bello, così dolce! Non mi dicesti un giorno: Sarà per un'altra volta; possiamo attendere?
—Non spero più! Certi sogni non si risognano!
—E dovremo vivere come due estranei che si sono incontrati accidentalmente per via?
—Voglio essere più forte del mio destino. Voglio vincere la brutalità del caso. Voglio aver l'orgoglio di proclamare: Non mi son sottomesso!
—Sottomesso a chi? A tua madre? A me?
—Vedi? Non mi comprendi!
Potevo dire: C'è qualcosa di peggio di quel che tu immagini?
E per sfogare tutta l'acredine che mi sentivo nel cuore, mi misi a calpestare furiosamente le erbe e le pianticine fiorite che smaltavano il suolo. Due lunghe lacrime rigavano le guance di Fausta. Ed io godei che ella piangesse!
Tornavamo verso la villa come due sconfitti, uno dietro all'altro.
—Non contristare la mamma, facendole sapere quel che è avvenuto tra noi.
—Non dubitare,—risposi un po' scosso dall'accento supplicante di Fausta. Avrei voluto aggiungere qualche parola cortese se non affettuosa; ma mi si fermò a mezza gola.
—E i fiori?—ci domandò mia madre, venendoci incontro.
—Non ne abbiamo trovati,—si affrettò a dire Fausta.
E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava, con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.
La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.
—Non ha pianto,—ella disse rivolta a Fausta.
Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.
—Povera piccina!—mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia madre.
Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo, un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato il divieto fatale!
Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime, di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano, secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione, della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano, come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.
E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.
Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio di sentimento.
E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza alla morte della mia bambina.
Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come dicevaFausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.
Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più pronta l'assistenza del medico.
Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.
—Ti ammalerai anche tu!
—Non importa,—rispondeva.—Voglio far guarire mia figlia, anche a costo della mia esistenza!
E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:
—Grazie!
—Le dia coraggio lei che è un uomo,—egli soggiunse.—Il disastro può accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora Maria?
—Si, sì!
E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a lei. Non le avevo detto un giorno:—Possiamo attendere?—Avevo dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.
Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile, Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò, lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a trovare parole di conforto per me.
—La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!… Dobbiamo salvarla!… Non mi rispondi, Dario?
Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue strazianti parole.
Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!
Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così feroce, di cui ho orrore ricordando.
Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto, sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.
—Fausta! Per carità! Fausta!—balbettai, chinandomi a baciarla, passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi obbliato.
Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola sillaba. Era sfinita.
Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette amorosamente le mani.
—Lasciala riposare,—mi disse sottovoce.
I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva la benefica calma del sonno.
Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.
Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto. Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio? Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale, vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione, celebrazione di un sacro rito.
E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:—Mi farai insuperbire!
La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti.Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?
Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia; seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!
Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore, tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.
—Non affaticarti ancora a mentire!—mi disse una sera che volevo indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un maestro da lei tenuto in gran pregio.
Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.
—Non respingermi, Fausta!—esclamai,—Non sono stato mai così sincero come in questo momento….
Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:
—Può darsi!
Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre. Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo salottino, e in quello di mia madre.
Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito. Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di quell'autunno che aveva tepori primaverili.
Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.
Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini, la interrompevo sorridendo:
—Poetessa! Poetessa!
—La miglior poesia,—ella rispondeva,—è quella che si sente e non si scrive.
—La più grande è quella, che si fa,—replicavo, pensando al germe che già sapevo le palpitasse nel seno.
Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee, un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.
E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la prima volta, quando mi era venuta incontro—me lo aveva detto un giorno—quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi, fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:
—Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio necessario per sparire volontariamente….
—Non dire così, Fausta!
—Ormai!
—La vita,—replicai,—non ostante le nostre aberrazioni, le nostre miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il nostro cuore.
—Tu insegui sempre il tuo sogno!
—No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.
—È la prima volta che la ricordi.
—Non volevo inacerbirti la piaga.
—Me la inacerbiva peggio il tuo silenzio. Parlami di lei, mi farai bene. Io la sogno ogni notte; non so ancora persuadermi che ci abbia abbandonati!… Ma no,—s'interruppe a un tratto,—dimentichiamo, Dario; facciamo di tutto per dimenticare. È finita! Non possiamo far altro che trascinarci, stanchi, delusi, pel corso degli anni che ci rimangono a vivere. Siamo già due ombre!… È finita! Vi sono istanti in cui ti sono grata degli sforzi di addolcire la fatalità che si è aggravata sopra di noi; ma, più spesso, io provo—perchè celartelo?—un grande sdegno della tua pietosa menzogna…. Non ostinarti…. È finita!
Chinai la testa, colpito dall'improvviso mutamento che aveva fin alterato la dolcezza della voce con cui aveva pronunziato le parole: Parlami di lei, mi farà bene!
—Se è finita per un verso,—ripresi dopo lunga pausa,—potrà ricominciare da un altro.
—In che maniera, Dario? Tu non mi ami più.
—Si può amare in tanti modi.
—In un solo ed unico modo! Quel che tu chiami amore è una falsificazione di esso; l'amicizia larvata. Che cosa vuoi fartene di me?
—La cara compagna della mia vita.
—Ero, potevo essere tale tuttavia; ora non più. Ti ho atteso; non sapevo convincermi che tu fossi arrivato al punto di sentir repugnanza dei miei baci, dei miei abbracci…. E perciò ti attendevo, pensando:—Gli ho voluto immensamente bene! La mia più grande gioia, il mio più grande orgoglio consistevano nel contribuire alla sua felicità con tutte le forze dell'anima e del corpo. E se, contro ogni mia intenzione, la cattiva sorte mi ha fatto complice del gran dolore che gli ha scombuiato la vita, l'ingiusto rancore con cui mi gastiga non potrà essere durevole…. Tornerà da me più affettuoso, più amante, come forse non è mai stato—dopo l'arrivo della bambina cominciavo a capirlo.—Tornerà! E attendevo, spiando ogni tuo atto, ogni tuo gesto, con l'orecchio intento a indovinare, dal suono della tua voce, quel che la parola non diceva…. Invano! Invano! Poi non ressi più all'ansia angosciosa, e tentai di scuoterti, di strapparti un gesto, una parola che potessero darmi lena di attendere ancora…. ricordi? Nel boschetto…. Fosti senza pietà! E te ne fui grata…. Da alcune settimane intanto, vuoi farmi vedere che qualche cosa di nuovo avviene nel tuo cuore…. Oh, se fosse vero! Non è vero, povero Dario! Tuo malgrado probabilmente, ma non è vero!
—Ah, Fausta! se tu sapessi!…
—Che cosa? Parla…. Vorrei crederti…. Parla!… Ma no; non voglio udir niente…. Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci…. se è proprio vero, Dario! Così! Così! Così!…
Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta. Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle; e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno superbo.
Ella mormorava:—Così! Così! Così!—insaziata, insaziabile di sentirsi baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto dietro una cupola.
—Ah, Fausta!… Se tu sapessi!—replicai, sciogliendomi con uno sforzo di riflessione dalle sue braccia.
—Oh, Dio!… Parla dunque, Dario!
Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.
Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati, con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi orrore.
—Mentisci!—gridò.—Ti sei messo d'accordo col dottore!
—No, Fausta!
—Mentisci!—replicò.—Che cosa ti figuri…. Oh!
—No, Fausta!—esclamai, così vivamente che ne fu impressionata.
—È forse infallibile costui?…—riprese.—Quand'anche? Voglio sacrificare la mia vita al tuo e al mio sogno! Non me n'importa! Fammi morire così, Dario!… Sarò felice di morire così!…
E mi si gettò tra le braccia con un delirio di baci.
—C'è il signor Lostini—mi annunziò il cameriere.
E avanti che io mi rizzassi dalla seggiola, per andargli incontro, egli entrava nel mio studio, con un libro in mano, un gran fiore bianco all'occhiello, vistosa cravatta bleu a fiorellini bianchi, ornata da spilla con grosso brillante, corpetto a colori, calzoni chiari sotto il kraus; elegantemente inguantato, proprio come parecchi anni addietro, quasi giovane come allora, ma con un che di più serio in tutta la persona, non ostante i baffi straordinariamente ritti, o i capelli un po' diradati, pettinati con cura per celarne i guasti sofferti.
—Ah!—esclamò—mi sembra di rivivere i bei giorni di una volta in questo tuo studio che mi ricorda….
E s'interruppe per abbracciarmi.
—Come qui?—domandai.
—Per pochi giorni. Ho voluto portarti io stesso il mio ultimo romanzo. Lo leggerai? Spero che ti piacerà. Ho saputo…. Ma non parliamo di cose tristi! Tu stai bene. E tua moglie? Mi presenterai; ho vivissimo desiderio di conoscerla. Ho visto a Roma suo fratello. È stato appunto lui che mi ha informato…. E tua madre? Voglio salutarla. Si ricorderà di me la buona signora? Tu ti sei chiuso tutto nella vita di famiglia…. Forse hai fatto bene. Io, sempre scapolo impenitente. L'arte assorbe, e non dà, almeno in Italia, le soddisfazioni, le consolazioni che noi abbiamo la dabbenaggine di chiederle…. Io, veramente, non posso lagnarmi. A furia di ostinazione, di buona volontà—vedrai—mi sono conquistato il mio posticino. Non so se tu leggi i giornali. Un coro unanime di lodi per questo romanzo che pure è una terribile sferzata contro il mondo bancario e gli affaristi di ogni sorta. Non ho risparmiato nessuno: deputati, senatori, giornalisti politici, critici di letteratura e di arte…. socialisti, clericali…. donne emancipate, donne così dette intellettuali…. Tutti! Provavo, scrivendolo, una gioia feroce…. Mi sembrava proprio di sentire gli urli delle bestie del mio «Serraglio»…. E con tutto ciò…. Un gran successo, quasi ognuno dei maltrattati voglia far credere che non si tratti di lui; successo di lettura e di vendita; il secondo migliaio va a ruba…. Oh, io non sono modesto! La modestia, a questi lumi di luna, è merce che non va…. Ma già parlo, parlo, e non penso a domandarti: E tu? Hai dunque compiutamente rinunziato?
—Si rinunzia a qualcosa che si potrebbe avere.
—Hai torto. E sappi che son venuto appunto per scuoterti, per spronarti; ti voglio con me nell'impresa che sto per tentare. La gratitudine è il mio forte. Le vostre critiche di allora, quando tu, Lenzi e Bissi ridevate tanto di me, mi hanno fatto gran bene. Anche Bissi sarà con noi. Un capolavoro il suo romanzo. È disgrazia talvolta cominciare così…. Ma quel giovane ha tanto ingegno!… Lenzi è perduto per la letteratura; sta per diventare il primo avvocato di Roma; guadagna quattrini a palate…. Hai dunque indovinato quel che sto per fare?
—No.
—Metto su una grande «Rassegna», da buttar giù la «Nuova Antologia» e le altre rassegne minori. Ho centomila lire a mia disposizione…. per cominciare. Ah! Milano è la città delle grandi imprese! Là tutto è possibile; anche l'impossibile. «Nemesis!» Eh? Titolo indovinato. Giacchè io voglio fare una rassegna viva, battagliera. Ogni suo fascicolo dovrà sembrare lo scoppio di una bomba di dinamite da mandar per aria tutte le fame usurpate, tutte le pedanterie, tutto il misero ingombro dei grafomani prosatori, e poeti…. tutti i falsi genii della musica, della pittura, della scultura….
—Purchè le bombe—gli dissi ridendo—non mandino alla fine per aria chi si diverte a lanciarle!
—«Audaces», etc. Ricordo ancora un po' di latino.
Lo guardavo con grande ammirazione, ma senza invidia. Fin questo sentimento era morto in me. Mentre Lostini parlava, mi sembrava che ragionasse di cose alle quali mi ero interessato un po' in tempi così lontani da ricordarle appena. Da un pezzo ogni velleità letteraria era sparita dalla mia mente; mi ero già rassegnato ad assistere da semplice spettatore a quel che facevano gli altri, convinto che la natura si era crudelmente divertita a mettere in me la misera contradizione tra le aspirazioni, tra la facoltà della riflessione e quella immaginativa. È vero che avevo là, davanti a me, un esempio di quel che potevano far ottenere la volontà e l'accanimento al lavoro anche a un ingegno che dai suoi primi tentativi sembrava destinato alla più meschina mediocrità, e invece era arrivato a produrre qualcosa superiore a ogni nostra previsione…. Ma Lostini già si contentava di essere arrivato a un punto più in là della mediocrità; io non me ne sarei contentato mai. Probabilmente egli avrebbe oltrepassato quel punto; era giovane ancora. L'improntitudine gli sarebbe forse giovata ad innalzarlo più che egli non osasse di sperare. A me questa qualità faceva difetto. Per ciò lo ammiravo senza punto invidiarlo.
E quando mi disse:—Tu dovrai essere mio assiduo collaboratore; il critico letterario di «Nemesis», uno dei grandi dinamitardi della mia rassegna,—scoppiai in una risata che lo confuse.
Si rinfrancò subito.
—Oh, io non ti lascio prima di aver avuta la tua formale promessa…. So quel che vali, so quel che puoi. Non ho dimenticato la finezza delle tue osservazioni quando facevamo qui la piccola accademia…. Voglio rivelare all'Italia un gran critico nato.
—È una pazzia!
—Chiamerò in mio aiuto la tua signora, tua madre.
—Povere donne! Lasciale in pace.
—Se ti vogliono bene, mi aiuteranno a vincere la tua sciocca repugnanza; scusa se dico così.
E infatti, appena lo presentai a Fausta, le prime parole che egli le disse furono:
—Lei dovrà essere la mia alleata! Anche lei,—soggiunse rivolto a mia madre.
Lo trattenni a desinare con noi. Quella sua foga di parole e di gesti mi divertiva, mi distoglieva dal pensare alle mie tristi circostanze. Da molti mesi non avevo più visto Fausta ridere con tanta scioltezza come alle strabilianti uscite di ogni sorta che Lostini profondeva. Mia madre lo guardava maravigliata, ripetendogli a ogni po':
—Sempre lo stesso!
Rideva anche lui, soddisfatto, con un po' di fatuità, di quel che diceva. Pareva che ripetesse a memoria brani di sue novelle, di suoi articoli, e si ascoltasse con piacere.
—E non prenderà moglie?—gli domandò mia madre.
—Per certe sciocchezze si è sempre in tempo—rispose. Ma si corresse immediatamente.-Parlo di me. Non sono serio. Le donne finora mi hanno fiutato, e non si sono mai risolute a darmi retta, le rare volte che ho avuto la debolezza di parlare di matrimonio. Non avrò più la tentazione di riparlarne. E poi mi trattiene una tremenda paura….
—Di che cosa?—fece Fausta.
—Stavo per dire una storditaggine; me la rimangio.
—Dilla, pure: una di più non importa.
—Una di meno, sì, caro Dario.
—Di che cosa?—insistè Fausta incuriosita.
—Mi dispiacerebbe, se lei indovinasse.
Compresi e feci deviare il discorso, ma troppo tardi.
—Ha ragione,—disse Fausta con voce commossa,—I figli sono spesso un gran dolore; ma sono anche una gioia senza pari.
—Ne ho già messi parecchi al mondo,—rispose Lostini ridendo,—i miei libri. Non sono un portento di bellezza, di salute, di spirito…. Ma, che vuole? gli voglio bene; anche ai mostricciattoli, ai primi…. Un padre non può essere parziale…. E quando ne sentivo dir male…. (non mi hanno adulato i critici) ebbene, francamente, ne provavo pena. Domandi a Dario che risate facevano lui, il fratello di lei e Bissi ogni volta che infliggevo ad essi la lettura di un mio aborto…. Facevo lo sforzo di riderne anch'io…. Ridevo verde. Li ho benedetti dopo. Li benedico ancora. E perciò ora voglio smuovere questo poltrone…. Che fiammeggiare di ideali allora! Non è possibile che tutto sia morto nel suo Dario.
Non sapeva come riparare la sua storditaggine, vedendo il viso di Fausta improvvisamente rabbuiato. E continuò:
—Dovrà fare lei il prodigio. Tanti studi, tanta cultura, tanto acume critico non devono andar perduti. Sarà un'occupazione, una distrazione per lui; un articolo ogni due mesi! Non chiedo troppo.
—Io influisco così poco!—rispose Fausta.
—Non può essere.
—Te ne prego!—intervenni.—Non insistere. Da due anni non ho scritto più una sola parola. Mi sento irrugginito. L'ideale?… È un gran malanno.
—Come? Parli così, tu, hegeliano fino alla punta delle unge?
—Non insistere più!—replicai, e con tale accento che il poveroLostini, mortificatissimo, soggiunse a bassa voce:
—Scusa. Credevo di mostrarti che ti voglio bene.
—E te ne ringrazio,—conclusi.
Uscimmo a prendere il caffè su la terrazza.
Lostini tornò loquace, divertente.
—A Milano ci si trovava bene?—gli domandò mia madre.
—Quasi ci fossi nato. Là è impossibile rimanere inoperosi. Io mi son buttato nella mischia a corpo perduto. Mischia incruenta, d'inchiostro—non si spaventi—ma che tiene agitati come se si trattasse di botte, di colpi di sciabola o di coltello. Se ne soffre, ma non vuol dire. Si fa anche soffrire. È la vita! Io pubblico un romanzo; un critico rinomato me lo stronca, me lo riduce in poltiglia…. Ne soffro, è naturale. Ed ecco che il critico rinomato pubblica un suo volume. Alla mia volta, glielo stronco, lo riduco in poltiglia…. E allora soffre lui, con mio vivissimo piacere. È la vita!
—Credevo che la letteratura fosse ben altro,—disse Fausta.
—Ed è ben altro,—rispose Lostini,—ma anche questo. Come accade in tutte le cose, coloro che la manipolano ne hanno quasi nausea; coloro che se ne servono la giudicano secondo il piacere ricavatone…. In certi momenti, più che romanziere, novelliere, articolista, versaiuolo, preferirei di esser fabbricante di saponi; in certi altri, non scambierei il mio mestiere con quello di un milionario. Forse esagero su questo punto: i milioni servono a tante cose; ma qualche volta non servono a niente…. o a far male agli altri. Un romanzo, un cattivo romanzo anche, come qualcuno dei miei, fa sempre un po' di bene ai lettori imbecilli e promove la secrezione della bile ai signori critici. Senza contare che quando si è occupati a scriverlo, ci dà la sensazione, il convincimento di essere in procinto di mettere al mondo un capolavoro…. Sensazione, convincimento che spesso i grandi ingegni non hanno. Dubitano, esitano davanti a le difficoltà, guardano troppo in alto (come un certo signore di mia conoscenza) e rimangono inerti, con gli occhi alle nuvole…. Lei mi approva, signora Fausta. Ecco: io non guardo in alto, nè in basso, ma diritto davanti a me, e procedo….
Continuò a parlare fino a tardi; sembrava che il mio silenzio, l'attenzione e le risate di Fausta e di mia madre lo eccitassero. E per quattro giorni la nostra vita fu invasa dalla sua voce, dalla sua allegria, dai suoi gesti, quasi ravvivata da un'onda di luce, quasi scossa da quella vivacità eccessiva, che a me intanto ispirava un senso di repulsione per la inconsapevole volgarità che col mio modo di giudicare scorgevo nelle parole e negli atti di Lostini.
—Buon giovane, del resto,—dissi a Fausta.
—E anche savio,—rispose.—Prende il mondo com'è. Non fantastica irraggiungibili felicità, e non avrà mai disinganni.
—Soltanto l'aver potuto pensare l'irraggiungibile, come tu dici, vale più di qualunque azione.
—Ti credo, senza comprenderti.
Com'era sottomessa, umiliante, affettuosa Fausta dal giorno della terribile rivelazione! Come era silenziosamente implorante che io mi decidessi ad accettare la generosa offerta della sua vita! Ora, lo capivo, il pudore le impediva di ripetermi le disperate parole:—Fammi morire così, Dario! Sarò felice di morire così!—Ma c'era nei suoi sguardi, nella sua voce commossa, nelle sue contegnose carezze qualcosa che mi esprimeva mutamente la stessa offerta. Io ero alla tortura.
Avevo avuto una scena quasi violenta con mia madre.
—Perchè non torni a dormire in camera? Durante l'allattamento stava bene; ma ora….
Per espresso desiderio di Fausta, ella ignorava ancora.
—È più igienico,—risposi.
—Tuo padre diceva pure così.
L'espressione dell'accento fu di tale strazio, quasi tutti i dolori della sua desolatissima vita le si fossero ridestati nel cuore in quell'istante, che io infransi la promessa giurata a Fausta, e le rivelai il triste segreto.
Stentava a credermi.
—E la povera figlia?
—Sa, da una settimana. Non riesce a consolarsene. Non vuol convincersi.Dice:—Ma cotesto dottore è forse infallibile?
—Lo dico anche io. Faremo un consulto. Sì, il parto fu difficile; te l'ho taciuto per non angustiarti inutilmente, dopo che tutto era finito bene. Ma da questo, al pericolo che ci annuncia costui…. oh!… ci corre…. e di molto. E tu la prendi così freddamente? Ti sei già rassegnato?
—Come ci si rassegna all'inevitabile!
—Oh, Dario! Ho l'animo riboccante di amarezza. Pesa dunque su questa casa la fatalità che nessuna donna debba esservi amata? Io vedo riprodursi in Fausta la mia sorte: ho ripreso a rivivere e a soffrire in lei tutti i miei dolori che credevo di poter dimenticare davanti allo spettacolo della vostra giovinezza felice! Tu sei un egoista diverso da tuo padre, ma egoista quanto lui; peggio di lui, lasciamelo dire. Quegli sacrificò tutto all'idea di accumulare per un unico figlio la ricchezza, i mezzi da poter renderlo considerato e onorato nella società, benefica forza di azione per via dell'intelligenza, come egli era stato benefica forza di produzione industriale e commerciale. Tu intendi di sacrificare tutto a non so quale superbo tuo sogno, a non so quale delusa vanità, a non so quale feroce idolo della tua immaginazione; e non ti accorgi che stai per commettere l'assassinio della bella e buona creatura che ti ha dato il suo cuore, la sua anima, tutta sè stessa, e che sarebbe pronta infine a immolarti la vita—te l'ha, detto—in ricambio di un po' di affetto sincero! E perchè uno sciocco dottore ti ammonisce:—Bada!—tu chini il capo; cioè no, tu non sai nascondere la tua perversa soddisfazione di essere sciolto da ogni dovere di uomo e di marito…. perchè il tuo orgoglio ha avuto una disfatta, e non vorresti esporti a una seconda!
—Mamma! Mamma!—balbettai protendendo le mani in atto di preghiera.—Non inveire così contro di me. Hai torto! Non sono più quello di prima; ma la sola idea della possibilità di attentare alla vita di Fausta m'ispira tale orrore!…
—Facciamo un consulto. Come non ti è passato pel capo?
—A Fausta repugna fortemente di doversi esporre alla indiscreta curiosità dei dottori.
—I medici sono i confessori del corpo; non bisogna nasconder loro niente, allo stesso modo che a quegli altri.
—Parlagliene tu; convincila tu!
—È ragionevole Fausta.
—Che punizione, mamma, è stata oggi la mia, sentendo parlare con tanta durezza te, che mi avevi detto finora soltanto qualche parola di affettuoso rimprovero, addolcita dalla benignità dell'accento commosso! Ti ho contristata inconsapevolmente. Perdonami, mamma!… Sono un grande infelice!
E parlai a lungo di Fausta e con tale effusione di tenerezza, con tale foga di adorazione, che vidi a poco a poco schiarirsi la fronte e gli occhi della mamma insolitamente rabbuiati, e riapparire il sorriso su quelle labbra poco prima illividite dallo sdegno.
—Peccato che Fausta non sia in un canto ad ascoltarci!—ella disse.
E si affacciò alla finestra per nascondermi le lacrime di consolazione che non poteva più trattenere.
Non era stato possibile neppure a mia madre di persuadere Fausta della necessità di un consulto. Il suo pudore si ribellava, indignato; si ribellava anche il suo cuore. Più volte le aveva risposto:
—Ma perchè Dario non vuole accettare il sacrifizio della mia vita?…Sarebbe così bello, mamma!
La sua ostinazione mi irritava. E avrei dovuto essere invece profondamente commosso, orgoglioso, pur respingendo la triste offerta. Ero convinto della sincerità del suo atto, quantunque essa avesse tentato di farmi credere che sacrifizio non sarebbe occorso e che l'avvenire avrebbe smentito le cattive previsioni del dottore.
Questi però, nuovamente consultato da me, era stato più esplicito dell'altra, volta.
—La chirurgia non fonda la sua diagnosi su intuizioni, come la medicina, ma su fatti che si possono ripetutamente osservare.
E aveva parlato a lungo, con qualcosa di compassionante, di ironico nella voce, dopo che io gli avevo risposto:
—È orrendo che la Natura o l'accidente vietino a una donna di esser madre!
—Perchè? È consolante anzi che agli uomini la Natura abbia concesso una cosa da lei interdetta agli animali: il piacere.
—Ah!—risposi col mio hegelismo.—L'istinto è in noi già divenuto ragione; essa deve farne le veci.
—Lasci andare—continuò—cotesti sofismi da metafisici, che la scienza positiva non può ammettere. Il piacere è una gran bella realtà, e il genere umano non sarà mai disposto a rinunziarvi. Gli antichi sapienti ne hanno fatto una Dea; alcune religioni hanno popolato i templi dei loro idoli di sacerdotesse dell'amore. La vita è così piena di tristezze di ogni sorta, che sarebbe follia, delitto il privarla di una gioia che dà il pieno oblìo, non importa se per rapidi istanti. Non assumiamoci il superbo còmpito di correggere la Natura; siamo piuttosto grati ad essa di non aver creata la donna unicamente per la generazione. E per un falso concetto metafisico, lei, a cui la sorte ha dato in dono una delle più belle, fresche e sontuose coppe di amore, vorrebbe astenersi di accostarvi le labbra?
—Le profanazioni mi ripugnano,—risposi con accento severo.
—Lei è vittima del cristianesimo e della metafisica, o, per dire più esattamente, delle loro esagerazioni, che hanno mortificato per tanti secoli l'intelligenza umana e continueranno a mortificarla, fino a che la scienza positiva non avrà fatto rifiorire la schietta coscienza della vita. Vede? Oggi la Natura si vendica. Noi le impediamo il libero svolgimento, ed essa, per ripicco, torna a rimbestialire l'uomo. Il piacere non deve essere vizio, non deve essere eccesso, ma igiene dell'organismo sano. Religione e metafisica non pensano a questo; vi porrà rimedio la scienza, tardi, nell'avvenire, quando potrà. E non è fantasticamente superbo, è anticipazione della realtà ciò che le dico. Un uomo come lei avrebbe dovuto fare queste riflessioni prima che un povero chirurgo mio pari sentisse il bisogno di suggerirgliele per suo conforto e per consolazione della sua buona signora. Stia tranquillo; non oprerà niente di male, d'indegno, di brutto seguendo i consigli che le darò; le parla la Scienza per bocca mia.
—Grazie!—lo interruppi, rizzandomi dalla seggiola e prendendo commiato.—Su questo punto non potremo intenderci mai!
Quella pretesa scienza positiva mi faceva schifo. Immensamente più accettabile mi sembrava il generoso sacrifizio propostomi da Fausta:—Prendi la mia vita! Ti voglio tanto bene!
—E chi sa che non sia il grido sincero, inconsapevole dell'istinto,—pensavo,—che vede ben più in là delle fallaci previsioni della scienza!
Neppur oggi, dopo tanti anni, so dire se sia stata questa lusinga o l'irrompente rigoglio della virilità che mi travolsero e mi spinsero mio malgrado. So certamente che vi contribuì sopratutto la invincibile repugnanza di ridurre mia moglie a coppa di piacere, come si era espresso il dottore. Mi sarebbe parso di diventare, tutt'a un tratto, peggio delle bestie accettando i suoi consigli. Egli aveva parlato da uomo pratico, secondo la sua convinzione, ripetendo a me le stesse cose ridette a tanti altri con la medesima indifferenza con cui prescriveva una cura profilattica, o un'operazione di chirurgia a coloro che andavano a consultarlo.
Alla sua indifferenza scientifica si mescolava, quel giorno, un senso di gaiezza da satiro, che traspariva dallo scintillìo degli occhi, piccoli e arguti, e dal sorriso delle labbra grosse, sensuali, su cui egli passava spesso la punta della lingua, quasi volesse assaporar meglio la voluttà delle parole lentamente pronunziate. E questo avea concorso a rendermi più odiosi i suoi consigli.
Fausta mi attendeva con mia madre in un angolo del giardinetto che circondava la nostra casa. Il sole di quel pomeriggio di autunno inondava di splendore quasi roseo la bianca vestaglia di lana, guarnita di mostre azzurre, che ella indossava. Il bruno della carnagione risultava attenuato dai riflessi della stoffa e della parete della casa investita dal sole.
Arrivato davanti al cancello mi ero fermato alcuni istanti a guardare. Un mucchio di rose gialle, rosse avvampanti, candidissime, era deposto sul tavolinetto di ferro accanto a cui sedeva mia madre, mentre Fausta, in piedi, intenta a comporre diversi mucchietti, assortiva con cura i colori, le forme, la grandezza. Al lieve stridìo del cancello, ella si volse e con impeto di gioia mi lanciò addosso molte delle rose già scelte.
—Non le meriti,—disse ridendo.—Come sei maldestro!
Avevo tentato di afferrarne al volo qualcuna e non ero riuscito. Mi chinai a raccoglierle tutte, e gliele riportai sul tavolino.
—Perchè mi guardi così?—domandò Fausta.
Infatti la guardavo con una specie di stupore e di ineffabile compiacenza, quasi la rivedessi dopo lungo intervallo e la trovassi trasformata. Mai la sua delicata bellezza mi era apparsa tanto attraente dopo il tristissimo avvenimento che aveva portato la desolazione nella nostra casa. In quel momento mi sentivo liberato da ogni rimpianto, da ogni seduzione di alti ideali; mi sentivo uomo e innamorato, senza nessuna ombra di sospetto che tutto ciò potesse nascondere un'atroce insidia della sorte.
—Perchè mi guardi così?—replicò Fausta.
—Osservavo certi effetti di luce,—risposi imbarazzato.
—Ah!—ella fece, un po' delusa.
E si rimise a scegliere le rose, a distribuirle in mucchietti di varia grandezza. Io seguivo il rapido movimento delle sue mani che sconvolgevano il grosso mucchio, affondando le dita tra il verde delle foglie, distrigando i gambi, rizzando ogni rosa per giudicare a qual mucchietto avrebbe dovuto destinarla; e mi pareva di scorgervi tremiti, e vibrazioni che non provenivano soltanto dalla gentile occupazione alla quale ella era intenta.
—E non comunichi a Dario la bella notizia ricevuta da Roma?—disse aFausta mia madre.
Alzai il capo con vivissima curiosità, fissando Fausta negli occhi.
—Roberto si è fidanzato. Sposerà in ottobre.
—Davvero?—esclamai.—Questa sua risoluzione mi stupisce. Ha detto sempre di voler conservare la sua libertà. Credevo che si preparasse alle lotte della vita politica.
—Il matrimonio glielo impedisce forse?
—No, mamma, non glielo impedisce. Ma per certi ufficii esso, più che un peso, è un ostacolo. Io credo che l'artista e l'uomo politico dovrebbero imitare il missionario: votarsi al celibato.
—Gli artisti e gli uomini politici non cessano di essere uomini come tutti gli altri,—intervenne Fausta.
—Non sono come tutti gli altri, o almeno non dovrebbero esser tali. La loro funzione sociale è più nobile e più elevata: ha scopi assai diversi che non quella delle persone ordinarie.
—Non fanno da artisti o da uomini politici anche quando mangiano e dormono!
—Mangiano e dormono pure le bestie. L'uomo è uomo soltanto quando pensa e agisce secondo che pensa, Ora tra l'artista, l'uomo politico, e il matrimonio, c'è assoluta incompatibilità. Vuol dire, che si può essere uomo mezzo e mezzo. A me però non piace. O Cesare o niente, diceva il Valentino; e aveva ragione.
—Sposa una bella e ricca signorina.
—Lo pensavo; Roberto è uomo pratico.
—Intende giustamente la vita; non si smarrisce tra le nuvole.
—Guarda!—le dissi, additando il cielo verso ponente.
Le nuvole invadevano lo spazio, leggere, rosee, scure, bianchiccie e orlate di oro, spinte in su da un soffio di vento che pareva si divertisse a farle mutare di aspetto. Si allungavano in isolotti nello smeraldo del cielo, si trasformavano in figure di mostri, cavalcati da esseri strani, che la corsa disfaceva; si elevavano in torri, in scalinate, in collinette che si confondevano insieme, annullandosi lentamente, assumendo da lì a poco altri aspetti bizzarri.
—Guarda!—soggiunsi.—Smarrirsi lassù, in mezzo a quel visibile sogno di vapori acquei, dev'essere una gran bella sensazione! Ma il cielo della Intelligenza ha nuvole anche più meravigliose, ed è sensazione infinitamente più bella lo smarrirsi tra esse.
—Io rassomiglio a mio fratello; preferisco la realtà.
—Fantasticare ha, talvolta, il suo vantaggio,—concluse mia madre.—Non bisogna però abusarne.
In quel punto le nuvole del mio fantasticamento assumevano la forma di una bruna creatura, bianco-vestita che mi prendeva per mano e mi portava via con sè, sorridente, felice, col capo abbandonato indietro, con gli occhi socchiusi, le labbra atteggiate a un sorriso di beatitudine intensa…. E non sapevo distinguere se questa visione era accidentale aspetto delle nuvole additate poco prima a Fausta, e che si sarebbe subito alterato e difformato, o se gentile realtà, intraveduta quasi in sogno dal cuore!
Tutto questo era durato pochi istanti. La mia abitudine di riflettere prendeva subito il sopravvento; e osservando Fausta, che, terminato il lavoro di scegliere e di assortire le rose, si era allontanata silenziosamente, protestavo, nell'intimo, contro l'enormità del sacrifizio della sua vita, che io, nell'indignazione contro i consigli del dottore, mi ero sentito quasi disposto ad accettare.
A che scopo avrei immolato quella giovinezza, giacchè (non potevo più dubitarne) l'immolazione era sicura? La vita di una donna, sì, aveva per fine supremo la maternità; ma a quante le condizioni fisiche, le circostanze sociali non impedivano di raggiungerlo?
Agli altri era stato facile sciogliere questo problema della vita coniugale; a me ispiravano orrore tutte e due le soluzioni che mi si presentavano davanti come possibili. Non si muta compiutamente il complesso di sentimenti e di idee che ha formato il nostro carattere, la nostra personalità; allora credevo così. Mi ero rassegnato al mio destino; pensavo soltanto, come a lontanissimo passato, alla orgogliosa illusione sostituita all'altra mancata illusione di riuscire un grande artista. Mi sarei contentato ormai di vivere da umile borghese, tra mia madre, mia moglie e i miei figli…. Ed ecco la crudeltà del caso che sopraggiungeva a interdirmi anche questa ultima, umilissima soddisfazione!
Ero rimasto seduto accanto al tavolino di ferro ingombro di fiori dal lato opposto a quello di mia madre che aveva ripreso a leggere un fascicolo di non ricordo più quale rivista illustrata. Vedevo Fausta laggiù, presso il muro di cinta coperto di piante rampichine; e il bianco della sua vestaglia risaltava sul verde dei fitti rami, come qualcosa di vaporoso che si moveva lentamente. Le sue braccia si alzavano a staccare una foglia inaridita, ad aggiustare un ciuffo di fronde troppo denso, e mi pareva compissero una strana opera d'invocazione e di preghiera nei momenti che indugiavano in alto. La seguivo, intento, conturbato dal suo silenzioso allontanamento. Le mie parole accennanti alle nuvole avevan dovuto ferirla, e si era mossa lentamente lungo il breve viale, avea girato attorno a una aiuola, ed ora seguiva la linea retta del muro di cinta, fermandosi, tornando indietro di qualche passo, riprendendo a procedere con l'atteggiamento rigido di una sonnambula.
E di nuovo, mi sentivo invadere da quello stupore, da quella ineffabile compiacenza che avevo provato trovando Fausta nel giardinetto con quel mucchio di rose davanti. Scattai da sedere e mi avviai verso di lei, quasi accorressi a un suo appello. Al rumore dei miei passi su l'arena del viale, ella si voltò con un incerto sorriso su le labbra, e una timida interrogazione nello sguardo.
—Che cosa vuoi dirmi?—domandò Fausta.
—Voglio dirti,—risposi, e mi tremava la voce,—che sarebbe una grande infamia della Natura se le tristi previsioni del dottore dovessero avverarsi!
—Ah!—esclamò subito.—Credevo che non mi amassi più!
E mi si buttò tra le braccia.
Sussultava di gioia, mormorando il mio nome, sollevando fieramente la fronte in atto di sfida al destino; e in quell'istante mi sentii forte anch'io contro di esso, e quasi mi parve di aver vinto!
Oso appena di riandare i terribili mesi vissuti sotto l'incubo del dubbio che io avessi commesso un delitto. Non so spiegarmi come mai l'organismo umano possa reggere il tormento dell'ossessione di un orrido insistente inevitabile pensiero, senza che vi si produca una lesione al cervello, o un disordine nelle più delicate funzioni vitali.
Una mattina, su la terrazza, mentre assistevamo armati di cannocchiali alle manovre militari che si svolgevano su la collina lontana, e nella sottostante pianura, Fausta die' un piccolo grido.
—Che cosa è stato?
—Niente!
Ma i suoi occhi brillavano di allegrezza, e le sue guancie si erano improvvisamente imporporate. E, dopo breve pausa, mi sussurrava in un orecchio:
—È arrivato!
—Chi?
—Il Sospirato, l'Atteso!
—Possibile? Senza che nessun sintomo lo abbia preannunziato?
—Qualcuno, sì; ma l'ho taciuto, temendo di ingannarmi.
—E ora?
—L'ho sentito agitare!… Sono certa.
—E ti senti bene?
—Benissimo. Nessuno dei fastidi della prima volta. Non sei contento?
—Sì…. Mi sembra però….
Ero atterrito appunto da quella quasi completa assenza di sintomi. Che giorni! Che settimane! Che mesi! E la povera vittima sorrideva! E si sarebbe detto che la Natura volesse darle il compenso d'una salute eccezionale, e anche d'una bellezza eccezionale! Mai Fausta non era stata così bene, così florida come in quegli ultimi mesi di gestazione che mi tenevano attanagliato da un'angoscia senza nome, perchè dovevo nasconderla a lei e a mia madre, fingendo un'allegria quasi più penosa dell'angoscia che voleva celare.
Ancora un mese, e avrei saputo che la speranza ci aveva ingannati! In quei giorni mi arrivava il nuovo romanzo di Bissi con la dedica affettuosissima a Fausta e a me, augurando che il bel sogno dei nostri cuori diventasse anche più bello nella realtà. Leggendo queste parole mi ero sentito salire le lacrime agli occhi. Fausta, oltre che per l'augurio, era felice di veder stampato il suo nome in testa al lavoro d'arte di un amico già consacrato dalla gloria. Diceva che quell'augurio, ripetuto a migliaia di pagine, letto da migliaia di occhi, e forse pronunziato ad alta voce da migliaia di bocche, non sarebbe rimasto augurio vano. E me lo ripeteva spesso, con espressione di birichineria bambinesca che mi faceva tremare di pietà.
—Eh? Che il bel sogno dei vostri cuori…. diventi anche più bello nella realtà!… Più bello! Capisci?
Aveva divorato il libro, segnando molte parti che le sembravano quasi scritte per me.
—Senti,—rileggeva con enfasi:—«Tentando d'intravedere l'avvenire, l'uomo spesso dimentica la bontà del presente, e si stima infelice».—Senti: «Amare è quasi niente, se non s'intende e non si apprezza in che modo e fino a che punto ci corrisponda il cuore della persona da noi amata».
Ho sotto gli occhi le pagine segnate dalla sua mano col lapis bleu; e mi par di scorgere, dalle linee diritte, vibrate o ondulanti, sui margini, il sentimento che ha prodotto il gesto e la traccia del segno; qualcosa che vive ancora là dopo tanti anni, e non potrà più sparire.
La lettera di ringraziamento che Fausta scrisse a Bissi era un capolavoro di grazia e di finezza epistolare; tra le altre cose gli diceva: «Ho gradito l'onore della sua dedica quanto il cordialissimo augurio, e significa: immensamente. Ma forse esagero un po': per l'augurio vorrei trovare una parola che vada più in là dell'immensamente; la cerchi lei per conto mio. Quando lo riavremo ospite nostro? Venga a convincersi che il suo romanzo non è soltanto un bellissimo libro, ma un vero porta-fortuna».
Povera Fausta!… Neppure un momento di dubbio mi parve che la turbasse in quegli ultimi giorni. La vedevo andare incontro al destino come una vittima coronata di fiori. Ne profondeva in ogni stanza, specialmente nel suo salottino, spargendoli fin per terra con strana soddisfazione. Diceva di voler così infiorare la via all'Atteso, al Nascituro; pensava di ridurre la culla una cesta di fiori, tra cui doveva riposare e dormire il fiore più bello e più raro, Colui che in quegli ultimi giorni la faceva soffrire come non aveva mai fatto durante la gestazione.
E una settimana dopo!…
Mi buttai ginocchioni, davanti a la sponda del letto, baciando la sua mano esangue, quasi fredda per l'invadente gelo della morte.
—Perdonami, Fausta! Perdonami!—balbettavo convulso, senza lacrime.
Ebbe la forza di sorridere e di agitar le labbra, per parlare.
—Addio!… Muoio…. contenta!
Quasi fievole suono di voce che arrivava da lontano, dal confine dell'ignota regione dove ogni esistenza va a perdersi…. E subito un travolger di occhi, un impietrarsi delle pupille, un lieve sussulto…. e poi nient'altro!
Il doppio gran sacrificio, della madre e della creatura, era compiuto!
E non potevo piangere! Non potevo urlare! Non riuscivo a sfogarmi in nessuna maniera!
Ero impietrito dall'orrore di aver contribuito, per debolezza, a quel delitto; e il rimorso, che mi ha avvelenato tutta l'esistenza, mi fa rabbrividire anche oggi, come d'infamia recente.
Avrei dovuto resistere a ogni lusinga, a ogni illusione io che mi reputavo il più forte, il più savio, e non prestar mano a un suicidio qual è stato il sacrifizio di Fausta:—Prenditi la mia vita!—Giacchè (ora lo comprendo) ella ha voluto morire pel dolore, per la disperazione di non poter essere più la donna capace di darmi la gioia per cui l'avevo sposata; ed è andata incontro alla morte sorridendo, fingendo di esser convinta che le tristi previsioni sarebbero state smentite, felice di aver travolto me in un inganno senza il quale non avrebbe potuto attuare il suo reciso proposito di sparire…. Forse, povera creatura, ha avuto dei momenti di illusione, di speranza anche lei; o si è risoluta a scegliere quel mezzo, non sentendosi il coraggio di uccidersi diversamente; lottando col sentimento religioso che le faceva apparire il suicidio come il più imperdonabile dei peccati, transigendo con la sua coscienza e acchetandone la voce col ripetersi nelle esitanze:—Chi sa? Chi sa?
La maggior colpa però è mia; e consiste nel superbo intento di voler mettere la ragione nelle piccole irragionevolezze della Natura; consiste nell'invincibile repugnanza di profanare la donna riducendola soltanto vile strumento di piacere. Ma questo dignitoso sentimento è ora l'unica forza che mi permette di ricordare Fausta con continuo atto di adorazione. Io non ho inflitto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua purezza, quel che giudico anche oggi la suprema mortificazione, il supremo oltraggio che si possa fare mai infliggere a una moglie. E per questo benedico all'inganno di lei. Ella è rimasta santa, immacolata; ella mi ha permesso, a costo della sua vita, di aver l'orgoglio di sentire che la unità della mia intelligenza e dei miei atti non è stata violata un solo istante.
Mia madre era inconsolabile:
—Perchè non ho avuto fiducia nelle parole del dottore? Ho contribuito stoltamente io pure a spingerla, cara figlia, verso la morte!
E vedendomi quasi ebete pel dolore, spaventata da quella falsa calma che mi inaridiva gli occhi, che non mi consentiva neppure il lieve conforto dei singhiozzi, mi passava le mani sulla testa e sul viso, accarezzandomi come un bambino, e ripetendomi, quasi per incoraggiarmi, per determinarmi:
—Piangi, Dario! Piangi!
E il pianto venne, straziante, abbondante, con singhiozzi che pareva volessero soffocarmi. Ma quando fu il momento di comporla nella cassa che doveva custodirla per l'eternità, tornai improvvisamente tranquillo, quasi inconsapevole di quel che operavo. Mia madre l'aveva fatta rivestire col bianco abito nuziale. Il viso di Fausta aveva assunto un'espressione di placido sonno. Cereo, un po' più affilato dell'ordinario, conservava, ciò non ostante, tutta la delicatezza dei lineamenti, con qualcosa di severo che ella soleva prendere in rare occasioni quando il suo cuore si indignava per le ingiustizie della sorte e della prepotenza degli uomini.
Io la sollevai, insinuando le braccia sotto il corpo rigido e appesantito; la collocai con precauzione, quasi temessi di destarla da benefico sonno, dentro la cassa, aggiustando le pieghe della veste, sospingendo un po' il guanciale perchè la testa vi si adagiasse comodamente, e—lo ricordo bene—mi chinai a parlarle sommesso vicino alle labbra:
—Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!
E non mi parve assurdo che io le dicessi così.
Mia, madre aveva fatto recare una cesta di rose, e cominciò a spargergliele addosso a piene mani…. Ne versai a piene mani anch'io, lasciando libero soltanto il viso…. E ripetei sommessamente:
—Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!
Soltanto al ritorno dal cimitero io ebbi coscienza del gran vuoto che la morte di Fausta aveva fatto nel mio cuore e nella mia casa. Mi sembrava quasi impossibile che la presenza di quell'esile corpo avesse potuto occupare tanto posto, e animare ogni cosa col suo sorriso, col suono della sua voce. Mi sembrava quasi impossibile che tutti gli oggetti del suo salottino, della nostra camera fossero rimasti dov'ella li aveva collocati con squisito senso di arte; che niente del mio dolore si rivelasse nelle linee delle loro forme, nello scintillìo dei loro colori. Il pianoforte era aperto come lo aveva lasciato lei il giorno fatale, e sul leggìo stava la «Cavalcata delle Walchirie», quasi le ultime pagine attendassero ancora le mani che dovevano riprendere ad eseguirla.
E tutto è rimasto così com'ella lo aveva lasciato; e tutto, ancora per qualche tempo dopo la mia morte, sarà religiosamente conservato così. Poi…. Anche nel mio cuore, nei miei ricordi non avverrà altrimenti. Fausta, diventerà una dolce visione lontana, verso la quale gli occhi del mio spirito si rivolgeranno, di tanto in tanto, in certi momenti di sfiducia, di tristezza. La vita ci sopraffà; scancella o appiana tracce che abbiamo creduto incancellabili, profonde; altri dolori, altre gioie si sovrappongono a quelli che ci sono stati più cari, e il gran mondo fluisce, fluisce, e finalmente porta via pure noi, versandoci nel cuore l'oblìo.