Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e ancora ignara della perdita della figlia.
Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto. Tentava di distrarmi, e con gentile avvedutezza mi parlava anche di Fausta; avea capito, col suo cuore d'artista, che questo era l'unico modo di consolarmi un po'. Sapeva poi far deviare con arte la conversazione, se poteva chiamarsi tale quella in cui io dicevo qualche parola, qualche breve frase, e che si riduceva, il più delle volte, a un suo lungo soliloquio. Egli non si interrompeva neppure quando si accorgeva che la mia attenzione gli era già venuta meno. Allora sentivo attorno a me il suono della sua voce quasi errasse per lo studio, in alto, in basso, a destra, a sinistra, smanioso di penetrarmi nell'orecchio, senza riuscirvi; e i miei occhi guardavano intenti, o abbassavano le palpebre, in una specie di annullamento di ogni facoltà per quell'interruzione della luce di penombra che le imposte socchiuse raccoglievano specialmente nell'angolo dov'era la scrivania e dove noi sedevamo.
Mia madre, a intervalli, veniva a prender parte alla conversazione.
—E non si annoia in quel paesetto di confine?—domandava a Bissi.
—Lavoro; non sono mai solo. I fantasmi della mia immaginazione mi tengono compagnia giorno e notte. Sono le uniche persone con cui mi compiaccio di vivere. Godo, soffro con loro, rido con loro talvolta, quasi siano persone reali. La casetta che abito è situata in piena campagna, in mezzo agli olivi, e la mia camera ha due finestre che dànno in un orto. Per arrivarvi, dal mio ufficio, faccio una bella passeggiata zufolando, canterellando, cogliendo alcuni fili di erbe pel mio passerotto che, appena, mi scorge in fondo al viale, cinguetta, pigola, si arrampica alle stecche della gabbia per festeggiarmi. È la mia delizia. Intelligentissimo, addomesticato, ammaestrato anzi, mi serve di svago quando sono stanco di lavorare nei giorni di festa. Lo trovai una mattina, cascato dal nido e appena rivestito di piume. Ora, quando scrivo, lo lascio libero per la stanza; e vedendo che non mi occupo di lui, vola su la scrivania, viene a darmi fitti colpettini di becco alle dita, tenta di strapparmi la penna, quasi capisca che sia essa la sua rivale nel mio cuore. E—tu non lo crederai, Dario—pare che capisca talvolta, che sto per scrivere una sciocchezza, e mi ammonisca:—Bada! Rifletti!—E siccome mi distrae, mi fa riflettere davvero e mi fa accorgere. Insomma, è il mio collaboratore. Per un passerotto non c'è male.
—Avrà altre…. distrazioni….
—Oh, no, signora mia! Vivo da eremita…. Ed è curioso il vedere come tutti i ricordi, tutte le osservazioni del tempo che stavo qui mi rifioriscano nella memoria e riprendano vita nella mia opera d'arte con intensità che mi maraviglia. È un'evocazione inconsapevole. Figure che credevo dimenticate, che mi eran sembrate senza interesse quando le avevo sotto gli occhi mi si affollano davanti con qualche lor segreto da comunicarmi: una passione, una speranza, un'illusione, un dolore, una follia, un gesto disperato, una smorfia. Così la mia solitudine si popola, e non ho tempo di annoiarmi. Non sono stato mai tanto accompagnato come da che vivo lassù solo solo!
Povero Bissi, se avesse potuto immaginare che male mi facevano al cuore quelle sue parole pronunziate con intonazione indefinibile, tra seria e scherzosa! Povera mamma, se avesse sospettato che la esclamazione—Beato lei!—con cui gli aveva risposto forse pensando a me, mi era parsa un'irritante inutile commiserazione contro la quale sdegnosamente mi ribellavo!
Dal dolore rampollava a poco a poco il rancore, e al rancore teneva dietro l'odio di tutto e di tutti. Mi sentivo rinascere nella mente le aspirazioni giovanili e nello stesso tempo la convinzione della loro piena inanità. Il mio desiderio era volato alto, nello spazio infinito, come un'aquila incontro al sole, e quasi immediatamente lo avevo sentito piombar giù, colpito da un proiettile arrivato all'improvviso a stroncargli un'ala. E provavo di nuovo il dolore della ferita e la vertigine del precipizio!… Dopo la gran delusione dell'arte, l'altra, quasi più triste, della famiglia! Perchè mai la Natura, che si era compiaciuta di darmi un'intelligenza non comune, i mezzi per coltivarla, la forte volontà di raggiungere lo scopo intellettuale verso cui mi sentivo attratto e che reputavo l'unico pel quale avrei potuto credermi degno del nome di uomo; perchè mai, nello stesso tempo, mi aveva negato quella facoltà d'immaginazione creatrice prodigata a tanti altri, senza sostituirla con la profonda riflessione che crea essa pure, divinando, dall'immensa moltitudine dei piccoli fatti, le ampie intime leggi dell'Universo?
Perchè mai la Natura mi aveva concesso una intelligenza capace di formarsi la grandiosa illusione di una potenza dominatrice del Caso, e si era poi accanita a distruggerla, quasi l'orgogliosa idea che avrebbe voluto eliminarlo, almeno una volta, dell'atto supremo della generazione, fosse stato un tentativo di diminuire il suo dominio, di circoscrivere la sua libertà, di impedire il suo capriccio?
E nell'impeto dell'indignazione dimenticavo Fausta, mia madre, tutti i nobili sentimenti che mi avevano guidato e sostenuto fin allora; e mi lasciavo sopraffare dalla nausea di dover vivere una vita così vacua, così meschina, così immeritevole fin del sacrificio delle basse gioie e dei vili piaceri, principale occupazione della maggior parte degli uomini. A che cosa mi era valsa la rinunzia a quei piaceri, a quelle gioie, che aveva reso grave ed austera la mia giovinezza? E perchè mai dovevo continuare a persistere in tale rinunzia senza ragione e senza scopo, senza compensi di sorta alcuna?
Bissi poteva benissimo rassegnarsi alla solitudine della sua vita di provincia. Quel gran silenzio di cose e di uomini attorno a lui era incitamento alla produzione, allo svolgimento libero e geniale della sua bella facoltà di narratore che forse, in un centro diverso, avrebbe risentito influenze mortificatrici, tentazioni di ravvicinamenti che le avrebbero nociuto; ma io, io che cosa dovevo farmene di un'esistenza a cui era venuta meno ogni ragione di continuare?
Se non avessi avuta mia madre (ridotta un fantasma di se stessa, incanutita, infiacchita, sembrava si trascinasse per le stanze in cerca della Morte che tardava a venire), io avrei accolta la idea del suicidio balenata a insidiarmi in quei mesi di impetuosa ribellione contro la spietata violenza del mio Destino. Pensavo di essere nel diritto di rinunziare alla vita che non avevo chiesta, che mi era stata imposta e che era risultata una serie di delusioni, di dolori, di inutilissimi sacrifizi.
La vista di mia madre mi impediva di fermarmi a riflettere su quell'idea. Volevo però far atto di ribelle, mostrare i pugni al Destino, ridergli vittoriosamente in faccia, gridargli:—Tu mi hai inoculato un vacuo senso di dignità umana, un'irrisoria aspirazione alle più pure gioie dell'intelligenza; ed io voglio diventare un bruto, per farti oltraggio, per sputarti in viso il mio disprezzo, per mostrarti che ho una volontà superiore alla tua, che sono forte quanto te, più di te!
Ma non sapevo decidermi dopo la risoluzione presa; c'era ancora dentro di me qualcosa che resisteva, che mi inceppava, che mi faceva stupire, in certi momenti, di aver potuto pensare, formulare quella risoluzione così opposta a tutto il mio passato, così contraria alla mia indole, al mio carattere; e lo stupore m'irritava, m'incitava, senza mai arrivare al punto di spingermi, con un salto, di là dall'ostacolo che mi si elevava dinanzi.
Una lettera di Lostini fu come un grande urto alle spalle che mi fece balzare oltre l'ostacolo quasi mio malgrado. Inaugurava gli uffici della sua «Nemesis»; voleva che almeno fossi presente col corpo, se mi ostinavo ad essere assente con lo spirito, cioè con la collaborazione.
«Non mi privare di questo piacere; anche Bissi sarà qui. E pensa che un po' di vita agitata, in questo centro di attività di ogni specie, farà certamente molto bene al tuo animo esulcerato. La vita è triste; perchè commettere la stoltezza di volercela volontariamente peggiorare? Vieni; conduci con te, se è possibile, la tua buona mamma. La mia casa di scapolo può offrirvi una modesta ospitalità. Vieni! Non ammetto scuse nè pretesti. «Nemesis» ti attende!»
—Va'—disse mia madre.—Lostini ha ragione. Io ti accompagnerò col cuore, ti sarò vicina col pensiero. Sarei un impiccio per te e per lui…. Mi scriverai ogni giorno, una parola, due righe; e mi farai avere i giornali che parleranno della vostra festa. Voglio annunziargli io la tua partenza, ringraziarlo dell'invito e mandargli i miei augurii. Come gli sono grata!
E mentre il treno mi portava via, mi sembrava di lasciarmi dietro, anzi di sfuggire non solamente un posto di orrore, ma un «me» che abbandonavo alla sua sorte, quasi non mi appartenesse più, e col quale non sapevo come mai avessi potuto convivere tant'anni!
Affacciato al finestrino, respiravo a pieni polmoni l'aria che mi sferzava il viso, e gli occhi bevevano lo spazio, trionfanti in quella improvvisa libertà, in quella rapidissima corsa che mi dava la deliziosa sensazione di veder accorrere incontro a me alberi, case, colline, montagne, paesetti, città! Avrei voluto che il viaggio non avesse avuto soste; ogni minuto di ritardo nelle stazioni intermedie mi faceva spazientire. E, nella notte, che ansia, che trepidazione, quasi il treno avesse potuto smarrire la via, e allontanarmi dalla meta! I fischi della locomotiva, mi sembravano gridi angosciosi, di appello, gridi sinistri, di minaccia; e quando l'alba cominciò ad imbiancare l'orizzonte, e il paesaggio a uscire dalla penombra, ebbi un senso di soddisfazione puerile, e trassi un respiro di gioia.
Alla stazione di Milano, ero un uomo nuovo! L'espressione non è esagerata.
Ah, quel Lostini! Maraviglioso addirittura. Che aria di sufficienza, di indulgenza benevola, di cordialità che si concedeva e non si profondeva, di protezione paterna!
—Come non ti senti formicolare le mani? Come non ti viene l'impeto di afferrare una penna?
—Non mi parlare di cose intellettuali,—gli dissi.—Voglio imbestialirmi.
—Se non cerchi altro! È la cosa più facile.
Mi guardava stupito.
—T'intendo però,—soggiunse,—e ti invidio. Io comincio ad essere stufo. Tu invece puoi gustare il piacere con la ingenua ingordigia del collegiale; non ti offenda il paragone. Corri forse il pericolo di prenderlo sul serio; non ne vale la pena. Il vizio è come la virtù; non bisogna abusarne, ma usarne discretamente; levarsi da tavola con un resto di appetito è prezioso dettato di igiene. Dico vizio per modo di dire, perchè i moralisti han ribattezzato così il piacere, forse per disgustarne gli altri e serbarselo tutto per loro. I moralisti, caro mio, sono capaci di ben altro. Quando ne incontro uno che predica le grandi attrattive della virtù, penso a quei negozianti che fanno la réclame ai fondi di bottega, per darli via al più presto. Io non sono precisamente un virtuoso, figurati! E perciò ti dico che fai bene a voler divertirti. Ma sono anche uomo di esperienza, e ti posso dare qualche prudente consiglio.
—Zitto; vo' andare incontro all'impreveduto!—lo interruppi.
—No, caro; anche il piacere deve essere un calcolo. Su questo soggetto ho tutta una teorica che potrebbe far la fortuna di un pensatore. Non ci tengo, e non ne ho preso la privativa. E prima di ogni cosa sappi che non ci sono piaceri di prima, di seconda, o di terza classe, come i vagoni della ferrovia. Ne hanno l'etichetta, ma è bugiarda, per canzonare i creduloni. Io ho trovato, per esperienza, che è meglio pei viaggi corti prendere un biglietto di terza; e il piacere è un viaggio corto, cortissimo; non mette conto di prendere per esso un biglietto di prima. Coloro che parlano di piaceri raffinati sono, come dicono qui, dei «bagoloni» che si vogliono dare aria di intenditori. Il piacere non è una raffinatezza, è anzi—se vuoi che ti dica la mia schietta opinione—una grossolanità. Tant'è vero che l'uomo ha sentito il bisogno di lardellarlo—non ti dispiaccia la parola, hegeliano mio—di lardellarlo d'ideale! Ed ha fatto malissimo: l'ha ridotto un'altra cosa, come quei cuochi sciagurati che a furia d'intingoli….
—Eh, via, Lostini!
—Tu m'interessi come un'esperienza scientifica; voglio studiarti; intravedo un bel soggetto di romanzo; un raro caso di osservazione diretta. Sarà la tua indiretta collaborazione a «Nemesis», se arriverò a scrivere quel che tu stai per fare. E lo intitolerò…. Come potrò intitolarlo?
—«Vanitas vanitatum!»—gli suggerii scherzando.
—Ben trovato; grazie!
—Certe sciocchezze è molto farle; sarebbe troppo scriverle.
—Specialmente dovendo scriverle io, tu pensi.
—Oh, niente affatto!
—Guarda!—mi disse, additandomi una donna che ci veniva incontro in carrozza, sotto i riflessi di un ombrellino azzurro, elegantemente vestita, con un gran cappello piumato posato con bizzarria su i capelli troppo biondi da esser di color naturale.—Guarda!… Biglietto di prima classe, che non ne vale uno di terza…. Dio ti preservi dalle sue pari!
Vorrei cancellare dalla mia memoria il ricordo dei sei mesi passati a Milano. Arrossisco ripensando quella specie di frenesia di godimenti di ogni sorta a cui mi abbandonavo con ansiosa avidità che talvolta raggiungeva l'acuta sensazione di violentissima sofferenza. Ne rimanevo prostrato per parecchi giorni, con gran maraviglia di Lostini e dei nuovi amici della redazione di «Nemesis», tra i quali avevo trovato un compiacente iniziatore.
Questo personaggio di età incerta, che vestiva con pretenziosa eleganza, e affettava la rigidezza quasi meccanica delle maniere inglesi, da principio mi aveva ispirato un senso di diffidenza e di repugnanza per lo straordinario cinismo delle sue opinioni. Sembrava avesse adottato l'istigazione di Otello a Jago:—Esprimi la tua peggiore idea con la tua peggior parola.—Ma quando capii che era un deluso della vita mio pari, mi divenne simpatico.
Lostini aveva detto parlando di me:
—Non c'è peggio di coloro che non si sono mai permessa qualche piccola follia in gioventù. Hanno fretta di riguadagnare il tempo perduto.
—È un inganno—aveva risposto Grigoni (si chiamava così).—Il tempo perduto non si riguadagna mai. Le follie non valgono per loro stesse, ma pel sentimento con cui noi le apprezziamo. A vent'anni l'amore, il piacere sono assolutamente diversi da quel che ci appaiono a trenta, a quarant'anni; e la loro diversità consiste soltanto nell'animo nostro. Essi rimangono immutati, misera e spregevole occasione di sensazioni irritanti che la nostra immaginazione trasforma ed esalta. La deficienza dell'educazione attuale sta appunto nel divieto che quasi interdice il godimento sensuale, come se nella vita ci fosse qualcosa di meglio. La vita è fango, e la maggior soddisfazione di vivere dovrebbe ridursi unicamente nell'avvoltolarcisi bene. L'animale più ragionevole è, senza dubbio, il maiale. Io ho un gran rispetto per esso; e quando ne mangio le carni fresche o salate, mi par di praticare un atto religioso, una comunione, augurandomi di poter divenire altrettanto maiale quanto lui.
—Ci sei riuscito!—gli gridò Lostini dalla scrivania dove correggeva, alcune bozze.
Grigoni non gli rispose; e rivolgendosi a me, soggiunse:
—Lo compiango, caro signore, se è vero quel che ha detto di lei il nostro amico. Egli, vede? ha il suo particolar modo di avvoltolarsi nel brago: s'immagina, o finge di immaginarsi, che la letteratura sia qualcosa…. di superiore, di elevato. E se gli dico che essa è un brago come un altro, protesta; ma ciò non significa niente. Abbiamo il brago dell'arte, il brago della politica, il brago della filosofia o delle filosofie, perchè credo che ce ne siano parecchie per comodo dei diversi temperamenti; abbiamo in fine il brago della Scienza che stimo il più delizioso di tutti. Ah! La Scienza è furba; si tiene bene afferrata al reale, al positivo. Ed io, così dimesso come le appaio, li ho provati un po' quasi tutti questi e gli altri braghi che non ho enumerati. Ora però il mio residuale godimento è di guardare in che modo vi si ravvòltoli la gente. Ed è la ragione della mia frequenza in questo ufficio messo con tanto lusso e tanta eleganza dall'amico Lostini, a cui voglio bene…. non so perchè. Romanzieri, poeti, critici—tutti questi bravi giovani qui si stimano tali, e, più o meno, sono tali o ne hanno l'apparenza; io non giudico—mi consentono di assistere allo spettacolo del loro brago letterario. Vo poi a godermi, nei ricevimenti eleganti, nei circoli, lo spettacolo, non meno interessante, del brago mondano. Oh! Non ho voluto specializzarmi. Dovrebbe fare così anche lei. È romanziere? No? Poeta? No? Filosofo…. No!
—È stato,—lo interruppe Lostini che rideva.
Ridevano anche gli altri che gli facevano corona, in piedi, fumando, stando ad ascoltarlo con deferenza non ostante le risa.
Mi era parso di udir predicare un nuovo vangelo, quello del Fango. Mi era parso, anzi, di sentir formolare chiaramente quel che si trovava nel mio spirito in istato di incubazione, e di confusione. E fummo amici inseparabili; lui maestro, io discepolo. L'amarezza delle sue parole mi produceva un appagamento che mi gonfiava, il cuore con senso di tenerezza puerile. Mi compiacevo di sentir vilipese da lui tutte le cose belle e sante che avevo adorato, e che non avrei saputo vilipendere neppur ora che mi apparivano inutili e vane.
E nel primo mese era stato un oblìo intenso, quasi avessi sorbito un possente filtro che aveva addormentato dentro di me ogni sensazione, ogni idea del passato. Mi sembrava di ricominciare a ogni istante una vita novella, di rinascere giorno per giorno con la invincibile curiosità di scoprire il mistero della esistenza che mi si preparava dall'istante in cui aprivo gli occhi stanchi alla luce alta del sole, fino alla tarda ora notturna che me li avrebbe richiusi nella spossatezza del sonno.
Grigoni mi ammoniva:
—Non bisogna avere entusiasmo neppure pel piacere; se ne esaurisce presto la virtù. Centellinare è profonda sapienza….
Questo io non lo intendevo. Inconsapevolmente proseguivo la mia idea di un tempo: Raggiungere anche nel piacere il grado supremo. Soltanto così mi sembrava che mettesse conto di ricercarlo. E giacchè, secondo la teorica di Grigoni, il piacere era qualcosa di amorfo a cui la nostra immaginazione doveva dar forma, volevo foggiarmelo in guisa che anche quella bassissima cosa riuscisse, sì, una bassa opera d'arte, ma creazione vissuta, in azione.
Nel delizioso quartierino che avevo mobiliato per la Savina, questa bella, umile e quasi sentimentale creatura, si trovava come sperduta. Mi guardava con occhi stupiti, non sapeva rispondere alle mie interrogazioni, aveva paura dei miei scatti, delle mie pretese che la facevano strabiliare.
Mi piaceva appunto per questo. Mi aveva raccontato la sua triste storia; non le avevo creduto, per suggerimento di Grigoni.
—Non credere a quel che raccontano coteste infelici, mentiscono tutte; ma fingi di crederle. È un modo di godimento anche l'ascoltare la menzogna che fiorisce su le loro labbra, specialmente quando, a furia di ripeterla, finiscono col credervi esse pure.
E se in certi momenti mi persuadevo che la Savina fosse sincera, esclamavo:
—Tanto meglio! Sarà più arrendevole al mio scopo di trasformazione.
Forse, se avesse potuto intendermi, ella si sarebbe piegata ad assecondarmi nell'opera di raffinamento—di pervertimenti dovrei dire—a cui volevo ridurla. Invece mi resisteva con inconcepibili ritrosie, con inattesi pudori, che qualche volta assumevano, involontariamente, atteggiamenti di rimprovero.
Fu in uno di questi momenti che io ebbi l'impressione di una scossa, di un lampo, di non saprei dire che cosa che mi spinse a rigettare indietro Savina, col gesto e con l'espressione di un uomo colto in fallo e che vorrebbe nascondersi.
—Perchè?—mi domandò, stupita del mio atto.
Io la guardavo come chi non presta fede ai suoi occhi. E, da prima, credetti proprio a una allucinazione. Appena però potei riflettere, mi spiegai facilmente la sensazione provata. Savina aveva fatto un'insolita mossa delle pupille e delle labbra…. E immediatamente….
Ne fui atterrito. In quei primi mesi di intenso oblìo, poche volte il fantasma di Fausta mi si era affacciato alla mente. Mi era perdurata l'impressione di quel «me» malato che mi era parso di lasciarmi addietro partendo per Milano; mi era perdurata anche la impressione di sentirmi divenuto affatto un altro appena arrivatovi.
—Ed ora?—mi domandavo.
Mi accomiatai bruscamente, senza darle nessuna spiegazione del mio contegno. Quella mossa delle sue pupille e delle sue labbra era stata così identica alle mosse di pupille e di labbra che Fausta adoprava in certe circostanze, per dar maggiore evidenza al ragionamento, che io stetti parecchi giorni senza tornare da Savina.
Povera Fausta! Era sparita dal mio cuore. Il vedermela però ricomparire nella memoria mi produceva una vivissima sorda irritazione, quasi ella commettesse una soverchieria venendo ad intorbidarmi la vita nuova che volevo assoluta negazione della precedente.
Questa volta neppure il cinismo di Grigoni valse a serenarmi.
—Eh, via! Il rinascere dei ricordi è una forma delicatamente sottile di godimento, se possiamo gridar loro in faccia tutto il nostro disprezzo. È bello, è fiero poter dire al passato:—Tu mi avevi foggiato così, mio malgrado; ed io mi son foggiato volontariamente tutt'altro!—C'è poi una forma di godimento ancora più sottile, più raffinata: il rimorso artificiale, la ironia rimordente, come io la chiamo. Ma per arrivare a questa superiorità, bisogna disumanarsi molto, imbestialirsi molto; e tu sei alle prime prove.
No: io volevo soltanto dimenticare, non commettere nessun sacrilegio contro il passato. E mi sembrava una debolezza lo irritarmi contro quella sensazione, il fantasticare una stupida gelosia postuma da parte della morta. Non ero convinto che ormai tutti gli atomi del suo corpo erano dispersi per lo spazio, e forse già entrati in altre combinazioni di vita? Eppure eran bastate quelle mosse degli occhi e delle labbra di Savina per darmi la impressione che qualcosa fuori di me ora interveniva a turbarmi, a menomarmi lo stordimento, l'ebbrezza, il tentativo di crearmi il piacere supremo!
Quella sera avevo giocato sfrenatamente al club, e avevo sfrenatamente vinto. Mi ero quasi vergognato di così costante fortuna. Mi sembrava di barare contro tutti quei visi pallidi, sconvolti, quelle mani increspate che buttavano le puntate su le carte con gesti imprecanti, raddoppiandole colpo su colpo, sperando che la Fortuna avesse dovuto stancarsi e voltare indietro la sua ruota, secondo i calcoli loro.
E il giorno dopo scrivevo alla Savina:
«Sei libera. Tieni tutti i mobili dell'appartamentino per ricordo di me. Aggiungo seimila lire per le pigioni future, se vorrai restare costì. Ti auguro un nuovo amante migliore di me».
Non era trascorsa una settimana, ed io istallavo la Gilda in un quartierino più elegante, intonato alla figura scultoria di questa ragazza fredda, quasi insensibile e nello stesso tempo ben pervertita, come diceva Grigoni.
L'attrattiva di tale scelta era stata il maligno piacere di toglierla al suo nobile giovane amante allora malato e quasi moribondo. Ella lo aveva abbandonato con squisita indifferenza.
—Ti voleva molto bene, è vero?
—Era noioso con la sua gelosia.
—Tu lo tradivi?
—Facevo il comodo mio. Dovevo essere la sua schiava?
—Farai lo stesso con me?
—Chi lo sa? Tu non sarai geloso, mi figuro.
Aveva un'inconsapevolezza da bellissimo animale. Con lei il piacere supremo doveva consistere nel far vibrare quei nervi ben difesi dalla bianca opulenza delle carni, nel riuscire ad infondere almeno un tepore di sentimento in quel cuore di ghiaccio.
—La guasti! Bisogna prenderla come è. A certe donne non si deve mai chiedere più di quel che sono capaci di dare.
Grigoni aveva ragione; ma io cominciavo a sentire la stanchezza, la sazietà, la nausea di quella vita, che non manteneva nessuna delle sue promesse per le quali mi ero lusingato di rinnovarmi.
La Gilda mi resisteva diversamente dalla Savina. Si arrendeva, compiacente, ai miei capricci, ma rimaneva sempre padrona di sè, fredda, insensibile, libera da ogni soggezione, quasi fosse convinta che il possesso del suo perfettissimo corpo era già concessione superiore a tutto quel che io facevo per lei. E per lei spendevo pazzamente; la portavo attorno quasi in trionfo.
Ella gradiva poco questa ostentazione. Spesso non la trovavo in casa; mi toccava di attenderla lunghe ore; e rientrando, non si scusava, si levava tranquillamente il cappellino, si fermava davanti allo specchio per aggiustarsi i capelli. Io mi spazientivo, ma non volevo farglielo scorgere.
—Dove sei stata?
—Ho passeggiato un po'.
—Dovevi figurarti che ero qui ad attenderti.
—Saresti per caso geloso anche tu?
Sembrava che dicesse:—Saresti, per caso, imbecille anche tu?—E volevo mostrare che non mi importava niente di quel che lei faceva o avrebbe voluto fare; tanto, appena me ne fosse venuto il capriccio, avrei potuto prenderla per le spalle e metterla fuori l'uscio. Con lei non mi sembrava il caso di comportarmi con qualche delicatezza, come con la Savina.
Lo pensavo, per scusare la mia debolezza, ma capivo benissimo che non avrei avuto la forza di farlo. Già provavo uno spossamento fisico uguale per lo meno a quello morale. Un gran senso di tristezza mi invadeva ogni giorno più.
—Tu non sei un temperamento da buttarsi anima e corpo tra i piaceri,—mi diceva Grigoni con intonazione sarcastica.—Che cosa ti eri immaginato? Vorresti idealizzare il fango? Pena perduta! La vita ha qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun valore. È…. è….
E pronunziava solennemente una famosa parola, ripetendola due, tre volte, con enfasi crescente. Ma così dicendo, produceva in me un effetto contrario a quel che intendeva di ottenere.
Più non mi confidavo con lui. La bellezza plastica della Gilda mi ossessionava, ridestando nel mio spirito aspirazioni, sentimenti, che credevo di già distrutti. Diventavo veramente geloso di lei. Non volevo che quella magnifica euritmia di forma e di colore fosse esposta all'avvilimento di prodigarsi a chi non se ne curava perchè non la intendeva e non poteva intenderla; il mio supremo piacere doveva consistere nell'esclusività.
E soffrivo di non avere il coraggio di dichiararglielo, e di esser convinto che, forse, non avrei potuto ottenerla da quella invincibile sua indifferenza morale.
E, a poco, a poco, timidamente, mi voltavo indietro, verso il passato, senza che mi fissassi precisamente su qualche punto di esso, senza che ne rievocassi un particolare, una figura; quasi tutto si fosse oramai ridotto a qualche cosa di astratto, a una specie di nebbia che i miei occhi non riuscivano a penetrare, ma che mi dava dolci e consolanti sensazioni di rimpianto. Da una frase sfuggitami, Lostini indovinò quel che stava per accadere.
—Bada: tu corri un grave pericolo. Tu sei già in procinto di innamorarti della Gilda…. È una miserabile creatura, indegna di qualunque riguardo. Ti rende ridicolo. Ho l'obbligo di avvertirti…. Mi ha scritto tua madre.
Mi sentii avvampare il viso. Da parecchi giorni trascuravo fin di mandare a mia madre le brevi letterine con cui solevo darle mie notizie. Ella non si era mai lagnata della mia troppo prolungata assenza. Probabilmente non immaginava neppure dalla lontana a quali eccessi mi abbandonavo; probabilmente si augurava che la tumultuosa vita milanese servisse a distrarmi, e sopratutto a darmi quel senso pratico delle cose di cui difettavo. Ah, se avesse saputo!
—Mi ha scritto tua madre,—replicò Lostini.—Ti vorrebbe con lei nell'imminente anniversario….
Un improvviso groppo di pianto mi salì dal cuore alla gola.
In quel momento il cameriere mi annunciava la inaspettata visita delBissi.
Mi buttai tra le braccia del mio amico, con un senso di rifugio, quasi chiedendogli protezione.
—Che cosa avviene?—egli domandò a Lostini.
—Una guarigione, se non mi inganno,—rispose questi commosso.
Aveva ricevuto una lettera di mia madre anche lui, e chiesto e ottenuto un permesso di otto giorni, era accorso a Milano.
—Milano, Dario mio, non è città pei sognatori come te. Avresti dovuto andare a Venezia. Là, chi non vi è nato, vive davvero come in sogno.
—Ha voluto conoscere un altro lato della vita,—rispose Lostini a Bissi che mi guardava stupito.—Ed è andato un po' in là. Dario è stato sempre eccessivo.
Feci uno sforzo per uscire dallo stato di prostrazione che mi teneva come istupidito davanti ai miei amici.
—È finita anche questa!—esclamai, tentando di sorridere.
E pensavo che aveva ragione Grigoni quando mi ripeteva che la vita ha qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun valore.
—No, Dario,—fece Bissi.—Niente finisce, tutto continua. La nostra esistenza è una evoluzione indefinita, un crescente germogliare di cose nuove da quelle che ci sembrano morte e rivivono sotto forma più perfetta; tu lo sai meglio di me.
—E qui consiste l'inganno! Non si dovrebbe tornar addietro; e invece io sono la dolorosa riprova che niente c'impedisce di cascare molto in basso.
—Hai tentato un'esperienza—disse Lostini.—L'eccesso non significa niente; tornerà l'equilibrio.
E da quel giorno mi sembrava di sentirmi liberare lentamente da nodi che mi avevano tenuto stretto e quasi imbavagliato. Riprendevo possesso della mia intelligenza, del mio cuore con commozione straordinaria. Una ventata di pazzia mi aveva certamente travolto, se ero potuto arrivare fino al punto di essere vicino a precipitare in un abisso di depravazione in cui sarei rimasto soffocato.
Ma assieme con questa immensa gioia di rivivere, quanta tristezza, quanto scoramento! Non potevo più illudermi intorno al mio avvenire; non mi balenava davanti agli occhi nessun elevato intento, nessun nobile scopo. Niente vedevo mutato nella mia sorte, nei miei sentimenti, nelle mie idee; c'era invece nella mia vita qualcosa, che non avrebbe dovuto mai esserci, una bassezza, un avvilimento, inutili anch'essi quanto l'orgoglio dei miei vani ideali!
Qualche cosa del nostro corpo e dell'anima nostra si espande forse attorno a noi e si attacca indelebilmente alle mura della casa che abbiamo lungamente abitata, agli oggetti di ogni sorta che ci hanno tenuto compagnia per tutta la vita e sono stati muti, inerti testimoni delle nostre gioie e dei nostri dolori.
Non so spiegarmi altrimenti le impressioni ricevute dopo solo sei mesi di assenza.
Mia madre, venuta ad incontrarmi all'arrivo, mi aveva abbracciato con straordinaria commozione.
—Sei stato malato?
Avevo tale cera da giustificare l'ansiosa domanda. Ero pallido, dimagrito, e la grande tristezza che non sapevo dissimulare aumentava la mia aria di sofferente.
—No, mamma—risposi.—Lo strapazzo del viaggio, la perdita del sonno…. Pochi giorni di riposo basteranno a rimettermi nello stato di prima.
Sorrideva, un po' incredula.
—Ero certa che ti saresti trovato qui per domani l'altro. Milano è città maliarda; fa dimenticare facilmente. Non ti rimprovero, Dario. Le mamme sono un po' egoiste; bisogna compatirle.
Con che dolcezza mi guardava e mi parlava! Sentivo rimorso di aver mentito, scrivendole che avevo pensato anche io di trovarmi presente al primo anniversario della morte di Fausta.
—Ho già disposto ogni cosa,—soggiunse.—Molti fiori, oh, molti! Li amava tanto! Durante questi sei mesi glien'ho portati io stessa ogni venerdì, giorno della sua morte. Non le mancheranno mai finchè campo….
E mi parve che intendesse di dire:
—Morta io, forse non li avrà più. Povera Fausta!
Volevo protestare; ma non ebbi animo di aggiungere una probabile menzogna a quella che le avevo scritto da Milano.
Passando da una stanza all'altra, quasi per istintiva sollecitudine di riprenderne possesso, provavo la strana sensazione di sentirmi risospingere molto addietro, agli anni più fecondi di illusioni, alle lotte contro me stesso, a quella specie di sottomissione a un ideale meno elevato, ma consolantissimo che mi aveva fatto stendere la mano a Colei che avrebbe dovuto avverare il mio nuovo sogno. E questa sensazione era così fresca, così «presente»—non trovo un'espressione più esatta—da farmi credere, come l'altra volta, che la mia vita si fosse arrestata a quel punto e che dovessi allora riprendere a procedere innanzi, quasi le delusioni non fossero arrivate, quasi il disastro non fosse avvenuto, ed io non avessi commesso l'atto disperato di tentar di ammazzarmi moralmente, non avendo forse il coraggio di ammazzarmi realmente.
Se non che notavo un particolare. Niente mi parlava di Fausta, come se ella sdegnasse di ripresentarsi alla mia mente, di far ripalpitare il mio cuore. Non la ritrovavo in nessun angolo di quella casa che pure era stata illuminata dai suoi sorrisi, che avea risonato della sua voce, delle sue gaie risate nei bei giorni dell'attesa.
Il suo salottino, che conservava qualche traccia di disordine nei libri, nei ninnoli, negli oggetti di arte, da dover dare la idea che ogni cosa fosse stata recentemente smossa dalla mano della signora del luogo, era significantemente silenzioso, di un silenzio inesprimibile, di un silenzio di orgoglio—mi pareva—e di dispetto.
I ritratti, belli, somigliantissimi, in varie pose, rimanevano muti anch'essi, come di persona ignota, di cui potevo ammirare la purezza delle linee, l'espressione degli occhi e delle labbra, senza che mi producessero la più lieve tristezza di ricordi.
Questa inaspettata aridità di cuore mi stupiva grandemente; non sapevo a che cosa attribuire l'impressione negativa di quei giorni, quantunque mia madre, immaginando di farmi piacere, mi parlasse spesso di Fausta, con voce piena di lacrime, con tenerezza profonda.
La giornata era grigia, senza sole. In quell'ora mattutina, pei viali del cimitero non si incontrava anima viva. Mia madre mi precedeva con passo affrettato. La modesta tomba di Fausta, era sparita sotto un gran cumulo di fiori; emergeva soltanto, tra le rose gialle e bianche, la breve colonnina sormontata da una piccola urna di porfido. Al cancello di ferro battuto si erano, torno torno, avviluppati rami di piante rampichine con penduli fiori di colore amaranto; otto grossi ceri già ardevano agli angoli.
Mentre mia madre, inginocchiata sul gradino sporgente dalla base pregava in gran raccoglimento, io, rimasto in piedi dietro a lei, mi sentivo invadere da un tormentoso senso di invidia per Colei che dormiva sotterra il sonno da cui nessuno si desta. Non riuscivo a immaginarmela disfatta, ridotta orrido scheletro, irriconoscibile. Ora mi si ripresentava proprio quale l'avevo veduta allora appena da me composta nella cassa mortuaria, col viso cereo, con gli occhi chiusi, e le labbra smorte, serena; e mi sembrava che avesse dovuto continuare a dormire, forse a sognare come io le avevo affettuosamente sussurrato nell'istante del distacco.
—Felice te!—pensavo.—Vorrei già poter dormirti accanto, ora che non ho più niente che mi lega alla vita!
E a poco a poco quel tormentoso senso di invidia si calmava per dar luogo a un sentimento di compassione di me stesso, che tornava a farmi zampillare nel cuore inaridito la sincera e copiosa onda di affetto di cui era stato capace negli ultimi mesi della vita di Fausta, quando l'avevo amata umanamente, senza sottintesi, senza secondi fini, per la sua bellezza, pel suo affetto, pel suo sacrifizio; e avevo tremato dall'angoscia di perderla, dal rimorso di aver affrettato sconsigliatamente la sua misera fine; e l'avevo pianta come non avevo mai pianto fino allora, nè dopo.
E così Colei, che nei giorni scorsi mi era parsa assente da ogni angolo della casa, rientrava trionfatrice nella riposta intimità dell'anima mia; consolatrice anche, suaditrice di andarle incontro con la stessa ferma volontà con la quale ella aveva affrontato il terribile enimma da cui dipendeva per lei la vita e la morte.
Mia madre mi rivolse un'occhiata supplicante, allorchè, rientrati in casa, le dissi:
—Lasciami qualche ora solo con lei!
Sentendomi parlare di Fausta come di persona ancora viva, ella esitò un istante, temendo forse per la mia ragione; la indifferenza dei giorni scorsi doveva esserle parsa uno sforzo per ingannarla intorno al vero stato dell'animo mio. La rassicurai con una stretta di mano; ed entrato nel salottino, chiusi l'uscio dietro a me.
Spalancai la finestra. Il sole, diradato il fitto velo di nuvole che lo aveva nascosto nella mattinata, penetrava nella stanza infondendo un palpito di vita su tutti gli oggetti sparsi attorno che la sapiente mano di Fausta aveva disposti sui tavolinetti, su le mensoline, alle pareti, con squisito senso di armonia. Fin i fiori, già inariditi nei vasi senz'acqua, sembravano rinverdire i brevi rami e rianimare il colorito delle foglie risecchite e ingiallite.
Non ostante la diffusa luce, io guardavo attorno come chi entrato in un luogo mezzo buio strizza gli occhi per scorgere gli oggetti che vi si trovano, e li vede a poco a poco quasi venir fuori dalla penombra per virtù di tenue propria luminosità. Non mi bastavano la forma, il colore degli oggetti; volevo che essi mi rivelassero qualcosa delle mani che li avevano toccati, e disposti qua e là: il profumo, la essenza vitale che avean dovuto rimanere attaccati ad essi nei ripetuti contatti.
E, quasi come una realtà, Fausta si aggirava pel salotto, ripetendo nella mia memoria gesti, atteggiamenti, mosse che ora mi rappresentavano tanti lieti e tristi momenti della nostra vita di sposi; si aggirava pel salotto, muta però, perchè io non riuscivo a produrmi, ricordando, l'illusione di udirne la voce, allo stesso modo che mi riproducevo un movimento delle mani, un passo, un sorriso, un balenar di occhi, un cruccio che le aveva velato improvvisamente la dolce serenità del viso, un'espressione di dolore che le aveva contratto le labbra.
Avrei voluto che mi fosse avvenuta una compiuta allucinazione; i soli ricordi non mi appagavano. E se, anche per un istante, avessi potuto vedermela comparire davanti, le avrei gridato:—Portami via, portami via con te! O dammi la forza di venir volontariamente a raggiungerti!
Era stata sublime. Se non era arrivata precisamente alla decisione di voler morire, aveva dato prova di eroico coraggio affrontando l'incognita del pericolo preavvisato dal dottore. Aveva dovuto dubitare qualche volta, e certamente esclamare:—Che importa? In ogni caso, meglio così!—Era stata sublime!
Io, invece, avevo commesso la vigliaccheria di rinnegare ogni mio ideale, la profanazione di stringere tra le braccia quasi consacrate dal suo bellissimo corpo, di baciare con le labbra che erano state ribaciate dalle sue, vilissimi corpi e impure labbra insozzati dell'imbrattamento di altri contatti non meno vili ed impuri. Mi sentivo soffocare dalla nausea di esser potuto giungere a tanto. La grande idealità che aveva rallegrato e confortato la mia giovinezza, che mi aveva preservato da ogni bassa azione ed era stata il mio unico grandissimo orgoglio, mi rigurgitava nuovamente nell'intelletto e nel cuore, operava nel mio spirito un misterioso purificamento, adempiva la redenzione iniziata poche ore addietro dall'influsso di Fausta davanti alla sua tomba infiorata.
Oh! Se lei non veniva a portarmi via, ora mi sentivo degno di andarle incontro nell'indefinita serenità dell'Ignoto, che in questo momento la fantasia mi animava, contro ogni mia convinzione, di persistenti forme di vita.
—Dario!—chiamò mia madre, picchiando leggermente all'uscio e aprendolo a mezzo.
Mi riscossi e le feci cenno di entrare.
—Senti:—disse dopo di aver guardato tristamente attorno.—Io credo che noi dobbiamo pensare ai nostri morti senza dolore e senza rimpianto. Se è vero, che essi ci stiano attorno, vivano, invisibili, la stessa vita di una volta o almeno ritornino di tanto in tanto per aiutarci e ispirarci qualche buona azione—ho questa fede, da donna mezza ignorante, e non la cambierei con la opposta certezza di voialtri sapienti—se ciò è vero, noi non dovremmo affliggerli con lo spettacolo di un dolore inconsolabile, che non giova ad essi nè a noi. Senti, Dario: tu mi dai una gran pena restando così chiuso con me; mi sento come esclusa dal tuo cuore.
—Oh, mamma!—esclamai.
—Poco fa,—ella proseguì,—hai avuto il coraggio di dirmi:—Lasciami solo con lei!—Perchè? Non le ho voluto bene anche io? Non l'ho pianta anche io? Parliamone insieme, Dario. Onoriamone la memoria con una bell'opera di carità. Ho fatto qualche cosa a tua insaputa, e non soltanto per conto mio. Prendi ora tu una generosa iniziativa.
—Ho pensato appunto a questo!—risposi, mascherando con un sorriso il tetro significato delle mie parole.
In pochi giorni l'idea del suicidio mi aveva talmente invasato, che io ne sentivo una specie di esaltazione, di ebbrezza gioconda. Non dovevo fare nessuno sforzo per ingannare mia madre e il signor Bardi che avevano voluto informarmi di alcuni particolari di amministrazione, e consultarmi intorno allo impiego di un grosso capitale inaspettatamente recuperato.
—Sono stato uno sciupone nei mesi scorsi,—avevo detto scherzando.
—Se tutti gli sciuponi somigliassero a lei! Di tanto in tanto è bene però dare una scossettina alle rendite, per impedire che ammuffiscano.
Era una delle tante curiose teoriche del signor Bardi. L'altra, più savia, era questa:
—Sapere come si fa il denaro è il miglior insegnamento per goderselo.
Io, secondo il signor Bardi, ero per ciò un cattivo goditore.
—Dovresti sollevarmi un po' dal peso della responsabilità….
—Quale responsabilità, mamma?—la interruppi.—Non ne hai nessuna. Tu sei padrona assoluta in questa casa, ed io mi stimo felicissimo di poter rimanere ancora figliuolo di famiglia e nient'altro.
L'idea della morte volontaria ha un fascino incredibile. Stordisce o annulla la nostra sensibilità; forse lusinga anche il nostro amor proprio o, meglio, la nostra vanità col farci credere superiori alla maggioranza degli uomini così attaccati alla vita. Quel che dà la spinta verso la morte è il meno, nella più gran parte dei casi. Il coraggio, la freddezza nell'esecuzione provengono dall'anestesia morale che tien dietro alla decisione di finirla con la esistenza. Non so spiegarmi altrimenti la serenità, la imperturbabilità con cui facevo i preparativi senza badare menomamente al dolore che avrei cagionato a mia madre, senza sentirmi commosso dalla vista della povera donna che mi voleva tanto bene e che aveva tanto sofferto per me. Pensavo solamente di evitarle lo spettacolo del mio corpo insanguinato; e per questo avevo risoluto di prendere il pretesto di andare a sorvegliare gli urgenti lavori di riparazione nella casa dei contadini a Villa Fausta. Precauzione superflua, perchè mia madre non aveva nessuna ragione di sospettare di me. Infatti non sospettò neppure quando io, sul punto di partire, l'abbracciai e la baciai con insolita insistenza.
Oh come mi parve che Fausta mi venisse incontro per l'ombrato viale! Oh come mi parve di rivederla sotto il portico, su per la rampe della scala esterna, o affacciata alla terrazza tra i vasi di azalee in fiore che la ornavano! Così l'avevo vista più volte in quel mese della luna di miele che rimaneva tuttavia il più puro, il più eccelso, il più commovente ricordo della mia vita coniugale.
E mi sembrava, nei primi momenti, che io fossi andato colà non per cercarvi la morte, ma per rivivervi quasi realmente, con l'immaginazione, le ore, i giorni, le settimane passativi insieme, a rinnovare con essi il mio cuore e la mia intelligenza, e a prendervi nuove forze per impiegare la vita in modo assai più degno che non pel passato.
E trascorsi tutta la giornata, cercando di qua e di là, frugando i posti consacrati dalle nostre deliziose passeggiate, dalle nostre soste sull'erba, all'ombra degli alberi e delle siepi; dolcemente scosso dalla scoperta di un fiore di campo nello stesso punto dove allora ne avevo raccolto uno simile per lei, contento di sedermi sul ciglione di un sentiero dove mi ero seduto accanto a lei; maravigliato di scorgere che l'aspetto dei luoghi e la vita vegetale erano poco o niente cambiati, quantunque già cominciassi a riprendere coscienza che intanto tutto era cambiato, e irrimediabilmente, dentro di me.
—Oh! signor Dario! Buon giorno!
Era il medico condotto di campagna, vecchietto grasso, rubicondo, sempre di buon umore, grande amico di mia madre da lui chiamata la «Tesoriera dei poveri», o pure il suo «braccio diritto» nelle opere di carità.
—Solo, questa volta? Peccato!
—Mia madre,—risposi,—mi ha investito delle sue funzioni di«Tesoriere»; disponga di me.
—Grazie pei malati. Ne ho parecchi. Cattiva stagione l'estate! Dominedio ha avuto torto di creare i contadini. Che cosa poteva costargli di far fruttificare la terra senza bisogno della mano dell'uomo? Lavorano peggio delle bestie, soffrono come le creature ragionevoli, e non sono interamente nè l'uno nè l'altro. Io che li pratico da quarant'anni ne so qualcosa.
—Le macchine,—dissi,—a poco a poco emanciperanno l'uomo dal lavoro manuale.
—Non me ne parli! Le hanno ridotte così perfette da sembrare che vogliano vendicarsi di essere costrette a lavorare per conto altrui; e di tanto in tanto storpiano, mutilano, stritolano un povero diavolo che non c'entra. Giusto un mese fa…. che orrore! Un misero padre di famiglia… Quella trebbiatrice ha qualche diavolo negli ingranaggi. Non è la prima volta…. Non me ne parli!
—E lei, sempre contento di vivere in campagna, tra' contadini?
—È il mio mestiere; non saprei farne altro. Ognuno deve fare quel che può, se vuol oprare un po' di bene. Io sarei stato un cattivo medico di città; sono troppo rozzo e troppo allegro. I contadini mi prendono come sono, ed io li ricambio della stessa moneta. Una buona parola, una barzelletta, certe volte, valgono meglio di una medicina. Per questo il farmacista mi vuol bene quanto il fumo agli occhi. I contadini mi compensano. Povera gente! Ma cominciano a guastarmeli. Non si contentano più del loro stato, messi su da certi apostoli…. Prima erano contadini, di padre in figlio, buoni fittavoli, buoni giornalieri…. È questo il gran guaio: non adattarsi alla propria sorte…. Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica! La mia felicità è stata di riconoscere che avrei potuto essere soltanto un mediocre medico condotto. Non l'ho sbagliata…. Salute, appetito, buon umore, e non importa se pochi quattrini. Svaghi? La caccia, la pesca con la lenza, quando i malati me lo permettono. Ho un roccolo famoso. Ma io chiacchiero, chiacchiero, e non ero venuto precisamente per questo. Appena seppi:—Alla Villa Fausta c'è gente—dissi: È arrivata la Tesoriera dei poveri…. E son venuto…. prima che si presentasse il parroco…. Mi fa la concorrenza…. E la signora Maria gli usa un po' di maggior riguardo, per via della veste. Si sa; coi servi di Dio…. Bisogna portar rispetto al cane per amor del padrone…. Lei faccia pure come la mamma: un po' a me, un po' a lui. Spesso ci troviamo attorno allo stesso letto di miseria, io pel corpo, colui per l'anima; e facciamo ognuno del nostro meglio. Quando mi accorgo che non c'è più speranza di guarigione, gli dico:—Tocca a lei!—E, poverino, li fa andar via contenti all'altro mondo, promettendo un paradiso, che sarebbe proprio un'infamia se non ci fosse, che ci sarà, spero…. quantunque, in certi momenti…. Non capisco, ecco, perchè il Signore non ha voluto darcene una piccola anticipazione anche quaggiù.
Non lo interrompevo. Quella figura tozza, un po' volgare, mi si trasformava sotto gli occhi, mi si spiritualizzava quasi, e per le cose che diceva, e per la giocondità con cui le diceva. Lo conoscevo da un pezzo; ma quando veniva a farci spesse visite, io lo lasciavo volentieri in compagnia di mia madre. La serenità, l'inesauribile buon umore di lui mi riuscivano, per le mie idee di allora, un pochino antipatici. E per ciò ora mi maravigliavo di stare ad ascoltarlo volentieri, e di sentirmi penetrare nell'animo conturbato qualcosa di quella sua semplice, dolce filosofia ch'egli metteva in pratica da tanti anni, che lo aveva fatto arrivare alla sana robusta vecchiezza, e gli permetteva di adempire, senza stancarsi, le gravi fatiche di quel che egli chiamava umilmente il suo mestiere.
Si era arrestato ridendo, per esclamare:
—Guardi: il mio concorrente!
Il parroco veniva verso di noi, con passi così frettolosi, che sembrava dovesse impigliarsi da un momento all'altro nella scolorita zimarra di mussola nera, stretta attorno al corpo lungo e magro. Invece di tricorno, portava calcato su la testa un rozzo cappellone di paglia. Salutava da lontano, agitando le braccia.
—Sta bene? E la signora Maria? Sente che caldo?… I miei poveri l'attendevano…. Io ho il brutto viziaccio di correre invece di camminare; non so frenare le gambe. Se avessi una giumenta come il nostro dottore…. La signora Maria non ci mancherà quest'anno, voglio augurarmi…. Le fa specie il mio cappellone di paglia?… Qui in campagna, possiamo permetterci tutto.
—L'abito non fa il monaco,—dissi io.
—Eh!… Lo fa, lo fa! Sembra una sciocchezza, ma se non avessi addosso questo straccio di zimarra, non mi stimerei prete neppure da me. Il dottore mi ha preceduto…. Ci sarà però qualcosina anche pei miei poveri….
—Perchè non dire: nostri?—fece il dottore.
—È vero. Ma, infine, essi non sono di nessuno, o di chi fa loro la carità…. Starebbero freschi se dovessero contare soltanto su noi!… Riparazioni, eh? Lavoro; è la miglior carità. Non umilia, non degrada. Io, se fossi signore, non darei un soldo di elemosina: lavoro, lavoro, lavoro; nient'altro.
—E a chi non può lavorare?
—Stia zitto, dottore; in famiglia c'è sempre qualcuno che può lavorare per gli altri. Dico bene, signor Dario? Non lavora anche lei, a modo suo? Siamo stati messi al mondo per fare ognuno qualcosa; tant'è vero, che chi non può e non sa fare il bene, fa il male, pur di non stare inoperoso, con le mani in mano.
—Oh, questo poi!—esclamò il dottore, dando in una delle sue rumorose risate.
—Non dovrebbe essere così, ma è così,—rispose il parroco.—Tante cose noi pensiamo che dovrebbero andare in un modo e, invece, vanno in un altro. Lei mi aveva dato per ispacciata la povera moglie di Testagrossa…. Io le ho amministrato il viatico e l'estrema unzione. Le hanno profittato meglio del chinino; non me lo aspettavo neppure io. La ho vista ora ora, davanti a l'uscio di casa; pettinava una bambina…. E i famosi uccelletti che mi ha promesso, da mangiare con la polenta?
Il parroco mi divertiva per quel passare da una cosa all'altra, senza transizioni, ruzzolando le parole con la stessa nervosità con cui moveva le gambe.
Egli e il dottore mi seguirono, invitati, fino alla villa. La serata era dolcissima. Mi sentivo compenetrato tutto dalla divina serenità della campagna. E quei due, così diversamente semplici, buoni e allegri, sotto il portico, attorno al tavolino di ferro coi bicchieri e due bottiglie di vino, ragionando, ridendo, mi producevano un inatteso sollievo, che somigliava a un soave sbalordimento.
Mi avevano guardato in viso un po' stupìti di quel che avevo dato in nome della «Tesoriera dei poveri».
—È anche troppo!—aveva esclamato il parroco, ringraziandomi.
—Non è mai troppo!—soggiunse il dottore ridendo.
Era già tardi quando andarono via, con quello splendido lume di luna piena che pareva piovesse calma e riposo dattorno. E quasi immediatamente fui ripreso dalla tristezza, dal cupo proposito per cui ero andato colà.
Perchè indugiavo? Perchè rimanevo alla finestra, dopo di averli accompagnati con l'occhio fino allo svolto della strada, laggiù? Perchè quel grido lontano della botta che interrompeva il gran silenzio notturno mi teneva intento ad ascoltarlo quasi potesse avere un qualche significato per me?
Avevo fatto un'opera buona a nome della mamma, e (quei due non se n'erano accorti) mi eran tremate le mani vuotando il portafoglio di tutti i biglietti di banca che mi trovavo per caso. Riflettevo.
—A quest'ora, certamente il suo pensiero è qui, ed io mi preparo ad abbandonarla!
La vedevo, con l'immaginazione, andare da una stanza all'altra, osservare attentamente ogni cosa, riparare un piccolo disordine, chiudere bene un uscio, borbottando, intanto, le preghiere della sera….
La botta continuava lo stridulo grido. Anch'essa vegliava, invocava forse il maschio; forse esprimeva soltanto un rudimentale sentimento di gioia per la frescura, pel silenzio, per la bianca luce lunare.
—Perchè indugiavo?
Pensavo a quel ritratto di Fausta che non avevo voluto portare con me per non far insospettire mia madre; sarebbe stato un atto così insolito! Eppure sentivo che, se lo avessi avuto sotto gli occhi, mi sarei deciso subito, senza esitare un istante, quasi per precipitarmi tra le braccia in attesa, o immergermi assieme con lei nella gran pace del Nulla.
Tornavo a pensare a quei due che adempivano modestamente, tranquillamente il loro dovere di uomini; consapevoli della loro pochezza, contenti del loro stato, come altri ne avevo osservati quella mattina, contadini, operai che lavoravano alacremente, cantando, scherzando, soffrendo in silenzio, accettando la vita quale l'avevano ricevuta in sorte, rendendosi utili a sè stessi ed agli altri, contribuendo, per quanto era in loro, al benessere comune.
Era forse la prima volta che osservavo questo? No. Ma allora sentivo un profondo disdegno per tutto quel che non era pensiero o opera di pensiero; non mi ero mai fermato a riflettere che tutte quelle creature umane condannate a rimanere nei bassi strati della vita sociale esercitavano una necessaria e benefica funzione, preparatrice di materiali, di alimenti a coloro che si trovavano destinati a funzioni più alte; e che questi, alla lor volta, lavoravano per quei pochi nei quali funzionava, per così dire, soltanto il cervello, artisti, scienziati, pensatori, e che erano la somma di tutte le altre attività, il resultato complesso di tante funzioni diverse ma indirizzate a unico fine.
E mi tornavano in mente le allegre parole del dottore:
—Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica!
Io avevo voluto tentare qualcosa di simile; e la mia superbia delusa mi spingeva a finirla con la vita!
Ma subito mi rimproveravo:
—Tu già ti lasci lusingare dalla vigliaccheria!
E subito rispondevo a me stesso:
—Non è forse maggiore vigliaccheria disertare dalla vita unicamente perchè essa non ha soddisfatto la tua vanità, il tuo orgoglio, i superbi tuoi sogni?
Mi sembrava impossibile che l'insegnamento, la salvezza, forse la redenzione, dovessero venirmi appunto dalle umili cose e dalle umili persone tanto da me misconosciute e disprezzate!
All'alba, ero su l'alta terrazza della villa. Quattro anni addietro, dallo stesso posto, avevo avuto la gioia di assistere assieme con Fausta allo spuntare del sole, spettacolo nuovo per lei. L'avevo condotta lassù con strano senso di superstizione, per farla benedire dal sole appena uscita dal mio abbraccio nuziale, quasi il tepore di quei primi raggi dovesse investirla di vive forze cooperatici al gran mistero della concezione…. E la rivedevo come quella mattina, un po' pallida, un po' sbalordita del suo nuovo stato, sorridente, stretta al mio braccio; e mi sembrava di riudire le sue parole di esclamazione ammirativa:
—Oh, che bellezza! È una festa!…
E pensavo che quella festa si era ripetuta da allora in poi, indifferentemente ogni giorno, e che si sarebbe ripetuta ancora ogni giorno, per anni, per secoli indefiniti senza che le creature riflettano quali correnti di vita, quali correnti di pensiero arrivino ad esse con le vibrazioni di quella luce e le impressioni di quel calore!
Un irresistibile bisogno di aria libera, di frescura mi aveva spinto a salire su la terrazza. Venere scintillava nel cielo opalino; tutta la campagna attorno era ancora immersa nell'ombra, in una specie di torpore, di dormiveglia, di soddisfazione di benessere, e me ne sentivo compenetrare, quasi quello stato corrispondesse alla mia condizione interiore. Un senso di stanchezza, di prostrazione, era seguìto infatti all'esaltazione nervosa della giornata.
L'abbattimento però si accresceva di mano in mano che l'ampia vallata usciva dalla penombra, che l'orizzonte si tingeva di un roseo dorato, che i contorni dei monti e delle colline si accendevano ai primi raggi del sole quasi scoppiassero in fiamme al loro tocco, e tutta la campagna vibrava di sussurri, di canti di uccelli, in un delizioso fremito di risveglio che mi sembrava, più che un'irrisione, un rimprovero. Che cosa ero io venuto a fare colà, in mezzo a tanto rigoglio di vita, se neppure sapevo ritrovare in me la forza di darmi la morte, con orgoglioso gesto di rinunzia in faccia alla irragionevole prepotenza della Natura?
E non attesi che il sole si levasse alto su l'orizzonte.
Sul tavolino della mia camera luccicava il revolver, accanto ad esso era spiegato il foglio nel quale, all'arrivo, avevo scritto in fretta poche parole con cui chiedevo perdono a mia madre dell'atto disperato che stavo per compire. Mi parve di vedere la povera donna nel momento di leggerle, e mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Strappai il foglio.
—Ormai!
Fu l'unica parola che mi sfuggì di bocca. E significava che la vita e la morte avevano lo stesso valore per me. Non dovevo riputarmi come morto da un pezzo?
I muratori erano già al lavoro sul tetto della casa del colono. Uno di essi cantava, interrompendosi per dire delle buffonate che facevano ridere gli altri. Li osservavo con tristezza compassionevole per quella loro serenità di creature umane, condannate a una esistenza quasi animalesca, senza barlume di pensiero.
Lavoravano intentamente a rizzare un muricciolo, sovrapponendo pietre su pietre, mattoni su mattoni, manovrando di cazzuola, e tutto il funzionamento del loro cervello si riduceva a quella misera opera di muratura…. Così, un po' più distante, sei contadini sarchiavano curvi, movendo in cadenza le braccia, sgretolando con le mani, di tratto in tratto, la terra smossa, e buttando via da parte qualche sasso, anch'essi condannati a un'esistenza quasi animalesca, senza barlume di pensiero.
E non era forse meglio per loro che fosse così?
—È la Provvidenza!—mi rispondeva poco dopo il parroco.
Andava attorno di buon'ora, sgambettando per le viottole, accompagnandosi coi contadini avviati al lavoro, dando consigli, facendo paternali, e tutto alla lesta, quasi avesse qualcuno che lo stimolasse col pungolo e lui volesse liberarsene.
Vistomi affacciato alla finestra mi aveva dato la voce.
—Bravo! L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, come suol dirsi…. Ha dormito bene? Veggo che è mattiniero. Bravo! In campagna si va a letto coi polli…. ma ci è lo svegliarino dei galli e degli uccelli…. Sì, quel tetto pericolava; il rinforzo del muricciolo…. sì, sì. Fa bene a sorvegliare i lavoranti, anche a distanza. Non bisogna fidarsi troppo.
—Guardi. Povera gente!—risposi additando i sarchiatori.
—Perchè?
—Che colpe ha commesso da essere punita a quel modo?
—È la Provvidenza!
—Poteva, mi pare, provvedere altrimenti.
—Se non l'ha fatto, vuol dire che doveva essere così.
—Voi la proclamate onnipotente.
—La proclamiamo? È, figliuolo mio! È!… Ma già lei va d'accordo col dottore…. nelle stramberie. E ci vuol tanto poco a pensare giusto!
—Salga su, venga a prendere una tazza di caffè….
—Ecco la Provvidenza! Ieri ho finito la mia piccola provvista…. e per ciò sono uscito dalla canonica a stomaco vuoto; i fondi ribolliti non mi piacciono…. Neghi la Provvidenza se può!… Eh? Eh?
Mentre egli faceva il giro del muro di cinta per entrare dal cancello, io avevo fatto preparare nella sala da pranzo le tazze pel caffè.
—Anche i biscotti!—esclamò.—Mi vizia, come la sua mamma…. Le ha mandato i miei ossequi?… Il caffè bisogna prenderlo in piedi, sorseggiarlo, centellinarlo…. Squisito! Il mio è un lontano, molto lontano parente di questo…. Ma lo bevo e lo gusto lo stesso: tutto sta nell'abituarsi…. E lei dice male della Provvidenza!
—Ne dice male lei, attribuendole certi fatti…. Dandone la colpa al caso, che non sa quel che fa, e se sbaglia….
—Quistione di nomi. Noi diciamo Provvidenza, anche quando non sappiamo spiegarci la ragione dei suoi atti; li accettiamo quali sono, li rispettiamo, e la nostra ignoranza è confortata dalla Fede che la Provvidenza sa quel che fa e che fa tutto a fin di bene. Loro dicono Caso perchè non vogliono confessare la loro ignoranza, e trovano comodo di attribuire a un cieco tante belle cose che farebbero onore anche a chi possedesse quattro paia di occhi…. Un'altra tazzina? Volentieri…. Ben zuccherato; il caffè, dicono, così è più digestivo…. E poi rimettendoci alla Provvidenza, a Dio, noi viviamo tranquilli…. Loro, invece, si beccano il cervello e…. che cosa concludono?
—Il guaio è, caro don Luca, che la vita resta ugualmente una brutta cosa sia che la prepari la Provvidenza o ce la intrugli il Caso.
—E ne dice male, lei, lei a cui niente manca per essere felice?
—Crede che la felicità stia nei quattrini?
—No, perchè in tal caso io sarei tra i più disgraziati del mondo. La felicità sta nel contentarsi, nell'adoprare alla meglio tutti i mezzi che Dio ci ha messi a portata di mano. Quei contadini sarchiano, cosa che lei non sa fare nè può fare; non resisterebbe. Sarchiare per loro è come…. studiare per lei; come dir messa, recitar l'ufficio, confessare, portare il viatico…. per me; ognuno al suo posto; ogni frutto alla sua stagione…. Lei mi fa parlare, mi fa distrarre…. e questo è il quarto o quinto biscotto che mangio senza punto badarci….
—E non ci badi!
—Eh, no! Avrei fatto meglio a mettermeli in tasca e portarli a qualche povera malata; ne ho rimorso….
—Porti questi altri che rimangono.
—Ma allora la buona azione non la faccio io.
—Che importa? Purchè sia fatta!
—È vero…. E intanto non dica più che la vita è una brutta cosa. È quello che è; secondo si prende. E inoltre c'è la consolazione del compenso che riceveremo nell'altra….
—Ne è sicuro?
—Sicurissimo! Se non fosse così….
—E se davvero non fosse così?
—Dove vuol condurmi? Cotesti «se» non li ammetto. Se li ammettessi un solo istante, in certi momenti…. Dio me ne scampi…. non ci penserei due volte. Ma, no, no: la vita è bella anche quando…. è brutta. Se lo immagina lei il mondo senza la vita? Buio fitto, freddo intenso…. Eh, no! Questo bel sole, questo bel verde…. Ah! E quest'aria che rinfresca i polmoni…. Ah!
—E la Morte non la conta?
—Passaggio! Passaggio!… Un po' duro, se vuole…. specialmente quando bisogna farlo troppo presto, all'inaspettata…. Ma passaggio e niente altro…. E per ciò non è male portarsi via, nel mondo di là, un fagottino di buone azioni sotto braccio….
—Lei dunque fa il bene in vista della ricompensa che può venirle….
—Certamente, e mi astengo dal male pel castigo che mi attirerebbe addosso. Sono sincero. Coloro che dicono di fare il bene unicamente pel bene, se non mentiscono, sono illusi dalla loro vanità…. Ed ecco un sesto biscotto andato di mezzo! È un'indecenza…. Io non posso star fermo; mentre la lingua parla, le mani armeggiano, afferrano…. quasi quasi non lo finirei…. Ma che significa quel gran fumo laggiù… dietro gli ulivi?
E dopo aver guardato un momento, gridava a uno dei sarchiatori:
—Ehi! Pietro!… Corri, va' a vedute che cosa avviene nella fattoria dei Contardi…. Correte in due, in tre, per dar soccorso se mai!… Vado io, sarà meglio. Il fumo aumenta!…
—L'accompagno.
Stentavo a tenergli dietro. La fattoria dei Contardi distava dalla villa mezzo chilometro. Don Luca scavalcava viottole, improvvisava scorciatoie, saltava fossati, lasciando indietro me, i contadini, che pure correvano vedendo correre il loro parroco a cui volevano bene.
Ora si sentiva il crepitìo delle fiamme, e un grido invocante aiuto. Era la voce di un ragazzo che strillava, piangendo, spaventato, davanti a la casa che bruciava.
Bruciava da tutte le parti con terribile impeto. Globi nerissimi di fumo uscivano dalle finestre e dal tetto, lingue di fuoco vibravano tra il fumo, alimentate dal vento che sembrava vi soffiasse su con maligna violenza.
Al nostro arrivo, don Luca interrogava il ragazzo, s'interrompeva per chiamare i contadini che non rispondevano, tornava a interrogare quel poverino, guardiano di una mucca, e non riusciva a ottenere risposte concludenti.
—I tuoi padroni dove sono?
—Non lo so!
—Non li hai visti questa mattina?
—Non li ho visti.
—Li hai visti ieri sera?
—Non li ho visti.
Una gran confusione. Mancavano recipienti per l'acqua, mancavano scale, mancava tutto! Era difficile di accostarsi specialmente dalla parte davanti; le fiamme, il fumo che il vento spingeva da tutti i lati, in basso, quasi per tener discosta la gente che avrebbe voluto dare qualche soccorso, ci facevano rimanere spettatori del disastro, in attesa che i muratori e i contadini, spediti alla villa, portassero recipienti, scale, picconi.