Chapter 13

(5º)

(5º)

Ecco quindici orribili giorni... la Dio mercè sono passati!... Rivedrò Elena.

Quando all’albergo mi sentii rispondere: — Partiti... non so come ebbi la forza di domandar ancora: per dove? — Per la campagna... e fu tutto, nessuno sapeva di più. Non so che cosa io abbia fatto quel giorno, ma al mattino di poi, allo svegliarmi dopo una notte di sonno febbrile, quando sentii le idee schiarirsi e divenir nette, pensando ch’ella non era più in città e che non sapevo dove rintracciarla, mi sentii come una gran voglia di urlare, ricaddi sul letto mordendo l’origliere... dopo mi sentii tutto intronato come avessi toccata una sassata al capo... e mi si formò in gola un gruppo maledetto che non si sciolse più. Mi aggirai, sfuggendo quanti conoscevo, per le vie, nei viali, nei giardini, a capo chino, quasi cercando un’orma che pur sapevo di non trovare... provandoad ogni passo come in certe condizioni dell’animo, un sito, un atto, una parola, che so io, il mutar d’un raggio, d’una nube, l’odor d’un fiore... possano risvegliar nella memoria la reminiscenza viva di giorni che furono, la soavità d’un incontro, d’uno sguardo, la speranza d’un amor lungo, lo spasimo acuto d’una perdita dolorosa, un mondo d’impressioni violente, lancinanti, tristi da morirne.

Mi sentii tante volte rimescolar il sangue all’apparir d’una forma lontana... che inseguivo affrettando il passo, urtando i passanti, come un pazzo od un ubbriaco, ed avvicinandola, nell’atto di raggiungerla mi avvedevo, sentivo che non era lei, eppur mi piantavo davanti a guardar stralunato quella figura sconosciuta.

Nelle ore terribili della sera... quando il cuore si turba col diminuir della luce, si rattrista e si affonda nel pelago dei rimpianti, dei lunghi struggimenti dolorosi, rifugge davanti all’incertezza dell’avvenire, e si abbandona ai ricordi, troppo ineffabilmente dolci,o troppo in quell’ora atrocemente pungenti, mi parve più volte d’aver a perdere la ragione.

Un mattino mi svegliai col desiderio imperioso, cocente, irresistibile di rivederla, invasato dalla frenesia del movimento, e subito mi gettai alla campagna, percorrendo a piedi, a cavallo, in vettura, le ville, ed i villaggi dei dintorni, senza ordine, senza norma, senza precauzione.

Rientravo affranto, colle membra rotte, coll’impazienza del domani sconosciuto, e ripartivo all’alba quasi senza riposare, parendomi ora che se avessi dovuto rimaner un giorno neghittoso, sarei morto od impazzito.

Finalmente... ora lo so dove essa è andata!... Ho bisogno di ripetermelo per respirare... per persuadermi che la rivedrò ad ogni costo, contro qualunque pericolo.

Stamane non avrei saputo più dove andare, avevo percorsa a cavallo, via Tilsitt...[9], via d’Arcole[10], la via San Filippo a capo chino senza saper prendere una decisione.

Passando davanti alla chiesa avevo sentita una spina acutissima al cuore; in un momento d’angoscia disperata m’ero ricordato di tutte le domeniche di questa primavera, quando alla messa di mezzogiorno, in piedi vicino alla porta, sentivo, avvertito da un brivido, ch’ella s’avvicinava; indovinavo, senza voltarmi, il momento preciso in cui sollevata la tenda, entrava, e passandomi vicina con un lieve fruscio andava a prender posto nella serie dei banchi a destra.

Stamane l’interno della chiesa era buio come un sepolcro, il vano della porta nel quale vedevo apparire all’uscita, tra le faccie volgari, indifferenti o sconosciute, il suo volto adorato, era freddo e deserto. Sui gradini ch’ella sfiorava col piede stava raggomitolata una cenciosa vecchiaccia.

Esitai un momento, quasi mi sentivo spinto a por piede a terra ed entrarvi, trascinato da un’amarissima avidità di soffrire.

In piazza Napoleone[11]non sapevo doverivolgermi, il cavallo attraversava la piazza a caso, abbandonato a sè... giunto nel mezzo, raccolsi le redini e lo fermai per non urtar di traverso un calesse che andava a precipizio.

Non so perchè in quel lampo guardai sotto il mantice.

Fu come un tuffo nel sangue!... V’era Miniuti.

L’ho lasciato entrar nella Rue Pauline[12]poi mi son mosso, ho piantato gli occhi sul mantice, sulla cassa verde e non li ho distolti più. Avevo il faro che mi guidava al porto.


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