(7º)
(7º)
Che strana vita è la mia. Tutto l’avvenire è avvolto nella nebbia, nulla di certo, di positivo; vorrei sapere, movermi, agire, ed invece devo aspettare.
Le facoltà attive, l’energia, il coraggio, mi sono inutili, bisogna che io abbiapazienza, una virtù questa che ho sempre sdegnato conoscere. Mi freno pensando alla mutabilità delle cose.
S’ella sapesse che io son qui durante queste tremende giornate di luglio, soffocanti, monotone, noiosissime...
Ogni mattina prima che albeggi, l’ostiere, raccolti gli stivali davanti alla mia porta, rientra in camera, e sento attraverso l’assito che incomincia, nettandoli, una lunga diatriba colla moglie... contro ilmuscadin, che sta tutto il giorno a legicchiar sul letto, per darsi il gusto d’andare all’ora dei pipistrelli a scambiettare nel fango Dio sa dove!
— Meno male che paga — è la sua conclusione.
Lo sento quando nella scuderia attacca l’asino e parte col carretto per Racconigi, dove va a vendere i legumi e far le provviste. Poi la sua donna si alza, veste i piccini che precipitano la scala con un gran martellar di zoccoli, e dopo un momento, ecco nel cortile le voci ingrate delle oche, delle anitre e delle galline, cui viene aperto l’uscio del pollaio.
Nel pomeriggio, l’afa ed il silenzio, rotto a tratti dal ronzar pesante delle mosche, dal chiocciar d’un pollo, dalla voce rauca d’un carrettiere, che fermato il carro, entra sotto, nella sala a pian terreno, a domandar del vino.
Ma quando il sole è tramontato, quando le donne smettono di filar sulla soglia ed entrano in casa, e gli uomini, tornati dai campi, accendono le pipe che brillano come lucciole nell’aria scura; esco per una porticella di dietro dell’osteria, e giunto fuor del paese, percorro rapidamente le due miglia che mi separano da Murello, giro intorno al villaggio penetrando fra le siepi degli orti, di soppiatto come un malvivente, finchè trovato un certo muro di cinta, una ben nota scalcinatura fra i mattoni, v’introduco il piede, mi aggrappo colla sinistra alla cresta del muro, e d’un balzo eccomi al di là, sull’erba del giardino. Ed allora, coll’orecchio teso, la pupilla dilatata, tutti i sensi eccitati dalla brama di vedere, striscio sotto gli alberi, camminando sull’erba con cautele infinite, fino al punto nel quale m’appare la casa.
Carpone nell’erba molle, colla fronte ardente tuffata nelle foglie stillanti rugiada, coi grilli che trillano vicinissimi e le lucciole che mi danzano sul capo, pianto gli occhisu quelle muraglie, seguito le striscie di luce che passano dietro i vetri, che penetrano fra le assicelle delle persiane, raccolgo avidamente ogni lieve rumor di passo, ogni soffio percettibile di voce, ogni strepito indeciso, ogni brivido di vita, che trapelando fra le salde pareti, pervenga fino a me: È là... a pochi passi, potrebbe udir la mia voce!... Fermo nella strozza un grido che proromperebbe violentissimo, e m’arriva al petto uno stringimento nervoso, amaro come un singulto...