(11º)
(11º)
Giorno da segnarsi con bianca pietra.
Tutto andò bene.
Ma Dio Santo, quando mi guardai nello specchio al ritorno!
Quando penso che le sono andato davanti con quella giubba che non avrei osato, in altri tempi, sollevar pur colle molle, con quei calzoni rattoppati in tanti punti, coi capelli nascosti in quel berretto unto, sotto quel cappellaccio di paglia sfilacciato, coi piedi in quegli scarponi aperti a bocca di pesce.
Eppure Miniuti mi conosce, ne sono certo, di nome ed anche d’aspetto... Guai se non mi fossi perfettamente camuffato.
Quando entrai nel cortile, che momento!
Col volto, il collo e le mani annerite, sudate, impolverate, la cassa che mi schiacciava le scapule, le cinghie che mi rodevano le spalle, i due cavalletti infilati nel braccio che mi battevano sulle gambe; e dover alzar la voce e gridar forte le parole imparate ieri a memoria.
— Chi vuol veder l’immagine miracolosa della Santissima Madonna degli Orti!... bisogno di nulla dalmarsé?..[15]. Aghi, spille, stringhe, ditali, forbici, specchi, pettini, bottoni, lino, lana, stoffe, filo.
E quella faccia rossa, tonda, stupida del servo, che comparve all’inferriata della cucina:
— No, no, bisogno di niente, andate, andate via.
— Domandate alla signora se nulla le occorre, vi prego!
Lo vidi rientrare, e senza darsi la pena di restar il tempo necessario per far l’imbasciata, soggiungere: la signora non vuol niente... andate in santa pace.
Come? avrei dovuto dunque ritirarmi così, dopo tanta fatica, davanti alla volontà stupida e brutale d’un domestico!
— E il signore, non c’è il signore?... ho qualcosa di fino, disoigné, da fargli vedere.
— È andato a caccia.
— Starà molto a tornare?
— Oh! Santo Dio... volete andare colle buone o vi faccio andar colle brusche!... L’avete capita che il signore non vuol veder gente in cortile.
Come sentii le orecchie diventar calde!...
Mi domando ora come sarebbe finita se egli si fosse avanzato e mi avesse toccato.
Poi lo vidi ritrarsi mormorando e guardar verso la porticella della strada. Mi volsi; un cane da caccia era entrato tutto bagnato, e col pelo aggrommato dal fango.
Poi entrò Miniuti tutto elegante nel suo abito di velluto verde, colle uose fin sopra il ginocchio; gran carniere, ricco fucile.
Il servo mi gettò ancora uno sguardo di sbieco, poi prese una faccia tutta sorridente, ritirò il carniere dalle mani di Miniuti, fecele viste di trovarlo pesante, palpò per di fuori l’ammasso confuso di peli fulvi e di piume scure chiuso fra le maglie, e disse: Ah! il signore ha fatto buona giornata... oggi..., come sempre.
— Asciuga il cane, Lafleur, e dagli subito la zuppa...
Udii un fruscio leggiero in alto... una bella testina si era affacciata tra le foglie che coprono tutto il balcone.
Una ninfa tra i pampini.
Poi si ritrasse sorridendo e ricomparve nella penombra della scala interna. Un momento dopo era sulla soglia.
Certo, mi sentivo orribilmente pallido sotto il nerume artificiale.
Miniuti mi vide, e disse a mezza voce al servo:
— Cosa vuole colui?
— È un merciaio, signore.
— Mi par d’aver detto che voglio la porta sempre chiusa.
— Sissignore... non sono stato io che l’ho lasciata aperta è stata Fanchette, che è uscita per conto della signora, colui non voleva andar via, stavo per gettarlo fuori, quando il signore è entrato. Del resto dice che ha non so che cosa da farle vedere.
— A me?...
— Sissignore.
Elena di sulla soglia mi guardava.
Miniuti mi si avvicinò e disse, squadrandomi con quei suoi occhi grigi indiavolati:
— Dunque... cosa hai detto di avere nel tuo tesoro che mi convenga?
Gli mostrai la pistola.
— Ma, perbacco, sclamò egli togliendomela, questa è mia!
Finsi, come meglio potei, d’essere sorpreso.
— Mia certo, e come! ho la compagna in casa. L’ho fatta cercar tanto, promesso mancie, fatto mettere il ponte sottosopra, mandati tutti i monelli del paese a sguazzarnel fango del rio di Robella. Come diavolo hai fatto a trovarla?
— L’ho comperata da chi l’ha rinvenuta.
— Quanto debbo darvi?
Avrei voluto dire, alla presenza d’Elena: se è vostra, signor mio, tenetevela senz’altro.
Ma bisognava star nei panni.
— Lei ha giudizio... faccia lei quello che crede.
Mi diede un napoleone e gridò a Lafleur di portarmi da bere.
Gli avrei stiacciato il bicchiere sul viso, a Lafleur, invece dovetti tracannarmelo tutto, lì sotto gli occhi di Elena che si era avvicinata.
Ella voleva veder la cassa.
Aprii i cavalletti, vi posai la bottega, e spalancai gli sportelli, ingegnandomi di rimaner al coperto da chi fosse comparso all’improvviso sulla soglia.
Il servo era rientrato in casa.
Si sentiva la voce di Miniuti che canterellava riponendo nella rastrelliera il fucile, la fiasca della polvere, le tasche del piombo.
Mentre ella s’inchinava a guardare, le presentai un biglietto... l’ultimo dei cento scritti e stracciati stamane.
Mi guardò fissamente negli occhi, mutatae fatta di fiamma in viso... poi mi conobbe e diventò eccessivamente pallida.
— Elena ne va la vita... lo giuro.
Dovette vedermi l’anima negli occhi in quel momento.
Miniuti tornava all’uscio. Il biglietto mi sparì dalle mani in un lampo.
S’egli mi avesse ucciso colla pistola che teneva fra le mani, sarei morto contento.
Egli aveva ripulita l’arma e la stava caricando. Era in un momento di buon umore e forse per lui di espansione, mostrava sorridendo i denti bianchi ed acuti sotto le labbra pallide. Alzò la pistola e mi disse: — Questa, vedi, e l’altra sua compagna, sono sempre con me, sul tavolo in casa, in vettura se viaggio,.. perciò fa di non venirmi tra i piedi in un cattivo momento, che saresti un uomo morto e mi tolse, così scherzando, di mira.
Vidi trasalir Elena. Egli se ne accorse, rise e le disse: — Oh! non temere che lo ammazzi, non potrei sparare, vedi manca la selce al cane.
— A proposito, non avresti per caso selci da pistola in bottega?
— Oggi no, signore, ne farò ricerca subito, e quando tornerò a portar la lana grigia per la signora, porterò anche le selci.
M’aprivo così una via a tornare.
— Cosa vuoi fare della lana grigia?
— La signora vuol far calze pei bimbi poveri del paese.
— Quanta filantropia! — Dà loro dei soldi ai bimbi, compreranno i dolci dello speziale, avranno dolor di ventre, ma si divertiranno di più.
Ora vieni in casa, che l’aria è umida.
E le cinse la vita col braccio per farle salire i tre gradini, che mettevano alla soglia.
La gelosia mi morse al cuore, piegai le robe, serrai la cassa colle mani che tremavano.
— Chiudi l’uscio, galantuomo, mi gridò dietro, chiudi l’uscio, chè non entrino altri vagabondi.