Il sole si alzò splendido il domani; Mario, Rocco ed io, entrammo in caccia senza contrattempi.
Il sole si alzò splendido il domani; Mario, Rocco ed io, entrammo in caccia senza contrattempi.
I cani lavorarono a dovere, i colpi si succedettero fruttuosi.
Alle otto si fece colazione appiè d’un gelso; pane, cacio, rhum nell’acqua. Poi si ricominciò sotto il sole in tutta la sua forza, un sole tremendo, che cadeva a piombo sul capo, e si nuotò così tutta la mattina, colle guancie aggrinzite e gli occhi serrati, in un mare di delizia.
Bisognava pure divertirsi fino a sera.
Infine quando i cani ebbero penzolante fuor delle fauci tutta la lingua di cui potevano disporre, quando si sdraiarono all’ombra, siallungarono nei fossi col ventre nel fango, ci accordammo anche noi, esseri ragionevoli ed indipendenti, la facoltà di stenderci al riparo dai raggi.
Il calore ci assopì, il sole girando, penetrò tra le fronde, ornò i nostri abiti di cerchielli dorati, venne a bruciarci il viso, a colorarci sgradevolmente di rosso le palpebre chiuse.
Le formiche, sagaci ed industriose, s’introdussero nei praticabili, si dispersero sulle nostre persone alla scoperta di nuovi mondi a loro sconosciuti.
Infine a sera lontani da casa parecchie miglia, ci incamminammo per tornare, l’uno dietro all’altro nel sentiero fra le canape altissime ed i grani turchi rigogliosi.
Io camminavo primo, poi Mario, poi il vecchio Rocco che cantava la sua vecchiaComplaintesulla diminuzione della selvaggina.
— Quando c’era il distretto, cari signori, quando i boschi venivano fino al Rifreddo, Cr...o! che tempi! Lepri grosse come asinelli, con certe testaccie quadre, e orecchie di due palmi, frotte di fagiani grassi comecapponi che passeggiavano nei sentieri, come tante confraternite di frati.
Si veniva all’agguato tutte le sere, sul limite del distretto. Eravamo sei o sette, tutti lestofanti che non dico altro, ogni tanto pan... pan..., ed al chiudere dei conti erano, sei, sette, otto lepri di meno nei boschi di Sua Maestà.
Ma non si dormiva. Allora i dragoni non scherzavano, c’era un rigore d’inferno, un lepre ferito al di qua, saltava il fosso a dar i tratti al di là e non si poteva pigliarlo.
— Così, disse Mario, il confine non lo hai passato mai Rocco?
— Cioè, ecco... io qualche volta... ma c’erano altri che passavano, anche tutte le sere. Pietro l’Ollaro, che è vivo ancora, sordo come le pentole che fabbrica, era già tal quale... Tutte le sere così, stava un po’ al di qua, gironzava, s’impazientava, poi, vlan... eccolo dall’altra e si perdeva nel folto.
Passavano dieci minuti, pan...: si vedeva curvo, curvo, piccolo la metà, arrivar come il vento col fagiano od il lepre nel dorsodella giubba. A correre non c’era chi lo cogliesse, neppure Beppo Gallo, che pure correva bene anche lui... Tutto detto, fu colto presso Racconigi, in pien distretto, sfuggì sotto al naso delle guardie che lo videro come vedolor signori. Volò quei tre miglia, giunse in paese, si fece veder nella via maestra così presto che potè provar... Come si dice?...
— Provar l’alibi.
— Ecco precisamente, potè provar quello che dice lei. L’anticristo era Filipotto; le brache come due sacchi,..... vi nascondeva i fagiani uccisi, uno schioppo rugginoso, colla canna legata da due giri di spago; lo lasciava nei cespugli la notte..... Pigliava poi fuoco quando si ricordava. Ma tant’è, a casa senza aver fatto il suo colpo non tornava mai.
Del resto lui il difetto dell’arma lo conosceva; tanto è vero che quando attaccata briga al gioco col Paschetta, volle freddarlo; andò a farsi prestare un altro fucile..... trovò quel cane che glielo imprestò, e così uccisein quella notte, buia come l’inferno, il suo miglior amico in cambio del Paschetta. Se avesse adoperato il suo fucile, chissà, forse non avrebbe sparato...
— Mi ricordo, disse Mario, di quell’omicidio, io era piccino assai..... rammento di aver veduta la pozza di sangue davanti al caffè.
— E Filipotto, non l’hanno arrestato?
— Potevano arrestare il vento i carabinieri! era più facile... Egli passò in Francia nei zuavi o nei turcos... restò in Crimea alla presa di Malakoff.
E si andava ascoltando quel vecchio tutto abbandonato ai ricordi, che accorgendosi della nostra attenzione, cercava nelle sue memorie quello che potesse, secondo lui, interessarci.
La sera era scura, il cielo tutto coperto di nubi, la luna ne illuminava di tanto in tanto un lembo vivamente, poi appariva annebbiata, nuotante in un bagno di luce gialla, gettava un raggio pallido sulla terra e tornava a celarsi lungamente.
Ad un punto il terreno dinanzi a noi sprofondava improvvisamente; il sentiero girava sul margine di una fossa, irregolarmente scavata. Vi giungemmo in un momento di fitta oscurità, io, che camminavo pel primo nel sentiero, non vidi il precipizio e rotolai con gran fracasso fino in fondo, trascinando meco una valanga di ghiaia e di terra smossa che m’entrò nelle tasche, nelle scarpe, nel collo. I miei compagni si precipitarono a rialzarmi, si accesero fiammiferi, si constatarono i danni. Il fucile era intatto, io leggermente contuso e graffiato. Più paura che male.
Quando fummo di nuovo in cammino sulla buona via, domandai al vecchio qual fosse l’utilità di quel precipizio, e perchè si lasciasse sussistere.
— La vede, quei del paese lo sanno che c’è; forestieri non ne passano mai... Ma è vero quello che dice lei, poichè non serve a nulla dovrebbe essere spianata da anni.
Un tempo,... eh! ma andiamo indietro molto, era lo scavo d’una fornace.
Si fermò, rinnovò il tabacco nella pipa, cangiò di spalla il fucile, si raccolse un momento e ripigliò:
— Mi fa sempre un certo effetto a raccontarlo, eppure giacchè vedo che s’interessano alle cose vecchie, là successe un fatto da far rizzar i capelli.
Mio padre, buon’anima, teneva questa fornace, molti, ma molti anni or sono, la bagatella forse di settantaquattro o settantacinque anni fa. Una sera che era solo sentì sul tardi fermarsi una carrozza sulla strada di Racconigi. (È là a duecento passi e vi saremo a momenti). Egli non ci pose mente, aveva lafornace che divampava come l’inferno, Dio ce ne scampi, e badava ai mattoni che cuocevano. Quand’ecco comparir sul sentiero un signore alto alto, vestito come un marchese, ma con un viso che metteva paura. Aveva con sè una donna, una signora che pareva, come si dice, una tortora negli artigli di un nibbio. Era giovane, la signora, giovane e bella, pallida che non pareva più di questo mondo, aveva gli occhi fissi ed andava, diceva mio padre, come una persona che dorma e vada in volta bell’e dormendo.
Il signore disse brusco brusco a mio padre che portasse del vino, che alla signora era venuto male in carrozza.
Mio padre entrò a cercar il vino, nella sua capanna, tutto rimescolato, chè quella poverina gli faceva pietà. Era al buio, non ci vedeva, badava a battere la pietra, che allora non c’erano i fiammiferi come adesso.
Dalla porta aperta, sentiva che parlavano; lui ringhiava come un mastino, poi udì due parole di lei... una voce fioca come morisse.
Non capiva quel che dicessero.
Ad un tratto uno strillo... che gli fe’ cader di mano tutto l’ordigno.
Saltò fuori.
L’uomo spariva nell’ombra... solo; mio padre corse alla bocca infuocata...
I capelli, cari signori, si rizzavano così quando raccontava... come se avesse ancor negli occhi quello che aveva veduto.
Per terra c’era uno scialle da dama di alto rango. Mio padre lo portò a Racconigi, lo vendette e coi denari fece dir tante messe per l’anima di quella poveretta...
Mario mi strinse fortemente il braccio, guardandomi fisso, io accennai di sì col capo, ero come lui convinto che Elena aveva finito così.