LE MASSE CRISTIANE
Nel novembre 1886 fui invitato dal conte Ruggiero Sauris a cacciare nella sua terra di Ripalta-Piemonte. Il mio amico abita un grande edifizio biancastro elevato sopra un terrapieno; che domina la piazza del villaggio. Gode una vista immensa su un’estesa di poggi guerniti di castelli, affollati di villaggi, di ville, di case campestri; digradanti con variati e graziosi contorni fino a certe colline più alte e grandiose, al di là delle quali si scorgono, nel vapore dei giorni sereni, le vette rigide e maestose dell’Alpi.
Il castello di Ripalta è un quadrilatero più lungo per il verso della facciata che sui fianchi, munito all’angolo che guarda il villaggio d’un torrione quadrato, che di pocosovrasta al tetto. Nel centro è il cortile pieno d’erba, ricco di due bei cipressi alti e diritti e d’un pozzo dalle colonnette di pietra, coll’architravetto in traverso dal quale pende la carrucola. Le muraglie sono assolutamente spoglie d’ogni fregio, sia dipinto che in rilievo; nell’interno le sale e le stanze sono assai semplicemente arredate con la promiscuità di suppellettili che si osserva in molte vecchie ville piemontesi, ove l’occhio trova nei mobili, nelle tappezzerie nei quadri, le variazioni portate dalla moda e dallo stile nella seconda metà del secolo scorso e nella prima metà del presente. Osservai in un angolo della gran sala terrena una vecchia portantina sdruscita, un bell’orologio da muro a piè dello scalone; qua e là per le stanze mobili intarsiati o scolpiti con garbo, quadri di paese e ritratti di famiglia d’antica e più o meno simpatica maniera; e, nella camera che mi fu destinata, un gran panno d’arazzo di fabbrica fiamminga, teso su tutta una parete, rappresentante l’assalto dato ad una fortezza merlata da certi soldati tozzi e muscolosi,armati grottescamente alla Romana. Mi parve fresco e ben conservato.
— Come figurerebbe nel mio studio! — dissi a Ruggiero — Sulla parete di fronte al finestrone...
— Naturale! — sclamò ridendo l’amico. — Trovo però che non sta male dov’è. Ne vorrei un altro anzi, per far riscontro sulla parete di faccia e coprire quel coiame che casca a pezzi da ogni parte, ch’è una pietà; potrei cambiar parato, ma non ho quattrini. — Bello eh! — soggiunse poi riguardandolo con compiacenza, — non me n’intendo, ma mi par bello assai. Da bambino quei ceffi mi mettevan paura, non sarei rimasto qui solo per un carico di dolci. Ma sono sempre rimasti lì, boni e quieti; non mangiano, non bevono e non fan chiasso: abbi pazienza, possono starci ancora.
S’andò a letto presto, e la mattina, armati ed in punto, scendemmo sulla piazza, dove, davanti all’osteria, ci aspettavano parecchi cacciatori del paese; v’era il sindaco, se ben ricordo, il sagrestano, l’albergatore e quattroo cinque cacciatori di mestiere. Alle ultime case s’unì a noi un vecchio lungo e smilzo, con certi occhi tutto brio nel volto ossuto, raso come quel d’un prete; mostrò, salutandoci, un testone arruffato, irto di capelli bianchi, una bella fronte, poco ampia, ma molto elevata, che s’increspava e si spianava senza posa.
Ne chiesi il nome a Ruggiero.
— Dottor Vercellis, — rispose l’amico. — Vecchio assai, ma un Ercole per forza, salute, potenza digestiva e vigor di polmoni. Va che manco una saetta l’arriva ed ha un braccio che non c’è il compagno. Ha istruzione, ingegno sottile; è mezzo letterato, poeta estemporaneo; sa novellare a meraviglia. Sarebbe, te lo dico io, riescito uno scrittore di polso, un romanziere come Ponson du Terrail o Montépin. Lo pregherò di venire a cena con noi, al ritorno, lo faremo mangiar e bere bene e ci dirà qualche storia. Ti parrà di sentire un romanzo, di quelli di una volta, perchè adesso sono tutti noiosi.
Ruggiero non perde gli occhi sui libri;legge in città per pigliar sonno, in campagna quando piove. Vuole i romanzi dicappa e spada, con intreccio arrischiato, intricato e misterioso, dove si parli di donne, di caccia o di cavalli. Non conosce che tre o quattro autori. Quanto a tutti gli altri libri che il caso gli mette fra le mani, il domestico li raccatta al mattino contro la parete più lontana dal letto o appiè della finestra in giardino.
Feci la conoscenza del dottore al momento in cui si entrava in caccia; scambiammo poche parole sulla fortuna probabile della giornata e ci separammo. Ruggiero ed io facevamo, come si suol dire, la parte dei principi. Camminavamo avanti, soffermandoci, ora al sommo d’una collina, or sull’orlo della macchia, nei biforcamenti delle viottole e delle stradicciuole. Gli altri cacciatori avanzavano in fila coi cani sguinzagliati, indugiando nel folto, parlando, vociando, strepitando per dar la fogata alle lepri ed alle beccaccie.
Si correva così dall’una all’altra posta da un paio d’ore e non s’era ancora udito uno sparo, nè avuto un lampo d’emozione. Mitrovavo in un campo arato di fresco, scendente alla valle con dolce pendìo, fiancheggiato d’un bel bosco ceduo dal quale uscivano le voci lontane dei nostri compagni; vedevo le figurine brune apparire e sparire tra le fronde e balenare tratto tratto le canne dei fucili.
Ero sfiduciato, cominciavo a sentir la noia: quella sensazione d’una mano ampia che si posa sulla nuca e grava ed opprime; i piedi mi dolevano, lo schioppo pesava. V’era un termine a pochi passi, v’andai a seder su.
Presi a guardar distratto le colline coperte di macchie irrugginite dall’autunno, i vigneti deserti, l’erbe grigie dei prati nella valle dormenti nella gran pace, nella luce limpida che pioveva dal cielo pallido; abbassai gli occhi sulle zolle rotte e rivoltate del campo; poco a poco mi sfumarono davanti, mi sentii avvolto in una nube, molto lontano da quel sito e dallo scopo per il quale mi ci trovavo.
Non so quanti minuti io rimanessi così, col fucile tra le gambe e gli occhi fissi fantasticando. Un nulla vi assorbe, un nulla virichiama, mi riscossi osservando ai miei piedi certe scheggie bianchiccie frammiste alla terra giallastra: erano frammenti d’osso.
Ne scorsi altri più precisi di forma nei solchi vicini; un capo del femore, una vertebra, una mascella che raccolsi per osservarne i denti confitti, saldi ancora negli alveoli.
Non ebbi il campo a far riflessioni, scoppiò nel bosco uno scagnar furioso; alcune grida: — Attento! attento!... — In un attimo fui in piedi tutto occhi e palpitante; scorsero tre minuti, tre secoli, poi una lepre schizzò fuor dai cespugli nel campo.
La povera bestia si avanzò prima nei solchi a gattonate, a gangherelli; s’arrestò un istante perplessa, inquieta, con le orecchie dritte, poi ripigliò trabalzando la sua corsa disperata.
Veniva a me difilato senza vedermi; posi la mira a basso, fra le zampine anteriori e quando mi parve al punto, sparai...
Fu l’unico capo di selvaggina ucciso quel giorno.
***
Tornati a casa, ci ritirammo a mutar abiti prima di cena. Deposta la cacciatora e frugando per le tasche a cercare i fiammiferi, mi trovai nelle mani il frammento d’osso raccolto il mattino. Come mai l’avevo serbato? Avevo obbedito probabilmente a quell’impulso incosciente, abituale ai cacciatori, che fa riporre in tasca la pezzuola, il pane, la pipa, al levarsi improvviso d’una selvaggina, invece di sbrigarsi col lasciarli cadere.
Ruggiero ed il dottor Vercellis m’aspettavano in sala. Mostrai la mascella al dottore, che l’accostò alla lampada, mentre l’amico mormorava:
— Quello è matto, anche le ossa di cane si porta a casa!
— Non è di cane, — osservò il dottore, — è una mandibola umana.
— Butti via quella porcheria! — esclamò Ruggiero. — Vuol lavarsi le mani? Or si va a tavola...
Il dottore crollò il capo sorridendo, e pose l’osso sul camino. Si cenò adagio e lietamente; alle frutta Sauris andò in persona a cercare una bottiglia veneranda, che sturò con precauzione.
— Questa, caro mio, — mi disse mescendo, — è antichità prelibata, simpatica, amabilissima. Darei per una cinquantina di queste...
— Il tuo vecchio arazzo? — esclamai io, sperando.
— Quello no, ma cent’altre cianciafruscole che sono in casa. Gran collettore d’anticaglie l’amico — seguitò egli rivolto al dottore. — Spende i denari in certe bazzecole, che è una pietà. Da del tu a tutti i rigattieri, i ferravecchi, gl’imbroglioni della città e dei sobborghi.
La sera era fresca: andammo a seder davanti alla fiamma scoppiettante.
— Dove l’ha raccolta? — mi domandò il dottore, ripigliando la povera reliquia umana.
— Nel campo arato, ove ho preso la lepre.
— L’avrei scommesso! In Riva Calda, scavandopoco sotto il fior di terra, è ossa per tutto.
— Vi sarà stato un cimitero, — fece l’amico.
— No, uno scontro piuttosto, al tempo dei Branda, nel Novantanove.
— Dei Branda? — fece Ruggiero a cui quel nome riusciva nuovo affatto.
— Dei Branda, — confermò Vercellis. — Era un partito chiamato così da Branda Lucioni, capobanda realista ai tempi della repubblica. Le sue bande furono sciolte quando gli Austro-Russi si resero padroni del Piemonte. Ma nei tempi che seguirono, quando tornarono i repubblicani, chi parteggiò o fu creduto parteggiare per il Governo regio fu detto Branda. Erano pur detti in dialetto:Coui d’la smana ch’ven(quelli della settimana ventura), forse per la loro ferma fede nell’imminente ritorno del re. Ha letto:I miei ricordi, di Massimo d’Azeglio?
— Ci ho dato un’occhiata — rispose Ruggiero.
— Bene, d’Azeglio narra che i pochi vecchi e provati amici che venivano in casa di suopadre negli anni che seguirono il ritorno da Firenze, appartenevano a questo partito...
— Dottore, una storia! — interruppe Sauris; e volgendosi a me, continuò per stimolarlo: — Il dottore sa tutto quello che accadde in paese da trecento anni a questa parte, giorno per giorno come se l’avesse visto e notato. Quello che non sa lo inventa. Ma come racconta bene! Sa farti ridere da perdere i denti e farti rabbrividire e spiritare da tener la pelle accapponata per tre giorni... Dottore da bravo, una storia?
— Da ridere no, — mormorò Vercellis — con questa cosa davanti.
Incrociò le braccia e stette assorto con gli occhi fissi sulla mandibola.
— È finita, — soggiunse poi. — Non posso uscir dal Novantanove!
— Ci stia, — gli dissi. — Ci dica dei Branda.
— Peuh! non c’erano soltanto i Branda in quel tempo a mettere il Piemonte sossopra. Prima di tutto v’era la miseria spaventosa: il grano era aumentato smodatamente diprezzo nei mercati, non si poteva più aver moneta erosa per le spese indispensabili, i soldati francesi consumavano il foraggio, vuotavano i pollai e le cantine e, mentre i ladri pullulavano nelle campagne, bisognava lasciarsi disarmare per non essere fucilati. Era venuto anche il voto dell’unione alla Francia, si gridava che il culto cattolico sarebbe interdetto, i parroci cacciati fuor delle chiese, tutta la gioventù mandata a militare oltremonti, e cento altri guai. Si mormorò, si gridò, molti Comuni insorsero, il Piemonte si coprì di bande, le quali, sotto colore di battersi per la monarchia e per la religione s’occupavano di vendette e di rapine. Preti e frati dai pulpiti spargevano olio sul fuoco; si commisero atti da cannibali!...
— Ma i Branda? — fece Ruggiero, già sdraiato sul canapè.
— I Branda... erano facinorosi più degli altri — seguitò il dottore. — E il loro capo un furfante impostore di nefanda memoria. Era un lombardo; antico ufficiale austriaco, già risparmiato dai francesi nella sollevazionedi Pavia. Il diavolo lo portò in Piemonte nel Novantanove; cominciò ad andare in giro, vantandosi inviato dall’imperatore a rimettere sul trono il legittimo sovrano, spacciando che gli compariva Gesù Cristo a promettergli di condurlo di vittoria in vittoria sino a spazzar la Francia dai repubblicani, niente meno. I contadini cominciarono a seguirlo sbravazzando, sbraitando minaccie e giuramenti che avrebbero fatto ridere i polli, se ve ne fossero rimasti in Piemonte. Ma i fatti che seguirono non facevano rider nessuno. Marciava fiancheggiato da due straccioni cappuccini, suoi luogotenenti e segretari, scortato da un branco di pretacci e di fratacci ribaldi a guisa di stato maggiore, seguito da una marmaglia sfrenata, in disordine, armata di randelli, di fionde, di forche, di tridenti, di schioppi o di tromboni. Ammazzavano quanti soldati francesi incontrassero viaggianti in piccol numero, e tutti i repubblicani che lor cadessero negli artigli. Capitando in un villaggio, mentre le campane sonavano a festa, Branda Lucioni sostituiva all’albero della Libertà,rovesciato a terra, una gran croce, e vi si buttava davanti a pregare, a picchiarsi il petto, con gli occhi al cielo. Poi correva lagrimoso e compunto a confessarsi e comunicarsi alla parrocchia, mentre i suoi taglieggiavano allegramente e trucidavano quanti erano in voce di essere giacobini, chè tali per loro erano i più ricchi d’ogni terra, quanti avevano lite od interesse avverso ai caporioni dellaMassa cristiana, che così aveva nome quella bell’accozzaglia; ingiuriavano le donne più onorevoli, sempre col pretesto delle opinioni repubblicane; commettevano, insomma, tutti i delitti che possono inspirare la rabbia politica, il fanatismo religioso, gli odii privati e l’ingordigia della rapina associati ed uniti. Da Biella e da Ivrea fino alle porte di Torino regnava lo scompiglio e lo spavento. I villaggi che rifiutavano di riconoscere Branda Lucioni come regio mandatario, minacciati di sentirsi leggere il documento al chiaror delle case incendiate, cedevano e si lasciavano taglieggiare. Così accadde a Ciriè, San Maurizio, Caselle e Leynì... Alcunifanatici della banda involarono nella chiesa di Soperga tre calici ed un ostensorio...
Bruscamente il dottore s’interruppe e si volse a guardar Ruggiero nella penombra: era disteso, aveva gli occhi chiusi, la respirazione regolare, non si poteva dire che russasse, ma l’aria passando per le narici produceva un leggier sibilo, molto espressivo.
Vercellis ebbe un breve sorriso, la sua fronte si andò spianando e corrugando con continuo movimento mentre rifletteva; infine si rivolse tutto a me:
— Mentre che il contino dorme — riprese egli a voce più bassa — le dirò un fatto capitato qui nel maggio del Novantanove... Mio padre ogni volta che tornava a raccontarlo rabbrividiva e si rimescolava tutto.
Di casa Sauris erano vive allora due persone: il conte Amedeo e sua sorella Melania. Il conte sposò poi in tempi migliori la baronessa Laneri del Castellaro, dalla quale ebbe Massimo, padre del nostro Ruggiero.
Allora, trovandosi giovane assai, forte di corpo, d’animo ardito ed appassionato, eraandato a raggiungere il cavaliere di Vonzo, antico ufficiale piemontese, il quale, con un tal Cerigna chirurgo, s’era posto a capo dei campagnuoli nelle gole degli Appennini.
La contessina Melania aveva sposato il cavaliere Boetti di San Giorgio, ammazzato subito, pochi giorni dopo le nozze, in non so qual fatto d’armi. Nel separarsi ella gli aveva dato il suo ritratto in miniatura; le fu riportato stiacciato dalla palla che aveva passato il cuore. Gli voleva un bene dell’anima, fu uno di quei dolori che ne va la vita o la ragione. Dopo giorni di pianto, di disperazione, di strazio mortale, venuta a rinchiudersi qui nel castello, aveva incominciata una vita monotona e regolare, come fosse circondata da una grande solitudine.
Si diceva che non avesse più senso di nulla, che le si fosse travolto il cervello. Non scendeva mai nel villaggio, non riceveva che l’arciprete-parroco, il quale saliva a dir la messa per lei e per i servitori nel piccolo oratorio del torrione. Dalla piazza la scorgevano pallida, vestita a bruno, col granfichudilinonalla Maria Antonietta, passeggiar sulla terrazza, o starsene immobile con la persona eretta, le mani sul parapetto, i begli occhi perduti in un punto lontano. Le donne dicevano che guardava le montagne ove era morto il marito.
L’arciprete Don Barbero, uomo impetuoso, audace, gran cacciatore al cospetto di Dio, professava quasi apertamente massime anti-repubblicane. A costui non mancava che l’occasione per seguire l’esempio di altri ministri di pace del suo stampo. Vescovi, frati e preti, oltre all’aizzar la rabbia delle turbe, predicando che lo scannar francesi e patrioti era opera meritoria presso Dio, facevano comunella con gl’insorti, li aiutavano, li sostenevano, benedicevano loro le mani intrise di sangue. Il vescovo d’Asti di tepido repubblicano si trasformava in acerrimo persecutore dei patrioti; il vescovo d’Acqui si faceva condurre gli sciagurati caduti nelle mani deicampagnuoli e li cacciava al buio negli umidi sotterranei del Seminario; quello d’Alba diveniva capo delle sommosse popolari nella sua diocesi, col nome diComandante degli insorti.
Preti e frati, fanatici energumeni, si vedevano col crocifisso in mano e lo schioppo in spalla scorrazzare, trasmutati in capibanda, le strade e le campagne dando la caccia ai francesi ed ai patrioti. Così il curato di Bra, quel di Primeglio, di Castelalfèro ed altri assai.
A Ripalta, Don Barbero si contentava di predicare e di riscaldare gli animi coi discorsi sovversivi; ma, quando nei primi giorni di maggio insorsero Vauda di Front, Airasca, Villafaletto, Villafranca e non so quanti altri paesi, i nostri villani più caldamente istigati gettarono anch’essi a basso l’albero della Libertà.
***
Poi ad una domenica tutta di tumulto successe un lunedì tranquillo; l’albero era aterra come un nemico morto, i monelli vi correvano sopra a piè scalzi, facendo a chi lo percorresse tutto senza sdrucciolarne; i contadini consideravano l’operato, i municipalisti — fra i quali era mio padre, flebotomo e speziale — non avevano saputo far niente prima e meno sapevano adesso. Tacevano le campane, erano cessati gli urli e lo schiamazzo e non si udiva che qualche grido rauco ed isolato: — Viva il re! Viva l’indipendenza! Viva noi! — Poveri echi delle furibonde acclamazioni del giorno prima.
Quand’ecco, tutto in un momento, senza che nessuno si presentasse ad annunziarli, si videro comparire sulla strada maestra:
Les habits bleus par la victoire usés!
Cioè i francesi che venivano a ristabilir l’ordine.Era una colonna di forse duecento uomini, comandata da un capitano e da ufficiali. Vennero difilato in piazza, senza trovar resistenza la occuparono, e, mentre il duce, abboccatosi coi municipalisti, mostrava col gesticolamento e col cipiglio di volerli ingoiar vivi; i soldati si sparsero per il villaggio.
Si udirono subito strida e pianti di donne, strillar di bambini, bestemmie, minaccie, abbaiar di cani, il fracasso degli usci ed imposte che volavano in pezzi. Si videro comparire in piazza capi di bestiame grosso e minuto in povero stato, anitre e galline magre e consunte. Tornarono i soldati inviati ad arrestar l’arciprete come fomentatore principale dei disordini: non avevano trovato nessuno nella casetta, manco la serva. Un mendicante scemo, che sedeva sulla porta, interrogato e minacciato, assicurava di averlo visto scappare per una viottola che metteva alla macchia vicina. Avevano intanto spezzate le campane parrocchiali.
Il capitano, giovane, piccoletto, ma saldopiù dell’acciaio, coi capelli color di sabbia, piatti, separati in mezzo alla fronte e pioventi per le tempie fin sulle spalle — così lo dipingeva mio padre — stava seduto davanti alla piccola osteria aspettando il desinare. Sentito il rapporto del sergente, chiamò a sè un ufficiale e cominciava ad impartirgli ordini sottovoce, quando alla finestra d’una casupola di fronte si udì lo scoppio d’un’archibusata.
L’ufficiale impallidì, stralunò gli occhi, e dando una giravolta, stramazzò colla faccia in terra. Il capitano, a cui forse era diretto il colpo, saltò in piedi tuonando ordini che si perdettero nel trambusto. I soldati si avventarono contro la casa, urtandosi, impacciandosi a vicenda; la porta fu sbatacchiata, irruppero dentro; tosto comparvero faccie scalmanate alle finestre urlando a quei di sotto che non trovavan nessuno; e poi s’udì dietro la casa lo schiamazzar di coloro che visto l’assassino saltare la siepe dell’orto e correr volando, attraverso i prati, alla macchia, cominciarono a sparargli addosso e a dargli la caccia.
Intanto il capitano, che era andato correndo di qua e di là mordendosi le dita di rabbia, gridando e sagrando, era riuscito a raccozzar gli uomini, e subito con due ordini rapidi e precisi li aveva scagliati addosso ai contadini ad arrestarne quanti avessero potuto. Lo scalpore, gli strilli, le ingiurie andarono alle stelle: gli arrestati, a pugni, a pedate, a spintoni erano cacciati nella chiesetta di S. Rocco. Dopo un momento per la piazza non si videro più che uniformi, i contadini essendo tutti arrestati o scappati fuor del villaggio.
Davanti all’osteria, i municipalisti in gruppo stavano immobili, intontiti, minacciati alla vita da una siepe luccicante di baionette in canna.
Quando mio padre vide venire il capitano, trafelato, grondante di sudore, con gli occhi e la fronte in burrasca, pensò: — Son ito!
Colui fece smettere con un gesto i soldati che si divertivano a torli di mira e quelli che li punzecchiavano nelle reni con le baionette; si piantò in faccia sulle gambe aperte e dettò con arroganza le sue condizioni. Ecco: — Imponevauna contribuzione di guerra di lire ventimila in moneta corrente di Piemonte, od in effetti d’oro e di argento equivalenti: rifiutava gli assegnati. La taglia doveva essere pagata dentro la settimana; in quel frattempo il villaggio avrebbe provvisto alla sussistenza dei soldati. Al sabato, o i danari o fuoco al villaggio senz’altro. Questi erano gli ordini del commissario francese. Come rappresaglia per la morte dell’ufficiale, si sarebbero fucilati subito sei contadini, tolti a caso fra i prigionieri; avrebbe poi seguitato così ogni giorno per obbligare la municipalità a spicciarsi.
Non aveva ancor finito di parlare che già gli uomini erano allineati col fucile al braccio; sei disgraziati, i primi che vennero nelle mani furono trascinati fuori della chiesa e buttati contro la casa donde era uscito il colpo.
Erano ansanti, esterrefatti; quando capirono fu uno strazio. Due di essi caddero sulle ginocchia, sfiniti, abbandonati, come si fosse reciso i loro nervi, un altro rimase impietrito con gli occhi e la bocca sbarrati e lemani per aria; i più giovani cacciando strida disperate, si divincolavano come serpi contro la muraglia, graffiando coll’unghie, puntando le braccia come per aprirla e fuggire. Un fragore empì la piazza... poi silenzio di morte, neppure un gemito. Il fumo s’alzò: mio padre aveva ancora negli occhi, dopo tanti anni, quei corpi a terra, gli uni sugli altri, come falciati.
E mentre si rompevano le file e tornavano le voci e il rumore, la nuvola saliva al cielo densa, come per aiutare l’ombra della notte ad oscurarlo.
***
Naturalmente la taglia doveva essere ripartita fra tutti: nobili, preti, borghesi, campagnuoli. I municipalisti cominciarono a darsi attorno per raggranellare il valsente; toccò a mio padre rivolgersi alla contessa Melania.
Era notte. Egli si presentò al portone che s’apre sul villaggio, picchiò e ripicchiò senza ottenere risposta. Andò lungo il muraglione del giardino fino al cancello che mette suicampi; appuntando lo sguardo fra i rami, scorse un abbaino illuminato nella casetta del giardiniere; chiamò forte, e quando vide l’uomo avanzare nell’ombra del viale si nominò e disse il motivo che lo conduceva.
Il giardiniere non s’arrischiò ad aprire senz’ordine, corse al castello e ritornò subito per introdurlo. Gli disse che la contessa era nel salone terreno.
Lei, vi avrà osservato due seggioloni antichi, coperti di cuoio, coll’impresa della casa stampata in oro?... Be’, quella sera i due seggioloni erano vicini alla tavola di mezzo: nell’uno sedeva la contessa, l’altro, vuoto, era situato in modo da far pensare a mio padre che una persona l’avesse poc’anzi occupato. V’era anche un libro sulla tavola aperto e girato in quel verso: gli parve un breviario.
Mio padre si ricordò poi dopo di questa circostanza; in quel momento pensò a fare un bell’inchino, e ad esporre con garbo i fatti e le ragioni per cui era venuto. Non aveva rivisto da vicino donna Melania dopola vedovanza, l’impressione di quella visita non gli uscì più dalla mente. Era pallida, accigliata, bellissima. Abbandonata la persona sulla spalliera, il viso un po’ chino sul petto, le mani a riposo sui bracciuoli, stava immobile ascoltando, pareva scolpita. Ma le palpebre battevano sugli occhi luccicanti, fissi sul pavimento, ove forse si disegnavano per lei, tramutandosi senza posa, lugubri e fantastiche visioni di sangue. Di tratto levò il capo e lo sguardo; diceva mio padre che uno sguardo così non l’aveva veduto più mai. Non era nemmeno naturale: ora brillava vivo, acuto, scintillante come la lama d’un pugnale sguainato di colpo; ora pareva spegnersi, errar smarrito sulle persone e sugli oggetti senza raffigurarli e passava via; tornava colla rapidità del lampo, acceso d’una fiamma scura, e si levava severo, imperioso, terribile come una minaccia... per ridiscendere blando e soave come un raggio od una carezza.
Quando egli disse la miseranda fine dei sei contadini, le scorse balenar l’odio negliocchi per modo che n’ebbe un brivido e si sentì mozzar la favella. Vi fu un silenzio e finalmente udì pur la sua voce; una voce morbida che si sentiva spossata da un dolore mortale; velata, dolce, fioca così che pareva venisse da un punto lontano... ricordava quella d’una persona che parli in sogno. L’accento era grave, lento, modulato con un tono d’indifferenza molle, come se quanto veniva dicendo non avesse importanza o non fosse affar suo: — Aveva inteso; avrebbe voluto far tanto e poteva far poco, poichè le Case Sauris e Boetti avevano tutto donato al rompersi della guerra, come la Corte e tutta la nobiltà. — E non disse altro.
Mio padre tornò correndo al villaggio; era sopraffatto da un gelido senso di paura, gli pareva che le anime invisibili dei trucidati di quel giorno, strappate in modo così fulmineo dai corpi, errassero nelle tenebre senza sapersi decidere a lasciar quei luoghi, quasi aspettando quelle che dovevano raggiungerle il domani.
***
Il giorno seguente arrivò a sera senza gravi mutazioni: i soldati continuavano a mettere sossopra il villaggio. Il capitano passeggiò per la piazza discorrendo con gli ufficiali, giocò davanti all’osteria e, a mezza giornata, fece subire a mio padre una specie d’interrogatorio a proposito dell’arciprete. Gli domandò dove lo credesse rifugiato.
— Nella macchia, — rispose mio padre.
— È grande la macchia?
— Grandissima e folta.
— Non supponete invece che si trovi nel castello?
Mio padre rivide il seggiolone voltato alla tavola, il breviario aperto, immaginò il vero. Rispose fermo che essendo stato nel castello la sera innanzi aveva trovata la cittadina Boetti tutta sola.
Pareva però che il capitano non volesse occuparsi del castello; era noncuranza o proposito? Forse non sperava d’entrarvi collebuone e le muraglie e le porte apparivano così salde che per varcarle di forza occorreva presso a poco un assalto. Forse non stimava che il bottino francasse la spesa, o riserbava la festa per l’ultimo giorno.
Sul tardi, ad ogni municipalista che passasse, gli ufficiali gridavano di spicciarsi coi quattrini, trattandoli di maiali, cialtroni, infingardi ed altre finezze; poi di schianto un ordine volò per la piazza: in due minuti si formò il plotone e gli si cacciaron davanti sei disgraziati.
I municipalisti accorsero angosciati, pregando, implorando si sospendesse l’esecuzione; speravano di consegnare nel domani gran parte della somma; nel caso contrario sarebbero stati dodici i fucilati invece di sei. Il capitano non li fece degni d’uno sguardo o d’una parola. Si caricavano i fucili; il portone del castello si aprì, n’uscì un vecchio con un sacchetto pesante; erano cinquemila lire di moneta corrente inviate dalla cittadina Boetti.
— V’è il conto? — domandò il francese con arroganza ai taglieggiati.
Gran Dio! erano lontani ancora, però il domani...
Il capitano, di fianco al plotone, cacciò fuori la spada.
— O tutto o nulla, carogne!
La lama balenò: seguì fulmineo il tuonar dei fucili.
***
S’era al terzo giorno, stava per cadere il sole, il momento fatale s’avvicinava. I membri della Municipalità, agitatissimi, si sentivano sui carboni accesi; avendo fatto il possibile e l’impossibile, trovavano mancare tuttora una buona parte della somma, che non si lusingavano di veder condonata.
Il capitano neppure si curò d’interrogarli; dalla tavola dove sedeva guardò il sole che bruciava il sommo del poggio in faccia e lanciò l’ordine di morte.
Fra’ soldati, quelli a ciò deputati, si allinearono, altri si accomodarono a vedere; parecchi corsero alla chiesa a scegliere le vittime.
Scoppiò là dentro un tafferuglio orrendo.Gli sciagurati che sapevano d’essere tolti nel mucchio, prima si facevano piccini, aggruppandosi, ficcandosi gli uni dietro gli altri, cercando sparire: poi, vedendosi addosso i soldati, si sbrancavano a furia, scappando di qua, di là per sfuggire, sgattaiolando per nascondersi. I francesi si divertivano un mondo a quella sorta di mosca cieca mortale: li inseguivano vociando, sghignazzando, lasciando l’uno per agguantar l’altro, dandosi il barbaro gusto di prolungare l’agonia di tutti, col palleggiarli dalla morte alla vita.
Il capitano, colla spada sguainata, aspettava; ed ecco di nuovo aprirsi il portone. Si vide sulla soglia l’alta figura sottile della contessa Melania, con la sua veste nera, i grandi occhi inquieti, il volto più bianco che mai. Venne nobile e lenta al francese che la guardava colpito, e, a due passi da lui, con un tono freddo, lontano ugualmente dall’ordine come dalla preghiera, gli disse d’indugiar l’esecuzione.
Sperava di giungere a completare la taglia, con quanto rimaneva di valsente in castello:invitava il capitano a salirvi, a verificare, a pagarsi.
Piegò appena il capo, voltò le spalle e se ne tornò d’onde era venuta. Non si vedeva più da un pezzo, ed il giovinotto guardava ancora da quella parte immobile e muto.
***
Salì subito con un luogotenente, alcuni soldati e tre municipalisti, fra i quali mio padre. Non trovarono anima viva in cortile, un gran silenzio come se il castello fosse abbandonato; ma avanzando videro lume alle finestre del salone terreno e vi si diressero.
La contessa era là, ritta presso alla tavola. Sotto la fiamma sanguigna e vacillante di una grossa lucerna senza paralume, brillavano gli arredi sacri dell’oratorio, le poche gioie d’uno scrignetto aperto e quanto forse restava dell’argenteria di casa Sauris.
Il capitano ed il luogotenente aspettavano un cenno, un invito: donna Melania non pareva vederli, teneva gli occhi a terra come riposasse profondamente in un solo pensiero.Allora i due scambiarono un’occhiata inarcando le ciglia, e appressandosi non senza esitanza, cominciarono ad esaminare il tesoro.
Per qualche minuto non si udì che il suono acuto dei metalli palpati e pesati, il bisbigliare dei francesi, e su tutto il singhiozzo lugubre di un gufo nei gran cipressi del cortile.
Mio padre guardava palpitante, sentiva correre dei brividi per le spalle, come quando si dice che passa la morte.
I due ufficiali si consultarono: sommando quanto aveva raggranellato la Municipalità, il danaro dato dalla cittadina la sera innanzi con ciò che offriva in quel punto, la cifra che si esigeva era quasi raggiunta; ad ogni modo si dichiaravano contenti.
Il capitano levò il capo per annunziarlo alla contessa, e si trovò appuntati in viso i suoi occhi. Ritta così, con la fiamma che le rischiarava il viso di sotto in su, in pieno, togliendo ogni ombra, accrescendo il sinistro splendore delle pupille, al dir di mio padre, ella aveva l’apparenza di uno spettro. Soggiungevache in quell’istante magnetizzava senza dubbio il francese facendolo con la magica virtù dell’occhio, docile e mansueto come un cagnolino. Non ne so niente, ma mio padre credeva a tante cose, al fascino, a mo’ d’esempio, degli uomini e degli animali. Per i primi citava questo fatto istesso; per i secondi raccontava di aver provato ad avvicinare un povero cardellino ad una vipera che gli avevano portato in bottega per trarne del brodo. Questa rivolgendosi a spire come per scattare; aveva fissato gli occhiolini accesi sull’augelletto, che si era messo a tremare convulsivamente nella mano, palpitando palpitando e rimanendo stecchito.
In fine, mentre si cacciava in un sacco tutta quella roba, il giovane, come spinto da una muta forza, da un occulto voler superiore, si lanciò fuori sulla terrazza, e, protendendosi dal parapetto, gridò con voce tonante alla piazza l’ordine di mettere tosto in libertà tutti i prigionieri.
S’udirono in seguito voci ed esclamazioni, scoppi di grida, un calpestìo affrettato seguitodalle sonore risate e dai motteggi clamorosi dei soldati che assistevano allo sbucare pazzo di quei poveracci fuor della chiesa e al loro frenetico scappar dalla piazza.
Il capitano balzò in sala di nuovo a testa alta, impettito, tutto fiero della dimostrata premura.
In quel momento il maestro di casa sollevava la portiera nel fondo e si vedeva una tavola apparecchiata a due posti. Donna Melania fece un rapido gesto di congedo a tutti e, figgendo sul giovane gli occhi veementi, si mosse verso la tavola come per invitarlo a seguirla. Non era più pallida, un lieve rossor febbrile le coloriva le guancie, un turbamento strano le fremeva nella persona, i suoi occhi potenti si dilatavano, brillavano come due diamanti. Il francese la guardava con stupore. Mio padre lo vide impallidire un momento, gli notò in viso un istantaneo e profondo sconvolgimento, le sue labbra si agitarono per trovar forse una parola di rifiuto.
Dio sa da qual lucida, elettrica intuizione fu colpito in quel punto!
Ma il turbamento durò poco, tornò imperterrito e petulante, sorrise e s’inchinò a ringraziare con un bel gesto da cavalier francese.
***
Il domani gli uomini erano in ordine di partenza, gli ufficiali aspettavano, scambiando sorrisi, osservazioni, motteggi sottovoce, levando spesso il viso a guardare il castello. Splendeva un così bel sole lassù, il venticello scherzava nelle fronde nuovissime, i passeri si rincorrevano sui tetti e sul terrazzo, s’udivano gli usignuoli nel giardino. Ma il capitano non compariva.
Bruscamente una voce circolò nelle file, arrivò agli ufficiali, che fatto venire un soldato, lo interrogarono. Costui l’aveva veduto uscire dal portone verso il tocco. Esortato a rammemorar ben tutte le circostanze, affermava di non ingannarsi, solo gli era parso un po’ più corpulento: effetto forse, diceva lui, della cena gustata.
Gli ufficiali, che non si raccapezzarono più,si consultarono e si risolsero. Mentre l’un d’essi andava con alcuni uomini al portone, l’altro si presentava, scortato pure, al cancello. Fu aperto ad entrambi.
Nell’interno trovarono i servitori che andavano e venivano alle loro faccende; due muratori riparavano una tettoia in fondo al cortile, certe donne tendevano il bucato, e la cittadina Boetti, con le mani inguantate, dirigeva e consigliava il giardiniere occupato a mondare i rosai dietro la casa.
Tutti, signora e servitori, interrogati, mostrarono di non saper niente del capitano, come non l’avessero visto mai. Certo era troppa la calma e l’indifferenza loro per non essere simulata, ma d’altra parte era evidente che nessuno avrebbe parlato, neppure con la morte alla gola.
Gli ufficiali dal terrazzo chiamarono su altri soldati di rinforzo; e, mentre alcuni esploravano palmo a palmo il cortile ed il giardino per trovar traccie recenti di scavo o di terra smossa, gli altri facevano una minuziosa ispezione per tutto il castello, dallasoffitta alle cantine. Si frugò nelle scuderie, sul fienile, pei magazzini; si cercò nel pozzo, nel forno, nelle gole dei camini, e solo in uno di questi si trovarono le traccie di panni arsi da poco, ma senza bottoni o fregi metallici che tradissero indumenti militari.
Gli ufficiali in disparte si perdevano in un ginepraio di supposizioni: lasciavan fare ai soldati che, avendo finito di frugare, ricominciavano. E poco a poco costoro si accaloravano, i loro animi s’inasprivano; presero a manomettere, poi a fracassare. Presto la casa parve pigliata d’assalto: correvano vociando e minacciando per gli appartamenti, forzando e sbatacchiando gli usci, scaricando le pistole nelle serrature, spostando e scassinando armadi e cassettoni, buttando per terra gli oggetti, le vesti, la biancheria alla rinfusa, strappando le cortine, lanciando i mobili con le gambe per aria o buttandoli dalle finestre.
La maledetta febbre della distruzione faceva briachi i cervelli, metteva nelle mani e nelle braccia delle smanie furiose, suscitavain coloro la frenesia omicida: quel delirio di sangue che spinge l’uomo armato ed invelenito a voler adoprar l’arma sua ad ogni costo.
Due di costoro andati incontro al maestro di casa e presolo per il petto, gli urlavano in faccia imprecazioni e minaccie; altri, fremendo coi denti stretti, venivan coi fucili spianati alla vita degli altri servitori. Un momento ancora e più nulla li avrebbe frenati...
Nella macchia cupa, foltissima, che rivestiva la collina di fronte al villaggio, scoppiarono d’un tratto alcuni spari e si videro le nuvolette grigie ondeggiar sui cespugli.
Gli ufficiali corsero alla terrazza, riparandosi gli occhi dai raggi, osservando, scrutando; poi l’un d’essi si precipitò alla scalinata, l’altro si diede attorno a riordinare gli uomini in fretta ed in furia.
Subito il bosco parve animarsi e viver tutto: s’empì di guizzi di fiamma e di fumo; le palle grandinarono sul villaggio. Dalla terrazza del castello si cominciò a rispondere;al basso ufficiali e sergenti cacciavano correndo comandi brevi ed acuti, per disporre gli uomini ai loro posti di battaglia.
Non n’ebbero il tempo; l’aria rintronò di grida forsennate; una turba fitta, disordinata, furibonda irruppe sulla piazza e piombò sui francesi. Camicie, farsetti, giacchette, tonache di preti e di frati si mescolarono furiosamente agli uniformi. La battaglia proseguì corpo a corpo: sciabole e baionette contro falci, coltelli, tridenti. Un gran Cristo di legno dominava la strage come un insegna; scoppiavano indistinte nell’urlìo orrendo legrida fanatiche di: — Viva il re! Viva noi! Morte ai giacobini!...
I francesi, rotti in piazza, si sparpagliarono per le vie; la mischia seguitò spaventosa negli orti, fra le siepi, nelle aie, nei cortili, nelle stanze; si mutò in eccidio. Quelli che si trovavano in castello si ripiegarono nel giardino, uscirono pel cancello sui colli, ma raggiunti ed accerchiati nel sito detto poi Riva Calda, non ottennero a niun patto quartiere.
Ci sono morti là pezzi di giovanotti!.. Ora questa mandibola, così ben fornita, — aggiunse il dottore, ripigliandola fra le mani, — potrebbe benissimo aver appartenuto a qualcun di coloro. E sa chi era fra i primi a scannar francesi?... Don Barbero, anima pia, con gli abiti del capitano.
— E il capitano?
— Ah! quello non fu rivisto mai.
***
Non rammento d’aver sognato quella notte la bella e fatal figura della contessa Melania;ma nei due o tre giorni ch’io rimasi ancora a Ripalta provai, aggirandomi per le stanze del castello o passeggiando in giardino, un senso inatteso di commozione che mi portava a fantasticare un mondo di cose indefinite.
Tutto quanto si riferisce ai secoli morti, alle generazioni passate, per una speciale disposizione del mio spirito, si riveste per me di poesia. La conformazione delle strade di certi nostri villaggi, l’aspetto esterno ed interno delle chiese, delle case, anche un mobile, un quadro, un oggetto, bastano ad eccitare in me l’attività fantastica, a risvegliare sensazioni arcane, idee indeterminate, inafferrabili, che paiono rischiarare la mente come lampi, quasi occulte reminiscenze d’una vita anteriore.
Le parole di Ruggiero: «quello che non sa il dottore lo inventa», mi tornavano spesso alla mente.
Certo, ripensando al racconto molte cose mi riescivano sospette; i fatti, malgrado le minuzie e le realtà di certi particolari, mancavanodi determinatezza. Un fondo di verità ci doveva pur essere, ma il dottore aveva senza dubbio elaborato, ampliato e fiorito il soggetto. La figura di Melania, Dio sa in qual romanzo era andato a pescarla! Se pur non era sgorgata fuor dell’immaginazione così tal e quale.
Ma io stesso, in quell’ambiente, ero venuto in una sorta d’ebrietà intellettuale, creavo a me stesso visioni d’una realtà intensa e curiosa, passavo d’una in un’altra, internandomi in ognuna di esse fino a discernervi minutissimi particolari, con convinzione, con esaltazione. Quel fantasma di donna m’era visibile agli occhi, sentivo trasalire in fondo al cuore qualche cosa di lei penetratovi col racconto. La vedevo in lutto, con la sua carnagione d’un pallore di avorio, coi grandi occhi nerissimi che, animati da interni fulgori, sapevano fissare così intentamente da affascinare sull’atto. Immaginavo la pietosa storia di quella giovane sposa, vedova il domani delle nozze: i lunghi giorni vissuti nella glaciale solitudine diquel triste castello, giorni contati a goccie di sangue, per quel coltello che le aveva passato l’anima: covando in cuore un odio ineffabile, inestinguibile contro coloro che glielo avevan confitto... E la creatura della mia fantasia si andava facendo viva e reale, come l’avessi conosciuta, e m’ostinavo a cercare un riflesso, un’essenza eterea di lei che parlasse ancora, dopo tanti anni, della sua presenza in quei luoghi...
— Ma che diavolo n’avean fatto del capitano?
***
Quattro mesi dopo, nei primi giorni di marzo 1887, Ruggero fu a trovarmi nello studio. Aveva la faccia di chi ha una grande novità da metter fuori; gettò il cappello e la mazza sul divano e cominciò a levarsi i guanti soffiando e brontolando:
— Ah! mio caro, mio caro, mio caro...
— Spero — gli dissi — che non sarai venuto per parlarmi del terremoto!
— Ma sì, ma sì.
— Eri in Liguria, forse? T’è capitato qualcosa?
— A Torino ero ed in letto ancora, la mattina del 23 scorso! Immagina, avevo ballato al Circolo, cenato, bevuto... So assai, poi ero andato a casa. Accaddero le scosse, il fracasso, il finimondo... mi svegliai a mezzodì dalla parte che m’ero abbandonato.
— Sei il re dei ghiri!
— Anzi fu Michele che mi svegliò; l’ebbi da lui la scossa sussultoria, ondulatoria e convulsiva: c’era Jona, di là, con la cambiale; primo giorno di Quaresima, si sa...
Adesso ti dirò: il domani poi, lettera di Aragno il fattore. Il crollo infernale aveva intronato tutte le case di Ripalta, ma gente non n’era perita. Il mio torrione, situato su terreno di trasporto, aveva barellato assai bene; s’erano fatte crepe importanti novissime, allargate le antiche. Ti puoi figurare! La mia povera bicocca avita, già tanto malandata, dove non oso tossire, nè sternutare e vo’ adagio in punta di piedi per non tirarmela in testa... V’andai subito, non trovaiquel gran male che m’attendevo: torrione, castello e il resto tenevano ancora benissimo insieme, ma il capo mastro di Ripalta mi avvertì che ci andrebbe assai ferro a rilegarli.
La spaccatura più pericolosa corrispondeva anche nell’interno, nella camera ove hai dormito, precisamente sotto il bel arazzo.
Ordinai si schiodasse. Ti ricordi?... il parato della camera è un coiame antico lavorato a rabeschi, staccato in certi punti e pendenti a pezzi e bocconi rasente il muro. Naturalmente la parte che correva sotto l’arazzo era più conservata, ma in un certo tratto mancava lasciando la muraglia nuda per uno spazio alto e rettangolare, come vi fosse stata nel tempo un’apertura. Una porta non poteva essere; immaginammo un armadio a muro; percotendo col pugno sonava a vuoto. Il capomastro picchiò colla picozza, venne a terra un palmo d’intonaco, si spostò un mattone ed ecco un buco scuro.
«Lavoro fatto in fretta e male!» brontolò l’uomo.
Ma vedi, un’altra idea veniva già a lui, ame, ad Aragno, a Michele: «chi sa mai, in un castellaccio antico, con tante guerre da che mondo è mondo, e rivoluzioni, epidemie ed accidenti, cosa poteva aver nascosto lì dentro l’anima cara d’un bisarcavolo mio». — Scudi, fiorini, ducatoni, marenghi!
Avanti, Dio superiore!... Il martello cominciò a lavorare. Si trovarono in alto i palchetti di legno vuoti, poi a basso un negozio lungo e massiccio intonacato di calce ingiallita; era duro e compatto, si cominciò a spezzare.
Stai a sentire! Si mostrarono prima certi cenci corrosi e scoloriti che presero una forma... la forma d’una persona avvoltolata fra coperte, e, subito, capisci, subito venne in luce la testa, una faccia umana vera, con la pelle secca e gialla come pergamena, stirata qua, grinzosa là, con gli occhi affossati nelle orbite enormi, la bocca storta e contratta, i denti visibili, bianchi ed intatti... E poi i capelli, le ciglia, certi mustacchi rossicci ancora aderenti, come incollati... una mummia, ecco, una vera mummia, in una parola!
Ti so dire che nessuno aveva faccia da ridere: pallidi, allibbiti, non si pronunciava sillaba, come non s’avesse più fiato...
Ho voluto tener la cosa segreta... Storie! Tutto il paese volle vedere: il parroco ha detto subito non so quante messe in suffragio dell’anima sconosciuta, e le pagherò io.
Il giornale della provincia: l’Eco dei colli, raccontò romanzescamente il fatto e concluse sperando che l’autorità, con perspicaci investigazioni, sarebbe riescita a stabilire l’identità degli avanzi e fare la luce. Sicuro!
Ma, viva Dio, non pare anche a te una cosa curiosa, fantastica, incredibile, enorme: un fatto da romanzo!?... A proposito, il dottore Vercellis è accorso subito, è rimasto di stucco anche lui e mi ha tanto raccomandato di venirtelo a dire.