Chapter 4

Mi trovai solo col cuore leggermente serrato da quel senso vago d’ansietà, che accompagna ogni cambiamento un po’ importante nelle nostre abitudini.

Mi trovai solo col cuore leggermente serrato da quel senso vago d’ansietà, che accompagna ogni cambiamento un po’ importante nelle nostre abitudini.

Guardai intorno sollevando in alto il lume e cercando, nella luce un po’ dubbia, di farmi un’idea netta di tutta la camera.

L’aspetto n’era singolare; non ispiravano melanconia nè letizia; trasportava, senza sforzo d’immaginazione, indietro di molti anni; e l’ambiente del principio di questo secolo era così ben definito, che si provava l’intuizione, direi quasi retrospettiva, d’avervi vissuto.

I mobili di maggior mole ed importanza, come i più piccoli arredi, avevano tra lorocome un’aria di famiglia. Erano tutti fabbricati nello stesso carattere, involti e coperti d’una medesima patina, e dormivano nell’ordine, nel luogo a loro destinato da chi aveva abitato un tempo quella stanza; ordine e sonno rispettato poi dai successori, che, vuoi per venerazione, vuoi per combinazione di speciali circostanze, non avevano più portato in quel sito il movimento e l’agitazione della vita.

Nel soffitto erano dipinte a chiaroscuro le quattro stagioni. V’era un vecchio coperto d’una pelle di volpe, che raffigurava l’inverno. La primavera era una giovinetta dalle forme sviluppate e le mani piene di rose. Un giovane nudo con un covone al fianco ed una falce in mano, una venditrice d’uva e di pomi, rappresentavano l’uno l’estate, l’altra l’autunno.

Un gran letto di legno scolpito, ornato di piastre e trofei in bronzo, s’avanzava fino nel mezzo della stanza.

Un canapè, due seggioloni ed alcune seggiole collocate lungo le pareti, tese d’unatappezzeria gialla a mazzolini di rose, avevano, nel dorso rigido e rettangolare, scolpita una lira colle sue corde.

Sul caminetto, v’era un orologio a pendolo a foggia di tempietto d’alabastro e sotto al quadrante di questo, tra le colonnine, due colombe posate sul margine d’una piccola vasca si dissetavano in un pezzetto di specchio, che rappresentava l’onda cristallina.

Accompagnavano l’orologio, due vasi sottovetro, pieni di fiori di carta scolorita.

Di fianco al letto, appiccata al muro, una rastrelliera reggeva un fucile, due pistole a pietra, un gran carniere a reticella verde ed una mazza il cui pomo tornito con una certa combinazione di giri, rappresentava il profilo di Napoleone I.

Non sentivo più d’aver sonno: andavo e venivo lungo le pareti, me ne scostavo ad un tratto, e fermo nel mezzo della camera, alzavo il lume dirigendolo a destra, a sinistra, in alto, in basso per scoprir nuove cose; poi mi avvicinavo ad osservar minutamente gli oggetti, attirato, spinto a proseguir il mioinventario da fremito intenso di curiosità rispettosa.

Al disopra del canapè era appeso un ritratto d’uomo.

Salii sul mobile ed attirandomi sulla persona un nuvolo di polvere e di ragnatele, lo staccai per esaminarlo da vicino.

Era mediocremente dipinto, ma ben disegnato, in linguaggio accademico: una bellatesta di espressione.

I capelli tirati sulla fronte ed i pizzi corti che inquadravano le guancie, interamente bianchi, contrastavano in modo singolare coi lineamenti d’un viso giovane ancora. Le fattezze tutte del volto erano pure, regolari, delicate e l’assenza completa di pelo alle labbra ed al mento comunicava loro una apparenza alquanto femminile.

Nei suoi occhi traspariva poi un sentimento di così profonda mestizia, che vi fermava lo sguardo, v’obbligava a pensarvi, v’interessava per modo che avreste voluto aver lui vivo d’innanzi, saperne i casi, la vita, ricevere le sue confidenze.

Incominciai a spogliarmi per pormi a letto.

Avendo l’abitudine di leggere prima di prender sonno, tolsi alla biblioteca, appesa accanto al caminetto, alcuni piccoli volumi, tutti insieme così per vederne i titoli.

Fatta la mia scelta volli riporre a luogo gli altri, ma pel vano aperto mi apparve al di dietro, dove avrebbe potuto essere una seconda serie di libri, una scatola rettangolare, che liberata e spolverata, venne in luce sotto la forma d’un vecchio cofanetto in lacca del Giappone.

Inutile dire che pensai subito ad aprirlo, vi sentivo ballar dentro degli oggetti, che dalla varietà dello strepito, giudicavo di diversa natura.

La chiave mancava, non la trovai nel vano lasciato nella biblioteca nè fra i libri rimasti.

Provai tutte quelle che aveva nel taschino; non entravano nella toppa o giravano a vuoto.

Non potendolo aprire in via naturale, non volendo ricorrere alla violenza, posai il mobiletto sull’ottomana e seguitai a spogliarminon senza volger lo sguardo di tanto in tanto, a quel bucolino scuro della serratura che, col suo piccolo punto brillante nel centro, pareva un occhio piccino piccino che mi guardasse insistente per eccitare la mia curiosità.

Ero in letto, e tenevo fra le mani il libro scelto:L’Abrégé portatif de la chasse du cerf tiré des meilleurs auteurs qui ont traité de cette matière et d’après la méthode pratiquée à la cour du roi de Sardaigne — Turin 1782.

No. Non potevo tardare a pigliar sonno.

Un cordoncino in seta rossa pendeva tra i fogli come un segno.

Aprii a quel punto per vedere a che quel segno si riferisse, un oggetto racchiuso frusciò scorrendo tra i fogli, luccicò sfuggendone... cercai fra le pieghe del lenzuolo... a capo del cordoncino rosso pendeva una piccola chiave dorata.

Un momento dopo ero seduto in camicia sul canapè: dal cofanetto aperto sulle ginocchia un profumo soave, sottile, sconosciuto, mi penetrava per le nari nel cervello, maneggiavo adagio, con riverenza, un piccoloportafoglio legato in avorio, un guanto lunghissimo ed una scatola circolare.

Il guanto era di donna senza dubbio e contemporaneo dell’imperatrice Giuseppina.

Nelle taschine di raso rosato del portafoglio vi erano su pagine di carta velina, alcune note insignificanti; alcune massime:

Souvenez vous de la faiblesse humaine, il est de notre nature de tomber et de faire des fautes. En avez vous commis? — ne craignez pas de les reparer.Votre âme est elle malade? Cherchez à la guérir.La vie est courte; ne portons pas trop loin nos espérances.

Souvenez vous de la faiblesse humaine, il est de notre nature de tomber et de faire des fautes. En avez vous commis? — ne craignez pas de les reparer.

Votre âme est elle malade? Cherchez à la guérir.

La vie est courte; ne portons pas trop loin nos espérances.

Erano d’una scrittura femminile finissima.

V’erano dei versi d’un altro carattere più probabilmente maschile:

Mes yeux ont contemplé ce portrait enchanteur,Que me donna sa main dans mes jours de bonheur!Cet aspect consolant soutenait mon courage:Avec recueillement j’adorais son image.J’y retrouvais ce front, si noble sans fiertéTrône de la pudeur et de la vérité;Cette bouche où souvent (oserai-je le dire?)Je vis, à mon approche, errer un doux sourire;Et cet œil qui, sévère et tendre tour-à-tourImprimait le respect, en inspirant l’amour:Un jour, ce souvenir, m’occupera sans cesse,Parcourant ce portrait, si cher à ma tendresse,Au feu de mes regards il parut s’animer:Ce que je ressentais, il parut l’exprimer.Un voile de douleurs, s’étendit sur ses charmes;Il semblait me parler, frémir, verser des larmes,Et je crûs un moment, satisfait et trompé,Qu’il répandait les pleurs, dont je l’avais trempé.Tiré de la lettre du comte de Comminges.

Mes yeux ont contemplé ce portrait enchanteur,Que me donna sa main dans mes jours de bonheur!Cet aspect consolant soutenait mon courage:Avec recueillement j’adorais son image.J’y retrouvais ce front, si noble sans fiertéTrône de la pudeur et de la vérité;Cette bouche où souvent (oserai-je le dire?)Je vis, à mon approche, errer un doux sourire;Et cet œil qui, sévère et tendre tour-à-tourImprimait le respect, en inspirant l’amour:Un jour, ce souvenir, m’occupera sans cesse,Parcourant ce portrait, si cher à ma tendresse,Au feu de mes regards il parut s’animer:Ce que je ressentais, il parut l’exprimer.Un voile de douleurs, s’étendit sur ses charmes;Il semblait me parler, frémir, verser des larmes,Et je crûs un moment, satisfait et trompé,Qu’il répandait les pleurs, dont je l’avais trempé.Tiré de la lettre du comte de Comminges.

Mes yeux ont contemplé ce portrait enchanteur,

Que me donna sa main dans mes jours de bonheur!

Cet aspect consolant soutenait mon courage:

Avec recueillement j’adorais son image.

J’y retrouvais ce front, si noble sans fierté

Trône de la pudeur et de la vérité;

Cette bouche où souvent (oserai-je le dire?)

Je vis, à mon approche, errer un doux sourire;

Et cet œil qui, sévère et tendre tour-à-tour

Imprimait le respect, en inspirant l’amour:

Un jour, ce souvenir, m’occupera sans cesse,

Parcourant ce portrait, si cher à ma tendresse,

Au feu de mes regards il parut s’animer:

Ce que je ressentais, il parut l’exprimer.

Un voile de douleurs, s’étendit sur ses charmes;

Il semblait me parler, frémir, verser des larmes,

Et je crûs un moment, satisfait et trompé,

Qu’il répandait les pleurs, dont je l’avais trempé.

Tiré de la lettre du comte de Comminges.

La scatola era in tartaruga cerchiata d’oro, tutta seminata di stelle dello stesso metallo.

L’aprii era vuota.

Trovai strano lo spessore del coperchio in proporzione del fondo.

Girando e rigirando, provai a torcere con forza, sentii che si svitava e lo ebbi fra mani diviso ancora in due.


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