Ero seduto sul letto ansante, sudato, col cuore che palpitava rabbioso, nulla discernendo nella camera oscurissima.
Ero seduto sul letto ansante, sudato, col cuore che palpitava rabbioso, nulla discernendo nella camera oscurissima.
— E così, rispondi o non rispondi? — gridava Mario fuor dell’uscio. Sei sveglio? — Bene alzati e fa presto... non hai zolfanelli?
Ed entrato in camera accese col suo il mio lume.
— Sai che sei pallido come uno spettro! — Hai avuto male? Perchè non hai chiamato? — Te lo voleva dire, ieri sera, di non mangiar tante pesche.
— Ma no... grazie, sto bene sai, ho dormito benissimo.
— Quando è così, spicciati, non basta arrivar presto, bisogna arrivar primi.
E sparve, impaziente ed affaccendato, giù per la scala.
Non potevo staccar gli occhi da quel punto.
Sogno, allucinazione, illusione dei sensi, fantasia;... siano pure... le linee squisite di quel gruppo trepidante d’un amore sconfinato e soprannaturale, mi sono incise nel cervello e ci andrà del tempo prima ch’io le senta affievolirsi e confondersi.
M’avvicinai al lungo mobile. La piccola miniatura posava sui cuscini accanto al ritratto d’uomo, appoggiato al bracciuolo; la muraglia in alto era leggermente scalcinata, il chiodo giaceva sotto il canapè.
Eppure avrei giurato d’averlo la sera riappiccato al muro, quel ritratto!