Eravamo armati ed in ordine. Mario aprì l’uscio verso il cortile, i cani si precipitarono in casa e vedendo brillare i fucili, cominciarono a latrare festosi: era venuto il tempo d’empire le nari, diguazzando nella rugiada, cogli effluvii grassi della selvaggina, venuto il tempo di piantar i denti nelle carni ancor vive e palpitanti degli animali feriti, e sfogar l’istinto feroce assaporando tra le fauci il sangue caldo e fumante, cogli occhi chiusi ed il corpo accosciato sotto i ceffoni ed i calci largiti dai padroni troppo frettolosi di ritirar la preda.
Eravamo armati ed in ordine. Mario aprì l’uscio verso il cortile, i cani si precipitarono in casa e vedendo brillare i fucili, cominciarono a latrare festosi: era venuto il tempo d’empire le nari, diguazzando nella rugiada, cogli effluvii grassi della selvaggina, venuto il tempo di piantar i denti nelle carni ancor vive e palpitanti degli animali feriti, e sfogar l’istinto feroce assaporando tra le fauci il sangue caldo e fumante, cogli occhi chiusi ed il corpo accosciato sotto i ceffoni ed i calci largiti dai padroni troppo frettolosi di ritirar la preda.
Un lampo abbagliante seguito immediatamente da fortissimo tuono, ci arrestò sulla soglia; i goccioloni caddero larghi e violenti, si fecero fitti, i lampi ed i rombi si succedettero,e così cominciò un bell’acquazzone con tutti i sintomi di durata più dichiarati.
Rinunzio a descrivere l’ira di Mario. — Io guardavo alla finestra volendo anche persuadere me, mentre cercavo persuadere lui: — Non può durare, caro mio un temporale, più è violento meno dura; fra mezz’ora, un’ora al più, saremo fuori.
L’acquazzone prolungandosi diminuì di violenza, si cambiò in una pioggia fitta, cheta, perfettamente verticale. Il cielo si rischiarò solo quanto bastava per provare che il giorno era venuto, vestì una tinta unita color del piombo e parve disporsi a restar così tutta la giornata.
Salii alla camera gialla. Volevo rivedere i due ritratti che si volevano tanto bene.
Due fisonomie animate e pensanti, piene di rilievo e d’espressione mi si disegnavano nella fantasia; i loro lineamenti si spiegavano, si illuminavano a vicenda, il sogno m’aveva lasciata quasi l’impressione d’un fatto reale.
Presi da una mano il ritratto grande, nell’altra il piccolo e scesi.
Mario saliva alla galleria per esaminar l’orizzonte. Veniva su svogliato, dondolandosi ad ogni scalino, aveva le ciglia alte, inarcate, teneva in mano un tozzo di pane, e vi mordeva tanto per sfogarsi, quanto per far colazione.
— E così, disse fermandosi a guardar quel che portavo, non ti resta a far di meglio che turbare il riposo ai miei avi?
— Tuoi avi?
— Sicuro, questo è il padre di mio padre, mio nonno Maurizio.
— E questa?
Mario mi tolse di mano la miniatura, la guardò, fece un atto di ammirazione e di meraviglia, poi entrò nella camera gialla e andò difilato alla finestra per osservarla in una luce chiara e decisa.
— È tua nonna, forse? gli domandai.
— Mia nonna no certo, questa signora non l’ho vista mai, non so niente, non so chi sia... Ma, per Dio, è una splendidacreatura!... Dove diavolo sei andato a snidarla?
— Sono stato indiscreto?
— No... perchè forse non l’avrei trovata mai.
Allora gli dissi minutamente dove e come aveva scoperto la miniatura.
Egli mi ascoltò cogli occhi fissi sul ritratto.
Mentre parlavo vedendo che si mangiava cogli occhi quella figurina, provavo un senso strano di gelosia e due o tre volte, stesi le mani quasi cercando ritorgliela. Infine scorgendolo serio ed attento, mi arrischiai a dirgli del sogno.
Or bene, non m’interruppe con impazienza, non rise, non l’attribuì come mi aspettavo alle uova sode mangiate coll’insalata, all’essere andato a letto subito dopo cena. Abbozzava probabilmente in quel punto un idillio con quella donna vissuta settant’anni addietro.
Andò poi lentamente nell’altra stanza, tornò con un martello ed un chiodo e rimise il ritratto del nonno a sito; quindi scostato,nella parete in faccia, l’orologio sul caminetto, collocò la miniatura di fronte, in modo che i due personaggi si potessero guardare.
Aperto infine il cofanetto giapponese fiutò, esaminò il guanto, lesse le note e le massime contenute nel piccolo portafoglio.
Ho detto che, oltre alle massime scritte da mano certamente femminile, vi erano alcuni versi di pugno più probabilmente maschile. Mario li osservò attentamente, poi uscito, tornò tosto tenendo fra le mani alcuni fogli manoscritti, confrontò i caratteri delle due scritture e parve soddisfatto di trovarle identiche.
— Ecco, mi disse porgendomi quei fogli, qui c’è il romanzo, il protagonista lo conoscevo, poichè ne avevo il ritratto, restava achercher la femme, e tu l’hai trovata. Tu sai, seguitò, che in questi tempi si sono rinvenute, inventate, pubblicate lettere, memorie, note senza fine. La scoperta più o meno vera d’un manoscritto, in cui è narrata per filo e per segno tutta una storia, è un vecchio artificio sul quale non abbiamo più molteillusioni; l’abbiamo accettato dai romanzieri e novellieri vecchi, l’accettiamo dai moderni, l’accetteremo, non potendone fare a meno, dai futuri. Eppure, eccoti qui alcuni fogli, che nessuno certo si divertì ad inventare ed a cacciar poi nel vecchio baule dove li ho trovati io.
L’anno scorso, quando in una dolorosa circostanza ho dovuto mettere mano al baule tarlato, ai sacchi sdrusciti delle vecchie carte di famiglia, e frugar a fondo nei testamenti, negli atti di lite, nei vecchi titoli di proprietà, questi fogli sbucarono fuori all’improvviso, pagine chiare e colorite, perdute fra i documenti serii e tediosi, come fiori in un sacco di patate.
Il carattere è quello di mio nonno Maurizio, l’ho confrontato con altri documenti che di lui mi rimangono. Come vedi sono fogli staccati, diversi di dimensione e di colore, e contengono la storia un po’ sconnessa, d’una sua violentissima passione per una donna che gli involò il cuore per modo che non lo riebbe mai più.
Nessuna data, nessuna cifra, salvo nell’ultimo, nel quale il carattere è come invecchiato, e si capisce scritto dalla medesima persona ed unito agli altri, molti anni dopo. Vedrai leggendo, al modo scucito, incompleto e disordinato di scrivere che l’autore non era uomo di lettere nè scrittore di professione, ma prendeva la penna così per scrivere senza preoccupazione di forma o di dettato al momento in cui gliene veniva la volontà, o l’idea. In molti punti le lettere tradiscono l’emozione della mano che le ha tracciate; insomma queste sono pagine di vita vissuta, evidentemente non scritte per essere conservate, per formare un così detto giornale, ma buttate là per sfogo, per calmare la febbre del cervello e dell’anima... cominciate, interrotte, riprese, testimonii forse di molti sospiri, di lagrime amare, di lotte tremende tra la ragione ed il cuore.
Quanto al personaggio, sono poco informato.
So però che egli nacque in Torino nel 1782, da parenti che non erano nobili, appartenevanoall’alta borghesia ma frequentavano la nobiltà, ne avevano presi i modi e le opinioni, tantochè furono poi classificati fra i così dettiaristocrates.
Da giovanissimo egli era stato destinato alla carriera delle armi, e tutti i suoi studi erano volti a questo scopo; ma poi uno zio, tornato di non so dove, aveva voluto farlo entrar nel commercio. Così inviato in Isvizzera ed in Francia, prima aveva imparato a volar sul ghiaccio coi pattini, a traversar laghi e fiumi a nuoto; poi s’era perfezionato nell’equitazione, nella scherma e nel tiro alla pistola.
Tornato a Torino, non aveva fatto il negoziante, e soldato lo diventò solo più tardi, quando si guadagnò il titolo di barone dell’impero, benchè semplice luogotenente, e la stella della Legion d’Onore.
Al tempo in cui probabilmente scrisse i primi di questi fogli, avendo fama di elegante fra gli eleganti, lavorava ad accrescerla e mantenerla, e lo immagino giovane, allegro, matto, disinvolto: in quell’età in cuicerti vapori offuscano il cervello, in cui si sogna come felicità unica, intensa, suprema, essere pazzamente amato da una donna altera e bellissima con tutto il raffinamento della eleganza, della passione, della colpa.
Quanto al fisico, non so se fosse l’Antinoo coi muscoli d’Ercole, se avessele torse d’airain, le poignet de fer, les muscles d’acier. Mai davanti agli occhi il ritratto a mezza figura, puoi immaginarti tutta la persona: prolungar l’abito azzurro chiaro, veder le gambe fine e nervose serrate nei calzoni color camoscio, ed i piedi aristocratici daci-devant, finamente calzati da stivali neri a ghiandina d’oro. Oltre al ritratto, ci sono io suo discendente diretto, guardaci; e formati da questi due documenti umani un ideale poetico quanto vuoi.