Chapter 9

Ecco quei fogli in tutta la loro integrità:

Ecco quei fogli in tutta la loro integrità:

(Iº)

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Che non ci sia proprio modo di pigliar sonno stanotte?.... Ho provati tutti i mezzi citati come infallibili: contati i numeri dall’uno al mille, poi ricominciato... Ho cercato di fermar la mente su cose noiose, sul libro di commercio che mi mandò ier sera lo zio... le idee scappano a divertirsi altrove e nonriesco a seccarmi tanto da far venir il sonno.

Non potendo leggere, voglio provare a scrivere. È una occupazione quasi nuova per me.

Scrivere a chi?

A nessuno.

Scrivere per metter fuori in qualche modo tutto quel trambusto che ho nel cervello stanotte, poichè non ho sonno, non posso leggere, non so che fare, ho bisogno di star solo, di sfogarmi da solo; tantochè se avessi qui un amico, non gli direi quello che penso, lo pregherei di andarsene perchè mi disturberebbe e mi riescirebbe assolutamente importuno. Sento che sfuggirei la più piacevole compagnia per potermi abbandonar liberamente ai miei pensieri.

E poi, ho questi bei fogli bianchi sul tavolo, mi sorride l’idea di farci scorrere sopra la penna... di appoggiarne di tanto in tanto il capo piumoso alla fronte, e quando mi par bene imbevuto, bene inzuppato d’idee, lasciar colar giù tutto, i pensieri insieme coll’inchiostro.Se mi annoierò verrà il sonno, nel caso contrario vuol dire che mi divertirò, e non domando di meglio.

Anche dodici ore or sono mi annoiavo.

Un sole di fuoco nelle vie, e nessuna energia per ritrarmi all’ombra.

Visitati tutti gli antiquari senza trovar nulla[1]. Non una forma femminile interessante, nella strada, alle finestre, ai balconi.

Nessun dolce pensiero da canticchiare fra i denti...

La noia è il gran male della mia vita; talvolta giungo a divertirmi anche solo colle immagini appassionate o bizzarre che nascono nella fantasia; ma oggi no, oggi avevo la mente intorpidita.

Se non fossi entrato nel cortile delle diligenze, forse avrei continuato ad annoiarmi fino a sera.

In certi giorni tutto è distrazione.

Quando mi accade di veder arrivare una di quelle grandi macchine che fanno traballar mobili e vetri con tutto quel fracasso di cavalli, ruote, sonagli, colpi di frusta, mi assale una gran curiosità, un desiderio irrequieto di sapere chi vi sta dentro.

Niente poi mi diverte quanto il trambusto della partenza, quando vi assisto come spettatore: i viaggiatori che vanno e vengono, i facchini che smuovono, portano, caricano sacchi, il conduttore, sempre tal quale, col suo berretto di pelliccia, il foglio coi nomi dei passeggieri in mano, rosso come un dindo, affannato a scalmanarsi bestemmiando attorno alle ruote, ai finimenti, ai bagagli male allogati.

Che sfilar di tipi. Quante figure curiose.gotichee strane che non s’incontrano altrove! — Quel tale che oggi andava,... fino, a Vercelli forse,... con un gran canestro di provvigioni, in una tasca una bottiglia, nell’altra una gran pistola che gli tirava il pastrano fino a terra.

Quei due poveri giovani cogli occhi fissi e rossi che non potevano nè piangere, nè parlare, nè separarsi... A quante scene da romanzo, da tragedia o da commedia non assisterebbe in un mese chi frequentasse tutti i giorni il cortile della gran posta.

Quando arrivò la diligenza di Lione, se m’avessero proposto d’indovinare chi vi era dentro... Elena! Proprio lei, dopo tanti anni, qui in Torino!

Ed il caso che mi fa trovare presente all’arrivo, come incaricato di riceverla, di farle gli onori!

Così avessi potuto avvicinarmi e parlarle!

Come ho presente tutto quello che mi accadde da quel momento fino a ieri sera, quando sono rientrato in casa!

Tutti i pensieri di prima, tutte le cose passate, affari, amori, piaceri antecedenti alla giornata di ieri, si fondono ora in una sola circostanza, in una sola persona, in un solo finale,... e non ho più potuto far altro stanotte che riandar colla mente tutti i minuti particolari di quel che mi avvenne, raccontarli, ripeterli, commentarli a me stesso.

Ecco perchè ho lo spirito tanto irritato, ecco perchè non mi è possibile dormire.

Ricomincio sempre daccapo: rivedo la diligenza che si ferma, le portiere fra le due ruote che si spalancano; incominciano a venir fuori prima lehouppelandesed ibonnets à poilsdegli ufficiali, poi quell’individuo grasso, col panciotto color fuoco a frangie verdi, il più pacifico fra gli orologiai di ginevra, senza dubbio, poi quel calvo alto, dallarédingotea sei pellegrine; poi ho visto quella manina finamente inguantata uscir dallo sportello del coupè e posarsi sul braccio dell’uomo già sceso prima e non ho più guardato altro.

Saltò a terra svelta e leggiera e nonla conobbi, ma mi parve che il cortile, la diligenza, le case, la gente intorno, tutto si illuminasse, come quando il cielo è grigio e scuro, e sbuca fuori all’improvviso un raggio di sole.

L’ho riconosciuta poi nella sala dell’amministrazione, allorchè sentendosi guardata, si volse verso di me si fece tutta rossa ed andò a passare il braccio in quello del marito senza rendersi, io credo, ragione dell’atto.

Aveva, mi pare, le ciglia un po’ serrate, l’insistenza di quell’individuo quasi nascosto in un angolo scuro, a divorarla cogli occhi, le dovette parere una bella e buona indiscrezione.

Ma Dio mio! non mi saziavo di guardarla.

Era così bella in quelladouillettedall’orlo di pelliccia, vista così di profilo, mentre batteva col piede leggermente il pavimento... aspettando che colui,... il marito, avesse finito coi bagagli.

Non m’ero ancor riavuto dalla sorpresa di riconoscerla, ero ancora intento a confermarla scoperta, che già sentivo nel cervello brulicare migliaia di ricordi. Scappavano fuori dagli angoli in cui erano sopiti, svegliandosi tutti ad un tempo come tanti freschi profumi, come avessi odorato un mazzo composto di fiori svariati.

E anche adesso, in questo momento... quante cose a cui non ho pensato più! Tutta quella splendida primavera, per esempio, passata nell’Astigiano, alla campagna della cugina Irene, Elena ed io eravamo sempre insieme.

Credo abbiamo tutti nel passato cotesti amori di fanciullo, vagiti del cuore che si sveglia, l’alba che precede il sole.

Che bei momenti in quelle passeggiate verso sera cogli altri villeggianti; le mamme indietro parlavano delle faccende di casa, e i nonni, i papà e gli zii, si fermavano di tanto in tanto, perduti in lunghi e interminabili discussioni, segnavano colle mazze, linee intricate nella polvere gialla della strada; tanti piani di battaglie.

Non capivo nulla di quel che dicevano igrandi; noi, fanciulli e bimbi, ci facevano camminare avanti.

Elena ed io serii e composti ci davamo lamano camminando, gli altri strillavano, scorrazzavano nell’erba, entravano nei fossi a pigliar le rane; ricordo i pugni che facevo piovere sul dorso del piccolo Luciano, sgarbato come un carrettiere, quando buttava il fango sulla vestina di lei. Quella veste di mussolina, all’enfant, la vedo ancora!

Quante memorie, quante memorie!

Quando le scrissi:Cara ti voglio tanto bene e sono il tuo Maurizio.

E posi la lettera nel cavo del melo, in giardino, dicendole d’andarla a prendere e di farmi una risposta.

E quando andando a porre nel cavo un bigliettino, Elena fu punta da una vespa nascosta. La sentii piangere, accorsi tutto sconvolto e piansi anch’io, senza accorgermi che le lagrime lavavano via il fango fresco che le applicavo sul ditino per calmare il dolore.

E la lettera perduta nel viale, e trovata dal giardiniere che per fortuna non sapeva leggere, e non scoprì la trafila tenebrosa del nostro intrigo.

Quanti anelli di perle infilate dati in cambio dei fiori che le portavo, e come era divenuto gonfio il suo libro da messa col fermaglio che non mordeva più, e i fiori che scappavano via da tutte le parti!

Come pianse quando ci separammo.

Io volevo far l’uomo. Sicuro! Bisognava essere calmi, forti, era questione di tempo, sarei tornato di Svizzera, l’avrei sposata senz’altro.

Ed invece!...

Un famoso biglietto difaire part, a Lione, anni dopo, colla sua brava vignetta: due cuori che ardevano sull’ara, una colomba che vi teneva col becco sospesa sopra una corona, l’arco e la faretra, un cane simbolo di fedeltà ed il motto:L’Amour nous unit!Annunzio di nozze del cittadino Giacomo Miniuti colla cittadina Elena Moreni.

Quanti discorsi a quei giorni cogli amici sull’incostanza delle donne, sui loro tradimenti, sulle illusioni perdute per sempre.

La sapevo col marito a Parigi... m’ero fatto all’idea di non vederla più, ed oggi, d’un tratto, dopo tanti anni, me la trovo davanti e per tutta una sera il destino ci colloca in presenza l’uno dell’altro, con ostinazione incredibile... e benedetta sia l’ostinazione del destino!

Ero persuaso quando la vidi all’angolo della Place Impériale[2]svoltare nella rue des Garde-Enfants[3]e scomparire nel portone dell’Hôtel de la Bonne Femme, che stanca dal viaggio non sarebbe più uscita nella giornata, ed invece, mentre al caffè del Rondeau parlavo cogli amici, eccola, fresca come una rosa, a braccia del marito, entrar nel viale di sinistra[4]e seguire al Po l’onda dei Torinesi, che vanno ogni giorno a vedere, ai lavori del Ponte, i prigionieri spagnuoli che fabbricano la palafitta.

Era bella quest’oggi la città; Ella deve averne riportato buona impressione; molte donnine eleganti, nei viali pieni d’ombra, molti bimbi che cercavano scarafaggi, empivano di ghiaia i carretti, facevano galloria nell’erba. Un’allegria di sole meravigliosasui prati, sulla collina in fondo, enorme mosaico di verdi variati, di seni tranquilli, di ville bianche e splendenti.

La vidi ritornar per l’altro viale, rimontar la via di Po, entrar a riposare nel gabinetto letterario di Carlo Bocca, la rividi al ristorante Dufour... al teatro Carignano.

È strano il fascino che esercita la donna bella ed onesta anche sui più indiavolati.

Stassera si faceva un baccano d’inferno da Dufour. La conversazione era quasi generale; un parlar alto, risate piene e sonore, frastuono di bicchieri, di piatti, di forchette.

Quei quattro ufficiali del 7º corazzieri colla loro Volpianina, cominciavano anche a passare il segno.

Quando comparve sulla soglia Elena col marito, ecco farsi la calma, l’ordine, la modestia, il silenzio.

Mi ricordò la scuola, l’entrata del professore in mezzo al tafferuglio della scolaresca.

Li vidi rimaner ambedue come imbarazzati da quel silenzio improvviso. Ella poi si fece di fuoco in volto quando non trovando tavoliliberi in nessuna delle sale, si videro soli ritti fra gente seduta, bersaglio a tutti gli sguardi, nella situazione leggermente umiliante di chi non ha potuto conseguire quel che bramava.

Ho fatto presto ad alzarmi ed offrire il mio posto... temevo che qualcuno mi prevenisse.

Ella s’inchinò senza guardarmi... e Miniuti:

— Merci, monsieur, ecc. ecc...... Me neandai a seguitar il pranzo col mio vecchio amico dal dorso convesso.

Come era elegante stassera; i capelli all’oiseau royal, l’abitobleu célestecoi bottonihistoire naturelle, il cappello all’écuyère, cravattaen couleur, occhialino, brillante nel dito, e catenelle lunghe fino alle ginocchia.

Bel tipo costui.

Pensavo ai tipi che si incontrano nel cortile delle diligenze; anche da Dufour, bisogna dire, ve n’è ogni sera bella collezione.

Quel signore, per esempio, seduto sempre al tavolo d’angolo in fondo, vestito come sotto Luigi XVI, coll’abito dibourracan, calzoni corti, calzechinés, scarpe a fibbia, e capelli incipriati. Egli è stato in tutte le grandi capitali, conosce tutti i gran personaggi, non nomina mai Roma senza far di cappello, ed ha scritto un libro misterioso sulle rivoluzioni del Kamtschatka, pieno, a quel che si dice, d’allusioni finissime alla nostra situazione politica.

Quell’altro che ci saluta tutte le sere, perchè il domani parte in missione diplomatica ela sera dopo è ancor là, fresco al suo tavolo, colla suajuliennedavanti e la metà di pollo al riso.

E il conte S...[5]non si lascia scappar proprio una parola.

Ma come originalità il mio gobbetto la vince su tutti[6], sempre cerimonioso fino all’esagerazione.

Stassera, sedendomi, gli ho pestato maledettamente un piede. Sono certo d’avergli dato un dolore atroce: Niente, prego!... colpa mia, tutta mia, ho l’orribile abitudine di cacciar troppo avanti i piedi.

Poi subito un aneddoto di circostanza:

La signorina Alessi, che, danzando davanti a Napoleone, nel ballo dato al Teatro dell’Opera, in occasione della sua venuta a Torino, posò un piede su quello dell’Imperatore:Eh! mademoiselle, sclamò l’imperatore,vous me faites reculer. E lei di scatto:C’est donc la première fois.

Come sa raccontar con brio ed ascoltar con garbo. Approva col capo, leva gli occhi al cielo, prende una faccia grave, ridente, addolorata a seconda del racconto... poi adiscorso finito, se è una signora che ha parlato, le bacia la mano, se è un uomo, glie la stringe calorosamente.

Conosce tutto il mondo. L’ho fatto parlare su Miniuti, sul marito di Elena.

Lo ha conosciuto, anni addietro, prima del matrimonio, lo ha praticato pochissimo, tuttavia, se a Parigi non s’è cambiato, può assicurare che è uomo educato, ma freddo ed impassibile. Geloso poi senza fallo. — Non di quelli certo che scherzano col pericolo e godono delle adorazioni pioventi sulle mani, sul collo, sul seno, della loro moglie quando la conducono in società. Lo crede insensibile e violento, uno di quei certi caratteri pieni di contraddizioni, capace di battersi con chi sparla d’un loro amico, e non trovar poi nè una parola di compianto, nè una consolazione per questo medesimo amico caduto nella sventura.

Aggressivo e duellista ha un famoso colpodritto, rapido come una pistolettata, nessuno con lui arriva alla parata. A Torino, aveva riputazione di un verobretteur, anzi si diceva scherzando di lui che aveva avuti tre duelli in un giorno, il primo con un francese che l’aveva guardato in faccia, l’altro con un russo che l’aveva guardato nel dorso, il terzo con un inglese che non l’aveva guardato!

E la rividi ancora al Teatro Carignano, alla:Donna soldato.

Ecco alla metà del 1º atto aprirsi l’uscio del palco, proprio di faccia al mio e comparir lei ancora.

Sciolta dallo sciallo di cachemire; elegantissima nella sua semplice veste dilevantineazzurrina, coi capelli rilevati dal pettine di corallo, ed il suo solito giro di perle al collo... eccola posare, con grazia tutta sua, il braccio tondo e bianchissimo sul davanzale di velluto rosso del palco e rimaner subito tutta attenta, assorta dallo spettacolo.

Non ci fu modo di trovarne gli occhi in tutta la sera; ho maledetta anche la musica di Pavesi e la voce della Gafforini!

Si fermerà Essa in Torino? Lunedì ballo dal Principe, la vedrò?... potrò parlarle?


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