—Buona notte, Paolina; io mi corico tardi perchè ho da ripassare un fascio di carte.
Riprese la penna e si mise a scrivere. Ma Paolina, ferma al posto, pallida di commozione svolgeva in quel momento nel segreto del cuore una questione terribilmente importante per lei.
—Ah! le duecento lire che mi regala dovrebbero secondo i suoi desideri cadere nelle mani della Rigotti che ha necessità di completare la dote! quale interesse nutre per la signorina? deve importare a lui ch'io la benefichi o no?… e poi che ha compreso come io sia lontana dal dividere i suoi sentimenti caritatevoli mi usa una rappresaglia! ripone il doppio di quanto mi ha offerto, m'interdice di domandargliene conto e si dispone cheto a favorir la Rigotti della cui riconoscenza si terrà fortunato.—No! fece a voce alta, afferrando il braccio di suo marito,—no, non lo permetto!
L'avvocato Zaeli volse la testa maravigliato.
—No, non devi irritarmi occupandoti tutto a un tratto di CeciliaRigotti.
—Cecilia Rigotti? come c'entra essa?… ma Paolina!
Paolina aveva rotta la diga, e la sua collera precipitava con l'impeto d'una fiumana. Piegata verso suo marito che sempre seduto teneva la penna sospesa sopra un foglio, proseguì accesa in viso, scintillante negli occhi:
—Credi ch'io non t'abbia compreso? tu pensi di favorire Cecilia Rigotti, che ieri, oggi stesso, parlava delle sue miserie volgendo verso di te quello sguardo che io pavento, sguardo cattivo… maligno, sguardo che mi riconduce al pensiero…
—Che cosa? interruppe Zaeli, attento e pacato.
—I giorni antichi. Ah, tu non sai il martirio del mio povero cuore.
—In verità, Paolina, io non riesco a capire.
—Egli è un segreto!—proruppe di nuovo la giovane che si premeva le mani sul cuore.—Ma il triste momento è venuto per me. Se tu sapessi il mio dolore, Zaeli, se tu sapessi quanto ho combattuto!
Zaeli lasciò cadere la penna, prese una mano di sua moglie e l'attirò dolcemente.
—Ho creduto, Paolina, che la tua vita fosse serena, e mi parli di segreti, di dolori, di combattimenti!!!
—È lei, è stata lei che mi ha rovinata la pace da lungo tempo, Zaeli!
Si coprì il viso con le mani, singhiozzando sommessamente.
—Ti ricordi, Zaeli, il micino bianco di Cecilia Rigotti?
L'avvocato appoggiò i gomiti su lo scrittoio e tutto pensoso lasciò vagare i suoi occhi nel vuoto.
—Un gatto? esclamò grave.
—Già. Cecilia Rigotti si valeva di lui per conversar teco per la scala… Non sorridere!—gridò chiudendo gli occhi; e con un trasporto di tenerezza buttando le braccia al collo di suo marito.—Io sono gelosa di Cecilia Rigotti.
—Bambina, bambina.
—L'odio!
—Oh mia piccola amica a quali follie ti abbandoni.
Paolina rialzò la testa.
—Piccola amica! che significa questo? Piccola, è parola umiliante.
—La cancelleremo dal nostro vocabolario quando tu sorgerai dalle insensate dubbiezze, indegne d'un animo forte.
—Ma io ti amo!
—No, mia cara, non è questo l'amore, è… l'hai detto tu stessa, è la gelosia: ma nemmeno la gelosia; aggiunse l'avvocato leggermente freddo ed ironico, è la sciocchezza della gelosia, nient'altro. Ora coricati, nè se ne parli mai più.
—Mi dirai a quale uso destini…
E col dito Paolina segnò il cassetto dello scrittoio.
Zaeli scosse negativamente la testa.
—No? perchè dici no? hai in animo di rendermi infelice? vuoi avvalorare i miei dubbi! Vuoi di questa povera, piccola amica quale mi chiami, farli una specie di schiava a cui sia interdetto di sapere le disposizioni del suo signore!… Che tu sii il padrone non me ne dolgo, ma questa volta io voglio essere la regina.
—E poi? domandò Zaeli sbadigliando, intingendo la penna nel calamaio intanto che la moglie si faceva vieppiù coraggiosa nella difesa de' suoi diritti.
—E poi mi oppongo assolutamente che la Rigotti sia beneficata da te.
—Vivi tranquilla e coricati… ho bisogno di lavorare.
—In grazia de' tuoi benefizi la Rigotti conserverebbe memoria di te, ed io non lo permetto.
—Basta! fece l'avvocato volgendo lo sguardo a sua moglie.—Era uno sguardo tutto nuovo per lei. Nella pupilla limpida e larga pareva esservi caduta una goccia d'inchiostro. Non tenne l'occhio fermo in viso a Paolina che per la durata di un lampo; ma Paolina sentì uno spasimo di soggezione che le sembrò d'una lunghezza spaventevole.
—Abbi in mente, mia cara, che gli uomini serii non si prestano alle insulsaggini del sentimento. Io, che in tuttociò che a te si riferisce ho conceduto sempre la massima attenzione, sono questa volta costretto ad interromperti… è la terza volta, se non erro, che ti saluto… basta, dunque… buona notte, Paolina.
Non v'era da ostinarsi con un uomo che alla cortesia dell'amico, alla tenerezza dell'amante, sostituiva finalmente l'autorità del marito.
Molte sono le donne che da quelle prime asprezze del matrimonio traggono ardire per ribellarsi; ma Paolina, che in mezzo alle violenze della sua gelosia, possedeva la dolce timidità della fanciulla, si ammansò tosto, e piegata docilmente la fronte accettò silenziosa il bacio che suo marito le posò su i capelli.
* * *
Tonino Grim*** in manica di camicia a cavalcioni su di una seggiola posa sua favorita, andava scompigliandosi i folti capelli, masticando fra i denti qualche parola che voleva essere in rima. Aveva saputo da sua sorella che la vecchia signora Rigotti avrebbe fra pochi mesi presa stanza in casa Grim*** in qualità di padrona, e siccome la notizia ne esilarava l'animo, si provava a comporre uno stornello (il genere di poesia che maggiormente lo solleticava) in onore della promessa sposa che rispettosamente avrebbe chiamata mammina.
La finestra a cui stava vicino dava sul giardinetto di funesta memoria dopo il dramma ivi compiutosi dal disgraziato Rigotti; nè v'era caso che Tonino Grim*** se ne dimenticasse, nè v'era sera buia e silenziosa in cui Tonino passando rasente alla finestra osasse guardare in giù per timore di veder sorgere la mesta ombra del suicida attraverso il fogliame della vite e dei fichi.
In pieno meriggio la cosa cambiava d'assai e Tonino a volta a volta si sentiva perfino il coraggio d'andare nell'orto, di staccare i grappoli d'uva e mangiarseli facendo le capriole.
Quel giorno, a cavalcioni sopra la seggiola, i gomiti appoggiati al davanzale, allegro per il bel sole che cacciava gli spettri, gridava da dieci minuti con ispirazione poetica:
«Oh viole rosse…«La sanerà il mio babbo dalla tosse!«Oh viole gialle…«La sposa ha sessant'anni sulle spalle!«Oh fior di mela…
E rideva, schiacciando coi denti bianchi come la neve i semi di zucca che la serva aveva messi ad asciugare sul parapetto della finestra.
—Di grazia, le signore Rigotti abitano ancora qui sopra?
A tale domanda che veniva fatta da una persona entrata allora dal cancello del giardino, Tonino Grim*** si sporse fuori fino alla cintura.
—Sì, signore, abitano sempre al secondo piano.
—Ho suonato ma nessuno mi ha aperto.
—La signora Rigotti è uscita mezz'ora fa.
—E la figliuola?
—La figliuola è in campagna da mia sorella.
L'interlocutore che stava abbasso parve riflettere, e Tonino, compiacentissimo, stava in attesa di qualche altra domanda.
—Se vi fosse mezzo di lasciare un'ambasciata!
—Lasci pure, mi incarico io di riferirla.
—Posso salire?
—Anzi!… si accomodi…
E Tonino in due salti fu all'uscio e lo aprì.
Colui che si presentava era un uomo di civile apparenza, non giovane, non vecchio, non bruttissimo, ma goffarello, impacciatello, non troppo bene in arnese per parere un di città, non bastevolmente a suo agio nei panni da campagnuolo per assomigliare ad un vero campagnuolo.
Restò titubante mezzo minuto in faccia a Tonino, che da giovinetto educato aveva in un lampo infilate le braccia nella sua giacca, e s'inchinava cortesemente sull'uscio. Ma siccome doveva interessar molto al signore ciò che stava per dire, cominciò per mescolare alle parole un sorriso dolce, sollecitante, pieno di calda sincerità.
—Vorrei che il signorino si ricordasse di dire alla signora Rigotti che è venuto a cercarla il maestro Polli…
—Polli?… fece Tonino guardandolo bene in viso e osservando curiosamente la pelle del signor Polli, granellosa e screziata dal sole come il collo di una tacchina.
—Sì, signore; il maestro Polli è venuto a cercare la signora Rigotti per un affare di premura; e tornerà.
—Ho capito.
—Tornerà appena abbia libere un altro paio di ore; dica che il maestro Polli ha in queste vacanze da lavorare per dieci.
—Ho capito.
—Nè ha potuto fino adesso trovare il tempo di dare una scappatina.
—Ho capito.
—La signora Rigotti sa dove abito. Abito in giù, presso le valli, lontano tredici buoni chilometri. L'aria però non vi è malsana, perchè vi ha terra coltivata all'intorno, e la mia casa è asciutta.
—Ho capito, ripetè Tonino per la quarta volta.
—Dica che tornerò. Oh si figuri! dopo la disgrazia… mi vengono i brividi! non so pensarvi,—alzò le mani e gli occhi al cielo.—Se poi la signora Rigotti volesse sapere il perchè non l'ho aspettata, risponda ella, caro signorino, queste parole: Il maestro Polli venne in città con l'affittuario, ma temeva di perder la corsa, poichè l'aspettavano a casa i figliuoli di un benestante, ai quali dà lezione alle cinque pomeridiane precise. Si ricorderà tutto questo?
—Spero di sì, rispose Tonino un tantino imbrogliato.
—Polli; si tenga a memoria Polli.
—Oh, in quanto a Polli, non lo dimentico, no; fece giovialmente il ragazzo guardando sempre il collo ruvido e rabescato del maestro di scuola.
—E la signora Cecilia?…
—Quella è in campagna da mia sorella.
—Di salute come sta la poverina?…
—Bene.
—Di spirito?
—Male.
—Persiste nell'idea di farsi monaca?
—Credo di sì.
—Falsa idea; disse il maestro abbassando io sguardo. Se lasciassi due righe per la signora Cecilia?
Tonino non disse nè sì nè no, ma si divertiva col signor Polli.
—Senta! proseguì questi ponendo la mano nella tasca del suo abito grossolano. Ho da quindici giorni preparata una lettera che non inviai, persuaso essere assai più conveniente parlare che scrivere. Ma giacchè gl'indugi sembrano volersi frapporre a certa conclusione che mi son prefisso, risolvo di dare a lei questa lettera che trasmetterà alla signora Rigotti.
—Non più tardi di questa sera.
—Bravo! le son tanto obbligato.
La determinazione doveva essere costata uno slancio di sentimento fuori del comune, poichè su la fronte del maestro Polli stillavano goccie di sudore. Consegnò la lettera e voltò bruscamente verso la scala, quasi volesse nascondere la confusione dell'animo, l'alterazione improvvisa del volto.
Tonino Grim***, richiuso l'uscio, riprese posto vicino alla finestra, recitando briosamente:
Oh viole gialle…La sposa ha sessant'anni sulle spalle!Fior senza nome…La sposa ha della cipria su le chiome!
—Cara, cara signora Rigotti! vociferava gestendo; ti avrò ai miei comandi! farai la calzetta, ed io troncherò il filo; cucirai le mutande del babbo, ed io ti ruberò gli occhiali; farai la crema, ed io l'anderò a mangiare in dispensa… evviva la mamma Rigotti! brrr… e il signor Rigotti? non verrà mica a far capolino fra le foglie del fico?…
Appena vide giungere a casa la vedova Rigotti, la chiamò dalla finestra, e le narrò della visita del maestro Polli.
—Ah! il degno amico si è ricordato di noi!
Tonino riportò fedelmente, con parecchi squarci d'aggiunta, l'ambasciata del maestro di scuola, e la signora sorrideva con mestizia e dava segni di consolazione.
—Polli è amico di casa fin da quando Cecilia era piccina; è un ottimo galantuomo che ha dell'affetto per noi.
—Verrà alle nozze! esclamò Tonino.
La vedova accennò che stesse zitto, e si ritrasse dalla finestra.
—Signora Rigotti!
—Non ho tempo, Tonino…
—Signora Rigotti!… mamma Rigotti!…
—Quieto, quieto! non son cose da dire adesso.
—Voglio la mamma Rigotti… evviva!
—Chiudo la finestra, veh!
—Ascolta, ascolta, mamma Rigotti: la serva brucia l'arrosto e bagna il pane nella pentola, la mamma Rigotti, no! vieni, o moglie del dottor Grim***.
—Tieni, buona lana, esclamò una voce, e sopra le spalle del giovinetto si posò alquanto pesante la mano del dottor Grim***, che rideva e ascoltava da un minuto.
Tonino rovesciò indietro la testa e con le braccia arrotondate in alto, si attaccò amorosamente al collo del padre. E allora l'ottima vedova, molto commossa, chiuse delicatamente la finestra della sua camera.
Dopo il pranzo, Tonino Grim*** andò in campagna da sua sorella Zaeli; si teneva chiusa la lettera del maestro Polli disotto al panciotto, e voleva darla a Cecilia in atto di grande mistero.
Non v'era allegria in casa Zaeli. Paolina, seria, ammalata d'emicrania, passeggiava nel prato a testa bassa, evitando di approssimarsi a suo marito che, seduto a ridosso del muro, fumava e leggeva. Fin dal mattino, l'insinuante gentilezza dell'avvocato l'aveva resa sicura che in lui s'era dissipata perfino l'ombra del malumore di cui nella sera antecedente essa aveva assaggiato l'amaro, ma siccome l'affare delle quattrocento lire poste in disparte pareva proprio condannato al silenzio, il cuore di Paolina nuotava ancora nel dubbio, e accadeva in lei ciò che comunemente accade a tutto il genere umano, massime femminile: la bontà di un avversario rinfuoca il risentimento di colui che un momento prima di fronte alla severità aveva abbassate le armi.
Zaeli notava il sussiego della moglie, ma fingeva bonariamente di non vederlo.
A fianco del casino, addossata anch'essa alla muraglia tuttavia calda dagli ultimi raggi del sole, stava Cecilia Rigotti seduta su un piccolo scanno, le mani congiunte su le ginocchia in posa estatica. Guardava le nubi color d'arancio picchiettate di bruno, frangiate d'argento, maturando nel suo pensiero la risoluzione d'andar via il giorno dopo, perchè la compagnia di Paolina erale diventata insopportabile, perchè era sazia di vedersi svolgere sotto gli occhi un idillio d'amore, un benessere materiale a cui essa era estranea.
Tonino si diè a correre il prato come un uccello scappato di gabbia; fece arrabbiare sua sorella che lo respinse un po' duramente, importunò l'avvocato che, paziente e gentile, finì per chiudere il libro e per mettersi in compagnia del giovanetto.
Tonino era la gioia di tutti, ma tutti però lo paventavano in certi giorni di soverchia allegria, quando il suo brio degenerava in provocazione, in petulanza.
Tonino trasse il cognato nel campo e lo lasciò con due contadini che si misero seco in discorso. Tornò frettoloso nel prato ove Paolina girava ancora svogliata e malinconica come prima e Cecilia al posto medesimo pareva sempre interrogare le nuvole che man mano si facevano color di cenere come i pensieri di lei.
Tonino voltando le spalle a sua sorella si appressò all'angolo del casino, sbirciò laCappuccina in erbae si piegò a raccogliere un sassolino dicendo a mezza voce:
—Signorina Rigotti!
Cecilia abbassò gli occhi.
—Ho una notizia da darle, signorina Rigotti.—Si raddrizzò nell'elegante e ardita altezza de' suoi sedici anni, fissando Cecilia con l'occhio furbo e indiscreto.—È venuto oggi il signor Polli a domandare di lei.
Cecilia non si scompose; appena appena mosse le labbra per dire:
—Che cosa voleva da me?
—Voleva salutarla e dirle tante cose; ma siccome l'ora era tarda e gli scolari l'aspettavano alle cinque pomeridiane precise, lasciò l'incarico a me di annunziarle la visita.
—Ha veduto mia madre?
—La signora Rigotti era assente.
Cecilia mostrò di averne saputo abbastanza, ma Tonino era solo a metà strada della conversazione.
—Signorina Rigotti!… ho qualche cosa da darle.
—A me?
—Aspetti un momento, tanto che Paolina si determini a volgere i passi a destra od a sinistra. Io so come van fatte le cose, aggiunse cacciando le mani nelle tasche dei pantaloni e girando a testa alta come un uomo di mondo.
Paolina rasentava la siepe; giunta alla svolta del campo, s'inoltrò finalmente verso la collina.
—La roba è qui sul mio petto, ripigliò il giovane fermandosi di fronte a Cecilia.
—Ma di qual roba parlate?
—Di quella che mi ha consegnato il signor maestro Polli e che debbo depositare nelle mani di lei. Il Polli, del resto, è un vero pollo spennacchiato e granelloso fino alla radice dei capelli, il che però non impedisce che sia un uomo molto piacevole e spirante bontà. Faccio la consegna, signora Rigotti?
—Vediamo infine di che cosa si tratta,
—Ecco: si tratta di una lettera che io le porgo in ginocchio, ad imitazione d'un paggio. Va bene così?
E, piegandosi graziosamente, presentò su la punta delle dita la lettera del maestro Polli.
Un sorriso languido, al pari di quello di un ammalato, errò su la bocca di Cecilia, il cui grand'occhio ebbe un lampo scontrandosi nello sguardo innocentemente inverecondo del giovanotto. La mano della Rigotti prese tutt'insieme la lettera e le dita di Tonino Grim***, poi le sue sopracciglia si contrassero vivamente.
—Che cosa vuol costui? mormorò Cecilia guardando la lettera e appoggiando la testa contro la parete.
La Rigotti aveva sete di emozioni; intravedeva il profilo dell'amore fin nel limpido, puro specchio dell'anima d'un adolescente. Se nella vita contemplativa a cui voleva darsi, si fosse insinuata l'immagine del bel fanciullo che le stava allora arditamente vicino, le cui mani le avevano sfiorate le pieghe dell'abito su le ginocchia, forse sul freddo scanno del coro essa avrebbe dovuto sussultare di fremiti, e la sua cella di cappuccina sarebbesi illuminata da chi sa quali splendidi e terribili sogni!
—Legga, signorina Rigotti, disse Tonino che non sapea comprendere il perchè di quella lentezza, di quel pallore diffuso sul viso sofferente della giovane donna.—Le lettere o non si accettano o si leggono tosto. Il cuore mi dice che dentro questa lettera vi è un soffio capace di rovesciare il disegno del monastero.
—Perchè dite così?
—Perchè il maestro Polli è innamorato di Cecilia Rigotti, o io non mi chiamo più Tonino Grim***.
—Innamorato di me?… non dite sciocchezze, Tonino; v'ha un uomo al mondo che si possa oramai innamorare di me? Dio non vuole, aggiunse chinando gli occhi dinanzi agli occhi brillanti di Tonino Grim***.
—Il maestro Polli domanderà il permesso al Signore; rispose ridente e malizioso il fanciullo.
—Allontanatevi, Tonino…
—Ah! la signorina ha ragione. Legga; io passeggio.
—No: restate qui; leggiamo insieme.
—Difatti! giacchè la lettera l'ho portata io!… Prese la lettera, l'aperse, si chinò vicinissimo alla Rigotti, e posta la testa accanto alla testa di lei, lesse sommessamente.
—«Cara e sempre amata Cecilia!» L'ho detto! esclamò Tonino. «Vi sono lontano, Cecilia, eppure vi sono vicino.» Oh! questo, per esempio, è un modo di esprimersi curiosissimo; sentenziò Tonino guardando in volto la Rigotti, i cui capelli mossi dal vento scorrevano su i capelli del ragazzino. Sentiamo pure!
—No, basta: fece Cecilia togliendogli di mano la lettera, piegandola, ponendola in tasca.
—Pazienza; disse Tonino meravigliato; ma in sostanza ho capito abbastanza. Il giorno in cui il dottor Grim*** prende in moglie la vedova Rigotti, la signorina Rigotti prenderà a marito il signor Polli.
E fece un salto di gioia.
Cecilia era sorta in piedi pallida da far pietà, entrò in casa, salì nella sua camera e lesse da cima a fondo la lettera. Era una proposta di matrimonio fatta nei termini più rispettosi, più teneri e sinceri che adoprar possa la penna d'un galantuomo.
Ritta in mezzo alla camera irradiata nel viso dalla luce purpurea del tramonto, fortemente eccitata da un tumulto d'idee che le battagliavano nella mente, Cecilia Rigotti, dopo aver esitato un istante, stese in atto risoluto la mano verso l'orizzonte infinito cui percorreva il suo occhio abbagliato.
—Dio non mi vuole! ma ch'io mi scosti da Dio per isposare il maestro di scuola, il vecchio Polli, che mi ha cullata su le ginocchia, è cosa inaudita, mostruosa, ridicola!—accompagnava le ultime parole con un sorriso di scherno.—Quando però debba essere così, così sia!—incrociò le braccia sul petto e chinò lievemente la testa.
—Che cosa arrischiavo facendomi suora?… l'anima. Che cosa comprometto sposando Polli?… anima e orgoglio. Ciò sia, ripetè freddamente, e andò ad appoggiarsi al davanzale della finestra.
Da lungi le perveniva la voce dell'avvocato Zaeli—di Tonino Grim***; e nella breve distanza dei viali erbosi sui quali si distendevano le prime ombre della sera spiccava l'abito chiaro di Paolina.
Salivano fino a Cecilia Rigotti, immobile nella sua contemplazione, gli effluvi delle piante aromatiche e l'acuto odore dei gelsomini che si arrampicavano fra la verdura lucida, ai ferri della sottoposta finestra. Cecilia respirava con voluttà di sentimento; e tratto tratto andava esclamando:—Non m'importa, non m'importa.
Che cosa non le importava? forse di essere fatta segno alla derisione indietreggiando dalla via del convento per muovere il passo verso un marito rappresentato dalla povera, goffa figura d'un maestro di campagna! forse non le importava di accettare l'oscura condizione in mezzo al mondo che dianzi aveva tante promesse per lei, mentre il suo cuore, guasto da un'educazione cattiva, numerava a palpiti d'invidia le laute agiatezze della famiglia e l'amore giovane e bello dell'avvocato Zaeli e di Paolina!
Non le importava! se lo diceva, se lo ripeteva, si serviva di quelle parole per tener salda se stessa, ma intanto due lagrime le correvano alle palpebre e un nodo doloroso le serrava la gola.
Non le importava! ma ritraendosi immantinente dalla scena che le si spiegava davanti solenne per bellezza e per quiete, andò barcollando fino alla sponda del letto, vi si rovesciò sopra dando in un pianto dirotto.
Suora senza vocazione o moglie senza amore, era l'avvenire di CeciliaRigotti.
Perchè suo padre dal fondo del suo sepolcro aperto anzi tempo, non la veniva a guardare? quel pianto, quella disperazione, tutto insieme quel miserevole tessuto di pigrizia, di invidia, di vanità, era opera sua. Aveva inebbriata la sua figliuola di ozio, di capriccio, di lusso e poi quando per continuarle il possesso di effimeri beni non trovò più i mezzi nel suo lavoro che andava languendo nella poltroneria, allora stanco di sè, impaurito dalle privazioni, se ne era andato, senza pensare al crollo dell'edifizio che schiacciava i superstiti.
* * *
Cecilia non fece motto della lettera ricevuta, ma prima di ritirarsi a sera inoltrata nella sua camera, disse a Paolina di voler ritornare in città la mattina veniente. La signora Zaeli non la trattenne.
—Parte domani mattina? chiese l'avvocato a sua moglie, appena l'ospite loro ebbe data la buona notte.
—Sì! e n'era tempo, rispose freddamente Paolina.
—Brava! la parola deve sempre rispondere al pensiero, per quanto possa essere poco gentile; disse Zaeli facendo una carezza alla moglie, che troncò subito l'argomento.
Che l'avvocato accompagnar dovesse a casa sua la signorina Rigotti, era tanto naturale, tanto inevitabile che Paolina non osò opporvisi, ma quell'ultima prova a cui doveva sottoporsi le parve la più crudele. Passò una notte inquieta; lasciò il letto prestissimo, propose di andar anch'essa in città, adducendo a pretesto il bisogno di far provviste. Ma Zaeli con la massima gentilezza disse di no; avere molti affari in quei giorno, non potersi curare di lei, deponesse l'idea di andare in città.
Paolina inghiottì il rifiuto come farmaco amaro, ma senza smorfia, con una dignità di donna offesa che vuol far vedere d'essere prudente, che lascia cadere l'insolenza per raccoglierla poi a tempo più adatto e restituirla forse con doppia fermezza.
Prima di uscire dalla camera, l'avvocato, già pronto a partire, si assise un momento allo scrittoio; scartabellò, rovistò, fece degli appunti sul libretto delle memorie e prese seco delle carte.
Paolina andava e veniva guardando con la coda dell'occhio. Scesa al pian terreno, trovò la Rigotti nel suo abito dimesso in attesa dell'avvocato; Paolina, celando la collera sotto l'espressione della stanchezza causatale, come disse, dall'emicrania sofferta, scambiò poche parole, accennò con impazienza alla scortesia di suo marito che si faceva aspettare, e sollevò la tenda cadente dinanzi alla porta. La passeggiata dal casino alla città non era breve; i pubblici giardini erano deserti in quell'ora, il sereno del cielo, l'aria profumata, eran tanti nemici che congiuravano contro Paolina.
La Rigotti le si accostò:
—Vi ringrazio, disse, della gentile ospitalità che mi avete concessa, e vi auguro che siate sempre felice.
Mentre Cecilia parlava ad occhi bassi, tenendo in mano una piccola borsa e l'ombrello, Paolina la considerava dal capo alle piante, radunando in cima al pensiero i torti mai cancellati della Rigotti; le provocazioni della finestra, le smanie di essere veduta, l'incontro su la scala, l'incidente del micino bianco… e sentiva un estremo bisogno di piangere.
L'avvocato era sceso; si partiva.
—Ma perchè, esclamò Paolina con impeto, non dirò io alla servente che tolga di mano a Cecilia questa borsa e gliela porti fino a casa sua?…
—Non amo che tu rimanga sola, disse Zaeli. M'incarico io di questa faccenda.
E prese di mano alla Rigotti il peso leggiero.
Paolina vide allontanarsi suo marito a fianco della Rigotti che attraversata la strada, messo il piede sul viale del giardino pubblico, girò indietro la testa, salutò anche una volta l'amica. Il raggio del sole ne abbelliva il sembiante, il cappello nero rendeva più bianca quella fronte su cui si spartivano i capelli naturalmente ondulati, lucidi, splendidi alla gran luce del cielo.
Appoggiata al pilastro del cancello, Paolina mormorava coi denti stretti:
—Non v'è più rimedio!
Difatti non v'era rimedio. L'avvocato Zaeli era per circa mezz'ora in balìa di Cecilia Rigotti, il cui fascino, il cui maligno intendimento poteva, secondo l'opinione di Paolina, metterne a cimento la pace, la serietà, l'onestà rara. Non v'era rimedio!… si allontanavano soli, liberi in mezzo all'ampia cornice di verdura, di orizzonte, di acque cristalline; era troppo! Paolina avrebbe voluto sospingerli in città col soffio di bile che le fluttuava in petto, o raggiungerli, frapporsi fra loro e intimare al marito—non la guardare!—I diciannove anni di Paolina erano insufficienti a darle consiglio in quella furia di temporale e piuttosto vi si piegavano sotto, restavan sbattuti, flagellati come un mazzetto di fiori su cui cade la brina.
Veramente addolorata tornò in casa e andò nella sua camera per cercarvi riposo; si affondò nella grande seggiola a bracciuoli, la testa nelle mani, i gomiti sulle ginocchia, piangente e fantasticante.
Ma la penombra della camera le accrebbe i tormenti del cuore e sorse tosto per cercar della luce.
Spalancò la finestra, si avvide d'aver rovesciato il calamaio sopra la scrivania di suo marito e contemplò il guasto, il disordine con occhio asciutto; una grande idea, fulgida come il raggio del sole che entrava dalla finestra, le aveva illuminato la mente.
Zaeli era stato attorno al cassetto della scrivania nel mattino stesso, aveva frugato, s'era poste in saccoccia delle carte… Gli occhi di Paolina s'ingrandivano, le sue labbra si schiudevano quasi per domandare…. Fosse mai?… Oh buon Dio!…
Sollevò la testa con un movimento di strana vivacità, si chinò, afferrò con le due mani le nappine di ebano poste ai lati del cassetto della scrivania, e tirò a sè. Inutile! il cassetto era chiuso a chiave. Perchè era chiuso? l'avvocato non serrava mai la scrivania! perchè la serrava quel giorno? ma dunque impediva alla moglie di penetrare nelle sue cose particolari, ma dunque aveva dei segreti!
Eccitata all'ultimo grado, Paolina si propose di aprire assolutamente il cassetto; assolutamente! aveva sette, otto ore di libertà e l'ansia del ladro, lo stimolo della gelosia; doveva quindi riuscire nell'intento.
Prese un coltello, ne introdusse la lama nella fessura dei cassetto, poi si appoggiò con forza sul manico per dare uno strappo ai chiodi della serratura; ma accadde che i chiodi non si smossero menomamente e si spezzò la lama…. Ricorse a un altro coltello più robusto, più largo… si ruppe ancora.
Paolina, con le braccia nude fino al gomito, le mani gonfie, arrossate, la fronte velata da ciocche di capelli molli di sudore, non assomigliava più alla gentile signorina, che l'avvocato Zaeli chiamava—suo dolce amore.—
Cercò dall'ortolano un utensile a proposito pei suoi disegni e lo trovò; si rimise al lavoro con la febbre dell'ira, il coraggio della gelosia, e neppure accorgendosi che le sue povere, bellissime unghie lucide come la madreperla si spezzavano in cima, scassinò finalmente la serratura, tirò con veemenza il cassetto e vi spinse il braccio nel fondo.
La scatoletta entro cui suo marito aveva messo sotto i suoi occhi i quattro boni da lire cento ciascuno, vi era!… ma… vuota.
Signore Iddio! quale dolore per la giovane sposa. Zaeli aveva portato il danaro con sè per darlo a Cecilia Rigotti! tutto lo dimostrava.
—È un orrore, è un'infamia, gridò Paolina prorompendo in singhiozzi. Sa che io sono gelosa, e mi pianta un pugnale nel cuore. Avesse sciupati i danari in una pazzia; li avesse buttati dalla finestra… li avesse giocati!… tutto perdonerei, ma darli alla Rigotti… no!… è una infamia!
Mise sottosopra con furore il cassetto dello scrittoio come fosse un canestro da lavoro; aperse plichi di carte, li sparpagliò in terra, mosse, rimosse involtini, rovesciò porta sigari, infranse una pipa, operò una specie di strage, ma non rinvenne il danaro.
La spossatezza la prese. Cadde su la poltrona chiudendo gli occhi, desiderando di morire.
Nessuno la disturbava; il sole riempiva di luce e di caldo la camera, ma Paolina non vedeva altra che buio; lo stormire degli alberi, il bisbiglio delle passere, la voce della serva che di tratto in tratto, al piano disotto, rompeva il silenzio, nulla giungeva agli orecchi di Paolina, assorta nei suo dolore di donna tradita. Veramente tradita; a che pro illudersi?… Le campane della parrocchia la scossero finalmente; era mezzogiorno, e in quel punto la sua donna di servizio batteva discretamente all'uscio per dirle che la colazione era pronta.
Mangiare?… mangiano forse le donne tradite?! domandò a se stessa.
—Lasciatemi sola, rispose con debole voce. Una voce argentina vibrò all'aperto e salì dal prato all'orecchio di Paolina come una nota di organetto o un trillo d'usignuolo.
—Ohe di casa! non v'è nessuno?
—Tonino! che cosa vuole Tonino!
—Non mi si apre, no? quale idea? siete chiuse in gabbia a mo' degli orsi o siete andate alla Madonna di San Luca?…
La serva volò giù dalle scale, e Paolina andò allo specchio per riparare al disordine della sua toeletta. Rimanersi in camera era impossibile poichè era arrivato Tonino, pronto a scassinare la serratura dell'uscio come lei aveva scassinata la serratura dello scrittoio. Bisognava farsi vedere.
—Ebbene, esclamò Tonino Grim*** ai piedi della scala, tenendo irriverentemente il cappellino di paglia molto abbassato su gli occhi, trafelato dal caldo, guardando sua sorella che scendeva oncia a oncia. Ti alzi adesso? hai la ciera d'un passerotto tolto dal nido.
—Vorrei sapere, Tonino, che cosa vieni a fare da me a quest'ora?
—Vengo a far colazione e più tardi a pranzare. Vengo per avere buona accoglienza, se no torno indietro e dico a Zaeli—vostra moglie è….
—Ti ha mandato Zaeli?
—Sicuro. Mi ha detto:—Tonino, giacchè sei ozioso come un cagnuolo, va da Paolina che ho lasciata indisposta e tienle compagnia.
—Lo sa, il perfido, ch'io sono indisposta! mormorò essa.
—Io ho risposto—vado—; ma prima ho aiutato il babbo a riporre un cesto di biancheria, ho badato alla serva che badava al fornello, l'ho aiutata a sbucciare i piselli e son venuto. Mamma Rigotti ti saluta. Oh, viole gialle! La sposa ha sessant'anni su le spalle!…
E si mise a girare in tondo, urtando le seggiole e i tavolini.
—Tonino, di'… Zaeli ha accompagnato Cecilia?
—L'ha accompagnata.
—Si è trattenuto molto tempo in casa sua?
—Molto.
—Come! gridò Paolina con uno scoppio di voce.
—Sei arrabbiata?
—Molto, hai detto?
—Lo so io?… non ci ho badato. Ti preme?
—No, fece Paolina reprimendosi.
—La signorina Rigotti doveva aver fretta di conferir con sua madre, perchè… bagattella! se tu sapessi! pare che il maestro… Polli abbia intenzione di sposare la signorina… zitto! io sono a parte dell'arcano; io ho portato la lettera… non faccio per dire, ma….
—Tonino… non dir bugie!
—Bugie! gridò il giovanetto spalancando gli occhi.
—Che mi parli di lettera, di sposo?…
—Dico la verità. Cecilia Rigotti è diventata smorta e poi rossa nel leggere la lettera dei maestro Polli; un ometto piacente in fede mia. Capisci? diamine! doveva accadere. La Rigotti lascia l'idea del convento per quella del pollaio… ah, ah, ah!… e la dote che ha raccolta per farsi monaca la spende in tanti abiti da promessa sposa.—Bene? andiamo dunque a mangiare.
Paolina restò di sasso. Le ore passavano quasi per incanto, assorta com'era in pensieri confusi. Non contemplò più nella sua fantasia Cecilia Rigotti nella santa, pericolosa poesia dell'abito monacale, ma parvele di vederla nella veste di sposar carica di ornamenti acquistati con le quattrocento lire di suo marito.
Tonino si occupò poco di lei; andò a divertirsi con l'ortolano che raccoglieva gli erbaggi e le frutta.
Quando l'avvocato Zaeli fu di ritorno dalla città, Paolina lo attendeva in camera, assisa nella grande seggiola a bracciuoli, il cassetto dello scrittoio ai suoi piedi voltato di sotto in su, gli oggetti sparsi ignominiosamente in terra.
* * *
L'avvocato aprì l'uscio della sua camera, fece due passi e richiuse.
Sua moglie non parve avvertirne l'arrivo tanto si mantenne immobile nella sua posa semi-tragica.
Lo sguardo di Zaeli si posò prima sul cassetto scassinato, poi andò lento, espressivo, illuminato da una fredda dolcezza sopra Paolina il cui cuore batteva da spezzarsi.
—I ladri hanno fatto scempio delle mie robe; disse il giovane deponendo il cappello e il bastone.—Ma furono corbellati, aggiunse ridendo.
—Sì; disse Paolina sorgendo ad un tratto. Il denaro non c'era più.
—La signora cercava dunque il denaro?
—La moglie cercava delle prove!
—E le ha trovate?
—Le ha trovate.
—Ah! l'assenza degli oggetti diventa prova flagrante nel codice matrimoniale?…
—Di codice non ne so; so, signore, che la vostra condotta è ripugnante, so che io non posso tollerarla, so che all'inganno rispondo con lo sprezzo.
—C'è altro?…
—Intendo che tutto sia finito fra noi.
—Tutto! La parola è immensa.
—È la sola parola che risponda al mio pensiero. Voi, signore, rendendo scopo de' vostri favori la signorina Rigotti, che io detesto, avete commessa un'azione da cattivo marito.
—Potrebbe un'opera di carità assumere la fisonomia della colpa?
—In questo caso sì, giacchè la carità serve di mantello a una volgar simpatia… e voi non aveste riguardo nel lacerarmi il cuore.
—Vediamo! disse l'avvocato, prendendo una seggiola e sedendo in mezzo alla camera. È gradevole il fare un po' di filosofia fra marito e moglie! facciamone, Paolina. Io, come vedi, ho la calma del filosofo, tu fa di ottenerla reprimendo l'audacia dello spirito ribellante. Discutiamo.
—Vorresti confondermi con le sottigliezze della vostra professione, rispose Paolina che non intendeva di prestarsi a un colloquio, ma voleva la lite, il conflitto. Non voglio discutere, io! dico inganno all'inganno, e domando soddisfazione dell'offesa che mi vien fatta.
—Offesa? ma l'offesa, Paolina, sei tu che la compi intera, brutta, grandissima, verso di me. Perchè hai il male della gelosia, ti dichiari offesa?…
Paolina sussultò.
—Sono gelosa a ragione, sì! questa volta a ragione. Voi nell'ambizione di raccomandarvi alla memoria, al cuore di una donna, vi togliete dal portafoglio una somma della quale dovevate disporre a profitto della famiglia. Potete negare che da mesi ci auguriamo la possibilità di acquistare un astuccio di posate d'argento?… era il mio sogno! potete negare che donando alla Rigotti quattrocento lire costringete me alla privazione d'un oggetto decoroso?
—È vero! avevo perfettamente dimenticato le posate d'argento, disse Zaeli, passandosi la mano sulla fronte. Per altro, tu stessa, Paolina, non dovevi pensarvi quando, con le dugento lire che ti regalai mi dicesti di farti un abito!…
Il fino rimprovero, avvolto nelle pieghe dell'osservazione, inacerbì davvantaggio lo spirito di Paolina.
—La donna pensa ai vestiti, disse con alterezza, e le spese domestiche toccano d'obbligo all'uomo quando questi non voglia, con mira galante, sciupare il superfluo de' suoi guadagni.
—Oh! oh! chi ti udisse parlare in tal guisa mi riputerebbe un libertino! disse l'avvocato guardando la moglie con l'occhio semichiuso,—Ma infin de' conti non si mette a brandelli la riputazione di un uomo senza prima scrutarla. Vediamo!… chi è l'avvocato Zaeli? che cosa ha fatto?…
—L'avvocato Zaeli era un marito perfetto… Ora non lo è più. Ha fatto un'imprudenza. Non ama più sua moglie!…—e la voce di Paolina tremava sempre di più.
—Davvero?
—No.
—Io della signora Rigotti mi curai come…. di niente.
—Ma le offriste con tutto ciò una somma!
L'avvocato Zaeli non rispose.
—La Rigotti fin da quando eravamo promessi sposi, cospirava contro di me! usciva dall'uscio della sua casa per incontrar te sul pianerottolo, e col pretesto del micino…
—Ancora il povero gatto! mormorò Zaeli dolente.
—Tentava ogni via d'impressionarti, ed io…
—La Rigotti, interruppe l'avvocato sollevando le spalle, è venuta in casa nostra per suggerimento di tuo padre; io l'ho trattata come l'educazione insegna di trattare gli ospiti; è andata via… felicissima notte.
—È andata via sola con te! proruppe Paolina nel bollore della collera che le sfigurava il viso bellissimo. Tu sei salito in casa sua, le hai fatto il dono ignobile… ignobile, ignobile! gridò tre volte con quanta furia di sprezzo poteva radunarsi in quella parola.
—Non è affatto ignobile la donazione che ha per obbiettivo la carità! fece l'avvocato, riparando con la mano uno sbadiglio.
—Se la Rigotti fosse vecchia, brutta, savia, tu le avresti fatta così splendida carità? no! è galanteria la tua, è entusiasmo!… io sono tradita!… concluse rovesciandosi indietro, cadendo su la poltrona e scoppiando in lagrime.
L'avvocato non si mosse ancora; guardava il soffitto e tendeva l'orecchio alla voce di Tonino Grim*** che parea contrastar con la cuoca.
Fra i singhiozzi, Paolina esclamava:
—Se io avessi una madre!…
Alla santa invocazione fatta da Paolina, suo marito corrugò le sopracciglia.
—Se io avessi una madre… cercherei rifugio nelle sue braccia, ora…. ch'io ben comprendo, come non vi sia amor vero oltre l'amor materno….
L'avvocato si alzò; bisognava pur finirla quella scena di pianto e di ripicchio mordace. Si alzò dalla scranna con una certa vivacità di movimento che arrestò subito la parola sul labbro di Paolina.
Si alzò pallido. Fece un giro nella camera pestando le carte giacenti, urtando il cassetto, e andò a porsi infine dinanzi a sua moglie:
—Signora! vi faccio noto che se voi amaste di inebbriarvi nell'acre voluttà dei litigi, io che non divido l'inclinazione malsana, vi consiglio di vincere voi stessa perchè la donna esagerata… la donna attaccabrighe… la donna audace… la donna impertinente ed ingiusta è un essere sommamente spregevole ai miei occhi…
Paolina sentì corrersi un brivido nella persona.
L'avvocato continuò:
—Signora! che voi siate diffidente è una disgrazia; ma che cerchiate ogni via per inabissarvi nel fitto di questo difetto, di questo dolore, è una specie di malignità di cui non vi supponeva capace. O avete stima di me, o sono addirittura un mostro ai vostri occhi… e giacchè mi avvedo ch'egli è appunto in tale concetto che mi tenete, ho bisogno di protestare e vi dico—non ho fatto niente di male, signora!—mi credete? mi credete, signora?—proseguì Zaeli alzando leggermente la voce,—mi credete, senza ch'io discenda a resoconti umilianti? abbiate la bontà di rispondere.
Paolina vedeva tutto fiamma attraverso le sue ciglia abbassate; un sudore freddo, pungente le intirizziva le mani abbandonate su le ampie pieghe dell'abito. Che cosa rispondere? la dominava un improvviso senso di soggezione a cui si era sottratta nel fervore della battaglia. Il rimorso d'aver trasceso si faceva strada nel cuore troppo violentemente dato in balia a una collera ingiuriosa. Dire a suo marito—vi credo—era facile cosa; ma dirlo con sicurezza di fede, quello era difficile. E per rispondere—non vi credo—le mancava il coraggio.
L'indugio disgustò l'avvocato.
—Capisco, disse ritraendosi di un passo, cangiando tono di voce. Donne d'intelligenza eletta, d'animo sinceramente devoto, ve ne sono poche al mondo. Io mi credevo di possederne una; ma non è vero.
Paolina si scosse.
—Perchè mi oltraggiate?
—Non è un oltraggio, è una verità dura e amara. Non è d'altronde colpa vostra, se ad un tratto mi comparite imperfetta; la colpa è mia che in un sogno d'amore m'era piaciuto vestirvi di meriti che non possedete.
—Ma… Zaeli! mormorò essa atterrita.
—L'illusione è stata bella come tutte le illusioni di amore. Ora a che disputare?… tu hai detto bene, continuò sorridendo ironicamente, camminando su e giù per la camera; tutto è finito! Sì, tutto è finito! Ci abitueremo alla vita dell'indifferenza!… nessuna fiducia, un contegno da estranei, il dispetto e poi la noia, e poi… La voce di Tonino urlò disotto alla finestra:
—Il pranzo è pronto, signori.
—Sì, tanto meglio; andiamo a pranzare. Ciò che v'ha di meraviglioso nella vita dell'uomo è l'ordine incessante col quale si ripartono le ore in qualsiasi condizione si trovi l'anima sua. Si pranza, si lavora, si dorme dopo aver pianto, dopo aver desiderato d'esser sotterra, dopo d'aver creduto di non riposare mai più! tanto meglio! andiamo a pranzare.
Offerse la mano a sua moglie con uno strano sorriso sul labbro; non era più l'avvocato Zaeli. Paolina lo guardava attenta. Nel suo cuore si sprigionava una voce che saliva, saliva alla gola, nè potè trattenerla.
—Stranieri l'uno all'altro, noi?… gridò con affanno. Noi? ma piuttosto morire!
L'avvocato balzò alla finestra.
—Attendi un momento, Tonino; termino di scrivere una lettera.
Ritornò vicino a sua moglie; non sorrideva più, ma un'ineffabile espressione di soddisfazione lo rendeva un'altra volta l'avvocato Zaeli. Paolina gli stendeva le braccia; ed esso presa con ambe le mani quella testa bionda, vi posò sopra le labbra.
—Sarebbe un grande peccato calpestare questo unico fiore della vita, rompere questo divino incanto dell'anima che si chiama amore. Che Dio ci perdoni, Paolina! è un orrore andar rasente a un abisso e non aver paura di cadere. Basta! basta! mai più. Guardami. Tu?… tu mancar di fede in me?… impossibile.
—Impossibile! ripetè Paolina, che, senza sapere in qual modo, dimenticava in quel punto i suoi tormenti di gelosia.
—Io sospettarti maligna, volgare? impossibile.
—È ciò che dico io, impossibile! esclamò Paolina con lo sguardo scintillante.
Le loro mani si strinsero; il sorriso del labbro si spezzò in un bacio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Gran bella cosa è l'amore. È la tavola che nei mar della vita non naufraga mai; tocca sempre la sponda per quanti flutti l'abbiano sbattuta. È la stella che trova infallibilmente fra i meandri delle nubi la striscia, il posticino da ricomparir nel sereno.
L'avvocato Zaeli, nella sua serietà d'uomo, aveva in quel momento trasfusa la letizia tenera, carezzevole del giovanetto. Guardava gli occhi di Paolina, che gli parean tanto più belli nel raggio sereno che aveva seguito lo squallore della tempesta; ne lisciava i capelli a metà disciolti, la teneva stretta con un braccio accanto a sè, ascoltando estatico le dolci parole d'affetto che essa gli susurrava all'orecchio.
Ma la voce di Tonino Grim*** continuava di sotto:
—Signori a pranzo—e dopo una pausa—signori è servito—signori faremo della minestra una colla stupenda per mettere su le impannate!
Zaeli prese il braccio di Paolina sotto il suo braccio.
—Bisogna essere giusti, disse con allegria; tuo fratello ha diritto di desinare, e noi abbiamo obbligo di dargli ascolto. Andiamo, Paolina… discorreremo dopo il pranzo.
Ma poi, arrestandosi d'un tratto, quasi pauroso di non trovare mai più un istante così bello d'amore, ispirato da un irresistibile desiderio di metter fine con un brillante episodio alla scena che erasi svolta sopra un fondo così burrascoso, lasciò il braccio della moglie, andò alla finestra di nuovo.
—La lettera è da suggellare, disse in fretta. Se tu non vuoi aspettarci, mangia Tonino, e finiscila.
Irradiata la fronte più che dalla luce del cielo, dalla limpida, schiettissima luce della felicità, si rivolse a sua moglie, fece un passo, si trasse dal petto il portafoglio.
—Tu pensi che io ne levi le quattrocento lire che hai invano cercato e le metta nelle tue mani? di', Paolina, non pensi tu a questo?—e apriva il portafoglio.
Paolina estatica, confusa, fece un gesto che significava:—ah fosse vero!—
—Oppure tu pensi che ad immensa sorpresa ti presenti la ricevuta dell'argentiere, che potrebbe da un momento all'altro mandare le posate di argento!…
—Ah! esclamò Paolina con gioia, allungando la mano.
—Nè l'una, nè l'altra cosa ti faccio vedere, Non sono le quattrocento lire cui tu sospettavi in mano alla Rigotti… non è la ricevuta dell'orefice… è… è…
Tentennava, pallido di commozione. La sua bella fisonomia aveva il fulgore che irraggia dalla coscienza soddisfatta. Nella sua destra teneva un foglio piegato.
—È… che cosa? fece Paolina impallidendo al magnifico pallore di suo marito.
—È il patrimonio dei nostri figliuoli! è una polizza di assicurazione sulla vita… sono ventimila lire che io regalo alla mia famiglia nel giorno della mia morte.
Paolina gettò un grido, gettandosi spaventata fra le braccia di suo marito.
—Bambina! hai paura che io muoia? disse il giovane dopo un breve silenzio rotto dal pianto sommesso di Paolina e dai baci ch'esso poneva su la fronte di lei. Rincorati, anima mia, ti svelerò il recondito bene che si racchiude in questo foglio di carta.
* * *
Seduto sopra un rialzo che dominava la bella campagna e la città rosseggiante di luce, l'avvocato Zaeli tenendo chiuse in una mano le due mani di Paolina, le dava spiegazione del contratto rappresentato nella polizza che le aveva fatto vedere, leggendo un libricino dalla copertina azzurra, che teneva nella destra.
—Per esempio, Paolina, tu che mi parli di morte e credi superstiziosamente che la si inviti a venire con un contratto di assicurazione su la vita, ascolta queste righe che, meglio di quanto ti posso dire io stesso, ti persuaderanno: «…. Non è senza interesse notare che chi entra nel consorzio degli assicurati della Reale Compagnia è ben lungi dall'aver fatto un patto con una morte prematura. Tutt'altro! è entrato anzi per questo fatto in società con una classe di persone che dietro dati sicuri hanno una mortalità inferiore a quella generale dimostrata dalle statistiche.» Imperocchè, Paolina, continuò l'avvocato posando il libretto sulle ginocchia, sappi bene che la Reale Compagnia non fa contratti con gente ammalata! e colui che appartiene alla società è in conseguenza più che sicuro dell'ottimo stato della propria salute, avendo in questa polizza un certificato di buonissima costituzione. Ne sei persuasa, Paolina?
—Giacchè tu lo dici, sì! ma ti amo tanto!
—Cara Paolina! e temi d'un triste augurio? Oh! no, no. Dividi con me la fiducia, o meglio la convinzione che io ho fatta un'azione più che commendevole, onesta; più che fruttuosa, splendida.
—Ma senti, Zaeli! tu vivendo com'io voglio e vorrà anche Iddio fino alla tarda vecchiaia, non potrai fare, in via di risparmio, il bene dei tuoi figliuoli? quelle ventimila lire che loro assicuri mediante un pagamento annuo, non puoi ammassarle nel tuo cassetto?…
—Chi può saperlo! l'impegno di pagare la quota è garanzia, e salvaguardia di ciò che appartener deve ai figliuoli, mentre la libertà di spendere, la tentazione di speculare può disfare in un soffio la somma che con le migliori intenzioni volevate serbare per la famiglia. Vedi tuo padre, Paolina! egli ha precisamente commesso l'errore di trascurare la buona idea di fare un contratto di previdenza nei tempi del suo abbondante guadagno. Quante volte me ne ha parlato! l'indolenza è stata la sua nemica. I guadagni, o meglio i risparmi sfumarono, e ora il dabben uomo desidera invano la compiacenza di lasciare a' suoi figli un capitale. E del resto, mia dolce, mia vera amica, continuò con accento di tenerezza profonda, v'ha sul capo di noi tutti una spada sospesa ad un filo… oh, non ispaventarti! la spada c'è, ma il filo non si tronca per ora, giacchè Dio non permetterà che tu pianga, nè la Reale Compagnia di assicurazioni bramerà pagare la somma appena fatto il contratto!—sorrise e continuò dolcemente,—egli è però certo, anima mia, che la morte può sorprendere un galantuomo da un momento all'altro, anche allora che vicino a una donna diletta sogna una eternità di consolazione; anche allora che in mezzo a una turba di piccoli angioli che lo fanno arrabbiare, sorride agli anni remoti! non vi è da illudersi. Tu, così pia, intelligente e informata al vero spirito della religione, sai meglio d'ogni altra che, alla sventura, sempre possibile, è giusto contrapporre non solo la rassegnazione, ma i mezzi altresì per renderla meno acuta e grande. Or dunque chi ama, chi pensa, chi ragiona seriamente, dice a sè stesso:—se io muoio di morte prematura, vi è la religione appunto che verrà ad offrire conforti alla mia povera famigliuola; ma… e l'interesse! si deve pensare anche a questo, Paolina! e quando alla famigliuola rimanga una prospettiva di materiale benessere, non sembrerà più leggiera la lapide che va a posarsi sul trapassato, non sarà meno squallida l'orma che stampò la disgrazia in quella casa?… Comprendi ora, mia cara Paolina, l'utilità somma di un contratto di previdenza?
—Sì, rispose Paolina, piegando la testa su la spalla di suo marito.
—Sei allegra?
—No.
—Ma perchè?
—Oh Zaeli! perchè mi rimorde il pensiero d'aver dubitato di te! d'averti offeso.
—Tutto è dimenticato, cara Paolina. Io sono così felice e ti amo tanto da non permettere che un'ombra sola di mestizia ti rimanga nell'anima. Dimmi che cosa posso fare per te?
—Amarmi sempre.
—È poco.
—Perdonare le mie debolezze.
—Di queste non ve ne saranno più.
—Mi reputi perfettamente guarita? chiese essa guardandolo con un misto di timidezza infantile e d'infantile graziosa malizia.
—Diamine, ne ho ferma fede, rispose l'avvocato affettuoso e grave. Perchè, bada, Paolina! non avrò sempre una polizza d'assicurazione per metterti su la via della ragione. La gelosia è un dolore grande, una croce terribile per la donna più che per l'uomo, e te ne dico subito il perchè. La donna, sensibile di cuore, ardente di fantasia, si trova assediata da un concorso di reali pericoli che giustificano di frequente i suoi timori. V'ha nella libertà dell'uomo ogni mezzo acconcio a favorirne l'incostanza, quindi la gelosia non è un sentimento irragionevole nella donna, ma piuttosto un'imposizione che le viene inflitta dalla società ingiusta con lei, indulgente con l'uomo. Ma poi, ascoltami bene, Paolina, vi è questo di buono: appunto perchè la donna ha spesso dei motivi non immaginari di gelosia, se avviene come nel caso tuo che abbia preso abbaglio e giunga a convincersi profondamente dell'onestà del marito, guarisce tosto dalla terribile malattia. Sarà stato a guisa d'un lampo che l'ha un momento acciecata, ma che le lascia dopo l'istantaneo tenebrore una limpida, sconfinata potenza di misurare il sereno de' cieli. Non è così dell'uomo. L'uomo è geloso il più delle volte per puro vizio di egoismo, per istintivo dispregio; è geloso in forza d'ambizione, di despotismo senza risentirne un danno intimo, una consumazione di febbre che è malattia, dolore supremo! è geloso anche senza un perchè… e non guarisce mai in conseguenza, perchè non è mai stato ammalato. Consolati dunque, Paolina, che, di noi due, il geloso eri tu. Tu sei risanata, lo so, lo vedo, lo possiamo insieme giurare…
—Sì! gridò Paolina, gettandogli le braccia al collo.
—Che se il geloso, per somma disgrazia, fossi stato io, oh povero angelo! la donna onesta non possiede abbastanza virtù per disperdere il sospetto ingiurioso di suo marito. Restituita che tu mi avessi la pace una volta, saremmo probabilmente tornati da capo!… Io con una sola parola ti ho fatta sicura.
—Adagio, adagio, disse Paolina con adorabile grazia. Le parole sono parole, e a me volevan dei fatti. E, preso in mano il libricino azzurro della Reale Assicurazione, lo sollevò festosamente nell'aria.
L'avvocato Zaeli afferrò sorridendo il libro, e, quasi fosse una sacra reliquia, se lo portò alla fronte, alle labbra, al cuore.
Senza essere santo, era certamente il pegno benedetto d'una eterna riconciliazione.
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