Divise le forze in tre colonne: la prima formante la sinistra agli ordini di Medici doveva marciare per il litorale fino a Milazzo, ultimo obbiettivo Messina; la seconda, al centro, condotta dal Turr per Missilmeri, Villafrati, Alia, Caltanisetta, sopra Catania, scopo ultimo Messina; la terza, all'estrema destra, comandante Bixio, per Corleone, Girgenti, Catania scopo finale Messina; così che, tutte le forze non avevano che un solo obbiettivo la punta del Faro.
La marcia di queste brigate contribuì moltissimo a sistemare il nuovo ordine di cose, a sollevare l'elemento liberale e por freno agli insani tentativi di disordini.
Ma questo consolidamento incontrava ostacoli per il fatto che armi borboniche occupavano deipunti importanti dell'Isola e tenevano in soggezione tutta la regione orientale, appoggiandosi su Milazzo e alla cittadella di Messina.
Il Dittatore riserbava a Medici la parte splendida di liberare questa regione dalle truppe borboniche, e Medici, ricevuti gli ordini, a marcia forzata occupava Barcellona, quivi giunto, temendo che i regi fortificati in Milazzo tentassero un colpo per sloggiarlo, avvisava a tutti i mezzi per fortificarvisi; occupava l'interessante posizione del fiume Meri; muniva il ponte con due cannoni; distendeva le sue ali di difesa fino all'altura del villaggio Meri; e tutto preparava alla difesa della sua posizione per dare tempo all'arrivo di altri rinforzi.
Le truppe borboniche così composte: un corpo di 3500 uomini proveniente da Messina, altro di 1500 stanziato a Milazzo, altri 2500 che si aggiunsero provenienti daaltre partidell'isola, erano comandate dal colonnello Bosco, il quale si trovava in grado di dare aspra battaglia.
Il giorno 17 ebbe luogo un primo fatto d'armi, ostinato e sanguinoso.
Medici si era fortificato presso Carriola alfiume Nocito, ed aveva occupata la strada di Meri e Milazzo, erigendovi barricate. Bosco pensò di sloggiarlo, e con forze preponderanti pervenne a passare oltre Carriola il Nocito; ma ivi s'impegnò un vivissimo combattimento con la destra di Medici, gagliardemente tenuta dal reggimento Malenchini; tanta resistenza da questa parte poneva i regi in pericolo di essere tagliati fuori della loro linea, per cui Bosco spinse altri battaglioni verso le barricate; il combattimento fu accanito, ma Medici per venirne a capo, lanciava contro le truppe borboniche un battaglione della riserva e i nostri alla punta della baionetta ricacciavano i regi dentro Milazzo. Le truppe comandate dal Malenchini combatterono sotto gli occhi di Medici assai valorosamente.
Il generale Garibaldi avvisato a Palermo della resistenza che incontrava Medici s'imbarcava con un buon rinforzo. Sbarcato a Patti corse innanzi solo, al quartiere generale di Medici. Vi arrivò il 19 e vi trovò anche il Cosenz.
Calcolando il generale che i rinforzi sbarcati a Patti sarebbero arrivati il 20 sul luogo del combattimento, decise di dare battaglia e d'investire Milazzo.
La mattina del 20 alle 5 il generale Medici divideva le sue truppe in due colonne, ciascuna di quattro battaglioni, una sotto il comando di Simonetta, l'altra sotto quello di Malenchini.
Deciso il combattimento Garibaldi ordina che il Malenchini per la strada di Santa Marina si porti ad assalire senz'altro la sinistra del nemico;dàincarico al Medici di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro spingendosi col centro e colla destra contro la città; affida a Nicola Fabrizi d'occupare con una legione di siciliani la strada di Spadafora per antivenire ogni sorpresa di un'eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che la colonna Cosenz, già partita fin dall'alba da Patti e rinforzata dal battaglioneDunne da quello del Guerzoni, lasciati a guardia di Meri, formino la riserva.
Alle 5 del mattino tutti erano in moto; il Malenchini alle 7 aveva già aperto il fuoco presso San Papino; anche il Medici attaccava il nemico al di là di San Pietro e il combattimento si accese, accanito su tutta la linea. I garibaldini si spingono verso Milazzo, ma la loro sinistra appoggiata al mare, trovò tale resistenza nei reginella strada di San Pepino e tale fuoco d'artiglieria dal forte e dalla batteria portata dietro i canneti, che furono obbligati a ripiegare.
Ad accrescere lo scompiglio nelle giovani schiere dei volontari, concorse la cavalleria nemica che irruppe furiosamente sui nostri, sbaragliandoli. Comandava questa colonna il colonnello Malenchini che, potentemente coadiuvato dai suoi bravi ufficiali, faceva sforzi eroici per riordinare i suoi e ricondurli alla pugna; chi si distinse per ardire insuperabile fu il Tommasi, che venne promosso tenente sul campo di battaglia.
Mentre questo avveniva sull'ala sinistra, Medici spingeva tre dei suoi battaglioni ed uno di Carabinieri genovesi verso il fiume Nocito; investiva i molini dove i regi eransi fortificati e tentava d'impadronirsi della lingua di terra che congiunge Milazzo con l'interno, e così girare alle spalle del corpo napoletano e tagliar fuori di Milazzo il Bosco; ma anche questo tentativo incontrò un'energica resistenza, perchè il Bosco da quel lato aveva spinto il maggior nerbo delle sue forze; si combatteva uno contro tre, senzacontare la mitraglia che, da dietro grandi siepi di fichi d'India, faceva strage dei nostri.
Medici riconosce la gravità della posizione e, da quell'eroe che era, decide d'avventarsi contro il cannone che faceva strage dei suoi e d'impossessarsene. "Meglio perire nell'arrischiata impresa, che vedere così sacrificati i miei soldati". Con questo pensiero raduna quanti più può dei suoi e si lancia in mezzo al fuoco nemico, ma nei primi passi gli cade morto il cavallo e al fianco suo è colpito da palla fredda il Cosenz, tanto da rimanerne tramortito; riavutosi tosto e circondato dai suoi valorosi compagni, riprende impavido il combattimento.
Garibaldi, accortosi del pericolo che correvano i suoi cari compagni, riunisce intorno a sè Missori, Statella e quanti trova sotto mano e si lancia al soccorso; il cavallo di Garibaldi è ferito e non sente più il freno; il tacco di un suo stivale è portato via da una scheggia; è obbligato a smontare dal cavallo; accanto a lui in quel momento cadeva mortalmente ferito il maggiore Breda; a Missori è pure ucciso il cavallo; anche Garibaldi vede che per spuntarla bisognava ad ogni costo impadronirsi del cannoneche faceva strage, edàgli ordini necessari; si lancia alla testa dei suoi e il cannone è preso e trascinato nelle proprie linee.
Allora la fanteria napolitana, che in quella giornata combattè valorosamente, apre i suoi ranghi e dà il passo ad una furiosa carica di cavalleria che s'avventa sui nostri come un turbine per riprendere il pezzo; le squadriglie siciliane giunte allora da Patti entrano in combattimento e con una formidabile scarica fermano l'impeto dei cavalieri; l'ufficiale che comandava la cavalleria è esso pure obbligato ad arrestarsi da Garibaldi che aveva preso la briglia del cavallo; l'ufficiale mena un fendente, ma Garibaldi para il colpo e con una pronta risposta gli taglia la gola; i napoletani assalgono Garibaldi; si combatte corpo a corpo; Missori scarica quanti colpi ha nel suo revolver ed uccide quantitentanoappressarsi al generale; Statella lo difende a colpi di sciabola, dando così tempo ai garibaldini di accorrere al soccorso.
Ma gli ostacoli sono insuperabili; gl'immensi canneti e le boscaglie di fichi d'India sparsi su quella riva impedivano ai garibaldini di far uso delle baionette, terribile arma loro prediletta, efavorivano i tiri dell'artiglieria borbonica. Per fortuna in quel momento apparve nella rada un vapore con bandiera italiana. Era la corvetta napoletana "La Veloce" che il comandante Anguissola, dando primo l'esempio della rivolta, aveva consegnata a Garibaldi, il quale la battezzava col nome di "Tuckery" in memoria del prode maggiore ungherese morto alla presa di Palermo. Il generale, senza perdita di tempo, si fa portare a bordo, e salito sulla coffa dell'albero di trinchetto domina tutto il teatro della battaglia; ordina al comandante d'accostarsi a tiro di mitraglia ed al momento opportuno fa fulminare di fianco le truppe borboniche, e ne fa strage tale che il nemico è sgominato in brev'ora.
Questo felice diversivo dà tempo al Medici ed al Cosenz di riordinare i loro battaglioni e prepararsi ad un decisivo assalto.
Garibaldi scende a terra dal Tukery con un manipolo di marinari armati, si mette alla testa dei suoi e si riprende l'assalto; tutte le riserve sono impegnate: il maggiore Guerzoni arriva esso pure coi suoi a passo di corsa; un'ultimo disperato assalto è ordinato, i canneti a sinistra, il ponte di Curiolo di fronte, le case di destra,terribili strette, sono tutte superate con indicibile valore; i cacciatori del Bosco rispondono con un fuoco infernale e recano ai nostri danni non lievi; il capitano Leardi, dopo aver veduto cadere attorno a sè non pochi dei suoi valorosi è ferito a morte; il Costa, lo Statella, il Martini, il Cosenz feriti; ma il nemico è in fuga e dopo del nemico i garibaldini entrano in Milazzo e i borbonici si rinchiudono nel forte.
La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra quelle combattute delle armi garibaldine nel 1860.
Su quattromila combattenti garibaldini, più di settecento restarono sul campo fra morti e feriti.
La giornata del 21 passò in entrambi i campi tranquilla, le nostre truppe riposarono, e quelle borboniche il 22 s'imbarcarono su tre navigli francesi per essere trasportate a Napoli.
Il 23 arrivavano nelle acque di Milazzo quattro navi da guerra napolitane; ma visto che i garibaldini erano padroni della piazza si limitarono ad imbarcare il presidio del Castello; sicchè il Castello, con cannoni, munizioni ed ogni attrezzo di guerra, rimaneva in potere di Garibaldi, che vi faceva inalberare la bandiera tricolore.
Dopo la presa di Milazzo anche le truppe che occupavano la cittadella di Messina si arresero.—Tutta la Sicilia era liberata!
Occorreva pensare al passaggio dello stretto ed alla continuazione della marcia gloriosa per le Calabrie alla capitale del Reame di Napoli, e primo pensiero del Duce fu quello di nominare comandante militare e civile di Messina l'illustre patriota Nicola Fabrizi, con suo Capo di Stato Maggiore il valoroso Abele Damiani.
Questo venerando patriota aveva organizzato a Malta un corpo d'italiani volontari del quale faceva parte il Pittaluga, che dopo lo scontro infelice di Grotte, sostenuto dal Zambianchi contro forze superiori papaline, aveva preso passaggio in un vapore delleMessaggeriesper raggiungere Garibaldi in Sicilia; col Pittaluga erano il Civinini, il Pedani livornese, ed altri.
Sbarcato il Fabrizi in Sicilia ebbe ordine da Garibaldi di recarsi a Barcellona per organizzare e prendere il comando dei battaglioni dell'Etna composti di patriotti siciliani. Il governo civile e militare di Messina era quindi affidato a buone mani.
Il passaggio sul continente non era cosa delle più facili; bisognava vincere le difficoltà che venivano dal Ministero in seguito alle pressioni dell'imperatore dei francesi; bisognava inoltre deludere la vigilanza della flotta nemica che giorno e notte batteva il mare e sorvegliava lo stretto senza contare che il Borbone, nonostante le defezioni, poteva sempre mettere a fronte di Garibaldi un Esercito organizzato di 100 mila uomini. Era necessario quindi fare uso di quegli audaci colpi di mano, nei quali Garibaldi era maestro.
Infatti la sera dell'8 agosto egli ordinava al Mussolino, calabrese, di tentare con un limitato numero di volontari scelti fra i più audaci, come Missori, Alberto Mario, Vincenzo Cattabeni ed altri valorosi, la sorpresa del forte Cavallo e la insurrezione della Calabria. La sera dopo ordinava a Salvatore Castiglia di sbarcare nell'Alta Fiumana con arditi garibaldini.
Persuaso Garibaldi, dopo quindici giorni di vani tentativi, della difficoltà del passaggio dello stretto di Messina, causa l'esiguità delle sue forze, ed avute notizie dal Bertani che in Sardegna stavasi organizzando una legione di circa 8 milabene armati sotto la direzione del colonnello Pianciani, col proposito d'invadere lo Stato Pontificio, convinto che su Roma si poteva marciare con più sicurezza per la via di Napoli, deliberava di portarsi egli stesso al Golfo degli Aranci per assicurarsi il concorso degli ottomila uomini coi quali avrebbe raddoppiato il numero delle sue forze. Non tardò a mettersi in viaggio ed appena arrivato si presentò d'improvviso a quella gioventù che anelava al combattimento; vinse col fascino delle sue parole gli scrupoli di qualcuno e, preso il comando di quelle truppe, se le trasse seco in Sicilia.
Date le disposizioni opportune per il governo dell'Isola—nominò Depretis Prodittatore e partì per Messina.
Prima di lasciare Palermo il Generale emanava l'ordine del giorno seguente:
Alle Squadre Cittadine!
"A Voi robusti e coraggiosi figli dei campi, io dico una parola di gratitudine in nome della patria italiana, a Voi che tanto contribuiste alla liberazione di questa terra, a Voi che conservaste il fuoco sacro della libertà sulle vette deivostri monti, affrontando, in pochi e male armati, le numerose ed agguerrite falangi dei dominatori.
"Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla fronte alta, colla coscienza d'aver adempiuto ad opera grande! Come sarà affettuoso l'amplesso delle vostre donne inorgoglite di Voi, accogliendovi festose nei vostri focolari! e Voi racconterete superbi ai vostri figli i perigli trascorsi nelle battaglie per la santa causa dell'Italia.
I vostri campi, non più calpestati dal mercenario, vi sembreranno più belli, più ridenti. Io vi seguirò col cuore nel tripudio delle vostre messi, delle vostre vendemmie, e nel giorno in cui la fortuna mi porgerà l'occasione di stringere ancora le vostre destre incallite, sia per narrare delle nostre vittorie o per debellare nuovi nemici della patria, Voi avrete stretto la mano di un fratello.
Palermo, 3 giugno.
G. Garibaldi.
Il generale Sirtori aveva già assicurati due vapori, il "Torino" ed il "Franklin", che faceva trovar pronti nel porto di Taormina. Senza perdita di tempo, appena arrivato a Messina, Garibaldi ordina a Bixio, che tanto aveva sospiratoquel comando, di mandare tutta la sua gente a Taormina (circa 4000 uomini) e d'imbarcarla sui due piroscafi. Bixio, che tutto aveva approntato per il passaggio dello Stretto, imbarcate le sue truppe, monta sul "Torino"; Garibaldi, arrivato in carozza da Messina, sale sul "Franklin" e nella notte del 19 di agosto, levate le ancore partono per la Calabria, ed allo spuntar dell'alba del 20 i due vapori si accostano a Melito tra Capo dell'Armi e Spartivento. Disgraziatamente nel prendere terra il "Torino" rimaneva arenato, ma non per questo venne ritardato lo sbarco a terra delle truppe garibaldine che fu effettuato senza contrasto; solo più tardi le navi da guerra napolitane in crociera se ne accorsero e presero a bombardare il "Torino" vuoto.
Bisognava impadronirsi con un colpo di mano di Reggio; e senza esitare il generale Garibaldi ordina di muovere all'assalto, e la sera del 20 i garibaldini ripresero la marcia. Ad una certa distanza dalla città il Generale faceva obbliquare a destra e per sentieri remoti, evitando gli avamposti nemici appostati sullo stradale, e guidato dal colonnello Plutino si avvicinava alla piazza. Fatti riposare i volontari e disposto che la divisioneBixio dovesse assalire dalla parte di destra e quella di Eberhardt da sinistra, dopo forte resistenza i nostri s'impadroniscono della città ed obbligano i Regi a rinchiudersi nel Castello.
A Garibaldi importava d'impossessarsi del Castello, perchè aveva avuto notizia che una forte colonna nemica, comandata dal generale Briganti, marciava su Reggio. Fortunatamente la comparsa di Missori, coi suoi reduci dall'impresa del Forte Cavallo, fece credere ai Napoletani che erano rinchiusi, di essere accerchiati, per cui alle prime fucilate piovute dall'alto domandarono d'arrendersi.
Questo è l'ordine del giorno che il generale Garibaldi aveva mandato alle sue truppe prima che si accingessero al passaggio del Faro.
Messina, 9 agosto 1860.
"Il maggior Casalta d'Ornano, della divisione Cosenz si dirigerà da questo porto di Torre di Faro per sbarcare sulla costa di Calabria tra Ragnore e Scilla.
"Egli comanda il suo battaglione e più un distaccamento del battaglione Fazioli. La suamissione è di propagare l'insurrezione contro il Borbone di Napoli ed il suo programma è quello dell'Italia e Vittorio Emanuele.
"Chiederà del colonnello Mussolino, lo cercherà e procurerà di coadiuvarlo in qualunque emergenza, siccome lo stesso Colonnello coadiuverà lui.
"Si manterrà possibilmente vicino al quartiere Generale, che terrà informato di qualunque cosa utile alla causa nazionale ed al servizio.
"Procurerà di tagliare le comunicazioni del nemico sullo stradale di Reggio e Napoli, impossessandosi dei suoi convogli, dispacci ecc.
"Occuperà il nemico instancabilmente mediante distaccamenti, in varie direzioni, per ingannarlo sulla sua vera situazione.
"Ubbidirà ai Colonnelli Mussolino e Missori soltanto nel caso che questi colonnelli dovendo operare sul nemico lo richiedessero del suo concorso; egli parteciperà queste istesse istruzioni ai Colonnelli suddetti.
"Sopratutto egli farà ogni sforzo per cattivarsi l'amicizia delle popolazioni ed impedire qualunque prepotenza delle sue truppe contro le stesse.
"Infine l'Esercito Meridionale confida che l'onore delle armi italiane riceverà nuovo lustro dal coraggio, capacità e patriottismo del maggiore Casalta.
G. Garibaldi.
I risultati della presa di Reggio furono di grandissima importanza; Garibaldi si rendeva padrone di buon materiale da guerra e acquistava per base d'operazione sul continente una piazza di grande rilievo.
La vittoria di Reggio era ben presto coronata da altra pure importantissima e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz, imbarcata sopra la flottiglia del Faro la sua divisione, i Carabinieri Genovesi, e la Legione estera, riusciva ad approdare su la spiaggia calabrese nelle vicinanze di Scilla, mettendosi così alle spalle della forte brigala Briganti, accampata presso San Giovanni.
Avuta notizia del fortunato sbarco di Cosenz a Scilla, il generale Garibaldi si mosse senza indugio con tutti i suoi da Reggio, ove lasciava il colonnello Plutino con una colonna di patriotti calabresi, per prendere fra due fuochi i Borbonici, comandati dal Briganti e dal Melendez. Lemosse dei garibaldini furono così ben combinate che riuscirono a circuire le forze regie, tantochè Garibaldi, serrandole d'appresso e sicuro del fatto suo, intimava la resa. Allora si videro novemila uomini d'ogni arma, ricchi d'artiglieria e d'ogni attrezzo di guerra, abbassare le armi, dopo debole resistenza, innanzi a seimila garibaldini quasi sprovvisti di tutto. Però nel breve combattimento sostenuto dal Cosenz nel prendere terra nelle vicinanze di Scilla, dopo di essere sfuggito miracolosamente alla flotta borbonica in crociera, si ebbe a deplorare una preziosissima perdita, quella di Paul De Flotte, deputato all'Assemblearepubblicanafrancese, il quale erasi unito ai Mille col Locroix, col Dumas e con altri fratelli di Francia, venuti a combattere per la libertà ed unità d'Italia; perdita dolorosissima per tutti, ma particolarmente per Garibaldi, che così ne scrisse al Bertani, in forma d'ordine del giorno del 24 agosto:
"Abbiamo perduto De Flotte! gli epiteti di bravo, di onesto, di vero democratico sono impotenti per esprimere tutto l'eroismo di quest'anima incomparabile!
"De Flotte, nobile figlio della Francia, erauno di quegli esseri privilegiati che un sol paese non ha diritto di appropriarsi; no, De Flotte appartenne all'umanità intera; giacchè per lui la patria era ovunque un popolo sofferente e curvo si rialzava per la libertà.
"De Flotte morto per l'Italia, ha combattuto per essa come avrebbe combattuto per la Francia.
"Quest'uomo illustre è un legame prezioso per la fratellanza dei popoli che attende l'avvenire dell'Umanità. Morto nei ranghi dei Cacciatori delle Alpi, egli era, come molti dei suoi bravi concittadini, il rappresentante della generosa Nazione, che si può arrestare un momento, ma che è destinata a marciare in avanguardia dell'emancipazione dei popoli e della civiltà del mondo.
24 agosto.
G. Garibaldi.
Da quel giorno lo sfacelo dell'esercito borbonico delle Calabrie seguì con rapidità crescente. Tutte le provincie si sollevavano precedendo le forze della rivoluzione, guidate da Garibaldi. La città di Potenza cacciava le truppe che la custodivano, e la Basilicata rivendicava la sua libertà. Cosenza costringeva le forze borbonichea capitolare ed a ritirarsi a Salerno, con impegno di non più combattere contro Garibaldi. A Foggia, a Bari le truppe fraternizzarono col popolo. Il Generale Viale, che stava a guardia delle Termopoli di Monteleone con 12000 uomini, minacciato dall'insurrezione del popolo e dalla sedizione delle truppe, batteva in ritirata, abbandonando ai garibaldini una delle più forti posizioni, chiave strategica delle Calabrie. Delle truppe in ritirata prese il comando il generale Chio che si arrestava a Saveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, per attendere di piè fermo ilsopraggiungeredei Garibaldini. Prima però che egli arrivasse a Saveria, le alture che la dominano, erano occupate dalle bande calabresi di Stocco, parte delle quali erano dirette e comandate dal valoroso patriota Antonio Taglieri, che nominato tenente passò poi nel 2oreggimento della divisione Cosenz; cosicchè il Chio si trovò prima di combattere, accerchiato. Garibaldi ordinò tosto a tutte le truppe che lo seguivano di convergere a marcia forzata su Tiriolo, e, appena potè avere sottomano l'avanguardia della divisione Cosenz, la lanciò sulla strada di Saveria-Manelli, fece calare dalle alture le bande dello Stocco, ed intimò al generale Chio la resa.
Questi tentò di guadagnare tempo, ma dopo un'ora altri 12000 uomini andavano dispersi e disciolti come quelli del generale Briganti, lasciando libere nelle mani del Dittatore tutte le Calabrie. Garibaldi intanto proseguiva la marcia trionfale per Napoli.
Tra Salerno ed Avellino circa ventimila uomini, la più parte mercenarii stranieri, stavano aspettando Garibaldi, risoluti a combattere. Ma corsa la notizia che la rivoluzione si era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che il generale Calderelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar segni di ammutinamento; il che tolse ai comandanti la speranza di tentare un attacco con probabilità di successo.
L'arrivo di queste notizie a Napoli indusse il Re a ritirarsi a Gaeta; il che fece il 6 del mese di Settembre, lasciando Napoli in tutela della Guardia Nazionale. All'udire la lieta notizia Garibaldi presa a Vietri la ferrovia, arrivò a mezzogiorno alla stazione di Napoli ove Liborio Romano lo ricevette, felicitandolo a nome della cittadinanza. Al tocco, in carrozza, accompagnatoda Cosenz, da Bertani, da Missori, da Nullo e da pochi altri ufficiali entrava in Napoli, passando sotto i forti ancora occupati dalle truppe borboniche, in mezzo a soldati nemici sparsi per la città e fra l'entusiasmo di un popolo delirante, scendeva alla Foresteria, palazzo del Governo, e ne prendeva possesso.
Primo suo atto fu quello di emanare il seguente Decreto:
Napoli, 7 settembre 1860.
Il Dittatore Decreta:
"Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle due Sicilie, Arsenali e materiali di Marina, sono aggregati alla Squadra del Re Vittorio Emanuele, comandata dall'Amiraglio Persano".
G. Garibaldi.
Istituiva tosto il governo dittatoriale, nominando Crispi ministro degli Esteri, Bertani ministro dell'Interno, Cosenz ministro della Guerra, ed al general Turr dava il comando di tutte le truppe stanziate a Caserta ed al Volturno.
Il 18 settembre il generale Turr, comandante le forze al Volturno chiamava asèil suo capo di Stato Maggiore e tutti i comandanti delle brigateai suoi ordini; esponeva ad essi il progetto di una ricognizione offensiva su Capua, onde antivenire una battaglia che, secondo notizie ricevute, i regi si apprestavano a dare appunto nel giorno 19 dedicato a S. Gennaro, dal quale speravano protezione e vittoria. Si doveva simulare un attacco sul fronte di Capua, per attirarvi le forze borboniche ed impedire alle medesime di portare soccorso alla loro sinistra dove dovevano operare le colonne di Csudafii e di Cattabeni; dava ad ognuno dei comandanti di brigata verbali istruzioni, determinando ad ognuno la parte che doveva prendervi; raccomandava infine ai comandanti di non esporre le truppe oltre il limite richiesto dallo scopo cui tendeva l'azione, cioè la simulazione di un attacco.
Ordinava quindi che l'azione dovesse effettuarsi nelle prime ore del giorno seguente, 19 settembre.
In seguito a tale ordine i colonnelli brigadieri Spangaro, Puppi e di Giorgis si mossero sul fare del giorno del 19 al simulato attacco di Capua.
L'attacco contro il fronte di questa fortezza fu sostenuto con grande valore; colla punta dellabaionetta furono snidati i borbonici che occupavano due cascine sulla strada conducente agli approcci del forte e quelli appostati fra l'argine della ferrovia e la strada postale.
I bersaglieri milanesi, comandati dal capitano Pedotti, compirono atti di grande valore; il capitano, cacciatosi coi suoi fra le fitte schiere nemiche, corse pericolo di essere soprafatto; vi fu un momento in cui fu creduto perduto, ma il destino lo volle conservato alla patria.
La mitraglia, senza interruzione vomitata dai bastioni edaiforti di Capua, cagionava perdite enormi; lo stesso brigadiere Puppi, mentre con temerario ardimento si esponeva alla testa dei suoi, cadeva mortalmente ferito. Ormai lo scopo che il comandante superiore erasi prefisso poteva ritenersi pienamente ottenuto; per cui venne ordinato di retrocedere ordinatamente, per riprendere ciascun corpo le proprie posizioni. Al capitano Pedotti coi suoi bersaglieri milanesi, coadiuvato dal luogotenente Zancarini, comandante la compagnia Genio, fu dato l'arduo incarico di sostenere e proteggere la ritirata del grosso delle truppe garibaldine e di trarre in salvo l'artiglieria, specialmente i pezzi che il fuoco nemico aveva smontati.
Il nemico, appena visto che i nostri muovevano in ritirata, baldanzosamente usciva in buon numero dal forte per inseguirli e molestarli; ma venne arrestato dalle punte delle baionette dei bravi bersaglieri che, guidati dal loro comandante capitano Pedotti e assecondati dal 3obattaglione comandato dal capitano De Caroli, lo misero in fuga, inseguendolo fin sotto ai bastioni di Capua, al grido di "viva Garibaldi".
Il capitano Pedotti per la sua eroica condotta veniva proposto per la promozione e per la croce dell'Ordine Militare di Savoia.
Altri ufficiali per la loro bella condotta ebbero pure meritate onorificienze.
Il maggiore Cattabeni, partito secondo l'ordine ricevuto da Caserta alle 3 pom. del giorno 18, arrivava a Limatola a mezzanotte e mandava il seguente rapporto:
Al generale Turr.
"Mi trovo ad un terzo di miglio dalle sponde del fiume. Mi è riuscito ottenere tre pescatori che mi serviranno di guida. Da qui a Caiazzo vi sono circa 4 miglia. I soldati riposano, e alle 2 e mezza riprenderò la marcia. Ho ordinato ai soldati di mettere le giberne all'estremità delfucile, perchè troveremo un mezz'uomo d'acqua abbondante.
"Dai rinsegnamenti avuti, in Caiazzo ci sono 600 regi, con due pezzi d'artiglieria.
"Al giungere di questo rapporto, son sicuro Caiazzo sarà in nostro potere. Non potevamo scegliere un miglior punto di questo per passare il fiume. Alle 4 e mezza darò l'assalto a Caiazzo, e vedrà che i cacciatori di Bologna son degni di essere sotto i suoi comandi".
firmato G. B. Cattabeni.
E, come aveva promesso, le truppe comandate dal Cattabeni alle 5 e mezza entravano a Caiazzo.
Ottenuto lo scopo della ricognizione e di esplorare le forze del nemico, il Turr esponeva al generale Garibaldi la necessità di ordinare al Cattabeni di sgombrare Caiazzo; ma Garibaldi mostrava ripugnanza di abbandonare una così bella posizione; e allora Turr fatta comprendere la difficoltà di sostenere con un battaglione una posizione così lontana, al di là di un fiume, raccomandò a Garibaldi di farla occupare fortemente, e il generale dava ordini al Medici di mandarvi una brigata della sua divisione; disgraziatamente era però già troppo tardi.
Il generale Garibaldi, visto che il Turr aveva bisogno di riposo, per migliorare la sua salute il 20 gli telegrafava così:
Al generale Turr, Caserta.
"Subito giunto Medici a Caserta incaricato del Comando, venite qui a passare qualche giorno Napoli 20, ore 6,50"G. Garibaldi.
Intanto il generale Garibaldi avendo constatato colle ricognizioni del 19, opportunamente ordinate dal Turr, di avere da fare con un nemico che disponeva di molte forze, si preparava per affrontarlo.
Ma, mentre questo avveniva nel campo garibaldino, i borbonici preoccupati della perdita di Caiazzo, determinavano di riprenderlo immediatamente e ad ogni costo.
La mattina del 21 settembre cinque battaglioni di cacciatori regi, due squadroni di cavalleria ed una batteria da campagna, sotto il comando del generale Colonna uscivano da Capua per investire Caiazzo.
Il comandante dell'11obattaglione garibaldino che occupava la posizione avanzata di Monte S. Nicola, avvisava il brigadiere Spangaro di questo movimento; ma era troppo tardi! I rinforzinon potevano arrivare in tempo, solo il colonnello Vacchieri con 600 uomini potè giungere in sussidio dal Cattabeni.
Ma che potevano fare i comandanti garibaldini contro l'enorme superiorità delle forze nemiche? Essi occuparono un bosco di olivi, barricarono le strade di Caiazzo ed attesero di piè fermo il nemico. Si cominciò a combattere fuori le città ma, incalzati da ogni parte, i garibaldini mancanti di artiglieria, oppressi dal numero, abbandonarono la campagna e si ritirarono nella città dietro le barricate, per resistere fino all'estremo. Avveniva allora un fatto atroce; mentre i nostri combattevano alla difesa delle barricate, i reazionari li fucilavano alle spalle dalle case e dai tetti. Ogni resistenza diveniva impossibile, inutile; le barricate erano demolite dal cannone borbonico, i garibaldini assaliti di fronte e alle spalle; il Cattabeni cadeva ferito gravemente mentre incoraggiava alla resistenza; molti altri ufficiali feriti caddero prigionieri; i garibaldini cercarono di salvarsi ritirandosi, ma, incalzati dalla cavalleria, molti rimasero sul terreno, altri si gettarono nel fiume, ove non pochi perdettero la vita, sicchè del battaglione Cattabeni ben pochi rientrarono in Caserta.
Verso la fine di settembre Garibaldi, presentendo che i napoletani, forti di oltre quarantamila uomini, rinchiusi a Capua avrebbero fatto un supremo sforzo per riconquistare Napoli al loro Re, aveva mandato fuori un caldo proclama chiamando i commilitoni a raccolta e chiedendo all'Italia nuovo aiuto d'uomini, pel compimento dei suoi voti di libertà e d'indipendenza.
Alla chiamata di Garibaldi volle rispondere anche l'Elia, che il Prodittatore Depretis aveva mandato a Bologna alle cure del professore Rizzoli; sebbene assai sofferente e impedito di parlare, pur'egli sentì il dovere di non mancare allo appello, tanto più che il tenente Lanari, superstite del battaglione Cattabeni, si offriva di accompagnarlo.
Quando il generale lo vide a Caserta lo accolse con gioia ed amore, rallegrandosi di vedere avverata la sua profezia del 15 maggio a Calatafimi "Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore" che egli si compiacque di rammentare ai presenti del quartiere generale.
Come Garibaldi aveva previsto i borbonici si preparavano ad una fiera, disperata riscossa.
Ma il generale dal canto suo non si faceva cogliere sprovvisto.—Egli si approntava a ricevere il nemico come si conveniva, e prendeva il partito il fronteggiarlo in tutti i punti, pei quali avrebbe potuto sfondare e marciare su Napoli.
A questo scopo dava le sue disposizioni.
Le posizioni dell'esercito garibaldino, cominciando dalla sua estrema destra, cioè da Maddaloni, descrivendo un semicerchio erano le seguenti:
Monte Longone, Monte Caro, Castelmorone, posto di prolungamento della linea tra Maddaloni e S. Leucio; S. Leucio, Sant'Angelo, Santa Maria e San Tommaso, le quali erano occupate così:
Sopra Maddaloni Bixio colla sua divisione, che componevasi delle brigate Dezza e Spinazzi, più la brigata Eberhardt della Divisione Medici, con la colonna Fabrizi, in tutto 5500 uomini circa, con 8 pezzi di artiglieria.
A Castelmorone, passo da Caserta a Limatola, il battaglione Bronzetti di soli 270 uomini.
A S. Leucio il generale Sacchi colla sua brigata (divisione Turr) di 2000 uomini circa.
A Sant'Angelo il generale Medici con la sua divisione (meno la brigata Eberhardt) e colla brigata Spangaro (divisione Turr) in tutto 4500 uomini circa, con 9 pezzi da campagna e il reggimento Brocchi del genio con 300 uomini.
A San Tommaso, estrema sinistra, della divisione Cosenz, il reggimento Fardella esteso fino alla ferrovia di S. Maria e a Capua, ove eravi pure una mezza batteria, i reggimenti Malenchini e Laugè della divisione Cosenz, sulla strada ruotabile a destra di S. Maria, ed a sinistra verso la ferrovia la brigata La Masa con una compagnia del genio, distesa verso lo stradale Santa Maria-Sant'Angelo; la batteria della divisione Turr a Porta Capua di S. Maria. Tutta questa forza sotto gli ordini del generale Milbitz.
Ad Aversa il colonnello Corte con la brigata di formazione.
La riserva forte di 5500 uomini circa, con 12 pezzi di artiglieria, sotto gli ordini del generale Turr a Caserta.
La battaglia era imminente; Garibaldi la presentiva. Il 30 di settembre aveva notato un gran movimento in Capua, e siccome era sicuro di aver indovinato il pensiero del suo avversario,mandava gli aiutanti ad avvertire i suoi Luogotenenti che facessero buona guardia perchè l'indomani sarebbe avvenuto l'attacco generale, ultimo, disperato tentativo da parte dei borboni.
Il 1oottobre, alle 3 del mattino, il generale Garibaldi seguito dal suo stato maggiore e dai suoi aiutanti montava in ferrovia e giungeva a S. Maria sul far dell'alba. Il Milbitz era già alle prese col generale Tabacchi in S. Maria, e il Medici con Afan de Rivera a S. Angelo.
Il generale Tabacchi, attaccando S. Maria e trovando forte resistenza di fronte da parte dei reggimenti Lauger, Sprovieri, Corrao e La Porta, spinse una parte delle sue truppe a sinistra per girare la città e tagliare le comunicazioni fra S. Maria e Sant'Angelo; ma se ne avvide del tentativo Garibaldi ed ordina alla brigata Assanti di accorrere in aiuto.
Dava pure ordine al 2obattaglione bersaglieri livornesi comandati dal maggiore Sgarallino di spingersi a sinistra dalla strada per S. Angelo, al 2oreggimento colonnello Borghesi, ed al 1ocomandato dal tenente colonnello Fazioli, di occupare il cimitero ed una casa, per tener testa all'irrompente nemico. Tutti questi ordinirigorosamente eseguiti, malgrado il fulminare incessante del nemico, rafforzano la minacciata posizione tenuta con estremo valore dal brigadiere Malenchini e dai suoi eroici compagni. L'attacco fulmineo della brigata Assanti e dei bravi guidati da Lauger, Sprovieri, Palizzolo, Malenchini, La Porta ferma lo slancio del nemico che si riduce ad investire Santa Maria.
Mentre a destra ardeva così il combattimento a Sant'Angelo i Regi facevano i più arditi sforzi, con le più grandi masse, per sfondare la linea occupata dai nostri e irrompere su Caserta e Napoli. Il Dunn, lo Spangaro, il Simonetta, il Ferrari, il Pedotti facevano sforzi eroici per contenere ed arrestare l'impeto del nemico, ma battuti da tutti i lati dall'artiglieria dei Regi, ferito il brigadiere Dunn, morto il comandantedelbattaglione Ramorino, feriti i capitani Tito, Franco ed altri, sono costretti a dare indietro e a riparare dietro le barricate.
Il generale Medici comprendeva che la perdita della sua posizione sarebbe stata la perdita della battaglia e l'occupazione da parte dei Regi di Caserta e di Napoli. Bisognava vincere ad ogni costo: "Avanti figliuoli" egli grida—"moriamotutti qui se occorre, ma vinciamo in nome d'Italia e di Garibaldi".
"Avanti tutti" egli grida—e colla risoluzione di vincere o di morire si mette alla testa dei suoi e, sorretto dalla sezione d'artiglieria comandata dal tenente Torricelli, si slancia contro il nemico affrontandone il turbine di fuoco, caricando furiosamente alla baionetta; cadeva nella brillante carica il maggior Castellazzo, il luogotenente Capanelli e molti altri, ma il nemico era fermato e obbligato a retrocedere.
Il generale Garibaldi che dalle prime ore del mattino si trovava a S. Maria, confidando interamente in Milbitz, suo vecchio compagno di Roma, cui aveva raccomandato di tener duro e impedire ad ogni costo che le comunicazioni tra S. Maria e Sant'Angelo fossero tagliate, montò in vettura e, scortato dal suo stato maggiore, da Missori, da Arrivabene, da Canzio, da Basso e da alcune guide, si mosse verso Sant'Angelo per vedere se, anche in quel campo d'azione, il combattimento era impegnato seriamente.
La strada che da S. Maria va a Sant'Angelo era fulminata; il generale Garibaldi in quel momento supremo per le sue armi nel traversarlasi trovò avvolto in un nembo di morte; la carrozza tempestata da una grandine di fucilate fu involta fra un nugolo di nemici. Già le scariche avevano ucciso un cavallo ed il cocchiere, talchè Garibaldi fu costretto a balzare a terra e coi suoi difendersi; cadeva ferito, facendo scudo al generale il prode Arrivabene; il pericolo era grande; ma se ne avvidero i carabinieri genovesi comandati dal Mosto, i carabinieri lombardi comandati dal Simonetta, e il bravo capitano Romano Pratelli comandante la 7acompagnia della brigata Spangaro, i quali tutti si slanciarono con tale impeto che il nemico fu in breve sbaragliato e posto in fuga a punta di baionetta, e a Garibaldi e ai suoi fu aperta la via per Monte Sant'Angelo.
Ivi arrivato trovò Medici che alla testa dei suoi faceva eroici sforzi onde rigettare le masse borboniche e s'avvide che le sommità del Monte S. Nicola erano occupate dai nemici, i quali per strade coperte avevano delusa la vigilanza dei garibaldini e, girato Sant'Angelo, si erano portati dietro la nostra linea, occupando le alture.
Senza perdita di tempo il generale raccolse tutte le truppe che potè avere sotto mano e,preso esso stesso il comando, si avviò per stretti sentieri di montagna passando al di sopra del nemico e d'improvviso fatta una sola scarica si precipitò sui borbonici che ne rimasero schiacciati e fatti prigionieri.
Intanto altre truppe giungevano in aiuto al Medici condotte dal maggiore Farinelli, dal maggior Morici, dal Simonetta, dal colonnello Ferrari, e dal colonnello Guastalla, capo dello stato maggiore; con tutte queste forze il Medici ordinava un estremo assalto alla baionetta; questo fu condotto con tale impeto irresistibile, che i borbonici furono rotti e posti in fuga lasciando numerosi prigionieri.
Quando Garibaldi fu assicurato che a Sant'Angelo per l'eroica condotta dei combattenti potevasi ormai contare sulla vittoria, si lanciò di nuovo verso S. Maria. Mentre accorreva in quella parte ove il combattimento era aspramente impegnato, il generale Turr mandò a Garibaldi un suo ufficiale d'ordinanza, per fargli noto di avere inviata parte della riserva a S. Maria e parte in rinforzo a Bixio; e per chiedergli se credeva arrivato il momento opportuno per fare entrare in combattimento i restanti 3500;Garibaldi gli rispondeva: "marciate con tutte le forze su S. Maria, dove mi troverete".
Il generale Turr non perdette un minuto—egli teneva pronti i suoi—e presto fu a S. Maria ove trovò che Milbitz faceva eroici sforzi per ribattere gli attacchi sempre ripetuti del nemico.
Appena Garibaldi vide Turr con la riserva gli disse: "Siamo vincitori—non occorre che l'ultimo colpo decisivo".
All'istante il generale Turr ordina alla brigata Milano che aveva condotto con sè di caricare il nemico; Garibaldi seguito da Rustow coi suoi usseri si mette alla testa della brigata; tutti gli altri corpi fanno a gara per seguirlo nell'estremo cimento; Corrao, La Porta, Pace, Palizzolo, Sprovieri, Malenchini, Bassini, Tasca si slanciano in furioso attacco; il battaglione Tasca del reggimento Bassini, 1acompagnia Lepore alla testa, affronta il nemico che erasi fortemente trincerato nel Cimitero da dove seminava strage sui nostri; il primo a scalare la cinta è il valoroso furiere Pittaluga; il Pittaluga è seguito dalla 1acompagnia e dalle altre; il Cimitero è preso colla punta della baionetta e il nemico posto in fuga; molti rimangono prigionieri e ilprode Pittaluga è promosso sottotenente sul campo di battaglia.
Altri si avventano contro la batteria nemica e se ne impadroniscono.
Ma non era ancora la vittoria predetta da Garibaldi!
A S. Maria ancora si combatteva accanitamente.
La compagnia La Flotte teneva fermo nella Cascina davanti S. Maria dalla mattina, da dove cinque furiosi assalti nemici non avevano potuto sloggiarla. Ma tutti erano sfiniti.
Per fortuna il capitano Adamoli dello Stato maggiore portava la notizia al generale Turr dell'arrivo della brigata Eber; si sentiva il vivissimo fuoco col quale era stata accolta la brigata Milano guidata da Garibaldi in persona, e Turr ordinava che Eber con la brigata, colla legione ungherese e con la compagnia dei cacciatori esteri, accorresse a sostegno.
Il Dittatore, sboccato sulla strada S. Angelo colla brigata Milano, era stato accolto da fuoco violentissimo sulla sua sinistra; la cavalleria borbonica si slanciava alla carica, ma i bersaglieri milanesi mandati dal Medici a sostegno e guidatidal capitano Pedotti, tennero testa con una furiosa controcarica loro e della legione ungherese e mettono in fuga, sbaragliata, la cavalleria borbonica.
Era ora di finirla; e Garibaldi manda ordine al Turr a S. Maria, a Medici a Sant'Angelo, perchè si faccia un ultimo supremo sforzo su tutta la linea; Scheiter coi suoi usseri ungheresi, Corrao, La Porta, coi loro reggimenti; Tanara, Cucchi, Tasca coi loro battaglioni si lanciano in aiuto delle truppe di Malenchini e del Bassini e tutti uniti si avventano contro il nemico con furiosa carica alla baionetta; il nemico è rotto su tutta la linea, sbandato ed in ritirata su Capua.
La giornata del 1oottobre fu memorabile.—In quel fiero combattimento anche una volta Garibaldi dava prova di grande sapienza militare: i suoi luogotenenti Turr, Medici, Bixio, Milbitz e Dezza, si mostrarono degni di lui; i bravi garibaldini tutti, diedero prove di grandissimo valore e di abnegazione. Moltissimi furono coloro che si distinsero e fra questi i colonnelli Borghesi e Fazioli, il maggiore Pedotti, il tenente Carbone, il Tommasi, che il Malenchinipromossecapitani; a fianco del Carbonecombattè da valoroso il furiere maggiore Coffa che veniva promosso sottotenente e fregiato della medaglia al valore militare.
Verso le 6 pom. tutta la linea di battaglia da S. Maria alle alture di S. Angelo era abbandonata dai nemici e i garibaldini estenuati, dopo 14 ore di combattimento accanito, potevano riposarsi sul campo tanto gloriosamente difeso.
Anche da Maddaloni Bixio aveva mandata la notizia della vittoria su tutta la sua linea.
Il combattimento fu lungo ed accanitissimo.—Bixio aveva voluto dai suoi compagni nel grave cimento la promessa che sarebbero morti tutti al loro posto piuttosto che permettere ai borbonici di marciare su Caserta—"Devono passare sui nostri corpi" aveva detto e gli assalti delle truppe regie, replicati ed accaniti, furono respinti ed infine i nemici furono posti in fuga.
Gli atti di eroismo di Bixio, di Dezza, di Menotti Garibaldi, degno figlio del padre, e di tanti altri, fra i quali si distinse anche il tenente Venzo che con pochi de' suoi fugato il nemico s'impadroniva di un cannone, non possono descriversi: si comportò da valoroso il tenente Giorgi Tullio;venne proposto per la promozione e per la medaglia al valore il tenente Taglieri Antonio e si distinsero molti e molti altri nel fiero combattimento, che fu vinto colla punta della baionetta e con atti di vero eroismo.
È degno di memoria onorata questo episodio; mentre si combatteva accanitamente in tutta la linea a S. Maria, a S. Angelo ed a Maddaloni, il maggiore Bronzetti con 270 dei nostri sosteneva a Castel Morrone l'urto di 3000 borbonici, respingendoli a varie riprese in ben dieci assalti; la maggior parte di quei bravi era caduta; invano gli ufficiali napoletani esortavano i superstiti ad arrendersi, facendo sapere che tanto valore sarebbe stato rispettato; Pilade Bronzetti resistette entro il castello finchè ebbe cartucce, e, quando queste vennero meno, i difensori di Castel Morrone vollero morire da eroi. Stretti come un sol uomo, tentarono aprirsi un varco colla baionetta tra le migliaia dei nemici; caddero quasi tutti; fu ferito a morte lo stesso eroico Bronzetti e i pochi non feriti vennero condotti prigionieri. Fra questi eroi sacrati alla morte, combatterono disperatamente il valorosissimo Mirri capitano ed i tenenti Matteo RenatoImbriani e Vincenzo Migliorini, che si guadagnarono la medaglia al valore militare e la promozione.
Mentre Garibaldi co' suoi del quartiere generale si ritirava da S. Angelo, s'imbattè nei carabinieri genovesi che vollero fargli scorta; fattol'altper il rancio, e per un piccolo riposo di cui tutti sentivano il bisogno, venne al Generale l'avviso che una colonna di 5000 borbonici trovavasi a Caserta vecchia, pronta a piombare su Caserta, quartiere generale garibaldino. Mandate staffette per avvertire Sirtori che era a Caserta e Bixio a Maddaloni, egli coi carabinieri genovesi e con altre forze, che potè avere sotto mano, si mise subito in marcia, prendendo la via della montagna. I nemici si erano mossi su Caserta ove trovavano Sirtori che li ricevette vigorosamente; e, sorpresi ai fianchi ed alle spalle dalle forze di Bixio e da quelle condotte da Garibaldi, dopo poca resistenza furono fatti prigionieri.
La vittoria del Volturno del 1 e 2 ottobre aveva tolto ai borbonici ogni possibilità di rivincita; rinchiusi nelle fortezze di Capua e Gaetanon avevano altro scampo, che una resa più o meno lontana.
Però un pensiero crucciava Garibaldi. Esso diceva con gli amici nei brevi momenti di riposo al quartier generale di Caserta: "Il primo ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado di affrontarci; ma non posso andare a Roma, lasciando addietro 40,000 uomini trincerati in due fortezze: essi si riprenderebbero Napoli, quando io coi miei non fossimo qui a difenderla".
A distoglierlo da cotali pensieri era avvenuto un fatto politicamente assai importante.
Decisa l'occupazione delle Marche e dell'Umbria da parte delle truppe Piemontesi, il Conte di Cavour ne dava avviso con sua nota del 7 settembre 1860 al Cardinale Antonelli nella quale si diceva: Che il governo Sardo era dovuto venire in quella determinazione perchè "la coscienza del Re Vittorio Emanuele nongli permetteva di rimanersi testimone impassibile delle sanguinose repressioni con cui le armi dei mercenari stranieri al soldo del governo papale, soffocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione del sentimento nazionale. Niun governo ha diritto di abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati di ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un paese civile.
"Per questi motivi dopo aver chiesti gli ordini di S. Maestà il Re mio Augusto Sovrano, ho l'onore di significare a Vostra Eminenza che truppe del Re hanno incarico d'impedire, in nome dell'umanità, che i corpi mercenari pontificii reprimano colla violenza l'espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria.
"Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza, per i motivi sopra espressi, a dare l'ordine di disarmare e di sciogliere quei corpi, la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità dell'Italia.
"Nella fiducia che V. Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni date dal governo di S. Santità in proposito, ho l'onore di rinnovarle gli atti dell'alta mia considerazione.
Firmato:C. Cavour"
Sciogliere l'esercito sarebbe stato lo stesso che aprire le porte alla rivoluzione; il governo pontificio dovette scegliere la guerra.
Dopo la giornata del 1859 nella quale le truppe pontificie comandate dal generale Schmidt espugnarono Perugia commettendovi fatti atroci, Cortona era divenuta il centro dei nuovi preparativi insurrezionali nel limitrofo Stato romano. Emigrati perugini, come il Danzetta, il conte Ansidei, il Pompili ed il Massarucci vi avevano preso stanza e vi tenevano adunanze di patrioti; v'interveniva anche il Gualterio che aveva preso parte al movimento del 27 aprile in Toscana. Questi, assieme al Diligenti, si recava a Torino dal conte di Cavour per stabilire accordi per una prossima sollevazione dell'Umbria.
Gli accordi furono questi: il Danzetta ed il Massarucci con altri patrioti ed amici dovevano preparare una sollevazione nel punto che essi avessero creduto il migliore per l'8 o 9 di settembre. Il Diligenti venne incaricato di intendersi coi patrioti Toscani vicini alla frontiera perchè si riunissero in armi a Chiusi il giorno 7 e di là corressero a prestare man forte ai sollevati dell'Umbria; il Diligenti per questo s'intese anche coi liberali livornesi e tutto era stabilito.
Cento patrioti dell'eroica città di Perugia, dei quali erano capi Ugolini conte Galeazzo e Manni Gaetano, uscirono dalla città, si diressero all'osteria dell'Ellera, poco distante, ove trovarono ordine di recarsi a Chiusi per concretare le operazioni da farsi; durante il cammino incontrarono una squadra di gendarmi, impegnarono la lotta, ne uccisero alcuni e fecero gli altri prigionieri.
A Todi ed a Terni altri patrioti dei quali era alla testa il conte Alceo Massarucci erano pronti pel movimento; e l'8 di settembre i patrioti che il Massarucci aveva radunati si mettevano in marcia; erano circa 400 mandati dal Massarucci, dal Theodoli Mario, da Baldoni Giuseppe, e da Colacicchi di Todi; luogo di convegno era l'altura di Allerona; vi arrivarono alle 11 della notte del 9 ove trovarono i volontari condotti dal Danzetti e dal Bruschi. A Chiusi aveva preso il comando di altri 300 volontari, il colonnello Masi e ne aveva formata la legione alla quale aveva dato il nome dei Cacciatori del Tevere. Partito il Masi da Chiusi si diresse su Città della Pieve, ove nominava un governo provvisorio. Giungevano da Chiusi altri 150 volontari condotti dal capitano Giuseppe Baldini. Il giorno 10 ilcolonnello Masi, arrivava al convento di S. Lorenzo ove erano adunati i volontari dell'Umbria e prendeva il comando del corpo di circa mille uomini.
Fu deciso di marciare su Orvieto e, colle intelligenze che si avevano nell'interno, impadronirsi della città di notte e di sorpresa. Il colonnello riunita la colonna nel piazzale del convento di S. Lorenzo, con voce vibrata disse parole patriottiche agli adunati chiedendo a tutti abnegazione e valore; tutti lo giurarono. Divise quindi le forze in due colonne, una la prese con sè e si diresse al nord della città d'Orvieto, con la speranza che gli amici interni gli aprissero la porta da quel lato della città come era convenuto, l'altra colonna sotto il comando del capitano Liborio Salvatori si diresse dalla parte sud della città, su quel cono di tufo alto ed inaccessibile, nel mezzo della spianata del quale sorgono le mura dell'antica Orvieto.
Erasi convenuto con i liberali orvietani che verso la mezzanotte avrebbero fatto scendere una scala di corda per la quale i volontari da fuori sarebbero ascesi sulle mura. All'ora stabilita la scala era al posto; primo a montarvifu il coraggioso Delbontromboni Giovanni di Crevalcore, già caporale dei finanzieri pontifici; altri lo seguirono; nel salire assai faticoso, disgrazia volle che i fucili di quei bravi urtassero e facessero rumore; già il bravo Delbontromboni stava per arrampicarsi sulla sommità delle mura, quando una voce gridò; "Chi vive?" alla risposta "Roma" seguì una detonazione che fu susseguita da altre; la scala venne abbandonata da coloro che la tenevano e i volontari che vi erano saliti, sbattendo violentemente contro il tufo, precipitarono nel fossato. Il tentativo era fallito e la colonna dovette ritirarsi a S. Lorenzo, ove prima del giorno faceva pur ritorno il colonnello Masi, essendogli fallito anche il tentativo dell'apertura della porta al nord della città.
L'audace tentativo non andava però perduto; il giorno seguente le autorità cittadine guidate dal conte Piccolomini, assecondate dal popolo orvietano tutto assembrato, si presentavano al legato del Papa monsignor Cerruti chiedendo si aprissero le porte alle truppe nazionali e si evitassero conflitti.
Il delegato, dopo breve indugio, accordava laresa e dava incarico per l'esecuzione alla rappresentanza comunale; così i cacciatori del Tevere entravano in Orvieto dalla parte della Rocca, mentre i papalini ne uscivano dalla porta Romana.
La sera del 17 settembre i cacciatori incolonnati prendevano la via di Bagnorea preceduti da ardita avanguardia comandata dal tenente marchese Mario Theodoli. Arrivata la colonna a Bagnorea dopo breve sosta, riprese la marcia per Cellino e Montefiascone; si sperava di arrivare al paese di sorpresa, ma a tre chilometri distanti alcuni uomini dell'avanguardia mandati avanti dal Theodoli ad esplorare, s'imbatterono in una pattuglia di gendarmi a cavallo; altri a piedi seguivano a distanza; gli uomini dell'avanscoperta aprirono il fuoco: i carabinieri a piedi che si trovavano a distanza si misero in fuga, quelli a cavallo che erano già sopra ai nostri furono fatti prigionieri. Ma i fuggiti avevano dato l'allarme e la sorpresa non fu più possibile.
Una compagnia di pontifici (belgi) si fece avanti per arrestare l'avanguardia dei cacciatori comandati dal Theodoli, ma i nostri, fatta una scarica, e sorretti dal corpo del Masi sopraggiuntodi corsa, attaccano i belgi alla baionetta, li mettono in fuga e con essi entravano a Montefiascone, mentre i papalini fuggivano dalla parte opposta per la via di Viterbo.
Il giorno 20 settembre la guarnigione pontificia avendo abbandonato Viterbo, una deputazione cittadina veniva ad invitare Masi ad entrarvi, ed alle 5 pomeridiane dello stesso giorno i nostri erano a Viterbo. Il 24 i cacciatori del Tevere occupavano Civitacastellana e Corneto.
Il 2 di ottobre i cacciatori lasciata Civitacastellana giunsero parte a Rignano Flaminio, altri a Castelnuovo di Porto e una colonna a Fiano Romano; il 5 tutta la colonna transitava sulla sinistra del Tevere e nel pomeriggio arrivava a Poggio Mirteto, città delle più patriottiche.
Presavi stanza il colonnello Masi spediva il Diligenti ed il Massarucci al generale Brignone in Terni per sapere se poteva proseguire il suo movimento verso Roma e quali erano le intenzioni del Governo.
I due patrioti venivano incaricati dal generale di fare sapere al colonnello Masi che ogni speranza di andare a Roma era svanita e cheordine perentorio eravi di sgombrare dal così detto patrimonio di S. Pietro.
Fu forza al Masi di ubbidire e l'8 di ottobre non restava un volontario sulla sinistra del Tevere. I cacciatori del Tevere si erano ridotti a Montefiascone diretti per Orvieto, da dove avevano mossi i primi passi pieni di ardire e di speranze; il 20 dovettero abbandonare anche Orvieto!
In seguito i cacciatori del Tevere formati in due battaglioni, sotto gli ordini del colonnello Masi, poterono rendere segnalati servigi al paese combattendo il brigantaggio che nell'Ascolano e negli Abruzzi perpetravano atrocità inaudite specialmente in Collalto, segnalandovisi in modo particolare il capitano Marchese Mario Theodoli che si meritava promozioni ed onoreficenze; vi si distinsero pure il tenente Giulio Silvestri ed il più giovane fratello Annibale sottotenente, romani.
Per liberare l'Umbria dai mercenari del papa comandati dal famoso generale Schmidt, fu dato incarico al generale Fanti, comandante del 5ocorpo, il quale formò il piano seguente:
1oImpadronirsi di Perugia come base d'operazione;
2oMarciare compatti su Foligno, centro delle comunicazioni dello Stato pontificio con l'intento d'assicurare per ogni evento la congiunzione col 4ocorpo, comandato dal Cialdini;
3oDa Foligno rivolgersi su Spoleto o su Ancona secondo le mosse di Lamoricière.
Il generale De Sonnaz con la brigata granatieri di Sardegna ed altre truppe sussidiarie, bersaglieri, artiglieria, cavalleria e genio, doveva occupare Perugia. La mattina del 14 settembre investiva la piazza murata e alle ore 9 la colonna di destra comandata dallo stesso generale De Sonnaz, sfondava la porta S. Antonio e coi bersaglieri in testa, comandati dal colonnello Pallavicini, entrava in città. Mentre questo avveniva a destra, i granatieri di Sardegna a sinistra sfondata la porta Santa Margherita entravano essi pure trionfanti in Perugia. Il generale Schmidt che si era ritirato nel forte, alle 6 pomeridiane capitolava. Così per le eccellenti disposizioni tattiche prese dal generale De Sonnaz e pel valore delle nostre truppe si ebbe espugnata l'importantissima piazza di Perugia e si arrendevanoprigionieri 1700 ponteficii con sei pezzi d'artiglieria e la bandiera del 2oreggimento estero.
Nelle Marche le cose andavano così:
L'8 settembre Urbino insorgeva e fugati i gendarmi pontificii, abbattuti gli stemmi del governo papale proclamava l'unione all'Italia sotto la dinastia di Savoia; Fossombrone ne seguiva l'esempio innalzando il vessillo tricolore. A tale notizia il generale Lamoricière mandava ordine al Di Curten di ridurre a servitù le ribellate città. Il giorno 11 Fossombrone veniva violentemente assalita da una forte colonna di mercenari, i quali sorpresa la città vi rinnovarono le scelleratezze e gli eccidî che funestarono la patriottica Perugia; non ebbe ilprodeDi Curten l'ardire di assalire Urbino, ove lo attendevano in armi i generosi cittadini rafforzati da 800 volontari accorsi in loro soccorso dalle terre vicine, risoluti all'estrema resistenza.
Nè, nella baldanza brutale di quell'orgia sanguinaria, ardiva di muovere su Pergola che erasi pure sollevata con grande entusiasmo e si sosteneva con vigoroso ardimento, ispirato coll'esempiodai patriotti G. Batt. Jonni e Ascanio Ginevri.
Per tutte le Marche il Lamoricière aveva fatto proclamare lo stato d'assedio e le scorazzava terrorizzando le popolazioni con atti feroci.
Al Cialdini, a cui il governo del Re aveva dato l'incarico di liberare le Marche da tanto flagello, era imposto il dovere di accelerare le sue mosse per cogliere il nemico disseminato e sconfiggerlo prima che avesse potuto raccogliersi.
Il mezzogiorno del 11 settembre una brigata di cavalleria e tre battaglioni di bersaglieri,divoratala via, accerchiavano la città di Pesaro.
Il Cialdini mandava un parlamentario coll'intimazione della resa, ma essendo stata questa respinta, l'artiglieria, che appena arrivata aveva preso posizione, apriva il fuoco contro porta Rimini e porta Cappuccini. Dopo un'ora di cannoneggiamento i nostri bravi bersaglieri entravano in città per le porte sfondate.
La guarnigione mercenaria erasi riparata nel forte coll'intendimento di resistere; ma il giorno di poi dopo un vivacissimo fuoco della nostra artiglieria piazzata sul colle di Loreto, inalberava bandiera bianca e si arrendeva a discrezione.
Il giorno 12 i nostri s'impadronirono di Fano e la mattina del 13 riprendevano la marcia per Ancona.
Il 14 si volle dare unpo'di riposo alle truppe a Senigallia, ma, saputosi che la colonna del generale Di Curten si trovava sulle alture di S. Angelo, il bravo generale Leotardi ordinava al brigadiere Avogadro di Casanova di muovere subito ad attaccarli e questi, con due battaglioni della brigata Bergamo e coi Lancieri di Milano, verso le 2 pomeridiane assaliva il nemico vigorosamente e lo sbaragliava, facendo buon numero di prigionieri.
Nella notte del 14 il generale Cialdini veniva informato che il generale Lamoricière si dirigeva per la Valle del Chienti a marcie forzate verso Ancona con circa 4000 uomini e che era seguito, ad un giorno di distanza, dal general Pimodan colla 2abrigata di circa 5000 uomini; e gli si riferiva pure che avrebbe passata la notte del 15 a Macerata.
Da Macerata per Ancona il Lamoricière poteva percorrere tre strade; la 1a, più breve e più diretta, discende in Val di Potenza, passa questo fiume, sale a Monte Casciano e per MonteFiore procede per Osimo e di là ad Ancona; la 2ache, dopo passato il fiume Potenza segue il versante a maestro di questa valle mette a Recanati, sale a Loreto e per la Valle di Musone va alle Crocette di Castelfidardo e ad Ancona; la 3asegue la cresta delle colline fra Potenza e Chienti, per Monte Lupone e Monte Santo sbocca alla spiaggia, varca il fiume Potenza presso la foce, viene a Porto Recanati e per Camerano va ad Ancona.
Il generale Cialdini al mattino del 16 fece occupare un'eccellente posizione fra Osimo e Jesi, spingendosi fino a Castelfidardo.
Per trarre in inganno il Lamoricière sulle sue intenzioni il Cialdini mandava nel cuore della notte del 15 uno squadrone di lancieri a Filottrano, con incarico di ordinare perentoriamente pel mattino seguente 24,000 razioni di pane per l'esercito, il quale doveva attraversare il paese diretto per Macerata. Invece, nella stessa notte, i due battaglioni 11oe 16oche colla brigata Como avevano occupato Torre di Iesi, si portavano a passo accelerato accompagnati da una sezione d'artiglieria, ad occupare la forte posizione di Osimo.
Il Lamoricière arrivò il 15 a Macerata ed il 16 a Loreto, ove il 17 lo raggiunse la colonna Pimodan.
Soltanto il Musone separava i due eserciti; il generale Cialdini aveva dovuto disporre le sue truppe in modo da parare contemporaneamente a due attacchi, convergenti ma provenienti da direzioni opposte, e cioè da Loreto e da Ancona. A tale intento, aveva occupate le colline che dividono il Musone dall'Esino, e si protendono digradando verso il mare fin presso la confluenza dei fiumi. L'ordine di battaglia delle truppe italiane aveva quindi due fronti, l'uno rivolto al nord, verso Ancona e disteso dal ponte delle Ranocchie, per S. Biagio, la Badia e San Rocchetto, alle Crocette: l'altro, rivolto al sud, verso Loreto, dalle Crocette, per Campanari, Castelfidardo, S. Solino ad Osimo. Quest'ultimo era il più forte, come il più potente era il capo pontificio al quale doveva opporsi.
Il Lamoricière, che aveva per obbiettivo Ancona, comprese subito che per raggiungerlo gli era necessario d'impadronirsi della linea di colline che riunisce l'Esino al Musone e più che altro, del poggio che fa culmine al Monte Oroad oriente delle Crocette. Divise perciò il suo corpo in due colonne: l'una forte di cinque battaglioni, tre squadroni e 12 cannoni guidati da Pimodan, che, con una conversione a sinistra doveva sloggiare le truppe italiane dalla suindicata posizione; la seconda, sotto il proprio comando, forte di quattro battaglioni, riparti di cavalleria e 4 pezzi, doveva attaccare da destra.
Alle ore 9,30 del 18, l'avanguardia pontificia, carabinieri e svizzeri, urtò contro i primi avamposti italiani sulla destra del Musone. L'estrema punta dell'ala sinistra italiana era formata da bersaglieri, ossia dal 26obattaglione, e di una compagnia del 12o, ed occupava col grosso il poggio e col resto il piano inclinato antistante, circoscritto a Nord-Est dall'Aspio ed a Sud dal Musone. Due grosse case coloniche si ergevano in quello spazio, l'una nel piano, l'altra a mezza costa.
Il combattimento si accese innanzi alla casa di sotto, che le cinque compagnie di bersaglieri raccoltesi là intorno, difesero valorosamente contro tre battaglioni pontifici, carabinieri e svizzeri, il primo cacciatori indigeni ed i zuavi franco-belgi con due cannoni; dopo accanitissima resistenza,soprafatti dal numero, i bersaglieri ripiegarono alla casa di sopra, che egualmente tennero con tenacia e che pur dovettero sgombrare. Ma, accorsi a sostegno, prima due e poi due altri battaglioni del 10oreggimento fanteria con due cannoni, dopo pugna ostinata le due case vennero riprese; ed invano varcarono il Musone e si schierarono in battaglia gli altri due battaglioni del Pimodan, che vi perdeva la vita, ed i quattro della colonna Lamoricière con tutta la loro artiglieria. Queste truppe non ressero a lungo al fuoco delle truppe italiane e si ruppero, sbandandosi quali verso Loreto, altre verso Recanati; mentre alcuni piccoli drappelli si diressero verso Umana. Riuscì a pervenire in Ancona solo il generale Lamoricière con pochi dei suoi, deludendo la vigilanza dei nostri.