CAPITOLO XXV.

1aBrigata2oe 7oreggim.magg. gen.Haug2a"4oe 10o""Pichi3a"5oe 9o""Orsini4a"1oe 3ocolonn.brigad.Corte5a"6oe 8o""Nicotera

Al comando di Salò il ten. gen. Avvezzana.

Capo di Stato maggiore Augusto Vacchi.

Fu ordinato che l'8oreggimento movesse da Vestone per raggiungere a Condino il 6ocol quale doveva formare brigata.

Nella stessa mattina del 15 il brigadiere Nicotera aveva occupato Condino col 6oreggimento e l'8abatteria del 5oreggimento d'artiglieria (capitano Afan di Rivera). Nella giornata ricevette l'ordine di portarsi a Cimego; per cui il luogotenente colonnello Sprovieri muoveva a quella volta da Condino col 3oe 4obattaglione del 6oreggimento e una sezione dell'8abatteria.

Il brigadiere Nicotera avevagli ordinato di porre un battaglione a Cimego e coll'altro occupare le alture che signoreggiano il ponte sul Chiese e farvi piazzare i cannoni.

Si aveva notizia che a Cimego non vi eranoaustriaci, ma passato appena lo sbocco della valle Averta, verso le 10, la colonna Sprovieri fu ad un tratto investita da fucilate dalle alture soprastanti che ferivano alcuni senza che si potessero scoprire i feritori; fu continuata la marcia e nella notte lo Sprovieri giungeva a Cimego ove riuniva il suo piccolo corpo in ordine ristretto.

All'alba del 16 il brigadiere Nicotera mosse da Condino col rimanente della colonna. Nella stessa ora gli austriaci con grandi forze movevano ad assaltare le nostre posizioni avanzate da tre parti convergenti, da Cologna, da Val di Daone, da Pieve per Tiarno e Monte Giove verso Condino, coll'intendimento di attorniare i nostri e distruggerli.

Erano le ore 8 ant. quando cominciò il combattimento. Il brigadiere Nicotera aveva ordinato al 4obattaglione di slanciarsi ad occupare le alture di la del Chiese; prima però che il battaglione giungesse al ponte, l'artiglieria nemica cominciò a fulminarlo e una grossa colonna di austriaci si distendeva di corsa sulle alture di faccia al ponte ed al villaggio di Cimego.

Il maggiore Lombardo comandante il 1obattaglionedel 6oreggimento, destinato alla riserva, visto il pericolo che correva il 4o, corre di moto proprio al 3obattaglione che stava allo sbocco del villaggio e gridando "avanti" trasse seco i volontari e primo si lanciò sul ponte ove cadde fulminato. Una palla gli aveva traversato il cuore.

Il Nicotera volle ad ogni costo allontanare il nemico da quelle alture; a questo scopo ordinava al 4obattaglione di scacciarnelo. Si mise alla testa del battaglione il valoroso tenente colonnello Pais-Serra, il quale ordinava si attraversasse il fiume a guado e con grande ardimento, i bravi si slanciano sulle alture sotto il fuoco micidiale del nemico.

I garibaldini fecero sforzi eroici per snidare il nemico dall'elevata posizione, ma dovettero cedere a forze tanto prevalenti e sempre combattendo ritirarsi protetti dall'artiglieria.

Intanto altre masse austriache venivano ad assalire le alture di Narone, per battere la nostra sinistra; il capitano Bennici sostenne con grande valore il combattimento sulla vetta del Narone, ma visto il pericolo di essere avviluppato da forze tanto superiori, dovette ritirarsicolla sua compagnia volante e la 3acompagnia bersaglieri. Il colonnello Guastalla e il maggiore Lobbia dello Stato maggiore, che assistevano al combattimento, visto il pericolo che correvano le compagnie distaccate sulla sponda sinistra del Chiese ordinarono un cambiamento di fronte a destra indietro sempre combattendo. Il generale Garibaldi accorso in vettura mandava un battaglione del 9oreggimento ad occupare Condino ed ordinava all'artiglieria di piazzarsi dinnanzi al villaggio a mezza costa delle alture di Brione; il fuoco di 10 pezzi trattenne il centro e la sinistra degli austriaci. Intanto i generali Garibaldi e Fabrizi provvedevano alla riscossa, e con forze combinate e con grande valore, cacciavano gli austriaci da quelle alture e li mettevano in fuga tale, che più non si arrestarono.

Ormai Garibaldi non temeva più ostacoli, e con le sue mosse progrediva sempre per raggiungere l'obbiettivo dell'azione affidatagli; l'occupazione del Trentino; per cui serrava d'appresso Riva, portava il suo quartier generale a Cologna e incominciava l'investimento di Lardaro.

Padrone delle due valli principali, chedalGarda salivano a Trento, era ormai libero di spiegare tutte le sue forze e di marciare in battaglia contro un nemico, che aveva esperimentato il valore garibaldino. Intanto Medici alla testa di una forte colonna di truppe regolari, si era avanzato vittoriosamente sino a Levico ed a Perzine, per cui la vittoria finale e la presa di Trento era ormai sicura.

Senonchè il mattino del 25 luglio, quando tutto era pronto pel bombardamento di Lardaro giungeva l'annunzio della sospensione delle ostilità, preludio della pace.

Il 10 di agosto Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente telegramma:

"Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell'armistizio pel quale si richiede, che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo.

"D'ordine del Re".

Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell'Eroe e dei suoi compagni si può indovinare. Il Trentino perduto, Trieste abbandonata! Ma Garibaldi non tradì neppure con un segno la tempesta che aveva nel cuore, e rispose egli stesso al La Marmora: "Obbedisco".

La campagna per la liberazione del Veneto era finita ed i garibaldini si accingevano a ritornare alle loro case.

Anche la flottiglia del Lago di Garda si scioglieva. Essa, sebbene in condizioni immensamente inferiore alle forze austriache del Lago, seppe compiere il proprio dovere durante la campagna, e se avesse avuto alcuni altri giorni di tempo e ricevuto dal Ministero i cannoni richiesti per armare una zattera ormai a termine di costruzione, avrebbe certo messo tutto l'impegno per vincere la flottiglia nemica e per rendersi padrona del Lago.

Che non mancò al suo dovere lo dicono i due ordini del giorno seguenti del generale Garibaldi e del generale Avezzana comandante divisionale di Salò:

ORDINE DEL GIORNO

mandato al generale Avezzana

Comandante divisionale a Salò

Generale,

"Porgete una parola di lode ben meritata in nome della Patria e del Re ai prodi della nostra flottiglia; essi hanno ben meritato col loroesempio; e sotto il comando di voi, valoroso veterano dell'indipendenza della patria, vedremo presto il Garda libero dalla dominazione straniera.

Salò, 10 agosto.

G. Garibaldi.

Ecco l'ordine del giorno col quale il generale Avezzana, già Ministro della Repubblica Romana nel 1849, dava commiato agli equipaggi della flottiglia.

ORDINE DEL GIORNO

"Gli equipaggi dei volontari che rimasero fino ad oggi a bordo della flottiglia italiana nel lago di Garda, hanno ben meritato della patria. Coraggio nello sfidare il nemico superiore nel naviglio, in macchine da guerra, superiore in uomini. Virtù ed abnegazione negli ufficiali che servirono come semplici militi. Ordine, nettezza nelle Piro-Cannoniere, che il generale Garibaldi affidò alle loro cure.

"Fino al 12 luglio esse furono tre dinanzi al nemico, poi quattro ed in ultimo cinque. Lo affrontarono arditamente nelle sue acque sotto il fuoco delle batterie di terra e gli procacciaronouccisioni e danni. Qui, dove erano i pochi ma valorosi uomini, il nemico non osò mai venire. Unico vanto lo avere bombardato la inoffensiva città di Gargnano e rubato il "Benaco" a quindici miglia dalla flottiglia, che non poteva difendere l'inerme piroscafo mercantile.

"Io ricorderò sempre con militare orgoglio lo avere avuto ai miei ordini il personale degli equipaggi volontari in questa guerra del 1866, forse l'ultima della mia vita.

"S'abbiano tutti gli ufficiali e militi le mie sentite azioni di grazia.

Salò, 21 settembre 1866.

Il luogotenente generale

G. Avezzana"

All'ordine del giorno, il generale Avezzana faceva seguire questa lettera, diretta ad Elia:

Al Colonnello A. Elia

Comandante la flottiglia sul Lago di Garda.

Chi scrive è rimasto sommamente soddisfatto del modo come la S. V. ha disimpegnato il suo compito nel comando delle forze galleggianti sul lago di Garda. Ed aggiunge in verità come V. S. sendo comandante la cannoniera "Torrione"nella calamitosa notte del 26 giugno salvasse risolutamente la sua nave e le altre da prossima rovina, opponendosi ad ordini stati verbalmente impartiti da chi allora comandava la flottiglia. E di poi, insignito da chi scrive e poi confermato dal generale Garibaldi nel comando supremo, s'ebbe in codesto incarico l'elogio palese del salvato naviglio.

Lo scrivente, nell'attestare siffatte verità, offre alla S. V. i sentimenti della sua stima e devozione.

Salò, li 24 settembre 1866.

Il luogotenente generale

comandantedivisionale

G. Avezzana

Infine il 28 settembre l'Elia faceva la consegna della flottiglia.

Salò, li 28 settembre 1866.

Il sottoscritto, incaricato dal Ministero di Marina di ricevere la flottiglia sul Lago di Garda affidata provvisoriamente al Corpo dei Volontari italiani, dichiara di aver ricevuto il materiale galleggiante della flottiglia dal colonnello dei Volontari sig. cav. Augusto Elia, presente il generaleAvezzana e che ha trovato le cannoniere in ordine e pulizia.

Il comandante

Napoleone Canevaro

Gli ufficiali suoi compagni d'armi nella flottiglia; vollero dare al loro comandante il seguente attestato di affetto:

Al colonnello Augusto Elia

gli ufficiali della Marina Volontaria.

"Radunati oggi per stringerci tutti uniti la mano, permettete, o colonnello, che prima di separarci da voi v'indirizziamo una parola di addio.

"Non è la serva parola di chi adula o di chi esprime un affetto bugiardo, ma è la libera espressione di quanti amareggiati dalle memorie del passato, si confortano nella speranza di un migliore avvenire.

"Dimentichiamo intanto per carità di patria le umiliazioni sofferte sugli insanguinati campi di battaglia e nelle ingemmate aule della diplomazia, e che ci perdonino questo supremo sacrifizio i martiri invendicati di Custoza, di Tiarno e di Lissa!

"E noi pure confinati da tre mesi in questa riva, dove l'Eroe del popolo ci destinava a gloriosi avvenimenti, dimentichiamo l'ingrata inazione a cui ci si volle costretti, sfruttando tanta parte di entusiasmo e di generosi propositi.

"Colonnello! Se il sangue delle battaglie non ha battezzato la nostra camicia, voi ed i vostri bravi compagni, sul cui petto brilla la medaglia dei Mille, potrete francamente attestare, come inferiori di numero, di forze e nel difetto di tutto, sapemmo cimentare più volte un nemico, che pur troppo insegnava a chi ci governa come si appresta una guerra, mai a noi come si combatte, e si va incontro alla morte.

"Gli avvenimenti del 1866, non saranno però d'inutile peso nella bilancia dei nostri destini, perchè la democrazia rifulse di una luce più bella sulle alture di Custoza, fra le moschetterie del Tirolo, e in mezzo alle vampe della eroica Palestro!

"Questo è il nostro conforto, Colonnello, e quando tornati alle nostre case deporremo l'incruenta camicia rossa, giuriamo di vestirla quel giorno, in cui il popolo armato insanguinerànuovamente le vette del Tirolo, e le coste di Istria, perchè qualunque straniero sappia, che quel tremendo confine è il confine dell'Italia, indipendente e libera!

Salò, 21 settembre 1866.

Mario Alberto, Burattini Carlo, Gagliardi Guglielmo, Bandini Temistocle, Bradicich Giuseppe, Viggiani Pompeo, Pegoraro Giuseppe, Martini Narciso, Pedani Tito, Stramazzoni Cesare, Brenno Bandini, Pacetti Luigi, Silvestrini Pasquale, Schiaffino Prospero, Bandini Costantino, Baracchini Andrea, Venzi Cesare, Barbieri Alessandro, Ghiglioni Lorenzo, Bocci Marino, Berardi Colombo, Camin Gaetano, Romani Giovanni, Negrini Mariano.

Intanto che questi fatti si svolgevano in terra un avvenimento dei più dolorosi avveniva nel mare Adriatico.

I migliori ufficiali della marina da guerra invocavano come loro Duce supremo il Galli della Mantica, uomo di grande capacità, e di straordinaria energia, ritenuto una vera tempra d'acciaio, capace di ogni eroismo. Fu invece preferito il conte Carlo Pellion di Persano, chegià poteva dirsi vecchio, perchè aveva oltrepassata l'età di 60 anni.

Contro il Persano l'Austria seppe opporre un terribile avversario—Guglielmo Tegetthoff di quarant'anni appena di età; e fu scelto proprio lui, sebbene fosse il più giovine degli ammiragli, perchè lo si sapeva pieno di ardire e dì un coraggio quasi temerario.

La flotta italiana dopo il 24 giugno per la sua potenza era la dominatrice del mare Adriatico; e quella austriaca si teneva rinchiusa in Pola. Vi era tutto da tentare—tutto da sperare.

Fu decisa l'occupazione di Lissa, considerata la Gibilterra dell'Adriatico; e il 18 luglio alle 11 antimeridiane la nostra flotta prendeva posizione dirimpetto all'isola.

Una ricognizione fatta dal D'Amico, capo di stato maggiore del Persano, coll'esploratore "Messaggero" riferiva che la guarnigione dell'Isola era di 2500 uomini provveduta di tutto.

Deciso l'attacco, la flotta venne divisa in tre squadre; una comandata dal vice ammiraglio Vacca doveva attaccare Comisa, difesa da due batterie, e da una casamatta; l'altra sotto gli ordini del vice ammiraglio Albini dovevaeseguire uno sbarco nel porto di Manego difeso da due batterie; la terza, comandata dal Persano doveva forzare il porto di S. Giorgio difeso da quattro forti e da due batterie.

Alle 11 1/2 del 19 incominciò il fuoco e senza interruzione durò fino alle 7 1/2 pomeridiane; alle 2 saltava in aria una polveriera nemica; alle 3 1/2 ne scoppiava una seconda e andava all'aria la Torre del Forte e la bandiera che vi era inalberata; alle 5 tutti i forti di S. Giorgio erano demoliti ed i cannoni, ad eccezione di due situati nell'elevata posizione del telegrafo, erano smontati e ridotti al silenzio; l'intrepidezza, il valore degli equipaggi è impossibile descrivere, sebbene a bordo non pochi fossero i feriti e parecchi i morti.

La presa di Lissa era assicurata; ma fu malauguratamente rimandata all'indomani, perchè si ebbe notizia che l'Albini non aveva potuto eseguire lo sbarco.

Alle ore 9 del giorno 20 l'avviso "Esploratore" segnalava la squadra nemica in vista. L'ammiraglio Persano avrebbe dovuto senz'altro assegnare a ciascuna delle navi sotto al suo comando il proprio posto di combattimento, edare ad esse gli ordini della parte che avrebbe dovuto prendere per ribattere vittoriosamente l'attacco; invece l'ammiraglio Persano alle ore 9 1/2 abbandonava la nave di comando "Re d'Italia" per imbarcare sulla corazzata "Affondatore" accompagnato dal capo di stato maggiore e da due suoi aiutanti di bandiera.

L'onorevole deputato Pier Carlo Boggio che era nella nave ammiraglia "Re d'Italia" quale amatore e come storiografo, all'invito che gli fece il Persano, si rifiutò di seguirlo perchè ebbe subito la percezione che coll'abbandono della nave ammiraglia nel supremo momento del combattimento, si commetteva non solo un gravissimo errore, ma un vero atto colpevole da essere paragonato alla fuga davanti al nemico.

Intanto la squadra austriaca arrivava a grande velocità in linea su due file, ma formata in formidabile cuneo, col proposito di spazzare, rompere ed affondare tutte quelle navi che avrebbe incontrato sulla sua via; in testa a tutte era la nave ammiraglia "Carlo Max".

Il primo e maggiore impeto fu portato dal nemico sulla R. nave ammiraglia "Re d'Italia"—e si capisce!—L'ammiraglio Tegetthoff ritenevache su quella nave stesse il comandante in capo della flotta italiana, e le muoveva arditamente contro. Era un duello tra le due navi di comando—e quello dei due che ne fosse riuscito vincitore avrebbe deciso della vittoria della sua squadra!

Il "Re d'Italia" assalito da poppa, nei fianchi, da prua ebbe spezzato subito il timone per cui rimase senza governo; nella critica e fatale posizione, il comandante Foa di Bruno, uomo dei più valorosi, gli ufficiali sotto ai suoi ordini, gli equipaggi, i cannonieri tutti al loro posto impavidi, rispondevano agli assalitori con bordate, con tiri di cannone, con le carabine—quando—la nave ammiraglia austriaca "Max" le fu sopra a tutta forza di macchina e l'investiva con urto tremendo; con orribile scroscio lo sperone ferrato squarciatole il fianco, le apriva un'enorme breccia sotto la linea d'acqua—e il "Re d'Italia" la bella nave ammiraglia colla bandiera a riva spiegata al vento, sempre eroicamente combattendo s'inclinò—e fra le grida di viva l'Italia da parte del suo equipaggio, e col capo reverentemente scoperto di quello austriaco—sprofondava nell'abissodel mare trascinando nei vortici 700 eroi; primi fra tutti, l'Emilio Foa di Bruno comandante in prima, il deputato Pier Carlo Boggio, il marchese di Malaspina comandante in seconda, il cav. Del Santo sotto capo di stato maggiore, i tenenti Gualterio Enrico, Casanova Giuseppe, Bossano Alfredo, Bozzetto Michele ed Isola Carlo sottotenenti, Olivieri Giuseppe, Palermo Salvatore, Orsini Torello, il conte Fazioli, guardie marine, Verde cav. Luigi medico di bordo; ed il pittore Ippolito Ciaffi. Pochissimi furono i salvati e fra questi il bravo tenente Candiani.

Affondata la creduta nave ammiraglia le corazzate austriache assalgono le navi Italiane "Ancona" la "Palestro" la "San Martino" ed altre: il "Kaiser" si slanciava contro il "Re di Portogallo" ma ne esciva malconcio assai, messo fuori di combattimento ed in fuga, mercé l'abilità e la bravura del comandante Riboty. Nella mischia la "Palestro" venne colpita da granate nella parte non corazzata cagionandole forti avarie.

Sviluppatosi l'incendio il bravo comandante Cappellini fa di tutto per domarlo; ma inutili sforzi! Visto che ogni salvezza della corazzataè ormai impossibile due piroscafi dell'armata italiana "l'Indipendente" ed il "Governolo" sfidando ogni più grave rischio si accostano alla Palestro offrendo salvezza.

L'eroico comandante—chiama a raccolta i compagni—fa ad essi nota l'inevitabile catastrofe—quindi dice: "Chi vuole salvarsi si salvi" Unanime un grido risponde "faremo quello che il comandante sarà per fare" al che il Cappellini risponde "io non abbandono il mio posto" e allora gli eroi tutti a rispondere "vogliamo seguire la tua sorte".

Udita questa commovente decisione il comandante ordina sia alzato il gran pavese. I marinai salgono a riva sugli alberi, sui pennoni, intuonano i canti della Nazione.—Un orrendo scoppio—un ultimo, immenso grido si eleva al cielo "Viva l'Italia viva il Re" e in una nube di fiamme sono tutti avvolti—e i martiri della patria sprofondano nei vortici del mare.

Nel combattimento tutti fecero il loro dovere, gli eroismi di Foa di Bruno e del Cappellini sono immortali; va anche segnalato il valore dei Riboty, degli Acton, dei Del Carretto, dei Del Santo, e l'abnegazione il patriottismo, levirtù militari di tutti gli ufficiali della flotta e degli equipaggi.

Ma a che giova il valore, e a che vale l'eroismo se manca il duce che sappia condurre alla pugna ed alla vittoria?

Il Persano commise due errori gravissimi: il primo di avere abbandonato la nave ammiraglia pochi momenti prima del combattimento. Egli avrebbe dovuto scegliere fin dall'inizio della campagna come nave ammiraglia l'"Affondatore" se la credeva atta a meglio servirlo nel suo piano di battaglia; il secondo è, che egli non seppe adottare un ordine di battaglia rispondente a quello col quale la parte nemica veniva ad investirlo. Colla sua squadra il Persano doveva ordinarsi in due linee ed in forma d'imbuto; lasciare che le navi nemiche entrassero nell'imbuto e quindi assalirle prima a colpi di cannone, a bordate e poi investendole a colpi di sperone.

L'"Affondatore" doveva tenersi sopravento onde potere dominare, dirigere l'azione; ed impegnato il combattimento valersi della velocità della sua nave e delle sue qualità offensive, correre addosso al "Max" nave ammiragliaaustriaca, investirla a tutta forza col tagliente suo sprone e colarla a fondo. Così avrebbe certamente manovrato Galli della Mantica. Invece come fu utilizzata questa nave, la più potente del tempo?

L'Affondatore (comandante Martini), mentre le nostre navi "Re d'Italia" "Re di Portogallo" "Ancona" "Palestro" e le altre si trovavano alle prese col nemico e facevano con tanto eroismo il loro dovere, traversata la linea delle corazzate italiane volgeva la prua contro il lato destro del "Kaiser" manovrando per investirlo col suo formidabile rostro. Già il luogotenente Chinca dallatoldadella nave manda il grido "pancia a terra" affinchè il potente urtoimminentenon faccia trabalzare gli uomini dell'equipaggio; già l'ultima ora è suonata per quel bel tipo delle antiche armate navali, quando ad un tratto, l'"Affondatore" per ordine imperioso dell'ammiraglio Persano comandante le forze navali italiane, piega bruscamente a destra e si allontana dal Kaiser e dal combattimento. Quante lacrime di vergogna e di dolore si saranno versate da quei bravi che formavano l'equipaggio della potente nave! Quanti di quei bravi si saranno morse le dita!

L'orgoglio italiano nell'anno 1866 ebbe a patire ben dolorose delusioni.

L'infelice giornata di Custoza che non fu priva di gloria per i nostri combattenti; la terribile catastrofe di Lissa; recavano profondo dolore nel cuore della nazione. E, per di più la Venezia, uno degli obbiettivi del patriottismo italiano, per sfogo di dispetto e di orgoglio dell'imperatore d'Austria, era data allo imperatore Napoleone dalle cui mani doveva riceverla il Re d'Italia!

Nella notte del 4 al 5 luglio il Re Vittorio Emanuele aveva ricevuto il seguente telegramma:

A S. M. il Re d'Italia

Parigi, 5 luglio

"Sire: L'imperatore d'Austria entrando nelle idee espresse nella mia lettera al sig. Drouyn De Lhuys, mi cede la Venezia, dichiarandosi pronto ad accettare una mediazione per ristabilire la pace.

L'esercito italiano ha avuto occasione di mostrare il suo valore. Un maggiore spargimento di sangue è dunque inutile e l'Italia può raggiungereonorevolmente lo scopo cui aspira mediante un accomodamento con me, su cui sarà facile intenderci. Scrivo a S. M. il Re di Prussia per fargli conoscere questo stato di cose e proporgli per la Germania come lo faccio a V. M. per l'Italia, la conclusione d'un armistizio come preliminare alle trattative di pace.

Napoleone"

Questo gravissimo annunzio, pochi giorni dopo una battaglia perduta, sebbene valorosamente combattuta, nel momento di ripigliare le offese con tante speranze e tanto bisogno di un grande successo d'armi, giunse al Re, all'esercito, all'Italia oltre ogni dire sgradito.

Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell'imperatore dei francesi feriva nel più vivo l'amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell'Italia verso la Prussia sua alleata.

D'altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto dell'imperatore dei francesi, v'era la possibilità di vederci venir contro la Francia armata nel veneto o altrove! Pure tra la rovina alla quale una tal guerra ci avrebbe condotti e il disonore, nè al quartier generalenè al Re, nè al ministero poteva rimaner dubbia la scelta.

Il Re quindi rispondeva, ringraziando l'Imperatore dei Francesi dell'interesse che prendeva per l'Italia; ma che trattandosi di affare tanto grave doveva consultare il suo governo e il suo alleato al quale era stretto da un trattato.

Intanto il generale Cialdini domandava se poteva invadere senza perdita di tempo il territorio veneto e gittarsi nella provincia di Rovigo.

Il generaleLa Marmorarispondeva al Cialdini invitandolo ad operare, giacchè egli diceva "per me il peggio sarebbe ricevere la Venezia senza avervi messo piede".

E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera avrebbe gettati i ponti e passato il Po.

Per questi fatti l'imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco che la Città regina dell'Adriatico non vedesse sventolare sul campanile di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a suo presidio le truppe francesi.

Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d'accordo con S. M. il Re e col generaleLa Marmorasi opponeva alla firma dell'armistizio senza averneprima ottenuto l'assenso del Re di Prussia alleato in quella campagna, e l'imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da guerra con truppe da sbarco "La Provence" e "L'Eclaireur" partissero per Venezia con ordini suggellati.

Ubaldino Peruzzi, visto che al conte Nigra nostro ambasciatore a Parigi non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale officioso "Costitutional" e del generale De Fleury, perchè vedesse di scongiurare questo affronto all'Italia. Questi accettò la delicata, quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una nuova umiliazione e danni non lievi.

La retrocessione dal Veneto si effettuò senza scosse e senza riserve, e la conclusione della pace pose termine ad ogni complicazione.

Unita la Venezia all'Italia, Garibaldi pensava a sciogliere il suo voto a Roma. A tal fine raccomandavaagli amici di non indugiarsi, e li incitava a fare i preparativi necessari.

A Firenze erasi costituito un comitato centrale che aveva per capi Cairoli, Crispi, Fabrizi, Guastalla ed altri, tutti animati dal vivo desiderio di dare all'Italia la sua Capitale naturale—Roma.

Dopo le guerre del 1859-1860 le condizioni morali dei liberali romani avevano subito una forte scossa.

I più non accettavano senza discussione la condotta passiva, rassegnata, che dal 1853 veniva loro raccomandata.

L'emigrazione resa più numerosa per i giovani che da Roma erano corsi ad arruolarsi sotto la bandiera dell'unità nazionale, faceva apertamente intendere essere giunto il momento per Roma di cambiare attitudine, e suo dovere di pronunciarsi energicamente per la sua liberazione dal giogo papale.

La vittoria degli alleati sui campi Lombardi—la disfatta dell'esercito ponteficio nelle Marche—la marcia trionfale di Garibaldi nel regno di Napoli—avevano a tal punto entusiasmato la gioventù liberale romana da volere senz'altro che si uscisse dall'inerzia, nella quale l'aveva fatta addormentare il Comitato nazionale.

Ma questo Comitato nazionale romano faceva ogni sua possa per rattenere la brava gioventù dicendo: "La liberazione di Roma è questione difficile—solo la diplomazia può riuscirvi, quindi necessità assoluta di non crearle ostacoli e rimanere tranquilli lasciandone la cura al governo di Torino".

Il partito democratico di Roma, abbenchè stremato, non era del tutto spento. Esistevano ancora non pochi avanzi del 48 e 49 che alla azione del tempo ed alle seduzioni avevano resistito conservando integra la loro fede e i loro principi.

Questi patrioti, insofferenti a tanta sottomissione, s'intesero coi più animosi e migliori della emigrazione e coi capi del partito d'azione; ruppero gl'indugi e organizzarono dei nuclei indipendenti dal Comitato nazionale pronti all'azione;disgraziatamente, però, mancava un'unica direzione.

Il fatto poi di Aspromonte fu lo stimolo ad un azione concorde, e stabilita la fusione dei vari nuclei si costituì un Comitato d'Azione Romano col seguente programma:

"Fare propaganda incessante ed efficace onde indurre il popolo a scuotersi ed a sollevarsi, non fosse altro per dare pretesto al Governo di Torino di portare con maggiore utilità sul tappeto diplomatico la questione romana.

"Raggranellare gli elementi d'azione esistenti in città, organizzarli e prepararli per un dato momento alla riscossa.—Provvedere d'armi la città.—Stabilire mezzi regolari e sicuri al confine per lo scambio della corrispondenza.—Organizzare un servizio di corrispondenza coi giornali italiani ed esteri".

L'impresa era ardua—trattavasi di lottare col prete, coi francesi, col comitato nazionale! Bisognava agire con arditezza e ad un tempo con prudenza poichè le tre polizie, pontificia, francese e quella del comitato nazionale, erano intente a spiare e a sventare le mosse del nuovo centro d'azione.

Contro tutte queste difficoltà lottavano i direttori del partito d'Azione Romano—ed il programma tracciatosi ebbe in parte il suo svolgimento. Un giornale clandestino dal titoloRoma o mortefu istituito e in mezzo a mille ostacoli e peripezie non cessò dalla patriotica sua propaganda, combattendo per tre anni con accanimento le turpitudini del governo dei preti e la condotta del Comitato nazionale che a quello assicurava l'esistenza, consigliando al popolo la inazione.

In questo giornale oltre a patrioti romani, collaboravano Mazzini, De Boni, Asproni, Alberto Mario, Pianciani, Scifoni ed altri. Era direttore il dottore Giuseppe Pastorelli.

Si procedette dal Comitato d'azione all'organizzazione delle forze con forma e carattere proprio. La corrispondenza al di là dei confini fu organizzata con elementi d'indiscutibile sicurezza. Le armi erano state raccolte in luogo da potere essere, a momento opportuno, introdotte in città coll'aiuto di provati patrioti quali il Cucchi, il Guerzoni, l'Adamoli ed altri.

Certo è dunque che il lavoro lento sì, ma costante del Comitato d'azione romano valse ascuotere dall'inerzia la gioventù ed a preparare gli elementi che nella città dovevano prendere parte ad un fatto che doveva affrettare la liberazione di Roma.

L'11 febbraio 1867, il ministro Ricasoli, disapprovato nella perpetua questione del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera.

Convocata la nuova, questa non apparendo diversa da quella disciolta, il barone Ricasoli senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnava il potere, che veniva raccolto da Urbano Rattazzi.

Si sapeva del nuovo presidente del Consiglio le opinioni su Roma. Egli aveva censurato la convenzione di settembre, e s'era risolutamente opposto alla convenzione Lagrand Dumonceau.

Era pur noto che egli non intendeva fare alcuna concessione alla Chiesa se non quando fosse cessato il potere temporale dell'autorità ecclesiastica ed il governo italiano fosse insediato in Roma.

L'entrata al potere del Rattazzi fece nascere nel partito liberale italiano la speranza che conlui si sarebbe andati a Roma; e il partito d'azione si mise subito all'opera per accelerare l'evento.

Da parte sua il generale Garibaldi inviava al Comitato insurrezionale di Terni il capitano Galliano e il tenente Perelli col mandato di armare quanti giovani fuorusciti romani avessero potuto raccogliere, e con questi, fatta insurrezione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell'incendio. I rappresentanti del partito d'azione nel Ternano conte Massarucci e Frattini, caldi patrioti e vecchi cospiratori, consentivano di dar mano all'impresa; e il 19 giugno il Galliano ed il Perelli raccolti ed armati centoquattro giovani arditi, tragittata la Nera marciavano per la Sabina. Se nonchè giunti nel punto di sconfinare nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, una compagnia di granatieri, che si teneva ivi imboscata, circuì la colonna e le intimava la resa.

Questo fatto non influì in ciascun modo a raffreddare l'opera di Garibaldi, chè anzi servì a spronarla. Difatti Garibaldi mandava Cucchi Francesco a Roma per annodare in sua mano le fila della rivoluzione; mandava suo figlio Menotti a sondareil terreno e a stringere patti col Nicotera e con altri nel mezzogiorno; incaricava Acerbi della raccolta dei giovani e delle armi alla frontiera Umbro-Toscana e lo mandava in suo nome a scandagliare le intenzioni del Rattazzi: da quanto ne fu trapelato parve che il Rattazzi non dissentisse dall'idea del generale ed era pronto a coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il generale, per acquietare le rimostranze del governo francese e stornare i sospetti del governo pontificio,lasciasse per qualche tempo il continente e si recasse a Caprera.

Intanto nella prima quindicina di agosto il generale aveva dati i suoi ordini e distribuite le parti come alla vigilia di un entrata in campagna; Menotti doveva sconfinare da Terni coll'obbiettivo Monterotondo; Acerbi da Orvieto obbiettivo Viterbo; Nicotera e Salomone da Aquila e Pontecorvo obbiettivo Velletri.

Già il 13 luglio 1867 i comitati riuniti avevano annunziata la loro fusione col seguente manifesto:

Romani!

"Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l'onore e la libertà della patria, si è realizzato.

"Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all'Italia.

"Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d'insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana la quale assume la suprema direzione delle cose.

"Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrificii. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più e che presto ci dia la vittoria.

Romani!

"I cittadini rispettabili, che fanno parte della Giunta a cui rassegneremo l'ufficio, sono degni dell'alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.

"Secondateli adunque, fidenti ed animosi e l'impresa non fallirà.

"Vogliamolo tutti, e ben presto venticinquemilioni di fratelli saluteranno Roma Capitale d'Italia".

Il Comitato Nazionale Romano

Il Centro d'Insurrezione.

In quel tempo, invitato Garibaldi ad intervenire al Congresso Socialista Internazionale della pace, che doveva tenersi a Ginevra, vi andò accompagnato da Cairoli, da Alberto Mario, da Ceneri, da Riboli, e da altri amici, e dopo un suo discorso, concretava la sua opinione colle seguenti affermazioni:

1oTutte le Nazioni sono sorelle.

2oLa guerra fra di loro è impossibile.

3oTutte le querele che sorgeranno tra le Nazioni, dovranno essere giudicate da un Congresso.

4oI membri del Congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.

5oCiascun popolo avrà diritto di voto al Congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.

6oIl papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.

7oLa religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.

8oSupplire il sacerdozio dell'ignoranza, col sacerdozio della scienza e dell'intelligenza.

"La Democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.

"Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno;èil solo caso in cui la guerra è permessa".

A questo colpo inatteso, che urtava contro le idee predominanti nel Congresso, successe un inferno. Garibaldi non attese neppure la votazione, abbandonò il Congresso, rientrò in Italia, e fermatosi un poco a Belgirate, fece ritorno a Firenze.

Intanto le sue istruzioni per la concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano erano date e stava per partire egli pure pel luogo dell'azione, quando il 23 settembre in Sinalunga venne arrestato; doveva essere tradotto ad Alessandria. A Pistoia, mentre si era per un momento fermato nel viaggio ebbe tempo di consegnare al Del Vecchio il seguente biglietto da pubblicarsi:

24 settembre

"I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i tiranni.

"Gli italiani hanno il dovere di aiutarli e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.

"Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intero vi guarda, e voi, compiuta l'opera, marcerete colla fronte alta e direte alle Nazioni: Noi abbiamo sbarazzata la via alla fratellanza umana, dal suo più abominevole nemico.

G. Garibaldi

Il 27 imbarcato nella Ranave l'"Esploratore" veniva portato a Caprera dove doveva essere sorvegliato a vista da navi da guerra e dalle loro imbarcazioni.

Intanto che il governo sequestrava Garibaldi, i suoi amici discutevano sul modo di raggiungere lo scopo; se l'accordo nel fine era generale—la liberazione di Roma—vi era discordia sui mezzi di esecuzione: Crispi, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, Adamoli, Damiani, tutta quasi la frazionepolitica-militare del partito garibaldino opinava che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma; Menotti, Canzio, Acerbi e qualche altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del generale, volevano che le mosse dovessero essere parallele; il Cucchi, che più di tutti la caldeggiava, dava per sicura l'iniziativa romana.

Mentre avvenivano queste trattative fra i capi del movimento; ad un tratto, all'improvviso per tutti, un circa duecento giovani capitanati dal trentino Luigi Fontana dei Mille, passavano il confine nel Viterbese, si buttavano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita facevano prigionieri una quarantina di gendarmi pontifici e s'impossessavano del paese.

All'annunzio dell'inopinato assalto di Acquapendente Menotti ed Acerbi credettero non essere più questione di discutere—essere impegnato il loro onore ad accorrere in soccorso degli arditi patrioti—e quindi Acerbi diede ordine alle sue genti di sconfinare.

Il 3 ottobre Menotti Garibaldi rotti gli indugi con pochi compagni e col capitano Tringalli varcava nascostamente il confine. Si diresse a Poggio Catino ove fu accolto con amore fraterno incasa del conte Galeazzo Ugolini. Ma non volle fermarvisi e tosto si mise in moto. A S. Valentino il Sindaco Nardi con venti giovanotti ingrossava il drappello che a Poggio Mirteto accoglieva altri trenta animosi; a Montemaggiore trovava il capitano Fontana con cinquanta circa volenterosi e vi pernottava. Sull'albeggiare la colonna si dirigeva a Montelibretti.

Menotti con circa 80 uomini precedeva, gli altri col Tringali e coll'Ugolini seguivano alla distanza di mezzo chilometro. Giunto Menotti nella macchia di Manocchio si trovò assalito da buona schiera di gendarmi e di zuavi pontifici che lo attendevano in imboscata.

I nostri sebbene sorpresi non si perdettero d'animo; guidati dal valoroso Menotti Garibaldi i bravi volontari si lanciarono sull'inimico; questo dopo breve resistenza preso da sgomento si dava a fuga precipitosa.

Il giorno 6 accampavano i nostri a Carmignano di fronte a Nerola occupata dal colonnello De Charette; quivi la colonna fu raggiunta dal maggiore Salomone che conduceva circa 150 volontari; dal maggiore Valentini di Aquila con altri 100 volontari circa; giungevano pure altri 60baldi giovani guidati da Lodovico Petrini e dal conte Ippolito Vicentini di Rieti; 100 circa da Montopoli sotto gli ordini dei fratelli Rondoni e dell'emigrato romano Ovidi Ercole; arrivava infine il maggiore Fazzari che conduceva oltre 300 volontari da lui formati in un bello e valente battaglione.

Sotto gli ordini di Menotti erano ormai 900 circa volontari. Intanto il collonnello de Charette informato che la colonna che gli stava di fronte erasi molto ingrossata, abbandonava Nerola per Montelibretti.

La mattina dell'8 ottobre, Menotti fece muovere la colonna ed alla sera occupava Nerola; ivi attendeva all'organizzazione della sua truppa ed a provvederla dell'armamento che giungeva da Terni. La mattina del 13 ordinava la marcia su Montelibretti e la colonna vi giungeva verso le due pomeridiane. Si erano avute informazioni che il nemico erasi allontanato, per cui i garibaldini credendosi sicuri avevano formato i fasci d'armi e ognuno per conto suo cercava di provvedere ai propri bisogni ed a ristorarsi del lungo cammino.

D'improvviso una scarica di fucilate avvertei volontari che il nemico è alle porte del paese. Si corse senza ritardo alle armi. Il Fazzari montato a cavallo scorreva le vie animando ed incitando quanti incontrava a formarsi in colonna. Messo assieme un gruppo di circa 50 uomini esce animoso dalla porta e precipita contro il nemico che a passo di carica veniva ad investire il paese.

Era un battaglione di zuavi pontifici, i quali visto Fazzari a cavallo lo accolgono con una scarica a bruciapelo che gli uccide il cavallo e lo ferisce alla gamba; il cavaliere precipita di sella ma non sidàper vinto; ha in pugno il suo revolver, lo scarica addosso a chi ha la disgrazia di avvicinarglisi e sparati tutti i colpi finisce per scaraventare il suo revolver stesso contro i nemici che lo accerchiavano. Questo eroismo incute rispetto agli ufficiali che comandavano i zuavi, i quali invece di finirlo lo lasciavano in custodia di tre dei loro, mentre la massa continuava ad avanzare mantenendo fuoco vivissimo contro i nostri che, sebbene in pochi, tenevano testa.

Intanto Menotti aveva riunito intorno asèil grosso dei volontari e a passo di carica investe i nemici che fanno resistenza ma infineil valore dei nostri li vince e dei zuavi pochi poterono salvarsi, i più erano rimasti sul terreno morti e feriti.

Nel combattimento molto si distinsero, senza dire del Menotti e del Fazzari, il capitano Tringalli ed i tenenti conte Ugolini Galeazzo e Nani Raffaele, e il sottotenente Campagnoli Aldebrando della colonna Salomone.

Il 13 di ottobre Nicotera esso pure sconfinava con ottocento uomini a Vallecorsa e l'indomani s'avviava a Falvaterra.

Si aspettava che Roma desse qualche segno di vita e Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Celle, Costa si erano stretti in lega coi membri del Comitato di Azione; ma tutti sentivano che la sollevazione intempestiva nella provincia aveva resa impossibile una sorpresa nella Capitale.

Mentre questo avveniva in Sabina, Canzio e Vigiani pensavano di trarre Garibaldi dalla prigionia di Caprera. Noleggiata una paranzella salparono da Livorno il 14 ottobre, cautamente accostarono alla Maddalena ed a mezzo della Signora Collin, fatto pervenire un biglietto al Generale, proseguivano pel porticello di Brandinchiper aspettarvelo. La notte del 16 ottobre il Generale avventuratosi sopra un guscio di noce, faceva il tragitto da Caprera al punto di ritrovo, e deludendo la vigilanza dei R. Equipaggi, prendeva imbarco nella paranzella, sbarcava a Livorno, ed in sul mezzogiorno del 20 arrivava a Firenze con grande sorpresa del Governo e gioia degli amici.

Il 21 ottobre 1867 veniva diramato il seguente manifesto:

Romani all'armi!

"Per la nostra libertà, per il nostro diritto, per l'unità della patria Italiana, per l'onore del Nome Romano.

All'armi!

"Il nostro grido di guerra sia:

"Morte al papato temporale! Viva Roma Capitale d'Italia. Rispettiamo tutte le credenze religiose, ma liberiamoci una volta e per sempre da una tirannia, che ci separa violentemente dalla famiglia italiana e tenta perpetuare l'inganno, che Roma sia esclusa dal diritto di nazionalità ed appartenga a tutto il mondo, fuorchè all'Italia.

"Da molti giorni i nostri fratelli hanno levato il vessillo della santa rivolta e bagnata del loro sangue la via sacra di Roma.

"Non tolleriamo più che siano soli e rispondiamo al loro eroico appello con la campana del Campidoglio.

"Il nostro dovere, la solidarietà della causa comune, le tradizioni di Roma ce lo impongono.

All'armi!

"Chiunque può impugnare il fucile accorra, facciano di ogni casa un fortezza, di ogni ferro un'arma.

"I vecchi, le donne, i fanciulli elevino le barricate, i giovani le difendano.

"Viva l'Italia!

"Viva Roma!"

Durante la traversata della paranzella da Brandinchi a Livorno Garibaldi redigeva il seguente manifesto:

Da bordo, 18 ottobre 1867.

"Redimere l'Italia e poi morire".

Cari compagni,

"Eccomi ancora con voi, prodi sostenitori dell'onore italiano. Con voi, per compire un dovere,per aiutarvi nella più santa e gloriosa impresa del nostro risorgimento.

"L'Italia s'è persuasa, che non può vivere senza il suo corpo, senza il cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili ledendo un diritto e il decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci d'uno spregevole tiranno.

"Dunque avanti, e costanza soprattutto! Io non vi chieggo coraggio, valore, perchè vi conosco. Vi chieggo costanza. Gli Americani durarono quattordici anni nella lotta gloriosa, che li fece la più potente, la più libera nazione del mondo: a noi concordi bastano pochi mesi per lavare l'Italia dal sudiciume che l'infesta, voglia o non voglia un semplice bastardume ed i suoi padroni.

"G. Garibaldi".

Il 22 partì per Terni. Ivi giunto sapendo che il Governo aveva dato ordine di arrestarlo, in sull'albeggiare del 23, sconfinava a Passo Corese e dava ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte le colonne che si trovavano già pronte e di sconfinare senza ritardo. Intanto altre colonne erano in formazione a Terni. E nella notte del 24 Garibaldi telegrafavaal Comitato di Firenze: "Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti". Nel giorno stesso ordinò si investisse Monte Rotondo, che voleva ad ogni costo occupare, ancorchè non avesse alcun pezzo di artiglieria.

La notizia che Garibaldi era entrato nel territorio pontificio, fece accorrere volontari da tutte le parti; anche Ancona eccitata alla guerra da un patriottico proclama non mancò di fare il suo dovere.

Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, partiva una colonna di cui veniva affidato il comando ad Elia. Prima però, che questa colonna composta di più di mille ducento volontari fosse armata, si dovette perdere molto tempo a Terni. Infine rotto ogni indugio e sebbene non poche armi mancassero per l'armamento completo, Elia ordinava la partenza e raggiungeva il generale Garibaldi e suo figlio a Monte Rotondo, ove già si combatteva.

La difesa di Monte Rotondo fu accanita. L'attacco incominciato all'alba era durato tutta la giornata; stava per calare la notte ed il fuoco continuava accanito da parte dei papalini; giàmolti dei nostri erano feriti, fra i quali, Mosto, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoli, l'Andreucci ed altri. "Bisogna finirla" grida Garibaldi—ed ordina di dar fuoco alla porta; verso le otto di sera la porta andava in fiamme e fattavi una apertura i garibaldini vi si precipitano dentro, gli antiboini si rifuggiano nel Castello ed all'albeggiare riprendevano le fucilate; ma visto che i volontari, penetrati nelle scuderie del principe Piombino, che era coi garibaldini a combattere per la liberazione di Roma, si preparavano a dare fuoco al Castello, incendiando il fienile, verso le 9 di mattino si arrendevano, lasciando in nostre mani due cannoni con un centinaio di cariche, circa 300 fucili e poche munizioni.

Nella presa di Monterotondo si comportarono da valorosi, rimanendo feriti, Antonio Lazzari, Emilio Pignocchi, Guerrino Galeazzi, Giovanni Dottavi, Massimiliano Gianforlini, Gennaro Montevecchio, Vincenzo Spadolini, Campagnoli Aldebrando, tutti di Ancona.

Ecco come il generale partecipava la presa di Monterotondo:

Caro Fabrizi

"L'impresa di Monterotondo è certamente una delle più gloriose per questi poveri prodi volontari.

"In tutte le campagne in cui ebbi l'onore di comandarli non li vidi mai sì travagliati dai disagi, dalla nudità e dalla fame.

"Eppure questi valorosi giovani, stanchi ed affamati, hanno compito in questa notte un sanguinoso e difficile assalto, come non avrebbero fatto meglio i primi soldati del mondo. Sono le 4 e siamo padroni di Monterotondo, meno il palazzo in cui si sono rifugiati i zuavi, antiboini e svizzeri.

"Abbiamo in mano molti trofei della vittoria, cavalli, armi e prigionieri.

"Monterotondo, 26 ottobre 4 ant.

G. Garibaldi".

ORDINE DEL GIORNO

"Anche in questa campagna di Roma i valorosi volontari hanno compito il loro gloriosoCalatafimi; temporali, nudità, fame quasi da non credersi sostenibili, non furono capaci di scuotere il brillante loro contegno.

"Essi assaltarono una città murata, colle porte barricate e cannoni per difenderla, guernita dagli esperti tiratori che i preti regalano agli italiani da tanti secoli, con uno slancio di cui l'Italia può andare superba!

"Dio benedica questi generosi.

"Monterotondo, 26 ottobre.

G. Garibaldi".

Al Comitato Centrale di Roma:

Cari Amici

"Dopo l'assalto e la presa di Monterotondo ci siamo spinti sino a sei miglia da Roma, ove ci troviamo ora.

"Dei nemici non abbiamo notizie. Se la spedizione francese è vera, spero vedere ogni italiano fare il suo dovere.

"Casina S. Colomba, 27 ottobre.

G. Garibaldi".

Il 24 ottobre Acerbi assaliva Viterbo, ma nonostante il valore spiegato dai suoi, nel quale primeggiò il bravo Napoleone Parboni che l'Acerbi promoveva maggiore, fu necessità desistere dall'attacco.

Il giorno 26 i ponteficii abbandonavano Viterbo e l'Acerbi se ne impadroniva senza colpo ferire. Nella giornata del 24 si distinse anche il capitano Greco, siciliano.

Il Nicotera che aveva per obiettivo Velletri ebbe un serio e micidiale combattimento a Monte San Giovanni, ove cadeva l'eroico Di Benedetto con ben ventidue valorosi compagni; il 28 il Nicotera prendeva la sua rivincita a Frosinone, ove fugava il nemico cagionandogli forti perdite ed il 30 occupava Velletri.

Appena si seppe in Roma che bande di garibaldini erano entrate nel territorio del papa, il governo non ebbe più ritegno. Chiuse alcune delle porte della città; le altre fortemente custodite; sorvegliati gli alberghi e le case; cacciati i forestieri sospetti; infine rigori e vessazioni di ogni sorta; difficile quindi più che mai preparare una sommossa, senza che la polizia non ne venisse a cognizione.

Cucchi Francesco era stato incaricato, con amplissima credenziale di Garibaldi, d'intendersi col Comitato d'insurrezione e coi membri della Giunta Nazionale per promuovere e dirigere il movimento di Roma.

A coadiuvare il colonnello Cucchi erano entrati in Roma, il maggiore Guerzoni il maggiore Adamoli, il colonnello Bossi, il Cella, i quali sfidando ogni pericolo lavoravano indefessamente perchè scoppiasse la scintilla rivoluzionaria ma, nonostante i prodigi d'operosità e d'ardire del Cucchi e dei suoi compagni, i preparativi per l'audace impresa non si erano potuti completare; e, quel che peggio, le armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque tentativo, non erasi ancora trovato modo di farle entrare in Roma.

Ma da quelli di Firenze si scriveva al Cucchi "una schioppettata, una sola schioppettata entro Roma e basta"; e la schioppettata fu tirata.

Disegno dei cospiratori era d'assalire il Campidoglio, impadronirsene ed asserragliarvisi. Un drappello di congiurati guidati dal Cucchi e dal Costa Nino era incaricato di questa faccenda. Il colonnello Bossi con altra squadra doveva sorprendere il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni con cento uomini forzare Porta S. Paolo e distribuire agli insorgenti le armi depositate nella Villa Matteini. Giuseppe Monti con altri doveva minare e fare saltare la Caserma Serristori,e Zoffetti e altri cannonieri inchiodare le artigliere del Castel Sant'Angelo. I fratelli Cairoli dovevano scendere il Tevere fino a Ripetta, e portare armi che dovevano prendere a Terni. Senonchè, tutte queste imprese audaci abortirono, perchè il Governatore di Roma venutone a cognizione, aveva prese le misure preventive; solo la Caserma Serristori andò in parte all'aria, ma senza scopo, perchè vuota di soldati ponteficii. I fratelli Cairoli con settanta valorosissimi compagni, arrivati all'altezza di Ponte Molle, saputo che i preparativi di sommossa erano falliti, furono costretti a tenersi nascosti durante la notte fra i canneti, ed a cercarsi poi un migliore rifugio appena fatta l'alba. Credevano d'averlo trovato a Villa Glori sui monti Parioli; ma scoperti ed assaliti da truppe cinque o sei volte superiori, dopo eroica resistenza, caduto Giovanni Cairoli, ferito mortalmente Enrico mentre cercava d'assistere il fratello moribondo, la più bella schiera d'eroi, che avesse mai fatto sagrifizio disèper la patria veniva decimata e dispersa.

Fallito il moto insurrezionale della notte del 22 ottobre, in Trastevere buon numero di arditi popolani si apparecchiavano alla riscossa.

Giulio Aiani patriota e giovane pieno di ardimento, proprietario di un lanificio in via della Lungaretta, aveva dato convegno a quanti erano giovani liberali, forti e coraggiosi in Trastevere, e per quanto potè, raccolse nel suo stabilimento fucili, revolver e munizioni.

In quella casa erasi istituito un laboratorio ove si fabbricavano cartuccie al cui bisogno erano intente alcune giovinette del popolo, addette come lavoranti nel lanificio.

Prossima allo stabilimento eravi l'abitazione di Francesco Arquati, altro vero patriota, molto popolare nel rione di Trastevere. La moglie di lui e le figlie anche esse attendevano alla preparazione delle munizioni, mentre il figlio maggiore dell'Arquati, Pasquale, insieme a Giulio Aiani, percorrevano quel popoloso quartiere per la propaganda alla rivolta, eccitando ad un'ardito movimento i più animosi di quei popolani.

In fatti il 25 ottobre l'opera ferveva nel lanificio Aiani, divenuto focolare di quel manipolo di patrioti, decisi a morire per la libertà di Roma. Fra questi eravi pure Cesare Sterbini, parente del triumviro della repubblica romana nel 1849; quando alle 2 1/4 uno dei giovani che stava divedetta su una terrazza, dava l'avviso dell'approssimarsi di un corpo di zuavi accompagnati da forte stuolo di gendarmi; fu chiusa e barricata la porta di strada e tutti corsero ad armarsi risoluti all'estrema difesa.

Gli zuavi si slanciano per abbattere coi calci dei fucili la porta della casa, ma dall'alto si tirano delle bombe nelle loro file, e sono ricevuti da fucilata così viva, da costringere la truppa papalina ad abbandonare l'assalto ed a ripararsi nelle vicine vie, ove appiattata, iniziava un vivo fuoco di fucileria contro i patrioti romani.

Al rumore delle fucilate Giulio Aiani che si trovava in casa Arquati corre verso l'uscio per uscirne, ma la casa è in un baleno circondata dagli zuavi e dai gendarmi, che, forzata la porta, si slanciano per le scale; l'Aiani col revolver in pugno si precipita sugli invasori, ma assalito da ogni parte dopo una lotta terribile, sopraffatto dal numero, viene legato e tratto in prigione.

Intanto il combattimento contro la casa Aiani si fa sempre più vivo. Paolo Gioacchini, uomo di 50 anni, capo del lanificio, coi di lui figli Giuseppe e Giovanni incoraggiano alla resistenza e nessuno pensa di arrendersi. Infine il comandantedegli zuavi, irritato nel vedere che un pugno d'uomini teneva testa a più di trecento soldati, fa suonare la carica; gli zuavi si lanciano all'assalto della porta, ma per la seconda volta vengono respinti, e molti sono i morti e i feriti. Da due ore si combatteva, quando si vide sopraggiungere altre truppe in rinforzo e la fucilata si faceva più viva.

I tre Gioacchini e Pietro Luzzi lanciano bombe e tirano fucilate dalla terrazza, vengono feriti uno dei Gioacchini ed un giovane trombettiere disertato dalle truppe pontificie. Si combatteva da quattro ore quando agli zuavi riesce di sfondare la porta; la casa è invasa dalla truppa inferocita per la lunga resistenza e fa macello di quanti incontra; Angelo Marinelli, vecchio settantenne, gridava ai giovani di porsi in salvo pei tetti, mentre egli teneva testa agli invasori atterrandone quanti gli si facevano vicini a colpi di accetta, finchè crivellato da ferite cadde per non più rialzarsi; intanto ad alcuni dei difensori era riuscito di mettersi in salvo pei tetti delle case vicine, dove poscia vennero arrestati.

Quelli che non poterono salvarsi non cessavano da combattere sulle scale, sugli abbaini, acorpo a corpo colle daghe, coi pugnali, coi denti, dominante in mezzo a tutti l'eroica donna Giuditta-Tavani-Arquati, che incuora, comanda e combatte, terribile nell'ira nel vedere avanti a se il cadavere del marito e quello del giovinetto figlio, entrambi trucidati; alla fine soccombeva essa pure trafitta da replicati colpi.

Il nome dell'eroica donna e dei prodi caduti con lei dovranno essere ricordati con ammirazione dalle generazioni future e dall'Italia.

Caddero trafitti il padre e i figli Gioacchini, Cesare Bettarelli, Giovanni Rizzo, Enrico Ferrochi, Rodolfo Donnaggio, Francesco Mauro, Augusto Domenicali.

Oltre a questi morirono in prigione in seguito alle riportate ferite Salvatore Raffaeli e Serafino Marconi.

Furono condannati alla pena di morte Giulio Aiani e Pietro Luzzi; ad altre pene Cesare Sterbini, Romano Mariotti, Gaetano Goretti, Giuseppe Leonardi, Pio Crescenzi, Giuseppe Sabatucci, Giovanni Sabatucci, Luigi Domenicali, Ulisse Martinoli, Oreste Martinoli, Costantino Mazza, Luigi Pallocchini, Mariano Magnani, Pietro Calcina, Giacomo Marconi, Paolo Carpanetti, GermanoCeccarelli, Oreste Tedeschi, Lodovico Talucci, Perzio Giuseppe, Del Cassio.

Riuscirono a fuggire alle ricerche della polizia Cesare Benvenuti e Paolo Barabella.

La presa di Monterotondo produsse grande sgomento in tutto il territorio pontificio ed ebbe per conseguenza la ritirata di tutte le truppe papaline al dilàdei ponti di Tevere e del Teverone.

Garibaldi non aveva pace se non faceva un colpo di mano su Roma sperando che gli amici nella piazza gli avrebbero facilitata la riuscita e non volle perdere tempo.

Lasciato un battaglione a Monterotondo sotto gli ordini del colonnello Carbonelli, e speditone un altro col colonnello Pianciani a Tivoli, il generale, ordinato ad Acerbi ed a Nicotera di raggiungerlo, muoveva diffilato con tutte le sue forze su Roma.

Il giorno 29 Garibaldi portava il suo quartiere generale a Castel Giubileo spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada e al Casino dei Pazzi. I pontifici si erano ben premuniti; la porta del Popolo, la Salaria, la Pia e tutte le ville attigue,Torlonia, Patrizi, Lodovisi e Monte Mario erano guernite da pezzi coperti ed occupate da numerose truppe. Garibaldi vide l'impossibilità di un attacco venturoso; passò tutta la giornata a studiare la posizione, e sperando sempre in una insurrezione entro Roma, ordinò che nella notte si accendessero fuochi in tutta la linea del campo.

Ma a Roma l'insurrezione non appena tentata era stata repressa e spenta. Garibaldi con alcuni Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Stallo e di Burlando e con alcune guide aveva voluto tentare una ricognizione su ponte Nomentano; incontrata una pattuglia di papalini questa aveva presa la fuga. Dopo una permanenza di un'ora in quel posto, due colonne di zuavi e di antiboini sbucarono, una dal ponte Nomentano, l'altra dal ponte Mamolo tirando contro i nostri. Ma il Generale non volle, che si rispondesse, e siccome egli non aveva voluto fare, che una ricognizione, e lo scopo era raggiunto, nel mezzo della notte ordinò la ritirata su Monterotondo. Egli aveva avuto un messaggio, col quale lo si informava che i francesi sbarcati a Civitavecchia erano in marcia forzata per Roma, e perciò si voleva preparare a riceverli.

Arrivati a Monterotondo mandava il seguente contrordine:

"Al generale Nicotera.

"Per i due messi vostri, che vidi questa mattina vi inviai ordine di occupare Tivoli, e lo stesso ordine vi confermo ora.

"—Qui tutto va bene.

"—Interventi o non interventi, bisognerà compiere l'unificazione della patria.

"A Tivoli troverete Pianciani con un battaglione.

"Scrivetemi subito.

"Monterotondo 31 ottobre.

G. Garibaldi.

Col ritorno a Monterotondo una gran parte di volontari disertarono le loro file per ritornare alle loro case, tantochè alla sera del 2 novembre all'appello neppure la metà delle forze si trovò presente.

Garibaldi, commosso per l'eroica morte di Enrico Cairoli e dei suoi prodi, scriveva il seguente ordine del giorno.

"Volontari italiani!

"La Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i suoi Fabi, e l'Italia moderna i suoi Cairoli, colla differenza che con Leonida e Fabio gli eroi furono trecento: con Enrico Cairoli essi furono settanta, decisi di vincere o morire per la libertà italiana.


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