"Nella notte del 22 al 23 del passato mese, 70 prodi comandati da Enrico e Giovanni fratelli Cairoli, ardirono, pel Tevere, gettarsi fin sotto le mura di Roma, col magnanimo pensiero di portare soccorso d'armi e di braccia al popolo romano combattente.
"A ponte Molle non vedendo i segnali convenuti, sostarono. Giovanni Cairoli spedito in ricognizione riferiva cessata la pugna in Roma. "Ritirarsi o morire". Quei generosi preferirono la morte.
"Si asseragliarono in S. Giuliano, e quivi, uno contro quattro, armati di soli revolvers, questi prodi, operando miracoli di valore, di gloria imperitura coprironoun'altravolta il nome italiano.
"Attaccati da due compagnie di zuavi e antiboini, intrepidamente ne sostennero l'urto. Lapugna fu accanita e sanguinosa; ma davanti a quel pugno di valorosi i mercenari del papa ripiegarono. Molti i caduti dei nostri, fra i quali i Cairoli e l'Enrico morto.
"Volontari".
"Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mercenari pontifici ricordatevi degli eroi di San Giuliano.
Monterotondo 2 novembre.
G. Garibaldi.
Ordine del giorno al maggiore Eugenio Andruzzi.
"Il maggiore Andruzzi ha il comando dei distaccamenti composti deiVolanti, i quali non devono oltrepassare i 50 uomini cadaunonèessere meno di 30.
"Egli opererà con queste forze sulla destra del Tevere disturbando il nemico in ogni modo e dando al quartier generale ogni notizia di considerazione.
"Esso procurerà di sorprendere i distaccamenti, esploratori, gendarmi e spie, e di non essere sorpreso giammai.
"Perciò le sue marcie saranno più di notte che di giorno.
"Distruggerà vie ferrate, i fili elettrici che possono servire al nemico.
"Dovrà farsi amiche le popolazioni e fregiare di bei fatti e con condotta irreprensibile la nobile missione di servire questa santissima causa.
Monterotondo 2 novembre.
G. Garibaldi.
Il 2 novembre con un ordine del giorno veniva stabilito l'ordine di marcia per la via di Tivoli. Si doveva partire da Monterotondo nelle prime ore del mattino del 3; invece, per non si sa qual contrattempo, s'incominciò la marcia verso le ore 12.
Si erano dal Generale ordinati corpi di esploratori, di avanguardia e fiancheggiatori.
Le posizioni di Palombara, Sant'Angelo, Monticelli erano state occupate da tre battaglioni comandati dal colonnello Paggi, si era quindi tranquilli contro ogni sorpresa; ma non fu così.
Appena oltrepassata Mentana l'avanguardia venivaattaccatadai soldati pontifici.
Da un bosco che si trova a destra della strada che da Mentana va a Tivoli, era incominciato il primo attacco contro un piccolo reparto dei nostri che precedeva la colonna inmarcia. Menotti accorse con tre o quattro ufficiali del suo stato maggiore e il suo capo guida Augusto Lorenzini, per riconoscere il nemico, ma non si potè accertate che di una cosa, e cioè che il bosco era fortemente occupato—si sperò che fosse una ricognizione di non grande importanza e Menotti ordinava a Stallo di avanzare col suo battaglione, d'occupare i punti più elevati a destra e sinistra della strada, spingendo le catene per sloggiare il nemico. Intanto sopraggiungevano i battaglioni di Burlando, di Missori, di Mayer che cogli uomini di Stallo si spiegarono a destra per sostenere l'urto delle forze papaline, mentre Menotti pensava alla difesa del centro e della sinistra.
Ben presto si potè constatare che si aveva di fronte tutto intero l'esercito pontificio e Garibaldi spiegava immediatamente le sue forze indicando a ciascuna colonna la posizione da occupare e ordinando un simultaneo contrattacco che fu spinto con bravura e sostenuto gagliardamente contro forze assai superiori per oltre due ore. Ma verso le 3 pom. soprafatti da nuove forze, contrastando palmo a palmo il terreno, i garibaldini furono costretti di abbandonare ipagliai ed indietreggiare fin sotto le case di Mentana.
In quel punto i tiri rapidi e ben aggiustati dei nostri, appostati nelle case che avevano occupato per ordine del generale, e quello dei due cannoni che Garibaldi stesso aveva fatto piazzare in eccellente posizione, arrestano la foga del nemico.
La presenza del generale Garibaldi accompagnato da Fabrizi, da Menotti, da Canzio, da Mario, da Guerzoni e da altri, infonde nuovo ardire nei nostri; il generale ordina la carica alla baionetta—un urrà di gioia saluta il comando—e la carica fu generale, splendida pel risultato. Il nemico abbandona le posizioni, i nostri riacquistano le loro e si procede all'assalto di Villa Santucci, certi ormai della vittoria.
Ma vinti i papalini, altro nemico sconosciuto, fin allora rimasto invisibile, giungeva in quel punto, fresco di combattimento a rimpiazzare i vinti, venendo a fulminare di fianco con fuoco di fila mai interrotto i trafelati garibaldini.
Grandi masse nere si avanzavano intente ad impadronirsi dei dossi delle colline di sinistra coll'obiettivo evidente di tagliare la ritiratasu Monterotondo. I bravi garibaldini sparavano le loro ultime cartucce; ma era fuoco sprecato, perchè le nostre palle non arrivavano neppure alla metà della lunga linea percorsa dal nuovo nemico.
La resistenza era ormai impossibile—e Garibaldi visto il pericolo di essere in breve avviluppati, ordinava la ritirata su Monterotondo, che fu eseguita sotto il continuo grandinare delle palle dei soldati dell'imperatore dei francesi.
Giunto a Monterotondo Garibaldi pensò di organizzare la difesa asserragliandone l'entrata. Ma mancavano del tutto le munizioni avendo i bravi garibaldini consumata fin l'ultima cartuccia; quale difesa era possibile?
I prodi difensori del governo teocratico portarono a Roma, trofeo di vittoria, i due cannoni di Monterotondo, non nostri ma del Papa: e fu una mistificazione!
Portarono è vero dei prigionieri—ma anche questi con frode perchè violaronoi pattidella capitolazione segnata col comandante del Castello, i quali sancivano che tutti i garibaldini che si trovavano nel Castello e nelle case di Mentana dovevano essere compresi nella capitolazione e lasciati liberi di ritornare alle loro case.
Per dare un'idea di come si svolse una parte dell'azione, ecco il rapporto del colonnello Elia al generale Fabrizi:
Rapporto del Comandante la 6aColonnaal capo di Stato Maggiore del Comando GeneraleGeneraleNicola Fabrizzi.
Ancona, li 12 novembre 1867.
Generale,
"Rispondo all'invito diretto dalla S. V. a tutti i comandanti di Colonne che si trovarono presenti al combattimento di Mentana, inviandole questo rapporto sulla parte avuta nel combattimento suddetto, dalla 6acolonna da me comandata.
Alle ore 11 1/2 a. m. del 3 corrente mossi da Monterotondo alla testa della Colonna seguendo l'ordine di marcia prescrittami dal Comando Generale con ordine del giorno della sera precedente.
"Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Monterotondo, si componevano del 18oBattaglione, ridotto a 195 uomini, comandato dal maggiore Perlach Pietro, del 19ocomandato dal maggiore Cesare Ghedini forte di 200 uomini,del 20obattaglione comandato da Cesare Bernieri forte di 340 uomini, rimasto a Monterotondo agli ordini del Comandante di quella piazza colonnello Carbonelli.
"Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. m. dovetti fare alto essendomi impedita la marcia dai volontari della 3acolonna, che ci precedeva, comandata dal colonnello Valzania, i quali con un'ordinata contromarcia a sinistra passando avanti il nostro fronte si portavano a prendere posizione sulle colline a sinistra del paese. Da qualche ferito, che si vide passare, avemmo conoscenza che ci trovavamo in faccia al nemico e che ai posti avanzati eransi incominciate le fucilate. In quel punto mi venne ordine dal generale Garibaldi, trasmessomi dal suo aiutante capitano Coccapieller, di fare occupare da parte dei miei le case a sinistra di Mentana. Trasmisi l'ordine ai maggiori Perlach e Ghedini ed i nostri vi penetrarono risoluti a respingere ogni attacco del nemico. Vista eseguita tale operazione mi portai presso Garibaldi per ulteriori istruzioni. Egli trovavasi a metà del paese circondato dai vecchi compagni e dai suoi aiutanti, dando ordini pel combattimento. Vedutomi,mi diede ordine di raccogliere le rimanenti mie forze e di spingermi con esse al di là delle case, che formano il lato sinistro del paese di Mentana, se vi si giunge da Monterotondo; ordinai ai miei, che non erano nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte più presa di mira dal nemico. Avevo con me i maggiori Perlach e Ghedini, l'aiutante maggiore Tironi, l'aiutante in seconda Barattini Filippo, l'ufficiale d'ordinanza Falaschini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Augusto Marinelli, il mio capo di stato maggiore capitano Boldrini, il capitano Canini dei Mille, il tenente Occhialini ed i sottufficiali Longhi, Zagaglia, Beretta, Melappioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarelli, Saltara, Beducci, Mariotti, Marinelli Luigi, Ferraioli ed i caporali Luigi Padiglioni, Cesare Burattini e l'aiutante del 18obattaglione sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti a me i capitani Grassi e Ballanti. Altri volontari comandati da Salomone[1]e da Frigesy, fra i quali i bravi Buratti eGiammarioli rafforzavano la posizione, fatta segno alle palle nemiche. Ordinai ai bravi che avevo con me, di spiegarsi in catena e rasentando le siepi, fiancheggianti la strada che taglia quei campi e conduce alla villa Santucci, spingersi in avanti nell'intento di sloggiare il nemico dalla villa occupata. I garibaldini rispondevano da bravi al fuoco nemico e gli ufficiali ne li incoraggiavano; eravamo fulminati dall'artiglieria e dal fuoco vivissimo delle carabine; più di un volontario era caduto al mio fianco e già feriti il mio aiutante in primo Tironi, il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al loro posto. La faccenda si faceva sempre più seria; mandai l'aiutante in seconda Burattini, onde riunisse quanti dei nostri potesse e li portasse consèal fuoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati e non conveniva fare scendere i garibaldini che occupavano le case; privi di rinforzi ed incalzatidagli Zuavi pontifici fin sotto le case di Mentana, riuniti intorno a me quanti più ne potei, ufficiali e soldati, ordinai una carica alla baionetta; coadiuvati dai nostri, che dalle case tiravano addosso agli assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale aveva fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli ufficiali primi ad esporsi, si slanciano contro i papalini e sotto gli occhi di Garibaldi, di Fabrizi, di Menotti, di Ricciotti, di Canzio, di Mario e di altri bravi giunti sul posto in quel punto, mettono in fuga, incalzandoli colla punta della baionetta, gli assalitori. Fu un attacco brillantissimo, tanto che Canzio, che mi era venuto vicino, si congratulò con me pel risultato. Si credette per un momento alla vittoria.
[1]Il 3obattaglione della colonna Salomone comandato dal maggiore Ravelli prese strenua parte al combattimento a fianco dei miei; del battaglione facevano parte alcuni anconitani fra i quali il furiere Aldobrando Campagnoli che a Montelibretti si condusse con tanto valore da venire proposto per la promozione ad ufficiale, Riccardo Cancellieri ed il Federici nativo di Rimini. A Mentana il Campagnoli combattendo a corpo a corpo, venne ferito da colpo di baionetta e fatto prigioniero dai francesi.
"Ciò avveniva verso le 4 pom.; ma passato poco tempo ci vedemmo più fortemente attaccati in altro punto.
"Il generale Fabrizi, venerando patriota, esperto ed ardito soldato, si era trovato esso pure in quella pericolosa posizione, incoraggiando col suo esempio e sangue freddo al combattimento i nostri, i quali sfiniti da una lotta che durava da quattr'ore incessante, e qualche volta a corpo a corpo, bruciavano sul nemico in fuga le ultimecartuccie. Attorno a Fabrizi stavano gli eroi di cento altri combattimenti, Missori, Guerzoni, Tanara, Bezzi; tutti studiavano le mosse del nemico, che credevano in ritirata; questo invece, cambiata tattica e direzione all'attacco, spingeva forti colonne sulle alture della nostra posizione di sinistra, difesa da Valzania, allo scopo di tagliarci la ritirata su Monterotondo.
"La natura dei tiri, la regolarità e rapidità dei medesimi, il fischio delle palle, tutto aveva cambiato. Non erano più le truppe papaline che si battevano contro i pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di munizioni; stavano di fronte ad essi i primi soldati del mondo che facevano le prime prove dei loro Chassepot sui petti dei patrioti italiani.
"La colonna Valzania stette salda finchè ebbe cartuccie da sparare contro il formidabile assalto; ma poi, sopraffatta da forze imponenti e ridottasi senza munizioni, dovette ripiegare. Abbandonata la posizione di sinistra fu giuocoforza ai nostri di battere con la maggiore celerità possibile in ritirata, per non essere tagliati fuori da Monterotondo.
"Non furono però in tempo di farlo i molti,che trovavansi, per ordine avuto dal Generale, ad occupare le case ed il Castello di Mentana, i quali rimasero prigionieri e fra questi molti del 18oe 19obattaglione appartenenti alla mia colonna.
"Il 20obattaglione, pure facente parte della 6acolonna, rimasto a Monterotondo, fece anch'esso il suo dovere. Il bravo capitano Litta, che lo comandava in assenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana erasi impegnata con calore l'azione, allo scopo di garantire ai nostri la ritirata in caso di rovescio, portò la maggior parte delle sue forze ad occupare il convento dei Cappuccini situato in buona posizione sulla strada che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei francesi, che si avanzavano seguendo i nostri, i quali poterono ritirarsi con ordine. Giovò non poco l'azione risoluta del capitano Raffaello Giovagnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva i ripetuti attacchi del nemico. Egli volle tentare un ultima controcarica alla testa di un centinaio di valorosi, che fecero prodigi. Molti di quei bravi caddero attorno al Giovagnoli colpiti dalle palle dei Chassepot dell'imperatore di Francia; fra quelli chepiù si distinsero per valore, primeggiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che riportava grave ferita alla testa da farlo ritenere per morto.
"Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto si distinsero per ardire e sangue freddo, nel condurre i volontari al combattimento.
"Non mi è permesso di dare preciso ragguaglio dei feriti e dei morti appartenenti alla mia colonna, stantechè, come già dissi, essendo una buona parte dei volontari rimasti entro le case occupate per ordine del generale Garibaldi, fu ad essi chiusa la ritirata su Monterotondo e caddero quindi prigionieri dei francesi. E potendo avvenire, che per la inesattezza delle notizie, io ommetta di comprendere fra i primi alcuni di quelli che sono ora prigionieri in Roma, mi è forza astenermi dal compilare la nota richiestami dalla S. V. Onorevolissima; però mi riserbo inviarla non appena per via di documenti e di esatte informazioni, sarò giunto a conoscere con sicurezza il vero stato delle cose.
"Frattanto le invio un primo elenco dei feriti e dei morti, che non mi fu difficile di compilare, essendo quasi tutti caduti a me vicini, mentre difendevano la importante posizione affidatacidal generale Garibaldi. Morti, il capitano Grassi di Jesi, i tenenti Vianini Pietro di Alessandria, Mazzoni Giuseppe di Bologna, i furieri Giorgini Francesco di Sinigallia, Pezzoli Augusto di Bologna, i caporali del Frate Valentino di Fabriano, Cappuccini Pietro di Ancona, Luzzi Baldassare di Osimo, Toscani Domenico di Filottrano, Petravecchia Nicolò di Matelica. Feriti i capitani: Tironi Augusto aiutante maggiore, Berti Antonio di Ancona, Canini Cesare dei Mille, Ballanti Gaspare di Corinaldo, Zagaglia Carlo di Jesi; i tenenti Occhialini Serafino, Falaschini Pietro di Ancona, Montanari Giovanni di Bagnacavallo, Campagnoli Aldebrando di Ancona; i furieri Elia Leopoldo di Ancona, Berti Raffaele di Ancona, Pezzoli Augusto di Bologna, Gatti Filippo di Jesi, i sergenti Marchetti Virgilio di Ancona, Fida Camillo di Fabriano, Bernani Cesare di Fabriano; i soldati Marsili Luigi di Osimo, Sileoni Tita di Osimo, Nigretti Federico di Bagnacavallo.
Il comandante la 6acolonna
Col.A. Elia.
Dopo il sanguinoso combattimento e la ritirata, il generale fu per lungo tempo deciso acontinuare la resistenza in Monterotondo. Non voleva sentire parlare di ritirata "La nostra bandiera éRoma o Morte. Non siamo andati a Roma dobbiamo morire qui!" diceva. Ma i comandanti di colonna, credettero loro dovere d'insistere nell'interesse della patria, e vollero che l'Elia assumesse l'incarico del tentativo ad essi fallito.
Fu con fatica che Elia poté persuadere il generale, che la vita sua e dei suoi doveva essere conservata all'Italia. Il generale scosso domandò se Fabrizi, Menotti e Ricciotti erano rientrati, ed avendo Elia risposto affermativamente, questi gli diede l'incarico di ordinare la ritirata su Passo-Corese. La ritirata fu eseguita senz'essere punto molestata e si passò la notte sul territorio ancora tenuto dal papa per virtù dell'intervento dei soldati dell'imperatore dei francesi.
Quando al mattino il generale entrava nel territorio italiano, il primo che gli si presentò fu il colonnello Caravà, già suo ufficiale, allora comandante del 4ogranatieri di guardia al confine, il quale durante la campagna si era fraternamente interessato, in tutti i modi possibili,permessigli dalla disciplina, de' nostri sbandati e dei nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:
"Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell'esercito che l'onore delle armi italiane è salvo".
Eloquente epigrafe di quella campagna, che, nel 1899 ebbe il battesimo di riconoscimento, allorchè per volontà del parlamento fu riconosciuta campagna nazionale.
Dippoi si fece la consegna delle armi da parte dei soldati volontari alle truppe italiane.
Quando i compagni presero congedo dal generale che saliva sul treno per Firenze tutti erano commossi; Elia gli disse:—"Non tarderà altra occasione—ricordatevi di me generale!". Ed Egli tenendogli la mano fra le sue, rispondeva:—"Mi ricorderò di voi, come della mia sciabola".
Mentana può considerarsi come uno di quei casi fatali, che affrettano i destini di una Nazione; come un olocausto inevitabile, necessario! Questo glorioso combattimento, anche una volta dimostrò che gl'italiani si battevano: 4000 garibaldini,male armati, quasi senza munizioni, affamati tennero gagliardamente testa a 5000 papalini ed a 4000 francesi, armati di Chassepot, tenendoli a rispettosa distanza per mezza giornata e facendo pagar cara la loro vittoria.
Sul principio del 1870, scoppiavano una dietro l'altra, le notizie dell'anno terribile; l'antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese distrutto a Worth e a Gravelotte; il secondo annientato a Sedan; l'imperatore stesso fatto prigioniero; l'impero caduto e in Francia la repubblica proclamata; gli eserciti di Germania sotto le mura di Parigi.
La Francia, troppo grande per darsi vinta, faceva sforzi eroici per rialzarsi.
Mentre il governo italiano spinto dall'unanime sentimento del partito liberale si apprestava alla conquista di Roma, Garibaldi offriva la sua spada alla repubblica francese. Ma al governo della difesa nazionale non giunse gradita l'offerta, e l'avrebbe respinta se il generale Bordone,amico di Garibaldi, non si fosse assunto l'incarico e la responsabilità di scrivergli che sarebbe stato accolto a braccia aperte dal popolo francese.
Saputo che il generale voleva andare in Francia, Elia, che con molti altri era pronto ad accompagnarlo, gli scriveva che esso e i compagni aspettavano una sua chiamata, desiderosi di seguirlo; contemporaneamente scriveva all'amico Canzio che così rispondevagli:
Genova, 28 settembre 1870.
Mio carissimo Elia,
"Il generale è prigioniero a Caprera e Menotti a Catanzaro, e in Francia non ci vogliono.
"Codesti novelli Bruti, che oggi reggono la cosa pubblica in Francia, vogliono diplomatizzare e non pensano a prepararsi a lotta suprema, che abbia per obbiettivo, la cacciata dell'invasione straniera.
"M'ingannerò, ma essi non servono, come dovrebbero, la Francia e la causa repubblicana.
"Alla generosa e patriottica offerta del generale non risposero ancora; allo slancio dei volontari contrappongono ordini rigorosissimi ai consoli e ai confini donde siamo rimandati.
"Domani avrò lettera dal generale e ordini suoi, che immediatamente ti comunicherò; per ora io ti consiglio a non muoverti.
"Saluto gli amici.
"Aff.mo tuo
"S. Canzio".
E così Elia e gli amici, che sarebbero andati con lui, non si mossero.
Coloro che seguirono il generale Garibaldi tennero alto anche una volta il valore italiano fugando a Digione le schiere degli invasori, vendicando in modo così generoso ilfratricidiodella repubblica Romana ed il fatto di Mentana.
Nobile sangue italiano fu versato sul suolo francese ed è titolo di gloria il rammentare, che l'unico trofeo che si conserva in Francia di quella guerra disastrosa, è la bandiera del 61oreggimento prussiano strappata sotto un grandinare di palle dai garibaldini, comandati da Ricciotti Garibaldi.
Ecco quello che Garibaldi dice nel suo libro: "Memorie Autobiografiche"della Campagna di Francia.
"Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui meritevoli della fiduciadel paese, mi accolse perchè imposto dagli avvenimenti, ma confreddezza; coll'intenzione manifesta di volersi servire del mio povero nome, ma non altro; privandomi dei mezzi necessari a che la cooperazione mia potesse riuscire utile.
"Gambetta, Cremieux, Glain-Bizoin individualmente furono con me gentili; ma il primo, più di tutti, da cui avrei dovuto aspettarmi un concorso energico, mi lasciò in abbandono durante un tempo prezioso.
"Nei primi di settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in Francia, ed io il 6 di quel mese offrii i miei servizi a quel governo; e quel governo stette un mese senza rispondermi; tempo prezioso in cui si sarebbe potuto far molto, e che fu intieramente perduto.
"Solo ai primi di ottobre seppi che sarei stato accolto in Francia, ed il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione, venne a cercarmi in Caprera col piroscafo laVille de Paris, capitano Condray, sul quale giunsi a Marsiglia il 7 ottobre.
"Esquiros, prefetto dell'illustre città e la popolazione entusiasmata mi accolsero festosamente; un telegramma del governo di Tours mi chiamava immediatamente presso disè.
"A Tours perdetti vari giorni per l'indecisione del governo, e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa, perchè compresi che ero poco gradito; l'incarico che si voleva darmi, quello di organizzare alcune centinaia di volontari italiani che si trovano a Chambery ed a Marsiglia, lo dimostrava.
"Dopo controversie coi signori del governo, mi recai a Dôle per raccogliervi quegli elementi d'ogni nazionalità che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges.
"I Prussiani marciavano su Parigi dopo Sédan, e naturalmente sul loro fianco sinistro, ove s'addensavano le nuovo reclute della Francia, essi dovevano tenere dei fiancheggiatori, e questi più volte comparvero sino nei dintorni di Dôle, ove tenevo pochi uomini in via d'organizzazione, poco equipaggiati, e, quel che è peggio, per molto tempo male armati; il nostro contegno, comunque, fu energico, prendendo posizione a Mont Rolland prima, e poi nella Foret de la Serre, dimodochè Dôle rimase inviolata per tutto il tempo che noi vi soggiornammo.
"Da Dôle ebbi ordine in novembre di portarmi colla mia gente nel Morvan, minacciatodal nemico, assieme all'importante stabilimento metallurgico del Creuzot.
"Io scelsi Auton per porvi il mio quartier generale; l'arrivo degli Italiani di Janara e di Ravelli, di alcuni Spagnoli, Greci, Polacchi, e di alcuni battaglioni di mobili cominciò a rialzare l'effettivo del nostro piccolo esercito, perchè avemmo alcuni pezzi da montagna, due batterie di campagna e alcune guide a cavallo; la maggior parte d'italiani.
"Si organizzarono tre brigate; la prima comandata dal generale Bossack; la seconda dal colonnello Delpeck che poi passò sotto gli ordini del colonnello Lobbia, e la terza comandata da Menotti; la quarta brigata sotto il comando di Ricciotti, si componeva da principio di sole compagnie di franchi tiratori, operanti in colonne volanti, e sull'ultimo della campagna venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati. Capo di Stato Maggiore dell'Esercito fu il generale Bordone, che in occasione di mia infermità supplì me stesso in ogni circostanza; Capo del mio quartier generale fu il colonnello Canzio, sinchè prese il comando della quinta brigata alla quale aggiunsi la prima, dopo la morte del generaleBossack; comandante dell'artiglieria fu il colonnello Olivier.
"I due nostri squadroni di guide furono comandati dal Forlatti; il dottore Timoteo Riboli fu capo dell'Ambulanza; comandante di piazza presso il quartier generale il tenente colonnello Demag; capo del genio il colonnello Gauklair.
"Con taleorganizzazionealquanto improvvisata, movemmo verso la metà di novembre per Arnay-le-Duc e la Valle dell'Ouche che scende a Dijon, ove si trovava l'esercito prussiano di Werder che minacciava la vallata del Rodano, e che teneva i suoi avamposti verso Dôle, Nuits, Soubernon, taglieggiando con delle scorrerie tutti i paesi circonvicini.
"Il sedicente esercito dei Vosges, forte di circa ottomila uomini, marciava dunque contro l'esercito vittorioso di Werder di circaventimilauomini con molta artiglieria e cavalleria.
"I nostri tiratori impegnarono subito varie scaramuccie di non grande rilievo, eccettuata la brillante impresa di Ricciotti su Châtillon sur Seine, e quella d'Ordinarie. Nella prima, i franchi tiratori della quarta brigata eseguirono una magnifica sorpresa, la quale è narrata nell'ordine del giorno seguente:
ORDINE DEL GIORNO
"I franchi tiratori dei Vosges, i cacciatori dell'Isêre, i cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il battaglione del Doubs, ed i cacciatori dell'Hâvre che sotto la direzione di Ricciotti Garibaldi han presa parte all'affare di Châtillon, hanno ben meritato della Repubblica.
"In numero di quattrocento essi assalirono circa mille uomini, li sconfissero, fecero lorocentosessantasetteprigionieri, fra cui tredici ufficiali, presero ottantadue cavalli sellati, quattro vetture d'armi e munizioni e il carro della posta. I nostri ebbero sei morti e dodici feriti, assai più i nemici. Raccomando i prigionieri alla generosità francese.
"Arnay-le-Duc, 21 novembre 1870.
G. Garibaldi".
"Eravamo alla metà di novembre e nulla si era ancora da noi operato d'importante; qualche cosa conveniva fare.
"Misurarsi in un attacco di giorno contro l'esercito di Werder che occupava Dijon, sarebbe stata una stoltezza, si poteva fare un tentativo di notte. Di notte la diversità delle armi spariva,giacchè anche in Francia c'eran toccati i soliti ferracci, e questi nelle tenebre potevano sembrare fucili ad ago, con cui erano armati i nemici; oltre che io avevo per massima che non si deve sparareinun attacco di notte, massime da militi nuovi.
"La mattima del 26 novembre, essendo io montato a cavallo a Lantenay per riconoscere quell'altipiano, mi trovavo con lo Stato Maggiore su quelle alture, quando una colonna di più migliaia di prussiani con le tre armi, uscita da Dijon, avanzavasi per la strada maestra verso noi.
"Ordinai a tutte le forze che si trovavano nel villaggio di Lantenay di salire sull'altipiano, e le collocai di mano in mano che arrivavano nei loro posti di battaglia, a destra e sinistra della strada per cui giungevano, lasciando sulla stessa strada alcuni battaglioni in colonna come riserva, e per una carica decisiva, in caso che il nemico si spingesse sino alle nostre linee. La maggior parte della terza brigata, che formava il nerbo delle nostre forze, occupava la sinistra schierata sull'orlo del bosco, con le sue linee di tiratori in fronte sul ciglione della collina che dominava il bosco stesso. Le riserve nella strada appartenevano esse pure alla terza brigata.
I carabinieri genovesi erano collocati all'estrema sinistra, e la nostra artiglieria composta di una batteria di campagna, da 4 rigata e di due batterie da montagna, si era collocata alla sinistra dei genovesi in posizione dominante tutte le altre.
"Sulla nostra destra eranvi i franchi tiratori di Lhost che furono poi rinforzati da quei di Ricciotti. La poca cavalleria composta di trenta cacciatori e di alcune guide, s'era collocata in fronte del centro nostro in una depressione del terreno. Si aveva una forza di cinquemila uomini in tutto.
"Nel combattimento di Lantenay, 26 novembre 1870, non prese parte nè la prima nè la seconda brigata. La prima, perchè nel giorno anteriore, verso Fleury in conseguenza di quel combattimento, erasi ritirata su Pont de Pany. La seconda era in marcia ed arrivò il 27 a Lantenay.
"Il reggimento Ravelli della terza brigata, composto d'italiani, era pure assente, trovandosi verso l'Ouche.
"Occupato Paque dal nemico, io feci avanzare due pezzi della nostra artiglieria sostenuti da alcune linee di tiratori, che cacciarono con pochi tiri il nemico dal villaggio.
"Mentre ciò succedeva, i Prussiani avevano fatto gran mostra delle loro forze schierandole sulle dominanti alture di Prenois. Mentre il loro battaglione si ritirava con precipitazione da Paques, appena sostenuti da alcuni pezzi, non fecero avanzare la superba linea che stava in riserva—"Dunque essi non sono in gran forza!" ecco il ragionamento che io mi feci subito—"Non vengono? ebbene andiamo noi a trovarli".—Mi decisi quindi di attaccarli, e marciammo risolutamente contro il nemico, colla stessa ordinanza di battaglia con cui lo avevamo aspettato nelle posizioni nostre.
"I nostri franchi tiratori di destra caricarono la sinistra nemica bravamente, minacciando di avvolgerla. La terza brigata avanzava in ordine perfetto, colle sue linee di bersaglieri al fronte, seguita da colonne di battaglioni così serrate da destare invidia ai soldati i più agguerriti.
"Io andavo superbo di comandare tale gente contemplando la bell'ordinanza su di un campo di battaglia vero, e tanta intrepidezza da parte dei miei giovani fratelli d'armi.
"Le artiglierie nemiche collocate sulle alture di Prenois, fulminavano le nostre linee, come sannofare i pezzi prussiani; eppure non si scorgeva nei centri la minima esitazione; nessuna ondulazione nelle linee, ammirabile il loro contegno; l'energia, la fermezza e la fredda bravura delle truppe repubblicane, scossero l'impassibile intrepidezza dei vincitori di Sédan; e quando essi videro che non si temevano le loro granate, ma si avanzava coraggiosamente e celeramente alla carica, cominciarono la loro ritirata su Dijon. Due sole nostre compagnie cheavevanofiancheggiato il villaggio sulla destra in sostegno della nostra cavalleria, caricarono insieme un battaglione di riserva prussiana, che con due pezzi d'artiglieria era rimasto indietro, per proteggere la ritirata, cagionandogli forti perdite. Si distinsero in quella carica il colonnello Canzio ed il comandante Boudet, che entrambi ebbero morti i cavalli.
"Lo spirito dei miei militi era stupendo; eravamo stati sì felici nella giornata che io presi la risoluzione di tentare un colpo disperato, che riuscendo avrebbe potuto rialzare le sorti della sventurata repubblica e forse obbligare il nemico ad abbandonare l'assedio di Parigi, vedendosi minacciato sulle principali sue linee di comunicazione.Ma quali mezzi aveva posti in mia mano il governo della difesa? Io rabbrividisco pensandovi! Era troppo presumere, sperando una vittoria! Però in una notte piovosa della fine di novembre pensai di fare un tentativo, confidando che in caso di non riuscita avremmo avuto tempo sufficiente per ritirarci: decisi l'attacco. L'inaspettata aggressione produsse in Dijon una qualche confusione; ma, sia detto in onore della Germania, i numerosi corpi ivi stanziati, scaglionaronsi prontamente nelle forti posizioni diTalant, Fontaine, Hauteville, Daix e ci ricevettero con una grandine tale di fucilate, come non vidi mai l'eguale.
"I miei giovani militi tennero testa e compirono quanto si poteva compiere in tale circostanza. I posti esterni dei prussiani furono assaliti uno dopo l'altro, conquistati e distrutti malgrado una fiera difesa.
"La mattina i nostri cadaveri si trovavano ammonticchiati sui cadaveri dei nemici, la maggior parte di questi forati da bajonette, giacchè l'ordine era di non sparare.
"Giunti, sotto Talant, il fuoco nemico era troppo formidabile per poterlo superare e si dovetteripiegare a destra ed a sinistra della strada maestra, per scansare i tiri diretti che la solcavano orribilmente e facevano strage.
"Il nostro assalto alle posizioni di Dijon cominciò verso le sette pomeridiane; era molto buio e tempo piovoso. Sino alle 10 ebbi molta fiducia di riuscire; ma scorsa quell'ora i capi della mia avanguardia mi fecero sapere essere inutile persistere nell'assalto, essendo spaventosa la resistenza del nemico ed impossibile fare avanzare la nostra gente. Con reluttanza mi dovetti conformare alle asserzioni dei miei fidi e dovetti ordinare la ritirata che per essere di notte potè effettuarsi senza perdite. Il nemico non si mosse dalle sue posizioni e noi non fummo disturbati.
"Luogo di concentramento di tutti i corpi in ritirata del sedicente esercito dei Vosges su Autun.
"Il 1odecembre il nemico, imbaldanzito dalla nostra ritirata, venne di sorpresa ad attaccarci ad Autun. Collocate le loro artiglierie sulle alture di Saint Martin cominciarono a fulminarci—Era verso il mezzogiorno.
"Feci collocare i nostri diciotto pezzi in posizione dominante quella nemica e questi serviticon ardore e bravura dai nostri giovani artiglieri, tempestarono di projetti l'avversario e lo obbligarono dopo più ore di combattimento, a portare indietro i propri pezzi.
"Alcune compagnie di franco tiratori ed alcuni battaglioni di mobili lanciati sul fianco sinistro dei Prussiani, completarono la giornata, ed il nemico fu obbligato a ritirarsi.
"A Autun servimmo di cortina e protezione ai due movimenti di fianco che si operarono da Chagny a Orleans dal generale Crousat, e dal grande esercito della Loira, comandato dal generaleBourbakyverso l'est. In conseguenza del movimento del generale Bourbaky, i prussiani abbandonarono Dijon, e noi l'occupammo con alcune compagnie di franchi tiratori e dipoi con tutte le nostre forze".
Prima di abbandonare Autun il generale consegnava a suo figlio Ricciotti il seguente:
ORDINE DEL GIORNO
"Partendo da Autun devi pigliare la direzione di Sémur e di Montbard per turbare le comunicazioni del nemico, il quale occupa Troyes e Auxerre, e di quello che occupa Dijon.
"Potendo arrivare a Montbard,Châtillon, Chaurmont, Neufcháteau, sulla gran linea delle comunicazioni dell'inimico, la quale va da Strasburgo a Parigi, l'operazione diventerà molto più ardua e più importante.
"All'uopo di compiere con successo tale missione ci vogliono militiad hoc, cioè uomini forti ed agili; quanti nol fossero debbono rimanere ad Autun nei depositi, ove serviranno di nocciolo per l'istruzione dei nuovi franchi tiratori.
"Sorpassati gli avamposti del nostro esercito verso il nord, i tuoi movimenti hanno sempre ad effettuarsi di notte.
"Che l'aurora ti trovi sempre imboscato preferibilmente nei lembi dei boschi, sempre pronto a sorprendere gli esploratori nemici, i loro corrieri, o le loro vettovaglie, e sempre a portata dei boschi e delle montagne, per assicurarti la ritirata.
"Non essendo punto possibile il trar carri e muli con munizioni di riserva, ciascun milite deve curare diligentemente le proprie cartuccie, epperò sparare di rado e bene.
"Ti raccomando severissimamente un buon contegno cogli abitanti, i quali devono amare estimare i militi della repubblica. Amati dagli abitanti si avranno facilmente buone guide, il che non deve mai mancarti, come pure esatte informazioni delle posizioni del nemico, delle sue forze, ecc.
"Giunto sulle linee di comunicazioni di lui, urge distruggervi le vie ferrate e i telegrafi.
"Venendoti fatto di distruggere quella da Strasburgo a Parigi, sarebbe un vero colpo di mano.
"Mi riprometto da te ogni notizia che possa interessarmi, sia mediante telegrafo, sia in qual'altro modo che ti sarà possibile.
"Ottocento uomini sono troppi per tenerli tutti uniti; bisogna dunque suddividerli, e non adoperarli uniti, che quando si tratti di un fatto serio.
"Epperò tu devi a tal'uopo munirti di buone carte dei luoghi e dei dipartimenti che occupi, le quali tu domanderai alle autorità municipali.
"Incalzato, o inseguito da forze superiori, spartirai i tuoi in tanti piccoli distaccamenti, i quali inganneranno il nemico, pigliando direzioni diverse, e ai quali tu indicherai un punto di ricongiungimento.
"Autun, 11 novembre.
G. Garibaldi"
Questo dispaccio è di una grandissima importanza storica, giacchè si è tentato di accusare Garibaldi di non avere prestato il suo concorso all'armata dell'est comandata dal generale Bourbaky, mentre le mosse eseguite da Garibaldi, sostenute da combattimenti, provano il contrario.
I fatti furono i seguenti:
Il generale Bourbaky, comandante l'armata dell'est (quello che passò in Svizzera con 120,000 soldati francesi) si era mosso per accorrere in aiuto di Belfort, piazza fortificata fra il Doubs e l'Oignon nei Vosgi; mossa ardita che avrebbe invertite le sorti della Francia, se questa manovra fosse riuscita.
La stampa francese volle censurare il generale Garibaldi nientemeno di tradimento, per avere permesso, secondo essa, al corpo del generale Manteuffel di intercettare la linea d'operazione.
Importa notare: che la marcia del generale Menteuffel avvenne nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1871, giorni di sanguinosi combattimenti per l'esercito dei Vosgi forte di 20.000 combattenti italiani, spagnoli e francesi, trattenuti dalla forze imponenti del generale Kettler.
Il giorno 24 fu impiegato a riordinare le truppe alquanto scompaginate dai combattimenti. Il giorno 25 di primo mattino il colonnello Baghina partiva con gli ordini ricevuti alla testa di 12 compagnie ed un mezzo squadrone di cavalleria alla volta di Auxosnne, e la sera del 26, il Monte-Roland, chiave di Dôle cadeva in potere delle truppe comandate dal Baghina, per il qual fatto la via di ritirata a sud-ovest era aperta all'armata del Bourbaky.
Questo avveniva per le disposizioni strategiche e previdenti di Garibaldi, mentre la divisione comandata dal Crenier villeggiava inoffensiva tra Gray, Vesoul e Montebouzon, senza utilità alcuna per la Francia.
E il generale Garibaldi continua così:
"Il movimento del generale Bourbaky ben ideato era d'impossibile esecuzione, perchè le condizioni di quel grande esercito erano assolutamente disastrose.
"Venti giorni di più di organizzazione o di riposo, passata la terribile stagione della neve e dei ghiacci di gennaio, quel numeroso e giovane esercito avrebbe potuto ravvivare le speranzedella Francia esausta e prostrata: invece esso fu sprecato e distrutto in modo orribile.
"Il movimento di Manteuffel parallelo a quello di Bourbaky, per ingrossare le forze di Werder e degli assedianti di Belfort, mi era noto: e io avrei fatto tutto il possibile per arrestarlo nella sua marcia di fianco. Mi vi provai, ed ero uscito da Dijon col nerbo delle mie poche forze per attaccare il nemico a Is-Sur-Till, lasciando al comando della città il generale Pellisier; ma le forti colonne che mi stavano di fronte mi persuasero a ripigliare le primitive posizioni: nondimeno due delle mie quattro brigate, la seconda e la quarta, operavano sulle comunicazioni del nemico, congiuntamente a tutte le compagnie dei miei franchi tiratori.
"Deciso di difendere Dijon, la mia prima cura fu di continuare le opere di fortificazione che erano state incominciate dai Prussiani.
"Le posizioni di Talant e Fontaine che dominano la strada principale che va a Parigi, furono le prime ad essere coronate da opere volanti e vi si collocarono a Talant due batterie di campagna da 12 e due da 4, a Fontaine una batteria di 4 di campagna ed una di montagnadello stesso calibro. Altre batterie da 12 si collocarono in altre opere innalzate a Montemuzard Monthappè, Bellair, e in altre posizioni nella cinta di Dijon, per tener lontani i fuochi del nemico in caso di attacco, che io mi aspettavo da un giorno all'altro.
"Difatti il 21 gennaio il nemico ci attaccò dalla parte di ponente.
"Con forti posizioni, coperte da muri e ripe, con linee di tiratori a destra e a sinistra della strada maestra, e con trentasei pezzi di artiglieria collocati sulle formidabili posizioni di Talant e Fontaine, la nostra difesa riuscì brillantissima. La formidabile colonna che ci venne dalla parte di Parigi poteva ben chiamarsi una colonna di acciaio! Furono appena bastanti a fermarla i nostri trentasei pezzi infilanti la strada e varie migliaia dei nostri migliori tiratori, distesi dietro i ripari. L'attacco fu veramente formidabile; io vidi in quel giorno soldati nemici, come mai avevo veduti migliori. La colonna che marciava sulle nostre posizioni dal centro, era ammirabile di valore e di sangue freddo. Essa ci giungeva sopra, compatta come un nembo a passo non accelerato, ma uniforme, con un ordine ed una pacatezza spaventevoli.
"Questa colonna, battuta da tutte le nostre artiglierie in infilata e da tutte le linee di fanteria in avanti di Talant e Fontaine lateralmente alla strada, lasciò il campo coperto di cadaveri, e per varie volte riordinandosi nelle depressioni del terreno, essa ripigliava l'attacco, collo stesso ordine e pacatezza ammirevole.
"Che famosi soldati!
"Molto valore mostrarono pure i nostri in quella memoranda giornata e furono veramente degni dei nemici che ci assalivano.
"La battaglia durò dalla mattina sino al tramonto, con quanto accanimento fosse possibile da una parte e dall'altra e senza vantaggio marcato di nessuno. Al tramonto noi eravamo padroni delle nostre posizioni ed il nemico stava nelle sue.
"Il 22 l'attacco si ripetè con eguale accanimento; la valanga dei prussiani era sì grande che fummo minacciati d'esserne sepolti.
"Verso la metà della giornata, ci minacciarono di un attacco su Fontaine, e v'inviarono alcuni battaglioni, fingendo un assalto, ma subito dopo comparvero a settentrione sullo stradale di Langres in due colonne, e con altre forti colonnedi fiancheggiatori da Levante verso Montmuzard, a Saint-Apollinaire.
"L'attacco sulla via di Langres fu formidabile, degno del terribile esercito che ci stava di fronte; quasi tutti i nostri corpi piegavano, meno la quarta brigata che si sostenne fortemente in una fabbrica di nero animale, munita di un chiuso, ove si eran praticate delle feritoie. Alcune centinaia di militi della terza brigata in formazione, già decimata nel combattimento del 21,sostenneropure l'urto in uno stabilimento contiguo più indietro e si riunirono poi alla quarta. Questi corpi rimasero per un pezzo avviluppati dal nemico, per la ritirata della nostra ala destra.
"Avendo il nemico collocate le sue artiglierie sulla prima collina che domina Pouily e Dijon a tramontana e tirando con quella maestria a cui ci avevano assuefatto i prussiani, smontarono in poco tempo tutti i nostri pezzi del centro collocati sullo stradale e lateralmente, rispondendo con qualche tiro da parte nostra i due pezzi di Montmuzard, e due del Montechappè ed altri due che si collocarono su di una strada obliqua allo stradale sulla destra, quando si vide l'impossibilità di tenerli nella prima posizione, fulminata dalle artiglierie nemiche.
"Verso il tramonto la nostra situazione era delle più critiche; i prussiani padroni del campo, minacciavano di assaltare la città. Ai nostri corpi che si ritiravano si procurava di assegnare posizioni più indietro presso la cinta, con buoni recinti alcuni dei quali muniti diferitoie; ma invano: questi presi da panico non pensavano che mettersi in salvo, spargendo l'allarme in città e lo spavento dovunque.
"La nostra estrema sinistra, formata per la maggior parte della terza brigata, e situata a Talaut e Fontaine, alla vista della ritirata del centro, aveva spinto i suoi franchi tiratori sulla destra nemica, e marciava risolutamente per sostenerlo; sull'imbrunire alcuni corpi di mobilizzati sulla nostra destra, spiegandosi energicamente su Pouilly, obiettivo principale del campo di battaglia, ricacciarono il nemico dal terreno conquistato, e lo respinsero sino al di là del Castello. In tal modo la quarta brigata, cui si doveva l'onore della pugna, venne sbarazzata dal nembo nemico che l'aveva avvolta da un pezzo; anzi, onore maggiore, nel respingere i reiterati assalti del 61oreggimento prussiano, e combattendo corpo a corpo, essa pervennea togliergli la bandiera che, eroicamente difesa e sepolta sotto un monte di cadaveri, fu con altrettanto ardimento conquistata dai nostri, che la vollero trofeo del valore italiano.
"Io mi sono trovato presente a pugne ben micidiali, ma certamente, poche volte ho veduto sì gran numero di cadaveri ammonticchiati su piccolo spazio, come ne vidi in quella posizione a tramontana, occupata dalla quarta brigata e da parte della quinta.
"Nelle prime ore della notte il nemico era in piena ritirata, e per vari giorni ci lasciò tranquilli a Dijon avendo sgombrato pure i villaggi circostanti che furono occupati da noi.
"Le notizie dell'armistizio, e poscia della capitolazione di Parigi, e finalmente l'emigrazione dell'esercito di Bourbaky in Svizzera, cambiarono la faccia delle cose.
"Il nemico, libero dall'assedio di Parigi e dell'esercito dell'Est passato in Svizzera, cominciava ad ammassare su di noi forze imponenti, e, malgrado tutte le opere di difesa da noi eseguite, esso avrebbe finito per ischiacciarci ed attorniarci, come aveva fatto a Metz, a Sedan, ed a Parigi.
"Per ordine del governo di Bordeaux dovevasi trattare coi Prussiani per l'armistizio, ed il generale Bordone capo del mio stato maggiore, si recò più volte al campo nemico; ma il risultato della sua missione fu, che per noi non vi era armistizio.
"Dal 23 gennaio al 1ofebbraio ci tenemmo come meglio si potè nella capitale della Borgogna in tutte le nostre posizioni. Il nemico aveva capito che per scuoterci occorrevano grandi forze, e ne accumulava molte, tanto che alla fine di gennaio, le sue colonne occupavano con grandi masse il nostro fronte, e cominciavano a stendersi per avviluppare i nostri fianchi. L'esercito di Manteuffel, libero di quello dell'est di Bourbaky, scendeva verso la vallata del Rodano, e minacciava la nostra linea di ritirata.
"Il 31 gennaio si cominciò a combattere verso la nostra sinistra dal mattino, e si continuò sino a notte avanzata. Il nemico ci tastava su vari punti, prendendo posizioni al di fuori di Dijon per un attacco generale. Alcuni corpi prussiani mostravansi nella valle della Saone, minacciando di prenderci a rovescio per la nostra destra.
"Non v'era tempo da perdere. Noi eravamo l'ultimo boccone, che avidamente solleticava il grande esercito vincitore della Francia, e voleva farci pagare cara la temerità di avergli contrastato per un momento la vittoria.
"Ordinai la ritirata in tre colonne: la prima brigata comandata da Canzio, a cui s'era aggregata la quinta, doveva scendere parallelamente alla strada ferrata di Lione, proteggendo l'artiglieria pesante e il nostro materiale che marciavano in vagoni. La terza brigata con Menotti s'incamminò per la vallata dell'Ouche verso Autun. La quarta preso la via di Saint-Jean di Losne, per la sponda destra della Saone verso Verdun. Il quartiere generale partì in via ferrata dopo avere fissato a Chagny il punto centrale della riunione dell'esercito; i vari altri corpi e compagnie di franchi tiratori distaccati dalle brigate, furono pure dirette al punto di convegno.
"Tutto fu eseguito col migliore ordine possibile, grazie all'attività del capo di stato maggiore, del comandante generale d'artiglieria colonnello Olivier, e dei comandanti dei corpi, senza essere molestati dal nemico.
"Da Chagny il quartier generale passò a Chalons sur Saone, poi a Courcelles".
Dopo la vittoria di Lantenay e la ritirata di Dijon, il generale Garibaldi emanò il seguente proclama:
Ai prodi dell'Esercito dei Vosgi.
"Voi avete certamente la coscienza d'avere compiuto il vostro dovere. Dopo d'aver valorosamente combattuto un nemico superiore di forze per due giorni, voi non abbandonaste il vostro posto d'onore ad onta delle fatiche, delle privazioni e dei rigori di una stagione orribilmente piovosa e fredda.
"Il vostro coraggioso esempio servirà alle giovani milizie che hanno abbandonato il loro posto per inesperienza, e insegnerà loro d'ora innanzi a tenersi più compatte e più costanti, nella missione onorevole che la Francia repubblicana ha loro affidata.
"La grande repubblica Americana combattè quattordici anni contro i suoi oppressori e sul principio della lotta le sue milizie non erano più agguerrite delle nostre.
"Nel 1789 i quattordici eserciti che preserole armi in Francia, erano nuovi alle pugne, e fino a Fleurus, Walmy e Iammapas essi pure furono respinti dagli stessi eserciti che noi combattiamo, e tuttavia finirono per riuscire vittoriosi in tutta Europa.
"Onore a voi dunque, miei prodi di Commarin, che, servendo la santa causa della repubblica, sapeste mostrare ai vostri giovani compagni la via del dovere e della vittoria.
Commarin, 29 novembre.
G. Garibaldi"
E dopo ciò, documento storico importantissimo, ecco l'ultime disposizioni che il generale Garibaldi impartiva al Baghina—prova dì quella serenità di spirito e di quella fierezza di carattere che non ebbero i comandanti francesi.
Commendateur Baghina
Auxonne
"Restez sur les positions a fin de constater occupation et de me reinseigner exactament sur sa situation. Conseigne sévère aux avantpostes, aucune communications sous quelque preteste que ce soit avec ennemi.
"Ligne de demarcation bien determinée par les villages De Peintre, Chevigny, Rainaus, Biarne, S. Vivon, on vous pouvez piacer vos détachement.
Dijon 30 Janvier
G. Garibaldi.
La capitolazione di Parigi essendo un fatto compiuto, e l'armistizio trasformato in preliminari di pace, dopo d'essere stato il generale eletto deputato all'assemblea di Bordeaux, egli decise 1'8 febbraio di recarsi in quella città coll'unico intento di portare il suo voto alla repubblica, lasciando Menotti provvisoriamente al comando dell'esercito.
"Tutti sanno come fuiaccoltodalla maggioranza dei deputati, all'assemblea; certo quindi di non potere far più nulla per quel grande e sventurato paese che ero venuto a servire nella sciagura, mi decisi di recarmi a Marsiglia e di là a Caprera, ove giunsi il 16 febbraio 1871."
La caduta dell'impero francese ci apriva la via di Roma; gli animi ritornavano all'antica speranza di dare la sua capitale alla nazione:Ma il governo titubava; ecco alcune lettere che danno luce a quel fatto storico della più grande importanza per l'Italia:
Carissimo amico Elia
Ancona
"È urgente per l'esistenza e l'avvenire d'Italia che si trasporti la capitale a Roma, senza dilazione.
"Riunitemeeting ed agitateper questo l'opinione pubblica colla parola e colla penna.
"Il governo è ben disposto, ma indeciso.
"Siano nostri amici personali, o nò, fate capire ai democratici di costà ed ai semplici nazionali, che oggi non c'è un minuto da perdere in faccia alla situazione europea. Bisogna spingere il governo a Roma e subito. Si gridi Roma capitale d'Italia immediata, dalle Alpi ai due mari.
Vostro
L. Frapolli".
Ed in Ancona, città altamente patriottica, si ebberomeeting e agitazione, concordi tutti i partiti.
Firenze, 4 settembre 1870.
Amico col. Elia,
Ancona.
"Giovedì sera, tutte le vette dell'appennino, da Tenda ad Aspromonte, devono essere illuminate da fuochi.
"Pensate all'esecuzione per la parte vostra sui punti circostanti prominenti. Ceneri e Saffi pensano per in su. Parlatene con Pichi. Verso Chieti abbiamo i nostri. Pensate per Sinigaglia.
"Viva Roma.
Vostro
L. Frapolli".
Firenze, 5 settembre 1870.
Amico,
"Le truppe italiane sono partite per Roma; fra ore Roma sarà la capitale effettiva d'Italia.
"Moltiplicate i fuochi per giovedì sera. Saranno fuochi di gioia.
Vostro
L. Frapolli".
Firenze, 7 settembre 1870
Amico!
"A Roma si va. Se c'è qualche ritardo è di ore e per ostacoli materiali. Non vi lasciate sviaredalle notizie dei malevoli. Fate riunioni, dimostrazioni, fuochi dovunque. Se domani sera saremo in Roma sarà gioia. Se no incitamento! A Roma si va, l'Europa è concorde. Viva l'Italia!
Vostro
L. Frapolli".
E a Roma si andò per la breccia di Porta Pia e il sacro voto dei liberali italiani omai era compiuto.
Il 7 settembre 1870 il Ministro degli Affari Esteri spediva una circolare con la quale si rendevano noti i pericoli che minacciavano la patria e la chiesa, concludendo con queste parole:
"S. M. il Re, custode e depositariodell'integrità e dell'inviolabilità del suolo nazionale, interessato come sovrano di una nazione cattolica a non abbandonare alla mercè di qualche sorpresa il capo della chiesa, prende, come è suo dovere, con fiducia in faccia della cattolicità e dell'Europa, la responsabilità del mantenimento dell'ordine nella penisola e della tutela della Santa Sede.—Il governo di S. M. non puòaspettare a risolversi, avvenimenti che conducano all'effusione del sangue tra i romani e le forze straniere.—Noi occuperemopertanto, allorquando le nostre informazioni lo dimostrino opportuno, i punti necessari per la sicurezza comune, lasciando alle popolazioni la cura della loro propria amministrazione".
Fu quindi ordinato che fossero pronte le truppe destinate all'occupazione di Roma, sotto il comando del generale Cadorna.
Dato l'ordine, le truppe italiane dopo di avere occupato Viterbo, Civita-Castellana, Frosinone, Civitavecchia e le terre dell'Agro, il giorno 17 settembre il 4ocorpo d'armata si mosse su Roma; da altre parti muovevano le divisioni Bixio e Angioletti, e tutte queste truppe furono disposte intorno alla città in modo da accerchiarla.
Nella mattina del 20 settembre fu ordinato l'attacco. La Porta Pia veniva sfondata a colpi di artiglieria, e accanto ad essa, aperta una breccia nella cinta delle mura. Ottenuto questo risultato, fu ordinata la sospensione dei fuochi d'artiglieria e le truppe furono mandate all'assalto. I battaglioni dei bersaglieri e di fanteria si avventano a passo di carica sulla barricata della porta
Giuseppe Mazzini
e dentro l'apertura della breccia, non arrestati dalla mitraglia e dal fuoco di fucileria dei mercenari pontifici che facevasi sempre più vivo ed intenso. Mentre questo avveniva a Porta Pia, il generale Bixio, dopo essersi impadronito di villa Panfili e del Casino dei quattro venti, aveva affrontato e sperso il nemico a Porta S. Pancrazio.
L'ingresso delle truppe italiane fu accolto con segni di vivissima gioia e di entusiasmo da parte del popolo di Roma.
Il giorno 2 di ottobre si procedeva al plebiscito che riusciva imponente, poichè i voti affermativi sommarono a 135,291 mentre i negativi furono 1507 soltanto.
Non erano trascorsi due mesi da questo avvenimento felice per la nazione italiana, che la Casa di Savoia riceveva un grandissimo attestato della fiducia che godeva in Europa.
Le Cortes di Madrid assicurate del consenso di Vittorio Emanuele e del principe reale, proclamavano Amedeo duca d'Aosta Re di Spagna.
Il 3 di dicembre giungeva a Firenze la deputazione che portava al nuovo Re la fausta notizia.
Al palazzo Pitti erano presenti al ricevimento i grandi dignitari dello Stato, i ministri della Corona e la rappresentanza delle due Camere del Parlamento Nazionale.
Al discorso del signor Ruiz Zorilla il Re rispose con brevi parole, accordando all'amato figlio il consenso di accettare il glorioso trono a cui lo chiamava il voto del popolo spagnolo.
Il Ducad'Aosta, con voce commossa significava la sua accettazione, e l'atto solenne, che proclamava Amedeo Re di Spagna, veniva rogato; e poco appresso egli si recava alla capitale del suo regno, animato da sentimenti liberali e d'amore pel popolo che lo aveva prescelto a suo Re.
Ma ben presto si manifestarono nelle provincie spagnole ed anche nella stessa capitale segni di non dubbia ribellione.
Il 18 luglio del 1872 si attentava alla vita del giovane Re ed a quella della regina ed i due sposi furono miracolosamente salvi.
Mentre assieme alla regina attraversava in carozza una delle più popolose vie di Madrid, vennero tirate addosso ai reali parecchie fucilate.
Non si sgomentò per questo il figlio di Vittorio Emanuele e continuò nella incominciataimpresa di ricondurre la pace, imprimendo un regime liberale, fra quelle popolazioni.
Ma i torbidi crebbero talmente di gravità che Amedeo di Savoia, vedendo di non poter governare senza venir meno alla costituzione, piuttosto che mancare al suo giuramento o far versare in una lotta civile sangue spagnolo, decise di rinunziare spontaneamente alla corona.
E così fece: e il dì 11 febbraio 1873 ritornava, non più Re di Spagna, ma principe di Savoia acclamato in seno alla patria sua.